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... 1871

Garibaldi, Mazzini e la Comune di Parigi del 1871

 

18/03/2011 12:31 | ALTRO - ITALIA


 

Le prime organizzazioni dei lavoratori italiani non furono ispirate da una qualsivoglia delle scuole socialiste e il socialismo incominciò a permeare il movimento dei lavoratori solo dopo il 1871.
Le cause di questo ritardo possono essere molte. Roberto Michels ne sottolinea due: il debole sviluppo del «metodo di produzione» capitalistico e «legge storica empirica», per la quale «in epoche contraddistinte da lotte nazionali, le lotte di classe sono comunque assopite».
Comunque sia, fatto è che, intorno al 1870, quel che vi era di organizzato tra i lavoratori italiani, e non era poco, faceva capo a Giuseppe Mazzini e al suo Patto di fratellanza tra le Società operaie di mutuo soccorso.
Ma il 1871 fu un anno fatale. Tra il marzo e il maggio, si consumò la Comune di Parigi. Contro di essa, Giuseppe Mazzini lanciò un vero e proprio anatema, provocando la rottura sia con Mikail Bakunin, che, dal 1864, era stato bene accolto in Italia proprio dietro sua presentazione, ma anche, e questo fu decisivo, con Giuseppe Garibaldi. L’«Eroe dei due mondi», che fin dal 1867 si era detto pronto a muovere «guerra alle tre tirannidi che affliggono l'umanità», quella politica, quella religiosa e quella sociale, ora, reduce dalla spedizione contro i Prussiani, aveva espresso, in una lettera Giuseppe Petroni, direttore della «Roma del popolo», il suo pieno appoggio alla Comune e la sua adesione all'Internazionale. È nel corso di questa vicenda che il Generale, in una lettera a Celso Ceretti del 22 settembre 1872, scrisse il celebre motto: «L'Internazionale è il sole dell'avvenire».
La polemica tra i due padri della patria non poté non ripercuotersi nell’opinione pubblica e nelle organizzazioni operaie. Tanto più che l’influenza di Giuseppe Garibaldi sulla gioventù era enorme. Come ricorda Roberto Michels: «L'atto dell'idolo loro, Garibaldi, di dichiararsi internazionalista, al cospetto della Comune di Parigi, e di prendere, con le parole e con gli scritti, parte per il socialismo, fece loro un'immensa impressione e fece maturare, in un attimo, in essi la ferma volontà di redimere la patria, politicamente redenta, anche socialmente.»a «A poco a poco, divenne abitudine, ovunque si costituiva una società operaia o socialista aderente all’Internazionale , di eleggere Garibaldi a presidente onorario, onoranza che egli sempre accettava “con piacere”».
Nel mentre all’Aia si consumava la separazione tra Karl Marx e Mikail Bakunin; in Italia, per effetto delle prese di posizione di Giuseppe Garibaldi, iniziava, a partire dal XII congresso, riunito a Roma, delle Società operaie, la crisi dell’egemonia mazziniana e si andava affermando l’orientamento cosiddetto «internazionalista». Per inciso, non era la prima volta che Giuseppe Garibaldi influiva sull’orientamento delle organizzazioni operaie. Circa dieci anni prima, infatti, il felice esito della spedizione dei Mille aveva causato la fine dell’influenza liberale sulle Società operaie di mutuo soccorso e le aveva condotte nel campo mazziniano. Infatti, l’«Impresa» che, sola, dava corpo all’immagine di una unità nazionale costruita con la partecipazione attiva delle forze popolari, non poteva non dare un contributo decisivo ai mazziniani che, in senso alle società operaie, rivendicavano il suffragio universale: «Dopo i miracoli ottenuti dai nostri volontari in questi due anni –dicevano i mazziniani- non si dovrebbe più tentare nulla di grande senza il popolo. Col popolo si fa tutto ciò che può concepirsi di nobile e di sublime». E, poiché Mikail Bakunin godeva dell’amicizia di Giuseppe Garibaldi, il quale, in occasione del congresso ginevrino della Lega per la pace gli aveva riservato un’accoglienza talmente calorosa da fargli superare le riserve di molti delegati. Non dobbiamo, poi, dimenticare, che, come sottolinea Roberto Michels, in quei tempi, era ancora viva la tradizione settaria del Risorgimento. La «Carboneria non era ancora del tutto spenta». «Inoltre il buon esito della spedizione dei Mille in Sicilia aveva dato una riprova quant'altra mai buona dell'attuabilità della teoria della tattica insurrezionale, che aveva reso possibile di sopraffare un nemico forte con un manipolo esiguo, ma devoto ad un'idea». Infine, i pochi ma vivaci internazionalisti italiani, come per esempio Carlo Cafiero, Alberto Tucci, Guglielmo di Montel, Giuseppe Fanelli e Saverio Fruscia, erano in rapporti con lui.
Tutti questi elementi messi insieme fecero sì che la crisi del mazzinianesimo e l’adesione della gioventù garibaldina all’Internazionale si traducessero nell’affermarsi del bakuninismo. Per esempio, il garibaldino Erminio Pescatori fondò, a Bologna, il Fascio operaio , che raccolse l'adesione di Andrea Costa e fu promotore dell’assise del 4 agosto 1872 dalla quale prese consistenza il movimento bakuninista in Italia: la celebre conferenza di Rimini, presieduta da Carlo Cafiero, che diede vita alla Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori.
Cosicché, come riconobbe lo stesso Friedrich Engels in più lettere indirizzate, alla fine 1872, ad Adolph Sorge, tra le trecento e più sezioni che l'Internazionale poteva contare in Italia, soltanto due, e tra le più scarne, mantenevano rapporti con il Consiglio generalea: quella di Lodi, capeggiata dal garibaldino Enrico Bignami, e quella dell’Aquila.
Il lodigiano Enrico Bignami, che già dal 1868 dirigeva il giornale «La Plebe», al quale aveva dato il proprio appoggio Giuseppe Garibaldi e che avrà tra i suoi editorialisti, in «un italiano impeccabile», lo stesso Friedrich Engels, era passato, come molti coetanei, dalla democrazia mazziniana alle posizioni «internazionaliste». Ma, a differenza di molti, Enrico Bignami era rimasto estraneo alle suggestioni insurrezionaliste e spontaneiste proprie del bakuninismo. Il socialismo che metterà a punto negli anni, soprattutto dopo il 72, sotto l’influsso del comunardo Benoit Malon (emigrato in Italia dove fondò, a Palermo, il giornale «Il Povero». Ritornato in Francia nel 1885 fonderà la «Revue socialiste» sulle cui colonne si formerà una intera generazione di socialisti tra i quali Jean Jaures) e con la collaborazione di un altro ex mazziniano garibaldino, il mantovano Osvaldo Gnocchi Viani (che sarà, nel 1882, tra i fondatori del Partito operaio italiano e il promotore, nel 1891, della Camera del lavoro di Milano) ha caratteri peculiari: se non temessimo l’ossimoro, la contraddizione in termini, potremmo parlare di «anarchismo legalitario». A molte concezioni proprie dell’anarchismo, come l’autogestione e il rifiuto dell’interventismo statale (come, per esempio, si era realizzato, per opera di Louis Blanc, nella Parigi del ’48) «La Plebe» affiancava una concezione legalitaria della lotta di classe, la quale doveva combattersi con le armi delle idee, della propaganda e dell’organizzazione, sia economica che politica, avendo come fine quello di estendere alle masse proletarie quelle libertà propagandate, ma eluse, dai liberali. Una lotta che non doveva trascurare alcun mezzo, tanto meno il metodo elettorale, per fruire del quale bisognava, anzi, rivendicare il suffragio universale, anche femminile.
Nelle condizioni dell’epoca e, soprattutto, vista l’esperienza tedesca, non era difficile che questo socialismo si incontrasse con il marxismo. Infatti, intorno alla vexata quaestio , se il partito socialista dovesse mirare alla rivoluzione sociale, Friedrich Engels era solito rispondere spostando i termini stessi del quesito: «Vi è dieci contro uno di probabilità che i nostri dirigenti, assai prima di cotesto termine, impiegheranno contro di noi la violenza; il che ci trasferirebbe dal terreno delle maggioranze al terreno rivoluzionario». Quasi identiche sono le parole che compaiono, nel 1875, in un opera di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi-Viani, un’altro garibaldino che fonderà, nel 1892, la Camera del Lavoro di Milano: «Per liquidazione sociale vi si diceva intendiamo una trasformazione inevitabile ed in un tempo determinato della proprietà, che sarà collettiva per i capitali o mezzi di produzione e di scambio, e sarà individuale per i prodotti o merci di consumo. Il carattere di questa liquidazione dipenderà dalle classi dirigenti; se esse vorranno riconoscerne la legittimità, sarà tenuto conto dei diritti del passato e si procederà per via di riscatto in forma amichevole. In caso contrario la liquidazione sociale si farà rivoluzionariamente e nessuno potrebbe ora determinarne il carattere».
Da questo «pied-à-terre in Italia» e, come lo definì Friedrich Engels, prese il via un cammino fatto di elaborazione, di predicazione, di organizzazioni economiche (come si diceva allora, di «mutuo soccorso, cooperazione e resistenza»), ma anche politiche che, nel giro di vent’anni, portò al ribaltamento delle parti.
Un percorso a tappe, tra le quali rimane emblematica quella della conversione di Andrea Costa: la lettera «Ai miei amici di Romagna» pubblicata, il 3 agosto 1879, proprio su «La Plebe» di Lodi.
Il traguardo fu la nascita del Partito socialista italiano nelle cui sezioni, come ricorda Gaetano Arfè, faceva bella mostra un busto in gesso di Karl Marx, del quale Filippo Turati avrebbe voluto esportarne copie nelle sezioni della socialdemocrazia tedesca, ma l’offerta venne declinata da Friedrich Engels perché quel Marx somigliava troppo a Garibaldi per aver fortuna fuori d’Italia.

Programma del 1892

Considerando

che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall'altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

che i salariati d'ambo i sessi, d'ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d'inferiorità e d'oppressione;

che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza so ciale dell'esistenza;

riconoscendo

che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall'odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;

che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro e la gestione sociale della produzione;

ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l'azione del proletariato organizzato in "partito di classe", indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantisi sotto il doppio aspetto:

della "lotta di mestieri", per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.), lotta devoluta alle Camere dei Lavoro ed alle altre associazioni di arte e mestieri;

di una lotta più ampia, intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.), per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l'espropriazione economica e politica della classe dominante;


i lavoratori italiani, che si propongono l'emancipazione della propria classe, deliberano: di costituirsi in Partito informato ai principi suesposti.

(«Lotta di classe», 20-21 agosto 1892)

Bibliografia:

Giovanna Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Milano 1999
Gaetano Arfè, Storia del socialismo italiano, Torino 1965
Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano, Roma 1971
MARIA GRAZIA MERIGGI, La Comune di Parigi e il Movimento rivoluzionario e socialista in Italia (1871-1885), La Pietra, Milano 1980
Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911, Roma 1979
 

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Pubblicato il 18/3/2011 alle 18.49 nella rubrica Riflettendo su ....

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