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Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho

Howard Zinn: Karl Marx

 

15/03/2011 00:23 | ALTRO - INTERNAZIONALE


 

Karl Marx morì il 14 marzo 1883. Con qualche minuto di ritardo controlacrisi.org celebra l'anniversario proponendovi uno scritto su Marx del grande storico e militante americano Howard Zinn che dedicò al rivoluzionario un'opera teatrale - Marx a Soho - che rappresentava una risposta al tentativo di seppellire Marx sotto le macerie del muro di Berlino e del "socialismo reale". Buona lettura!

"Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo" Howard Zinn


Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho


Lessi per la prima volta il Manifesto del partito comunista – che mi era stato dato, ne sono certo, da giovani comunisti che vivevano nel mio quartiere operaio – quando avevo circa diciassette anni. Ebbe su di me un effetto profondo, perché tutto quello che vedevo nella mia vita, nella vita dei miei genitori e nelle condizioni degli Stati uniti nel 1939 sembrava esservi spiegato, contestualizzato e posto sotto una potente luce analitica.

Vedevo mio padre, un ebreo immigrato dall’Austria, con un’istruzione elementare, lavorare come un pazzo, ma riusciva a malapena a mantenere sua moglie e i suoi quattro figli. Vedevo che mia madre lavorava notte e giorno per far sì che fossimo nutriti, vestiti, curati quando stavamo male. La loro vita era una lotta senza fine per la sopravvivenza. Sapevo che c’erano nel nostro paese persone che possedevano ricchezze stupefacenti, e che certo non dovevano lavorare duro come i miei genitori. Il sistema era ingiusto.

Intorno a noi, in quel periodo di depressione, c’erano famiglie che si trovavano in condizioni disperate per colpe non loro; non erano in grado di pagare l’affitto, e le loro cose venivano gettate per la strada dal padrone di casa, che aveva la legge dalla sua parte. Sapevo dai giornali che queste cose accadevano in tutto il paese.

Ero un lettore. Avevo letto molti romanzi di Dickens, da quando avevo tredici anni, ed essi avevano risvegliato in me l’indignazione contro l’ingiustizia, la compassione verso le persone vessate dai loro datori di lavoro, dal sistema legale. Nel 1939 lessi Furore di Steinbeck, e quell’indignazione ritornò, questa volta indirizzata contro i ricchi e potenti del paese.

Nel Manifesto, Marx e Engels (Marx aveva trent’anni, Engels ventotto, e in seguito Engels avrebbe detto che Marx ne era stato l’autore principale) descrivevano quel che vivevo, le cose di cui leggevo, che – ora me ne rendevo conto – non erano aberrazioni dell’Inghilterra ottocentesca o dell’America della depressione, ma una verità fondamentale del sistema capitalista. E questo sistema, per quanto profondamente radicato nel mondo moderno, non era eterno: era sorto in una certa fase storica e un giorno avrebbe abbandonato la scena, sostituito da un sistema socialista. Era un pensiero incoraggiante.

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”, proclamavano Marx e Engels nelle prime pagine del Manifesto. Dunque i ricchi e i poveri non si fronteggiavano in quanto individui, ma in quanto classi. Questo rendeva il loro conflitto in qualche modo monumentale. E suggeriva che i lavoratori, i poveri, avevano qualcosa che li univa in questa ricerca di giustizia. La loro comune appartenenza alla classe operaia.

Che ruolo svolge il governo in questa lotta tra le classi? “La legge è uguale per tutti” recitavano le iscrizioni sulle facciate degli edifici pubblici. Ma nel Manifesto Marx e Engels scrivevano: “Il potere politico dello stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese”. Essi presentavano un’idea stupefacente: che gli apparati del governo non sono neutrali; che, al di là della facciata, essi servono la classe capitalistica.

All’età di diciassette anni vidi improvvisamente quell’idea concretamente rappresentata. I miei amici comunisti mi portarono con loro a una manifestazione a Times Square. Centinaia di persone dispiegarono le loro bandiere e marciarono per le strade proclmando la loro opposizione al fascismo e alla guerra. Sentii delle sirene. Lapolizia a cavallo caricò la folla. Fui stordito da un poliziotto in borghese. Quando ripresi i sensi, man mano che le idee si schiarivano, riuscivo ad avere un solo inquietante pensiero: la polizia, lo Stato, erano agli ordini di coloro che detenevano grandi ricchezze. La tua libertà di parola e la tua libertà di manifestare dipendevano dalla classe cui appartenevi.

Quando, a diciotto anni, andai a lavorare in un cantiere navale a Brooklyn come apprendista (il nostro lavoro consisteva nell’assemblare, con rivetti e saldature, le piastre di acciaio degli scafi delle navi da guerra) avevo già una “coscienza di classe”. Nel cantiere trovai altri tre giovani lavoratori come me, e cominciammo a organizzare i nostri compagni apprendisti, che erano esclusi dai sindacati di categoria. Decidemmo d incontrarci una volta alla settimana per leggere le opere di Marx e Engels.

Così lessi l’esposizione della filosofia di Marx, offerta da Engels nell’Antiduhring (una polemica con un certo Duhring) e affrontai faticosamente il primo libro del Capitale. Mi resi conto con una certa eccitazione che il sistema era stato smascherato. Al di là di tutte le complicazioni delle transazioni economiche, c’erano alcune verità di fondo: il lavoro era la fonte di ogni valore; il lavoro produceva un valore superiore ai magri salari con cui veniva ricompensato, questo surplus finiva nelle tasche delle classi capitaliste. I capitalisti avevano bisogno della disoccupazione – un “esercito industriale di riserva” – per tener bassi i salari. Il sistema attribuiva maggior importanza alle cose, soprattutto al denaro, che alle persone (“il feticismo delle merci”), così che tutte le cose buone della vita venivano misurate sulla base del loro valore di scambio.

La teoria marxista spiegava che lo sfruttamento e la lotta di classe non erano fenomeni nuovi nella storia delmondo, ma il capitalismo li aveva acuiti e diffusi su scala mondiale. Il capitalismo era una forza progressiva della storia in una certa fase dllo sviluppo dell’umanità. “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”, affermava il Manifesto. Essa ha avviato uno straordinario progresso scientifico e tecnologico, ha creato enormi ricchezze. Ma ha concentrato queste cose in poche mani. C’era un conflitto fondamentale tra la crescente organizzazione delle forze produttive e l’anarchia del sistema di mercato. A un certo punto il proletariato sfruttato si sarebbe organizzato, si sarebbe ribellato, avrebbe preso il potere, e avrebbe usato la tecnologia avanzata per soddisfare i bisogni umani, non per arricchire la classe capitalista.

Questi furono i miei primi incontri con Marx. Alcuni anni più tardi – dopo aver servito come puntatore nella VIII Air Force durante la seconda guerra mondiale, dopo aver frequentato il college e la scuola di specializzazione grazie alle norme di legge in favore dei combattenti e all’aiuto di mia moglie e dei miei due figli – cominciai a insegnare storia e politica, dapprima nel sud, allo Spelman College. Dopo sette anni allo Spelman, accettai un incarico all’università di Boston e mi trasferii al nord. Nei miei corsi di teoria politica dedicai un’attenzione approfondita agli scritti di Marx e Engels.

A un certo punto, nei tardi anni sessanta, cominciai a interessarmi all’anarchismo, per diverse ragioni. Una era costituita dalle crescenti prove dell’orrore stalinista in Unione Sovietica, che suggerivano di ripensare il classico concetto marxista della “dittatura del proletariato”. Un’altra era la mia esperienza nella lotta contro la segregazione razziale nel sud, guidata dal Comitato di coordinamento degli studenti nonviolenti(Sncc). Lo Sncc (o Snick, come veniva chiamato), senza una consapevole teorizzazione, agiva in accordo con i principi anarchici: nessuna autorità centrale, processi decisionali democratici dal basso. Negli ambienti della New Left degli anni sessanta questa era chiamata “democrazia partecipativa”.

Cominciai a leggere opere sull’anarchismo, partendo dalla femminista anarchica americana Emma Goldman e dal suo amico Alexander Berkman. Proseguii con Petr Kropotkin e Michail Bakunin. Bakuni era un fiero avversario dell’idea di Marx su come dovesse avere luogo una rivoluzione. Emma Goldman, deportata in Russia dagli Stati Uniti nel 1919 per essersi opposta alla prima guerra mondiale, rilevò che il nuovo Stato dei soviet stava imprigionando non solo i suoi oppositori borghesi, ma anche i rivoluzionari dissidenti e criticò duramente quello che considerava un tradimento del sogno socialista. Questa immersione nel pensiero anarchico mi portò ad avviare un seminario su “Marxismo e anarchia” all’università di Boston.

Dal 1965 (anno della grande escalation della guerra nel Vietnam) al 1975 (quando il governo di Saigon si arrese) fui profondamente coinvolto dal movimento contro la guerra, e i miei scritti erano per lo più incentrati su temi legati alla guerra. Quando laguerra finì mi sentii libero di fare altre cose e scrissi una pièce su Emma Goldman, Emma, che fu rappresentata a Boston e a New York, e negli anni successivi a Londra e a Tokyo. In una delle scene, alcuni giovani rivoluzionari newyorkesi discutono in un caffè del Lower East Side sul confronto tra le idee di Marx e quelle di Bakunin.

Ero molto interessato alla vita privata di questi pensatori. L’autobiografia di emma Goldman, Vivendo la mia vita,era un sincero resoconto della sua tempestosa vicenda di ribelle, non solo rispetto alla politica, ma anche al sesso. Marx non scrisse mai un’autobiografia, ma potevo rivolgermi a molte biografie per avere notizie sulla sua vita privata. C’era anche una bella biografia di sua figlia Eleanor scritta da un’autrice inglese, Yvonne Kapp,in cui si racconta dettagliatamente la vita della famiglia Marx a Londra.

Karl e Jenny Marx si erano trasferiti a Londra dopo che Marx era stato espulso da diversi paesi europei. Vivevano nel sudicio quartiere di Soho, e i rivoluzionari che giungevano a Londra da tutta Europa entravano e uscivano dalla loro casa. Questa scena immaginaria – Marx a casa, Marx con sua moglie Jenny, con sua figlia Eleanor – mi affascinava.

La mia fortunata esperienza con la pièce su Emma Goldmanmi aveva attratto verso il teatro, così mi disposi a scrivere un testo su Karl Marx. Volevo mostrare un Marx che pochi conoscevano, un padre di famiglia che lottava per mantenere sua moglie e i suoi figli. Tre dei suoi figli morirono da piccoli, e tre figlie sopravvissero.

Volevo che il pubblico vedesse Marx mentre diffondeva le proprie idee. Sapevo che anche sua moglie Jenny erauna persona di starordinarie doti intellettuali, e la immaginavo mentre discuteva con Marx. Sapevo che sua figlia Eleanor era una bambina dotata e precoce, e la vedevo mentre metteva in discussione le sofisticate teorie del padre. Volevo sottoporre le idee di Marx a una critica anarchica, e decisi di inventare una visita di Bakunin a casa sua. (In realtà non ci sono tracce di una simile visita, anche se Marx e Bakunin si conoscevano ed erano fieri avversari all’interno dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale).

C’era qualcos’altro che mi sembrava trascurato nelle valutazioni correnti di Marx. La sua immagine era soprattutto di quella di un pensatore, di un teorico. Sapevo che Marx fu molto attivo come rivoluzionario, prima come giornalista di opposizione in Germania, poi con le associazioni dei lavoratori a Parigi e con la Lega dei comunisti a Bruxelles. Fu attivo in Renania durante le rivoluzioni europee del 1848, quando finì sotto processo e fu assolto dopo una drammatica autodifesa. Durante il suo esilio a Londra si impegnò per l’Associazione internazionale dei lavoratori, per la causa della libertà irlandese e, nel 1871, come sostenitore della Comune di Parigi.

I suoi scritti di quegli anni non sono solo opere teoriche di economia politica, come Il Capitale, ma anche reazioni immediate a eventi politici, alle rivoluzioni del 1848, alla Comune di Parigi, alle lotte dei lavoratori in tutto il continente. Volevo mettere in scena questo aspetto di Marx, quello del rivoluzionario impegnato e appassionato. Il dramma aveva come personaggi principali Marx, sua moglie Jenny, sua figlia Eleanor, il suo amico Engels e il suo rivale politico Bakunin. Fu letto a Boston, dove venne ben accolto, ma non mi soddisfaceva. Decisi allora di trasformarlo in un monologo.

Mia moglie, che è sempre una critica acuta di ciò che scrivo, mi esortava a far sì che il testo fosse più attuale, più legato al nostro tempo, e non solo una rappresentazione storica su Marx e l’Europa del diciannovesimo secolo. Sapevo che aveva ragione, e dopo essermici arrovellato per un po’ mi venne l’idea che Marx, in una sorta di fantasia, sarebbe potuto tornare nel nostro tempo da dovunque si trovasse. Per di più, sarebbe arrivato negli Stati Uniti, in modo che avrebbe potuto non solo ricordare la sua vita nel diciannovesimo secolo, ma anche commentare quello che succede qui oggi. Decisi che le autorità, quali che fossero, lo avrebbero spedito per un errore burocratico non nel quartiere londinese di Soho, dove aveva vissuto, ma nel quartiere newyorkese che porta lo stesso nome.

Benchè si trattasse di un monologo, avrei fatto in modo che Marx richiamasse in vita, attraverso i suoi ricordi, le persone che per lui erano state importanti, soprattutto sua moglie Jenny e sua figlia Eleanor. E avrebbe richiamato in vita l’anarchico Bakunin. Tutti loro, in modi diversi, avrebbero sottoposto le idee di Marx a una critica decisa. Ci sarebbe stata una dialettica tra punti di vista opposti, presentata attraverso il modo in cui Marx ricostruiva le discussioni.

Scrissi la pièce in un periodo in cui il crollo dell’Unione Sovietica suscitava un’esultanza quasi universale nella grande stampa e tra i leader politici: non solo “il nemico” era scomparso, ma le idee del marxismo erano screditate. Il capitalismo e il “libero mercato” avevano trionfato. Il marxismo aveva fallito. Marx era veramente morto. Pensavo quindi che fosse importante chiarire che né l’Unione Sovietica né altri paesi che si definivano “marxisti” ma avevano instaurato Stati di polizia corrispondevano all’idea di socialismo che aveva Marx. Volevo mostrare Marx arrabiato per il fatto che le sue teorie erano state talmente distorte da poter essere identificate con le atrocità staliniste. Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo.Volevo mostrare che la critica marxiana del capitalismo resta fondamentalmente vera nella nostra epoca. La sua analisi è confermata ogni giorno dai titoli dei giornali. Marx aveva visto nel suo tempo trasformazioni sociali e tecnologiche di tale caotica velocità da essere senza precedenti, il che è ancore più vero oggi. “Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e irruginite condizioni di vita, con illoro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabile e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora”. Questo è scritto nel Manifesto.

Marx vide con molta chiarezza ciò che noi chiamiamo “globalizzazione”. Ancora dal Manifesto: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. […] In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra”. Gli “accordi per il libero commercio” perseguiti dagli Stati Uniti negli ultimi anni sono tentativi di rimuovere qualsiasi restrizione al libero flusso dei capitali attraverso il gliobo, dando ai capitalisti il diritto di sfruttare la gente ovunque.

I titoli dei giornali che Marx legge nel corso del monologo non sono sorprendenti per lui. Egli vide la fusione tra le grandi imprese, che oggi prosegue su scala ancora molto più grande. Vide il divario crescente tra ricchi e poveri, che esiste non solo all’interno di ciascun paese ma, ancor più tragicamente, tra i popoli delle nazioni ricche e quelli delle nazioni povere.

Nel monologo Marx dice che il socialismo non dovrebbe assumere le caratteristiche del capitalismo. Vedendo come gli oppositori dei regimi pseudosocialisti siano stati messi a morte, riflette su ciò che aveva scritto circa il crimine e la sua punizione sul New York Daily Tribune nel 1853: “Non è forse necessario riflettere a fondo sulla necessità di cambiare un sistema che alimenta questi delitti, invece di esaltare il boia che sopprime un mucchio di criminali soltanto per far posto ad altri?”.

Viviamo in una società che l’espressione marxiana “feticismo delle merci” descrive perfettamente. Come disse Ralph Waldo Emerson all’incirca nello stesso periodo, osservando gli inizi del sistema industriale americano, “le cose sono in sella e cavalcano l’umanità”. La protezione della proprietà di un’azienda è ritenuta più importante della protezione della vita umana. In effetti la Corte Suprema decise a fine Ottocento che un’impresa era “una persona”, e in quanto tale protetta dal Quattordicesimo emendamento; più protetta, in realtà, delle persone di colore, per le quali quell’emendamento era stato in origine scritto.

Marx aveva solo venticinque anni e viveva a Parigi con Jenny quando scrisse un testo notevole, pubblicato solo molti anni dopo con il titolo Manoscritti economico-filosofici . Marx vi parlava dell’alienazione nel mondo moderno, giunta al suo apice sotto il capitalismo, con gli esseri umani alienati dal loro lavoro, dalla natura, gli uni dagli altri e da se stessi. E’ un fenomeno che vediamo intorno a noi nel nostro tempo, un fenomeno dal quale derivano sofferenze psicologiche e materiali.

Marx dedicò gran parte dei suoi alla critica del capitalismo, e ben poco alla descrizione di come potrebbe essere una società socialista. Ma possiamo estrapolare a partire da ciò che dice sul capitalismo per immaginare una società senza sfruttamento, dove gli esseri umani si sentono in comunione con la natura, con il loro lavoro, con gli altri e con se stessi. Marx ci offre alcuni indizi sul futuro quando descrive in termini entusiastici la società creata dalla Comune di Parigi del 1871 nei pochi mesi della sua esistenza. Ho cercato di includere questa visione nel monologo.

Chi legge Marx a Soho può chiedersi quanto sia storicamente accurato. I principali avvenimenti della vita di Marx e della storia della sua epoca sono fondamentalmente veri: il suo matrimonio con Jenny, il suo esilio a Londra, la morte di tre dei suoi bambini. Sono veri i conflitti politici del suo tempo: La lotta dell’Irlanda contro l’Inghilterra, le rivoluzioni del 1848 in Europa, il movimento comunista, la Comune di Parigi. I personaggi principali di cui parla sono reali: i membri della sua famiglia, il suo amico Engels, il suo rivale Bakunin. Il dialogo è inventato, ma ho cercato di mantenermi fedele alla personalità e al pensiero dei diversi personaggi, anche se posso essermi preso qualche libertà nell’immaginare i conflitti ideologici con Jenny e Eleanor. In qualche caso, come nella sua descrizione di Napoleone III; uso le parole dello stesso Marx.

La mia speranza è che Marx a Soho sia utile per capire non solo il suo tempo e il posto che Marx vi occupava, ma il nostro tempo e il posto che vi occupiamo noi.

(Howard Zinn)

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Pubblicato il 15/3/2011 alle 19.55 nella rubrica Riflettendo su ....

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