Blog: http://Notes-bloc.ilcannocchiale.it

"...cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico..."

Omar Calabrese: Dieci parole che hanno confuso l’Italia

 

05/03/2011 15:37 | POLITICA - ITALIA


 

Dal sito Il lavoro culturale, pubblichiamo questo articolo, già edito nel testo curato da Federico Montanari Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010.

Molti hanno osservato, recentemente, che da circa quindici anni il linguaggio della politica italiana si è decisamente trasformato. Una volta esistevano una voluta oscurità e una ambiguità generalizzata, utile al puro effetto di presenza sulla scena pubblica da parte degli uomini politici, all’occultamento del significato per gli ascoltatori e i lettori, e alla possibilità di volgere il senso delle parole secondo le tattiche dell’occasione [1]. Italo Calvino, ad esempio, scriveva nel 1965: “Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono pensano parlano nell’antilingua” [2].

Il fenomeno era, d’altra parte, conosciuto in tutto il mondo, e aveva dato luogo, fin dagli anni Trenta (soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra) a un movimento per un corretto uso del linguaggio nell’amministrazione della cosa pubblica, detto comunemente plain language, che ha ottenuto molti successi a partire da Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill, fino a Bill Clinton [3]. Esiste anche una vasta letteratura teorica sull’argomento, legata soprattutto alla “semantica generale” (da non confondersi con la “semantica” propriamente detta) di Alfred Korzybski, Samuel Ichiye Hayakawa e Stuart Chase [4]. Gli autori appena citati si applicavano, per l’appunto, all’analisi degli usi distorti del linguaggio politico, economico e amministrativo, nel quale rinvenivano degenerazioni tali da richiedere, come dirà poi Gregory Bateson, un’”ecologia della mente” [5]. Si veda, ad esempio, questo passo di Hayakawa sugli scopi delle sue ricerche: “The original version of this book, Language in Action, published in 1941, was in many respects a response to the dangers of propaganda, especially as exemplified in Adolf Hitler’s success in persuading millions to share his maniacal and destructive views. It was the writer’s conviction then, as it remains now, that everyone needs to have a habitually critical attitude towards language — his own as well as that of others — both for the sake of his personal well-being and for his adequate functioning as a citizen. Hitler is gone, but if the majority of our fellow-citizens are more susceptible to the slogans of fear and race hatred than to those of peaceful accommodation and mutual respect among human beings, our political liberties remain at the mercy of any eloquent and unscrupulous demagogue”. Non siamo troppo lontani dal concetto di “guerriglia semiologica” predicato da Umberto Eco negli anni Sessanta/Settanta, che doveva consistere nell’uso liberatorio e alternativo dell’analisi semiotica dei testi, capace di smascherare i trucchi persuasivi nascosti nelle parole del potere.

Il linguaggio politico italiano, si diceva, oggi è decisamente cambiato. All’oscurità di un tempo si è sostituita una apparente chiarezza e semplicità, e uno stile diretto e molto aggressivo. Ciò dipende dal fatto che la politica ha assunto come palcoscenico i media, e la televisione in testa a tutti. Ha assorbito, pertanto, le modalità essenziali della comunicazione attraverso il piccolo schermo, e soprattutto quelle che trasformano la discussione politica in discorso polemico, scontro, duello [6]. Tuttavia, negli ultimi tempi il mutamento ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo la fase iniziale che andava alla ricerca di modi anti-convenzionali, e creava i suoi effetti a partire da atteggiamenti come la sfida, la denigrazione o la seduzione nei confronti dell’avversario, sembra oggi che sia in atto un vero e proprio lavoro di anestesia sul linguaggio, orientato a far smarrire il significato proprio delle parole e delle frasi ritenute più tipiche nella tradizione ideale dei competitori, disorientando così il sistema di valori che ne sta alla base. In questo testo, prenderò come esempi dieci parole o sintagmi sui quali l’operazione è particolarmente evidente, e cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico (quello dizionariale, ma anche quello enciclopedico, cioè non soltanto ciò che pertiene alla semantica lessicale, ma anche alla stratificazione storico-culturale delle parole), in modo da farlo divenire solo e soltanto adesione immediata alle persone e non più alle idee. L’analisi che segue sarà suddivisa in due parti. La prima riguarda il vocabolario della politica, e vedremo come l’operazione appena accennata si svolga sui termini di vecchia e nuova tradizione ideologica, sostanzialmente neutralizzandoli, usandoli come antidoto alla loro eventuale capacità di simbolizzazione, oppure deviandoli ed espropriandoli dai sistemi di valori di loro appartenenza. La seconda, invece, mostra come il medesimo risultato sia raggiungibile anche manipolando la lingua standard, per ottenere risultati di anestesia o eccitazione polemica del discorso politico nel quale sono utilizzati.


A. Neutralizzazione, antidoto, deviazione, esproprio

1. Giustizialismo

La parola, nel Dizionario come nell’Enciclopedia, ha la seguente definizione: “aderente all’ideologia alla quale si ispirò in Argentina il presidente Juan Domingo Peròn, e che sviluppò una politica di ‘giustizia sociale’, fondata sul legame fra interessi dei lavoratori e del capitale”. Il termine è, insomma, originariamente associato al Partito Giustizialista, espressione del movimento politico dei descamisados, fondato da Perón alla fine degli anni anni Quaranta del XX secolo. Non a caso, nei paesi ispanofoni, l’accezione del termine oggi più comune in Italia (che potremmo definire come “partito dei giudici”) è indicata come judicialismo.

In Italia la parola fu introdotta per la prima volta negli anni Ottanta, nell’ambito di alcuni processi per mafia, per indicare il protagonismo dei giudizi (ovviamente da parte degli imputati). Oggi è utilizzata per indicare, in tono generalmente spregiativo, il presunto abuso di potere, da parte dell’ordine giudiziario e in particolare degli organi della pubblica accusa, ai fini di dissolvere il quadro politico esistente. Spesso chi utilizza il termine in tale senso lo contrappone a garantismo, che invece è un principio fondamentale del sistema giuridico: le garanzie processuali e la presunzione di non colpevolezza hanno un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza di esercizio e pubblicità dell’azione penale. Generalmente, gli utilizzatori del termine prendono posizioni nette anche contro i media che si occupano di casi giudiziari legati a politici (in quello che definiscono talvolta “processo mediatico”): sono ad esempio decisamente contrari a che siano pubblicate le notizie riguardanti gli avvisi di garanzia, nonché le intercettazioni telefoniche, in particolare per i processi in corso. L’improprio utilizzo del termine fu sottolineato da Francesco Saverio Borrelli nel suo ultimo intervento pubblico in toga, quello di inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano nel 2002.

Ecco, invece, il modo tipico di Berlusconi di utilizzare la parola con ulteriori accenti ideologici: “Reagiremo contro i golpisti giustizialisti. Fermare i golpisti giustizialisti, i magistrati politicizzati che vogliono scegliersi i governi che preferiscono, impedire che dopo la caduta di Craxi, e del primo governo Berlusconi si consumi per la terza volta un furto di sovranità […] un’opinione pubblica montata sugli scudi del gruppo editoriale debenedettiano e dei suoi amici per aprire a colpi d’ariete la porta alla reazione giustizialista, per distruggere la sovranità del Parlamento e instaurare la Repubblica delle procure. Nei mesi successivi questo e non altro accadde in Italia. […] Bisogna alzare il tono della nostra democrazia, bloccare il nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza volta un furto di sovranità. Ripristinando subito le immunità violate, battendosi per la libertà e la decenza” [7].

Le associazioni sono chiarissime: gli attributi del giustizialismo sono “golpe”, “furto di sovranità”, “reazione”, “ordito”, “violazione”. Ma come può funzionare un tale slittamento semantico? A mio avviso, per assonanza fra “giudice” e “giustiziere”, ovvero il boia, alcune delle cui proprietà sono fatte slittare sul versante dei magistrati.

2. Radicale

Ecco, questa volta, una definizione tratta dall’Enciclopedia: “Radicale: versione intransigente e massimalista del liberalismo, particolarmente sensibile alla laicità dello Stato” per estensione: “che sostiene ogni profonda trasformazione politica e sociale”. Che cosa succede, invece, nel nuovo linguaggio politico? Che la congiunzione di “radicale” e di “sinistra” dà luogo all’espressione sinistra radicale, che diventa una contestata poli-rematica in uso dal 2003, sulla falsariga del termine americano moderno radical, indicante una categoria politica riferita all’area parlamentare più estrema della sinistra, spesso con riferimenti alle correnti ideologiche che affondano le loro radici nel marxismo. Il termine introduce una notevole confusione fra estrema sinistra e movimenti e partiti dell’area radicale. Anche qui sono dunque accaduti degli slittamenti semantici, orientati soprattutto a mettere in evidenza (negativamente) le componenti ideologiche essenziali delle formazioni che vi si riconducono, nascondendo però le loro specificità originarie.

Ricostruire il contenuto storico del termine può essere a questo punto utile. Se restiamo alle denominazioni tradizionali, la parola radicale nasce nel XVIII secolo per indicare quei partiti che esprimono favore o cercano di indurre riforme politiche senza compromessi, inclusi cambiamenti dell’ordine sociale di maggiore o minore portata. Durante il XIX secolo iniziò a essere impiegato il termine sinistra radicale in area anglosassone per raggruppare quelle formazioni politiche liberali progressiste che si distinguevano dai liberisti classici, e che avevano posizioni simili a quelle ora tenute da molti partiti di centro. Proprio per questo radicale è un aggettivo ancora oggi presente in Europa nel nome di molti partiti che non equivalgono affatto a quelli designati con questo lessema attualmente in Italia. Non a caso si legge sul sito del Partito Radicale: “ci imbrogliano pure sul termine radicale”). Il primo uso distorto del sintagma appartiene a Walter Veltroni in una intervista concessa a Beppe Severgnini e pubblicata sulla rivista “Prospect”: “La sinistra dura va liquidata? E il numero due dell’Ulivo: ‘Io penso di sì . La sinistra ha una doppia anima: un’anima di testimonianza e un’anima di governo. In Italia ha prevalso la prima. La radicalità di questa sinistra non è la sana radicalità di chi vuole applicare dei principi ad un’azione di governo: è radicalità fine a se stessa. Rompere con questa sinistra è condizione necessaria per essere credibili come forza di governo. Ogni concessione, ogni tentazione di indulgere alle sollecitazioni del passato è sbagliata’”.

In questo caso, la desemantizzazione è abbastanza sottile. Consiste nel trascurar e mettere fra parentesi la componente liberale classica, e nel conservare invece il senso presente nell’italiano standard, che limita il contenuto a “estremista, drastico, intransigente”. Dunque: per definizione non disponibile al dialogo, che, per i critici, è una componente essenziale dei progressisti democratici, o, dall’altro lato, dei moderati. Quel che accade, dunque, è la cancellazione della tradizione storica dell’espressione, eseguita facendo divenire il sintagma un sintagma bloccato [8], con la conseguente perdita di memoria del sostantivo e dei suoi attributi connessi.

3. Moderato

Secondo il Dizionario, significa: “fautore di idee politiche aliene da estremismi”. Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, alla voce centrismo, indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, “… la posizione intermedia per antonomasia: non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi in medio est virtus, per gli oppositori esterni, centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo, e così via”. Recentemente, Berlusconi ha iniziato a impiegare la parola in maniera sistematica per evitare di pronunciare le parole “destra” e “centro-destra”, che non a caso non appartengono al suo linguaggio. In questa maniera, il vocabolo – finora patrimonio delle tendenze appunto centriste (cattoliche o liberal-democratiche) – ha finito per attribuire un contenuto centrista positivo alla coalizione di governo del centrodestra, che invece è formata anche da gruppi appartenenti all’estrema destra italiana, e che nei suoi programmi propone numerose proposte di carattere reazionario. Ma anche a sinistra si è tentato di introdurre il termine nel quadro ideale di cattolici e socialisti (o ex-comunisti) uniti nel centrosinistra. Con critiche talora molto pesanti. Si legga, ad esempio, qualche passaggio di una lettera di Ivan Della Mea a Fausto Bertinotti

“Bene che vada, io vedo, in prospettiva, le magnifiche sorti e progressive della sinistra intruppate in un centro moderato, giustappunto di sinistra-sinistra, virilmente contrapposto e altalenante con un centro moderato di destra: tutto questo, mi si insegna oggi, è e fa democrazia; sarà, ma io la vedo piatta, omologata e omologante e tutta dentro la banda delle benpensanti compatibilità” [9]. La critica, come si vede, tocca precisamente la questione del “centro moderato”, che Della Mea prova a riportare nell’universo semantico della parola chiave “benpensanti”, e non in quello del “riformismo”. L’uso di moderato è una chiara attenuazione della componente reazionaria potenzialmente presente nella tradizionale articolazione del concetto di destra, e serve ad accentuare l’aspetto della mediazione, della razionalità e della misura che appartengono piuttosto all’idea di centro.

4. Riformista

Secondo il Dizionario è “chi vuole modificare con riforme e metodi legali l’assetto sociale e la struttura dello Stato; nell’ambito delle teorie socialiste, si contrappone a massimalista; est., sinonimo di socialdemocratico”.

Il riformismo, insomma, è un modo per far evolvere gli ordinamenti politici e sociali mediante l’attuazione di riforme graduali e progressive. In questo senso, riformismo contrasta con rivoluzione. Predica l’uso di metodi democratici, in contrapposizione a quelli autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni. Dal punto di vista storico, in effetti, il termine riformismo nacque per distinguere all’interno del movimento socialista coloro che sostenevano riforme graduali anziché la rivoluzione propugnata dai massimalisti (vale la pena rammentare che il programma di Marx ne Il Capitale contiene due varianti, quella appunto “massima” della presa del potere violenta e quella “minima” che si ottiene attraverso il consenso elettorale e l’alleanza fra le classi). Più tardi, è diventato sinonimo di socialdemocrazia. A partire dagli anni Ottanta, però, essere riformisti ha avuto piuttosto il significato di proporre riforme graduali di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali hanno cominciato a dichiararsi sostenitori di riforme radicali (orientate alla restaurazione). Riformismo è così divenuto parola utilizzata anche a destra, con la conseguenza di neutralizzare un elemento ideale di sinistra, far apparire quest’ultima come conservatrice oppure come estremista. Alcuni hanno pertanto proposto di usare il termine riformatore per la destra e riformista per la sinistra. Non a caso in Europa e negli Stati Uniti spesso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti riformisti, rispetto ai liberisti e ai democristiani, tanto da portare a certe convergenze con la socialdemocrazia. In Italia l’equivoco è corrente. Si leggano alcune frasi tratte da un’intervista a Pier Ferdinando Casini apparsa sul “Corriere della Sera” nel 2009: “L’ex presidente della Camera: ‘noi con la sinistra riformista? Future alleanze, ma transitorie’”. A D’Alema Casini risponde non solo che l’appoggio al governo Prodi è impensabile (‘combatto la sinistra radicale anche perché favorisce il populismo radicale di destra’), ma che pure la prospettiva di un accordo con la sinistra riformista, se non impossibile, è di là da venire. L’idea di Casini è che popolari europei e socialisti europei sono alternativi, e possono convivere solo in determinate contingenze. Come in Germania, dove saggiamente la sinistra riformista governa con i cattolici anziché con Verdi e comunisti, o come in Austria”. Come si vede, si tratta di un caso nel quale riformista e radicale sono diversi, ma comunque orientati nella medesima direzione, e l’unica prospettiva esistente è l’alleanza occasionale e variabile con il centro. Ma in molti discorsi di esponenti del centrodestra (ad esempio Tremonti e Gelmini) il riformismo viene indicato come una qualità essenziale del rinnovamento proposto dal Popolo delle Libertà. In questo modo, l’equivoco sul reale contenuto delle riforme proposte è assai produttivo, perché ancora una volta neutralizza un orientamento politico tradizionale.

5. Federalismo/decentramento

Secondo l’Enciclopedia si tratta di “dottrina politica che propugna la federazione di più stati o la costituzione in federazione di uno stato precedente”; nasce con l’illuminismo (Rousseau, Montesquieu, Kant) e si realizza per la prima volta nella Costituzione americana (1787) e poi in Svizzera (1803); il federalismo italiano dell’800 predicava l’unità d’Italia come federazione di stati con a capo il Papa (Gioberti, Balbo, D’Azeglio), come federazione repubblicana (Cattaneo e Ferrari); è esistito anche un federalismo europeo (Spinelli, Spaak, De Gasperi, Schuman, Adenauer) negli anni Sessanta e Settanta in Italia ha coinciso con la battaglia per il decentramento regionale, con la denominazione di regionalismo”.

Con il termine federalismo si intende dunque un corpo di autonomie locali che sono raggruppate poi in uno stato rappresentativo con un unico governo e un’assemblea generale o parlamentare. Si tratta di una dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e unità politiche di sottogoverno I due livelli sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. La teoria federalista implica un sistema costituzionale robusto e pluralista, che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale.

In Italia, dopo la Liberazione, la nuova Costituzione repubblicana restituì dignità alle autonomie locali cancellate dal fascismo e istituì le Regioni (anche se videro la luce solamente nel 1970) quali enti autonomi dotati di poteri legislativi. e amministrativi.

Il federalismo è divenuto oggi una parola di “proprietà” politica, e cioè della Lega Nord. Consiste nel predicare una autonomia di “stati” indipendenti molto più solida di quella regionale e viene fortemente associato alla questione della spesa pubblica derivante dai proventi fiscali. Perciò si accompagna a un’altra parola-chiave, e cioè devoluzione. Il termine devoluzione è un anglicismo (da devolution), tendente a soppiantare il termine italiano decentramento, utilizzato nella Costituzione italiana, ma sempre di meno sia nel linguaggio politico che in quello giornalistico. Nel diritto costituzionale, devoluzione o decentramento sono sinonimi e indicano il trasferimento delle competenze e dei poteri dalla sede del governo centrale verso le sedi dei governi locali o periferici. La costituzione italiana prevede come sedi del governo locale le regioni, le province e i comuni, e prevede un principio di sussidiarietà tra di loro. Il termine, in ultima analisi, viene utilizzato impropriamente, visto che in Italia il decentramento esiste già, sancito dalla Costituzione o da sue puntuali riforme, come quella della fine degli anni Sessanta. Il senso idiolettale (leghista) stretto della parola è testimoniata da queste frasi, utilizzate per presentare una rivista “federalista” a Milano nel 1994, e che può essere considerato come il nucleo di partenza di quel movimento (ancorché il concetto lanciato dalla Lega Nord fosse molto precedente):

“Oggi viene presentata una rivista che riunisce studiosi di varie tendenze per dibattere il tema caro a Cattaneo. Se Umberto Bossi, nella fretta di correre all’abbraccio con Berlusconi, lascia cadere lo stendardo del federalismo, in Padania c’è qualcuno che è pronto a raccoglierlo, quanto meno come istanza culturale. Stasera, all’Hotel Duomo di Milano, si festeggia la nascita di una nuova rivista, “Federalismo e Società” […] Vogliamo dare vita a una specie di foyer […] dove si possa discutere di Stato federale, di neoregionalismo e dei problemi connessi, senza pregiudizi ideologici o di parte. Perché nell’Italia della Seconda Repubblica e nell’Europa del dopo Maastricht il federalismo è diventato un argomento cruciale” [10].

Va rilevato, in questo caso, che vi sono stati tentativi di impedire che federalismo indicasse una appartenenza esclusiva di partito (vedi le posizioni di Massimo Cacciari o di Gian Enrico Rusconi fra i molti altri).

6. Società civile

Il sintagma non è registrato dal Dizionario, ma solo dall’Enciclopedia: “nel giusnaturalismo e Kant: il contrario di ‘società naturale’, cioè ‘società politica’ organizzata dai cittadini; Hobbes, Locke e Rousseau: società civilizzata vs. primitiva o selvaggia; Hegel: parte dell’eticità (famiglia, società civile, Stato), preliminare alle leggi; Marx: sinonimo di società borghese; Gramsci: le relazioni economiche fra individui e la negoziazione del potere reale rispetto a quello legale; Bobbio: passo indietro per la soluzione delle crisi della società politica e del potere legale”

Si tratta, in ultima analisi, di un sintagma di origine filosofica, che, soprattutto nella più recente versione di Bobbio, significa semplicemente un passo indietro della politica organizzata nei modi tradizionali, per ripensare la partecipazione dei cittadini e la riformulazione dei programmi. È entrata a far parte del dibattito politico dopo il 1996, nell’ambito del processo che portò alla creazione dell’Ulivo, cioè dell’alleanza di centrosinistra che vinse le elezioni politiche di quell’anno. Inizialmente, la si intesa in senso più o meno proprio, e cioè come richiamo partecipativo. Non a caso il programma elettorale di Prodi fu costruito con il contributo di persone non provenienti dalla carriera politica. Subito dopo, tuttavia, si è assistito a uno slittamento progressivo, fino a raggiungere i significato – assai banalizzato – di “politico non professionista”, o “proveniente dal mondo del lavoro e della produzione”. La neutralizzazione del valore iniziale ha prodotto due immediate conseguenze. Da parte dei fautori della società civile ci si è impegnati nella ideazione di movimenti di vario genere, con una mentalità fortemente anti-partito o addirittura anti-politica. Da parte dei critici, invece, si è cominciato a indicare gli appartenenti alla società civile come nuovi concorrenti della classe dirigente tradizionale, spesso non dotati dell’esperienza, della credibilità e della legittimazione date appunto dai partiti di vecchio tipo. Si legga, ad esempio, questo passo di una intervista a Massimo D’Alema: “Oggi le forme di partecipazione politica su cui sono cresciute le ultime generazioni non esistono più, c’è un effetto di disillusione. Ma la nuova politica è qualcosa che ha uno scarso fondamento culturale ed etico: sono costruzioni precarie, e vanno tutte nella direzione di sostituire la politica con la società civile. E questo non va bene? La società civile è mediamente peggio della politica, perché è portatrice di interessi molto forti, molto individuali, se non illegittimi a volte feroci, se così li posso definire” [11]. Si noterà come, ancora una volta, si opera uno slittamento di significato, tendente ad attribuire a società civile il senso di organizzazioni variabili (“precarie”) e frutto di interessi (“individuali”, “illegittimi”, “feroci”).


B. Anestesia ed eccitazione

7. Casta

Una casta è, nel Dizionario, “ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati fra loro, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione; est., gruppo di persone che hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti”. Nell’Enciclopedia, invece, il concetto di casta si riferisce originariamente alla società indiana, ed è utilizzato per estensione anche in altri contesti ed in senso improprio anche per riferirsi a qualsiasi gruppo sociale chiuso, anche in società che non sono ufficialmente divise in caste.

La casta in Italia. La diffusione di una versione oggi strettamente politica del lessema dipende dall’omonimo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, che a sua volta prende spunto da una frase di Walter Veltroni: “Quando i partiti si fanno caste di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi e affronta nei vari capitoli i diversi aspetti della politica, mettendo in luce gli sprechi, gli scandali e i privilegi ingiustificati”. L’uscita del volume nel 2007 e il suo straordinario successo hanno aperto un acceso dibattito in tutt’Italia su come tamponare le situazioni paradossali descritte nel volume. Alcuni sostengono che l’inchiesta sia diventata una sorta di manifesto del movimento dell’anti-politica, tanto che sono usciti anche altri libri che riprendono gli stessi contenuti (ad esempio Impuniti di Antonello Caporale). Inoltre i due autori hanno scritto un secondo libro che è un ideale seguito del primo best-seller: La deriva, dedicato stavolta alle contraddizioni del sistema Italia, e con un capitolo che riprende i contenuti de La casta. Possono considerarsi una continuazione ideale due saggi di Stefano Livadiotti, L’altra casta. L’inchiesta sul sindacato del 2008, e Magistrati. L’ultracasta del 2009. Ma, ecco, assistiamo nuovamente a ulteriori slittamenti semantici.

Leggiamo dall’articolo di Piero Ostellino comparso dopo l’uscita del libro. “Siamo un popolo di sudditi e non di cittadini. Così la Casta sopravviverà. Non riusciamo a tradurre le reazioni a sprechi e privilegi né in azione né in pensiero politico. Dalle reazioni di molti lettori […] viene fuori un deprimente spaccato di chi siamo. Antropologicamente, siamo un popolo di sudditi, non di cittadini. Non siamo neppure capaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico. Chiacchieroni di uno scompartimento ferroviario, esauriamo la nostra protesta nella retorica populista e nell’ anti-politica qualunquista. Ha letto La Casta? Ha visto quanto guadagna un sindaco? Se penso a mio figlio che fa l’impiegato all’Enel e non ce la fa ad arrivare a fine mese… Lo sa che il Quirinale costa quattro volte Buckingham Palace? Ma, poi, nessuno sembra capire che – quale che sia il governo in carica – la fonte degli sprechi, delle inefficienze, dei privilegi è lo Stato interventista e invasivo; sono la burocrazia pletorica e costosa; il parassitismo diffuso e protetto. Nessuno sembra capire che, ai vertici dello Stato predatore, un’oligarchia vorace e irresponsabile (la Casta) rastrella più ricchezza che può dalla popolazione per redistribuirla a se stessa e ai propri clienti” [12].

Una casta, insomma, è sostanzialmente un gruppo di potere orientato al rastrellamento del denaro attraverso la politica, e l’uso del termine accresce la denigrazione verso i suoi presunti appartenenti.

8. Escort

Sorpresa: non esiste in italiano! In inglese significa: “scorta (armata) a cose e persone; accompagnatore di persone, per protezione o cortesia, durante viaggi o visite” .

Ecco il primo riferimento della parola escort a prostituta nel lontano 1987 “Due fra le più note riviste per soli uomini (o uomini soli) che si contendono a suon di milioni di dollari Fawn Hall, l’ormai celebre segretaria della Casa Bianca coinvolta nello scandalo Irangate, rimarranno deluse. [...] Per il momento la Hall rimane molto irritata, soprattutto per il fatto che una rivista sugli escort service (i servizi di dame di compagnia per uomini soli) ha pubblicato una sua foto in copertina” [13].

Ed ecco invece il primo articolo caso Berlusconi-escort nel 2009: “Cinque ragazze già ascoltate dagli investigatori. L’accusa precisa di una di loro: ‘Mi hanno pagata per passare due notti a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi’. E un fascicolo della magistratura con un’accusa chiara: induzione alla prostituzione. La procura di Bari sta indagando su un presunto giro di prostitute che, partendo dalla Puglia e non solo, avrebbero partecipato alle feste organizzate dal premier a Palazzo Grazioli e Villa Certosa. Berlusconi non è indagato e rimanda al mittente tutte le accuse indirette: È solo spazzatura tuona da L’Aquila. È sotto indagine, però, un giovane imprenditore di sua conoscenza, Gianpaolo Tarantini, classe 1975, barese di nascita ma ormai romano d’adozione. L’uomo avrebbe conosciuto Berlusconi in Sardegna lo scorso anno quando ha affittato una casa a pochi passi da Villa Certosa […] Tarantini avrebbe contattato molte donne, spesso escort, perché partecipassero alle feste di Berlusconi […]” [14].

Si tratta, in apparenza, quasi di una forma di autocensura – che oggi sarebbe decisamente rara – nel linguaggio di cronaca. Piuttosto, si può pensare all’ennesimo slittamento semantico: si mantiene, sì, l’idea della prostituzione contenuta potenzialmente nella parola, ma si suggerisce anche l’idea del lusso e dell’“alto bordo” delle ragazze reclutate a pagamento, suggerendo così il concetto di una organizzazione sociale delle classi dirigenti dotate di risorse economiche. Escort, insomma, nasconde un’ideologia di classe, che rende politicamente più efficace l’uso del termine.

9. Barone

Dal Dizionario: “fig., Chi esercita e amministra un grande potere economico; chi, in un ambiente professionale, è fornito di un certo potere e autorità e ne dispone con abuso e senza controllo, per tornaconto personale”. A dire la verità, l’utilizzo politico di barone risale ai movimenti del ’68, quando così veniva definito un professore ordinario capace di determinare le scelte sociali dell’Università. Successivamente, è stato esteso agli ambienti della medicina ospedaliera (spesso anche loro universitari), e oggi è diventato onnicomprensivo. Al punto che qualunque professore, ma anche qualunque dirigente amministrativo, è un barone. La conseguenza è quella di associare questa terminologia con un presunto sistema di privilegi esistente nelle organizzazioni sociali pubbliche, soprattutto nella scuola e nelle amministrazioni. Si vedano alcuni esempi:

“Quando il barone è a mezzo servizio. Non è la prima volta che la magistratura punta gli occhi e tira le reti sull’assenteismo dei medici. Dalle deplorazioni, dalle sospensioni si è passati alle manette. L’uomo della strada ne trae la sensazione di un abissale degrado della deontologia […] È ottimista sulla correttezza della categoria Alessandro Pellegrini, primario del “Centro cardiochirurgico De Gasperis” di Niguarda: ‘Non intendo fare difese corporative. Ma, per quel che conosco, per la realtà milanese, penso non si possa parlare di un degrado della deontologia medica. Magari, ci sarà qualche pecora nera. Ma dove non ci sono? Qualcuno contesta la concezione del chirurgo a orario, del medico burocratizzato e si richiama all’autonomia morale. Ecco la nostra ricetta per eliminare i baroni’” [15].

Ed ecco alcuni passi concernenti le proposte studentesche avanzate dall’Onda: “Abolire le due fasce di docenza, associati e ordinari, unificandole, per combattere i concorsi pilotati dai baroni […] Un altro dei punti è il finanziamento diretto dei gruppi di ricerca, senza passare per i docenti” [16].

Infine, un commento di Mario Pirani alla prossima riforma Gelmini: “Non ho dubbi sulla buona volontà del ministro, meno certo sono sulle sue possibilità di superare le ostilità trasversali delle varie consorterie accademiche e di partito che si frappongono alle misure più significative da lei annunciate e sempre rinviate. Già in una precedente rubrica ho segnalato i trabocchetti predisposti […] Mi scrive, ad esempio, una ricercatrice di Storia moderna sulla questione centrale del concorso unico nazionale che dovrebbe tagliare l’erba sotto i piedi al clientelismo localistico e alle parentopoli, oggi imperanti: ‘Si continuerà ad andare avanti in virtù di accordi e spartizioni tra ordinari (qui il mio, lì il tuo, oggi il mio, domani il tuo etc.). Tutto questo non è il prodotto della mente del ministro, ma dei suoi consulenti e dello stesso Cun, cioè di coloro che da sempre governano l’università e provocato le storture’. Un ordinario di Letteratura italiana contemporanea, intervenendo anche lui sulla questione decisiva dei concorsi, invece, afferma che: ‘…Se ne deduce che per qualche Ateneo sarebbe forse conveniente sul piano finanziario sostituire gradualmente una certa percentuale di vecchi baroni con contrattisti, scelti in piena discrezionalità (tra giornalisti, personaggi della tv e dello spettacolo, esponenti del mondo dell’impresa e delle professioni, o anche politici di secondo rango)’” [17].

10. Questo/a

L’ultimo vocabolo che testimonia dell’uso anestetico o eccitativo del linguaggio politico è piuttosto sorprendente. Si tratta, infatti, del deittico questo/a. Ecco la definizione del Dizionario: “persona o cosa vicina nello spazio o nel tempo a chi parla; intensivo: questo schifo di musica, questa benedetta pioggia”. Come si vede, è previsto dall’italiano l’uso intensivo dell’aggettivo, ma di solito deve essere accompagnato da un altro termine che ne stabilisce l’isotopia euforica o disforica, e consente il suo rafforzamento. In politica, tutto ciò è omesso, dato per scontato, e l’intensità determina ragionamenti impliciti spesso abbastanza paradossali. Si leggano questi quattro esempi:

“Centomila in Piazza del Duomo per la protesta del Polo. Record di applausi per Fini quando attacca il capo dello Stato Berlusconi: questa sinistra è un regime. È un sistema felpato, in guanti bianchi, non porta i carri armati, ma pretende subalternità” [18]. Come si vede, “questa sinistra” è denigrativo – e va bene -, ma presuppone inferenze curiose. Ad esempio, che se la sinistra fosse un’altra non dovremmo parlare di “regime”. Pertanto, la colpevolizzazione degli opponenti è raddoppiata, e trasforma in vittima giustificata i protagonisti dello schieramento alternativo.

“È strano e curioso che una frazione della sinistra si sia tirata addosso la responsabilità, anche con una certa dose di primitiva ingenuità, di aver fatto cadere questo governo – attacca il vicepremier . Allora io vi dico una cosa da vecchio: non serve il Partito Democratico per capirlo. Che questa sinistra non va bene ce lo ha insegnato già il Pci, questa sinistra non serve al Paese. Quale sinistra? Quella dei dissidenti, delle ‘piccole schegge’, di chi ‘si è sottratto al mandato degli elettori’” [19]. Le parole di Veltroni ripetono, a sinistra, il medesimo schema di Berlusconi. “Questa sinistra” denuncia la contraddizione di “frazioni” interne, riprendendo, senza dirlo, il vecchio slogan di Lenin su “l’estremismo, malattia infantile del comunismo”. E infatti le qualificazioni (“primitiva ingenuità”, “piccole schegge”, che lascia intendere “impazzite”) sono assolutamente evidenti.

“Prodi: questa maggioranza non ha alternative se realizza il programma” [20]. Ci troviamo nel caso assolutamente opposto. Si legittima una maggioranza come unica possibile. Ma, ancora una volta, l’aggiunta “se realizza il programma” introduce ambiguità, perché alimenta l’idea o la minaccia di nuove alleanze laddove il programma invece non sia eseguito.

“Sulle intenzioni di questo governo nella lotta all’evasione fanno testo lo smantellamento di un insieme di importanti provvedimenti di prevenzione dell’evasione e la riduzione delle sanzioni in caso di mancato o ritardato pagamento delle imposte” [21]. Siamo dinanzi all’uso complementare da parte del centrodestra della medesima accezione euforizzante, attribuita come nel caso precedente, a “questo governo”.


C. Piccola conclusione come proposta introduttiva

Abbiamo dunque visto, per grandi linee, i due tipi di strategia discorsiva messi in atto nell’attuale linguaggio politico, con una prevalente sistematicità da parte della destra. Il primo consiste non solo nell’elaborazione di un uso linguistico (stile comunicativo, idioletti e socioletti di appartenenza) fondato sulla neutralizzazione semantica e sull’eventuale riformulazione dei significati lessematici, ma anche nello spostamento di intere porzioni del sapere comune, che sono anestetizzate, spostate, deviate. Nel secondo caso, invece, ci troviamo dinanzi a un lavoro stilistico ancor più sottile [22], che tende a costruire una dimensione passionale del discorso, disforizzandolo o euforizzandolo a seconda della bisogna. Questa seconda tendenza si appoggia fortemente sui media, che per natura la seguono costantemente.

Quel che ne deriva è che il discorso politico, oggi, produce forme di manipolazione degli utenti di grandissima efficacia, basate sostanzialmente sull’abbassamento delle consapevolezze linguistiche e culturali della popolazione. A mio avviso, l’unico progetto che rimane a coloro che ancora tengano alla cultura come visione critica dei fenomeni che ci circondano è quello di lavorare sull’analisi e sullo smascheramento. Insomma, se mi si contente una citazione marxiana fuori tempo e fuori moda: “la rivoluzione non c’è stata; bisogna ancora leggere molto”.

Note
[1] Io stesso mi sono cimentato nel 1992, con Stefano Magistretti e Anna Maria Testa, nella produzione di un documentario non ufficiale sul “vuoto spinto” del linguaggio politico, che fu utilizzato dal Pci per la campagna delle elezioni politiche di quell’anno.

[2] I. Calvino, L’antilingua, in Una pietra sopra, Einaudi, Torino, 1980, pp. 122-126.

[3] Vedi in proposito D. Fortis, Il dovere della chiarezza. Quando farsi capire dal cittadino è prescritto da una norma, in “Rivista italiana di comunicazione pubblica”, n. 25/2005, 2005 e Id., Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire, Quaderni del MdS, 2003.

[4] A. Korzybski, Science and Sanity, Institute of General Semantics, New York, 1933; S.I. Hayakawa, Language in Thought and Action, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego, 1949; S. Chase, The Tyranny of Words, Methuen, New York, 1938; Id., Power of Words, Harcourt, Brace & World, New York, 1953.

[5] G. Bateson, Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Co., Los Angeles, 1972.

[6] Vedi in proposito il mio Come nella boxe, Laterza, Roma-Bari, 1998.

[7] “Il Foglio”, 30 aprile 2003.

[8] Si intende con “sintagma bloccato” un’espressione immodificabile nella sintassi e nel significato delle sue componenti, che dunque si trasformano in lessema unico. L’esempio è “casa di campagna”, non trasformabile in “casa della campagna”. Ha coniato questa dizione Giacomo Devoto.

[9] “Corriere della Sera”, 30 marzo 1994.

[10] “Corriere della Sera”, 15 febbraio 1994.

[11] Dal sito www.massimodalema.it. La data è gennaio 2001.

[12] “Corriere della Sera”, 23 giugno 2007.

[13] “Repubblica”, 6 marzo 1987.

[14] “Repubblica”, 18 giugno 2009.

[15] “Repubblica”, 22 maggio 1984.

[16] “Repubblica”, 17 novembre 2008.

[17] “Repubblica”, 13 luglio 2009.

[18] “Corriere della Sera”, 4 maggio 1997.

[19] “Corriere della Sera”, 25 febbraio 2007.

[20] “Corriere della Sera”, 27 luglio 2006.

[21] “Repubblica”, 31 luglio 2009.

[22] Faccio riferimento allo stile secondo la formulazione che ne dette Charles Bally, Le Langage et la Vie, Atar, Genève, 1913, che parlava di “linguaggio in azione”, orientato alla produzione di sentimenti ed emozioni nel lettore/ascoltatore. Un suo esempio assai efficace è dato dalla frase “la mamma è sempre la mamma”, che è cognitivamente in apparenza tautologico, ma in verità si basa su una contraddizione (la frase giusta dovrebbe essere “la mamma è sempre una mamma”), che porta a caratterizzare sentimentalmente la maternità attraverso l’antonomasia.
www.controlacrisi.org

Pubblicato il 5/3/2011 alle 18.41 nella rubrica Riflettendo su ....

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web