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Un saggio su Gramsci e il Risorgimento di Raul Mordenti

ANTONIO GRAMSCI: IL RISORGIMENTO

 

20/02/2011 09:58 | CONOSCENZA - ITALIA
 
Il successo della lettura di un brano di Antonio Gramsci al festival di Sanremo ci ha suggerito l'idea di proporvi la lettura dei suoi scritti sul Risorgimento che potete scaricare on line: SCARICA

Già che ci siamo riproponiamo un saggio di Raul Mordenti apparso sul mensile SU LA TESTA nel maggio 2010


I COMUNISTI, GRAMSCI E IL RISORGIMENTO
di Raul Mordenti

1. Ci troviamo di fronte (e per molti del tutto inaspettatamente)alla crisi dell’unità nazionale e dello Stato-nazione; questo binomio è attaccato simultaneamente: “dall’alto”, per il prevalere dei meccanismi decisionali superstatuali (e dunque assolutamente a-democratici) propri della globalizzazione capitalistica e della dittatura delle banche che governano l’Europa dell’euro, e però anche “dal basso”, per il riemergere di tensioni localistiche, “comunitarie” e micro-scioviniste di difesa delle “piccole patrie” di cui la Lega Nord si è fatta interprete politica.
Non sfugge come i due processi siano in realtà uno solo, e che proprio in tale nesso paradossale con la globalizzazione capitalistica risieda la forza penetrativa della proposta della Lega fra le masse popolari, così che il Governo della destra si presenta, al tempo stesso, come concausa potente della crisi (perché garantisce in Italia i diktat del capitale finanziario globalizzato) e come pseudo-soluzione demagogica di essa.
Se questo è vero, la forza della Lega deve essere da noi valutata come in pericolosa ascesa (anzi a me sembra appena all’inizio delle sue capacità devastanti), perché essa si dimostra capace di legare coerentemente una proposta economico-sociale (l’accanita difesa dei più deboli fra i forti) con un immaginario securitario fortissimo e diffuso, nutrito dai profondi umori razzisti della feroce “brava gente” di questo infelice Paese.
Mutatis mutandis è questo razzismo “all’italiana” (cioè ipocritamente denegato ma profondo ed operante, cioè pronto a uccidere) la vera base di consenso anche delle formazioni neo-fasciste e neo-razziste fra la plebe delle periferie urbane, un consenso già oggi assai preoccupante che mi pare tuttavia destinato a crescere.
Con tutto ciò dovremo fare assai duramente i conti nel prossimo futuro. Il confine fra farsa e tragedia è infatti assai labile, e l’attuale comicità dei Borghezio, dei Gentilini e dei Fiore scomparirebbe in un attimo di fronte a una crisi economico-finanziaria dispiegata, cioè la proposta secessionista di tipo (pseudo-)etnico “sloveno” o “kossovaro” diventerebbe di colpo credibile e fortissima se l’Italia fosse direttamente investita da una crisi conclamata di tipo greco (o argentino), insomma da una crisi capace di annichilire in poche settimane, o in poche ore, sia i risparmi della piccola borghesia, sia il credito della piccola e media industria e sia milioni di posti di lavoro del proletariato vecchio e nuovo. Non credo che in una tale situazione di “si salvi chi può!” sarebbero la grande Banca Europea e i suoi agenti in Italia a difendere un minimo di convivenza civile fra indigeni e migranti e neppure l’unità statuale del Nord con il Sud d’Italia.

2. Per questo -e non solo per l’occasione banale del centocinquantesimo anniversario della conquista regia sabauda(1)- occorre che i comunisti rimettano oggi al centro della loro riflessione, e della loro azione politica, il tema dell’unità nazionale. Intendo dire che se, come sembra, dovremo noi comunisti difendere l’unità della Repubblica italiana, allora occorrerà chiarire bene (anzitutto a noi stessi):
a) cosa intendiamo per unità nazionale e
b) in cosa consistano per noi e per la nostra classe i valori positivi di tale unità. Sembra infatti evidente che non possiamo noi limitarci ad essere solo parte (e parte necessariamente subalterna) della difesa dell’unità nazionale condotta dall’arco di forze che va da Napolitano a Fini, passando per Draghi.
Quell’idea borghese e tradizionale di unità nazionale manca infatti di un tratto per noi assolutamente determinante, che consiste nel principio di inclusione nello Stato-nazione Italia delle masse popolari, e tanto più di quella frazione decisiva della nostra classe che è oggi la popolazione migrante, cioè i settori in continua crescita di proletariato non indigeno.

3. Come sempre quando si tratta di pensare originalmente eppure rigorosamente, il “ritorno a Gramsci” ci può aiutare. Come è noto, Gramsci analizza il Risorgimento nazionale trovando in esso le radici e le tracce di una debolezza storica della borghesia italiana e della sua rivoluzione mancata(2). La radicalità dell’analisi gramsciana fu in realtà assai meno condivisa nel Pci di quanto si potrebbe credere, per motivi che sarebbe troppo lungo analizzare in questa sede: limitiamoci a dire che la “destra” del Partito vedeva in quell’analisi una delegittimazione troppo drastica dello Stato borghese, e dunque il rischio di una posizione rivoluzionaria, mentre la “sinistra” del Partito leggeva in quella critica la riproposizone del paradigma dell’“arretratezza”, che poteva condurre alla subalternità nei confronti delle spinte innovatrici del neo-capitalismo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Negli uni come negli altri pesava inoltre una sorta di timidezza di fronte agli attacchi portati alla posizione di Gramsci dal liberale Rosario Romeo sul terreno propriamente storiografico, con l’argomentazione secondo cui il sacrificio del Sud era stato in effetti cosa buona e giusta essendo servito per una sorta di accumulazione primitiva interna, e dunque per il decollo del capitalismo italiano a Nord, il quale sarebbe stato invece impedito dalla diffusione a Sud di una piccola proprietà contadina di tipo “giacobino” rimpianta da Gramsci. Così, come spesso accadde anche per altre questioni cruciali, Gramsci fu nel Pci assai più citato che compreso e utilizzato. E prevalse fra i comunisti una linea “ossessivamente unitaria”, a cui forse non fu neppure estraneo il fatto che la serie dei segretari del Partito (Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer-Natta) fu tutta senza eccezioni fatta di compagni – per dir così – appartenenti all’ex Regno del Piemonte, una circostanza davvero singolare che forse contribuì alla vistosa incapacità dei comunisti italiani di cogliere i limiti permanenti dell’unità nazionale, soprattutto per ciò che riguardava il Sud d’Italia (e dunque alla strutturale debolezza del Pci in quelle parti del Paese).
Restò soprattutto largamente incompresa e inutilizzata la dura critica di Gramsci a proposito del ruolo svolto nel Risorgimento italiano dalle “classi colte”, cioè – in sostanza – a proposito del carattere retorico-letterario dell’unità nazionale italiana.

4. Scrive Gramsci: “Un’altra trivialità molto diffusa (..) è quella di ripetere in vari modi e forme che il moto nazionale si poté operare per merito delle classi colte. Dove sia il merito è difficile capire.
Merito di una classe colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua funzione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza intima.”
E giustamente Gramsci conclude l’analisi comparativa delle culture storiche italiana e francese a proposito della nazione: “Nazione-popolo e nazione-retorica si potrebbero dire le due tendenze.”
Altrove Gramsci parla del nesso Gioberti-Croce, cioè della funzione decisiva svolta per l’unità nazionale dall’impostazione giobertiana che consisteva, in buona sostanza, nel delineare un principio di identificazione nazionale che sarebbe consistito nella tradizione culturale, cioè in ultima analisi letteraria, della nazione italiana. In altre parole: questo popolo privo per secoli di libertà, di Stato, di esercito, di comunanza economica e sociale, di governo unitario, sarebbe stato tuttavia unito da sempre, e questo per la sua capacità di produrre una letteratura nazionale avant la lettre, insomma per il solo fatto di avere visto nascere nei suoi confini Dante, Petrarca, Boccaccio e via seguitando. Anzi, per un meccanismo di risarcimento ideologico (cioè rovesciato) che a noi oggi appare del tutto tipico dei poveretti, questa posizione sostiene che quanto più questo Paese è stato miserabile e schiavo, tanto più esso ha però esercitato un Primato “morale e civile” (cioè, ancora una volta: retorico-letterario) sul resto dell’Europa e del mondo, in quanto espressione organica e diretta prima dell’Impero romano e poi della Chiesa cattolica. Così il Giusti, citato ironicamente da Gramsci: “noi eravam grandi e là non eran nati”.
Queste idee giobertiane non furono solo di Gioberti; per venire ad un autore laico che fu importante anche per Gramsci, esse reggono anche – a ben vedere – tutta la grande costruzione ideologica della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis (1817-1883). Sarebbe difficile sopravalutare l’importanza che quel paradigma, continuamente riproposto fino ai nostri giorni in innumerevoli altre storie letterarie “ad uso dei Licei”, ebbe nelle nostre scuole e università e, insomma, il ruolo decisivo che quella costruzione ideologica giocò nel “fare gli italiani” (cosa assai più difficile e complicata, come si sa, che “fare l’Italia”). Secondo questa idea-forza, ripetuta ossessivamente e unanimemente dai nostri apparati culturali post-risorgimentali fino a diventare senso comune, l’Italia come entità autonoma ed unita ci sarebbe stata da sempre (o dal Duecento almeno) giacché erano esistite una lingua e una letteratura italiana(8); si trattava ora solo di dare a questa entità nazionale il suo Stato unitario, anzi di restiturglielo, dato che (non certo a caso!) un tale processo veniva chiamato Ri-sorgimento, come se si trattasse di far tornare a nascere un qualcosa che c’era già stato “prima”.
In altre parole: nel disegno che possiamo per comodità espositiva definire “giobertiano-desanctisiamo”, veniva “inventata”(9) una tradizione nazionale, la narrazione di una coscienza letteraria eccellente e da sempre unitaria anche se espressa da un popolo-nazione temporaneamente diviso e casualmente servo.
E si comprende così anche il mito di Dante e il suo “uso politico”, così importante nei decenni a cavallo dell’unità nazionale:
Dante inteso come padre della patria perché padre della nostra lingua e della nostra letteratura, e questo spiega anche come mai impadronirsi del suo mito (insomma: tirare padre Dante per la giacchetta dalla propria parte) divenisse problema politico decisivo per le diverse tendenze che si contendevano l’egemonia del Risorgimento: Dante testimone sommo dell’eterno spirito cattolico dell’Italia oppure Dante profeta della fine del potere temporale dei Papi e loro esemplare vittima? Insomma: Dante guelfo o Dante ghibellino? Per quanto oggi possa sembrare strano, dal modo in cui venivano sciolti questi nodi derivava un asse etico-politico, oppure un altro, per il neonato Stato-nazione Italia.

5. Gli studi che si sono accumulati dopo la morte di Gramsci ci permettono di capire meglio questa costruzione ideologica e anche di apprezzarne meglio i gravissimi limiti; in essa molto, davvero troppo, andava perduto.
Dal punto di vista storico-letterario (che non ci interessa qui prioritariamente) andavano perduti tutti i secoli compresi fra la fine dell’Impero romano, oggetto di studio della letteratura latina, e il manifestarsi letterario del “volgare di sì” (un “buco” di circa sette secoli, mai più recuperato nelle nostre scuole!); così come andava perduta tutta la letteratura scritta in Italia e da italiani ma non in lingua italiana, a cominciare da quella in latino, che pure è tanta parte anche delle “tre corone” (per non dire della letteratura medievale e umanistica e fino al Seicento inoltato) fino a quella in lingua francese (si pensi solo ai Mémoires di Goldoni: gli italiani colti scrivono in francese fra Sette e Ottocento, Manzoni compreso), e andava perduta completamente la letteratura dialettale, talvolta in Italia davvero straordinaria, e basti dire che il grandissimo Belli non è neppure citato dal De Sanctis, e da tutti i tanti che seguirono la sua strada; così come venivano del tutto trascurati, lasciati fuori da quella narrazione oltre che del concetto stesso di “letteratura”, interi generi letterari e tipologie di testo.
Ma soprattutto quel fondamento retorico dell’unità nazionale si rivelava debolissimo dal punto di vista politico: mentre in altri Paesi l’asse dell’unità nazionale veniva individuato in cose come la lotta contro le tasse, o in un esercito nazionale, o in un assetto economico più razionale etc., da noi tale asse era cercato e trovato in una tradizione retorico-letteraria, per giunta largamente inventata.
 
Per capire tutta la intrinseca debolezza di una tale scelta basti riflettere al fatto che in Italia nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta (72% fra i maschi, 84% fra le donne!) con punte del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia; dieci anni dopo l’Unità gli analfabeti erano ancora il 72%, e secondo l’ISTAT ancora nel 2001 ci sono 782.342 italiani/e che non sanno né leggere né scrivere.
Cosa poteva significare la tradizione retorico-letteraria nazionale per tutti costoro, cioè per il nostro popolo? E cosa significò per loro l’unità nazionale, se non coscrizione obbligatoria, guerre, tasse e carabinieri?


6. Questo vizio d’origine della nostra unità nazionale non è dunque secondario né contingente; e non è questa idea tradizionale e retorica di nazione che noi comunisti possiamo difendere o (peggio) illuderci di restaurare, magari con qualche mostra e qualche monumento in più in occasione del centocinquantesimo.
Anche perché all’antica estraneità della nostra gente nei confronti dello Stato-nazione se ne è aggiunta oggi un’altra, forse ancora più radicale, che si connette alla presenza dei migranti: nel 2008-9 (secondo il Rapporto sulla scuola in Italia della Fondazione Agnelli, Laterza, 2010) l’8% della popolazione scolastica italiana (629.876 ragazze e ragazzi) era fatto da cittadini stranieri; nel 1998-99 la percentuale era solo dell’1%, e fra dieci anni (alla faccia di tutti i Calderoli e le Gelmini) essa oscillerà fra il 20 e il 30%. Questi ragazzi ci portano la ricchezza straordinaria del loro vivere le culture a cui appartengono naturalmente “in contrappunto”, per usare un bel concetto di Said che fu molto caro al nostro Giorgio Baratta.
“Contrappunto”
significa che le culture si incontrano nella pluralità, e che però il “suono” di ciascuna rimane udibile nell’incontro col suono dell’altra, e anzi che proprio e solo da un tale intreccio nascono inedite e meravigliose armonie; a ben vedere, le culture sono nate e si sono sviluppate sempre così, cioè sempre e ovunque mescolandosi, ed è per questo che la differenza fra le culture è una straordinaria ricchezza, non una condanna, purche si sia capaci di incontro, e di ascolto.

7. Qual è allora per noi l’elemento unificante dello Stato-nazione Italia? Che cosa è in grado di farci sentire parte di un’unica comunità statuale-nazionale, se questo non è e non può più essere per noi né la letteratura né l’“etnia” né la religione e meno che mai l’ambiguo concetto (intinsecamente fascista) di un nesso fra “suolo e sangue”, cioè fra l’entità geografica italiana e i suoi abitanti indigeni?
Questo elemento politico e culturale (nel più ampio senso di queste parole) è la Costituzione, perché in essa il principio di inclusione spetta a tutti e a tutte, e si presenta sotto forma di garanzia e promessa di diritti uguali per tutti e tutte, esplicitamente annullando (nell’art.3) le differenze “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e dunque più ancora rinnegando ogni interpretazione sostanzialistica di tali differenze; non è certo un caso che la Costituzione fruttifichi dall’episodio più rilevante di protagonismo politico delle masse popolari della nostra storia, la Resistenza.
La Costituzione è la nostra patria, l’unica (a parte il mondo intero, naturalmente).

www.controlacrisi.org

Pubblicato il 21/2/2011 alle 12.14 nella rubrica Riflettendo su ....

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