Blog: http://Notes-bloc.ilcannocchiale.it

Da chi รจ deciso l'habitat dell'uomo del nostro tempo?

"E' successo qualcosa alla città", manuale di antropologia urbana
a cura di Paolo Barberi

 
Spontanee, affollate, disordinate
Le megalopoli "informali" del futuro
 

Tonino Bucci

Chiamarlo animale simbolico non basta più, l'essere umano sta per trasformarsi definitivamente in animale urbano . Aristotele, in fondo, c'era andato molto vicino con la sua definizione di «uomo» come «animale politico», non foss'altro perché destinato a vivere in uno spazio sociale, nella città greca, la polis per l'appunto. Per la gran parte gli esseri umani che vivono sulla faccia di questa terra, risiedono in città diventate metropoli, anzi megalopoli, in continua crescita perdipiù. E' la città il nostro mondo artificiale , una sorta di seconda natura che però ci avvolge come una natura prima e immediata. In questi anni, per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione del pianeta che vive nelle città è diventata maggioranza rispetto a quella residente nelle campagne. In queste megalopoli, diffuse soprattutto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, ci abitavano nel 2001 921 milioni di persone. Nel 2005 hanno toccato quota un miliardo. Tra dieci anni si calcola che a vivere negli slum saranno un miliardo e 400 milioni di esseri umani. Insomma, stando alle ricerche dell'Onu, ben oltre un quarto della popolazione mondiale sarà destinata a vivere in baraccopoli.
Ma non è solo per quantità che il fenomeno impressiona. Oltre ai numeri c'è la qualità di un cambiamento che accade sotto i nostri occhi e che pure si fatica a riportare sotto teorie e modelli. Il problema metodologico non sfugge al gruppo di studiosi autore di E' successo qualcosa alla città , un manuale di antropologia urbana pubblicato di recente da Donzelli (a cura di Paolo Barberi, pp.260, euro 24).
Lo spazio fisico delle città, oggi, è molto di più di una grandezza quantitativa, molto più di una questione tecnica da lasciare in mano a specialisti dell'ingegneria e dell'architettura. Nel senso che anche quella che nelle metropoli appare una dimensione tangibile - gli edifici, le piazze, le vie, i vuoti e i pieni - è piuttosto un universo culturale, un agglomerato complicato di «segni», uno specchio in cui si riflettono stili di vita, sottoculture, processi economici - a tal punto che sociologi e antropologi non se ne possono disinteressare. «Si è sviluppato all'interno delle scienze sociali contemporanee un ambito teorico, in cui confluiscono numerose discipline, che privilegia lo spazio come unità di analisi e può essere definito come la spazializzazione della teoria sociale ».
Se questi sono i problemi di metodo, ancora più complicato è il passaggio all'atto pratico. Come si può mappare un fenomeno che per sua natura sfugge a ogni ordine come quello delle megalopoli contemporanee? « Sprawl , parola introdotta negli Usa per indicare la rapida e disordinata crescita urbana della periferia americana (il cui eloquente significato letterario è "sdraiato"), è un fenomeno che ha acceso l'immaginazione di urbanisti, architetti e ricercatori della città», in generale di chiunque voglia provare a dare un nome e una definizione all'entropia urbana del nostro tempo. Intorno alle città, in alcuni casi anche dentro di esse, crescono senza ordine agglomerati frammentati che riflettono gli stili di vita di coloro che ci abitano: «predisposizione a elevati consumi», «alta propensione agli spostamenti», «accelerazione dei ritmi quotidiani». Ma se lo sprawl è il fenomeno urbano made in Usa, il modello occidentale di città che crescono all'insegna della deregulation urbanistica, ben altro accade nel resto del mondo. «Stiamo assistendo - scrivono Paolo Barberi e Federico Mento - a un fenomeno totalmente nuovo: il primato della città informale, una città totalmente spontanea. Dove cioè non accade che vengano spinte al limite le regole del gioco, ma semplicemente le regole, almeno per come le conosciamo attraverso i lineamenti che i teorici hanno tentato di assegnare loro nel tentativo di descrivere la città, non esistono più». Non c'è da farsi illusioni, scrivono gli urbanisti: gli effetti di questa entropia accelerata non tarderanno a farsi sentire anche nei paesi tecnologicamente avanzata. A tramontare è l'utopia rinascimentale della città ideale, l'idea che dalle geometrie mentali degli architetti possano nascere spazi urbani ordinati e a misura d'uomo, tramontata. Al posto di quell'utopia subentrano gli slum , città che si sviluppano orizzontalmente «ni una distesa opaca di lamiere e materiali di scarto».
Nel 2003 Un-Habitat, il programma delle Nazioni Unite sull'insediamento umano, diede alle stampe un rapporto globale, The Challenge of Slum , il più «grosso sforzo congiunto di un'organizzazione internazionale di mappare l'urbanizzazione spontanea nel mondo e le condizioni di povertà di chi ci vive». Lo slum, ovvero l'insediamento urbano informale, è caratterizzato da inadeguato accesso all'acqua e ai servizi igienici, dalla povertà strutturale delle abitazioni, dal sovraffollamento e dall'insicurezza residenziale. Tra i principali slum nel mondo spiccano - stando ai dati che risalgono a cinque anni fa - quelli di El Sur/Ciudad Bolivar a Bogotà (oltre ventuno milioni di abitanti) e di Neza/Itza a Città del Messico (oltre dodici milioni di persone). «L'Etiopia detiene, insieme al Ciad, il record per la più alta percentuale di abitanti in baraccopoli, che ammonta alla strabiliante percentuale del 99,4 della polazione urbana, seguita dall'Afghanistan (98,5 per cento) e dal Nepal (92 per cento). Bombay si aggiudica il ruolo di capitale mondiale degli slum (10-12 milioni tra occupanti abusivi e abitanti di alloggi informali), davanti a Città del Messico e Dhaka (9-10 milioni), e a seguire Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa, San Paolo, Shangai e Delhi (6-8 milioni)». Ma gli slum sono tutt'altro che facili da misurare con le statistiche. Sono strutture urbane che si sviluppano in modo mutevole, a volte verso l'esterno, nelle periferie, altre volte in direzione contraria.
«Sebbene a livello mondiale sia chiaramente dimostrata la tendenza a espellere i più poveri dalle zone centrali che si riversano in periferia ad alto tasso di edilizia informale, esiste anche il fenomeno contrario». A volte sono i ceti medio-alti che abbandonano il centro dal nobile passato, «consegnandolo alle masse più disagiate, per raggiungere le cosiddette enclave, spazi protetti ed esclusivi ai margini del tessuto urbano». E' accaduto, per esempio, a San Paolo o nelle zone della Lima coloniale. Interi rioni un tempo borghesi si sono trasformati in slum. Le campagne della paura, soprattutto negli Usa, hanno fomentato un esodo dei ceti alti dalle zone centrali verso la periferia, verso nuove città-fortezza, sorvegliate a vista da poliziotti privati. «Le immagini di scontri tra gang, di sequestri di stupefacenti, di degrado sociale, di saccheggi inarrestabili, di crudeli omicidi, hanno per anni attraversato le produzioni hollywoodiane, i serial tv, i notiziari locali e nazionali».
Altrove, invece, si assiste alla reinvenzione di intere città dal nulla e con materiali improvvisati. «Spazi temporaneamente occupati, dormitori di fortuna ricavati, creative superfetazioni di baraccopoli». E' il caso degli «uomini ingabbiati» di Hong Kong, individui costretti a recintare il giaciglio con una rete metallica per evitare il furto dei propri miseri averi. A Phnom Phen un abitante su dieci vive per aria, sui tetti. Secondo le stime sarebbero un milione e mezzo. Bombay, invece, ospita la più grande popolazione di «abitanti del marciapiede», circa un milione di individui. Ma il primato della fantasia va agli abitanti di El'arafa, la «città dei morti» del Cairo. Uno slum improvvisato tra le tombe nel quale vive un milione di persone.


"Liberazione", 01/06/2010

Pubblicato il 1/6/2010 alle 20.11 nella rubrica Riflettendo su ....

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web