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Le nostre guerre, un saggio del sociologo Alessandro Dal Lago

 

 
La democrazia con la spada
Il lato oscuro del potere
 
 

Tonino Bucci
 

Nei talk show capita spesso di vederlo nei panni dell'esperto di turno. Edward Luttwak è ospite abituale nelle trasmissioni di approfondimento politico in qualità di raffinato conoscitore di geopolitica e questioni internazionali. Da cultore della Realpolitik (a stelle e strisce, ovvio) Luttwak è capace di dire le cose più ciniche come fossero le più ovvie del mondo. Giovedì sera era ad Annozero - puntata dedicata alla vicenda dei tre medici di Emergency rapiti dalla polizia afghana. Con molto candore l'analista (e consulente per il Dipartimento di Stato americano) ha spiegato perché le ong che operano in scenari di guerra sarebbero dannose e contrarie alla democrazia. Il ragionamento, pressapoco, è che tutte le organizzazioni non governative sono destinate a svolgere un lavoro che oggettivamente favorirebbe i terroristi. Se non peggio, nel senso che spesso e volentieri le ong finirebbero con l'intavolare trattative e stringere accordi e connivenze col nemico allo scopo di sopravvivere in contesti difficili.
Persino quando svolgano attività umanitarie - come nel caso di Emergency che apre e gestisce ospedali - il risultato non cambia. Alleviare le sofferenze dei civili non significa altro - agli occhi dello stratega Luttwak - che evitare ai terroristi un crollo di consensi da parte delle popolazioni locali. Ogni ferito curato è un nemico salvato dalla morte. Ragion per cui, alla fin fine, è colpa delle ong come Emergency se la guerra si protrae più a lungo del previsto. Ma il Luttwak-pensiero non finisce qui: sulla scia della classica tesi di Clausewitz si spinge a legittimare la guerra come una (giusta) prosecuzione della politica con altri mezzi. Laddove questa non è efficace sono le armi a dover parlare in sua vece. Gli eserciti operano sotto il controllo democratico dei parlamenti e dei governi eletti dal popolo, a differenza delle ong che agiscono al di fuori di ogni controllo, libere a proprio arbitrio di stringere patti coi terroristi. Conclusione: gli eserciti sarebbero il braccio della sovranità democratica, mentre le ong (e tutti i pacifisti) null'altro che amici dei nemici della democrazia. Da una parte la guerra giusta, inflitta in nome di una superiore civiltà, dall'altra nemici privi di status umano, terroristi da eliminare.
Questo perverso rovesciamento tra vittime e carnefici, tra bene e male è tutt'altro però che un modo di ragionare eccentrico. La caricatura di un mondo in bianco e nero non appartiene soltanto a Luttwak. Lo schema ricalca le giustificazioni in chiave liberal della guerra come esportazione della democrazia. Anzi, a spingere l'analisi ancora più in profondità, scopriremmo che nella tradizione occidentale, dai greci in poi, la democrazia si è sempre pensata nei termini della «comunità guerriera», come suggerisce il sociologo Alessandro Dal Lago nel suo nuovo libro, Le nostre guerre (manifestolibri, pp. 264, euro 22). Fin dalle origini del pensiero politico, insomma, il potere e la spada si sono costituiti in un unico atto, con un precisa linea di demarcazione tra cittadino e straniero, tra possidente e schiavo, tra libero e barbaro. La stessa filosofia occidentale, nata nel contesto della polis greca, della comunità di guerrieri, non si spinge oltre il particolarismo della comunità, non mette in discussione il potere, ma rimane vincolata all'etica militaresca della comunità, considerando il rapporto tra politica e guerra come fatto ovvio e naturale. Socrate elogiato da Alcibiade nel Simposio platonico per la sua fermezza in battaglia è il modello del filosofo che aderisce al patriottismo, la prefigurazione della società armata guidata dai filosofi che sogna Platone, «l'immagine dell'uomo greco (ovviamente libero e possidente)» che si sdoppia in due profili: «il cittadino che delibera sulla cosa pubblica e il guerriero che tiene il suo posto nella falange oplitica».
La guerra non è una parentesi della civiltà, il manifestarsi di un black out temporaneo della democrazia, anzi. L'arte militare - scrive Dal Lago - è la «condizione normale del vero cittadino greco», l'intero suo mondo ruota attorno alla guerra, sia che questa venga condotta contro i nemici interni, sia che venga condotta contro quelli esterni, i barbari. «Io non trovo niente di irrazionale, di patologico, nel fatto che democrazia e mercato vengano esportati con la guerra. Ritroviamo lo stesso ambiente in cui fiorì la filosofia classica, l'Atene che intraprendeva commerci e conquiste, che invitava i filosofi da tutto il mondo greco e promuoveva arti e architettura e inventava la democrazia, ma al contempo spiegava ai Meli che sulla terra vige esclusivamente la legge della forza». Tutt'altro che una patologia, la guerra è l'emergenza che fonda la norma, lo stabile patto costituente che garantisce alla normalità della "democrazia" di funzionare. «Ci siamo affezionati all'idea che le costituzioni nascano da qualche tipo di contratto o patto tra il potere e i sudditi», che può essere immaginato come un circuito in cui il potere proviene dai cittadini e a loro ritorna (democrazia diretta) oppure come delega a un'istanza superiore che amministra il potere in loro nome. Ma «per quanto eccellente come espediente teorico-politico, il patto fondativo tende a oscurare le sue origini belliche». La sovranità nasce dalla distinzione tra chi ha diritto a portare (e usare) la spada e chi no. «Nella sua ingegnosa idealizzazione della democrazia diretta greca, Hannah Arendt non si è soffermata sul fatto che la libertà di parola nella polis era definita dalla libertà di usare la spada verso il basso e verso l'esterno», verso i servi da un lato e verso i barbari stranieri dall'altro. Non c'è nulla di misterioso e di eccezionale nella guerra, anzi essa ha carattere «fondativo» e «costituente» della normalità. Nella polis greca il gioco politico consiste nel definire «i limiti dell'uso legittimo della spada».

Oggi non è cambiato molto da allora. Ai nostri tempi «la sovranità si esercita nella figura dei campi di internamento per alcune categorie di esseri umani illegittimi». Sono migranti, profughi, combattenti "irregolari", meteci, barbari, individui senza patria che non meritano alcun riconoscimento. «Se si limitano a vivere negli interstizi delle patrie o traversano i mari senza autorizzazione saranno passibili di detenzione extra-legale (come se fossero internati civili di un paese nemico in tempo di guerra). Se invece combattono, saranno soggetti a procedure indiscriminate, segrete, militari di internamento ed eventualmente di eliminazione».


"Liberazione", 18/04/2010

Pubblicato il 18/4/2010 alle 21.56 nella rubrica Riflettendo su ....

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