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«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».

Bertrand Russell, il Voltaire del nostro tempo

di Bruno Gravagnuolo

Parlare di Sir Bertrand Artthur William Russell, figlio del Visconte di Amberley e nipote di di Lord J. Russell, significa parlare di uno dei più grandi logici e filosofi analitici del 900. Non già semplicemente di un eccentrico aristocratico - nato a Trelleck nel Galles nel 1872 e scomparso a Plas Penthrin il 3 febbraio 1970 - capace di dare scandalo per il suo «immoralismo» (quattro mogli e numerosi amanti). Di fustigare i potenti di ogni ideologia, e di rivelarsi al mondo come guru mediatico ante-litteram, adorato dalle generazioni del secondo dopoguerra. Grande filosofo e logico matematico dunque, al pari di Moore, Wittgenstein, Frege, Dewey, Whitehead e sul fronte opposto di Heidegger.

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Persino in anticipo su Goedel e in sintonia con Einstein suo contemporaneo. E tutto ciò senza nulla togliere alle ragioni più immediate che gli regalarono la fama: le qualità mediatiche, polemiche e letterarie. Quelle che gli fruttarono il Nobel per la letteratura nel 1950, e in virtù di scritti come Matrimonio e Morale (1928), La conquista della felicità (1930) e Educazione e ordine sociale (1932). Insomma, per intendere il segreto di tanta vitalità e successo mondiale, esplosi in ambiti del tutto diversi dallo specimen professionale russelliano, occore andare al vero «demone» della personalità di Bertrand Russell: la passione filosofica della verità. La ricerca del vero, dell’esatto e del giusto. Perseguita ad ogni costo, con temerarietà tenace. Contro ogni conformismo e pigrizia, anche a costo di mettere a repentaglio carriera e rispettabilità, privilegi e libertà personale, onori e tranquillità.

E anche a costo di doversi rimangiare per intero, e dover riscrivere, opere concepite con fatica e accademicamente celebrate. Ecco, Russell, orfano inquieto di entrambi i genitori e allevato da nonni e governanti, fu essenzialmente questo. Fu un eroe della certezza intellettuale come criterio di vita morale, certezza investigata a caro prezzo. Uno straordinario cercatore di verità, approdato alla fine alla posizione di uno «scettico appassionato», come suggerì il suo biografo A. Wood in un’opera dal titolo analogo. Il che ne fece, come ha scritto A. Granese in Che cosa ha detto veramente Russell un «Voltaire del nostro tempo». Vediamo allora, per meglio capire questo approdo che ne ha scolpito poi la fama, le tappe dell’avventura filosofica di Russell. Studia matematica e filosofia a Cambridge, al Trinity College, dopo aver - già a 15 anni - assimilato Euclide e Staurt Mill. E aver contestato da adolescente, smontandone la teologia, i principi della fede cristiana. Dapprima idealista, sotto l’influsso di Bradley, esce dall’idealismo e si muove verso «l’oggettività del reale».

Movimento liberatorio coronato dall’incontro con Peano: la matematica come regno oggettivo degli enti. E la logica come fondamento della matematica, che della logica è la traduzione quantitativa. Numeri quindi come «entità reali», corrispondenti a oggetti veri, relazionati dentro la «logica delle classi», delle «proposizioni» e delle «relazioni». Di qui le due grandi opere russelliane: Principi della Matematica(1903) e Principia Mathematica (1910-1913). In realtà è qui che comincia l’Odissea. Perché ben presto Russell si accorge che l’«assiomatica» non funziona ed è autocontraddittoria. Ovvero: i costrutti logici sono autoreferenziali e non si autoesplicano. Le essenze logiche a priori, fuori dall’esperienza, danno luogo ad antinomie irrisolvibili e a paradossi - come quello del «mentitore» e della «classe di tutte le classi» - da spezzare con il rinvio ai limiti delle sensazioni. Dell’esperienza finita e limitante. L’unica, che può dar senso alla logica, ridotta a «funzione» operativa, come in Cassirer e Kant, e negata come verità autoesplicativa. La logica insomma non è verità, ma al massimo è «significato», come nell’espressione «Il re di Francia è calvo», sensata, ma falsa. E siamo a Significato e verità(1940), influenzata da Wittgenstein suo allievo, a sua volta da Russell influenzato nella sua seconda fase.

La conoscenza a questo punto è fatta di due mattoni: esperienza diretta e descrizioni derivate (tramite ipotesi, relazioni, inferenze, induzioni e deduzioni). Contano a questo punto linguaggio e condivisione con gli «altri spiriti», senza più certezze però. Perché l’esperienza iniziale stessa è diversa per ciascuno e non si acquista per esperienza, ma è un «costrutto» mobile da condividere. Qui viene il Russell morale: socialista umanitario, libertario. Teorico della liberazione tramite il desiderio, contro i desideri del Potere fintamente travisati per desideri (obbligati) dei singoli. La vera etica «erotica» per Russell è decostruttiva, da un lato. E dialogica dall’altro. Nasce dall’incontro possibile dei desideri di ciascuno con quelli dell’altro. Senza coercizione, e per continua disarmonia prestabilita. Ma qui anche lo scetticismo laico e libertario del grande creatore del Tribunale Russell contro i crimini di guerra, perseguitato dai vescovi e dai fanatici della guerra:

«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».

"l'Unità", 01 febbraio 2010
 

 

Pubblicato il 2/2/2010 alle 15.24 nella rubrica Impossibile dimenticare ....

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