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Pina Bausch ha creato «pezzi» indimenticabili come "Palermo, Palermo"!

La danza perde Pina Bausch

di Rossella Battisti

Pina Bausch se ne è andata dalla scena del mondo con un ultimo, tragico coup de théatre, dettato da un’agenzia secca che annunciava la sua morte a 68 anni. Il come, il perché, il rovescio confuso di domande sulla scomparsa inaspettata della Signora del Tanztheater (del cancro che l’ha portata via erano a conoscenza solo i fedelissimi), della coreografa che ha cambiato i connotati alla danza contemporanea, si dissolve su un fermo immagine, su quel volto scavato, lo sguardo struggentemente triste, i capelli liscissimi e raccolti in una perenne coda di cavallo. Il suo look di sempre, da sempre, come se negli occhi avesse impresso una fine presagita. Nel silenzio.
Di parole ce n’erano tante nei suoi spettacoli, i danzatori del Wuppertaler Tanztheater che la Bausch aveva fondato nel 1973 recitavano monologhi, cantavano, declamavano in scena poesie o confessioni intime. Ma erano frammenti di un flusso di coscienza interiore che si mescolava a memorie del quotidiano, un diario minimo della vita che parlava di un’assetata nostalgia di amore. Suoni di solitudine, interni di anime screpolate tra le sedie abbandonate di un bar ("Café Müller" del 1978, tra i primi e più celebri spettacoli), sentimenti stropicciati come foglie secche (il precedente "Blaubart").
Philippine Bausch detta Pina era nata a Solingen nel 1940, adolescente nel buio dopoguerra tedesco frequenta la Folkwang Hochschule di Essen, dove Kurt Jooss, erede della danza espressionista e degli insegnamenti di Laban, è tornato dall’esilio per lavorare alle sue concezioni di teatrodanza. Grazie a una borsa di studio, Pina conosce anche la frizzante realtà americana degli anni 60 nella prestigiosa Juilliard School di New York, con echi della modern dance di José Limón e i balletti «psicologici» di Tudor che la scrittura per i suoi lavori. Anche Jooss la vuole e Pina torna in Europa.
È un richiamo controverso alle sue radici, in una Germania cupa e grigia, stretta nella morsa del senso di colpa. Sono gli stessi anni e le stesse atmosfere e la stessa terra desolata che Fassbinder descrive nei suoi film. E che Pina riassume con altrettanta visionarietà nei suoi lavori. "Stücke", «pezzi» comincia a chiamarli a partire dal 1980, portando a maturazione con una personalissima cifra originale l’eredità del Tanztheater espressionista che aveva assorbito da allieva prima e da direttrice del medesimo centro di Essen dal ‘68. Bausch è l’orchestratrice geniale di un teatro di danza assoluto, costruito sullo spunto bizzarro di domande con le quali la coreografa sollecita «confessioni» dai suoi danzatori tra privato e immaginario. L’apparire in scena di queste opere-collage dove gli interpreti piangono, ridono, trascinano con veemente passionalità schegge di se stessi sotto i riflettori, sorprende e sconcerta il tradizionale pubblico dei ballettofili ma appassiona il mondo del teatro e del cinema.
Fellini la immette di peso nel suo "E la nave va" del 1983 nel ruolo di una duchessa cieca, anni dopo anche Almodóvar la reclamerà per il suo "Parla con lei" del 2000. Ma nel corso degli anni Ottanta e Novanta si è già celebrata la santificazione di un’artista rimasta di temperamento schivo e taciturno. Mentre la danza è tornata ad appropriarsi di una delle sue più innovatrici e geniali creature e i direttori dei teatri fanno a gara per assicurarsi un suo debutto, meglio: di opere "ad hoc" nate da periodi di residenza. È l’ultimo, fertile filone cavalcato dalla Bausch, che fruga nell’identità segrete delle città per ricavarne profili inediti, col suo sguardo curioso, la sua capacità di fiutare recondite (dis)armonie, da Vienna alla California, da Los Angeles a Lisbona (a giugno doveva debuttare il lavoro dedicato al Cile). Per l’Italia, che molto l’ha amata, ha creato «pezzi» indimenticabili come "Palermo, Palermo", "Viktor" dell’86 e "O Dido" del ‘99 per la capitale. Proprio in quest’ultimo compariva una sfumatura di inedita e colorata allegria a cui Pina sembrava infine approdare dopo l’intensità drammatica e squarcia-anima che l’aveva caratterizzata nel tempo. Un piacere della vita che l’aveva presa di sorpresa, che accostava alle eterne sigarette un buon bicchiere di vino rosso, un piatto di tagliatelle, un chiarore di sole napoletano. Forse era per esorcizzare il male oscuro. Forse per l’amore istintivo che ogni tedesco da Goethe in poi ha provato per il paese dei limoni. L’ultimo appuntamento sarà qui, a Spoleto dove la sua compagnia presenterà "Bamboo Blues". Sarà un caso, ma è anche il luogo dove all’alba di se stessa diva futura, Pina Bausch danzò con Jean Cébron più di quarant’anni fa.

"l'Unità", 30 giugno 2009
 

Le Sacre du Printemps by Pina Bausch Wuppertal Dance Theater

 

"Liberazione", 01-07-09

 

Addio Pina Bausch

Chi l'aveva incontrata recentemente, a Wuppertal, sosteneva di averla vista diversa dal solito, un po' assente, molto affaticata. 

Agli amici confessava di aver combattuto molto col suo corpo per finire l'opera Pina Bausch, Debutto 2009, dedicata al Cile. I medici le curavano il cuore (e per questo la sua cardiologa viaggiava sempre con lei). Cinque giorni fa le è stato diagnosticato invece un tumore. Chissà quando, chissà come, la morte ha deciso di portarcela via. Pina Bausch, senza dubbio la più grande coreografa contemporanea, se ne è andata a sessantotto anni. Si è spenta senza preavviso, ma in un modo delicato, e silenzioso, così come ha vissuto.

Quest'ultimo spettacolo nasceva da una residenza di Pina Bausch e dei suoi danzatori multietnici nel Nord desertico e nelle isole Chiloè del Sud del Cile. Chi era con lei ci ha raccontato del suo desiderio di andare fino in fondo, e capire come vivevano le comunità indigene, quelle fuori dalla Storia. A Santiago, aveva passato un'intera giornata a Villa Grimaldi, che oggi è un parco ma è stato un luogo di tortura ai tempi di Pinochet.

Di tutto quel materiale antropologico e umano, Pina Baush aveva trattenuto alcune cose, elaborandole, fino al debutto l'11 giugno scorso, nel suo teatro di Wuppertal, di un'opera senza titolo. Un'opera di pochi essenziali elementi, tra cui un grande pavimento bianco che lentamente s'incrina e poi si ricompone fino a sgretolarsi di nuovo: il correlativo oggettivo, forse, di quel presentimento di morte che la coreografa tedesca in qualche modo già manifestava, ma che non le vietava di esprimere ancora la favolosa energia della sua mente al lavoro. Le impressioni ricavate nel museo dell'orrore erano trasmigrate in movimenti sottili, cose impalpabili, misteriose, difficili a dirsi. (Un uomo, una donna, lo sanno quando stanno per morire.)

Direttrice del Teatro di Wuppertal dal 1973, Pina Bausch ha coniato il termine "Tanztheater", per definire un teatro della danza, o della vita, o dell'esperienza. Talvolta si definiva anche "compositrice di danza", per sottolineare il valore che nella sua arte ha avuto la musica. Fin dai tempi di Café Muller, lo spettacolo del 1978 che l'ha resa famosa nel mondo, composto sulle musiche di Henry Purcell. Cafè Muller - quaranta folgoranti minuti di danza per sei interpreti tra cui la stessa Pina Bausch, che ricreavano suoni originari nel ventre di una "drammaturgia totale" - è diventato un archetipo da citare decostruire e omaggiare: da Pedro Almodovar, che iniziava uno dei suoi film più belli, Parla con lei, proprio con una scena a teatro in cui il protagonista va a vedere Cafè Muller, fino al più recente Rewind di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, uno spettacolo che, a trent'anni di distanza da quel magnifico pezzo di storia dell'arte del '900, si interrogava sui processi della memoria, fino a stabilire che quello stesso oggetto è diventato inevitabilmente altro, trasformato dal tempo.

Ed oggi che la notizia della sua morte ci ha costretti a fare anche noi il nostro personale "Rewind", andiamo con la memoria ai suoi spettacoli dedicati a Palermo e a Roma, a quella sua capacità visionaria e semplice, felliniana a volte, quel potere non intellettuale di guardare le cose, che ci ha portato, come spettatori, a farci le domande più dirette, ma anche le più feroci, senza mediazioni, con urgenza. Le stesse domande forse che lei rivolgeva ai suoi danzatori, quando, scandalizzando il mondo ingessato dei coreografi più tradizionali, abitanti di un mondo che non esiste più, cominciò a chiedere ai suoi artisti non di imparare questo o quel passo di danza ma di rispondere a cose del genere: "da piccolo avevi paura del buio?", "cosa fai quando ti piace qualcuno?". E sui questionari, su quella privata grammatica delle passioni, costruiva poi le sue opere d'autore collettivo.

Dal 4 al 6 luglio andrà in scena a Spoleto, come previsto, il suo spettacolo dedicato all'India, Bamboo Blues: sono già arrivati i tecnici, mentre il corpo di ballo, che adesso è in Polonia, atterrerà nelle prossime ore.

Mancherà però lei, Pina Bausch, questa donna geniale e rivoluzionaria- coreografa, danzatrice, regista, antropologa - che ha portato in giro per il mondo le sue idee esplosive celate dentro quel suo corpo ascetico, la lunga treccia ormai grigia e il vestito rigorosamente nero: un'icona che attraversa il Novecento e si lancia in avanti, con la leggerezza pensosa dei grandi al lavoro.

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Pubblicato il 1/7/2009 alle 12.46 nella rubrica Impossibile dimenticare ....

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