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Invece di rafforzare il bipartitismo - votando sì o no all'inutile Referendum -, pensiamo a costruire la Sinistra alternativa ai "governanti" del momento.

Il dibattito a sinistra...  2

Insieme in un nuovo partito

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

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"Caro Nichi, lavoriamo insieme da domani

Caro Nichi,
Desidero scriverti a caldo prima che si depositino nel dibattito politico post-voto le doverose analisi di dettaglio, i distinguo e le sfumature.
In Europa spira un forte vento di destra, è un vento gelido per chi pensava che la crisi del "turbo-capitalismo finanziario" potesse finalmente rompere quell' incantamento collettivo verso le dottrine neoliberiste che hanno dominato negli utlimi anni e che hanno anche contribuito a far smarrire l'identità dell'alternativa possibile .
La verità è che la crisi economica spinge i cittadini europei nel ventre protettivo di forze che tendono a rassicurare, proteggere, a difendere dallo "straniero", e non verso un campo che li sfida sul terreno della creatività sociale economica; sul campo dell'innovazione produttiva e tecnologica, della sfida umana e ambientale. Perché questo campo non c'è, o meglio è ancora in formazione. Ho, a questo proposito, trovato di grandissimo interesse, tanto per citare un dato, il risultato di Cohn Bendhit, cioè quello di un ambientalismo democratico e innovativo che punta sulla fiducia creativa dei cittadini più che sull?evocazione del disastro.
Io penso che i progressisti europei hanno bisogno di una pedagogia del progetto, capace di sostituire la pedagogia dominante della paura.
A questo campo non ideologico, visionario e pragmatico, che sappia tradurre in chiave europea il new deal obamiano, fondato su un modo nuovo di vedere il mondo, secondo me, caro Nichi, appartiene sia il partito democratico che Sinistra e libertà.
E anzi credo che il tuo risultato sia davvero un buon risultato. Un risultato che sancisce finalmente la nascita di una sinistra critica che, però, si misura quotidianamente (come tu fai egregiamente in Puglia) con la fatica quotidiana del governo.
Molto si dirà nei prossimi giorni degli effetti nazionali di questo voto. La buona, ottima notizia, è che Berlusconi si è fermato, il suo sogno plebiscitario ha subito un colpo reale, gli italiani non vogliono che straripi. E se sommiamo tutti quelli che non lo vogliono sono più del 50 % degli elettori. A esso però noi dobbiamo ripartire con un'anima nuova. Con un progetto alternativo per governare questo Paese. E questo progetto va pensato, costruito insieme.
Chi voleva suonare il requiem per il partito democratico si metta l'animo in pace: il Pd, il progetto che ne è alla radice è ancora in campo. Gli dobbiamo fare un tagliando molto serio, sia in termini di modalità di organizzazione e radicamento che in termini di profilo e proposte. Ma possiamo dire a tutti quelli che ci vedevano morti che si erano sbagliati e anche di tanto.
Adesso si apre il cantiere. Un cantiere certamente interno al PD, ma necessariamente anche aperto a tutte quelle forze che, sentendosi alternative a Berlusconi, vogliono costruire un progetto diverso per l'Italia. Un progetto fondato sulla centralità del lavoro e della persona, sul rispetto e la forza creativa di un paese meraviglioso che ha risorse di cultura, bellezza e conoscenza che il modello berlusconiano deprime e soffoca.
Caro Nichi mettiamoci a lavorare insieme. Da domani.

Un abbraccio affettuoso.

Giovanna Melandri

 

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"Cara Giovanna proviamoci insieme

Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l'interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un'alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell'istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l'alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch'esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella sua accezione più “euromediterranea”, come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E' questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama.

Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L'istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo.
Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E' auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell'affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo.
Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di inziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all'inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E' questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell'Italia e dell'Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell'amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un'identità immobile, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate.
Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l'analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza.

E quindi, cara Giovanna,

a presto.

Nichi Vendola

www.altronline.it

 

Pubblicato il 19/6/2009 alle 17.38 nella rubrica Riflettendo su ....

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