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di Ignazio Licciardi
La critica anticipatrice a una scuola-azienda che dispensa pacchetti di conoscenze finalizzati a congelare e riprodurre le differenze di potere dominanti nella società
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 maggio 2011


Sui sentieri di Ivan Illich

 


 

FONTE: ALBERTO GHIDINI - IL MANIFESTO del 21 MAGGIO 2011

Dall'insegnamento alla critica della società industriale. Un incontro sull'eredità di una figura intellettuale che ha preferito la condivisione e l'esperienza diretta alle gerarchie cui sono sottoposti i saperi. La critica anticipatrice a una scuola-azienda che dispensa pacchetti di conoscenze finalizzati a congelare e riprodurre le differenze di potere dominanti nella società

Non è poi trascorso così tanto tempo da quando, nel 1997, il filosofo dell'educazione Riccardo Massa rilevava come la scuola, messa un po' da parte dopo gli anni della contestazione, fosse di colpo tornata al centro della scena politica e sociale. Per Massa la «nuova proliferazione di discorsi» intorno ad essa era la prova della crisi di questa istituzione - del suo senso, della sua forma - nella modernità travolta dalla frantumazione generale di valori e rappresentazioni, idee e linguaggi, innescata dalle logiche culturali del tardo capitalismo.

Fino a tempi tutto sommato recenti, in questa crisi e nella conseguente esplosione discorsiva si potevano ancora avvistare gli spazi per una riappropriazione collettiva culturalmente e pedagogicamente significativa della vita scolastica - o, se si preferisce, della «scuola reale» - a partire dall'attività quotidiana, dal basso e da parte dei suoi attori principali: insegnanti, studenti, genitori.
Oggi, tale possibilità risulta fortemente indebolita, non soltanto dalle pedagogie e dalle antropogenesi che, pure operanti al di fuori dei confini del sistema educativo, nella comunicazione di massa e nelle pratiche di consumo, hanno comunque messo in crisi l'assetto culturale e formativo della scuola moderna, ma anche (e forse soprattutto) da un disegno economico-politico comune a molti paesi industrialmente avanzati.

La comunità che viene
Un disegno che mira a cancellare ciò che accade e «resiste» nella scuola, entre les murs, per dirla col titolo originale del romanzo di François Bégaudeau, fonte di ispirazione dell'omonimo documentario di Laurent Cantet, il cineasta francese Palma d'Oro a Cannes nel 2008 che per un anno ha fatto ciò che ministri ed esperti di tutto il mondo dovrebbero provare a fare: entrare in una classe di una scuola pubblica, seguire docenti e alunni nei loro percorsi educativi, scoprire le difficoltà dell'insegnare e dell'apprendere, cogliere l'umanità di una «comunità che viene» nella dissoluzione dei legami e dei tessuti sociali che investe il mondo contemporaneo.
Invece, esperti e ministri, quasi sempre conoscitori improvvisati della scuola (in Italia ne sappiamo qualcosa), parlano, discutono, riformano, senza tenere minimamente conto di quel che succede tra le mura degli edifici scolastici, dettando un «ordine del discorso», nella terminologia foucaultiana, fatto di parole plasmate per fini strumentali; per definire l'organizzazione e le finalità della scuola sul portfolio neoliberista, che trasforma gli studenti in «clienti» e gli insegnanti in meri «prestatori di servizi educativi».
A ben guardare non si tratta di una novità: in poco meno di quindici anni scuola e università hanno subito lo stesso processo di aziendalizzazione toccato ad altri patrimoni di civiltà democratica come le ferrovie, la sanità, l'assistenza e le poste, con tanto di campagne politiche e mediatiche d'ogni indirizzo e di pareri spesi da tecnici ed economisti sulla necessità di ridurre le spese dello Stato.
La cosa sorprendente, come fece notare da principio Domenico Starnone nella sua nota a margine a La scuola è vostra di Raoul Vaneigem, è che la tendenza, al di là dei differenti - e talvolta contrapposti - schemi pedagogici, è quella di considerare la pubblica istruzione «valida» soltanto se rispondente ai bisogni del capitale che chiede forza lavoro flessibile e obbediente. In fondo le cose non sono cambiate: al momento molti ragazzi studiano per potersi trasformare in lavoratori usa e getta, con la complicità delle famiglie e di tanti insegnanti convinti che il loro compito sia quello di preparare «risorse umane».
Gilles Deleuze già lo aveva anticipato nel suo Poscritto sulle società di controllo del 1990, teorizzando, sulla scia della biopolitica di Foucault, il passaggio dalla società disciplinare a un regime di controllo «morbido», nel quale l'acquiescenza degli individui è richiesta e ottenuta attraverso l'aziendalizzazione di ogni segmento del sistema. Analogamente Ivan Illich, teorico del disestablishment, della «deistituzionalizzazione» dell'intera società prendendo le mosse dalla scuola e dai suoi effetti «controproduttivi», all'inizio degli anni Novanta, si era accorto di come i sistemi di formazione aziendalizzati producessero studenti abituati al fatto che ciò che imparano debba essere loro insegnato.
Nello scenario attuale sembra che il «programma occulto» della scolarizzazione denunciato da Illich, programma che riduce l'apprendimento da attività in «merce», si sia oltremodo esplicitato lasciandosi dietro d'un sol colpo i moralismi e i tecnicismi in cui tuttora si arena il dibattito pedagogico.
Da questo punto di vista l'analisi e la critica alla scuola del pensatore austriaco, come analisi e critica alla società, alla funzione coercitiva delle sue istituzioni, è quantomai attuale. Provvidenziale, allora, la ripubblicazione di Descolarizzare la società, besteller mondiale degli anni Settanta, da anni fuori commercio in Italia e recentemente riapparso in libreria con il caparbio sottotitolo Una società senza scuole è possibile? (postfazione di Paolo Perticari, Mimesis, euro 14). Il testo riprende pressoché fedelmente la traduzione di Ettore Capriolo uscita per Mondadori nel 1972 - da tempo scaricabile integralmente dalla rete in copyleft - con l'aggiunta di un saggio in appendice che continua idealmente il percorso intellettuale del libro ponendo il problema delle alternative alla dipendenza di una società dalle proprie scuole.
Descolarizzare la società, come del resto tutti i lavori di Illich, trae il suo estro dalle «osservazioni sul campo» condotte dal suo autore. Nel 1956, dopo aver trascorso alcuni anni lavorando come prete di strada con gli immigrati portoricani in una parrocchia di New York, Illich si trovò a ricoprire l'incarico di vice-rettore dell'Università Cattolica di Ponce, a Porto Rico. Solo un anno dopo fu nominato membro del Consiglio Superiore dell'Istruzione dell'isola, un organo di direzione e controllo di tutti i livelli del sistema formativo, dalle scuole elementari all'università.
Fu in quegli anni che cominciò a chiedersi, da un punto di osservazione à l'intérieur, che cosa fosse quella struttura creata intorno all'istruzione che prende il nome di «scuola». Poco più tardi, sul finire degli anni Sessanta, in un momento storico in cui il problema dell'educazione venne a trovarsi al centro dell'attenzione in gran parte del globo, Illich tenne una serie di seminari sul monopolio del modo di produzione industriale presso il Centro Interculturale di Documentazione (Cidoc) da lui fondato e animato a Cuernacava, in Messico.

Saperi preconfenzionati
Il primo «settore industriale» che scelse di analizzare, influenzato da alcuni frequentatori del Centro, tra cui Paulo Freire e Paul Goodman, per citarne due fra i tanti, fu la scuola. Dai lampi dei seminari del Cidoc prese forma, nel 1971, Deschooling Society, subito letto, piuttosto malamente, sull'onda della protesta, come un'accusa utopica e contestataria alla scuola.
In realtà, Illich riconosceva alla scuola la capacità di organizzare l'apprendimento. Certo, però, a determinate «condizioni». A condizione, ad esempio, che la scolarizzazione rinunciasse al suo «monopolio radicale» e non si ponesse più come unica via per ottenere un impiego e una posizione sociale. Quel che Illich contestava profondamente era la strumentalizzazione - ma si potrebbe sostituire questo termine con «aziendalizzazione» - dell'educazione finalizzata alla trasmissione di saperi appositamente confezionati per relegare donne e uomini in ruoli sociali predefiniti. In questo sistema, si era ben convinto, con almeno vent'anni di anticipo, che l'educazione diventasse un valore di mercato e, in quanto tale, avesse bisogno di una continua fabbricazione e immissione di «prodotti» - programmi, corsi, offerte formative, insegnamenti - conformanti. Di qui (e non solo, a scorrere rapidamente i titoli dei suoi libri) la freschezza della sua critica alla scuola e alla società, che difficilmente, dopo di lui, sono state messe in discussione con la stessa appassionata radicalità.
Da oggi la prima biografia di questo gigante della cultura del Novecento è a disposizione del lettore digiuno che voglia avvicinarsi con alla critica sociale illiciana. Ivan Illich. La sua vita, il suo pensiero è il titolo di questo lavoro, firmato da Martina Kaller-Dietrich (edizioni dell'asino, prefazione di Wolgang Sachs, traduzione di Maria Giovanna Zini, revisione di Giovanna Morelli, euro 12), che facilita non poco l'accesso al pensiero dell'autore, la cui opera, come peraltro si è visto, non può essere separata dalla storia di vita.
Lo studio della Kaller-Dietrich si propone di spiegare l'evoluzione del pensiero di Illich evidenziandone le peculiarità, i diversi fattori, interni ed esterni, che in qualche modo hanno esercitato un'influenza significativa nel suo percorso intellettuale: libri letti, esperienze vissute, avvenimenti storici, persone incontrate, che hanno portato Illich all'avvio di percorsi di ricerca originali e sempre in controtendenza rispetto al mainstream.

Oltre la tradizione
Nell'introduzione a un volume di Illich pubblicato meno di due anni fa e intitolato I fiumi a Nord del futuro (edizione italiana a cura di Milka Ventura Avanzinelli, Quodlibet, euro 24), che si congiunge, completando il progetto di Michele Ranchetti, a Pervertimento del critianesimo, il curatore David Cayley, un giornalista canadese amico-interlocutore dell'ultimo Illich, scrive come il filosofo sia riuscito ad aprire «molti più sentieri di quelli che poteva personalmente esplorare fino in fondo». Sentieri che procedono - lo si capisce bene leggendo la biografia illiciana - come continui sviamenti, errando. Tornando alla questione centrale e al punto di partenza, l'attualità di Illich è qualcosa da praticare ricostruendo e prolungando questi sentieri, individuando le fratture con i modelli della tradizione e della politica (e con le loro proiezioni future) che lui stesso era riuscito a cogliere. E, proprio muovendo da queste fratture, ripensando nella sua essenza la forma e il senso delle istituzioni moderne. Magari, come Illich, cominciando dalla scuola e dall'esperienza che accomuna in essa ragazzi, genitori e insegnanti.
 

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"In Spagna - spiega un amico di Stefano Bolognini - se il 1° maggio è una domenica, il lunedì viene reso automaticamente festivo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 maggio 2011


Non abbiamo più tempo
per vivere la nostra vita

di Stefano Bolognini * 
dettaglio da un dipinto di P.J.Crook

* Psicoanalista, presidente della Società psicoanalitica italiana

Mi telefona un collega da Madrid, e il discorso cade sulle polemiche italiane riguardo al 1°maggio: negozi chiusi o aperti? L’amico cade dalle nuvole; in Spagna - mi spiega - se il 1° maggio è una domenica, il lunedì viene reso automaticamente festivo, e nessuno ci trova da ridire. Per gli spagnoli è fuori discussione.

Al di là degli aspetti politici connessi, che spesso sono contingenti, giocati su base nazionale e difficilmente leggibili in contesti molto differenti, i miei pensieri evadono dalla politica (ma ci torneranno), per esplorare il senso della festa e del tempo ad essa collegato. Dunque: pare che «festa» (stessa radice latina di "feriae") derivi dal greco "estiào/festiào"=«accolgo ospitalmente», «festeggio banchettando»; e - ben più anticamente - dal sanscrito "vastya"=«casa, abitazione». La festa dunque nasceva con un riferimento al privato (la casa), reso condiviso con altri, di solito per celebrare tutti insieme qualcosa o qualcuno. In effetti, le feste religiose e civili hanno spesso mobilitato all’incontro grandi masse di persone, chiamate a celebrazioni e a riti collettivi. Eppure, si ha la sensazione che qualcosa sia profondamente cambiato rispetto al passato.

Si percepisce un certo contrasto con la massima aspirazione di molte persone al giorno d’oggi, che è quella di potersene stare finalmente tranquilli per conto proprio o al massimo con poche, selezionate persone (i propri cari, qualche amico). Rispetto agli antichi, viviamo in un’epoca di sovraffollamento e di iper-comunicazione: tra viaggi, cellulari, Skype, meeting e briefing, Ipod e Ipad, Facebook e compagnia cantante, l’individuo raggiunge presto il livello di saturazione sociale e da quel punto in poi non ne può più; desidera stare per conto suo. Ha bisogno della festa, certo; ma non nel senso di re-infilarsi nel gruppone per celebrare qualcosa o qualcuno, bensì per farsi in santa pace i fatti propri.

C’è un prototipo fisiologico di questo bisogno di base (tanto sano da essere letteralmente sacrosanto): è il bisogno universale di ritirarsi e di dormire. Le persone sane percepiscono e soddisfano periodicamente il desiderio di «ritiro» nel sonno: una condizione equivalente al ritorno allo stato intrauterino, con ritiro degli investimenti dalla realtà esterna e con l’avvio di quel naturale reset automatico che è il sognare, volto a digerire, a metabolizzare quello che si è incamerato durante il giorno nelle attività della veglia. È un bisogno ineludibile, che va rispettato: togliere artificialmente il sonno ( e dunque il sogno) agli individui (la cosiddetta «privazione ipnica») significa condurli progressivamente all’impazzimento programmato. In modo meno diretto e meno drammatico, sottrarre il tempo del riposo alle persone significa privarle della possibilità di lasciarsi andare – pur senza dormire – al piacere del funzionamento preconscio, tanto più accessibile quanto meno il soggetto è impegnato in attività che richiedono la sua piena partecipazione attentiva e operativa. Nei giorni di festa le persone si dedicano più facilmente a cose distensive e meno conflittuali; oltre a chi si dedica al dormire, c’è chi va a correre in bicicletta e chi zappa l’orto, chi legge un libro e chi va a trovare un amico, chi armeggia su un motore e chi sistema l’armadio o la cantina. Molto spesso la festa consente un certo grado – parziale – di regressione funzionale: si fanno cose che tengono abbastanza fuori gioco la parte professionale di sé; e i pensieri vanno un po’ per conto loro, fuori dai binari della operatività coatta e della performance competitiva.

Mi tornano in mente le vacanze dell’infanzia e della prima giovinezza, quando l’assenza della scuola (il nostro lavoro di bambini e di ragazzi) generava senza sforzo mattinate e pomeriggi senza tempo. Da piccoli si perdevano (o meglio, si guadagnavano) ore e ore a fare quello che ci pareva, astratti dalla realtà e assorti a leggere giornalini, giocare con le macchinine o i soldatini, correre per il cortile impersonando varie figure (cowboys o altri avventurieri) in base a copioni spontanei nati lì per lì, rudimentali ma del tutto soddisfacenti. Il tempo spariva, per ricomparire ufficialmente solo col richiamo della mamma per la cena.

Pure da ragazzini il tempo della festa era un «non-tempo»: le partite di calcio al campetto dell’oratorio erano interminabili, si andava avanti per ore ed ore fino allo sfinimento, con le formazioni che mutavano di tanto in tanto quando qualche genitore veniva a prelevare un attaccante o un difensore per imperscrutabili necessità famigliari, ma il collettivo non si fermava mai, perlomeno fino a che ci si vedeva. Il tempo era segnalato solo dall’arrivo del buio; e tutto ciò era formidabile. Cosa – ricordo benissimo - di cui eravamo consapevoli anche allora, e non solo adesso per rimpianto idealizzante postumo: eravamo immaturi, sì, ma non scemi. Anche il tempo della lettura (non quello dello studio!...), della lettura libera, nelle feste o nelle vacanze della giovinezza, era un tempo «senza tempo»: la full immersion in un romanzo ci faceva immedesimare con i protagonisti e con l’ambiente, e spesso i genitori si ritrovavano a cena con un ragazzo o una ragazza in stato di semi-trance, con gli occhi persi nella Russia di "Guerra e pace" o nel Borneo di Sandokan e Yanez.

Il preconscio «beveva» quelle storie con avidità assoluta, il preconscio creava e sognava, libero da doveri e da compiti precisi; e il resto del Sé introiettava, elaborava, costruiva silenziosamente; il bambino cresceva, il ragazzo evoluiva, in quelle sane e necessarie atmosfere regressive che anche le lingue straniere hanno connotato con espressioni culturalmente nobili e rispettose: «zeitlos», «timeless», «hors du temp», ecc.

Oggi noi soffriamo, a mio avviso, di una colossale turlupinatura propinataci dalla tecnologia: siamo nella malaugurata condizione di poter OTTIMIZZARE IL TEMPO. Grazie ai mezzi di comunicazione possiamo programmare ogni minuto del nostro tempo organizzandoci in modo da non avere tempi vuoti; possiamo predisporre incontri, attività e impegni a ritmo continuo, stipandoli a forza anche negli intervalli più intimi e privati. Non ci sono più i cosiddetti «tempi morti», ma il sospetto è che a volte quelli fossero i momenti più vivi e più aperti della nostra esistenza, al di fuori dell’imperativo frenetico «Produzione! Produzione! Produzione!» recitato persecutoriamente da Charlie Chaplin in "Tempi moderni.

Ora, per tornare alla politica (beninteso, nel senso dilettantesco e del tutto generico con cui posso farvi riferimento io, che so abbastanza poco di economia complessa): capisco benissimo che oggi i Cinesi o i Coreani o chissà chi altro ci stiano dando dei punti grazie alla loro iper-produttività a basso costo che li rende così competitivi. Non entro nel merito della quantità media di lavoro necessaria al giorno d’oggi per mantenere un buon livello produttivo e commerciale; tengo conto del fenomeno ben noto per cui a certe persone piace più lavorare che riposarsi, anche per sfuggire al contatto con pensieri e rapporti più temuti che desiderati; e arrivo a considerare anche l’esistenza delle cosiddette «nevrosi della domenica», che sono note agli psicoanalisti fin dai tempi di Freud.

Ciononostante, se da psicoanalista dovessi dare un consiglio ai governanti e ai cittadini, direi: rispettate il tempo della festa. È un tempo «sacrosanto», non per motivi religiosi o civili, ma per fondamentali ragioni di sanità del vivere. Gli uomini non sono macchine meccaniche, sono organismi psico-biologici delicati e complessi ed hanno bisogno di riposarsi per poter lavorare, di poter dormire per poter essere ben svegli, di coltivare aree di ritiro benefico per poter re-investire energie sul mondo esterno.

C’è un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo, c’è un tempo per gli altri e un tempo per sé, e conviene non perdere il contatto con questa ritmicità del tutto naturale.

"l'Unità", 3 maggio 2011

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