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di Ignazio Licciardi
Interpretazione del capitalismo storico di Samir Amin
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 marzo 2011


Samir Amin: La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tri-continentale del marxismo

 

27/03/2011  02:17 | ALTRO - INTERNAZIONALE


 

La lunga ascesa del capitalismo

La lunga storia del capitalismo è composta da tre fasi distinte e successive: (1) una preparazione molto lunga - la transizione dal sistema tributario, la tipica forma organizzativa delle società pre-moderne - durata otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (il XIX secolo) durante il quale "l'Ovest" ha affermato il suo dominio; (3) un lungo "declino" causato dal "Risveglio del Sud" (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) nel quale i popoli ed i loro stati recuperarono le principali iniziative nella trasformazione del mondo - di cui si ebbe la prima ondata nel XX secolo. Questa lotta contro l'ordine imperialista, il quale è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo, è a sua volta l'agente potenziale nel lungo percorso della transizione oltre il capitalismo, verso il socialismo. Ora, nel XXI secolo, c'è l'inizio di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli stati del Sud.

Le contraddizioni interne caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno - e non solo quelle specifiche dell'Europa "feudale" - sono la causa delle ondate successive delle innovazioni social-tecnologiche che vennero a costituire la modernità capitalista.

L'ondata più antica venne dalla Cina, dove i cambiamenti iniziarono nell'era Sung (XI secolo) e si svilupparono ulteriormente nelle epoche Ming e Qing, dando alla Cina la prima fila in termini di inventiva e produttività sociale del lavoro collettivo - sorpassata dall'Europa appena nel XIX secolo. L'ondata "cinese" fu seguita dall'ondata "Mediorientale", che avvenne nel califfato arabo-persiano e successivamente, per via delle Crociate e delle loro conseguenze, nei comuni dell'Italia.

L'ultima ondata concerne la lunga transizione dell'antico mondo tributario al moderno mondo capitalista. Questa avvenne sul serio nella parte atlantica dell'Europa a seguito della conquista/incontro con le Americhe, e per tre secoli (1500-1800) prese la forma del mercantilismo. Il capitalismo, che gradualmente venne a dominare il mondo, è il prodotto di quest'ultima ondata dell'innovazione social-tecnologica. La forma europea ("occidentale") del capitalismo storico emerso nell'Europa atlantica e centrale, nella sua discendenza negli Stati Uniti, e più tardi in Giappone, sviluppò le sue proprie caratteristiche - in particolare il modo di accumulazione basato sull'esproprio, inizialmente dei contadini e poi dei popoli delle periferie, i quali vennero integrati come dipendenze nel suo sistema globale. La forma storica è dunque inseparabile dalle contraddizioni centro-periferia che si costruiscono, riproducono e intensificano infinitamente.

Il capitalismo storico prese la sua forma definitiva alla fine del XVIII secolo con la Rivoluzione Industriale inglese che inventò la nuova "fabbrica di macchine" (assieme alla creazione del nuovo proletariato industriale) e la Rivoluzione Francese che dette inizio alla politica moderna.

Il capitalismo nella sua fase matura si sviluppò nel corso breve periodo del XIX secolo, che marcò il suo apogeo. L'accumulazione del capitale prese successivamente la sua forma definitva e divenne la legge basilare di governo della società. Questa forma di accumulazione fu dall'inizio costruttiva (permise un'accelerazione prodigiosa e continua nella produttività del lavoro sociale). Ma fu allo stesso tempo distruttiva. Marx osservò che l'accumulazione distrugge le due basi della ricchezza: l'essere umano (vittima dell'alienazione mercificatrice) e la natura.

Nella mia analisi del capitalismo storico ho sottolineato in particolare una terza dimensione della distruttività dell'accumulazione: la spoliazione materiale e culturale dei popoli dominati della periferia - alquanto trascurata da Marx. Di questo non c'è dubbio, perché nel breve periodo di produzione delle sue opere, l'Europa sembrava dedicata quasi esclusivamente alle esigenze dell'accumulazione interna. Marx ha così relegato questa spoliazione ad una fase temporanea della "accumulazione primitiva" che io, al contrario, ho descritto come permanente.

Rimane il fatto che durante il suo breve periodo di maturità, il capitalismo adempì a funzioni innegabilmente progressive. Creò le condizioni che resero possibile e necessario il suo superamento da parte del socialismo/comunismo, sia a livello materiale che a quello della nuova coscienza politica e culturale che l'accompagnò. Il socialismo (e ancor più il comunismo) non deve essere concepito, come alcuni hanno creduto, un superiore "modo di produzione" in quanto capace di accelerare lo sviluppo delle forze produttive e di associarle ad una distribuzione del reddito "equa". Il socialismo è qualcos'altro ancora, ovvero uno sviluppo superiore della civilizzazione umana. Non è dunque un caso che il movimento della classe dei lavoratori si radicò nella popolazione sfruttata e si dedicò alla lotta per il socialismo, come evidente nell'Europa del XIX secolo, ed espresso nel "Manifesto del Partito Comunista" del 1848. E nemmeno avvenne per caso che
questa sfida si tradusse nella prima rivoluzione socialista della storia, la Comune di Parigi.


Il capitalismo monopolista: l'inizio del lungo declino

Alla fine del XIX secolo, il capitalismo entrò in un lungo periodo di declino. Con questo intendo dire che le dimensioni distruttive dell'accumulazione sconfissero, ad un ritmo crescente, la dimensione progressista e costruttiva. Questa trasformazione qualitativa del capitalismo prese forma con l'istituzione di nuovi monopoli produttivi (non più solo nelle aree del commercio e delle colonie conquistate, come nel periodo mercantilista) alla fine del XIX secolo. Questo in risposta della prima lunga crisi strutturale del capitalismo iniziata negli anni '70 del XIX secolo, poco dopo la sconfitta della Comune di Parigi. L'emergenza del capitalismo monopolista (come notoriamente evidenziato da Hilferding e Hobson) ha dimostrato che il capitalismo classico, della libera concorrenza, e in generale il capitalismo stesso, ha ormai avuto"i suoi giorni", ed è diventato "obsoleto". Il campanello suonò per la necessaria e possibile espropriazione degli
esporpriatori. Il declino trovò la sua espressione nella prima ondata di guerre e rivoluzioni che marcarono la storia del XX secolo. Lenin ebbe dunque ragione nel descrivere il capitalismo monopolista come "fase suprema del capitalismo".

Ma, ottimisticamente, Lenin pensò che questa prima lunga crisi sarebbe stata l'ultima, con la rivoluzione socialista all'ordine del giorno. La storia dimostrò più tardi che il capitalismo fu capace di superare questa crisi, al prezzo di due guerre mondiali, e fu anche capace di adattarsi agli ostacoli impostigli dalle Rivoluzioni Russa e Cinese e dalle liberazioni nazionali in Asia ed in Africa. Ma dopo il breve periodo di rinascita del capitalismo monopolista (1945-1975), seguì una seconda, lunga crisi strutturale del sistema, iniziata negli anni '70 del secolo scorso. Il capitale reagì a questa sfida rinnovata con una nuova trasformazione qualitativa che prese la forma di quel che avevo descritto come il "capitalismo monopolista generalizzato".

Una schiera di importanti domande sorgono da questa interpretazione del "lungo declino" del capitalismo, e concernono la natura della "rivoluzione" che fu all'ordine del giorno. Poteva il "lungo declino" del capitalismo monopolista storico essere sinonimo di una "lunga transizione" al socialismo/comunismo? A quali condizioni?

Dal 1500 (l'inizio della forma mercantilista atlantica della transizione al capitalismo maturo) al 1900 (l'inizio della sfida alla logica unilaterale dell'accumulazione), gli occidentali (gli europei, poi i nordamericani e successivamente i giapponesi) rimasero i padroni del gioco. Da soli modellarono le strutture del nuovo mondo del capitalismo storico. I popoli e le nazioni della periferia che furono conquistati e dominati ovviamente resisterono come poterono, ma furono sempre infine sconfitti e forzati ad adattarsi ad uno status di subordinazione.

Il dominio del mondo euro-atlantico fu accompagnato dalla sua esplosione demografica: gli europei, che costituivano il 18% della popolazione del pianeta nel 1500, nel 1900 ne rappresentarono il 36% - incremento dovuto ai loro discendenti emigrati nelle americhe ed in Australia. Senza questa emigrazione massiccia, il modello di accumulazione del capitalismo storico, basato sulla scomparsa accelerata del mondo contadino, sarebbe stato semplicemente impossibile. Questa è la ragione per cui il modello non può essere riprodotto nella periferia del sistema, che non ha nessuna "America" da conquistare. Essendo nel sistema il "recupero" della periferia sul centro impossibile, i popoli delle periferie non hanno altra alternativa che optare per una traiettoria di sviluppo diversa.


I passi iniziali dei popoli e delle nazioni della periferia

Nel 1871 la Comune di Parigi che, come menzionato, fu la prima rivoluzione socialista, fu anche l'ultima in un paese del centro capitalista. Il XX secolo inaugurò - con il "risveglio dei popoli delle periferie - un nuovo capitolo nella storia. Le sue prime manifestazioni furono le rivoluzioni in Iran (1907), Messico (1910-20), Cina (1911), e nella "semiperiferica" Russia nel 1905. Questo risveglio dei popoli e delle nazioni della periferia fu portato avanti nella Rivoluzione del 1917, nella Nahda arabo-musulmana, nella costituzione del Movimento Giovanile turco (1908), nella Rivoluzione egiziana del 1919, e nella formazione del Congress indiano (1885).

In reazione alla prima lunga crisi del capitalismo storico (1875-1950), i popoli della periferia iniziarono la loro liberazione attorno al 1914-17, mobilizzandosi sotto le bandiere del socialismo (Russia, Cina, Vietnam, Cuba) o delle liberazioni nazionali (India, Algeria) associate a differenti gradi di riforme sociali progressiste. Questi paesi presero la via dell'industrializzazione, fino ad allora interdetta dal dominio del (vecchio) imperialismo "classico", forzando quest'ultimo ad "adeguarsi" a questa prima ondata di iniziative indipendenti dei popoli, nazioni, e stati delle periferie. Dal 1917 a quando il "progetto di Bandung" (1955-80) si esaurì ed il sovietismo collassò nel 1990, queste furono le iniziative che dominarono la scena.

Non vedo le due lunghe crisi dell'invecchiamento del capitalismo monopolista come dei lunghi cicli di Kondratieff, ma piuttosto come due fasi sia del declino del capitalismo globalizzato storico che della possibile transizione al socialismo. E nemmeno vedo il periodo 1914-45 esclusivamente come "i trent'anni" di guerra per la successione alla "egemonia britannica". Vedo questo periodo anche come una lunga guerra condotta dai centri imperialisti contro i primi risvegli delle periferie (Est e Sud).

La prima ondata del risveglio dei popoli della periferia si è logorata per vari motivi, incluse le proprie limitazioni intellettuali e le contraddizioni, e gli successi dell'imperialismo nel trovare nuovi modi di dominio del sistema mondiale (attraverso il controllo delle invenzioni tecnologiche, l'accesso alle risorse, il sistema finanziario globalizzato, la tecnologia delle comunicazioni e quella dell'informazione, le armi di distruzione di massa).

Nonostante ciò, il capitalismo soffrì una seconda lunga crisi che iniziò negli anni '70 del XX secolo, esattamente cent'anni dopo la prima. Le reazioni del capitale a questa crisi furono le stesse che aveva utilizzato per la prima: rinforzo della concentrazione, che dette vita ad un capitalismo monopolista generalizzato, globalizzazione ("liberale"), e finanziarizzazione. Ma il momento del trionfo - la seconda "belle époque", dal 1990 al 2008, all'eco della prima "belle époque", dal 1890 al 1914 - del nuovo imperialismo collettivo della Triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) fu davvero breve. Emerse una nuova fase di caos, guerre e rivoluzioni. In questa situazione, la seconda fase del risveglio delle nazioni della periferia (la quale era già iniziata), ha rifiutato di permettere all'imperialismo collettivo della Triade di mantenere le proprie posizioni dominanti, se non attraverso il controllo militare del pianeta. L'establishment di Washington,
dando priorità a questo obiettivo strategico, dimostra di essere perfettamente consapevole delle poste in gioco nelle lotte e nei conflitti decisivi del nostro tempo, in contrasto alla visione naïve delle correnti maggioritarie del "altermondialismo" occidentale.


E' il capitalismo monopolista generalizzato l'ultima fase del capitalismo?

Lenin descrisse l'imperialismo dei monopoli come la "fase suprema del capitalismo". Io ho descritto l'imperialismo come la "fase permanente del capitalismo" nel senso che il capitalismo globalizzato storico si è costruito, e mai ha cessato di riprodursi ed approfondirsi, sulla polarizzazione centro/periferia. La prima fase della costituzione dei monopoli alla fine del XIX secolo ha certamente coinvolto una trasformazione qualitativa nelle strutture fondamentali del modo di produzione capitalista. Lenin dedusse da ciò che la rivoluzione socialista era imminente, e Rosa Luxemburg credette che le alternative a quel punto furono "socialismo o barbarie". Lenin fu certamente troppo ottimista, avendo sottostimato gli effetti devastanti della rendita capitalista - ed i traferimenti associativi - sulla rivoluzione dall'Ovest (i centri) all'Est (le periferie).

La seconda fase della centralizzazione del capitale, che prese piede nell'ultimo terzo del XX secolo, costituì una seconda trasformazione qualitativa del sistema, che ho descritto come "monopoli generalizzati". Da qui in poi non solo questi comandarono le vette dell'economia moderna, ma riuscirono anche ad imporre il loro controllo diretto sopra l'intero sistema di produzione. Le piccole e medie imprese (e addirittura le grandi non comprese nei monopoli), come i contadini, furono letteralmente espropriati, ridotti allo status di subappaltatori, sia a monte che a valle, e soggetti al rigido controllo da parte dei monopoli.

Nella fase più acuta di questa centralizzazione del capitale, i legami di questo al suo corpo organico vivente - la borghesia - si sono recisi. Questo ha segnato un cambiamento immensamente importante: la borghesia storica, costituita da famiglie radicate localmente, ha ceduto il posto ad un'anonima oligarchia/plutocrazia che controlla i monopoli, nonostante la dispersione dei titoli del loro capitale. La gamma delle operazioni finanziarie inventate negli ultimi decenni sono testimonianza di questa forma suprema di alienazione: lo speculatore può ora vendere quello che non possiede, in modo tale che il principio della proprietà è ridotto ad uno status poco meno che derisorio.

La funzione del lavoro socialmente produttivo è scomparsa. L'alto grado di alienazione ha già attribuito una virtù produttiva al denaro ("il denaro fa i bambini"). Ora l'alienazione ha raggiunto nuove vette: è tempo ("tempo è denaro") che con la sua sola virtù "produce profitto". La nuova classe borghese che risponde ai requisiti della riproduzione del sistema è stata ridotta allo status di "servitrice salariata" (precaria, per giunta), anche quando i sui membri sono, quando appartenenti ai settori superiori delle classi medie, elementi privilegiati molto ben pagati per il loro "lavoro".

Stando così le cose, non si dovrebbe forse concludere che il capitalismo ha fatto il suo tempo? Non c'è altra risposta possibile a questa domanda: i monopoli devono venir nazionalizzati. Questo è un primo, inevitabile passo verso una possibile socializzazione della loro gestione da parte dei lavoratori e cittadini. Solo questo renderà possibile progredire lungo la strada che porta al socialismo. Allo stesso tempo, sarà il solo modo possibile di sviluppare una nuova macro-economia che ristabilisca uno spazio genuino per le operazioni delle piccole e medie imprese. Se ciò non viene fatto, la logica del dominio del capitale astratto può produrre nient'altro che il declino della democrazia e della civiltà, fino ad un "apartheid generalizzato" a livello mondiale.


La vocazione tricontinentale del marxismo

La mia interpretazione del capitalismo storico sottolinea la polarizzazione del mondo (la contraddizione centro/periferia) prodotto dalla forma storica dell'accumulazione del capitale. Questa prospettiva interroga la visione della "rivoluzione socialista", e più in generale, la transizione al socialismo, che il marxismo storico ha sviluppato. La "rivoluzione" - o transizione - da compiere non è necessariamente quella sulla quale queste visioni storiche si sono basate. E nemmeno le strategie per superare il capitalismo sono le stesse.

Dev'essere riconosciuto che quel che le più importanti lotte politiche e sociali del XX secolo provarono a compiere furono non tanto dirette contro il capitalismo stesso quanto contro la dimensione imperialista permanente del capitalismo esistente attuale. La questione è dunque se questo trasferimento del centro di gravità delle lotte necessariamente chiama in causa il capitalismo, almeno potenzialmente.

Il pensiero di Marx associa una lucidità "scientifica" nell'analisi della realtà con l'azione sociale e politica (la lotta di classe nel suo senso più ampio) mirata a "cambiare il mondo". Confrontare le basi - ovvero la scoperta della fonte reale del plusvalore prodotto dallo sfruttamento del lavoro sociale da parte del capitale - per questa lotta è indispensabile. Se questo fondamentale e lucido contributo di Marx viene abbandonato, un doppio fallimento è inevitabilmente il risultato. Qualsiasi abbandono della teoria dello sfruttamento (la legge del valore) riduce l'analisi della realtà a quella delle apparenze soltanto, un modo di pensare limitato dalla spregevole sottomissione alle esigenze della mercificazione, messa in pericolo essa stessa dal sistema. Allo stesso modo, un tale abbandono della critica del sistema del lavoro basato sul valore annienta l'efficacia delle strategie e delle lotte per cambiare il mondo, le quali sono in tal modo
concepite all'interno di questo quadro alienante, e le quali pretese "scientifiche" non hanno alcuna base reale.

Tuttavia, non basta aggrapparsi alle lucide analisi formulate da Marx. Non solo perché la "realtà" cambia, e ci sono sempre "nuove" cose da prendere in considerazione nello sviluppo della critica del mondo reale iniziato con Marx. Ma più fondamentale è perché, come sappiamo, le analisi di Marx dedotte nel Capitale sono rimaste incomplete. Nel painificato sesto volume dell'opera (mai scritto), Marx propose di trattare la globalizzazione del capitalismo. Questo dev'essere ora svolto da altri, che è il motivo per il quale ho osato sostenere la formulazione della "legge del valore globalizzato", ripristinando lo sviluppo diseguale (attraverso la polarizzazione centro/periferia) che è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo storico. In questa formulazione, "la rendita imperialista" è integrata nell'intero processo della produzione e circolazione del capitale e la distribuzione del plusvalore. Questa rendita è all'origine della sfida:
tiene conto del perché la sfida per il socialismo nei centri imperialisti si è dissolta, ed evidenzia le dimensioni anti-imperialiste delle lotte nelle periferie contro il sistema della globalizzazione capitalista/imperialista.

Non dovrei ritornare qui a discutere di quale esegesi potrebbero suggerire i testi di Marx su questa questione. Marx, che fu nientemeno che un gigante, con il suo acume critico e l'incredible finezza del suo pensiero, ha dovuto per forza avere almeno un'intuizione al fatto che stava per incontrare un punto importante a riguardo. Ciò è suggerito dalle sue osservazioni riguardo agli effetti disastrosi dell'allineamento della classe lavoratrice inglese allo sciovinismo associato allo sfruttamento coloniale dell'Irlanda. Marx non fu dunque sorpreso dal fatto che fu in Francia - meno sviluppata economicamente dell'Inghilterra, ma più avanzata sotto il piano della coscienza politica - che la prima rivoluzione socialista prese piede. Lui, come Engels, sperava inoltre che "l'arretratezza" della Germania potesse permettere lo sviluppo di una forma originale di avanguardia, fondendo entrambe le rivoluzioni borghese e socialista.

Lenin andò ancora più a fondo. Sottolineò la trasformazione qualitativa impiegata nel passaggio al capitalismo monopolista, e tracciò le conclusioni necessarie, ovvero che il capitalismo era cessato di essere una necessaria fase storica progressista e diventato ormai "putrefatto" (termine proprio di Lenin). In altre parole, era diventato "obsoleto" e "senile" (termini miei), e dunque il passaggio al socialismo era in prospettiva, passaggio sia necessario che possibile. In questo contesto ha concepito ed implementato una rivoluzione che iniziò nella periferia (la Russia, "l'anello debole"). Poi, vedendo fallite le sue speranze in una rivoluzione europea, concepì il trasferimento della rivoluzione ad Est, dove vide che la fusione degli obiettivi della lotta anti-imperialista con quelli della lotta contro il capitalismo era diventata possibile.

Ma fu Mao a formulare rigorosamente la natura complessa e contraddittoria degli obiettivi nella transizione al socialismo che in queste condizioni furono perseguiti. Il "marxismo" (o più esattamente il marxismo storico) venne confrontato da una nuova sfida - inesistente nella più lucida coscienza politica del XIX secolo, ma che sorse a causa del trasferimento dell'iniziativa per trasformare il mondo ai popoli, alle nazioni, ed ai stati della periferia.

La rendita imperialista non beneficiò "solamente" dei monopoli dei centri dominanti (sotto forma di super profitti), ma fu anche la base della riproduzione della società nel suo insieme, nonostante la sua evidente struttura classista e lo sfruttamento dei propri lavoratori. Questo è quel che Perry Anderson analizzò chiaramente come "marxismo occidentale", descritto come "il prodotto della sconfitta" (l'abbandono della prospettiva socialista) - e che qui è rilevante. Questo marxismo venne successivamente condannato, avendo rinunciato a "cambiare il mondo" e compromettendosi negli studi "accademici", senza impatto politico. La deriva liberale dalla socialdemocrazia - e la sua raccolta verso l'ideologia statunitense del "consensus" e verso l'altanticismo al servizio del dominio imperialista del mondo - ne furono le conseguenze.

"Un'altro mondo" (un'espressione molto vaga per indicare un mondo dedicato alla lunga strada verso il socialismo) è ovviamente impossibile a meno che non fornisca una soluzione ai problemi dei popoli della periferia - l'80% della popolazione mondiale! "Cambiare il mondo" vuol dire dunque cambiare le condizioni di vita della maggioranza. Il marxismo, che analizza la realtà del mondo in modo che le forze che agiscono per il cambiamento acquistino la massima efficienza possibile, contraggono necessariamente una decisiva vocazione tricontinentale (Africa, Asia, Latinoamerica).

Com'è collegato ciò al terreno della lotta da affrontare? Quel che propongo, in risposta a questa questione, è un'analisi della trasformazione del capitalismo monopolista imperialista ("senile") nel capitalismo monopolista generalizzato (ancora più senile per questa ragione). Questa è una trasformazione qualitativa in risposta alla seconda lunga crisi del sistema che iniziò negli anni '70 del XX secolo, e che non è ancora stata risolta. Da questa analisi traggo due conclusioni principali: (1) Il sistema imperialista si è trasformato nell'imperialismo collettivo della Triade, in risposta all'industrializzazione delle periferie imposta dalle vittorie della prima ondata del loro "risveglio". Questo avviene assieme all'attuazione da parte del nuovo imperialismo di nuovi mezzi di controllo del sistema mondiale, basati sul controllo militare del pianeta e delle sue risorse, l'iper protezione dell'appropriazione esclusiva della tecnologia da parte degli
oligopoli e il loro controllo sul sistema finanziario mondiale. C'è una trasformazione di accompagnamento delle strutture di classe del capitalismo contemporaneo con l'emergenza di un'esclusiva oligarchia dominante.

Il "marxismo occidentale" ha ignorato la trasformazione decisiva rappresentata dall'emergenza del capitalismo monopolista generalizzato. Gli intellettuali della nuova sinistra radicale occidentale rifiutano di misurare gli effetti decisivi della concentrazione degli oligopoli che ora dominano il sistema di produzione nel suo complesso, allo stesso modo in cui dominano la vita politica, sociale, culturale ed ideologica. Avendo eliminato il termine "socialismo" (e, a fortiori, "comunismo") dal loro linguaggio, non riescono più ad immaginare la necessaria espropriazione degli espropriatori, ma solo un impossibile "altro capitalismo" con quello che loro chiamano un "volto umano". La deriva dei discorsi "post" (postmodernismo, post-marxismo, ecc.) è un risultato inevitabile. Negri ad esempio, non dice una parola a riguardo di questa trasformazione decisiva che, per me, sta alla base delle questioni del nostro tempo.

Il politichese di questo delirio furioso dovrebbe essere visto nel senso letterale del termine, ovvero come un'immaginario illusorio separato dalla realtà. In francese, "le peuple" (e meglio ancora "les classes populaires"), come nello spagnolo "el pueblo" ("los clases populares"), non è sinonimo di "tutti". Si riferisce alle classi dominate e sfruttate e dunque sottolinea la loro diversità (riguardo al rapporto che queste hanno con il capitale), che rende possibile la costruzione di strategie effettive concrete e di farle diventare agenti attivi del cambiamento. Questo è in contrasto con l'equivalente inglese: "people" non ha questo significato, essendo sinonimo di "les gens" (tutti) e nello spagnolo "la gente". Il politichese ignora questi concetti (contrassegnati dal marxismo e formulati in francese o spagnolo) e li sostituisce con parole vaghe come la "moltitudine" di Negri. E' un delirio filosofico di attribuire a questa parola (che nulla
aggiunge ma che molto sottrae) un cosiddetto potere analitico, invocandone l'utilizzo da parte di Spinoza, il quale ha vissuto in un tempo e in condizioni che nulla avevano a che fare con le nostre.

Il pensiero politico modaiolo della nuova sinistra radicale occidentale ignora anche il carattere imperialista del dominio dei monopoli generalizzati, sostituendolo con il termine vago di "Impero" (Negri). Questo ovest-centrismo, portato all'estremo, omette qualsiasi riflessione riguardo alla rendita imperialista senza la quale né il meccanismo della riproduzione sociale né le sfide che queste in tal modo costituiscono, possono essere compresi.

In contrasto, Mao presentò una visione che fu sia profondamente rivoluzionaria che "realistica" (scientifica, lucida) riguardo i termini nei quali la sfida debba venir analizzata, rendendo possibile dedurre strategie effettive per gli avanzamenti successivi lungo la lunga strada della transizione al socialismo. Per questo motivo, Mao distingue e connette le tre dimensioni della realtà: i popoli, le nazioni, gli stati.

Il popolo (le classi popolari) "vogliono la rivoluzione". Questo significa che è possibile costruire un blocco egemonico che porti insieme le diverse classi dominate e sfruttate, in opposizione a quello che permette la riproduzione del sistema del dominio del capitalismo imperialista, esercitato attraverso il blocco egemonico compradore e lo stato al suo servizio.

Il cenno alle nazioni si riferisce al fatto che il dominio imperialista nega la dignità delle "nazioni" (chiamatele come volete), forgiate dalla storia delle società delle periferie. Tale dominio ha sistematicamente distrutto tutto quello che dà l'originalità alle nazioni - in nome della "occidentalizzazione" e della proliferazione di spazzatura a buon mercato. La liberazione dei popoli è dunque inseparabile da quella delle nazioni alle quali questi appartengono. E questa è la ragione del perché il maoismo ha rimpiazzato il breve slogan "Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!" con uno più ampio "Lavoratori di tutti i paesi, popoli oppressi, unitevi!". Le nazioni vogliono la "liberazione", vista come complementare alla lotta dei popoli e non conflittuale ad essa. La liberazione in questione non è dunque il ripristino del passato - l'illusione stimolata da un attaccamento culturalista col passato - ma l'invenzione del futuro. Questo è basato sulla
trasformazione radicale del patrimonio storico delle nazioni, piuttosto che dall'importazione artificiale di una falsa "modernità". La cultura ereditata e soggetta all'esame della trasformazione è qui concepita come cultura politica - avendo cura di non usare il termine indifferenziato di "cultura" (che comprenda la forma "religiosa" ed innumerevoli altre), le quali non solo non significano nulla, in quanto la cultura autentica non è astratta, ma nemmeno sono un'invariante storica.

Il riferimento allo stato è basato sul necessario riconoscimento dell'autonomia relativa del suo potere nelle relazioni con il blocco egemonico che sta alla base della sua legittimità, anche se questo è popolare e nazionale. Questa relativa autonomia non può essere ignorata fintanto che lo stato esiste, ovvero almeno per tutta la durata della transizione al comunismo. E' solo dopo di ciò che possiamo pensare alla "società senza stato" - non prima. Questo non solo perché gli avanzamenti popolari e nazionali devono venir protetti dall'aggressione permanente dell'imperialismo, che ancora domina il mondo, ma anche, e forse soprattutto, perché "avanzare verso la lunga transizione" richiede anche "sviluppare forze produttive". In altre parole, l'obiettivo è ottenere ciò che l'imperialismo nei paesi della periferia ha ostacolato, e rimuovere il retaggio della polarizzazione mondiale, inseparabile dall'espansione mondiale del capitalismo storico. Il
programma non è quello del "recupero" per imitazione del capitalismo centrale - un recupero incidentalmente impossibile e soprattutto indesiderabile. Impone una concezione differente della "modernizzazione/industrializzazione", basata sulla partecipazione sincera delle classi popolari nel processo di attuazione, con benefici immediati ad ogni fase del suo avanzamento. Dobbiamo dunque respingere l'argomentazione dominante che richiede che il popolo attenda indefinitamente fino a che lo sviluppo delle forze produttive abbiano finalmente creato le condizioni per un passaggio "necessario" al socialismo. Queste forze devono essere sviluppate fin dall'inizio con la prospettiva di costruire il socialismo. La forza dello stato sta evidentemente al cuore del conflitto tra questi requisiti contraddittori di "sviluppo" e "socialismo".

"Gli stati vogliono l'indipendenza". Questo dev'essere visto come un duplice obiettivo: indipendenza (la forma estrema dell'autonomia) nei confronti delle classi popolari; indipendenza dalle pressioni del sistema mondiale capitalista. La "borghesia" (in linea di massima la classe governante nelle posizioni dominanti dello stato, le cui ambizioni tendono sempre verso un'evoluzione borghese) è sia nazionale che compradora. Se le circostanze le permettono di incrementare la propria autonomia nei confronti dell'imperialismo dominante, essa sceglie di "difendere l'interesse nazionale". Ma se le circostanze non lo permettono, essa opterà per la sottomissione "compradora" ai requisiti dell'imperialismo. La "nuova classe dominante" (o "gruppo dominante") è ancora in una posizione ambigua, anche quando è basato su un blocco popolare, dal fatto che è animata, almeno parzialmente, da tendenze "borgesi".

La corretta articolazione della realtà a questi tre livelli - popoli, nazioni, e stati - condiziona il successo del progresso verso la lunga strada della transizione. Si tratta di rinforzare le complementarietà degli avanzamenti del popolo, della liberazione della nazione, e dei risultati conseguiti dal potere dello stato. Ma se le contraddizioni tra l'agente popolare e l'agente-stato hanno la possibilità di svilupparsi, qualsiasi avanzamento è definitivamente condannato.

Ci sarà un'impasse se solo uno di questi livelli non viene ad articolarsi con gli altri. La nozione astratta di "popolo" nell'essere l'unica entità che conta, e la tesi del movimento "astratto", capace di trasformare il mondo senza preoccuparsi della presa del potere, sono semplicemente ingenue. L'idea della liberazione nazionale, "a tutti i costi" - vista come indipendente dal contesto sociale del blocco egemonico - porta all'illusione culturale dell'irrimediabile attaccamento al passato (Islam politico, indusimo, buddismo per citare alcuni esempi) ed è, di fatto, impotente. Questo genera una nozione di potere, concepito come capace di "raggiungere degli obiettivi" per il popolo, ma il quale è, di fatto, esercitato senza di esso. Questo porta dunque alla deriva verso l'autoritarianismo e alla cristallizzazione di una nuova borghesia. La deviazione del sovietismo, che si è evoluta da un "capitalismo senza capitalisti" (capitalismo di stato) ad un
"capitalismo con i capitalisti", è di questo il più tragico esempio.

Poiché i popoli, le nazioni, e gli stati della periferia non accettano il sistema imperialista, il "Sud" è la "zona di tempesta", una zona di sollevazioni e rivolte permanenti. Partendo dal 1917, la storia è consisita principalmente da tali rivolte e iniziative indipendenti (nel senso dell'indipendenza dalle tendenze che dominano il sistema imperialista capitalista esistente) dei popoli, nazioni, e stati delle periferie. Sono queste iniziative, nonostante le proprie limitazioni e contraddizioni, che hanno dato forma alle trasformazioni maggiormente decisive del mondo contemporaneo, molto più del progresso delle forze produttive nel cuore del sistema e dei relativamente leggeri aggiustamenti sociali che li hanno accompagnati.

La seconda ondata di iniziative indipendenti dei paesi del Sud è iniziata. I paesi "emergenti" e gli altri, come i loro popoli, stanno lottando contro i modi con cui l'imperialismo collettivo della Triade sta cercando di perpetuare il proprio dominio. Gli interventi militari di Washington e dei suoi alleati subalterni NATO si sono anch'essi dimostrati un fallimento. Il sistema finanziario mondiale sta collassando e, al suo posto, sistemi regionali autonomi sono in fase di formazione. Il monopolio tecnologico degli oligopoli sta venendo contrastato.

Recuperare il controllo delle risorse naturali è l'ordine del giorno. Le nazioni andine, vittime del colonialismo interno che ha succeduto quello straniero, si stanno facendo sentire a livello politico.

Le organizzazioni popolari ed i partiti della sinistra radicale in lotta hanno già sconfitto alcuni programmi liberali (in America Latina) o sono sulla strada di compierlo. Queste iniziative, che sono innanzitutto fondamentalmente anti-imperialiste, sono potenzialmente capaci di dedicarsi alla lunga strada della transizione socialista.

Come questi due futuri possibili si relazionano l'un con l'altro? "L'altro mondo" in costruzione è sempre ambiguo: porta con sé il peggio ed il meglio, entrambi "possibili" (non ci sono leggi storiche che possano darci un'indicazione prima che la storia si avveri). Una prima ondata di iniziative da parte dei popoli, nazioni, e stati della periferia prese piede nel XX secolo, fino al 1980. Qualsiasi analisi dei suoi componenti non ha senso a meno che il pensiero non sia rivolto alle complementarietà ed ai conflitti riguardo a come i tre livelli si relazionino tra loro. Una seconda ondata di initiative nella periferia è già iniziata. Sarà più efficace? Può spingersi più in là rispetto alla precedente?


Terminare la crisi del capitalismo?

Le oligarchie al potere del sistema capitalista contemporaneo stanno cercando di restaurare il sistema antecedente alla crisi finanziaria del 2008. Per far questo, hanno bisogno di convincere la gente creando un "consenso" che non contesti il loro potere supremo. Per riuscire in ciò, sono disposti a concessioni retoriche riguardo le sfide ecologiche (in particolare la questione del clima), "ecologizzando" il loro dominio, e persino a suggerire di effettuare riforme sociali (la "guerra alla povertà") e politiche ("la buona governance").

Prendere parte a questo gioco del convincere il popolo del bisogno di forgiare un nuovo consenso - anche se definito in termini chiaramente migliori - porterà al fallimento. Peggio ancora, protrarrà le illusioni nefaste. Questo perché la risposta alla sfida sollevata dalla crisi del sistema globale necessita in primo luogo la trasformazione dei rapporti di potere a beneficio dei lavoratori, come pure le relazioni internazionali a beneficio dei popoli delle periferie. Le Nazioni Unite hanno organizzato tutta una serie di conferenze globali che hanno prodotto nulla - come ci si poteva aspettare.

La storia ha dimostrato che questo è un requisito necessario. La risposta alla prima lunga crisi del capitalismo invecchiante avvenne tra il 1914 e il 1950, principalmente attraverso i conflitti che opposero i popoli delle periferie al dominio del potere imperiale e, in misura diversa, attraverso le relazioni sociali interne beneficianti le classi popolari. In questo modo, hanno preparato la strada per i tre sistemi del secondo dopoguerra: i socialismi reali dell'epoca, i regimi nazionali e popolari di Bandung, e il compromesso socialdemocratico dei paesi del Nord, resi particolarmente necessari dalle iniziative indipendenti dei popoli delle periferie.

Nel 2008 la seconda lunga crisi del capitalismo è entrata in una nuova fase. I conflitti internazionali violenti sono già iniziati e sono visibili: sfideranno il dominio dei monopoli generalizzati, basandosi su posizioni anti-imperialiste? Come si confronteranno con le lotte sociali delle vittime delle politiche di austerità perseguite dalle classi dominanti in risposta alla crisi? In altre parole, utilizzeranno i popoli della periferia una strategia di districamento da un capitalismo in crisi, al posto della strategia mirante a estricare il sistema dalla sua crisi, come perseguito dalle potenze?

Gli ideologi al servizio delle potenze stanno esaurendo le energie, facendo futili osservazioni riguardo al "mondo dopo la crisi". La CIA può solo immaginare il ripristino del sistema - attribuendo maggiore partecipazione ai "mercati emergenti" nella globalizzazione liberale a discapito dell'Europa, piuttosto che degli Stati Uniti. E' incapace di riconoscere che la crisi sempre più intensificante non sarà "superata", se non attraverso violenti conflitti internazionali e sociali. Nessuno sa come se ne uscirà: forse verso il meglio (progresso in direzione del socialismo) o verso il peggio (apartheid mondiale).

La radicalizzazione politica delle lotte sociali è la condizione per sormontare le frammentazioni politiche e la strategia esclusivamente difensiva ("salvaguardare i benefici sociali"). Solo questo potrà rendere possibile l'identificazione degli obiettivi necessari per intraprendere la lunga strada verso il socialismo. Solo questo permetterà ai "movimenti" di generare un reale potenziamento.

Il potenziamento dei movimenti ha bisogno di un quadro macropolitico e condizioni economiche che rendano i loro progetti concreti praticabili. Come creare queste condizioni? Arriviamo qui alla questione centrale del potere dello stato. Vorrebbe uno stato rinnovato, effettivamente popolare e democratico, essere capace di effettuare politiche efficaci nelle condizioni globalizzate del mondo contemporaneo? Una risposta immediata e negativa a sinistra ha portato alla richiesta di iniziative per effettuare un consenso globale minimo, sulla base dei cambiamenti politici universali, eludendo lo stato. Questa risposta e il suo corollario si stanno dimostrando futili. Non c'è altra soluzione che generare avanzamenti a livello nazionale, possibilmente rinforzato da azioni appropriate a livello regionale. Occorre puntare a smantellare il sistema mondiale ("dissociazione") prima della ricostruzione, attuata su basi sociali differenti e con la prospettiva di
superare il capitalismo. Il principio è valido sia per i paesi del Sud i quali, incidentalmente, hanno iniziato a muoversi in questa direzione in Asia e in America Latina, sia per i paesi del Nord dove, ahimè, il bisogno dello smantellamento delle istituzioni europee (e quello dell'euro) non è ancora previsto, nemmeno dalla sinistra radicale.


L'internazionalismo indispensabile dei lavoratori e dei popoli

I limiti degli avanzamenti fatti dal Sud in risveglio nel XX secolo e le esarcebazioni delle contraddizioni che hanno portato, furono le cause della perdita dell'impeto della prima ondata di liberazione. Ciò è stato fortemente rinforzato dall'ostilità permanente degli stati nel centro imperialista, che arrivarono a condurre un'aperta guerra che - dev'essere detto - è stata appoggiata, o almeno accettata, dai popoli del Nord. I benefici della rendita imperialista furono certamente un fattore importante nel rifiuto dell'internazionalismo da parte delle forze popolari del Nord. Le minoranze comuniste, che adottarono altri atteggiamenti a volte molto forti, fallirono tuttavia nella costruzione attorno a sè di blocchi alternativi efficaci. Ed il passaggio in massa dei partiti socialisti al campo "anticomunista" ha largamente contribuito al successo delle potenze capitaliste nel campo imperialista. Questi partiti non sono stati tuttavia "ricompensati",
visto che già il giorno successivo al collasso della prima ondata di lotte del XX secolo il capitalismo monopolista si è scrollato di dosso la loro alleanza. Non hanno imparato la lezione della loro sconfitta radicalizzandosi: al contrario, hanno scelto di capitolare slittando in posizioni "social-liberali" alle quali siamo famigliari. Questa è la prova, se ce ne fosse stato affatto bisogno, del ruolo decisivo della rendita imperialista nella riproduzione delle società nel Nord. Così, la seconda capitolazione non è tanto una tragedia quanto una farsa.

La sconfitta dell'internazionalismo condivide parte della responsabilità a causa della deriva autoritaria verso l'autocrazia nelle esperienze socialiste del secolo passato. L'esplosione delle espressioni democratiche inventive durante le Rivoluzioni Russa e Cinese smentiscono il giudizio troppo semplice riguardo alla non "maturità" di questi paesi per la democrazia. L'ostilità dei paesi imperialisti, facilitata dal supporto dei loro popoli, ha largamente contribuito a rendere il perseguimento del socialismo democratico ancora più difficile in condizioni già difficili, dovute all'eredità del capitalismo periferico.

Così, la seconda ondata del risveglio dei popoli, nazioni, e stati delle periferie del XXI secolo partono in condizioni difficilmente migliori, anzi, sono ancora più difficili. La cosiddetta caratteristica dell'ideologia statunitense del "consenso" (che significa sottomissione ai requisiti del potere del capitalismo monopolista generalizzato); l'adozione di regimi politici "presidenziali" che distruggono l'efficacia del potenziale democratico non istituzionale; l'elogio indiscriminato di un individualismo falso e manipolato, assieme alla disuguaglianza (vista come una virtù); la mobilitazione dei paesi NATO subalterni alle strategie implementate dalla dirigenza di Washington - tutto ciò crea un rapido progresso nell'Unione Europea che non può essere, in queste condizioni, nient'altro che quel che è, ovvero un blocco costitutivo della globalizzazione imperialista.

In questa situazione, il collasso di questo progetto militare diventa la prima priorità e la condizione preliminare per il successo della seconda ondata di liberazione intrapresa attraverso le lotte dei popoli, nazioni, e stati dei tre continenti. Finché ciò non accadrà, i loro avanzamenti presenti e futuri rimarranno vulnerabili. Un possibile rifacimento del XX secolo non è, dunque, da essere escluso anche se, ovviamente, le condizioni della nostra epoca sono piuttosto diverse da quelle del secolo scorso.

Questo scenario tragico non è tuttavia l'unico possibile. L'offensiva del capitale contro i lavoratori è già in corso nei veri centri del sistema. Questa è la prova, se ce ne sia il bisogno, che il capitale, quando rafforzato dalle sue vittorie contro i popoli della periferia, è poi abile ad attaccare frontalmente le posizioni delle classi lavoratrici nei centri del sistema. In questa situazione, non è più impossibile visualizzare la radicalizzazione delle lotte. Il patrimonio delle culture politiche europee non è ancora perduto, e dovrebbe facilitare la rinascita di una coscienza internazionale che soddisfi i requisiti della propria globalizzazione. Un'evoluzione in questa direzione, tuttavia, si scontra con l'ostacolo della rendita imperialista.

Questa non è solo un'importante fonte di profitto eccezionale per i monopoli; condiziona anche la riproduzione della società nel suo insieme. Ed infine, grazie al supporto indiretto di quegli elementi popolari che cercano di preservare a tutti i costi l'esistente modello elettorale "democratico" (per quanto in realtà antidemocratico), il peso delle classi medie può con ogni probabilità distruggere la forza potenziale derivante dalla radicalizzazione delle classi popolari. A causa di ciò, è probabile che il progresso nel Sud tricontinentale continui ad essere all'avanguardia della scena, come nel secolo scorso. Ciononostante, non appena gli avanzamenti avranno avuto i propri effetti e avranno pesantemente limitato l'estensione della rendita imperialista, i popoli del Nord dovrebbero essere in una posizione migliore per capire il fallimento delle strategie che si sottomettono ai requisiti dei monopoli imperialisti generalizzati. Le forze politiche e
ideologiche della sinistra radicale dovrebbero quindi prendere parte in questo grande movimento di liberazione, costruito sulla solidarietà dei popoli e dei lavoratori.

La battaglia ideologica e culturale è decisiva per questo rinascimento - che ho riassunto come l'obiettivo strategico di costruire una Quinta Internazionale dei lavoratori e dei popoli.

* Samir Amin è il direttore del Third World Forum di Dakar (Senegal) e autore de "Il virus liberale" (Monthly Review Press, 2004), "Il mondo che vorremmo vedere" (Monthly Review Press, 2008), e più recentemente "La legge del valore universale" (Monthly Review Press, 2010).

(traduzione a cura della redazione di Contropiano Bologna)

FONTE: sinistrainrete

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Gerald Holton: "i fisici sono stati spesso preda della “sindrome ionica”
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 marzo 2011


1861: la rivoluzione
della fisica di Maxwell

di Pietro Greco
Maxwell

Nel 1861 il Philosophical Magazine pubblica On Physical Lines of Force, la prima di una serie di note con cui un giovane scozzese, James Clerk Maxwell, 30 anni appena, riscrive i fondamenti stessi della fisica: sia perché unifica due forze della natura elettricità e magnetismo, ma anche e soprattutto perché conferisce dignità ontologica al concetto di campo.
Oggi celebriamo il centocinquantesimo anniversario di questa straordinaria svolta scientifica e culturale su cui, fra l’altro, si basa la gran parte delle moderne tecnologie.
James Clerk era nato a Edimburgo il 13 giugno 1831. E nel 1847 aveva iniziato a frequentare la nota università della sua città, studiando fisica. Si era trasferito poi a Cambridge nel 1850, conseguendo il diploma in matematica nel 1854 e, soprattutto, entrando in contatto con William Thomson, che lo introduce ai temi dell’elettricità e del magnetismo.
In realtà Maxwell si interessa anche di altro. Di luce, per esempio. E, quindi, di ottica. Giungendo a definire sia una teoria fisica dei colori – lungo la strada tracciata da Newton – sia approfondendo i temi, biologici, della percezione dei colori. Non solo sostiene che i colori, in realtà, sono nella nostra testa, ma giunge anche a realizzare alcune pratiche applicazioni che gli consentono di mettere a punto i prototipi delle fotografie a colori e persino, come ha scritto lo storico Giulio Peruzzi, “il cinema prima del cinema”.
Si interessa anche di astronomia, degli anelli di Saturno, in particolare, giungendo da quel grande teorico che è a conclusioni importanti sulla stabilità dei sistemi dinamici a più di due componenti.
Ma intanto pensa al tema dell’elettricità e del magnetismo, sostenendo che deve studiare tutte le Researches on Electromagnetism, i lavori sperimentali di Michael Faraday, prima di cercare, senza condizionamenti, di spiegarli in termini teorici. In realtà il giovane scozzese non si limita a studiare le ricerche di Faraday, ma lo incontra di persona e inizia anche a collaborare con lui.
Ma cosa aveva fatto, Faraday? Aveva descritto in maniera nuova l’interazione tra elettricità e magnetismo. Fenomeni che prima di Hans Christian Ørsted e di Faraday erano considerati indipendenti, anche se entrambi descritti in termini newtoniani per mezzo della legge di Coulomb: due particelle con cariche elettriche opposte (o due poli magnetici con carica opposta) si attraggono, mentre due particelle con cariche elettriche uguali (o due poli magnetici con carica uguale) si respingono. L'intensità dell'azione di attrazione o di repulsione è proporzionale al quadrato della distanza tra le due particelle (o tra i due poli). Ørsted dimostra che elettricità e magnetismo sono fenomeni collegati. E Faraday non solo dimostra l’esistenza dell’induzione elettromagnetica (un campo magnetico variabile genere una corrente elettrica) ma introduce il concetto di campo: le particelle cariche elettriche e magnetiche “sentono” un campo elettromagnetico e si muovono lungo linee di forza. Il campo elettromagnetico, sosteneva Faraday, è una proprietà dello spazio, definita, punto per punto, dal contributo di tutte le cariche e di tutte le correnti elettriche. Il campo, a sua volta, influenza tutte le cariche e tutte le correnti elettriche.
Le linee di forza consentono finalmente di escludere quell'azione a distanza che lo stesso Newton aveva abbandonato ritenendola: «un'assurdità talmente grande che nessun uomo in possesso di qualche competenza in materia filosofica avrebbe potuto accettare».
Nella nota del 1861 James Maxwell inizia a proporre un modello molto articolato di tutti fenomeni elettromagnetici interpretati proprio mediante il concetto di campo. La costruzione del modello culmina, cinque anni dopo, nel 1866 nella elaborazione delle sue famose quattro equazioni che costituiscono l’elegante sintesi fisico-matematica delle intuizioni di Faraday. Con questi lavori il concetto di campo inizia a sostituire il concetto di forza in fisica e ad assumere uno statuto ontologico.
La novità è tale che non viene immediatamente riconosciuta dai contemporanei del fisico matematico scozzese. Ma con i suoi lavori del 1861 e seguenti Maxwell ottiene anche un altro risultato. Unifica, in un quadro teorico coerente, fenomeni come l’elettricità, il magnetismo e la stessa luce. Elettricità e magnetismo non sono altro che un’unica interazione, l’interazione elettromagnetica. E la luce è una delle manifestazioni dell’interazione elettromagnetica.
Se è vero, come sostiene lo storico Gerald Holton, che i fisici sono stati spesso preda della “sindrome ionica”, ovvero dell’idea tipica dei filosofi ionici che la natura ha una sua profonda unità e razionalità e che, dunque, tutti i fenomeni fisici possono essere ricondotti a poche leggi – forse a un’unica legge – beh allora le intuizioni fisiche e poi matematiche di James Clerk Maxwell costituiscono uno dei frutti più luminosi di questa strana malattia.

 

"l'Unità", 19 marzo 2011

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... 1871
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 marzo 2011


Garibaldi, Mazzini e la Comune di Parigi del 1871

 


 

Le prime organizzazioni dei lavoratori italiani non furono ispirate da una qualsivoglia delle scuole socialiste e il socialismo incominciò a permeare il movimento dei lavoratori solo dopo il 1871.
Le cause di questo ritardo possono essere molte. Roberto Michels ne sottolinea due: il debole sviluppo del «metodo di produzione» capitalistico e «legge storica empirica», per la quale «in epoche contraddistinte da lotte nazionali, le lotte di classe sono comunque assopite».
Comunque sia, fatto è che, intorno al 1870, quel che vi era di organizzato tra i lavoratori italiani, e non era poco, faceva capo a Giuseppe Mazzini e al suo Patto di fratellanza tra le Società operaie di mutuo soccorso.
Ma il 1871 fu un anno fatale. Tra il marzo e il maggio, si consumò la Comune di Parigi. Contro di essa, Giuseppe Mazzini lanciò un vero e proprio anatema, provocando la rottura sia con Mikail Bakunin, che, dal 1864, era stato bene accolto in Italia proprio dietro sua presentazione, ma anche, e questo fu decisivo, con Giuseppe Garibaldi. L’«Eroe dei due mondi», che fin dal 1867 si era detto pronto a muovere «guerra alle tre tirannidi che affliggono l'umanità», quella politica, quella religiosa e quella sociale, ora, reduce dalla spedizione contro i Prussiani, aveva espresso, in una lettera Giuseppe Petroni, direttore della «Roma del popolo», il suo pieno appoggio alla Comune e la sua adesione all'Internazionale. È nel corso di questa vicenda che il Generale, in una lettera a Celso Ceretti del 22 settembre 1872, scrisse il celebre motto: «L'Internazionale è il sole dell'avvenire».
La polemica tra i due padri della patria non poté non ripercuotersi nell’opinione pubblica e nelle organizzazioni operaie. Tanto più che l’influenza di Giuseppe Garibaldi sulla gioventù era enorme. Come ricorda Roberto Michels: «L'atto dell'idolo loro, Garibaldi, di dichiararsi internazionalista, al cospetto della Comune di Parigi, e di prendere, con le parole e con gli scritti, parte per il socialismo, fece loro un'immensa impressione e fece maturare, in un attimo, in essi la ferma volontà di redimere la patria, politicamente redenta, anche socialmente.»a «A poco a poco, divenne abitudine, ovunque si costituiva una società operaia o socialista aderente all’Internazionale , di eleggere Garibaldi a presidente onorario, onoranza che egli sempre accettava “con piacere”».
Nel mentre all’Aia si consumava la separazione tra Karl Marx e Mikail Bakunin; in Italia, per effetto delle prese di posizione di Giuseppe Garibaldi, iniziava, a partire dal XII congresso, riunito a Roma, delle Società operaie, la crisi dell’egemonia mazziniana e si andava affermando l’orientamento cosiddetto «internazionalista». Per inciso, non era la prima volta che Giuseppe Garibaldi influiva sull’orientamento delle organizzazioni operaie. Circa dieci anni prima, infatti, il felice esito della spedizione dei Mille aveva causato la fine dell’influenza liberale sulle Società operaie di mutuo soccorso e le aveva condotte nel campo mazziniano. Infatti, l’«Impresa» che, sola, dava corpo all’immagine di una unità nazionale costruita con la partecipazione attiva delle forze popolari, non poteva non dare un contributo decisivo ai mazziniani che, in senso alle società operaie, rivendicavano il suffragio universale: «Dopo i miracoli ottenuti dai nostri volontari in questi due anni –dicevano i mazziniani- non si dovrebbe più tentare nulla di grande senza il popolo. Col popolo si fa tutto ciò che può concepirsi di nobile e di sublime». E, poiché Mikail Bakunin godeva dell’amicizia di Giuseppe Garibaldi, il quale, in occasione del congresso ginevrino della Lega per la pace gli aveva riservato un’accoglienza talmente calorosa da fargli superare le riserve di molti delegati. Non dobbiamo, poi, dimenticare, che, come sottolinea Roberto Michels, in quei tempi, era ancora viva la tradizione settaria del Risorgimento. La «Carboneria non era ancora del tutto spenta». «Inoltre il buon esito della spedizione dei Mille in Sicilia aveva dato una riprova quant'altra mai buona dell'attuabilità della teoria della tattica insurrezionale, che aveva reso possibile di sopraffare un nemico forte con un manipolo esiguo, ma devoto ad un'idea». Infine, i pochi ma vivaci internazionalisti italiani, come per esempio Carlo Cafiero, Alberto Tucci, Guglielmo di Montel, Giuseppe Fanelli e Saverio Fruscia, erano in rapporti con lui.
Tutti questi elementi messi insieme fecero sì che la crisi del mazzinianesimo e l’adesione della gioventù garibaldina all’Internazionale si traducessero nell’affermarsi del bakuninismo. Per esempio, il garibaldino Erminio Pescatori fondò, a Bologna, il Fascio operaio , che raccolse l'adesione di Andrea Costa e fu promotore dell’assise del 4 agosto 1872 dalla quale prese consistenza il movimento bakuninista in Italia: la celebre conferenza di Rimini, presieduta da Carlo Cafiero, che diede vita alla Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori.
Cosicché, come riconobbe lo stesso Friedrich Engels in più lettere indirizzate, alla fine 1872, ad Adolph Sorge, tra le trecento e più sezioni che l'Internazionale poteva contare in Italia, soltanto due, e tra le più scarne, mantenevano rapporti con il Consiglio generalea: quella di Lodi, capeggiata dal garibaldino Enrico Bignami, e quella dell’Aquila.
Il lodigiano Enrico Bignami, che già dal 1868 dirigeva il giornale «La Plebe», al quale aveva dato il proprio appoggio Giuseppe Garibaldi e che avrà tra i suoi editorialisti, in «un italiano impeccabile», lo stesso Friedrich Engels, era passato, come molti coetanei, dalla democrazia mazziniana alle posizioni «internazionaliste». Ma, a differenza di molti, Enrico Bignami era rimasto estraneo alle suggestioni insurrezionaliste e spontaneiste proprie del bakuninismo. Il socialismo che metterà a punto negli anni, soprattutto dopo il 72, sotto l’influsso del comunardo Benoit Malon (emigrato in Italia dove fondò, a Palermo, il giornale «Il Povero». Ritornato in Francia nel 1885 fonderà la «Revue socialiste» sulle cui colonne si formerà una intera generazione di socialisti tra i quali Jean Jaures) e con la collaborazione di un altro ex mazziniano garibaldino, il mantovano Osvaldo Gnocchi Viani (che sarà, nel 1882, tra i fondatori del Partito operaio italiano e il promotore, nel 1891, della Camera del lavoro di Milano) ha caratteri peculiari: se non temessimo l’ossimoro, la contraddizione in termini, potremmo parlare di «anarchismo legalitario». A molte concezioni proprie dell’anarchismo, come l’autogestione e il rifiuto dell’interventismo statale (come, per esempio, si era realizzato, per opera di Louis Blanc, nella Parigi del ’48) «La Plebe» affiancava una concezione legalitaria della lotta di classe, la quale doveva combattersi con le armi delle idee, della propaganda e dell’organizzazione, sia economica che politica, avendo come fine quello di estendere alle masse proletarie quelle libertà propagandate, ma eluse, dai liberali. Una lotta che non doveva trascurare alcun mezzo, tanto meno il metodo elettorale, per fruire del quale bisognava, anzi, rivendicare il suffragio universale, anche femminile.
Nelle condizioni dell’epoca e, soprattutto, vista l’esperienza tedesca, non era difficile che questo socialismo si incontrasse con il marxismo. Infatti, intorno alla vexata quaestio , se il partito socialista dovesse mirare alla rivoluzione sociale, Friedrich Engels era solito rispondere spostando i termini stessi del quesito: «Vi è dieci contro uno di probabilità che i nostri dirigenti, assai prima di cotesto termine, impiegheranno contro di noi la violenza; il che ci trasferirebbe dal terreno delle maggioranze al terreno rivoluzionario». Quasi identiche sono le parole che compaiono, nel 1875, in un opera di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi-Viani, un’altro garibaldino che fonderà, nel 1892, la Camera del Lavoro di Milano: «Per liquidazione sociale vi si diceva intendiamo una trasformazione inevitabile ed in un tempo determinato della proprietà, che sarà collettiva per i capitali o mezzi di produzione e di scambio, e sarà individuale per i prodotti o merci di consumo. Il carattere di questa liquidazione dipenderà dalle classi dirigenti; se esse vorranno riconoscerne la legittimità, sarà tenuto conto dei diritti del passato e si procederà per via di riscatto in forma amichevole. In caso contrario la liquidazione sociale si farà rivoluzionariamente e nessuno potrebbe ora determinarne il carattere».
Da questo «pied-à-terre in Italia» e, come lo definì Friedrich Engels, prese il via un cammino fatto di elaborazione, di predicazione, di organizzazioni economiche (come si diceva allora, di «mutuo soccorso, cooperazione e resistenza»), ma anche politiche che, nel giro di vent’anni, portò al ribaltamento delle parti.
Un percorso a tappe, tra le quali rimane emblematica quella della conversione di Andrea Costa: la lettera «Ai miei amici di Romagna» pubblicata, il 3 agosto 1879, proprio su «La Plebe» di Lodi.
Il traguardo fu la nascita del Partito socialista italiano nelle cui sezioni, come ricorda Gaetano Arfè, faceva bella mostra un busto in gesso di Karl Marx, del quale Filippo Turati avrebbe voluto esportarne copie nelle sezioni della socialdemocrazia tedesca, ma l’offerta venne declinata da Friedrich Engels perché quel Marx somigliava troppo a Garibaldi per aver fortuna fuori d’Italia.

Programma del 1892

Considerando

che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall'altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

che i salariati d'ambo i sessi, d'ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d'inferiorità e d'oppressione;

che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza so ciale dell'esistenza;

riconoscendo

che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall'odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;

che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro e la gestione sociale della produzione;

ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l'azione del proletariato organizzato in "partito di classe", indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantisi sotto il doppio aspetto:

della "lotta di mestieri", per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.), lotta devoluta alle Camere dei Lavoro ed alle altre associazioni di arte e mestieri;

di una lotta più ampia, intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.), per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l'espropriazione economica e politica della classe dominante;


i lavoratori italiani, che si propongono l'emancipazione della propria classe, deliberano: di costituirsi in Partito informato ai principi suesposti.

(«Lotta di classe», 20-21 agosto 1892)

Bibliografia:

Giovanna Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Milano 1999
Gaetano Arfè, Storia del socialismo italiano, Torino 1965
Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano, Roma 1971
MARIA GRAZIA MERIGGI, La Comune di Parigi e il Movimento rivoluzionario e socialista in Italia (1871-1885), La Pietra, Milano 1980
Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911, Roma 1979
 

www.controlacrisi.it


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17 Marzo 2011
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 17 marzo 2011


ROBERTO SAVIANO: Giuseppe Garibaldi.
Il rivoluzionario globale che sapeva sognare per tutti


 

Diventò un eroe per tanti: la sua figura romantica rappresentava la possibilità di poter cambiare il proprio destino .
Ha incarnato un ideale di giustizia: il suo desiderio era quello di costruire un luogo unito in nome del diritto
Era un comunicatore perfetto: il suo vestito, il poncho e il berretto parlavano assai prima dei suoi discorsi
Suscitò sentimenti di ammirazione e devozione: ci fu chi lo supplicò di lasciargli una ciocca di capelli


Sembri conoscere tutto di lui. Ti sembra anche scontato parlarne. È naturale conoscere Garibaldi come è naturale saper stare in equilibro in bicicletta o galleggiare quando sei in mare. Ma come tutto ciò che consideri vicino, noto, ormai parte di te, finisci col non vederlo più e magari finisci anche col non conoscerne più nulla. Finisci con l´ignorare i dettagli di una storia che ha dell´incredibile.
Sono certo che se si raccontasse la vita di Garibaldi, la maggior parte delle persone non crederebbe a quei dettagli che seppur lontani ci parlano di una personalità complessa, che ha saputo capire il suo tempo, e precorrere quelli futuri. La maggior parte degli italiani non immagina nemmeno di cosa è fatta la vita di Garibaldi. Pronunciare il suo nome e affrontare le infinite storie sembra impresa titanica, ma ciò che impressiona nel leggere quello che all´epoca quest´uomo ha realizzato è la percezione del suo carattere internazionale.
Garibaldi è forse la figura italiana che ha incarnato più di ogni altra il sogno d´Italia. Non solo l´Italia unita ma l´unità come gesto di volontà, come realizzazione di giustizia. Un´Italia unita alla sola condizione di essere un luogo giusto. Non c´è mai nei discorsi di Garibaldi qualcosa che non faccia riferimento alla realizzazione di un paese unito, che non sia saldato nel diritto e nella giustizia. Non pensa mai all´Italia come a una conquista, e spesso, magari con un po´ di ingenuità, i suoi plebisciti rappresentano per lui, e non per Mazzini e Cattaneo, la prova oggettiva che l´Italia unita si fonda su un desiderio di giustizia e non su un piano burocratico di aristocrazie e diplomazie.
La battaglia di Garibaldi, violenta, spesso temeraria, romantica era osservata da tutto il mondo come epifania di una nuova era. È sottovalutato molto quest´aspetto della storia dell´eroe dei due mondi, il più sottaciuto. La sua figura romantica non era solo costruita sul suo ruolo di combattente al servizio di ogni causa di giustizia: in Sudamerica o al fianco dei francesi nella guerra franco-prussiana. Era diventato l´emblema di una possibilità in cui il mondo, o almeno una parte di esso credeva. L´Italia di Garibaldi rappresentava una rivoluzione politica per l´intera Europa. L´Italia come luogo nuovo. Nessuno pensava alla possibilità di una Italia unita se non come realizzazione di una nuova società.
È questo ciò che rende Garibaldi unico e ancora pericoloso. È fondamentale leggere le pagine di Herzen che descrive come veniva accolto a Londra, e cioè come un uomo in grado di segnare la strada per una liberazione universale. Come il comandante braccato dalle polizie di mezzo mondo pronto a mettersi alla testa di una marcia che avrebbe coinvolto l´umanità e non solo il popolo italiano. In queste ore difficilissime per il nostro Paese il ricordo di Garibaldi dovrebbe indurci a tenere sempre viva la possibilità di vedere realizzato il sogno di un Paese diverso. Prendendo in prestito i toni presenti nei libri scritti da Garibaldi (che era anche romanziere) la causa degli italiani dovrebbe tornare ad essere la causa degli europei.
E in questo Garibaldi era un comunicatore perfetto. Il suo vestito, il poncho, e il suo berretto parlavano assai prima dei suoi discorsi. A Napoli, nonostante fosse un feroce anticlericale, capì che doveva partecipare alla festa di San Gennaro, doveva ingraziarsi il miracolo del sangue che si scioglie. Era amato e considerato un simbolo erotico da migliaia di donne. Dalle nobildonne alle contadine, tutte furono rapite dal fascino di Garibaldi, un fascino fatto d´azione, di gesti, di una esistenza coraggiosa spesa per le cause dei popoli a rischio della propria vita.
Una nobildonna inglese, Lady Shaftesbury, lo supplicò addirittura di donarle una ciocca di capelli. Alcune minacciarono il suicidio perché non furono corrisposte. Anita, ovviamente, resta la sua compagna più nota. E della sua vita racconta in modo letterariamente potente "Lady tempesta": Miss Jessie Jane Meriton White che gli rimase accanto nelle battaglie per vent´anni, assistendo lui e i suoi come crocerossina, raggiungendolo fino alle linee di battaglia più avanzate. Gli dedicò articoli e libri ed è senz´altro una delle voci più autorevoli nel racconto di quelle che furono le opere di Garibaldi e la sua vita di uomo. Vale più, per comprendere Garibaldi, una pagina di Jessie White che intere bibliografie che riempiono le biblioteche.
Una volta ero a Caprera, era estate. Moschini e cicale attorno. Un silenzio quasi irreale. E un masso grezzo, nudo come la terra su cui è appoggiato. Avrò avuto dieci anni. Strano vedere una tomba che non sembra una tomba, ma una specie di enorme sasso caduto dall´alto. Solo il nome inciso sopra, anzi il cognome "Garibaldi". «Perché è così?» mi è uscito dalle labbra. Non sembra una tomba: di solito su quelle sopra ci sono date, foto, una lapide riconoscibile, un´iscrizione che racconta qualcosa, una frase. Neanche un "Qui giace". Silenziosa come il panorama attorno. E così venne per me semplice chiedere «perché questa pietra enorme?». «Per impedire che rivenga fuori», mi disse un vecchietto di passaggio lì. Garibaldi fa paura.

FONTE: GIOVEDÌ, 17 MARZO 2011
www,controlacrisi.it

 
Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 marzo 2011


Howard Zinn: Karl Marx

 


 

Karl Marx morì il 14 marzo 1883. Con qualche minuto di ritardo controlacrisi.org celebra l'anniversario proponendovi uno scritto su Marx del grande storico e militante americano Howard Zinn che dedicò al rivoluzionario un'opera teatrale - Marx a Soho - che rappresentava una risposta al tentativo di seppellire Marx sotto le macerie del muro di Berlino e del "socialismo reale". Buona lettura!

"Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo" Howard Zinn


Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho


Lessi per la prima volta il Manifesto del partito comunista – che mi era stato dato, ne sono certo, da giovani comunisti che vivevano nel mio quartiere operaio – quando avevo circa diciassette anni. Ebbe su di me un effetto profondo, perché tutto quello che vedevo nella mia vita, nella vita dei miei genitori e nelle condizioni degli Stati uniti nel 1939 sembrava esservi spiegato, contestualizzato e posto sotto una potente luce analitica.

Vedevo mio padre, un ebreo immigrato dall’Austria, con un’istruzione elementare, lavorare come un pazzo, ma riusciva a malapena a mantenere sua moglie e i suoi quattro figli. Vedevo che mia madre lavorava notte e giorno per far sì che fossimo nutriti, vestiti, curati quando stavamo male. La loro vita era una lotta senza fine per la sopravvivenza. Sapevo che c’erano nel nostro paese persone che possedevano ricchezze stupefacenti, e che certo non dovevano lavorare duro come i miei genitori. Il sistema era ingiusto.

Intorno a noi, in quel periodo di depressione, c’erano famiglie che si trovavano in condizioni disperate per colpe non loro; non erano in grado di pagare l’affitto, e le loro cose venivano gettate per la strada dal padrone di casa, che aveva la legge dalla sua parte. Sapevo dai giornali che queste cose accadevano in tutto il paese.

Ero un lettore. Avevo letto molti romanzi di Dickens, da quando avevo tredici anni, ed essi avevano risvegliato in me l’indignazione contro l’ingiustizia, la compassione verso le persone vessate dai loro datori di lavoro, dal sistema legale. Nel 1939 lessi Furore di Steinbeck, e quell’indignazione ritornò, questa volta indirizzata contro i ricchi e potenti del paese.

Nel Manifesto, Marx e Engels (Marx aveva trent’anni, Engels ventotto, e in seguito Engels avrebbe detto che Marx ne era stato l’autore principale) descrivevano quel che vivevo, le cose di cui leggevo, che – ora me ne rendevo conto – non erano aberrazioni dell’Inghilterra ottocentesca o dell’America della depressione, ma una verità fondamentale del sistema capitalista. E questo sistema, per quanto profondamente radicato nel mondo moderno, non era eterno: era sorto in una certa fase storica e un giorno avrebbe abbandonato la scena, sostituito da un sistema socialista. Era un pensiero incoraggiante.

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”, proclamavano Marx e Engels nelle prime pagine del Manifesto. Dunque i ricchi e i poveri non si fronteggiavano in quanto individui, ma in quanto classi. Questo rendeva il loro conflitto in qualche modo monumentale. E suggeriva che i lavoratori, i poveri, avevano qualcosa che li univa in questa ricerca di giustizia. La loro comune appartenenza alla classe operaia.

Che ruolo svolge il governo in questa lotta tra le classi? “La legge è uguale per tutti” recitavano le iscrizioni sulle facciate degli edifici pubblici. Ma nel Manifesto Marx e Engels scrivevano: “Il potere politico dello stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese”. Essi presentavano un’idea stupefacente: che gli apparati del governo non sono neutrali; che, al di là della facciata, essi servono la classe capitalistica.

All’età di diciassette anni vidi improvvisamente quell’idea concretamente rappresentata. I miei amici comunisti mi portarono con loro a una manifestazione a Times Square. Centinaia di persone dispiegarono le loro bandiere e marciarono per le strade proclmando la loro opposizione al fascismo e alla guerra. Sentii delle sirene. Lapolizia a cavallo caricò la folla. Fui stordito da un poliziotto in borghese. Quando ripresi i sensi, man mano che le idee si schiarivano, riuscivo ad avere un solo inquietante pensiero: la polizia, lo Stato, erano agli ordini di coloro che detenevano grandi ricchezze. La tua libertà di parola e la tua libertà di manifestare dipendevano dalla classe cui appartenevi.

Quando, a diciotto anni, andai a lavorare in un cantiere navale a Brooklyn come apprendista (il nostro lavoro consisteva nell’assemblare, con rivetti e saldature, le piastre di acciaio degli scafi delle navi da guerra) avevo già una “coscienza di classe”. Nel cantiere trovai altri tre giovani lavoratori come me, e cominciammo a organizzare i nostri compagni apprendisti, che erano esclusi dai sindacati di categoria. Decidemmo d incontrarci una volta alla settimana per leggere le opere di Marx e Engels.

Così lessi l’esposizione della filosofia di Marx, offerta da Engels nell’Antiduhring (una polemica con un certo Duhring) e affrontai faticosamente il primo libro del Capitale. Mi resi conto con una certa eccitazione che il sistema era stato smascherato. Al di là di tutte le complicazioni delle transazioni economiche, c’erano alcune verità di fondo: il lavoro era la fonte di ogni valore; il lavoro produceva un valore superiore ai magri salari con cui veniva ricompensato, questo surplus finiva nelle tasche delle classi capitaliste. I capitalisti avevano bisogno della disoccupazione – un “esercito industriale di riserva” – per tener bassi i salari. Il sistema attribuiva maggior importanza alle cose, soprattutto al denaro, che alle persone (“il feticismo delle merci”), così che tutte le cose buone della vita venivano misurate sulla base del loro valore di scambio.

La teoria marxista spiegava che lo sfruttamento e la lotta di classe non erano fenomeni nuovi nella storia delmondo, ma il capitalismo li aveva acuiti e diffusi su scala mondiale. Il capitalismo era una forza progressiva della storia in una certa fase dllo sviluppo dell’umanità. “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”, affermava il Manifesto. Essa ha avviato uno straordinario progresso scientifico e tecnologico, ha creato enormi ricchezze. Ma ha concentrato queste cose in poche mani. C’era un conflitto fondamentale tra la crescente organizzazione delle forze produttive e l’anarchia del sistema di mercato. A un certo punto il proletariato sfruttato si sarebbe organizzato, si sarebbe ribellato, avrebbe preso il potere, e avrebbe usato la tecnologia avanzata per soddisfare i bisogni umani, non per arricchire la classe capitalista.

Questi furono i miei primi incontri con Marx. Alcuni anni più tardi – dopo aver servito come puntatore nella VIII Air Force durante la seconda guerra mondiale, dopo aver frequentato il college e la scuola di specializzazione grazie alle norme di legge in favore dei combattenti e all’aiuto di mia moglie e dei miei due figli – cominciai a insegnare storia e politica, dapprima nel sud, allo Spelman College. Dopo sette anni allo Spelman, accettai un incarico all’università di Boston e mi trasferii al nord. Nei miei corsi di teoria politica dedicai un’attenzione approfondita agli scritti di Marx e Engels.

A un certo punto, nei tardi anni sessanta, cominciai a interessarmi all’anarchismo, per diverse ragioni. Una era costituita dalle crescenti prove dell’orrore stalinista in Unione Sovietica, che suggerivano di ripensare il classico concetto marxista della “dittatura del proletariato”. Un’altra era la mia esperienza nella lotta contro la segregazione razziale nel sud, guidata dal Comitato di coordinamento degli studenti nonviolenti(Sncc). Lo Sncc (o Snick, come veniva chiamato), senza una consapevole teorizzazione, agiva in accordo con i principi anarchici: nessuna autorità centrale, processi decisionali democratici dal basso. Negli ambienti della New Left degli anni sessanta questa era chiamata “democrazia partecipativa”.

Cominciai a leggere opere sull’anarchismo, partendo dalla femminista anarchica americana Emma Goldman e dal suo amico Alexander Berkman. Proseguii con Petr Kropotkin e Michail Bakunin. Bakuni era un fiero avversario dell’idea di Marx su come dovesse avere luogo una rivoluzione. Emma Goldman, deportata in Russia dagli Stati Uniti nel 1919 per essersi opposta alla prima guerra mondiale, rilevò che il nuovo Stato dei soviet stava imprigionando non solo i suoi oppositori borghesi, ma anche i rivoluzionari dissidenti e criticò duramente quello che considerava un tradimento del sogno socialista. Questa immersione nel pensiero anarchico mi portò ad avviare un seminario su “Marxismo e anarchia” all’università di Boston.

Dal 1965 (anno della grande escalation della guerra nel Vietnam) al 1975 (quando il governo di Saigon si arrese) fui profondamente coinvolto dal movimento contro la guerra, e i miei scritti erano per lo più incentrati su temi legati alla guerra. Quando laguerra finì mi sentii libero di fare altre cose e scrissi una pièce su Emma Goldman, Emma, che fu rappresentata a Boston e a New York, e negli anni successivi a Londra e a Tokyo. In una delle scene, alcuni giovani rivoluzionari newyorkesi discutono in un caffè del Lower East Side sul confronto tra le idee di Marx e quelle di Bakunin.

Ero molto interessato alla vita privata di questi pensatori. L’autobiografia di emma Goldman, Vivendo la mia vita,era un sincero resoconto della sua tempestosa vicenda di ribelle, non solo rispetto alla politica, ma anche al sesso. Marx non scrisse mai un’autobiografia, ma potevo rivolgermi a molte biografie per avere notizie sulla sua vita privata. C’era anche una bella biografia di sua figlia Eleanor scritta da un’autrice inglese, Yvonne Kapp,in cui si racconta dettagliatamente la vita della famiglia Marx a Londra.

Karl e Jenny Marx si erano trasferiti a Londra dopo che Marx era stato espulso da diversi paesi europei. Vivevano nel sudicio quartiere di Soho, e i rivoluzionari che giungevano a Londra da tutta Europa entravano e uscivano dalla loro casa. Questa scena immaginaria – Marx a casa, Marx con sua moglie Jenny, con sua figlia Eleanor – mi affascinava.

La mia fortunata esperienza con la pièce su Emma Goldmanmi aveva attratto verso il teatro, così mi disposi a scrivere un testo su Karl Marx. Volevo mostrare un Marx che pochi conoscevano, un padre di famiglia che lottava per mantenere sua moglie e i suoi figli. Tre dei suoi figli morirono da piccoli, e tre figlie sopravvissero.

Volevo che il pubblico vedesse Marx mentre diffondeva le proprie idee. Sapevo che anche sua moglie Jenny erauna persona di starordinarie doti intellettuali, e la immaginavo mentre discuteva con Marx. Sapevo che sua figlia Eleanor era una bambina dotata e precoce, e la vedevo mentre metteva in discussione le sofisticate teorie del padre. Volevo sottoporre le idee di Marx a una critica anarchica, e decisi di inventare una visita di Bakunin a casa sua. (In realtà non ci sono tracce di una simile visita, anche se Marx e Bakunin si conoscevano ed erano fieri avversari all’interno dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale).

C’era qualcos’altro che mi sembrava trascurato nelle valutazioni correnti di Marx. La sua immagine era soprattutto di quella di un pensatore, di un teorico. Sapevo che Marx fu molto attivo come rivoluzionario, prima come giornalista di opposizione in Germania, poi con le associazioni dei lavoratori a Parigi e con la Lega dei comunisti a Bruxelles. Fu attivo in Renania durante le rivoluzioni europee del 1848, quando finì sotto processo e fu assolto dopo una drammatica autodifesa. Durante il suo esilio a Londra si impegnò per l’Associazione internazionale dei lavoratori, per la causa della libertà irlandese e, nel 1871, come sostenitore della Comune di Parigi.

I suoi scritti di quegli anni non sono solo opere teoriche di economia politica, come Il Capitale, ma anche reazioni immediate a eventi politici, alle rivoluzioni del 1848, alla Comune di Parigi, alle lotte dei lavoratori in tutto il continente. Volevo mettere in scena questo aspetto di Marx, quello del rivoluzionario impegnato e appassionato. Il dramma aveva come personaggi principali Marx, sua moglie Jenny, sua figlia Eleanor, il suo amico Engels e il suo rivale politico Bakunin. Fu letto a Boston, dove venne ben accolto, ma non mi soddisfaceva. Decisi allora di trasformarlo in un monologo.

Mia moglie, che è sempre una critica acuta di ciò che scrivo, mi esortava a far sì che il testo fosse più attuale, più legato al nostro tempo, e non solo una rappresentazione storica su Marx e l’Europa del diciannovesimo secolo. Sapevo che aveva ragione, e dopo essermici arrovellato per un po’ mi venne l’idea che Marx, in una sorta di fantasia, sarebbe potuto tornare nel nostro tempo da dovunque si trovasse. Per di più, sarebbe arrivato negli Stati Uniti, in modo che avrebbe potuto non solo ricordare la sua vita nel diciannovesimo secolo, ma anche commentare quello che succede qui oggi. Decisi che le autorità, quali che fossero, lo avrebbero spedito per un errore burocratico non nel quartiere londinese di Soho, dove aveva vissuto, ma nel quartiere newyorkese che porta lo stesso nome.

Benchè si trattasse di un monologo, avrei fatto in modo che Marx richiamasse in vita, attraverso i suoi ricordi, le persone che per lui erano state importanti, soprattutto sua moglie Jenny e sua figlia Eleanor. E avrebbe richiamato in vita l’anarchico Bakunin. Tutti loro, in modi diversi, avrebbero sottoposto le idee di Marx a una critica decisa. Ci sarebbe stata una dialettica tra punti di vista opposti, presentata attraverso il modo in cui Marx ricostruiva le discussioni.

Scrissi la pièce in un periodo in cui il crollo dell’Unione Sovietica suscitava un’esultanza quasi universale nella grande stampa e tra i leader politici: non solo “il nemico” era scomparso, ma le idee del marxismo erano screditate. Il capitalismo e il “libero mercato” avevano trionfato. Il marxismo aveva fallito. Marx era veramente morto. Pensavo quindi che fosse importante chiarire che né l’Unione Sovietica né altri paesi che si definivano “marxisti” ma avevano instaurato Stati di polizia corrispondevano all’idea di socialismo che aveva Marx. Volevo mostrare Marx arrabiato per il fatto che le sue teorie erano state talmente distorte da poter essere identificate con le atrocità staliniste. Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo.Volevo mostrare che la critica marxiana del capitalismo resta fondamentalmente vera nella nostra epoca. La sua analisi è confermata ogni giorno dai titoli dei giornali. Marx aveva visto nel suo tempo trasformazioni sociali e tecnologiche di tale caotica velocità da essere senza precedenti, il che è ancore più vero oggi. “Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e irruginite condizioni di vita, con illoro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabile e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora”. Questo è scritto nel Manifesto.

Marx vide con molta chiarezza ciò che noi chiamiamo “globalizzazione”. Ancora dal Manifesto: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. […] In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra”. Gli “accordi per il libero commercio” perseguiti dagli Stati Uniti negli ultimi anni sono tentativi di rimuovere qualsiasi restrizione al libero flusso dei capitali attraverso il gliobo, dando ai capitalisti il diritto di sfruttare la gente ovunque.

I titoli dei giornali che Marx legge nel corso del monologo non sono sorprendenti per lui. Egli vide la fusione tra le grandi imprese, che oggi prosegue su scala ancora molto più grande. Vide il divario crescente tra ricchi e poveri, che esiste non solo all’interno di ciascun paese ma, ancor più tragicamente, tra i popoli delle nazioni ricche e quelli delle nazioni povere.

Nel monologo Marx dice che il socialismo non dovrebbe assumere le caratteristiche del capitalismo. Vedendo come gli oppositori dei regimi pseudosocialisti siano stati messi a morte, riflette su ciò che aveva scritto circa il crimine e la sua punizione sul New York Daily Tribune nel 1853: “Non è forse necessario riflettere a fondo sulla necessità di cambiare un sistema che alimenta questi delitti, invece di esaltare il boia che sopprime un mucchio di criminali soltanto per far posto ad altri?”.

Viviamo in una società che l’espressione marxiana “feticismo delle merci” descrive perfettamente. Come disse Ralph Waldo Emerson all’incirca nello stesso periodo, osservando gli inizi del sistema industriale americano, “le cose sono in sella e cavalcano l’umanità”. La protezione della proprietà di un’azienda è ritenuta più importante della protezione della vita umana. In effetti la Corte Suprema decise a fine Ottocento che un’impresa era “una persona”, e in quanto tale protetta dal Quattordicesimo emendamento; più protetta, in realtà, delle persone di colore, per le quali quell’emendamento era stato in origine scritto.

Marx aveva solo venticinque anni e viveva a Parigi con Jenny quando scrisse un testo notevole, pubblicato solo molti anni dopo con il titolo Manoscritti economico-filosofici . Marx vi parlava dell’alienazione nel mondo moderno, giunta al suo apice sotto il capitalismo, con gli esseri umani alienati dal loro lavoro, dalla natura, gli uni dagli altri e da se stessi. E’ un fenomeno che vediamo intorno a noi nel nostro tempo, un fenomeno dal quale derivano sofferenze psicologiche e materiali.

Marx dedicò gran parte dei suoi alla critica del capitalismo, e ben poco alla descrizione di come potrebbe essere una società socialista. Ma possiamo estrapolare a partire da ciò che dice sul capitalismo per immaginare una società senza sfruttamento, dove gli esseri umani si sentono in comunione con la natura, con il loro lavoro, con gli altri e con se stessi. Marx ci offre alcuni indizi sul futuro quando descrive in termini entusiastici la società creata dalla Comune di Parigi del 1871 nei pochi mesi della sua esistenza. Ho cercato di includere questa visione nel monologo.

Chi legge Marx a Soho può chiedersi quanto sia storicamente accurato. I principali avvenimenti della vita di Marx e della storia della sua epoca sono fondamentalmente veri: il suo matrimonio con Jenny, il suo esilio a Londra, la morte di tre dei suoi bambini. Sono veri i conflitti politici del suo tempo: La lotta dell’Irlanda contro l’Inghilterra, le rivoluzioni del 1848 in Europa, il movimento comunista, la Comune di Parigi. I personaggi principali di cui parla sono reali: i membri della sua famiglia, il suo amico Engels, il suo rivale Bakunin. Il dialogo è inventato, ma ho cercato di mantenermi fedele alla personalità e al pensiero dei diversi personaggi, anche se posso essermi preso qualche libertà nell’immaginare i conflitti ideologici con Jenny e Eleanor. In qualche caso, come nella sua descrizione di Napoleone III; uso le parole dello stesso Marx.

La mia speranza è che Marx a Soho sia utile per capire non solo il suo tempo e il posto che Marx vi occupava, ma il nostro tempo e il posto che vi occupiamo noi.

(Howard Zinn)

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Convivenza democratica contro ogni orrore!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 marzo 2011


 


In "Londra Babilonia" Enrico Franceschini racconta la vitalità del modello di convivenza tra diversi che sta alla base della società britannica

Sicuri che il multiculturalismo sia fallito?

di Guido Caldiron

Per vincere, poco meno di un anno fa, le elezioni politiche della Gran Bretagna il leader conservatore David Cameron ha puntato tutto sul progetto di una "Big Society", slogan con cui ha riassunto il suo pacchetto di "riforme" all'insegna di un drastico taglio della spesa pubblica, dall'istruzione alla sanità, e di un progressivo affidamento ai cittadini della gestione di servizi oggi di competenza del settore pubblico. Ma se per la salvezza delle istituzioni britanniche il giovane erede di Margaret Thatcher ha pensato a un massiccio trasferimento di poteri dallo Stato agli individui, non sembra pensarla affatto allo stesso modo quanto alla convivenza di culture e religioni diverse all'interno del paese. Così, all'inizio di febbraio, aprofittando della Conferenza internazionale sulla sicurezza che si teneva a Monaco di Baviera, mentre l'incendio della primavera araba si andava estendendo a nuovi paesi, Cameron ha dichiarato senza mezzi termini il fallimento del modello del multiculturalismo britannico, in base al quale ogni cultura mantiene il proprio profilo e il proprio spazio specifico all'interno della società, sostenendo che «la tolleranza passiva incoraggia la separazione» e che «lo Stato liberale deve imporre i propri principi».
Affontando il tema dell'immigrazione e dell'integrazione degli immigrati, specie i giovani islamici, anche alla luce di quanto sta accadendo nel mondo arabo-musulmano, Cameron ha spiegato che «sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l'una dall'altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati». Perciò, per il premier britannico, «è tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese», lasciare da parte la «tolleranza passiva» per passare a un «liberalismo attivo, muscolare» che trasmetta il messaggio che la vita in Gran Bretagna ruota intorno a certi valori chiave: «Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente».
Che gli attentati del luglio del 2005 contro la metropolitana e gli autobus di Londra, costati 52 morti e centinaia di feriti, e realizzati da alcuni giovani adepti dello jihadismo islamico nati e cresciuti in Gran Bretagna, abbiano posto drammaticamente un quesito sulla capacità del paese di tenere insieme i propri cittadini di culture e fedi diverse, è evidente a tutti. Che la risposta muscolare indicata da Cameron possa rappresentare la soluzione, è meno certo e rappresenta infatti uno dei grandi temi al centro del dibattito pubblico britannico. Un buon punto di partenza, per capire cosa rappresenti concretamente, al di là degli slogan, il modello multiculturale del Regno Unito, è offerto da Londra Babilonia, Laterza (pp. 156, euro 15.00), il bel libro che a quella sorta di "vetrina" del multiculturalismo che è la capitale britannica ha dedicato Enrico Franceschini, storico corrispondente della stampa italiana, prima di Londra è stato a New York, Washington, Mosca e Gerusalemme.
Tra il serio e il faceto, Franceschini offre prima di tutto una fotografia di cosa significi davvero vivere in una realtà multiculturale, dove sono "le differenze" a costruire la società, più che gli elementi di "omogeneità". «Il mio giornalaio è pakistano, il mio lavasecco è persiano, il mio medico di famiglia è italiano, il dentista è brasiliano, il veterinario è spagnolo, l'imbianchino è polacco, l'elettricista serbo, il fruttivendolo indiano, il meccanico dell'auto è bulgaro, la domestica lettone, il portinaio sudafricano, il parcheggiatore libanese, il custode della scuola di mio figlio è israeliano, l'impiegata della banca che mi sorride sempre è del Bangladesh, il barista che mi fa il cappuccino è ungherese, il mio barbiere è una francese, il commesso del noleggio di dvd è turco, il tecnico del computer è russo e il mio tassista di fiducia è dello Sri Lanka. Mi fermo, ma potrei continuare per un pezzo: vivo a Londra da oltre sette anni e a volte mi domando dove sono gli inglesi».
L'area metropolitana di Londra raccoglie circa un terzo degli abitanti dell'intera Gran Bretagna, paese che è, del resto, il più multietnico d'Europa. Non solo, recenti studi indicano come il trend sia in ulteriore crescita: nel 2020 in centri come Birmigham, Leicester o Luton gli inglesi bianchi saranno una minoranza, mentre, in prospettiva, i cittadini britannici di origine straniera diventeranno la maggioranza della popolazione. Del resto, sottolinea Franceschini, «la Gran Bretagna è stata invasa da immigrati delle sue colonie e di altri paesi, in una successione di adattamenti graduali: prima gli angli e i sassoni, poi i romani e i danesi, quindi gli ugonotti, poi ancora gli ebrei, poi gli africani, i caraibici e gli asiatici». Via via fino alla realtà odierna che fa di Londra la città più multietnica della terra: «I soprannomi con i quali viene chiamata rivelano qualcuna delle sue anime, Londongrad per via dei russi, Londonistan per via degli islamici. Ma per tutti è World City, la Città-Mondo».
«E' la vendetta dei popoli colonizzati - spiega Franceschini - : gli imperi li conquistano e loro, i conquistati, penetrano poco alla volta nel tessuto sociale della madrepatria, diventandone presto o tardi cittadini a pieno titolo». Ma il punto è proprio questo: cosa significa diventare cittadini della Gran Bretagna? Se per Cameron il multiculturalismo è fallito perché non è riuscito a fare di tutti gli immigrati dei "buoni britannici", Londra Babilonia sembra suggerire un'altra ipotesi: «Se gli immigrati non diventano inglesi o britannici, e in fondo nemmeno lo desiderano, diventano in compenso cittadini di questa straordinaria metropoli multiculturale, multirazziale, multireligiosa». Non sarà che la Città-Mondo, a un tempo metafora e laboratorio del futuro che è già tra noi, offra con il suo stesso profilo, fatto di mille lingue e identità, una risposta all'altezza della sfida dei tempi? Franceschini pare esserne sicuro e ce lo annuncia spiegando come «Londinesi non si nasce. Si diventa».

 

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"...cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico..."
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 marzo 2011


Omar Calabrese: Dieci parole che hanno confuso l’Italia

 


 

Dal sito Il lavoro culturale, pubblichiamo questo articolo, già edito nel testo curato da Federico Montanari Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010.

Molti hanno osservato, recentemente, che da circa quindici anni il linguaggio della politica italiana si è decisamente trasformato. Una volta esistevano una voluta oscurità e una ambiguità generalizzata, utile al puro effetto di presenza sulla scena pubblica da parte degli uomini politici, all’occultamento del significato per gli ascoltatori e i lettori, e alla possibilità di volgere il senso delle parole secondo le tattiche dell’occasione [1]. Italo Calvino, ad esempio, scriveva nel 1965: “Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono pensano parlano nell’antilingua” [2].

Il fenomeno era, d’altra parte, conosciuto in tutto il mondo, e aveva dato luogo, fin dagli anni Trenta (soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra) a un movimento per un corretto uso del linguaggio nell’amministrazione della cosa pubblica, detto comunemente plain language, che ha ottenuto molti successi a partire da Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill, fino a Bill Clinton [3]. Esiste anche una vasta letteratura teorica sull’argomento, legata soprattutto alla “semantica generale” (da non confondersi con la “semantica” propriamente detta) di Alfred Korzybski, Samuel Ichiye Hayakawa e Stuart Chase [4]. Gli autori appena citati si applicavano, per l’appunto, all’analisi degli usi distorti del linguaggio politico, economico e amministrativo, nel quale rinvenivano degenerazioni tali da richiedere, come dirà poi Gregory Bateson, un’”ecologia della mente” [5]. Si veda, ad esempio, questo passo di Hayakawa sugli scopi delle sue ricerche: “The original version of this book, Language in Action, published in 1941, was in many respects a response to the dangers of propaganda, especially as exemplified in Adolf Hitler’s success in persuading millions to share his maniacal and destructive views. It was the writer’s conviction then, as it remains now, that everyone needs to have a habitually critical attitude towards language — his own as well as that of others — both for the sake of his personal well-being and for his adequate functioning as a citizen. Hitler is gone, but if the majority of our fellow-citizens are more susceptible to the slogans of fear and race hatred than to those of peaceful accommodation and mutual respect among human beings, our political liberties remain at the mercy of any eloquent and unscrupulous demagogue”. Non siamo troppo lontani dal concetto di “guerriglia semiologica” predicato da Umberto Eco negli anni Sessanta/Settanta, che doveva consistere nell’uso liberatorio e alternativo dell’analisi semiotica dei testi, capace di smascherare i trucchi persuasivi nascosti nelle parole del potere.

Il linguaggio politico italiano, si diceva, oggi è decisamente cambiato. All’oscurità di un tempo si è sostituita una apparente chiarezza e semplicità, e uno stile diretto e molto aggressivo. Ciò dipende dal fatto che la politica ha assunto come palcoscenico i media, e la televisione in testa a tutti. Ha assorbito, pertanto, le modalità essenziali della comunicazione attraverso il piccolo schermo, e soprattutto quelle che trasformano la discussione politica in discorso polemico, scontro, duello [6]. Tuttavia, negli ultimi tempi il mutamento ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo la fase iniziale che andava alla ricerca di modi anti-convenzionali, e creava i suoi effetti a partire da atteggiamenti come la sfida, la denigrazione o la seduzione nei confronti dell’avversario, sembra oggi che sia in atto un vero e proprio lavoro di anestesia sul linguaggio, orientato a far smarrire il significato proprio delle parole e delle frasi ritenute più tipiche nella tradizione ideale dei competitori, disorientando così il sistema di valori che ne sta alla base. In questo testo, prenderò come esempi dieci parole o sintagmi sui quali l’operazione è particolarmente evidente, e cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico (quello dizionariale, ma anche quello enciclopedico, cioè non soltanto ciò che pertiene alla semantica lessicale, ma anche alla stratificazione storico-culturale delle parole), in modo da farlo divenire solo e soltanto adesione immediata alle persone e non più alle idee. L’analisi che segue sarà suddivisa in due parti. La prima riguarda il vocabolario della politica, e vedremo come l’operazione appena accennata si svolga sui termini di vecchia e nuova tradizione ideologica, sostanzialmente neutralizzandoli, usandoli come antidoto alla loro eventuale capacità di simbolizzazione, oppure deviandoli ed espropriandoli dai sistemi di valori di loro appartenenza. La seconda, invece, mostra come il medesimo risultato sia raggiungibile anche manipolando la lingua standard, per ottenere risultati di anestesia o eccitazione polemica del discorso politico nel quale sono utilizzati.


A. Neutralizzazione, antidoto, deviazione, esproprio

1. Giustizialismo

La parola, nel Dizionario come nell’Enciclopedia, ha la seguente definizione: “aderente all’ideologia alla quale si ispirò in Argentina il presidente Juan Domingo Peròn, e che sviluppò una politica di ‘giustizia sociale’, fondata sul legame fra interessi dei lavoratori e del capitale”. Il termine è, insomma, originariamente associato al Partito Giustizialista, espressione del movimento politico dei descamisados, fondato da Perón alla fine degli anni anni Quaranta del XX secolo. Non a caso, nei paesi ispanofoni, l’accezione del termine oggi più comune in Italia (che potremmo definire come “partito dei giudici”) è indicata come judicialismo.

In Italia la parola fu introdotta per la prima volta negli anni Ottanta, nell’ambito di alcuni processi per mafia, per indicare il protagonismo dei giudizi (ovviamente da parte degli imputati). Oggi è utilizzata per indicare, in tono generalmente spregiativo, il presunto abuso di potere, da parte dell’ordine giudiziario e in particolare degli organi della pubblica accusa, ai fini di dissolvere il quadro politico esistente. Spesso chi utilizza il termine in tale senso lo contrappone a garantismo, che invece è un principio fondamentale del sistema giuridico: le garanzie processuali e la presunzione di non colpevolezza hanno un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza di esercizio e pubblicità dell’azione penale. Generalmente, gli utilizzatori del termine prendono posizioni nette anche contro i media che si occupano di casi giudiziari legati a politici (in quello che definiscono talvolta “processo mediatico”): sono ad esempio decisamente contrari a che siano pubblicate le notizie riguardanti gli avvisi di garanzia, nonché le intercettazioni telefoniche, in particolare per i processi in corso. L’improprio utilizzo del termine fu sottolineato da Francesco Saverio Borrelli nel suo ultimo intervento pubblico in toga, quello di inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano nel 2002.

Ecco, invece, il modo tipico di Berlusconi di utilizzare la parola con ulteriori accenti ideologici: “Reagiremo contro i golpisti giustizialisti. Fermare i golpisti giustizialisti, i magistrati politicizzati che vogliono scegliersi i governi che preferiscono, impedire che dopo la caduta di Craxi, e del primo governo Berlusconi si consumi per la terza volta un furto di sovranità […] un’opinione pubblica montata sugli scudi del gruppo editoriale debenedettiano e dei suoi amici per aprire a colpi d’ariete la porta alla reazione giustizialista, per distruggere la sovranità del Parlamento e instaurare la Repubblica delle procure. Nei mesi successivi questo e non altro accadde in Italia. […] Bisogna alzare il tono della nostra democrazia, bloccare il nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza volta un furto di sovranità. Ripristinando subito le immunità violate, battendosi per la libertà e la decenza” [7].

Le associazioni sono chiarissime: gli attributi del giustizialismo sono “golpe”, “furto di sovranità”, “reazione”, “ordito”, “violazione”. Ma come può funzionare un tale slittamento semantico? A mio avviso, per assonanza fra “giudice” e “giustiziere”, ovvero il boia, alcune delle cui proprietà sono fatte slittare sul versante dei magistrati.

2. Radicale

Ecco, questa volta, una definizione tratta dall’Enciclopedia: “Radicale: versione intransigente e massimalista del liberalismo, particolarmente sensibile alla laicità dello Stato” per estensione: “che sostiene ogni profonda trasformazione politica e sociale”. Che cosa succede, invece, nel nuovo linguaggio politico? Che la congiunzione di “radicale” e di “sinistra” dà luogo all’espressione sinistra radicale, che diventa una contestata poli-rematica in uso dal 2003, sulla falsariga del termine americano moderno radical, indicante una categoria politica riferita all’area parlamentare più estrema della sinistra, spesso con riferimenti alle correnti ideologiche che affondano le loro radici nel marxismo. Il termine introduce una notevole confusione fra estrema sinistra e movimenti e partiti dell’area radicale. Anche qui sono dunque accaduti degli slittamenti semantici, orientati soprattutto a mettere in evidenza (negativamente) le componenti ideologiche essenziali delle formazioni che vi si riconducono, nascondendo però le loro specificità originarie.

Ricostruire il contenuto storico del termine può essere a questo punto utile. Se restiamo alle denominazioni tradizionali, la parola radicale nasce nel XVIII secolo per indicare quei partiti che esprimono favore o cercano di indurre riforme politiche senza compromessi, inclusi cambiamenti dell’ordine sociale di maggiore o minore portata. Durante il XIX secolo iniziò a essere impiegato il termine sinistra radicale in area anglosassone per raggruppare quelle formazioni politiche liberali progressiste che si distinguevano dai liberisti classici, e che avevano posizioni simili a quelle ora tenute da molti partiti di centro. Proprio per questo radicale è un aggettivo ancora oggi presente in Europa nel nome di molti partiti che non equivalgono affatto a quelli designati con questo lessema attualmente in Italia. Non a caso si legge sul sito del Partito Radicale: “ci imbrogliano pure sul termine radicale”). Il primo uso distorto del sintagma appartiene a Walter Veltroni in una intervista concessa a Beppe Severgnini e pubblicata sulla rivista “Prospect”: “La sinistra dura va liquidata? E il numero due dell’Ulivo: ‘Io penso di sì . La sinistra ha una doppia anima: un’anima di testimonianza e un’anima di governo. In Italia ha prevalso la prima. La radicalità di questa sinistra non è la sana radicalità di chi vuole applicare dei principi ad un’azione di governo: è radicalità fine a se stessa. Rompere con questa sinistra è condizione necessaria per essere credibili come forza di governo. Ogni concessione, ogni tentazione di indulgere alle sollecitazioni del passato è sbagliata’”.

In questo caso, la desemantizzazione è abbastanza sottile. Consiste nel trascurar e mettere fra parentesi la componente liberale classica, e nel conservare invece il senso presente nell’italiano standard, che limita il contenuto a “estremista, drastico, intransigente”. Dunque: per definizione non disponibile al dialogo, che, per i critici, è una componente essenziale dei progressisti democratici, o, dall’altro lato, dei moderati. Quel che accade, dunque, è la cancellazione della tradizione storica dell’espressione, eseguita facendo divenire il sintagma un sintagma bloccato [8], con la conseguente perdita di memoria del sostantivo e dei suoi attributi connessi.

3. Moderato

Secondo il Dizionario, significa: “fautore di idee politiche aliene da estremismi”. Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, alla voce centrismo, indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, “… la posizione intermedia per antonomasia: non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi in medio est virtus, per gli oppositori esterni, centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo, e così via”. Recentemente, Berlusconi ha iniziato a impiegare la parola in maniera sistematica per evitare di pronunciare le parole “destra” e “centro-destra”, che non a caso non appartengono al suo linguaggio. In questa maniera, il vocabolo – finora patrimonio delle tendenze appunto centriste (cattoliche o liberal-democratiche) – ha finito per attribuire un contenuto centrista positivo alla coalizione di governo del centrodestra, che invece è formata anche da gruppi appartenenti all’estrema destra italiana, e che nei suoi programmi propone numerose proposte di carattere reazionario. Ma anche a sinistra si è tentato di introdurre il termine nel quadro ideale di cattolici e socialisti (o ex-comunisti) uniti nel centrosinistra. Con critiche talora molto pesanti. Si legga, ad esempio, qualche passaggio di una lettera di Ivan Della Mea a Fausto Bertinotti

“Bene che vada, io vedo, in prospettiva, le magnifiche sorti e progressive della sinistra intruppate in un centro moderato, giustappunto di sinistra-sinistra, virilmente contrapposto e altalenante con un centro moderato di destra: tutto questo, mi si insegna oggi, è e fa democrazia; sarà, ma io la vedo piatta, omologata e omologante e tutta dentro la banda delle benpensanti compatibilità” [9]. La critica, come si vede, tocca precisamente la questione del “centro moderato”, che Della Mea prova a riportare nell’universo semantico della parola chiave “benpensanti”, e non in quello del “riformismo”. L’uso di moderato è una chiara attenuazione della componente reazionaria potenzialmente presente nella tradizionale articolazione del concetto di destra, e serve ad accentuare l’aspetto della mediazione, della razionalità e della misura che appartengono piuttosto all’idea di centro.

4. Riformista

Secondo il Dizionario è “chi vuole modificare con riforme e metodi legali l’assetto sociale e la struttura dello Stato; nell’ambito delle teorie socialiste, si contrappone a massimalista; est., sinonimo di socialdemocratico”.

Il riformismo, insomma, è un modo per far evolvere gli ordinamenti politici e sociali mediante l’attuazione di riforme graduali e progressive. In questo senso, riformismo contrasta con rivoluzione. Predica l’uso di metodi democratici, in contrapposizione a quelli autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni. Dal punto di vista storico, in effetti, il termine riformismo nacque per distinguere all’interno del movimento socialista coloro che sostenevano riforme graduali anziché la rivoluzione propugnata dai massimalisti (vale la pena rammentare che il programma di Marx ne Il Capitale contiene due varianti, quella appunto “massima” della presa del potere violenta e quella “minima” che si ottiene attraverso il consenso elettorale e l’alleanza fra le classi). Più tardi, è diventato sinonimo di socialdemocrazia. A partire dagli anni Ottanta, però, essere riformisti ha avuto piuttosto il significato di proporre riforme graduali di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali hanno cominciato a dichiararsi sostenitori di riforme radicali (orientate alla restaurazione). Riformismo è così divenuto parola utilizzata anche a destra, con la conseguenza di neutralizzare un elemento ideale di sinistra, far apparire quest’ultima come conservatrice oppure come estremista. Alcuni hanno pertanto proposto di usare il termine riformatore per la destra e riformista per la sinistra. Non a caso in Europa e negli Stati Uniti spesso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti riformisti, rispetto ai liberisti e ai democristiani, tanto da portare a certe convergenze con la socialdemocrazia. In Italia l’equivoco è corrente. Si leggano alcune frasi tratte da un’intervista a Pier Ferdinando Casini apparsa sul “Corriere della Sera” nel 2009: “L’ex presidente della Camera: ‘noi con la sinistra riformista? Future alleanze, ma transitorie’”. A D’Alema Casini risponde non solo che l’appoggio al governo Prodi è impensabile (‘combatto la sinistra radicale anche perché favorisce il populismo radicale di destra’), ma che pure la prospettiva di un accordo con la sinistra riformista, se non impossibile, è di là da venire. L’idea di Casini è che popolari europei e socialisti europei sono alternativi, e possono convivere solo in determinate contingenze. Come in Germania, dove saggiamente la sinistra riformista governa con i cattolici anziché con Verdi e comunisti, o come in Austria”. Come si vede, si tratta di un caso nel quale riformista e radicale sono diversi, ma comunque orientati nella medesima direzione, e l’unica prospettiva esistente è l’alleanza occasionale e variabile con il centro. Ma in molti discorsi di esponenti del centrodestra (ad esempio Tremonti e Gelmini) il riformismo viene indicato come una qualità essenziale del rinnovamento proposto dal Popolo delle Libertà. In questo modo, l’equivoco sul reale contenuto delle riforme proposte è assai produttivo, perché ancora una volta neutralizza un orientamento politico tradizionale.

5. Federalismo/decentramento

Secondo l’Enciclopedia si tratta di “dottrina politica che propugna la federazione di più stati o la costituzione in federazione di uno stato precedente”; nasce con l’illuminismo (Rousseau, Montesquieu, Kant) e si realizza per la prima volta nella Costituzione americana (1787) e poi in Svizzera (1803); il federalismo italiano dell’800 predicava l’unità d’Italia come federazione di stati con a capo il Papa (Gioberti, Balbo, D’Azeglio), come federazione repubblicana (Cattaneo e Ferrari); è esistito anche un federalismo europeo (Spinelli, Spaak, De Gasperi, Schuman, Adenauer) negli anni Sessanta e Settanta in Italia ha coinciso con la battaglia per il decentramento regionale, con la denominazione di regionalismo”.

Con il termine federalismo si intende dunque un corpo di autonomie locali che sono raggruppate poi in uno stato rappresentativo con un unico governo e un’assemblea generale o parlamentare. Si tratta di una dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e unità politiche di sottogoverno I due livelli sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. La teoria federalista implica un sistema costituzionale robusto e pluralista, che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale.

In Italia, dopo la Liberazione, la nuova Costituzione repubblicana restituì dignità alle autonomie locali cancellate dal fascismo e istituì le Regioni (anche se videro la luce solamente nel 1970) quali enti autonomi dotati di poteri legislativi. e amministrativi.

Il federalismo è divenuto oggi una parola di “proprietà” politica, e cioè della Lega Nord. Consiste nel predicare una autonomia di “stati” indipendenti molto più solida di quella regionale e viene fortemente associato alla questione della spesa pubblica derivante dai proventi fiscali. Perciò si accompagna a un’altra parola-chiave, e cioè devoluzione. Il termine devoluzione è un anglicismo (da devolution), tendente a soppiantare il termine italiano decentramento, utilizzato nella Costituzione italiana, ma sempre di meno sia nel linguaggio politico che in quello giornalistico. Nel diritto costituzionale, devoluzione o decentramento sono sinonimi e indicano il trasferimento delle competenze e dei poteri dalla sede del governo centrale verso le sedi dei governi locali o periferici. La costituzione italiana prevede come sedi del governo locale le regioni, le province e i comuni, e prevede un principio di sussidiarietà tra di loro. Il termine, in ultima analisi, viene utilizzato impropriamente, visto che in Italia il decentramento esiste già, sancito dalla Costituzione o da sue puntuali riforme, come quella della fine degli anni Sessanta. Il senso idiolettale (leghista) stretto della parola è testimoniata da queste frasi, utilizzate per presentare una rivista “federalista” a Milano nel 1994, e che può essere considerato come il nucleo di partenza di quel movimento (ancorché il concetto lanciato dalla Lega Nord fosse molto precedente):

“Oggi viene presentata una rivista che riunisce studiosi di varie tendenze per dibattere il tema caro a Cattaneo. Se Umberto Bossi, nella fretta di correre all’abbraccio con Berlusconi, lascia cadere lo stendardo del federalismo, in Padania c’è qualcuno che è pronto a raccoglierlo, quanto meno come istanza culturale. Stasera, all’Hotel Duomo di Milano, si festeggia la nascita di una nuova rivista, “Federalismo e Società” […] Vogliamo dare vita a una specie di foyer […] dove si possa discutere di Stato federale, di neoregionalismo e dei problemi connessi, senza pregiudizi ideologici o di parte. Perché nell’Italia della Seconda Repubblica e nell’Europa del dopo Maastricht il federalismo è diventato un argomento cruciale” [10].

Va rilevato, in questo caso, che vi sono stati tentativi di impedire che federalismo indicasse una appartenenza esclusiva di partito (vedi le posizioni di Massimo Cacciari o di Gian Enrico Rusconi fra i molti altri).

6. Società civile

Il sintagma non è registrato dal Dizionario, ma solo dall’Enciclopedia: “nel giusnaturalismo e Kant: il contrario di ‘società naturale’, cioè ‘società politica’ organizzata dai cittadini; Hobbes, Locke e Rousseau: società civilizzata vs. primitiva o selvaggia; Hegel: parte dell’eticità (famiglia, società civile, Stato), preliminare alle leggi; Marx: sinonimo di società borghese; Gramsci: le relazioni economiche fra individui e la negoziazione del potere reale rispetto a quello legale; Bobbio: passo indietro per la soluzione delle crisi della società politica e del potere legale”

Si tratta, in ultima analisi, di un sintagma di origine filosofica, che, soprattutto nella più recente versione di Bobbio, significa semplicemente un passo indietro della politica organizzata nei modi tradizionali, per ripensare la partecipazione dei cittadini e la riformulazione dei programmi. È entrata a far parte del dibattito politico dopo il 1996, nell’ambito del processo che portò alla creazione dell’Ulivo, cioè dell’alleanza di centrosinistra che vinse le elezioni politiche di quell’anno. Inizialmente, la si intesa in senso più o meno proprio, e cioè come richiamo partecipativo. Non a caso il programma elettorale di Prodi fu costruito con il contributo di persone non provenienti dalla carriera politica. Subito dopo, tuttavia, si è assistito a uno slittamento progressivo, fino a raggiungere i significato – assai banalizzato – di “politico non professionista”, o “proveniente dal mondo del lavoro e della produzione”. La neutralizzazione del valore iniziale ha prodotto due immediate conseguenze. Da parte dei fautori della società civile ci si è impegnati nella ideazione di movimenti di vario genere, con una mentalità fortemente anti-partito o addirittura anti-politica. Da parte dei critici, invece, si è cominciato a indicare gli appartenenti alla società civile come nuovi concorrenti della classe dirigente tradizionale, spesso non dotati dell’esperienza, della credibilità e della legittimazione date appunto dai partiti di vecchio tipo. Si legga, ad esempio, questo passo di una intervista a Massimo D’Alema: “Oggi le forme di partecipazione politica su cui sono cresciute le ultime generazioni non esistono più, c’è un effetto di disillusione. Ma la nuova politica è qualcosa che ha uno scarso fondamento culturale ed etico: sono costruzioni precarie, e vanno tutte nella direzione di sostituire la politica con la società civile. E questo non va bene? La società civile è mediamente peggio della politica, perché è portatrice di interessi molto forti, molto individuali, se non illegittimi a volte feroci, se così li posso definire” [11]. Si noterà come, ancora una volta, si opera uno slittamento di significato, tendente ad attribuire a società civile il senso di organizzazioni variabili (“precarie”) e frutto di interessi (“individuali”, “illegittimi”, “feroci”).


B. Anestesia ed eccitazione

7. Casta

Una casta è, nel Dizionario, “ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati fra loro, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione; est., gruppo di persone che hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti”. Nell’Enciclopedia, invece, il concetto di casta si riferisce originariamente alla società indiana, ed è utilizzato per estensione anche in altri contesti ed in senso improprio anche per riferirsi a qualsiasi gruppo sociale chiuso, anche in società che non sono ufficialmente divise in caste.

La casta in Italia. La diffusione di una versione oggi strettamente politica del lessema dipende dall’omonimo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, che a sua volta prende spunto da una frase di Walter Veltroni: “Quando i partiti si fanno caste di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi e affronta nei vari capitoli i diversi aspetti della politica, mettendo in luce gli sprechi, gli scandali e i privilegi ingiustificati”. L’uscita del volume nel 2007 e il suo straordinario successo hanno aperto un acceso dibattito in tutt’Italia su come tamponare le situazioni paradossali descritte nel volume. Alcuni sostengono che l’inchiesta sia diventata una sorta di manifesto del movimento dell’anti-politica, tanto che sono usciti anche altri libri che riprendono gli stessi contenuti (ad esempio Impuniti di Antonello Caporale). Inoltre i due autori hanno scritto un secondo libro che è un ideale seguito del primo best-seller: La deriva, dedicato stavolta alle contraddizioni del sistema Italia, e con un capitolo che riprende i contenuti de La casta. Possono considerarsi una continuazione ideale due saggi di Stefano Livadiotti, L’altra casta. L’inchiesta sul sindacato del 2008, e Magistrati. L’ultracasta del 2009. Ma, ecco, assistiamo nuovamente a ulteriori slittamenti semantici.

Leggiamo dall’articolo di Piero Ostellino comparso dopo l’uscita del libro. “Siamo un popolo di sudditi e non di cittadini. Così la Casta sopravviverà. Non riusciamo a tradurre le reazioni a sprechi e privilegi né in azione né in pensiero politico. Dalle reazioni di molti lettori […] viene fuori un deprimente spaccato di chi siamo. Antropologicamente, siamo un popolo di sudditi, non di cittadini. Non siamo neppure capaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico. Chiacchieroni di uno scompartimento ferroviario, esauriamo la nostra protesta nella retorica populista e nell’ anti-politica qualunquista. Ha letto La Casta? Ha visto quanto guadagna un sindaco? Se penso a mio figlio che fa l’impiegato all’Enel e non ce la fa ad arrivare a fine mese… Lo sa che il Quirinale costa quattro volte Buckingham Palace? Ma, poi, nessuno sembra capire che – quale che sia il governo in carica – la fonte degli sprechi, delle inefficienze, dei privilegi è lo Stato interventista e invasivo; sono la burocrazia pletorica e costosa; il parassitismo diffuso e protetto. Nessuno sembra capire che, ai vertici dello Stato predatore, un’oligarchia vorace e irresponsabile (la Casta) rastrella più ricchezza che può dalla popolazione per redistribuirla a se stessa e ai propri clienti” [12].

Una casta, insomma, è sostanzialmente un gruppo di potere orientato al rastrellamento del denaro attraverso la politica, e l’uso del termine accresce la denigrazione verso i suoi presunti appartenenti.

8. Escort

Sorpresa: non esiste in italiano! In inglese significa: “scorta (armata) a cose e persone; accompagnatore di persone, per protezione o cortesia, durante viaggi o visite” .

Ecco il primo riferimento della parola escort a prostituta nel lontano 1987 “Due fra le più note riviste per soli uomini (o uomini soli) che si contendono a suon di milioni di dollari Fawn Hall, l’ormai celebre segretaria della Casa Bianca coinvolta nello scandalo Irangate, rimarranno deluse. [...] Per il momento la Hall rimane molto irritata, soprattutto per il fatto che una rivista sugli escort service (i servizi di dame di compagnia per uomini soli) ha pubblicato una sua foto in copertina” [13].

Ed ecco invece il primo articolo caso Berlusconi-escort nel 2009: “Cinque ragazze già ascoltate dagli investigatori. L’accusa precisa di una di loro: ‘Mi hanno pagata per passare due notti a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi’. E un fascicolo della magistratura con un’accusa chiara: induzione alla prostituzione. La procura di Bari sta indagando su un presunto giro di prostitute che, partendo dalla Puglia e non solo, avrebbero partecipato alle feste organizzate dal premier a Palazzo Grazioli e Villa Certosa. Berlusconi non è indagato e rimanda al mittente tutte le accuse indirette: È solo spazzatura tuona da L’Aquila. È sotto indagine, però, un giovane imprenditore di sua conoscenza, Gianpaolo Tarantini, classe 1975, barese di nascita ma ormai romano d’adozione. L’uomo avrebbe conosciuto Berlusconi in Sardegna lo scorso anno quando ha affittato una casa a pochi passi da Villa Certosa […] Tarantini avrebbe contattato molte donne, spesso escort, perché partecipassero alle feste di Berlusconi […]” [14].

Si tratta, in apparenza, quasi di una forma di autocensura – che oggi sarebbe decisamente rara – nel linguaggio di cronaca. Piuttosto, si può pensare all’ennesimo slittamento semantico: si mantiene, sì, l’idea della prostituzione contenuta potenzialmente nella parola, ma si suggerisce anche l’idea del lusso e dell’“alto bordo” delle ragazze reclutate a pagamento, suggerendo così il concetto di una organizzazione sociale delle classi dirigenti dotate di risorse economiche. Escort, insomma, nasconde un’ideologia di classe, che rende politicamente più efficace l’uso del termine.

9. Barone

Dal Dizionario: “fig., Chi esercita e amministra un grande potere economico; chi, in un ambiente professionale, è fornito di un certo potere e autorità e ne dispone con abuso e senza controllo, per tornaconto personale”. A dire la verità, l’utilizzo politico di barone risale ai movimenti del ’68, quando così veniva definito un professore ordinario capace di determinare le scelte sociali dell’Università. Successivamente, è stato esteso agli ambienti della medicina ospedaliera (spesso anche loro universitari), e oggi è diventato onnicomprensivo. Al punto che qualunque professore, ma anche qualunque dirigente amministrativo, è un barone. La conseguenza è quella di associare questa terminologia con un presunto sistema di privilegi esistente nelle organizzazioni sociali pubbliche, soprattutto nella scuola e nelle amministrazioni. Si vedano alcuni esempi:

“Quando il barone è a mezzo servizio. Non è la prima volta che la magistratura punta gli occhi e tira le reti sull’assenteismo dei medici. Dalle deplorazioni, dalle sospensioni si è passati alle manette. L’uomo della strada ne trae la sensazione di un abissale degrado della deontologia […] È ottimista sulla correttezza della categoria Alessandro Pellegrini, primario del “Centro cardiochirurgico De Gasperis” di Niguarda: ‘Non intendo fare difese corporative. Ma, per quel che conosco, per la realtà milanese, penso non si possa parlare di un degrado della deontologia medica. Magari, ci sarà qualche pecora nera. Ma dove non ci sono? Qualcuno contesta la concezione del chirurgo a orario, del medico burocratizzato e si richiama all’autonomia morale. Ecco la nostra ricetta per eliminare i baroni’” [15].

Ed ecco alcuni passi concernenti le proposte studentesche avanzate dall’Onda: “Abolire le due fasce di docenza, associati e ordinari, unificandole, per combattere i concorsi pilotati dai baroni […] Un altro dei punti è il finanziamento diretto dei gruppi di ricerca, senza passare per i docenti” [16].

Infine, un commento di Mario Pirani alla prossima riforma Gelmini: “Non ho dubbi sulla buona volontà del ministro, meno certo sono sulle sue possibilità di superare le ostilità trasversali delle varie consorterie accademiche e di partito che si frappongono alle misure più significative da lei annunciate e sempre rinviate. Già in una precedente rubrica ho segnalato i trabocchetti predisposti […] Mi scrive, ad esempio, una ricercatrice di Storia moderna sulla questione centrale del concorso unico nazionale che dovrebbe tagliare l’erba sotto i piedi al clientelismo localistico e alle parentopoli, oggi imperanti: ‘Si continuerà ad andare avanti in virtù di accordi e spartizioni tra ordinari (qui il mio, lì il tuo, oggi il mio, domani il tuo etc.). Tutto questo non è il prodotto della mente del ministro, ma dei suoi consulenti e dello stesso Cun, cioè di coloro che da sempre governano l’università e provocato le storture’. Un ordinario di Letteratura italiana contemporanea, intervenendo anche lui sulla questione decisiva dei concorsi, invece, afferma che: ‘…Se ne deduce che per qualche Ateneo sarebbe forse conveniente sul piano finanziario sostituire gradualmente una certa percentuale di vecchi baroni con contrattisti, scelti in piena discrezionalità (tra giornalisti, personaggi della tv e dello spettacolo, esponenti del mondo dell’impresa e delle professioni, o anche politici di secondo rango)’” [17].

10. Questo/a

L’ultimo vocabolo che testimonia dell’uso anestetico o eccitativo del linguaggio politico è piuttosto sorprendente. Si tratta, infatti, del deittico questo/a. Ecco la definizione del Dizionario: “persona o cosa vicina nello spazio o nel tempo a chi parla; intensivo: questo schifo di musica, questa benedetta pioggia”. Come si vede, è previsto dall’italiano l’uso intensivo dell’aggettivo, ma di solito deve essere accompagnato da un altro termine che ne stabilisce l’isotopia euforica o disforica, e consente il suo rafforzamento. In politica, tutto ciò è omesso, dato per scontato, e l’intensità determina ragionamenti impliciti spesso abbastanza paradossali. Si leggano questi quattro esempi:

“Centomila in Piazza del Duomo per la protesta del Polo. Record di applausi per Fini quando attacca il capo dello Stato Berlusconi: questa sinistra è un regime. È un sistema felpato, in guanti bianchi, non porta i carri armati, ma pretende subalternità” [18]. Come si vede, “questa sinistra” è denigrativo – e va bene -, ma presuppone inferenze curiose. Ad esempio, che se la sinistra fosse un’altra non dovremmo parlare di “regime”. Pertanto, la colpevolizzazione degli opponenti è raddoppiata, e trasforma in vittima giustificata i protagonisti dello schieramento alternativo.

“È strano e curioso che una frazione della sinistra si sia tirata addosso la responsabilità, anche con una certa dose di primitiva ingenuità, di aver fatto cadere questo governo – attacca il vicepremier . Allora io vi dico una cosa da vecchio: non serve il Partito Democratico per capirlo. Che questa sinistra non va bene ce lo ha insegnato già il Pci, questa sinistra non serve al Paese. Quale sinistra? Quella dei dissidenti, delle ‘piccole schegge’, di chi ‘si è sottratto al mandato degli elettori’” [19]. Le parole di Veltroni ripetono, a sinistra, il medesimo schema di Berlusconi. “Questa sinistra” denuncia la contraddizione di “frazioni” interne, riprendendo, senza dirlo, il vecchio slogan di Lenin su “l’estremismo, malattia infantile del comunismo”. E infatti le qualificazioni (“primitiva ingenuità”, “piccole schegge”, che lascia intendere “impazzite”) sono assolutamente evidenti.

“Prodi: questa maggioranza non ha alternative se realizza il programma” [20]. Ci troviamo nel caso assolutamente opposto. Si legittima una maggioranza come unica possibile. Ma, ancora una volta, l’aggiunta “se realizza il programma” introduce ambiguità, perché alimenta l’idea o la minaccia di nuove alleanze laddove il programma invece non sia eseguito.

“Sulle intenzioni di questo governo nella lotta all’evasione fanno testo lo smantellamento di un insieme di importanti provvedimenti di prevenzione dell’evasione e la riduzione delle sanzioni in caso di mancato o ritardato pagamento delle imposte” [21]. Siamo dinanzi all’uso complementare da parte del centrodestra della medesima accezione euforizzante, attribuita come nel caso precedente, a “questo governo”.


C. Piccola conclusione come proposta introduttiva

Abbiamo dunque visto, per grandi linee, i due tipi di strategia discorsiva messi in atto nell’attuale linguaggio politico, con una prevalente sistematicità da parte della destra. Il primo consiste non solo nell’elaborazione di un uso linguistico (stile comunicativo, idioletti e socioletti di appartenenza) fondato sulla neutralizzazione semantica e sull’eventuale riformulazione dei significati lessematici, ma anche nello spostamento di intere porzioni del sapere comune, che sono anestetizzate, spostate, deviate. Nel secondo caso, invece, ci troviamo dinanzi a un lavoro stilistico ancor più sottile [22], che tende a costruire una dimensione passionale del discorso, disforizzandolo o euforizzandolo a seconda della bisogna. Questa seconda tendenza si appoggia fortemente sui media, che per natura la seguono costantemente.

Quel che ne deriva è che il discorso politico, oggi, produce forme di manipolazione degli utenti di grandissima efficacia, basate sostanzialmente sull’abbassamento delle consapevolezze linguistiche e culturali della popolazione. A mio avviso, l’unico progetto che rimane a coloro che ancora tengano alla cultura come visione critica dei fenomeni che ci circondano è quello di lavorare sull’analisi e sullo smascheramento. Insomma, se mi si contente una citazione marxiana fuori tempo e fuori moda: “la rivoluzione non c’è stata; bisogna ancora leggere molto”.

Note
[1] Io stesso mi sono cimentato nel 1992, con Stefano Magistretti e Anna Maria Testa, nella produzione di un documentario non ufficiale sul “vuoto spinto” del linguaggio politico, che fu utilizzato dal Pci per la campagna delle elezioni politiche di quell’anno.

[2] I. Calvino, L’antilingua, in Una pietra sopra, Einaudi, Torino, 1980, pp. 122-126.

[3] Vedi in proposito D. Fortis, Il dovere della chiarezza. Quando farsi capire dal cittadino è prescritto da una norma, in “Rivista italiana di comunicazione pubblica”, n. 25/2005, 2005 e Id., Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire, Quaderni del MdS, 2003.

[4] A. Korzybski, Science and Sanity, Institute of General Semantics, New York, 1933; S.I. Hayakawa, Language in Thought and Action, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego, 1949; S. Chase, The Tyranny of Words, Methuen, New York, 1938; Id., Power of Words, Harcourt, Brace & World, New York, 1953.

[5] G. Bateson, Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Co., Los Angeles, 1972.

[6] Vedi in proposito il mio Come nella boxe, Laterza, Roma-Bari, 1998.

[7] “Il Foglio”, 30 aprile 2003.

[8] Si intende con “sintagma bloccato” un’espressione immodificabile nella sintassi e nel significato delle sue componenti, che dunque si trasformano in lessema unico. L’esempio è “casa di campagna”, non trasformabile in “casa della campagna”. Ha coniato questa dizione Giacomo Devoto.

[9] “Corriere della Sera”, 30 marzo 1994.

[10] “Corriere della Sera”, 15 febbraio 1994.

[11] Dal sito www.massimodalema.it. La data è gennaio 2001.

[12] “Corriere della Sera”, 23 giugno 2007.

[13] “Repubblica”, 6 marzo 1987.

[14] “Repubblica”, 18 giugno 2009.

[15] “Repubblica”, 22 maggio 1984.

[16] “Repubblica”, 17 novembre 2008.

[17] “Repubblica”, 13 luglio 2009.

[18] “Corriere della Sera”, 4 maggio 1997.

[19] “Corriere della Sera”, 25 febbraio 2007.

[20] “Corriere della Sera”, 27 luglio 2006.

[21] “Repubblica”, 31 luglio 2009.

[22] Faccio riferimento allo stile secondo la formulazione che ne dette Charles Bally, Le Langage et la Vie, Atar, Genève, 1913, che parlava di “linguaggio in azione”, orientato alla produzione di sentimenti ed emozioni nel lettore/ascoltatore. Un suo esempio assai efficace è dato dalla frase “la mamma è sempre la mamma”, che è cognitivamente in apparenza tautologico, ma in verità si basa su una contraddizione (la frase giusta dovrebbe essere “la mamma è sempre una mamma”), che porta a caratterizzare sentimentalmente la maternità attraverso l’antonomasia.
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