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di Ignazio Licciardi
2^ PROVA IN ITINERE (momento di studio in Aula virtuale)
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 21 novembre 2011


Il presente AVVISO -relativo alla 2^ prova in itinere di Pedagogia generale- vale soltanto per gli Studenti di Scienze dell'educazione della Facoltà di Scienze della Formazione!!!

 

Vi trovate in una Redazione di una Rivista specialistica in "Scienze dell'educazione e della formazione".

Il Capo-Redattore Vi dice di leggere i sotto indicati testi, per realizzarne una Presentazione che metta in evidenza, attraverso i vari contenuti presenti nei libri, la validità/funzionalità di una loro lettura pedagogica.

I testi sono:

1. I. Licciardi(a cura di), Leggere pedagogicamente;

2. I. Licciardi(a cura di), Tra reale e virtuale;

3. I. Licciardi(a cura di), Notes-bloc2006. C'era una volta biblion; e  V. Boffo, Comunicare a scuola (il libro di V. Boffo - insieme al testo indicato per primo al punto 3 - per gli Studenti di Scienze dell'educazione).

N.B.: Visto e considerato che lo spazio del commento accetta fino a n.2.000 battute, chi avesse da pubblicare un commento più corposo, potrà dividerlo in due, tre o più parti, inserendo nel commento plurimo i numeri di pagina, oltre al Cognome, al Nome, etc.

Inserire i vari commenti giorno 05 Dicembre 2011 entro le ore 23.59 (o altra data da Voi proposta!).

 

Non dimenticate di inserire in quest'ordine:
COGNOME-NOME-CORSO DI LAUREA-TITOLO DELLA VOSTRA PRESENTAZIONE.

 Chi lo volesse, potrà inviare - entro giorno 10 Dicembre - in allegato a mezzo mail ( ignaziolicciardi@alice.it ) lo scritto elaborato.

 

 

Università degli Studi di Palermo, 21-11-2011
                                                                                                                                   prof. I. Licciardi

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Il diritto al default come contropotere finanziario
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 novembre 2011


Il diritto al default come contropotere finanziario
 
Andrea Fumagalli*  - 1 settembre 2011
 
In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non ad un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel – Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’ Unione europea che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrime-sangue possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.
 
La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri.
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq111.pdf).
Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.
 
La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.
In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. E’ cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. E’ il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.
 
Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento (cfr http://www.ephemeraweb.org/journal/10-3/10-3index.htm) ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. E’ necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà , ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.
Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:
  1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca Centrale Europea

  2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;

  3. L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.

Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.
 
* Collettivo UniNomade, Università di Pavia
"il manifesto, 1° Settembre 2011

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Karl Marx e ... governo tecnico!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 novembre 2011



Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».
In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).
L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso «nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».
Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica. Marx si chiese, infatti: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.
La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.
Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.
Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni in Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine «governo tecnico» – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del «governo di tutti i talenti» – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo all’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che «forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.
In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.
Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, le necessarie risposte radicali per uscirne.

Marcello Musto - il manifesto del 13 novembre 2011


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I problemi sociali di oggi, descritti da Zygmunt Bauman
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2011


Ieri si è tenuta, al Salone dell’Editoria Sociale di Roma, la Lectio Magistralis del professor Zygmunt Bauman dal titolo “Quali sono i problemi sociali, oggi?”. Già 30 minuti prima dell’inizio della lezione, l’aula era gremita di gente tanto che Giulio Marcon (portavoce della campagna Sbilanciamoci) consigliò a chi non riusciva ad entrare di andare fuori ove erano stati posizionati dei maxi-schermi per seguire la lezione.
Al suo arrivo, Bauman viene accolto da un calorosissimo e lungo applauso degno della sua straordinaria persona.

Zygmunt Bauman fa una premessa prima di iniziare ovvero che “se mi aveste chiesto di parlare della società e dei suoi mutamenti quarant’anni fa, avrei saputo perfettamente cosa dire; se me lo aveste chiesto vent’anni fa, probabilmente avrei avuto alcuni dubbi; oggi - dice quasi con tono di scusa - vago nell’oscurità, non so cosa dire”. Detto ciò Bauman inizia la sua lezione esternando che il modello capitalistico non potrà fare altro che creare ulteriori problematiche oltre a quelle già create fin qui ma che non è neanche plausibile tornare al socialismo. Quindi oggi noi tutti ci troviamo nella terra di nessuno.

Il 1° problema sociale siamo noi stessi, dice Bauman. Siamo noi che abbiamo la responsabilità dei nostri problemi, è il nostro stile di vita il problema. Se non risolviamo ciò, non è possibile andare oltre. Fino ad ora, secondo il professore, abbiamo inglobato in noi principalmente 3 assunzioni tacite, riassumibili in questo modo:

  • abbiamo dato le problematiche sociali come finite;
  • le problematiche sociali sono legate ad un deficit, ad una mancanza di conoscenza,  dalla cui velocità deriva la risoluzione delle sopracitate problematiche;
  • una volta accumulata codesta conoscenza, essa è tale da permetterci di risolvere i problemi sociali.

Oggi però, dice Zygmunt Bauman, nessuna di queste 3 premesse è più valida ed è questo il nostro problema. Oggi noi sappiamo che abbiamo un eccesso di sapere, il quale fa incrementare le idee, le quali di conseguenza fanno incrementare le risposte alle domande poste dalle problematiche sociali.
Di fronte ad una tale vastità di idee, dice, come facciamo quindi a trovare qualcosa di sensato? Quali sono oggi gli strumenti per intervenire?

Bauman focalizza per un attimo la sua attenzione sul movimento degli “Indignados” (sui quali tornerà poco dopo), i quali cercano cosa fare, come intervenire, poichè una protesta ha bisogno di obiettivi chiari per poter raggiungere i propri fini.

Ed è qui che il sociologo ricorda Antonio Gramsci ed il suo “interregno”, il quale è dove “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il concetto di interregno, ricorda Bauman, deriva dall’Antica Roma e ne parlò Tito Livio.
Ma Gramsci aggiornò tale concetto, dicendo che si trattatava del problema del modo di vivere. Quindi l’interregno, secondo la spiegazione del professore, è il vecchio modo di vivere ma un nuovo modo ancora non è stato inventato a livello globale. L’interregno è l’essere persi in questa condizione. I nostri vecchi modi non funzionano più e non sappiamo usare quelli nuovi. Infatti il movimento Occupy Wall Street non sa dove andare, di conseguenza non si può parlare di transizione riguardo a tale movimento perchè transizione vuol dire andare da un posto definito ad un altro posto definito.

Ma come ci siamo trovati in questa situazione?
Bauman ci spiega che l’attuale crisi, che provoca la sensazione di smarrimento, dell’esser persi, è il prodotto di un’incessante deregolamentazione, del libero mercato, la cui forza avrebbe prodotto più ricchezza per tutti (si ricordi la “mano invisibile” di Adam Smith). Ma oggi possiamo dire che non è andata cosi.

E com’è andata invece?
Per rispondere a questa domanda, Zygmunt Bauman usa la metafora delle “terre vergini”.
Una terra vergine, in quel momento non da alcun profitto ma se viene messa a coltivazione comincia a darne. Man mano che la metto a fertilizzare però, i profitti che ricaverò andranno via via decrescendo. Questa è una legge dell’economia.
Ergo ci sono limiti ai profitti che si possono ricavare. Il capitalismo è proprio questa continua, incessante ricerca di terre vergini da fertilizzare. Ma siccome la verginità si può perdere una volta sola, man mano che si è alla continua ricerca di tale verginità delle terre, esse prima o poi finiranno.
Trent’anni fa, ricorda Bauman, ci fu chi trovò terra vergine. Essi erano persone che però non spendavano più di quanto avevano guadagnato, non usavano la carta di credito ma il libretto di risparmio. A fronte di ciò ci fu una martellante campagna pubblicitaria (Bauman ricorda quella effettuata in Inghilterra) per convincere le persone a passare alla carta di credito.
Questo perchè? Semplicemente perchè con la carta di credito ci si indebita e le banche non vogliono che questo meccanismo di indebitamento delle persone termini poichè, in tal modo, le banche continueranno a fare profitti.
(Per maggiori info: Il mondo drogato della vita a credito – di Zygmunt Bauman)

Rimanendo in questo sistema, l’unico mezzo con cui l’individuo può uscire da questa situazione è il consumo.

Oggi, spiega, anche i nostri punti di vista sono stati commercializzati. Il nostro punto di vista non esiste più poichè c’è una terribile e perenne concorrenza tra gli esseri umani che ha portato alla perdita di quella che una volta era la solidarietà. Oggi abbiamo sempre meno tempo da dedicare agli altri, ai nostri figli. Le società di oggi sono individualizzate e non si immergono nella collettività.

Qual’è quindi il risultato complessivo dell’indebolimento dei legami umani?
E’ che siamo circondati da concorrenti, non più da amici.

La questione oggi da risolvere non è più quella di una parte, seppur maggioritaria, della popolazione, spiega Bauman, ma è quella del 99% contro quell’1% di cui parla il movimento Occupy Wall Street. Cinquant’anni fa il problema da risolvere era quello della classe proletaria.
Oggi non si parla più di proletariato visto che, ad esempio, in Inghilterra la classe operaia è scesa sotto i 2 milioni. Oggi si deve parlare di classe precaria, di precarietà.
Vivere nel precariato significa vivere in una condizione costante di terremoto, il quale non si sa da dove arriverà e quando arriverà. Sai solo che stai aspettando una catastrofe.
Tale condizione, spiega il sociologo, pone le seguenti situazioni e sensazioni:

  • genera una situazione di ignoranza nel senso di non sapere cosa fare e del perchè ci si trovi in questa situazione;
  • anche se lo sapessi, ti sentiresti impotente;
  • sentendoti impotente si verificherà un crollo dell’autostima e quindi una frustrazione.

Bauman ora ritorna sul movimento degli “Indignati” proprio collegandosi a questa sensazione di frustrazione. Spiega il professore che i c.d. “Indignati” spagnoli sono il prodotto di questa frustrazione e quindi cercano un’altra via di uscita da tale condizione. Ma sono frustrati anche contro lo Stato, che è potere e politica. Il potere degli stati oggi però è evaporato! E’ rimasta solo una politica locale priva di potere. Quindi lo Stato, dice Bauman, soffre una mancanza di potere.
Ma gli Indignati, proprio per via di questo sentimento di frustrazione contro lo Stato, ritengono che i partiti e le istituzioni non siano capaci di risolvere queste problematiche.

Allargando per un attimo la sua visione anche alle rivolte del nord-Africa, Bauman ci dice che le persone sono scese in piazza per ribellarsi e liberarsi da un ostacolo specifico, che si chiamasse Ben Alì o Mubarak. Non è chiaro però se queste forze saranno in grado di dare una svolta e di costruire ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Svolta che, secondo Bauman, si presenta nel momento delle crisi, poichè è qui che si deve decidere come continuare: se riproporre lo stesso modello attuato finora, oppure cambiare, e quindi svoltare, verso altri modelli di sviluppo e di vita. Quindi, analizza il professore, ci troviamo proprio nell’interregno descritto da Gramsci: non sappiamo come fare, non sappiamo trovare strade alternative. Conclude il professore dicendo che le istituzioni governative stanno cercando di uscire dalla crisi riproponendo però vecchi modi, vecchie strade e che non ascoltano le istanze di queste grandi mobilitazioni sociali.


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Occupy Wall Street. Il ritorno della Res Publica
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 novembre 2011


di Wendy Brown*

Per tre decenni, le politiche populiste americane sono state in larghissima parte reazionarie, istigate e strumentalizzate da interessi danarosi. Che cosa ha alla fine scatenato una rivolta di sinistra contro la deregulation neoliberista e la democrazia neoliberale corrotta dall'impresa? Perché mai essa non è scoppiata nel 2008, quando il governo ha salvato le banche d'investimento traballanti ma non le loro vittime? Perché non nel 2009, quando alle stesse banche d'investimento che avevano schiantato il sistema con i loro giochi sui derivati sono stati consegnati giganteschi bonus?
Perché non nella primavera del 2011, quando la Corte Suprema ha cassato i limiti sui contributi societari ai comitati di azione politica (che consentono alle corporations di inondare il processo elettorale) e ha sostanzialmente eliminato le class-action (ovvero la principale linea di difesa contro le frodi e gli abusi delle aziende? Perché non in un qualsiasi momento dell'ultimo decennio, mentre l'accesso di massa all'istruzione superiore crollava, le infrastrutture marcivano, il reddito reale della classe media precipitava, i costi della sanità salivano alle stelle, e le multinazionali, le banche e i ricchi prosperavano?
Occupy Wall Street è un dono gemellare da un lato della Primavera araba, dall'altro del colossale fallimento della presidenza Obama, che non è riuscita a imporre un minimo freno alla deregulation neoliberista né a mettere un trattino di separazione fra Wall Street e Washington. Il primo fattore è stato evidentemente un detonatore, ma il secondo non va sottovalutato: se una sola delle promesse di Obama fosse stata realizzata - il rapido ritiro dalla guerra in Iraq, la chiusura di Guantanamo, lo stimolo alla ripresa economica con la creazione di posti di lavoro, l'abrogazione dei tagli fiscali di Bush, la stretta regolamentazione del capitale inanziario, l'allargamento dell'accesso a un'istruzione superiore abbordabile, il contenimento dei costi della sanità - molti di coloro che oggi partecipano a Occupy Wall Street, specialmente i giovani, sarebbero rimasti fedeli al movimento politico-elettorale che li impegnò così intensamente solo tre anni fa.
Oltre agli effetti galvanizzanti della primavera araba e dell'autunno di Obama, ad alimentare il fuoco è stato un mezzo decennio di recessione, con una disoccupazione impressionante (25% tra i laureati recenti), il deterioramento dei salari, l'evanescenza delle pensioni, i pignoramenti delle case, i tassi scandalosi di povertà (negli Usa un bambino su cinque nasce povero) e di persone senza fissa dimora, la distruzione accelerata di beni e servizi pubblici già snelliti da due decenni di disinvestimenti e privatizzazioni neoliberisti. Tutti questi fattori hanno contribuito ad accomunare le situazioni dei poveri e della classe media, dei giovani e dei vecchi, dei lavoratori, dei disoccupati e dei sotto-occupati: tutti sacrificati mentre il capitale viene puntellato, salvato e continua a fare festa. In altre parole, ciò che rende unico questo momento è l'identificazione reciproca senza precedenti tra le famiglie dei lavoratori della classe media affogate dai mutui, i giovani disoccupati affogati dai prestiti per andare al college, gli operai licenziati dalle fabbriche colpiti dalla contrazione delle indennità di disoccupazione, gli impiegati pubblici costretti a sobbarcarsi i contributi crescenti ai propri 'benefits' o a perdere le pensioni a lungo attese, i lavoratori qualificati e non qualificati - dagli insegnanti d'asilo ai piloti delle linee aeree - che con i loro stipendi full-time non riescono a risollevare dalla soglia di povertà le loro famiglie.
Se il neoliberismo economico, eliminando benefici statali e beni pubblici e ingrassando i ricchi, ha finito con l'unire le sorti di generazioni, settori di lavoro, razze e classi finora diversi e spesso divisi, il neoliberalismo politico, volto a rompere le solidarietà sociali, ha a sua volta finito con lo spianare la strada a una rivolta democratica con una larga base unificante. Gli ultimi anni hanno visto una pletora di atti giudiziari statali e federali che aggrediscono il potere organizzato dei sindacati, dei consumatori, dei destinatari del welfare, degli anziani, dei lavoratori del settore pubblico e dell'elettorato tutto. Dalla sentenza della Corte Suprema sul caso AT&T Mobility v. Concepion (che consente alle corporations di evitare le class action) a quella della Corte del Wisconsin sul caso State of Wisconsin v. Fitzgerald et al. (a favore di una legge statale che sventra il potere di contrattazione collettiva dei sindacati), l'ultimo decennio ha visto la ratifica e l'implementazione costante della formula di Margaret Thatcher che condensa l'ideale politico neoliberista, «la società non esiste, esistono solo gli individui». Eppure, paradossalmente, o forse (per chi ci crede ancora) dialetticamente, questa stessa demolizione del potere dei gruppi di interesse organizzati - combinata con una crescita scandalosa delle disparità di reddito, una ricchezza mirabolante al vertice della scala sociale e lo smantellamento dei beni pubblici - ha facilitato una nuova coscienza politica popolare, un populismo di segno nuovo. All'esito della distruzione delle solidarietà tradizionali e dell'assalto alla democrazia, si è forgiato un nuovo ethos di massa: discretamente democratico, probabilmente anche più discretamente egualitario, ma certamente sagomato da qualcosa di più dell'interesse individuale, settoriale o di parte.
Occupy Wall Street è riuscito, lavorando sullo spirito, sull'analisi e sui comportamenti, a sostituire il discorso della giustizia a quello degli interessi. E lo ha fatto quando il linguaggio della giustizia sembrava ormai estinto da una razionalità neoliberale che conforma tutti i comportamenti al metro dell'autovalorizzazione del capitale umano. Lo slogan «siamo il 99%», lungi dal basarsi sulla rappresentanza di interessi, rifiuta apertamente il sequestro della nazione da parte di una plutocrazia, pubblica o privata. E se a volte sembra intendere questo sequestro come un effetto della corruzione e dell'avidità, piuttosto che della razionalità neoliberista del tardo capitalismo (compresa la completa imbricatura degli stati euro-atlantici nei destini e negli imperativi del capitale finanziario), questa è una conseguenza delle ricchezze estreme che l'epoca ha generato, nonché del bisogno di personalizzazione e teatralizzazione proprio di ogni discorso politico efficace (anche per i bolscevichi fu necessario dipingere lo zar come il nemico!).
Ma quanto difficile è stato per i media mainstream capire che il movimento è portatore di una visione della giustizia, e scaturisce da una convinzione politica e non solo da circostanze personali o dal rancore individuale! È un sintomo della profonda spoliticizzazione del nostro dialetto della cittadinanza il fatto che nelle interviste ai militanti Ows la domanda-tipo «che cosa ti porta qui?» punti sempre a sollecitare una storia di disagio o calamità personale. E dalla Cnn al New York Times, gli intervistatori non sanno che fare delle risposte che si riferiscono alla dignità di una vita collettiva equa e sostenibile, al senso di ciò che è giusto o sbagliato, a quello che siamo soliti definire «bene politico».
Infine, se OWS è stato una splendida sorpresa, altrettanto stupefacente è il livello del sostegno nazionale che ha conquistato: recenti sondaggi indicano che il 62% del paese lo sostiene e che più di un terzo dei super-ricchi (l'1%) simpatizzano. Indipendentemente dalle sfide strategiche che il movimento si trova davanti, questi fatti da soli illuminano le prospettive future di un discorso critico sulla democrazia e il capitalismo. Occupy Wall Street ha già generato qualcosa di straordinario con la sua sfida riuscita all'immagine neoliberista della nazione modellata sull'impresa, dove il profitto è l'unico parametro, la concorrenza l'unico gioco, la proprietà privata l'unica regola, vincitori e vinti l'unico risultato, la gerarchia l'unica forma di organizzazione. Al suo posto, OWS ha rilanciato l'immagine classica della nazione come res-publica. La prossima battaglia? Rendere questa immagine reale.

*University of California, Berkeley

"il manifesto", 11-11-2011


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Intervento di Chomsky
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 novembre 2011


Occupiamo il futuro

Se i legami creati dalle mobilitazioni in corso dureranno nel difficile futuro che ci attende – le vittorie non arrivano mai in tempi brevi – il movimento Occupy potrebbe segnare un momento cruciale per la storia americana. Personalmente non ho mai visto niente di simile, negli Stati Uniti e nel mondo. Gli avamposti di Occupy stanno creando una comunità solida, una base su cui costruire le organizzazioni indispensabili per superare le sfide del futuro e le reazioni del potere.

Il movimento non ha precedenti perché viviamo in un’era senza precedenti. E non da oggi, ma fin dagli anni settanta, un decennio che è stato un punto di svolta per gli Stati Uniti. Lungo tutto il corso della sua storia, questo paese ha sempre puntato sull’industrializzazione e la ricchezza. Perfino nei momenti più bui ha creduto che il progresso non si sarebbe fermato. A metà degli anni trenta c’era uno spirito diverso, anche se la situazione era molto peggiore rispetto a oggi. Il new deal fu approvato anche grazie alla pressione popolare, e la gente aveva la sensazione che i tempi duri presto o tardi sarebbero finiti.

Oggi invece c’è un forte senso di impotenza, quasi di disperazione. È una situazione nuova. Oggi gli operai del settore manifatturiero osservano la disoccupazione crescere e si rendono conto che se le scelte politiche resteranno le stesse potrebbe non esserci nessuna ripresa dell’occupazione.

Il peggioramento delle condizioni di vita per i lavoratori è cominciato negli anni settanta, quando l’industrializzazione ha subìto una battuta d’arresto dopo secoli di crescita costante. La produzione manifatturiera ha continuato a svilupparsi, ma è stata delocalizzata. Le aziende hanno aumentato i profitti, ma la forza lavoro ne ha pagato le conseguenze. E l’economiasi è finanziarizzata. Le istituzioni finanziarie si sono ingrandite a dismisura e hanno creato un circolo vizioso con la politica.

I politici, alle prese con i costi sempre più alti delle campagne elettorali, hanno attinto dalle tasche dei banchieri, per poi ricompensarli con leggi a favore di Wall street: liberalizzazione, riforme fiscali, regole vantaggiose per le corporation. Il circolo vizioso si è intensificato. Il collasso è diventato inevitabile. Nel 2008 il governo è di nuovo venuto in soccorso delle aziende di Wall street, che pare fossero troppo grandi per lasciarle fallire. Oggi, per lo 0,1 per cento della popolazione che ha approfittato di decenni di ingordigia e disonestà, le cose continuano ad andare a gonfie vele.

Prima reazione popolare di massa
Nel 2005 Citigroup – che è stata più volte salvata dalla bancarotta – considerava la ricchezza come un’opportunità di crescita. All’epoca la banca ha pubblicato una brochure che invitava i cittadini a investire nel cosiddetto indice Plutonomy, che riuniva i titoli delle aziende legate al mercato del lusso. “Il pianeta si sta dividendo in due blocchi, da una parte le plutonomie e dall’altra il resto del mondo”, riassumeva Citigroup. “Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna sono le principali plutonomie: economie sostenute dal benessere”. I non ricchi, invece, hanno cominciato a essere chiamati “precariato”, espressione usata per definire tutte le persone che vivono una vita precaria alla periferia della società.

Ma quella periferia è cresciuta fino a diventare una parte importante della popolazione, negli Stati Uniti e altrove. E così, come sottolinea il movimento Occupy, oggi ci ritroviamo con una plutonomia che rappresenta l’1 per cento della popolazione e con un precariato che riempie il restante 99. Il movimento Occupy è la prima reazione popolare di massa in grado di cambiare le dinamiche attuali. Finora mi sono limitato a parlare di problemi interni agli Stati Uniti. Ma negli ultimi anni sulla scena internazionale ci sono stati due sviluppi così rilevanti da oscurare tutto il resto. Per la prima volta nella storia esiste una minaccia reale di estinzione del genere umano. Fin dal 1945 l’umanità convive con gli armamenti nucleari, e sembra un miracolo che siamo riusciti a sopravvivere fino a oggi. Ora però le politiche dell’amministrazione Obama e dei suoi alleati stanno provocando un’escalation. E poi naturalmente c’è la catastrofe ambientale. Quasi tutti gli stati del pianeta stanno cercando di rallentarla. Gli Stati Uniti, invece, se ne infischiano. Se il paese più ricco e potente del mondo continuerà così, la catastrofe sarà inevitabile.

Bisogna fare qualcosa e alla svelta. Non sarà facile. Ma il movimento che si sta formando negli Stati Uniti e in altre città di tutto il mondo può e deve crescere fino a diventare una forza determinante nella società e nella politica. Se non sarà così, è difficile immaginare un futuro accettabile. Dunque è necessario coinvolgere tutti e aiutare la gente a capire cos’è il movimento Occupy. Bisogna che tutti sappiano cosa possono fare per cambiare le cose e quali sono le conseguenze del non far nulla. Informare le persone non significa dirgli in cosa devono credere, ma imparare tutti insieme. Si impara partecipando. Si impara dagli altri. Si impara dalle persone che si cerca di coinvolgere. Abbiamo tutti bisogno di capire e di fare esperienza, prima di formulare nuove idee o migliorare quelle degli altri.

L’aspetto più bello del movimento Occupy è la costruzione di legami tra le persone. Se questi legami saranno rafforzati, Occupy potrà davvero riportare la società moderna su un cammino più umano.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011

Questo articolo è un adattamento del suo intervento in Dewey Square, di fronte agli attivisti di Occupy Boston, il 22 ottobre.

http://www.youtube.com/watch?v=olxp34z_Mns&feature=player_embedded %


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Il ragazzo di bottega di Marchionne e di Montezemolo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 novembre 2011


Il ricambio, anche anagrafico, di un gruppo dirigente di un partito di sinistra è impresa ardua; da affrontare con paziente e saggia sobrietà; anche con rotture, se necessario. Ma tutto ciò che tocca Matteo Renzi diventa fatua arroganza; sotto il vestito niente, se non un pasticciato disegno ultraliberista e anche reazionario; lotta di classe, ma dal punto di vista del padrone, in una fase di crisi organica del capitale. Alla ricerca indispensabile oggi per ricostruire una soggettività organizzata popolare Renzi sostituisce disordinati spezzoni tematici del "partito borghese". E' il ragazzo di bottega di Marchionne e di Montezemolo. E' anche lui frutto, purtroppo, di una sinistra che non c'è più. E' la punta estrema dell'esaltazione tecnologica mediatica della comunicazione del nulla; ma funzionale ad una duplice pericolosa operazione. La prima è quella strutturale e sociale; non è solo l'asse con Marchionne e Montezemolo (i cinque punti programmatici di Montezemolo nella lettera a Repubblica sono il vangelo di Renzi); è la concezione della distruzione dell'organizzazione di massa, a partire dalla Cgil, l'aspetto più grave. Le organizzazioni di massa e le strutture intermedie della società, le "potenze sociali" autonome sono liquidate con fastidio come vetustà archeologiche dello scorso millennio. E vi è un disegno (implicito, ma chiaro) di riscrittura della Costituzione; le primarie vengono, infatti, considerate il rovesciamento della stessa formazione costituzionale della rappresentanza, la leva e la giustificazione del potere plebiscitario assoluto. Berlusconi non avrebbe saputo dire meglio; altro che post berlusconismo! Quella di Renzi è una sorta di nuovo Lingotto veltroniano banalizzato. Renzi ci rende ancora più forti nella nostra critica di fondo all'impianto maggioritario bipolare; alle primarie, che rischiano a questo punto di sfibrare e dissipare la stessa articolata unità elettorale antiberlusconiana; alla sostituzione di Berlusconi con un governo che nasce, programmaticamente, intorno alle imposizioni antioperaie e antipopolari della Bce, accettate con piacere e con piacenza da Renzi e simili. Ma a questo aspro giudizio sull'operazione della Leopolda aggiungerei una sommessa preoccupazione che riguarda coscienza di massa e senso comune. E, quindi noi stessi, il nostro popolo. Come è possibile che l'operazione di Renzi, così organicamente e squisitamente di destra, attivi tante persone e anche tanti compagni, come ho constatato in questi giorni? Penso che questo sia il frutto estremo di un odio popolare degli apparati politici di sinistra che fa apparire preferibile un "guastatore" liberista, un po' antipolitico e un po' sfrontato, al continuismo burocratico. Non tocca forse a noi riempire questo vuoto, sconfiggere seriamente l'antipolitica da sinistra con radicalità programmatica e gramsciano spirito di scissione? Inizia da qui, io credo, il vero discorso.

www.controlacrisi.it 02/11/2011


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