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di Ignazio Licciardi
Gli anni Ottanta sono il laboratorio di costruzione degli italiani di oggi.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 gennaio 2011


"21 gennaio 1921", un convegno sulla nascita del Pci, ma anche sulle ragioni della sua fine
 
L'Italia "rampante" anni Ottanta:
l'eterno presente che non passa
 

Tonino Bucci
Per qualche ironia della cabala l'anniversario della fondazione del Pci e quello dello scioglimento - entrambi a cifra tonda quest'anno - cadono a pochi giorni l'uno dall'altro. Venerdì scorso si è celebrato il novantesimo della nascita del PcdI. Il prossimo 3 febbraio saranno invece vent'anni dalla data dello scioglimento del Pci, sancito nel congresso della Bolognina nel 1991, quello della rottamazione occhiettiana per intendersi. Coincidenze a parte, nelle iniziative organizzate nei giorni scorsi sul partito comunista italiano i due discorsi - l'uno sulle origini di una storia politica dai tratti originali, l'altro sulla inspiegabilità della sua fine, una sorta di suicidio collettivo - hanno finito per coincidere in base a una logica interna ai fatti. Il riferimento non è soltanto alla mostra promossa dalla fondazione Istituto Gramsci, Avanti Popolo. Anche nel convegno 21 gennaio 1921, pensando il futuro - che si è tenuto a Roma lo scorso venerdì - le due questioni, origini e fine, si sono intrecciate. Per tutta la sua durata, quella del Pci, da qualunque lato la si consideri, è una storia complessa, risultato, fin dalla scissione di Livorno, di una combinazione di circostanze storiche e scelte politiche, di situazioni oggettive e intelligenza strategica di un gruppo dirigente culturalmente attrezzato. Per dirla in altro modo, la scissione del '21 è figlia della rivoluzione russa del '17 e del movimento comunista internazionale, ma anche dell'empasse del socialismo italiano, incapace di dare una direzione politica alle occupazioni delle fabbriche nel biennio '19-'20. Il radicamento di questo partito nella società italiana - e nella classe operaia italiana, non dimentichiamolo - è stato il frutto della capacità di stare all'interno dei processi collettivi e storici della vita pubblica italiana, dall'antifascismo alla Resistenza, dalla Costituzione alle spinte di democratizzazione degli anni Settanta. La storia del Pci è stata anche una storia nazionale.
C'è però un'altra complessità, non meno difficile da perlustrare rispetto alle origini delle vicende del Pci, ed è quella che riguarda la sua fine, le ragioni di uno scioglimento avvenuto senza incontrare la resistenza della parte maggioritaria del corpo militante che tutto sommato elaborò la faccenda come si trattasse di un destino scritto. Neppure quella parte del gruppo dirigente in dissenso con lo scioglimento del partito e con la derubricazione della questione comunista in Italia fu capace di elaborare una strategia politica di comune accordo. Alla decisione di uscire e di dare vita a Rifondazione comunista di una parte si contrappose la scelta di un'altra parte di rimanere nel gorgo del neonato Pds. Ma ancora più arduo è ricostruire la costellazione di vicende storiche e di ideologie che hanno fatto da sfondo alla volontà di smantellamento del Pci, Non è un compito facile elencare i fatti, i condizionamenti oggettive e, soprattutto, le categorie alle quali si è fatto ricorso per legittimare il processo di scioglimento del partito comunista. Quali circostanze hanno reso operativa la volontà di scioglimento? E da dove nasce l'anticomunismo postumo? Soprattutto, non sarà che a vent'anni di distanza siamo ancora all'interno degli effetti di lunga durata della scomparsa del Pci? Di questo, per esempio, si è discusso nel convegno sopra citato, 21 gennaio 1921, pensando il futuro, al quale hanno partecipato Guido Liguori, Gianpasquale Santomassimo, Luciana Castellina, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Eleonora Forenza e Paolo Ferrero. Una tesi, tra le altre, merita d'essere ripresa: la fine del Pci assomiglia molto più a una storia événementielle che a una moviola decennale. O, meglio, la fine del Pci è un evento contemporaneo, tutt'altro che concluso. «Non convince - sostiene Santomassimo - quel ripassare alla moviola la storia del Pci per cercare il punto in cui abbiamo sbagliato. Parliamo di una storia collettiva, non solo delle scelte di un gruppo dirigente». Non si tratta di andare troppo indietro nel tempo, «la crisi del Pci si consuma in un arco di tempo molto breve. E' più utile cercare vicino, nel passato a noi più prossimo». Un passato prossimo che assomiglia di fatto a un presente, a un eterno presente, che ha proprio l'aria di non voler passare, di rimanere fermo agli anni Ottanta, al craxismo, all'individualismo trionfante, all'incubazione del berlusconismo. Gli anni Ottanta sono il laboratorio di costruzione degli italiani di oggi. «Gli anni Ottanta sono all'origine anche del berlusconismo, che fu nel decennio successivo l'ascesa - più che mai "resistibile", da parte di avversari meno disarmati e insipienti - di una cultura diffusa, di un sistema di potere economico, politico e mediatico che avrebbero potuto essere contrastati e sconfitti. Quegli anni sono in fondo l'eterno presente in cui vivono o si illudono ancora di vivere gli italiani di oggi, sono gli anni in cui si è costruita la loro mentalità». Solo in Italia quegli anni «daranno luogo a un esito come quello che stiamo vivendo da molti anni: predominio di una destra populista e retriva, inabissamento della sinistra e sfarinamento del suo insediamento nel territorio». L'ondata di individualismo produce nel nostro paese «un privatismo sociale di fatto regressivo». Saranno anni di «riscossa proprietaria», inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980. «Ci sarà progressivamente la cancellazione delle "tute blu" dall'immaginario diffuso degli italiani: non perché gli operai cessino di esistere, ma perché si conviene di non parlarne più. Anche gran parte della cultura di sinistra accetta questa convenzione». La formula "meno Stato, più mercato" diventa il mantra. «Per la prima volta nella storia il liberismo diviene ideologia di massa, popolare e populista». Craxi è il protagonista politico assoluto del decennio, la figura in cui si incarna la crisi dell'etica pubblica e l'emergenza della questione morale evocata quasi con disperazione dall'ultimo Berlinguer. Ma quel che più interessa è l'intreccio che si sedimenta nel lessico craxiano tra «revisionismo istituzionale» e «revisionismo storico». «Sarà la campagna craxiana - parole ancora di Santomassimo - su una "Grande Riforma", dalle fattezze vaghe ma certamente "decisioniste" e segnate dal rafforzamento dell'esecutivo, a rilanciare antiche tematiche della diffidenza o denigrazione verso antifascismo e Resistenza. Ma il fatto nuovo sarà che per la prima volta entrerà nel mirino anche la Costituzione. Non solo la seconda parte, ma anche i suoi principi fondamentali, inquinati da cattocomunismo e influenze "sovietiche", restii a riconoscere pienamente centralità e dominio del mercato e dell'iniziativa privata». L'identità del Pci comincia a vacillare. I problemi iniziano a manifestarsi già negli ultimi anni di vita di Berlinguer. L'impegno a costruire una strategia di lungo periodo non è sufficinte a coprire «l'assenza di una strategia nel breve e medio periodo e dal venir meno di una politica delle alleanze». La linea di alternativa alla Dc che girava pagina rispetto al compromesso storico, risulta «nervosa e solitaria». «Le proposte concrete avanzate dai comunisti si risolvono in slogan come il "governo degli onesti" o il "governo del Presidente"». Formule - afferma Santomassimo - che altro non sono che la traduzione degli editoriali di Scalfari e della Repubblica, ulteriore segno di debolezza di un gruppo dirigente che si fa dare la linea dalla grande stampa. Dopo la morte di Berlinguer il processo di spappolamento accelera, prende la forma di «una radicale dismissione di identità e nell'acquisizione in blocco o per frammenti di identità altrui», attingendo nel riformismo (ormai sinonimo di moderatismo) o in un eclettismo vago e confuso. La vecchia tradizione all'analisi della società e dei suoi mutamenti viene scalzata di colpo da una «superficiale infarinatura politologica», l'ingegneria istituzionale diviene l'unica chiave di volta della proposta che i postcomunisti saranno in grado di rivolgere alla società italiana. «Ci si illude che sistema elettorale e rinnovamento istituzionale possano sostituire la politica». Essere di sinistra, da questo momento, significherà occuparsi di pace, ambiente, diritti civili, ma sbiadisce del tutto la «ragione sociale»: la «rappresentanza e la difesa del mondo del lavoro». Scompare così un partito popolare e di massa dalla parte dei lavoratori. «E' un grande vuoto che non è stato colmato». Non solo perché la sinistra italiana si è privata di efficacia politica, ma anche perché la scomparsa del Pci ci ha sottratto - per dirla con le parole di Paolo Ferrero - la possibilità di una storia autonoma di parte, di una storia dei subalterni. «Finché c'era il Pci, c'era una narrazione». Oggi la storia è stata riscritta e «senza una memoria viene meno la possibilità di fare politica». L'esito estremo della cancellazione di una storia dei subalterni è la demonizzazione della parola comunismo, l'approdo ultimo di una società, si potrebbe dire, "disincantata", disconnessa dalla politica, privata di ogni desiderio di trascendimento della realtà così com'è.


"Liberazione", 25/01/2011

Mario Tronti su Antonio Gramsci (nasce ad Ales il 22 Gennaio 1891)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 gennaio 2011


 


L'uomo che ha afferrato il fulmine a mani nude
 
Un vaccino da usare contro le malattie contagiose delle democrazie contemporanee: l'antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo. "Una politica senza cultura politica, non cercatela in Gramsci - scrive Tronti - Praticare egemonia è essere alla testa di un corso storico già in movimento, e che fa movimento anche in virtù delle idee, idee-guida, idee-forza che tu ci metti dentro"
Riproponiamo l'intervento tenuto da Mario Tronti nella Sala della Lupa di Montecitorio a Roma per le celebrazioni del settantesimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci il 17 aprile 2007.
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Ho riflettuto a lungo sul perché, quando il Presidente Bertinotti mi ha proposto il gradito compito di questa commemorazione, sia scattato in me, subito, per istinto, un titolo: la figura del grande italiano. Sarà che questo nostro paese continua a metterci di fronte una sostanziale ambiguità: da un lato la debolezza politica della storia italiana, dall’altro lato il paese forse più politico del mondo, in tutte le sue componenti sociali e popolari. Noi abbiamo inventato la politica per la modernità. Ne abbiamo fatto una forma, privilegiata, e un’espressione, intensa, di pensiero umano. Perché Gramsci ha così a lungo pensato su Machiavelli? Fermiamoci un momento su questo, perché questo ci permette di entrare da subito nel foro interno di questa personalità. Intanto: il grande italiano è l’uomo del Rinascimento. Dietro, c’era la stagione magica che, fra Trecento e Quattrocento, aveva visto svolgersi quella contraddizione lancinante, fondativa della nostra successiva natura, la contraddizione tra una storia d’Italia, ancora molto lontana dal presentarsi come tale, e una poesia, una letteratura, un’arte, una filosofia, già italiane, in forme dispiegate e mature, con, in più, una naturale vocazione universalistica. Recitavamo, per l’intero mondo, l’Oratio de hominis dignitate. Quello che Pico diceva, Piero raffigurava. Ecco, Machiavelli viene fuori da qui. L’invenzione della politica moderna viene fuori da qui: dal contesto storico tra Umanesimo e Rinascimento. Di qui, la nobiltà del suo codice genetico. Uno di quei volumi Einaudi, dalla copertina grigio-scura, che presentavano, per la prima volta, i Quaderni del carcere di Gramsci, portava per titolo: Note su Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno. Era il 1953. Sono, come tanti, affezionato a quell’edizione. Era una raccolta tematica, per argomenti, dovuta all’impulso pedagogico di Togliatti, che voleva farne lo strumento di trasmissione di una cultura potenzialmente egemone. Allora ci si preoccupava di educare politicamente le masse, non come oggi, quando ci si preoccupa di correrle dietro, adattandosi a qualsiasi tipo di pulsione, anche se non sempre la migliore. Eloquenti i titoli di quei volumi: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948); Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura (1949); Il Risorgimento (1949); Letteratura e vita nazionale (1950); Passato e presente (1951). Poi verrà la più precisa e rigorosa edizione critica dei Quaderni, correttamente secondo l’ordine cronologico di stesura a cura di Valentino Gerratana, uno studioso che ha dedicato una vita a questo compito, e su iniziativa dell’allora Istituto Gramsci, oggi meritoria Fondazione Gramsci. Note su Machiavelli, appunto. Come questi aveva chiosato la prima decade di Tito Livio, così Gramsci chiosa Il Principe. Geniale, a mio parere, la sua interpretazione del partito politico come moderno principe. Credo, ancora di una sconvolgente attualità.
Ascoltiamo queste parole: "Il moderno principe, il mito principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva, riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico; la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali"(ed.cr. vol III, p.1558).
Non è il caso di nascondere le ombre che il tempo storico allunga su questa luce di pensiero. Non è un’orazione apologetica che ci interessa. Il distacco critico dagli autori, tanto più dai propri autori,
è un obbligo intellettuale. Quell’aggettivo “totali” fa riflettere. “Germi universali e totali”. La storia del partito politico nel Novecento ha messo in campo progetti universalizzanti ma ha anche raccolto risultati totalizzanti.
Marx e Machiavelli vuol dire “il partito non come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato” (ivi, vol.1, p.432). Fondare lo Stato, non farsi Stato.
Non è questo però il punto centrale dell’argomentazione gramsciana. Gramsci aveva profeticamente previsto le possibili degenerazioni del partito che si fa Stato, cioè della parte che si fa tutto. E ne aveva sofferto, in carcere, non solo intellettualmente.
Il suo problema politico era già allora, nella temperie terribile di quegli anni Trenta, come sfuggire alla trasformazione, non più incombente ma in atto, delle masse in folle manovrate e delle élites in oligarchie ristrette.
Il problema originalmente comunista di Gramsci, vorrei dire, se questo non disturba troppo, l’originale leninismo di Gramsci, è la costruzione di un rapporto virtuoso tra classe dirigente e classe sociale. Il mito – usa lui questa parola e voglio usarla anch’io – il mito del partito-principe
è l’organizzazione di una volontà collettiva, “elemento di società complesso”, come l’unica forza in grado di contrastare l’avvento della personalità autoritaria. Anche qui de nobis fabula narratur. Io penso che oggi noi dovremmo rideclinare le analisi dei francofortesi intorno alla personalità autoritaria sulla misura di un nuovo soggetto: che definirei, la personalità democratica.
Si sta intrecciando qui un nodo di problemi strategicamente rilevanti per i sistemi politici contemporanei, occidentali e ormai non solo.
Attenzione: questa invocazione del leader forte, a suo modo legibus solutus, se intendiamo le leggi al modo di Montesquieu, o di Tocqueville, come un corpo di costumi, abitudini, comportamenti, tradizioni, bene, questa figura non nasconde pericoli autoritari, non credo che sia questo il problema, la liberale bilancia dei poteri funziona ancora piuttosto fa vedere il pericolo di una delega diretta, immediatistica, al decisore politico, questa volta un individuo e non un organismo, in senso gramsciano, da parte di una moltitudine formata da una cosiddetta gente, dai forti umori antipolitici. Antonio Gramsci - da mettere in una ideale galleria di grandi italiani del Novecento politico, di tradizione cattolica e liberale, da Sturzo a Dossetti a Einaudi - bè, questi uomini postumi per le loro virtù, servono, vanno fatti servire, come vaccino contro le malattie contagiose delle democrazie contemporanee: l’antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo.
La personalità democratica come personalità non carismatica e tuttavia demagogica,
eterodiretta dalla sua immagine, in sudditanza rispetto alla dittatura della comunicazione,
onnipresente come figura, inconsistente come persona. Gramsci, con la sua vita e la sua opera,
ci aiuta a richiamare la politica, tanto più dopo il Novecento, alla sua vocazione originaria che, da Aristotele a Weber, è stata collocata tra questi due splendidi estremi, la passione e la sobrietà.
Ecco, a questo punto vorrei non dare l’impressione di edulcorare il personaggio Gramsci,
iscrivendolo nel ruolo non esaltante di Padre della Patria. Tra l’altro si tratta di un uomo oggi sconosciuto ai più. Straordinaria la fortuna mondiale dell’opera di Gramsci. Tra qualche giorno, un convegno organizzato dalla Fondazione-Istituto Gramsci e dalla International Gramsci Society,
farà il punto proprio su questo tema: “Gramsci, le culture e il mondo”.
Ma, credetemi, non si può parlare di Gramsci, restando neutrali. O se ne può parlare, ma facendogli un grande torto. Scrisse di sé, dal fondo del carcere fascista: “Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica”. Non era un’anima bella. Nato per l’azione, circostanze esterne lo costringono a diventare uomo di studio. Se dovessi riassumere in una definizione l’insegnamento che Gramsci ci lascia, direi così: come un uomo di parte possa diventare risorsa della nazione, senza dismettere la propria appartenenza, ma agendola nell’interesse di tutti;
Gramsci ci dice che, machiavellianamente, la politica non ha bisogno dell’etica per nobilitarsi. Si nobilita da sé, sollevandosi a progetto altamente umano.
Gramsci non è solo i Quaderni del carcere. C’è un Gramsci giovane che si fa amare,
se possibile, ancora di più. Lo scoprimmo nei magici anni Sessanta, quando fummo forse ingenerosamente ostili alla sua linea culturale “nazionale-popolare”, la famosa linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci, a cui rivolgevamo l’accusa di aver oscurato la grande cultura novecentesca europea, soprattutto mitteleuropea, che fummo costretti a scoprire per altre vie. Ci bevevamo gli articoli scritti per la rubrica “Sotto la mole” per l’edizione piemontese dell’Avanti!
O sulla “Città futura” numero unico della Federazione giovanile socialista piemontese.
Qui quell’articolo (febbraio 1917) che comincia con le parole: “Odio gli indifferenti”.
"Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo". O gli articoli su “Il grido del popolo”:
quello famoso e scandaloso: La rivoluzione contro il Capitale. la rivoluzione dei bolscevichi ” contro il Capitale di Carlo Marx. Se si potessero rileggere, oggi, senza il velo delle ideologie dominanti, quelle righe in “Individualismo e collettivismo”!. E’ l’individualismo borghese che produce
il collettivismo proletario. "All’individuo capitalista si contrappone l’individuo-associazione, al bottegaio la cooperativa: il sindacato diventa un individuo collettivo che svecchia la libera concorrenza, la obbliga a forme nuove di libertà e di attività". E soprattutto gli articoli de “L’ordine nuovo”, settimanale di cultura socialista, che Gramsci fonda il 1 maggio 1919 e che poi diventerà quotidiano. Lì si organizza il gruppo che darà vita al Partito comunista d’Italia, che come si vede non subito ma fin dalle tesi di Lione del 1926, nascerà non solo contro i riformisti ma anche contro i massimalisti. Gramsci nasce, politicamente e intellettualmente, a Torino.
Davanti a lui, il biennio rosso, l’occupazione operaia delle fabbriche, l’esperienza dei Consigli operai. La vera Università: la grande scuola della classe operaia. Del resto, ormai lo sappiamo: o si parte da lì, o si raggiungono solo quelli che oggi si chiamano non-luoghi. Gramsci, L’ordine Nuovo, settembre 1920: "L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo o dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera". E ancora: "Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo?". Già Togliatti, nel ricordo che scriveva, nel 1937, appena dopo la morte, intitolato “Il capo della classe operaia italiana”, scriveva: "Il legame di Antonio Gramsci con gli operai di Torino non fu soltanto un legame politico, ma un legame personale, fisico, diretto, multiforme". Non ci sono due Gramsci. L’operazione di valutare il Gramsci studioso e di svalutare il Gramsci politico è senso comune intellettuale corrente, e come tale va abbandonato a se stesso. Specialista + politico è formula gramsciana risolutiva. Dalla tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e di qui alla concezione umanistica-storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” , (specialista + politico). Su questa base – scriveva nei Quaderni (4, ed.cr., vol.III, p.1551) ha lavorato L’Ordine Nuovo, settimanale. Il modo di essere del nuovo intellettuale sta nel mescolarsi attivamente nella vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore, non puro oratore. Quindi, per Gramsci, l’equivalente di politico è dirigente,
armato però di cultura tecnica, scientifica, umanistica. Qui c’è la preziosa distinzione gramsciana tra direzione e comando, tra guidare e imporre. Questo vale per il gruppo dirigente nei confronti del partito, vale per il partito nei confronti dello Stato, vale per lo Stato nei confronti della società. Egemonia non è solo cosa diversa, è cosa opposta a dittatura.
Sul concetto di egemonia pesa ancora un’incomprensione di fondo e una falsificazione di fatto. Non c’è pratica di egemonia senza espressione di cultura. Praticare egemonia è una cosa molto complessa, direi raffinata: vuol dire guidare seguendo, essere alla testa di un corso storico già in movimento, e che fa movimento anche in virtù delle idee, idee-guida, idee-forza che tu ci metti dentro. Una politica senza cultura politica, non cercatela in Gramsci. Scriveva nei Quaderni (ed. cr., vol. 1, p.311): "Il grande politico non può che essere “coltissimo”, cioè deve “conoscere” il massimo di elementi della vita attuale; conoscerli non “librescamente”, come “erudizione”, ma in modo “vivente”, come sostanza concreta di “intuizione” politica".
Tuttavia – aggiungeva – perché in lui diventino sostanza vivente occorrerà apprenderli anche librescamente.
Abbiamo tutti negli occhi, in questi giorni, i libri inchiodati del film di Olmi, che mi pare dicano la stessa cosa. C’è una frase gramsciana per me, per così dire, archetipica, nel senso di simbolicamente originaria, per un processo di formazione. Diceva: “Istruitevi, istruitevi e poi ancora istruitevi,
perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.
Permettete un breve ricordo personale.
Che rimane in tema. Nel dopoguerra, nelle sezioni, anche le più popolari, del Pci, c’era sempre un piccola biblioteca, con i classici dell’ideologia ma anche con testi di letteratura di battaglia.
Quando andai a iscrivermi alla Fgci, i compagni della sezione Ostiense, qui a Roma, mi misero in mano tre libri: “Il Manifesto del partito comunista”,di Marx ed Engels, “Il tallone di ferro” di Jack London e le“Lettere dal carcere” di Gramsci. Le “Lettere dal carcere”.
Quando lessi quell’ultima, al figlio Delio, non c’era più dubbio su dove schierarsi:
"Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa".
Quello, insieme agli altri due, erano i primi libri che entravano in quella casa,
di persone non analfabete e non incolte, anzi colte, cioè coltivate interiormente in una maniera particolare. Una cultura che non veniva, appunto, dai libri, ma direttamente dalla vita
e non una vita generica, ma una vita di lavoro. Ho sempre pensato che le due culture non sono,
come si dice, la cultura scientifica e la cultura umanistica. Sono la cultura del popolo e la cultura degli intellettuali.
Due cose diverse: non si identificano, non si sommano, non si confondono. Eppure un ponte di dialogo e di scambio tra queste due esperienze culturali, deve esserci e devi trovarlo. C’è una cultura materializzata nel lavoro, interiorizzata nel lavoratore:
un orizzonte che, per un intellettuale di parte, è come la bussola per il marinaio,
ti indica la rotta dove devi andare a cercare, a capire, a scoprire. E’ difficile comunicare la tranquilla forza di pensiero che ti conferisce l’essere, il sentirsi, radicato in questa parte di mondo. L’unico luogo sicuro e libero da quella nevrosi narcisistica che è la maledizione del lavoro intellettuale. La figura gramsciana dell’intellettuale organico, al partito e alla classe,
può essere oggi demonizzata e derisa solo da chi non sarebbe mai stato capace di esserlo.
Ebbene, quel ponte tra le due culture lo ha costruito quella figura storica, quel soggetto politico della modernità che si chiama movimento operaio. E lo ha fatto, generando
coscienza e organizzazione delle masse e al tempo stesso creando pensiero, teoria, cultura alta. Analisi scientifica delle leggi di movimento dei meccanismi di produzione e riproduzione sociale e insieme progetti di liberazione politica.
Mi sento di esprimere una convinzione profonda: più andremo avanti, più il tempo "grande scultore", come ha detto qualcuno/a più il tempo si frapporrà tra noi e il passato, più ci accorgeremo che tutte le derive negative, anche tragicamente negative, non bastano per cancellare la grandezza del tentativo. Penso che, come soggetti politici di consistenza storica, dovremmo affrettare il momento di poter tornare a parlare, ognuno di sé, con onestà. Se dovessimo dirci tutta intera la verità, dovremmo parlare così: in realtà, non sappiamo con chi e con che cosa sostituire quelle componenti popolari, di matrice cattolica, socialista, comunista più quelle élites di ispirazione social-liberale, che, tutte insieme, componenti popolari ed élites non oligarchiche, hanno fatto la storia recente di questo paese: perché, esse, non erano società civile, erano società reale: cioè ordinamento storico concreto di una società.
Dunque, sono ben consapevole di aver sconfinato dalle buone maniere di una commemorazione ufficiale.
Ma i due Presidenti, che mi hanno affidato questo compito, ben conoscevano la mia ormai antica appartenenza a quella che Bloch ha chiamato “la corrente calda del marxismo”. I freddi piccoli passi non mi hanno mai entusiasmato, ammesso che abbiano mai entusiasmato qualcuno. Concludo così: abbiamo individuato alcuni punti di attualità dell’opera di Gramsci. E alcuni dei presenti qui potrebbero suggerirne altri. Ma quando ripensiamo alla vita, anzi all’esistenza,
dell’uomo, proprio in quanto uomo politico, allora dobbiamo far ricorso al criterio nietzscheano dell’inattuale Qualcosa, o qualcuno, che non si può oggi riproporre e proprio per questo, in sé, vale.
Ho letto, in questi giorni, questo libretto di George Steiner, “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero”. Una delle ragioni, fonte di melanconia, è l’inadattabilità oggi del grande pensiero agli ideali di giustizia sociale. E scrive Steiner: "Non c’è democrazia per il genio, solo una terribile ingiustizia e un fardello che può essere mortale". Poi "ci sono quei pochi, come diceva Hölderlin, che sono costretti ad afferrare il fulmine a mani nude".
Ecco, è tra quei pochi che dobbiamo “cercare ancora” Gramsci. Quel gracile corpo fisico e quella forte statura umana, mi pare di vederli riassunti in quel gesto: afferrare il fulmine a mani nude.

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Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il PCI
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 21 gennaio 2011


90 anni fa la fondazione a Livorno. Il grande vuoto lasciato dalla sua fine
 
Sezioni aperte
e intellettuale collettivo
la lezione del Pci
 

Guido Liguori


Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il Pci.
Nasceva da una rottura con la tradizione riformista e per impulso dell'Internazionale, sulla scia lunga dell'Ottobre, nonostante l'avanzare del fascismo e dopo la grave sconfitta subita dalla classe operaia italiana nel biennio precedente. Persisteva in molti la certezza di un'ondata rivoluzionaria destinata presto a sommergere l'Europa. La previsione si rivelò errata.
Dopo pochi anni di direzione bordighiana iniziò ad affermarsi nel partito un nuovo orientamento, a opera di Gramsci. Domani, 22 gennaio, ricorrono i 120 anni dalla nascita di Antonio Gramsci. Non bisogna sovrapporre completamente il lascito del dirigente sardo a quello del partito che contribuì a fondare nel '21 e a ri-fondare nel '24-26 e poi ancora nei Quaderni. Vi sono in Gramsci però alcuni motivi fondamentali per comprendere quello che è stato il Pci, la sua specificità. Gramsci aveva inteso (sulla scorta dello stesso Lenin) che non si poteva più «fare come in Russia», che quel tipo di rivoluzione era stata l'ultima delle rivoluzioni ottocentesche. L'affermarsi della società di massa e il diffondersi degli apparati del consenso mutavano il concetto stesso di rivoluzione. Si trattava non di edificare barricate, ma di costruire contro-egemonia, di divenire dirigenti prima che dominanti, di "tradurre" nella propria lingua nazionale la tensione internazionalista.
Quando nel 1944, dopo quasi vent'anni di lontananza dall'Italia, Togliatti sbarcava a Napoli, già conosceva i Quaderni gramsciani. E conosceva, per altro verso, Stalin e lo stalinismo, sapeva di un mondo che sarà diviso in due. Ha inoltre imparato, col fascismo, il valore della democrazia. "Traduce" l'insegnamento gramsciano, adattandolo alla nuova situazione. Ispirandosi a Gramsci, opera a partire dal '44 la nuova rifondazione del Pci, partito che ha più volte dovuto e saputo rinnovarsi radicalmente, per restare fedele alla realtà che cambiava. Il Pci togliattiano è un partito di massa, che cerca nuove sintesi tra diverse culture, senza ossificarsi in componenti. E' un partito che sposa, con la Costituzione, la democrazia parlamentare, pur cercando di darne a più riprese una interpretazione progressiva in direzione della democrazia diffusa. Ha un forte radicamento di classe, ma cerca l'interlocuzione con altri settori della società, la presenza territoriale, l'alfabetizzazione politica delle masse; e una propria collocazione autonoma e originale nel movimento comunista internazionale.
E' facile vedere oggi come alcuni aspetti di quella "giraffa" togliattiana fossero discutibili: dal permanere di una forma-partito gerarchica alla convivenza col mito sovietico, dall'accettazione del Concordato alla sottovalutazione della persistenza di settori del vecchio Stato. Si è molto parlato di "doppia lealtà". A mio avviso, i comunisti italiani sono sempre stati leali soprattutto alla Costituzione repubblicana. Ma è indubbio che il legame con l'Urss permase ancora a lungo, fino al '68 di Praga, alla presa di posizione dovuta al coraggio di Luigi Longo e poi ai ripetuti "strappi" di Berlinguer.
Non posso qui soffermarmi sui tanti limiti che indubbiamente vi furono, nel leggere ad esempio le modificazioni strutturali della società italiana degli anni '60; oppure nel non saper proporre un modello di sviluppo nuovo, qualitativo e non solo quantitativo. D'altra parte l'Italia rimase a lungo, un paese caratterizzato dalla copresenza di arretratezza e sviluppo, come si vide anche nel "biennio rosso" 1968-1969. Il Pci fu certo colto di sorpresa dal grande sommovimento sociale di quegli anni. La scelta di interloquire coi movimenti permise però al partito di conservare e aumentare i consensi. Anche negli anni '70, qualsiasi cosa si pensi della politica dei comunisti italiani (e dalla politica del compromesso storico continuo a essere non persuaso), il consenso nella società fu grande.
Non è questa la sede per ricordare di nuovo i motivi, vicini e lontani, della fine del Pci, nell'89-91, su cui già ci si è soffermati spesso negli ultimi anni. Va detto però che la scomparsa del Pci ha lasciato un vuoto grande. Anche la recente vicenda della Fiat ha dimostrato cosa significhi il fatto che non sia più in campo un forte e influente partito della classe operaia. E il vuoto non concerne solo l'aggettivo, "comunista", a cui non rinunciamo, perché significa opposizione radicale a questa società e speranza in una società fondata su valori del tutto diversi. Ma anche il sostantivo: "partito".
C'è oggi molto da imparare dal Pci: la capacità di parlare alla gran parte della società; lo sforzo di trovare modi e linguaggi per arrivare ai ceti popolari; la concezione della centralità del Parlamento, di contro alla tesi della "governabilità", che ha sfondato anche a sinistra. Ma c'è anche da imparare per quanto concerne il modo di essere del partito. Nell'epoca in cui sembra non vi siano più leader di partito, ma partiti al servizio dei vari leader, risalta l'esempio di un partito che ebbe alla sua testa grandi personalità, ma che non volle mai dimenticare cosa significhi avere un gruppo dirigente né rinunciare alla tensione a essere "intellettuale collettivo". Che seppe tenere aperte sezioni e non solo comitati elettorali, selezionare quadri e amministratori senza ridurre la politica alle cariche elettive; concepire la partecipazione come faticosa costruzione collettiva di un programma e di una identità e non, come oggi accade, scelta di una leadership attraverso primarie che rafforzano i processi di delega e passivizzazione, limitando la mobilitazione a un breve momento di scelta-identificazione con il "capo". Non si tratta di essere nostalgici, ma di imparare dal nostro passato. E imparare dalla nostra storia è necessario, oggi più che mai, per non fare passi indietro sul terreno stesso della democrazia.


"Liberazione", 21/01/2011


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Marco Fraceti, Briangheta, Edizioni Punto Rosso, pp. 134.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 gennaio 2011


 

«Anche nel Nord politica
e mafia vanno a braccetto»
 

Fabio Sebastiani


"Briangheta" (Edizioni Punto Rosso, pp. 134, euro 7,00), è il primo lavoro fatto sulla 'ndragneta in Brianza. L'autore è Marco Fraceti, 55 anni, nato a Milano. Da sempre impegnato in politica: prima in Avanguardia Operaia, poi in Democrazia Proletaria e in Rifondazione Comunista. Ora collaboratore della rete antimafia nazionale attraverso l'Osservatorio sulle mafie nella Provincia di Monza e Brianza. Con altri ha scritto Quel Marx di San Macuto, dedicato all'indimenticato compagno Luigi Cipriani, deputato di Dp e componente la Commissione Parlamentare sulle Stragi e sulla P2.

Marco, quale nuovo nesso c'è tra politica e criminalità per l'esperienza che sta maturando in Lombardia?
Con questo libro entro nel merito di alcune questioni di malapolitica confermate da inchieste che da quattro o cinque anni hanno interessato la Brianza. Ci sono finiti dentro soggetti legati alla 'ndrangheta ma anche politici brianzoli, intercettati ma non indagati. Il tentativo Briangheta è di informare i cittadini della Brianza che non è assolutamente vero che la 'ndrangheta prolifera in territori sottosviluppati. E poi c'è la questione dell'intreccio con la politica. Enzo Ciconte, in 'Ndrangheta padana spiega molto bene il nesso che gli uomini della ndrangheta, la terza generazione, hanno con la politica. Se non ci fosse la politica la "ndrangheta" non avrebbe avuto la possibilità di attecchire come ha attecchito. Un solo soggetto è stato al confino, ma i comuni interessati da fatti di 'ndrangheta sono una quindicina. Così appare strano che né la politica né le istituziuoni se ne siano accorti.

Tra i comuni interessati c'è quello di Desio...
A Desio i fatti risalgono al 2004. Tutti sapevano cosa stava succedendo. Nonostante questo la Provincia di Monza e Brianza non vuole istituire la commissione antimafia. Il comune di Monza ha votato un ordine del giorno un anno fa e non è ancora successo niente. Tutti si dissociano dai fatti di criminalità e sembrano ogni volta cadere dal pero. Ci sono politici intercettati, un ex assessore della giunta Formigoni, che non è stato più ricandidato ma ancora ricopre il ruolo di segretario del consiglio regionale.

Insomma, la classica situazione in cui il "lasciar fare" di fatto favorisce la crescita del cancro. E la Lega Nord che dice?
La Lega sostiene che non hanno uomini indagati e dunque non possono essere soggetti coinvolti. Il problema è un altro: loro stanno al governo delle città più importanti, da Desio, Arcore, Lissone e Monza, dove succedono fatti che riguardano uomini del Pdl e loro assistono senza dire nulla. Nel comune di Monza ci sono per esempio due soggetti, uno intercettato nell'inchiesta "Tenace" sulle macchine movimento terra (azienda Perego) e viene definito un "soggetto a disposizione". Un altro, transfugo della politica monzese, oggi area Udc, sotto processo per truffa in quanto ha rilasciato assegni a vuoto che rientrerebbero in una inchiesta sulla camorra. Dunque gli uomini della Lega Nord se non direttamente coinvolti sono "complici" come denunciato da Roberto Saviano. Su questo c'è un capitolo del libro intitolato "le tre scimmiette della Lega Nord". C'è stato recentemente a Limbiate un convegno leghista dal quale è scaturito che la funzione della Lega nel rapporto con il PdL è quello di aiutarli a "disintossicarsi" da soggetti legati alla 'ndrangheta. Ogni commento diventa superfluo.

Su questo terreno Rifondazione comunista cosa sta facendo?
A Monza per esempio il sindaco sta svendendo il patrimonio cittadino per fare cassa. Sin dal mese di aprile abbiamo fatto un esposto in Procura sulla questione della svendita ai privati della Villa Reale (30.000 euro all'anno di affitto e una concessione trentennale). Nel consiglio comunale non è successo niente sino a quando è nato un comitato che ha raccolto più di 10.000 firme contro la svendita. Solo dopo è venuta a galla tutta la vicenda che altrimenti sarebbe rimasta sotto traccia. Da maggio giugno di quest'anno abbiamo chiesto in commissione sicurezza e viabilità il problema dei certificati antimafia delle imprese che lavorano nei cantieri pubblici, ancora oggi aspettiamo risposte. Stiamo ancora aspettando già da diversi mesi gli atti che riguadano le imprese che lavorano nei cantieri di viale Lombardia e del polo istituzionale. Non è sufficiente ai fini politici che la capofila dell'Ati risponda che va tutto bene. Se ci fosse una commissione antimafia con i poteri giusti allora le cose sarebbero più chiare. Per ora ci dobbiamo accontentare delle autocertificazioni di Impregilo.

L'ambiente politico-istituzionale non è certo favorevole alle indagini della magistratura.
I politici, in particolare quelli della Lega Nord, se la cavano dicendo che è tutta colpa o del soggiorno obbligato o dei "terroni". I fatti che nel libro vengono elencati dimostrano l'esatto contrario. Quando arrivò da queste parti Natale Iamonte, l'unico soggetto sottoposto al soggiorno obbligato in Brianza a Desio nel 1994, siamo nel pieno della tangentopoli brianzola. Non passava giorno che un politico brianzolo non finisse in carcere.

Quale è il grosso degli affari che ha messo sullo stesso percorso politica e criminalità?
Gli affari stanno intorno alle bonifiche non fatte e le grandi opere infrastrutturali come TAV lombarda e quarta corsia della A4. Stiamo parlando della Sisas di Pioltello e della città residence Santa Giulia a Rogoredo di Milano. Lì c'era una società che ha ricevuto milioni di euro dalla regione Lombardia, la SADI srl di Giuseppe Grossi, per bonifiche mai fatte (Sisas) o non fatte o fatte male (Santa Giulia). Nelle società di Grossi ci stava Rossana Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli, senatur del Pdl lombardo soprannominato "sua sanità". La signora Gariboldi però era contemporaneamente socia di Massimo Ponzoni nella Pellicano SrL per la quale Ponzoni stesso ha ricevuto un avviso di garanzia per truffa e bancarotta fraudolenta; insieme alla Gariboldi e a Ponzoni c'erano anche Pozzi e Buscemi, ora ex assessori. All'epoca dei fatti, oggetto dell'indagine sulle sue società, Ponzoni era assessore all'ecologia in regione, e per le indagini di Santa Giulia era solo persona informata dei fatti ma non indagata. Con l'inchiesta su Santa Giulia scoppia il verminaio delle discariche abusive in Lombardia. Ma già dal 2008 tre discariche abusive (Briosco, Desio e Seregno) erano già state oggetto di una inchiesta "star wars". In una di queste cave vengono intercettati ndranghetisti poi arrestati, che parlano e uno dei due rassicura l'altro dicendogli: che «ci pensa Massimo». Massimo Ponzoni era l'assessore all'Ecologia della Regione Lombardia. Ponzoni ha seguito la linea del "far finta di niente". Alle ultime elezioni regionali però è stato quello che ha preso più preferenze, e tutte in Brianza. La storia intera è ben raccontata nel libro. Proprio nell'ultima puntata di Annozero è stato mandato un servizio proprio su queste discariche. L'Osservatorio Antimafia di Monza e Brianza, che mi onoro di dirigere, è stato querelato proprio dal signor Cannarozzo, quello che nel servizio prende a calci il giornalista che lo vuole intervistare, per la stessa denuncia fatta da noi già da novembre ma oggetto di iniziative e di interventi fatti da esponenti del Pd di Desio e da altri colleghi giornalisti in tempi meno sospetti. Ma gli affari non sono solo quelli che hanno fatto, sono quelli in divenire: la Pedemontana e le infrastrutture di EXPO 2015, un maloppo da 10/15 miliardi di euro. E a quanto pare la 'ndrangheta è già in prima fila per l'arrembaggio.

E la Compagnia delle Opere?
In questa settimana è arrivata l'avviso di garanzia al direttore degli ospedali di Desio e Vimercate Maurizio Amigoni con l'accusa di turbativa d'asta. Pietrogino Pezzano direttore generale dell'Asl Brianza è stato intercettato nell'inchiesta "infinito". Tutti e due sono comodamente al loro posto senza fare una piega e tutti e due ciellini. La questione della Cdo si potrà affrontare solo se ci sarà un "pentito" o un collaboratore di giustizia, da dentro, pronti a denunciare le malefatte di questa congrega che in nome di Cristo fanno solo affari. Vi sarebbero delle inquietanti analagie fra il sistema familistico della 'ndrangheta e il sistema clientelare della Cdo; una su tutte: il silenzio.

Quali sviluppi dobbiamo attenderci?
Con l'inchiesta "Infinito" è venuto fuori che a comandare sono le teste pensanti che stanno in Calabria. Il tentativo di fare una 'ndrangheta autoctona è fallito. Secondo, nella crisi economica prende sempre più piede l'economia illegale, nel senso più tradizionale, come il terreno della crisi del credito. Molte imprese sane vessate dal sistema bancario rischiano di finire nelle mani degli usurai pur di salvarsi; ma così facendo non capiscono che si infilano in un vicolo cieco. Per questo già dal 2008 l'ex Procuratore del Tribunale di Monza Pizzi denunciava che pur essendoci il pizzo e l'usura in Brianza non c'erano però l'abitudine a denunciare. Così ci troviamo di fronte a una situazione che oggettivamente favorisce l'intreccio criminale fra affari, politica e criminalità. A Monza dove ci sono 120mila abitanti ci sono 140mila titolari di un conto corrente. Siamo nella vetta delle città con più conti correnti. L'elemento innovativo è che a fare queste operazioni criminalì non sono uomini con la coppola ma laureati e manager capaci di relazionarsi con uomini politici privi di ideali e senza scrupoli. Una delle novità, che la politica potrebbe portare a supporto dei taglieggiati, sarebbe l'isitituzione del fondo antiusura; oppure un serio lavoro per il recupero dei beni confiscati. Ma come detto all'inizio dell'intervista da luglio, oltre alle roboanti dichiarazioni sul versante della politica brianzola tutto tace. Gli imprenditori sani sono lasciati da soli, la buona politica è un'eccezione e le seconde linee della 'ndrangheta brianzola, venute avanti dopo la decapitazione delle prime, continuano imperterrite i loro sporchi affari e la politica non fa un plisse.


"Liberazione", 07/01/2011

Il filosofo Paolo Virno spiega come le celebrazioni diventino una sorta di cura omeopatica per la routine
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 gennaio 2011


MAURIZIO FERRARIS INTERVISTA PAOLO VIRNO

 

 
 
"Ecco perché riti e abitudini sono terapie contro la noia"
"La ripetitività è caratteristica della nostra vita: fissare una data è dare un fondamento"
Il filosofo Paolo Virno spiega come le celebrazioni diventino una sorta di cura omeopatica per la routine
"Sono modi per stabilizzare presenze e significati servono a dare un confine alla nostra esperienza"


MAURIZIO FERRARIS

In questi giorni di feste tutti dovrebbero avere sottomano E così via all´infinito (uscito per Bollati Boringhieri) l´ultimo libro di Paolo Virno, professore a Roma Tre, filosofo molto stimato anche all´estero. Il saggio è una lettura appassionante e può servire a sperimentare direttamente l´interpretazione del rito come terapia (in qualche modo omeopatica) della ripetitività caratteristica della nostra vita.

Ferraris. Stappare lo spumante a capodanno è un tentativo di dar forma all´informe, di dare un confine alla nostra esperienza e alla nostra vita. È così?

Virno. Il rito, anche il più sciatto, ha qualcosa in comune con la ricerca filosofica di un fondamento, di un principio incondizionato al di là del quale non si può risalire. In entrambi i casi, e sia pure in modi diversi, viene tracciata o ristabilita una linea di confine tra umano e non umano, significati ben definiti e vaniloquio, unità dell´io e sua disgregazione. Ernesto De Martino, uno dei pochissimi filosofi rilevanti del novecento italiano, ha chiamato "perdita della presenza" l´appannamento delle prerogative che fanno di un animale umano un animale umano (unità dell´autocoscienza, competenza linguistica, apertura al mondo ecc.). A suo giudizio, i riti fronteggiano la "perdita della presenza" con un doppio movimento: dapprima dilatano la crisi, radicalizzando il caos e l´indeterminatezza semantica che essa reca con sé; poi, al termine di questa incursione nella vita priva di logos, fissano da capo il crinale che separa l´umano dal non umano, confermano la "presenza" che aveva vacillato, ristabiliscono la piena vigenza dei significati definiti.

Ferraris. Questo non vale solo per i riti e i miti, ma anche per la logica, se seguiamo la tesi centrale del tuo libro. Anche in quel caso, la ricerca di assiomi, di princìpi primi, è un tentativo di por termine al regresso all´infinito caratteristico del pensiero.

Virno. Pensa al bambino che chiede la ragione di un certo avvenimento, e poi la ragione di questa ragione, e poi ancora la ragione della seconda e più fondamentale ragione ecc., dando luogo così a una vertiginosa gerarchia ascendente di "perché?". Il regresso all´infinito è uno di quei fenomeni che mia nonna chiamava "prezzemolino in ogni minestra": fa la sua comparsa dappertutto, in logica ma anche nella relazione niente affatto lineare tra biologia e cultura, nei trambusti della vita emotiva come pure nel funzionamento delle istituzioni politiche. Solo un filosofo cuorcontento può sostenere che il logos serva a placare l´incertezza e a favorire il nostro adattamento all´ambiente. Come dimostra proprio l´"e così via" senza esito, spesso il linguaggio accresce l´incertezza, paralizza, disadatta. L´individuazione di un principio primo o la celebrazione di un capodanno che rievochi periodicamente l´inizio dell´esperienza propriamente umana sono modi in cui tronchiamo questa marcia a ritroso.

Ferraris. A un certo punto uno dice "basta", "ma io non ci sto più", e ci dà un taglio. È la tesi che argomenti nel capitolo cruciale del tuo libro "teoria e tecniche della interruzione", che al lettore ingenuo potrebbe far pensare a un trattato di arte della guerra applicato ai talk show.

Virno. Non potremmo vivere una sola giornata se restassimo in balìa del regresso. Se parliamo e agiamo in modo appropriato, è perché l´"e così via" è stato troncato. Nel libro ho cercato di descrivere i diversi procedimenti con cui spezziamo l´"e così via". Di alcuni abbiamo appena parlato: il rito, l´individuazione di un fondamento. Ma l´elenco sarebbe lungo: la storia della filosofia è un repertorio di possibili "basta così". Mi limito a una considerazione generale. L´interruzione del regresso è il modello di ciò che chiamiamo "decisione". Decidere vuol dire semplicemente troncare, spezzare, tagliare corto. Né braccio armato di una volontà aristocratica, né notaio del libero arbitrio, la decisione è piuttosto un´umile mossa adattativa, senza la quale non riusciremmo a tirare avanti.

Ferraris. Decidere, darci un taglio, dar forma è quello che si chiama "cultura" e "realtà sociale", ossia il sedimentarsi di abitudini. Nella teoria sociale che oggi va per la maggiore, quella di John Searle, se noi siamo capaci di svolgere attività cooperative come festeggiare il capodanno o dare la precedenza a chi viene da destra è perché condividiamo una "intenzionalità collettiva". Ora, mi sembra che Searle invochi l´intervento di una polverina magica che cala dal cielo, come in una pentecoste sui generis. Invece, con il ricorso all´abitudine (a cui aggiungerei il suo presupposto, l´imitazione) tutto è chiaro, persino ovvio: si imitano dei modelli e l´imitazione si interiorizza diventando abitudine, seconda natura, che ci fa festeggiare il capodanno o dare la precedenza a chi viene da destra (sempre ci siamo abituati così, il che, come dimostra il caso della precedenza, non sempre avviene).

Virno. L´"intenzionalità collettiva" (ma, se è per questo, anche quella individuale) mi sembra una superstizione. O, come dici tu, un surrogato maldestro della pentecoste cristiana. Quello che conta sono le abitudini, e le abitudini, come per altro verso le idee, sono il risultato dell´interruzione del regresso all´infinito. Le si può paragonare alle tracce lasciate sull´asfalto dalle gomme di un´automobile in seguito a una brusca frenata. Ecco, direi che il "basta così" con cui tronchiamo un illimitato "e così via" determini una cristallizzazione del pensiero e della prassi. I cristalli del pensiero sono le idee, i cristalli della prassi sono le abitudini.

Ferraris. Bisogna dare un taglio al regresso all´infinito, anche perché il suo risvolto sentimentale è la noia, "quel mostro delicato", diceva Baudelaire, "la febbrile indifferenza", scrivi tu, che è per l´appunto la coscienza del meccanismo, la consapevolezza della infinita ripetitività di tutto.

Virno. La noia non è prodotta da una semplice ripetizione, ma da una ripetizione che mostra una fisionomia innovativa e da una innovazione che subito si rovescia in ripetizione del già noto. Insomma, ci si annoia non quando si affronta consapevolmente la routine, ma quando scopriamo che quello che credevamo nuovissimo è in realtà routine, quando ci capita di cogliere l´aspetto stereotipato che talvolta assume il pieno dispiegamento della creatività.

Ferraris. Immagino che sia per questo che a volte uno va a una festa sperando di divertirsi (cioè sperando in qualcosa di nuovo) e si annoia mortalmente (perché trova la ripetizione del già noto). Insomma, ad annoiare non è la vita quotidiana, ma una promessa di felicità non mantenuta.

Virno. Certo. Uno che di noia se ne intendeva, Leopardi, ha scritto nello Zibaldone che «la noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dire, puro»: né impedito, né soddisfatto, addirittura privo di un oggetto sul quale appuntarsi. Per questo è solo alle feste che ci si può annoiare davvero.

FONTE: Repubblica, LUNEDÌ, 03 GENNAIO 2011

 

Al via il Secondo Decennio del III Millennio!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 gennaio 2011


Primo Piano
31/12/2010 - I PRIMI 10 ANNI DEL DUEMILA

L'eredità del decennio
sono le sfide aperte della democrazia

 

Siamo più colti, calano le guerre e aumenta il potere delle donne, ma il mondo cerca un nuovo assetto tra America e Cina

BILL EMMOTT
 

I giornalisti spesso pensano che le notizie possano definirsi tali in termini di giorni o di minuti. I politici sembrano lungimiranti se pensano in termini di poche settimane, o visionari se fanno arrivare lo sguardo fino alle prossime elezioni. La maggior parte della gente comune ha ricordi che variano a seconda dell’argomento, più a lungo termine per la famiglia o per la carriera, più a breve per gli affari politici o economici o, soprattutto, per le notizie che riguardano altri. Gli storici, tuttavia, amano pensare in termini di decenni, perché 10 anni sembrano loro un tempo abbastanza lungo per fissare delle tendenze o cambiare rotta.

Così vale la pena chiedersi: secondo gli storici del futuro cosa potrebbe essere stato importante durante il primo decennio del XXI secolo? E il giudizio sul decennio potrebbe essere positivo, in termini di sviluppo umano o di progresso, o negativo? Non sono, in parte, domande corrette, perché gli storici futuri hanno un vantaggio decisivo su di noi: sanno che cosa è successo dopo. Ciò permette loro di vedere il significato più a lungo termine di un evento o di una tendenza che è più difficile da giudicare se vista da vicino, così come valutarne gli effetti buoni o cattivi. Questo vale in modo evidente per le scoperte scientifiche: la decifrazione del Genoma si rivelerà un evento epocale, aprendo la strada a grandi conquiste della medicina e a nuovi dilemmi nel campo della psicologia e dell’etica o è una falsa alba? Ma vale anche per l'economia (si pensi all'euro, nato nel ‘99) e per la geopolitica.

E’ opinione comune che le guerre in Iraq e in Afghanistan, oltre alla débacle finanziaria del 2007-09, saranno viste come segno del declino del prestigio americano e del suo potere, potere che nel 2000 sembrava senza rivali nel mondo. Era facile in quell'anno perdere il conto del numero di analisti che paragonavano l’America dell’ultimo periodo dell’era Clinton e del primo di Bush jr. all'impero romano. Bush aveva detto che il suo Paese avrebbe dovuto essere «umile ma forte» e pochi dubitavano che non sarebbe rimasto almeno forte. Ora, grazie ai 19 dirottatori addestrati da Al-Qaeda che l'11 settembre 2001 pilotarono aerei commerciali contro il World Trade Centre di New York, il Pentagono a Washington e (obiettivo fallito) in un campo della Pennsylvania, uccidendo 3 mila persone in un’azione terroristica senza precedenti, i dubbi sono diversi e l'analogia con l’impero romano si è spostata dall’egemonia all’indebolimento o addirittura al collasso.

Il potere si sta spostando verso l'Asia, come sappiamo. L'Iraq è stato un imbarazzante pasticcio, l'Afghanistan è diventato un pantano, la finanza americana è uno scherzo di cattivo gusto. L'Occidente ha sofferto la peggiore crisi economica dal 1945. Chi guarda al breve periodo potrebbe aggiungere Wikileaks alle prove del declino americano: il fallimento nel mantenere riservate le relazioni diplomatiche è un enorme, nuovo imbarazzo. Eppure, mi chiedo se gli storici sono d'accordo. L'indizio si potrebbe trovare anche lì, nei dispacci. Ciò che hanno mostrato, finora, è una nazione che ha diplomatici franchi e non doppiogiochisti e che sembrano preoccuparsi dei valori universali della democrazia e dei diritti umani.

Se questa è una buona guida per scoprire le qualità di fondo d'America, in futuro le vicende abnormi della prigione di Abu Ghraib in Iraq e di Guantanamo potrebbero sembrare anomalie come il massacro degli abitanti di My Lai in Vietnam nel 1968. Non dimentichiamo che nel 1970, in seguito alla guerra del Vietnam, allo shock petrolifero e poi alla rivoluzione iraniana, l'America sembrava in declino e questo anche prima che un altro rivale asiatico, il Giappone, sembrasse avere il sopravvento. Il possibile significato del primo decennio del XXI secolo potrebbe, come per il 1970, essere un riassetto degli affari del mondo e non un cambio di leadership.

L'ultimo decennio ha visto l’emergere, salutato con favore, del Gruppo dei 20, come sostituto ampliato del gruppo dei sette (poi otto) nato nel 1970, in un momento in cui una leadership più collettiva sembrava auspicabile. Ma se ora l'economia americana rivive, se mantiene la sua leadership tecnologica, potrebbe restare la guida effettiva del G20, come è ora. Avrà anche un ruolo di indirizzo, se conserva o riacquista la leadership morale – e questo significa soprattutto diritti umani e democrazia. Perché se la democrazia continua a diffondersi, l'Occidente in generale, ma l'America in particolare, possono ottenere credito dagli storici - in parte grazie agli elementi di prova che leggeranno grazie a Wikileaks.

Questo è un grande se. Freedom House, il think tank che monitora lo stato della democrazia e della libertà di stampa nel mondo, ha riportato un preoccupante rallentamento del progresso della democrazia, che in alcuni casi è diventata regressione. Gli storici, però, terranno conto anche degli straordinari progressi registrati negli Anni 90 grazie alla fine della Guerra Fredda e alla caduta dell'Urss e potrebbero non essere sorpresi dal fatto che la democrazia non sia stata in grado di uguagliare la rapida diffusione raggiunta durante i 10 anni precedenti. Anche così, la delusione della rivoluzione «arancione» in Ucraina del 2004, i progressi irregolari in Africa e le minacce alla libertà di stampa nella stessa Ue, ora in Ungheria e da diversi anni in Italia, non possono essere ignorate.

Tuttavia, nel 2009, secondo Freedom House, oltre il 45% della popolazione mondiale viveva in Paesi «liberi» , mentre nel 2000 la percentuale era del 40%. Il punto cruciale è che il Paese più popoloso, la Cina, resta una dittatura. Wikileaks può anche, però, darci un altro indizio di una tendenza significativa del decennio passato, questa volta attraverso il sesso del segretario di Stato americano. Gli storici sottolineeranno che non solo il 2008 ha portato il primo Presidente nero, ma anche che tre degli ultimi quattro segretari di Stato sono state donne (Hillary Clinton, Condoleezza Rice e Madeleine Albright). Questo è, in termini storici, il culmine di una tendenza che è iniziata con l'allargamento dell’istruzione e con nuovi atteggiamenti sociali negli Anni 60 e 70.

In aggiunta a questi tre leader americani al femminile dovremmo contare un ministro delle finanze francese donna, una donna cancelliere tedesco e tre donne a capo delle principali associazioni industriali in Francia, Gran Bretagna e Italia. Le donne in posizioni di leadership restano eccezioni e non la regola. Ma durante questo decennio le eccezioni si sono diffuse. E' anche il decennio in cui le donne sono diventate più della metà della forza lavoro americana e in cui hanno occupato 6 degli 8 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell'Ue nel decennio 2000-2009 e sono diventate maggioranza tra gli studenti universitari, in Europa e in America. Il cambiamento sociale si insinua senza grandi eventi che restino nei nostri ricordi.

Così questo è stato anche il decennio in cui il matrimonio gay è diventato un argomento di dibattito mainstream ed è apparso quasi irrilevante che il ministro degli Esteri tedesco sia omosessuale. Soprattutto, però, è stato un decennio che sarà visto come degno di nota per il modo in cui la globalizzazione si è trasformata da materia di scontri a Seattle e a Genova in un modo per rendere il mondo più equo. Nel 2005, secondo la Banca Mondiale, vi erano 1,4 miliardi di persone in povertà assoluta, mentre ce n’erano 1,7 miliardi nel 2000.

Gran parte del motivo è la crescita economica in Cina, India e altri Paesi emergenti, che ha ridotto la povertà, malgrado la crescita della popolazione mondiale. Con la popolazione mondiale che ha superato i sei miliardi e che arriverà probabilmente a nove, l’attenzione è rivolta verso la minaccia di malattie e conflitti. Ma, forse, la cosa più notevole in un decennio in cui è stato dichiarato uno nuovo Stato dotato di armi nucleari (Corea del Nord), i due ultimi acquisti del settore sono arrivati sull’orlo della guerra (India e Pakistan nel 2002) e un altro (Iran) si avvicina al tale status, è che tanto i conflitti come le malattie siano regrediti piuttosto che espandersi.

Il progresso scientifico continua, ma è anche probabile che acceleri, via via che sempre più persone in Cina e in India emergono grazie a una migliore istruzione. Lo stesso potrebbe, eventualmente, valere per la democrazia. Ecco una previsione imprudente: che l'educazione e la ricchezza significano che entro il 2020 anche la Cina avrà fatto passi in avanti verso la democrazia o l’avrà raggiunta. Questo sarebbe davvero un trionfo occidentale.
Traduzione di Carla Reschia

"La Stampa", 01-01-2011

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