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di Ignazio Licciardi
La Politica ritrovi se stessa!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 28 settembre 2010


 

«Lo Stato orienti la lotta allo spreco
e all'inquinamento»

 

Vittorio Bonanni
Torino - nostro inviato
 

Se il tema di quest'anno di Torino Spiritualità è stato il dono, la gratuità delle cose e dunque di conseguenza anche ripensare un modello economico che non consideri solo il profitto e che sia insomma più solidale, Andrea Segrè non poteva non essere annoverato tra gli ospiti. Economista, preside della facoltà di Agraria presso l'università di Bologna, ha ideato il progetto "Last Minute Market" per il recupero a fini benefici dei prodotti alimentari e non alimentari invenduti e pubblicato recentemente Lezioni di ecostile (Bruno Mondatori, pp. 153, euro 15,00). Segrè ha dato vita sabato scorso nella città della Mole ad un dibattito con Carlo Petrini e Tristram Stuart dal titolo "Saper scambiare. Economia al di là del profitto" e domenica si è intrattenuto sul tema "Denaro/Donare" con l'antropologo Francesco Remoti. A Segrè abbiamo chiesto di spiegarci qual è il nesso tra il concetto di dono e quello di un'economia più attenta alle esigenze della gente piuttosto che del profitto a tutti i costi. «C'è un filo rosso molto importante tra questi due aspetti. E io me ne sono accorto proprio lavorando sugli sprechi, una parola che di per sé evoca già qualcosa di negativo. Io però l'ho scomposta: se noi mettiamo il segno meno alla prima parte della parole, "spr" e uno positivo alla seconda, "eco", già incominciamo a capire che è possibile arrivare ad estrapolarne un concetto, un obiettivo finalizzato a risolvere appunto il problema dello spreco. Una volta queste eccedenze potevamo vederle tutti. Chi non ricorda le arance distrutte dalle ruspe perché il mercato comunitario così voleva? Oggi non le vediamo più perché sono collocate dietro le quinte, soprattutto nel retroscena della grande distribuzione ma anche del fruttivendolo o della farmacia, dove questi prodotti vengono distrutti con un costo economico ed ambientale».

Un meccanismo strettamente legato ad una logica di mercato…

E' tutta una catena: spreco, mercato, denaro, domanda, offerta, prezzo, profitto. Ad un certo punto ho cercato in tutti i modi un meccanismo che mi permettesse di recuperare ciò che si spreca e quindi di spezzarla questa catema. E faccio un esempio: quello yogurt che abbiamo davanti agli occhi e che sta per scadere pur avendo ancora 48 ore di vita, lo scartiamo e ne prendiamo invece uno buono ancora per dieci giorni. Non sappiamo che quello yogurt viene portato dietro le quinte e sostanzialmente "ucciso", pur essendo commestibile ancora per due giorni. Abbiamo così attivato questo meccanismo che si chiama "Last Minute Market", e, lottando contro il tempo, lo abbiamo dato a qualcuno che noi abbiamo chiamato molto laicamente "consumatore senza potere d'acquisto". Qualcuno che viene assistito e che non esercita la domanda. Ci siamo così trovati di fronte ad un'offerta con il segno meno, una domanda con il segno meno anch'essa, e in mezzo lo yogurt. Come fare questo scambio, come definirlo mi sono chiesto?. E non avevo una risposta perché io sono un economista applicato. Ho pensato al baratto. Ma non funzionava. Finché qualcuno dei miei colleghi antropologi mi ha consigliato di lavorare sulla relazione, sullo scambio e così è uscito fuori il dono. E ho visto che questo promuove una relazione e funziona molto proprio perché si va oltre il bene materiale. Quello yogurt ha già cambiato valore, perché è sempre lo stesso yogurt, però prima aveva un valore economico e commerciale, di scambio per l'appunto. Mentre se tu riesci a recuperarlo e a darlo a qualcuno che può mangiarselo assume anche un valore sociale. La cosa forte è che promovendo questa relazione si va oltre il bene e si crea una reciprocità fra chi dona e chi riceve.

Insomma il dono come antidoto del mercato?


Sì il dono che limita il fallimento del mercato. Ma resta l'interrogativo che pongo nel mio ultimo libro: certo, abbiamo trovato il modo per risolvere il problema delle eccedenze. Ma non è che adesso ci verrà in mente che dobbiamo sprecare di più perché tanto c'è qualcuno che può utilizzare questo spreco? E purtroppo da quando mi sono cominciato ad occupare di questo problema, i consumatori senza potere d'acquisto sono aumentati. Ci siamo così posti subito un'altra domanda: non è che passa il messaggio che diamo gli avanzi dei ricchi ai poveri? Mettendo in atto così un'azione solidale ma un po' pelosa?

A questo punto diventa inevitabile spostare il ragionamento sul modello di sviluppo, non crede?

Certo, caratterizzato dalla chiave della sostenibilità, che vuole dire meno spreco, meno rifiuti, meno inquinamento e stare un po' meglio tutti. Però a quel punto interroghiamoci sul consumatore, sulle imprese, su cosa sta succedendo. Evidentemente c'è qualcosa che non va. Basti ricordare lo slogan del precedente governo Berlusconi che diceva «compra, compra, compra, e così l'economia va». Abbiamo visto poi dove è andata a finire questa economia. E allora questo circolo vizioso che lega produzione e consumo, che è poi il logo che ha fatto Altan per il nostro spettacolo -Spr+Eco formule per non alimentare lo spreco, mette appunto in crisi la produzione, il consumo e viceversa. Con la grande bocca aperta disegnata dal vignettista dove entra tutta la roba che si spreca. Dobbiamo uscire da questo circolo in qualche modo e promuovere un consumo diverso, un consumo critico, più responsabile, che si ponga appunto il problema del limite che noi abbiamo perso, dell'impatto che il nostro consumo ha intanto su noi stessi, e poi sugli altri. Quello che ci manca insomma è il gene dell'intelligenza ecologica. E' questo il senso della critica forte al mercato, al nostro sistema. Bisogna trovare un antidoto al nostro interno, però non lasciandolo lì, come se questa solidarietà risolvesse il problema. Ma spostare l'attenzione pratica ed operativa, che coinvolga consumatori ed imprese, verso la sostenibilità, quella vera. Che risolva i problemi che abbiamo oggi, molto legati al tema del lavoro, ad un nuovo modo di produzione e ad un nuovo modo di lavorare.

Con lo strapotere del liberismo e il fallimento di un modello, quello del socialismo reale, che a suo modo tentava di mettere un limite al consumismo, spreco e profitto sono aumentati in maniera incontrollata. Che cosa ne pensa?

Purtroppo la caduta del Muro di Berlino e la convergenza verso un modello unico a partire dall'89, hanno di fatto portato a svalutare qualsiasi alternativa. Che poi l'economia di piano, la pianificazione centralizzata, avessero dei problemi e ciò che è successo lo testimonia, non ci sono dubbi. Però se non altro c'era una possibilità di scelta che adesso non c'è più. E questo è molto grave. Perché il modello unico, in questo sistema in cui ormai la globalizzazione domina ovunque, ha determinato l'assenza di una alternativa, che, pur criticandola, dava però stimolo e in qualche modo speranza per un miglioramento. Adesso che cosa sta succedendo? Noi abbiamo delle curiose e interessanti esperienze che vengono proposte, come la decrescita, la sobrietà, la frugalità che si pongono il problema dei limiti delle risorse. Ma sono nicchie. E' questo il problema. E a furia di moltiplicare delle nicchie avremo solo un grande loculo. Invece noi dobbiamo proporre un approccio più grande, un sistema veramente alternativo. E allora qual è il messaggio che io cerco di trasmettere anche nel mio libro? E' quello di ridurre le quantità e aumentare la qualità dei consumi, che significa qualità del lavoro e delle produzioni. E non per un'élite ma per tutti. Dobbiamo creare un nuovo legame tra produzione e consumo che si ponga delle coordinate forti. C'è un limite delle risorse naturali? E allora basta! Serve insomma una conversione che possa contare su dei grandi numeri.

Per realizzare tutto questo la Politica non deve ritrovare un suo ruolo? Insomma un po' di dirigismo statale, giusto ed intelligente, non farebbe male, vero professore?


Noi abbiamo fatto delle proposte in questo senso. Per esempio lo Stato che interviene con degli eco-incentivi e che stimola la produzione in una certa direzione. Ma anche delle eco-misure che diano un segnale in questo senso. Faccio qualche esempio: progettare a monte le produzioni, per limitare per esempio gli imballaggi che poi si possano riciclare e riusare. Su seicento chilogrammi di rifiuti che produce un italiano all'anno metà circa riguarda gli imballaggi. E' impressionante! Dobbiamo intervenire. Ma per raggiungere questo obiettivo le industrie che li producono si devono riorientare perché non possiamo certo dire, «chiudete e andate tutti a casa». C'è insomma una riconversione da promuovere e per fare questo uno Stato che orienta con determinazione è assolutamente fondamentale.


"Liberazione", 28/09/2010


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permalink | inviato da Notes-bloc il 28/9/2010 alle 21:32 | Versione per la stampa
Contro il colpo di Stato messo in atto dalle Destre neoliberiste europee è necessaria soltanto una SINISTRA UNITA E FORTE IN ITALIA E IN EUROPA!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 settembre 2010


IL COLPO DI STATO EUROPEO

 

 Il 29 settembre, la Commissione Europea presenterà le sue proposte per rafforzare il Patto di stabilità e la “governance economica europea”. Contro questa proposta vi è una mobilitazione dei sindacati europei – salvo CISL e UIL che non hanno aderito – a cui parteciperemo. Queste proposte prevedono misure draconiane verso i paesi che non rispettino i parametri di Maastricht. Nel caso di sforamenti di bilancio, si prevede di penalizzare i paesi interessati con un durissimo sistema di sanzioni automatiche. Concretamente, l’Italia, che ha un debito pubblico pari al 117% del PIL - mentre gli accordi di Maastricht prevedono un massimo del 60% - sarà obbligata a ottenere avanzi primari di bilancio pari al 4% annuo per un periodo che può durare tra i quindici e i vent’anni. Tradotto in italiano significa che le leggi finanziarie fino al 2025/2030 – qualunque sarà il colore del governo - dovranno prevedere un avanzo primario di almeno 60/65 miliardi di euro all’anno. In concreto una massacrata sociale di dimensioni bibliche e lo sprofondo dell’Italia in una crisi economica destinata a generalizzare non solo la precarietà ma la povertà. Se qualcuno pensa che io esageri, in preda ai fumi dell’ideologia comunista, citerò cosa ha scritto il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, a proposito di questo progetto: “Basta questo scarno riassunto per cogliere l’insostenibilità politico-economica di un patto draconiano che rischia di ammazzare il malato invece di guarirlo”.
Qualche anno fa il patto di stabilità venne definito stupido, troppo rigido. Adesso la Commissione europea si appresta a peggiorarlo drasticamente, rendendolo ancora più stupido. Dobbiamo dedurne che siamo governati a livello europeo da una massa di deficienti? E’ molto probabile che vi siano anche quelli, ma il punto decisivo è che l’Europa è governata da una cricca di liberisti integralisti, che stanno instaurando una dittatura della borghesia, fregandosene completamente dei drammatici effetti sociali che avranno le loro politiche. Chi sono i governanti di questa Europa? Oscuri burocrati? No. Sono l’insieme dei governi europei che nominano la Commissione europea. Il punto è proprio questo: i diversi governi – di centro destra come di centro sinistra – stanno decidendo a livello europeo una linea di politica economica che produrrà effetti negativi enormi su ogni singolo paese ed in particolare su coloro che sono più indebitati a livello statale. Non a caso in Spagna il 29 ci sarà uno sciopero generale indetto da tutte le centrali sindacali contro la politica sociale del governo Zapatero. Questa politica deflattiva, che restringe il mercato e aumenta la disoccupazione, è identica a quella che in Europa, dopo la crisi del ’29, portò alla vittoria del Nazismo. L’idea che li guida è di abbassare il costo del lavoro in modo selettivo - producendo una enorme differenziazione salariale tra i diversi paesi europei - al fine di rendere più competitiva una parte dell’Europa sui mercati internazionali. Questa politica, non ha alcuna possibilità di ottenere i risultati che si propone per una semplice ragione: se tutti, dalla Cina agli Stati Uniti all’Europa pensano di uscire dalla crisi aumentando le esportazioni, chi mai comprerà tutte quelle merci? I marziani? Ci troviamo quindi di fronte ad una politica economica che non serve ad uscire dalla crisi ma che produrrà un impoverimento selettivo e una forte gerarchizzazione tra le classi sociali, tra le nazioni e tra le diverse aree di ogni paese.
Il dictat europeo non obbligherà solo i governi italiani,per vent’anni, a fare politiche economiche di continuo taglio della spesa sociale. A mio parere, queste politiche, in un contesto di attacco della Confindustria ai contratti nazionali di lavoro e di Federalismo fiscale (approvato anche dall’IdV con l’astensione del PD), aprono la strada ad una effettiva spaccatura dell’Italia. I tagli di bilancio a cui ci obbligherebbe l’Europa sono infatti destinati ad aggravare pesantemente le contraddizioni sociali e – sull’esempio Belga – le spinte secessioniste.
Questa è l’alternativa che abbiamo oggi in campo: la guerra tra i poveri in un contesto di secessione dei ricchi e di aggressione alla democrazia o l’unificazione del conflitto di classe, sociale, ambientale e territoriale nella costruzione dell’alternativa. A tal fine non bastano i pannicelli caldi o le poesie. Per rovesciare questa politiche europee e nazionali occorre un salto di qualità su più livelli.
Il primo è costruire l’opposizione per cacciare Berlusconi e sconfiggerlo nelle elezioni. Un fronte democratico che si ponga l’obiettivo di uscire dalla seconda repubblica e garantisca la tenuta costituzionale dello stato e del paese. La costruzione del fronte democratico e dell’opposizione non è obiettivo di altri ma nostro e dobbiamo costruirlo sui territori.
Il secondo è quello dell’allargamento e dell’unificazione del conflitto di classe, anche a livello europeo. Il punto centrale è la manifestazione del 16 ottobre che dobbiamo far diventare una grande manifestazione di popolo contro le politiche del governo, di Confindustria e dell’Unione Europea. Dobbiamo lavorare in modo certosino all’organizzazione della manifestazione del 16, dobbiamo operare per il consolidamento delle forze che convergeranno il 16 in modo da proseguire, dopo, sui territori e nei luoghi di lavoro, ad organizzare la lotta. E’ del tutto evidente che la cacciata di Berlusconi – che perseguiamo – non risolverà tutti i problemi e l’organizzazione del conflitto è decisiva per contrastare l’offensiva padronale.
Il terzo è quello dell’unità della sinistra di alternativa. Bersani vuole costruire il nuovo Ulivo, noi dobbiamo unire la sinistra fuori dall’Ulivo e dal compromesso che a livello europeo stanno mettendo in campo socialdemocrazia e popolari. A questo serve la Federazione della Sinistra. La sinistra europea conferma in questa quadro tutta la sua valenza strategica, perché solo una sinistra europea coerentemente antiliberista, può costruire una alternativa organica alle politiche europee sopra descritte.
Da ultimo occorre denunciare con forza che la globalizzazione neoliberista porta a trasformare l’Europa in una gigantesca gabbia produttrice di guerre tra i poveri. La costruzione di una Europa sociale, egualitaria, democratica e rispettosa dell’ambiente, necessita la messa in discussione della globalizzazione neoliberista. Il dogma della libera circolazione dei capitali e delle merci in un mondo che impedisce la libera circolazione delle persone deve essere sconfitto.
Siamo quindi impegnati a sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo, ma per questo dobbiamo alzare il tiro contro le politiche europee, contro il capitale finanziario e il dogma della globalizzazione che alimenta solo la guerra tra i poveri.

Paolo Ferrero - Segreterio del PRC /FDS

 
Udite udite!
post pubblicato in Notizie ..., il 22 settembre 2010


Scuola, educazione militare

Con un accordo Gelmini-La Russa via a un corso che prevede la divisione degli studenti in "pattuglie", lezioni di tiro con la pistola ad aria compressa e percorsi "ginnico-militari".

20/09/2010

Si chiama “allenati per la vita”. E’ il corso teorico e pratico, valido come credito formativo scolastico, rivolto agli studenti delle scuole superiori, frutto di un protocollo tra ministero dell’Istruzione e della Difesa. E che cosa serve a un ragazzo per allenarsi per la vita? Esperienze di condivisione sociale, culturale e sportive , informa la circolare del comando militare lombardo rivolta ai professori della regione.

Dopo le lezioni teoriche “che possono essere inserite nell’attività scolastica di “Diritto e Costituzione” seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e “orienteering”, vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l’autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l’arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più “percorsi ginnico-militari”.

Il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa viene spiegato nella stessa circolare: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.

Secondo il progetto Gelmini-La Russa, che ha già sollevato perplessità tra i professori che hanno ricevuto la circolare, “la pratica del mondo sportivo militare, veicolata all’interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la “conoscenza e l’apprendimento” della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l’importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al “bullismo” grazie al lavoro di squadra che determina l’aumento dell’autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo”. Seguirà, a fine corso, “una gara pratica tra pattuglie di studenti (il termine è proprio pattuglie, recita la circolare, termine che ha fatto storcere il naso a molti docenti, ndr)”. Intanto si è aperto il dibattito: è giusto trasformare la scuola pubblica in un collegio militare? O è solo un'opportunità in più per i ragazzi di avvicinarsi a organismi e istituzioni come protezione civile, esercito e croce rossa? 

Francesco Anfossi in "Famiglia Cristiana"

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"... l'unico modo di prevedere il futuro è riunire le forze e lavorare assieme"(A.Gramsci)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 settembre 2010


Il potere dell'incertezza
L'incertezza del potere
 

Tonino Bucci
Festivalfilosofia Modena


L'individuo contemporaneo torna a fare i conti con l'incertezza. Il capitalismo è in crisi, i disoccupati aumentano, il welfare con cui gli stati assicuravano un tempo assistenza e sicurezza ai cittadini, non esiste più. Zygmunt Bauman, il sociologo che ha coniato la famosa formula della "società liquida", ha raccontato nei suoi libri l'impatto del consumismo sugli stili di vita, la rapidità con cui cambiano i modelli di identificazione, in una parola, la liquefazione dei desideri e dei simboli. Ma anche la riduzione dei lavoratori a merce fluttuante, subordinata alle volubilità dei mercati e ai capricci delle imprese. Abbiamo incontrato Bauman a margine della lezione magistrale sulla "sorte individuale", tenuta al festivalfilosofia di Modena (quest'anno dedicato al tema della fortuna).

La società liquida non è più in grado di guardare al futuro con ottimismo. Per la prima volta rispetto alle generazioni precedenti gli individui si sentono insicuri. Cosa succede?
La modernità ha dichiarato guerra alla fortuna, all'imprevedibilità, al caso. Oggi si sta capendo che è difficile vincere questa guerra e che, anzi, dovremo abituarci a vivere nell'incertezza. Nelle società del passato, del XVI e XVII secolo, l'incertezza era la regola. Non solo le guerre religiose, ma anche le trasformazioni sociali ed economiche. Il passaggio all'era industriale portò alla disgregazione della forza lavoro, alla perdita di identità degli individui. Oppure basta pensare all'impatto che ebbe il terremoto di Lisbona nella società europea del XVIII. Pensatori come Voltaire e Rousseau suscitarono un dibattito nell'opinione pubblica dell'epoca. La fortuna e il caso, dicevano, non può dominare la società, l'uomo deve controllare la natura attraverso la conoscenza e la tecnica, e addomesticare il futuro. Oggi a due secoli di distanza dall'illuminismo è successo esattamente il contrario. Sono le conseguenze dell'azione umana che hanno causato catastrofi naturali. Il problema del riscaldamento globale è il risultato più vistoso della gestione umana delle risorse.

Ma l'insicurezza può diventare una risorsa politica come dimostra la questione Rom in Francia?
Da qualche decennio a questa parte assistiamo a un divorzio tra potere e politica. In passato tra questi due elementi c'era un matrimonio perfetto e si mescolavano nello Stato nazione. Oggi non è più così. Anche gli Stati governati da primi ministri eccentrici, per così dire, non sono onnipotenti. Il potere è evaporato, è passato dallo Stato nazionale in cui era racchiuso allo spazio globale, al cyberspazio o "spazio dei flussi", come lo definisce il sociologo Manuel Castells. Come è accaduto all'ancien regime del XVI e XVII secolo, il welfare state oggi si sta disgregando. Il potere è inadeguato e gli stati non riescono più a gestire il potere. Questo ha avuto conseguenze enormi sulla politica. I governi per legittimarsi e assicurarsi il consenso sono costretti a far leva sull'insicurezza dei cittadini, ad alimentare la paura che possa accadere loro qualcosa di terribile. Il compito dello Stato, in passato, era di garantire attraverso il welfare assistenza e sicurezza ai cittadini. Oggi non è più così, i governi non sono più in grado, ad esempio, di offrire sostegno in caso di disoccupazione e quindi cercano altre vie per legittimarsi. Se non ci fossero i Rom li dovrebbero inventare. La legittimazione dei governi attuali si basa sempre sulla sicurezza personale, ma questa non è più fornita dal welfare ma dalla polizia, dalla lotta contro il crimine, il terrorismo. Lo Stato dà la sensazione ai cittadini di essere protetti, ma è un'impressione. I Rom sono per i governi una manna dal cielo, il pretesto per dimostrare ai cittadini che lo Stato garantisce l'incolumità personale. Anche gli immigrati "clandestini", per quanto riguarda il caso italiano, sono stati usati dai vari governi per mettere in atto le politiche della sicurezza e accreditarsi. L'immigrazione è stata un fenomeno choc a livello sociale. Nell'opinione pubblica è stata percepita come una causa di instabilità, di perdita delle certezze di una volta. Un tempo se un ragazzo riusciva a entrare in grandi aziende come Fiat o Pirelli si garantiva un futuro occupazionale e dopo trent'anni poteva tranquillamente andare in pensione. Oggi queste certezze stanno vacillando e nella percezione comune si attribuisce la causa di ciò agli immigrati. Quand'anche non ci fossero più stranieri nelle strade si troverebbero altri capri espiatori da attaccare e a cui dare la colpa dell'instabilità.

Di fronte all'incertezza c'è la tendenza a vivere i drammi nella sola dimensione individuale. Venuta meno la politica non è prevedibile un ritorno del fenomeno religioso?
Negli Stati Uniti ci sono oggi quindici milioni di disoccupati, di cui 3 milioni e 600 mila sono cronici, cioè hanno smesso definitivamente di cercare lavoro. Cosa fanno questi individui, ci si chiede. Molte persone sono indebitate fino al collo, rischiano di perdere la casa, sono vicine al collasso. La gente dice che non c'è speranza, che non c'è altro da fare che pregare letteralmente. La politica si ritira nella vita privata, ma così facendo la possibilità che ci siano cambiamenti diminuisce sempre più. L'unico discorso ragionevole che possiamo fare è di appellarci al principio di responsabilità, unire le nostre speranze. Non posso fare altro che ripetere le parole di Antonio Gramsci: l'unico modo di prevedere il futuro è riunire le forze e lavorare assieme.


"Liberazione", 19/09/2010


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«L’ignoranza è forza», uno dei tre slogan scritti sul Ministero della Verità nel famosissimo libro di George Orwell “1984”
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 settembre 2010


Se i nostri governanti ci vogliono asini 

 di Tiziano Tussi
18/09/2010 00:58 | CONOSCENZA - ITALIA

 
«L’ignoranza è forza», uno dei tre slogan scritti sul Ministero della Verità nel famosissimo libro di George Orwell “1984” Non si può spiegare in alcun modo che con questo inciso l’accanimento della nostra classe dirigente attuale, governativa e politica, contro la cultura. Ogni anno la scuola, pre universitaria ed universitaria, versa sempre più in condizioni di asfissia ed il ministro dell’istruzione di turno ci dice che va tutto bene, meglio di prima. Ma è veramente un ipocrita gioco delle parti che si svolge ogni giorno ed in special modo all’inizio di ogni anno scolastico.
La cultura dà fastidio all’ignorantissima classe dirigente e di governo e perciò occorre depotenziare le scuole in qualsiasi modo, togliere fondi all’editoria, ai festival culturali, alle mostre, ai conservatori e teatri lirici. Il Paese deve diventare lo specchio della sua classe politica, del suo abissale livello di ignoranza. Ognuno, al governo, ci mette qualcosa del suo. Scuole targate Lega, partito che inneggia ai dialetti del nord Italia, non sapendo che i nostri studenti scalano al negativo le classifiche europee per quanto riguarda capacità linguistico-grammaticali e di comprensione di testi nella lingua madre, rispetto al resto del continente. Non pare importare a nessuno che si faccia cultura, che nelle scuole si proceda per intuizioni di intelligenza.
Un bell’intervento sul Sole24ore di domenica 12 settembre scritto da due docenti universitarie della sapienza di Roma, Anna Foa e Lucetta Scaraffia, esortano coloro che vogliono entrare all’università, ricercatori e quant’altro, che vogliono sostenere i concorsi per professori stabilizzati, di non farsi vedere troppo intelligenti ed acculturati, «fingete di essere un po’ asini» dice il titolo dell’intervento. Insomma: «L’ignoranza è forza». Stessa cosa per le scuole superiori. Ripetere - un’eco è un’eco, un’eco. Ripetere e non pensare con la propria testa. Diceva Kant: «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità imputabile a se stesso» (Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo, 1784). E’ pericoloso diventare autonomi e comunque, ancora seguendo Kant, i tutori del pubblico ce la mettono tutta per tenerlo in soggezione.
Un accanimento che definisce il nostro livello culturale come Paese: poca ricerca, pochissimi soldi per la cultura in genere, poca disposizione all’innovazione reale, molto conformismo, retorica e ripetizione, stanca ripetizione. Chi cerca di portare avanti le proprie ragioni viene tacciato di essere un terrorista, ed attenti al suo ritorno, si affannano a ripetere i nostri stanchi politici. C’è davvero bisogno di una profonda rivoluzione culturale.
Gli anni della contestazione giovanile ed operaia non hanno inciso a lungo sul Paese che si è riaddormentato ed è ritornato ad una situazione pre illuminista. Altre parole di Kant, stessa opera citata sopra, appaiono profetiche ancora per l’oggi. Dice: «E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione».
Naturalmente Kant concepisce tali affermazioni in termini negativi. Ma la classe politica italiana, post mani pulite le ha concepite al positivo. I disvalori ignoranza, guerra e libertà, al negativo quest’ultima, sono state concepite come Orwell le ha descritte nel libro ricordato all’inizio, cioè come forza, pace e schiavitù. Quel ministero della Verità assomiglia dannatamente all’impostazione politica dei nostri governanti e costituisce il loro archetipo. In negativo. Almeno se ne accorgessero.

"Liberazione", 18-09-2010

Video Rai.TV - Presa Diretta 2010 - Evasori
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 settembre 2010


Ignazio Licciardi : Secondo voi, trasmettono queste trasmissioni per far notare che i Cittadini Italiani sono dei coglioni o per farci indignare? Io sono indignato per non dire che sono - anche senza vedere la trasmissione - INCAZZATO NERO E ... VOI? E QUANDO SI E' INCAZZATI, CHE SI FA? COME CI SI COMPORTA PER NON ESSERE GIUDICATI DEI COGLIONI? L'INDIGNAZIONE BASTA? O NECESSITA UN'AZIONE CONSEGUENZIALE? PENSATECI, GLI ITALIANI ONESTI HANNO BISOGNO DI UNITA' E DI AZIONI COMUNI !

 

Io penso che abbiamo bisogno di un Governo, di una Guardia di Finanza, di un'Agenzia delle Entrate che non dovrebbero perdere tempo a controllare l'eventuale evasione - di solito, per errore! - di qualche centinaio di euro dei dipendenti pubblici o dei pensionati, ma di coloro che sono invogliati dai condoni ripetuti ad evadere milioni e milioni di euro!

Ma da chi siamo governati da sempre in Italia? Forse, da EVASORI INCALLITI !

Dobbiamo reagire, ma non chiedendo e pretendendo la ricevuta fiscale, ma ESIGENDO CONTROLLI A TAPPETO E SERI DA CHI DI DOVERE ! BASTA CON QUESTA PRESA PER I FONDELLI PER CUI SAREBBERO I CITTADINI I COLPEVOLI DELDISASTRO ECONOMICO DELL'ITALIA !

IL DISASTRO ECONOMICO FA COMODO. E' VOLUTO ! E NOI SIAMO STANCHI DI CONVIVERE CON QUESTA GENTAGLIA !

SE C'E' UN POLITICO CHE MI LEGGE, MI RISPONDA E MI DICA CHE INTENZIONI HA PER VENIRE INCONTRO AL CITTADINO ITALIANO ONESTO ? NON NASCONDA LA TESTA SOTTO LA SABBIA DEI PARADISI FISCALI E LAVORATE, SIGNORI POLITICI, SIGNORI FINANZIERI, SIGNORI DELLE AGENZIE DELLE ENTRATE ! SMETTETELA DI VENIRE A CONTROLLARE ANNO DOPO ANNO LA MIA / LA NOSTRA DICHIARAZIONE DEI REDDITI DA DIPENDENTE/I PUBBLICO/I !

 

Mostra tutto

Sono 120 i miliardi di euro sfuggiti al fisco ogni anno. Come si aggirano i controlli? Chi sono i grandi evasori? Dove si evade di più? Un’ inchiesta di Domenico Iannacone che, con Danilo Procaccianti, ci racconta le mille facce di quella che è una vera e propria economia parallela. In un filmato di...

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permalink | inviato da Notes-bloc il 13/9/2010 alle 9:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Le società "democratiche" non usano la forza ma la propaganda, fabbricano il consenso creando “illusioni necessarie” e “ipersemplificazioni emotivamente efficaci”, per citare Reinhold Niebuhr
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 settembre 2010


NOAM CHOMSKY: WIKILEAKS AMBIA LA GUERRA IN AFGHANISTAN


 

WikiLeaks cambia la guerra in Afghanistan

I documenti segreti dell’esercito statunitense sulla guerra in Afghanistan resi pubblici da Wiki­Leaks dimostrano che per gli Stati Uniti la lotta si sta facendo sempre più feroce, e per gli afgani sempre più terrificante. Per quanto siano preziosi, questi documenti potrebbero confermare la diffusa teoria per cui le guerre sono sbagliate solo quando non raggiungono il loro obiettivo, esattamente come pensavano i nazisti dopo Stalingrado.

Nel giugno scorso abbiamo assistito alla sconfitta del generale Stanley McChrystal, costretto a lasciare l’incarico di comandante delle forze statunitensi in Afghanistan e sostituito dal suo superiore, il generale David Pe­traeus. Le possibili conseguenze di questo cambio sono un allentamento delle regole militari, che renderà più facile uccidere i civili, e un prolungamento del conflitto.

In questo momento, la guerra in Afghanistan è il principale impegno militare del presidente Barack Obama. L’obiettivo ufficiale del conflitto è difenderci da Al Qaeda, un’organizzazione virtuale senza una base specifica, una “rete di reti” e un “movimento di resistenza senza leader”, come è stata definita dagli esperti di geopolitica. Oggi, ancora più di prima, Al Qaeda è formata da una serie di fazioni relativamente indipendenti, vagamente collegate tra loro e sparse in tutto il mondo.

La Cia calcola che ora in Afghanistan potrebbero avere tra i cinquanta e i cento militanti. Intanto i taliban sembrano ben consolidati nel loro vasto e inaccessibile territorio, che copre buona parte delle terre pashtun, e non abbiamo alcuna prova che vogliano ripetere l’errore di offrire rifugio ad Al Qaeda.

A febbraio, seguendo la nuova strategia di Obama, i marines hanno conquistato Marja, un piccolo distretto della provincia afgana di Helmand, il centro principale dell’insurrezione. In quella zona, ha scritto Richard Oppel Jr sul New York Times, “i marines si sono scontrati con un’identità taliban così forte che il movimento sembra essere l’unica organizzazione politica della città e coinvolge tutti i suoi abitanti. ‘Dobbiamo modificare il nostro concetto di nemico’, ha dichiarato il generale Larry Nicholson, comandante dei marines nella provincia di Helmand. ‘Qui quasi tutti si identificano con i taliban. Non dobbiamo pensare che stiamo cercando di cacciare i taliban da Marja, stiamo cercando di cacciare il nemico’”.

I marines si trovano davanti a un problema che ha sempre afflitto i conquistatori, e che gli Stati Uniti conoscono bene dai tempi del Vietnam. Nel 1969 Douglas Pike, il più importante esperto americano di Vietnam, si lamentava del fatto che il nemico – il Fronte di liberazione nazionale (Fln) – fosse l’unico “vero partito politico di massa del Vietnam del Sud”.

Qualsiasi tentativo di competere politicamente con quel nemico sarebbe stato come contrapporre un pesciolino a una balena, ammetteva Pike. Di conseguenza bisognava combattere l’Fln usando l’unica arma a disposizione degli Stati Uniti, la violenza, con risultati raccapriccianti. Anche altre potenze si sono trovate in una situazione simile: per esempio i russi in Afghanistan negli anni ottanta, dove vinsero tutte le battaglie ma persero la guerra.

Dopo il trionfo di Marja, ci si aspettava che le forze internazionali guidate dagli Stati Uniti avrebbero attaccato la città di Kandahar dove, secondo un sondaggio condotto dall’esercito lo scorso aprile, il 95 per cento della popolazione è ostile agli stranieri. Ma il progetto è stato rimandato, e questo è stato uno dei motivi delle dimissioni di McChrystal.

In queste condizioni non c’è da sorprendersi se le autorità statunitensi temono che il sostegno alla guerra in Afghanistan diminuisca ancora. Wiki­Leaks ha pubblicato un memorandum di marzo della Cia su come rafforzare l’appoggio dell’Europa occidentale alla guerra. Il sottotitolo era: “Ecco perché contare sull’apatia potrebbe non essere sufficiente”.

“La poca informazione sulla missione in Afghanistan ha permesso ai politici francesi e tedeschi di non tener conto dell’opposizione popolare e di aumentare regolarmente il loro contributo di truppe”, afferma il documento. “Berlino e Parigi sono ancora al terzo e quarto posto per numero di soldati inviati, anche se l’80 per cento dei francesi e dei tedeschi è contrario a un aumento del contingente”. Di conseguenza, è necessario “modificare il messaggio” per “prevenire o almeno contenere l’opposi­zione”.

Il memorandum della Cia ci ricorda che gli stati hanno un nemico interno: la loro stessa popolazione, che quando non condivide la linea politica del governo dev’essere tenuta sotto controllo.

A questo scopo, le società democratiche non usano la forza ma la propaganda, fabbricano il consenso creando “illusioni necessarie” e “ipersemplificazioni emotivamente efficaci”, per citare Reinhold Niebuhr, il filosofo preferito di Obama. La battaglia per controllare il nemico interno rimane quindi fondamentale, anzi proprio da quella potrebbe dipendere il futuro della guerra in Afghanistan.

FONTE: Internazionale, agosto 2010

 www.controlacrisi.org


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permalink | inviato da Notes-bloc il 1/9/2010 alle 21:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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