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di Ignazio Licciardi
Il 26 agosto il comitato precari per la scuola insieme al coordinamento dei diversi movimenti metterà in scena in piazza Politeama la morte della scuola pubblica.
post pubblicato in Notizie ..., il 24 agosto 2010


Lotta di classe a Palermo

 

24/08/2010 14:32 | LAVORO - SICILIA | Fonte: Carla Incorvaia - il manifesto


 

SCUOLA Insegnanti precari in sciopero della fame. Uno di loro ieri è stato ricoverato
Venerdì tutti a Montecitorio contro i tagli. Lombardo scrive a Gelmini

PALERMO. Sciopero della fame a pieno regime per insegnanti e personale Ata, amministrativi tecnici e collaboratori, vittime di quest'ultima tornata di tagli rivolta al mondo della scuola. A Palermo, dal 14 agosto scorso, un presidio fisso di precari si è impiantato davanti gli uffici dell'ex Provveditorato, in via Praga, contro i nuovi tagli decisi dai ministri Gelmini e Tremonti. Per rimpinguare le casse dello Stato e alleggerire il peso di circa 5 mila statali in Sicilia (-1.784 Ata e -3.329 docenti), macelleria Italia ha aperto nell'isola dei nuovi punti vendita. Venerdì i precari della scuola siciliana saranno a Roma con una delegazione in piazza Montecitorio per dare forza a una protesta che non vuole e non può scemare.
Non mangiano e vanno avanti ad acqua e caffè. Sul banco sistemato sotto il gazebo di fronte l'ufficio scolastico e alle spalle del consolato danese, tra lenzuola che urlano a un Berlusconi precario e un futuro incerto, compaiono anche alcuni succhi di frutta. È il menù quotidiano dei precari che da otto giorni stanno manifestando per riavere il proprio lavoro. Inizialmente erano in tre e uno di loro, affetto da alcune patologie, accusando un malore è finito in ospedale. Ricoverato, è stato dimesso ed è tornato in via Praga. Con i suoi 180 giorni di lavoro all'agosto 2009 più due mesi e nessun sussidio di disoccupazione se non il minimo, 1.800 euro e un primo sciopero della fame a dicembre scorso, davanti la sede dell'Assemblea regionale siciliana, quando accolto da Lombardo aveva sperato ancora una volta di riottenere il lavoro. Come Pietro Di Grusa 49 anni, ex collaboratore scolastico al quale non è stato rinnovato l'incarico, ce ne sono tanti, anche troppi. C'è Silvia Bisagna, 37 anni, 4 dei quali vissuti a insegnare inglese ai disabili. «La Gelmini ci ha appena licenziato - dice. L'ambizione di ogni insegnante è quella di entrare di ruolo, ma ho perso questa speranza lo scorso anno con l'applicazione dei primi tagli e una graduatoria che non contemplava il mio nome. Poi a ottobre sono stata chiamata a Novara dove ho lavorato fino a giugno, ho dovuto lasciare Palermo. Io e mio fratello campiamo con la pensione di mamma».
Quello dell'istruzione è un sistema a punti. Come il calcio, come l'università dove uno studente va avanti per crediti, fatto di numeri e di calcoli. Come un concorso a premi e non sai se vinci. Per ogni anno di insegnamento un docente può arrivare a «prendere» fino a 12 punti, due al mese. Lo stesso per un organico Ata. Un punteggio che viene raddoppiato se si decide di seguire uno di quei corsi di perfezionamento e aggiornamento studiati ad hoc dalle università private. Da 1 a 3 a corso per un massimo di 12 punti nell'arco di un'intera carriera.
Caterina Altamore ha la stessa età di Silvia. Trentasettenne e 14 anni di insegnamento sulle spalle, il primo incarico importante di un anno è arrivato dopo cinque di sostituzione, la supplenza. «Sono stata costretta ad accettare un incarico annuale a Brescia per continuare a fare un lavoro che amo - racconta. Avrei potuto accettare il salvaprecari, ho capito che in realtà era un modo per farci accomodare fuori dalla scuola. Mi offrivano dei punti e forse qualche giorno di supplenza. Molto gentili, grazie, rifiuto e vado avanti. Ho fatto una valigia, consapevole che la mia decisione avrebbe potuto essere non capita dai miei figli, in realtà hanno capito che la mia è voglia di non arrendersi e continuare a lottare per quello che amo con tutte le mie forze. Oggi voglio dire con forza a Tremonti, alla Gelmini, al Presidente del Consiglio e ai numerosissimi parlamentari siciliani che le cose devono cambiare. Non permetteremo la morte della scuola pubblica».
Venerdì prossimo una delegazione sarà a Roma per portare la protesta in piazza Montecitorio. Meno 3,96% di docenti nell'anno scolastico 2010/2011, rispetto al 2009/2010, un taglio di 25.558 posti su un organico di diritto di oltre 620 mila docenti, in particolare al Sud, ma in media in tutto il Paese. Per l'anno 2010 2011 in Italia la regione che perde più docenti è la Campania con 3.686 posti tagliati, seguita dalla Sicilia (-3.325) e Lombardia (-2.760). A Palermo, Gelmini è riuscita ad unire studenti universitari e professori che, assieme al rettore Roberto Lagalla, protestano per i tagli in una maniera molto simpatica e innovativa: gli esami si svolgono in strada. Sempre a Palermo, il preside di un Ipsia del quartiere Brancaccio ha rifiutato l'iscrizione di 400 studenti perché non ha personale Ata sufficiente.
Per Lombardo si tratta di leso «principio costituzionale di leale collaborazione». Il Governatore della Regione Siciliana ha inviato una lettera di protesta al ministro dell'Istruzione. Lombardo chiede il reintegro della metà dei posti tagliati. I tagli Tremonti-Gelmini colpiscono la Sicilia con più di 3 mila insegnanti in meno quest'anno per un totale di 15.000 entro tre anni. Particolarmente colpito il sostegno che ha visto un decremento di 1000 docenti a fronte di un aumento degli alunni diversamente abili di 5000 unità. A quanto pare al Miur la missiva del Presidente ha già fatto i suoi effetti. Difatti si ipotizza un aumento di 450 unità per quanto riguarda i docenti di sostegno, a fronte delle 600 richieste.
Intanto i sindacati hanno promosso uno sciopero il 17 settembre, primo giorno di scuola, davanti all'ufficio regionale scolastico. «Non chiediamo lo stipendio o l'assistenzialismo, ma dignità e riconoscimento della professionalità», dice Salvo Altadonna, 35 anni per 8 insegnante di sostegno in un istituto di Borgo Nuovo, considerato a rischio per l'elevato tasso di dispersione scolastica. Che ci vengano restituiti i diritti che ci hanno scippato.
Il 26 agosto il comitato precari per la scuola insieme al coordinamento dei diversi movimenti metterà in scena in piazza Politeama la morte della scuola pubblica. Dal 30 agosto al 10 un presidio permanente sarà allestito davanti l'Usr.

Il 23 agosto 1927 venivano assassinati Sacco e Vanzetti.
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 24 agosto 2010


KURT VONNEGUT: L'UCCISIONE DI SACCO E VANZETTI

 



Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l'uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l'ex portiere notturno all'Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.
Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand'ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni - pensavo - a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.
Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l'autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.
Perché?
"Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.
Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l'unico che avesse famiglia. L'attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell'inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.
"Viva l'anarchia" disse. "Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici" disse. "Buonasera, signori" disse poi. "Addio, mamma" disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel'ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l'inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.
Ascoltate:
"Desidero dirvi," disse, "che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente". Faceva il pescivendolo, al momento dell'arresto.
"Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto" disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall'Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L'anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.
Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno.
Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell'epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.
Vanzetti dirà in seguito: "Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America".
Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.
I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l'ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l'ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L'agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.
Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c'era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scrisse Vanzetti. "Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me." Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga - andando di porta in porta.
Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O'Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.
Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un'acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor'kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch'era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.
Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi - pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato - che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi. Era chiaro per loro, anche, che l'America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.
Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.
Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un'ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.
Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo - e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione - presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.
Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.
Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti. Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.
Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un'inchiesta sull'arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O'Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.
Ma, ecco, d'un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.
Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: "Quest'uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d'onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell'aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor's Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.
Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l'ho dimenticato.
L'altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell'esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch'era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.
Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
"Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont" mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.
Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull' America. L'indignava che fossero così ingrati verso l'America, quegli immigrati italiani.
Stando a Labor's Untold Story, Capone disse: "Il bolscevismo bussa alla nostra porta... Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall'ideologia rossa e dalle astuzie rosse".
Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l'ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un'alta finestra.
Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: "Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!".
Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.
"Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra," disse Vanzetti, "di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo."
Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.
In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato - composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento - di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.
Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l'ascoltavamo tenendoci per mano.
Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m'iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, "s'intendeva molto di elettricità, se non di altro", era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).
Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell'esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c'erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.
Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.
Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?
Chi è l'uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.
E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.
"La natura si mostrava partecipe" disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.
Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.
La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell'esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov'era la prigione. Fra i dimostranti c'erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.
C'erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C'erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.
Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.
Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.
Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l'appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l'uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?


Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini dal sito Filiarmonici.


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"Quando un marinaio vede che la sua rotta è disastrosa cambia direzione, ma gli eserciti imperiali affondano i propri stivali nelle sabbie mobili e continuano a marciare ..."(Bruce Cumings)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 agosto 2010


Noam Chomsky: Gli echi del Vietnam nella guerra in Afghanistan

 

 
 
 
 
 
 
The War Logs, un archivio di documenti militari classificati nei sei anni di guerra in Afghanistan, lanciato su Internet dall'organizzazione Wikileaks, narra dalla prospettiva degli Stati Uniti la tragica lotta, ogni giorno più cruenta. Per gli afghani si tratta di un crescente orrore.
Nonostante la loro validità, The War Logs possono contribuire ad alimentare la sfortunata convinzione che le guerre siano un errore solo se non vengono vinte, qualcosa di simile a ciò che provarono i nazisti dopo Stalingrado.

Il mese scorso abbiamo assistito al vergognoso ritiro del general Stanley A. McChrystal, sostituito al comando delle forze degli USA in Afghanistan dal suo superiore, il generale David H. Petraeus. Una probabile conseguenza di questa sostituzione dei vertici sarà una "allentamento" delle norme d'ingaggio, di modo che uccidere civili risulterà più facile, e un allungamento della durata della guerra nella misura in cui Petraeus utilizzerà la sua influenza sul Congresso per raggiungere questo obiettivo.

L’Afghanistan è la principale guerra in corso del presidente Obama. Lo scopo ufficiale è proteggerci da Al Qaeda, un'organizzazione virtuale senza basi specifiche, "una rete di reti" e una "resistenza senza leader", così come la si definisce nella letteratura specializzata. Ora, molto più di prima, Al Qaeda è composta da fazioni relativamente indipendenti e con legami associativi deboli presenti in tutto il mondo. La CIA calcola che in Afghanistan possano essere presenti tra i 50 e i 100 attivisti di Al Qaeda, e non c'è niente che indichi che i talebani desiderino ripetere l'errore di offrire rifugio a Al Qaeda. A quanto sembra, i talebani sono ben radicati su un vasto e difficile territorio, una grande porzione dei territori pashtun.

A febbraio, durante la prima applicazione della nuova strategia (bellica) di Obama, i marines statunitensi conquistarono Marja, un distretto minore della provincia di Helmand, centro principale della resistenza. Una volta insediatisi, da quel che ci informa Richar A. Oppel Jr. del New York Times, "I marines si sono scontrati con una identità talebana così forte da sembrare un'organizzazione politica in un paese a partito unico, con una influenza che raggiunge tutti..."

"Dobbiamo riconsiderare la nostra definizione della parola nemico", afferma il generale Larry Nicholson, comandante della brigata mobile dei marines nella provincia di Helmand. "Qui, la maggior parte della gente si identifica come talebana... Dobbiamo correggere la nostra maniera di pensare per non espellere i talebani da Marja, ma i veri nemici".

I marines si stanno scontrando con un problema che ha minacciato da sempre tutti i conquistatori e che è molto familiare agli USA dal Vietnam in poi. Nel 1969 Douglas Pike, esperto del Governo USA in Vietnam, si lamentava che il nemico, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), "era l'unico partito politico con un'adesione di massa nel Vietnam del Sud".

Secondo l'ammissione di Pike, qualsiasi sforzo di competere politicamente con questo nemico sarebbe stato come affrontare un conflitto tra una sardina e una balena. Per questo motivo, si doveva sconfiggere la forza politica del FLN ricorrendo al nostro vantaggio comparativo, la violenza, con risultati terribili.

Altri si sono scontrati con problemi simili: per esempio, durante gli anni ottanta, i russi, in Afghanistan, quando vinsero tutte le battaglie però persero la guerra.

Bruce Cumings, storiografo specialista dell'Asia all'Università di Chicago, intervenendo su un altra invasione USA, quella del 1989 nelle Filippine, fece un'osservazione che può essere applicata oggi alla situazione afghana: "Quando un marinaio vede che la sua rotta è disastrosa cambia direzione, ma gli eserciti imperiali affondano i propri stivali nelle sabbie mobili e continuano a marciare, anche se in circolo, mentre i politici addobbano il libro di frasi sugli ideali statunitensi".

Dopo la vittoria di Marja, ci si aspettava che le forze comandate dagli USA attaccassero l'importante città di Kandahar, dove, secondo un'indagine dell'esercito, l'operazione militare viene rifiutata dal 95% della popolazione locale e cinque di ogni sei abitanti considerano i talebani come "i nostri fratelli afgani". Ancora una volta risuonano gli echi di una conquista precedente. I piani su Kandahar vennero rimandati, in parte proprio per l'esonero di McChristal.

In queste circostanze non è sorprendente che le autorità degli USA siano preoccupate perché l'appoggio popolare alla guerra in Afghanistan si corroda ancora di più. A maggio Wikileaks rese pubblica un'inchiesta della CIA su come mantenere l'appoggio dell'Europa alla guerra. Il sottotitolo diceva: "Perchè contare sull'apatia probabilmente non sarà sufficiente". Secondo quest'inchiesta "Il basso profilo della missione in Afghanistan ha permesso al leader francese e tedesco di non ascoltare l'opposizione popolare e aumentare gradualmente il loro contributo alle Forze di Sostegno alla Sicurezza Internazionale" (ISAF).

“Berlino e Parigi rimangono al terzo e quarto posto per numero di soldati della ISAF, nonostante l’opposizione dell’80% degli intervistati tedeschi e francesi ad un ulteriore invio di truppe”. È necessario, di conseguenza, “dissimulare i messaggi” per “impedire, o almeno contenere, una reazione negativa”.

Questa inchiesta deve ricordarci che gli Stati hanno un nemico interno: la loro stessa popolazione, che deve essere controllata quando la politica statale trova un'opposizione tra il popolo. Le società democratiche non dipendono dalla forza ma dalla propaganda, manipolando il consenso attraverso "un'illusione necessaria" e una "extrasemplificazione emozionalmente potente”, per citare il filosofo preferito di Obama, Reinhold Niebuhr.

Per questo motivo la battaglia per controllare il nemico interno continua ad essere altamente pertinente. Di fatto, il futuro della guerra in Afganistan può dipendere da questa.


Fonte:http://blogs.publico.es/noam-chomsky/14/ecos-de-vietnam-en-la-guerra-de-afganistan/

traduzione da www.senzasoste.it
 

in http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7958&catid=45&Itemid=68&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+controlacrisi+%28ControLaCrisi.org%29




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Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere.
post pubblicato in Notizie ..., il 15 agosto 2010


Vendola: transizione?

"Non per continuare
la macelleria sociale"

di Concita De Gregorio

È un lungo monologo, questo di Nichi Vendola. Possiamo parlare, per prima cosa, del clima di veleni del livello dello scontro? avevo chiesto. Non si è interrotto più. Ha detto di Tremonti e di Prodi, di elezioni anticipate e di Cln, di governi tecnici, di istituzioni a rischio e coalizioni possibili, di sinistra soprattutto, citando - al principio - le parole scritte da Alfredo Reichlin per l’Unità . Di come «liberare il castello dalla presenza di un sovrano ingombrante senza colpi di palazzo o di teatro, misurandosi piuttosto col guasto morale che infetta tutto il regno». Ascoltiamo.

«C’è un clima pazzesco, un’aria irrespirabile. Non pongo la premessa come clausola di stile, ma come problema di cultura politica. Non solo a destra, anche a sinistra quando si manifestano posizioni forse discutibili, magari eccentriche rispetto alla realpolitik si scatena l’intolleranza. Da quando ho posto il tema – ho accettato di assumere su di me la proposta che correva di bocca in bocca, di sguardo in sguardo – parlo della mia candidatura alle primarie, sono stato oggetto di attacchi con risvolti psicanalitici, psichiatrici, sociologici, molti si sono improvvisati miei biografi in un coro tutto sopra le righe, fuori asse. È un problema generale, di tutta la politica, e riguarda il modello di relazioni umane che abbiamo in mente. Discutiamo politicamente delle nostre idee senza dedicare tempo al gioco al massacro, alla brutalizzazione.

Capisco che un gruppo di cattolici integralisti faccia tiro a segno nei miei confronti ma capisco meno una parte della sinistra che si comporta così. Chiedo: chi ha paura del popolo democratico? Il mio invito a non mollare le primarie significa questo: investire sul popolo di centrosinistra del quale i militanti del Pd sono la parte più importante e generosa. Non propongo furbate o giochi d’azzardo. In fondo ogni volta che il ceto politico ha deciso di cedere una quota del proprio potere in favore del processo democratico è stato un fatto straordinario e sorprendente, anche quando l’esito sembrava predefinito. Capisco che ci sia chi preferisce mantenere le rendite di posizione. Due sono le paure che mi pare di scorgere: quella della detronizzazione, e il fatto che la costruzione dei programmi esca così dai circuiti ristretti e diventi collettiva. In parte questo è già accaduto con la Fabbrica del Programma di Romano Prodi. Il politicismo è asfissiante. Se potessimo invece dare parola ai saperi, ai talenti per far parlare la realtà della vita: che modello di ricostruzione si è applicato all’Aquila dopo il terremoto; che intendiamo fare delle risorse idriche; i processi di desertificazione dei bacini del mediterraneo; mettere a confronto modelli formativi... parlare di tv non solo come lotto politico da occupare ma come veicolo della costruzione delle coscienze e dell’immaginario collettivo. Vedo invece un balletto di formule ereditate pari pari dalla prima Repubblica.

Siamo di fronte ad una crisi mondiale, europea e alla dissoluzione del nostro paese. Abbiamo il dovere di alzare lo sguardo, di fare una discussione non legata al culto della contingenza. Se anche un grande realista come Alfredo Reichlin invita a un nuovo, più alto orizzonte, a una nuova antropologia e ci domanda se interessi ancora la sinistra come nicchia e bottega o se non di debba piuttosto riprendere in mano la missione per il destino di un paese... E invece qual è la discussione oggi: chi tra i protagonisti della politica sia vecchio e chi nuovo? La domanda è un’altra: come si fa a liberare il castello dalla presenza ingombrante del sovrano senza misurarsi col guasto morale che infetta tutto il regno? E come si chiude il ciclo del berlusconismo: con un colpo di palazzo o di teatro, o piuttosto con un rendiconto, anche aspro, su ciò che è accaduto nella società? La diatriba su voto subito o governo tecnico, certo. Io non sono in Parlamento, non ho deputati e senatori, faccio un ragionamento politico: se ci fossero le forze e il coraggio per mettere in campo una transizione capace di liberarci di un’ipoteca come la legge elettorale non potrei che brindare e compiacermi del pentimento di chi diceva che il proporzionale è la panacea di tutti i mali.

Ma non accetto l’idea di un governo di transizione che prosegua nel solco di chi ha operato la macelleria sociale di Tremonti. Un patto col diavolo? Il problema è intenderci sulla missione. Bisogna anche considerare il livello del danno, per dirla con Josephine Hart: “Ci si vergogna solo la prima volta”. Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere a colpi di dossier, di violenza verbale, di menzogne. È il sintomo di una decadenza gravissima: deposita nel Paese uova di serpente. Dunque, il diavolo. Parliamo dell’ipotesi di una grande aggregazione in funzione antiberlusconiana, dunque anche di un cartello elettorale? È in corso lo squagliamento del centrodestra come lo abbiamo conosciuto. Fini è pure espressione di una destra: democratica, sì, europea. Il Cln mi pare un’elucubrazione estiva. Di fonte allo spettacolo del dissolvimento del fronte avverso cosa fa la sinistra intesa come luogo del nesso lavoro-libertà-conoscenza? Lo chiedo con affetto a Bersani. Abbiamo interesse a mettere in campo, dentro questa sinistra, un’agenda di temi e di processi che lasci da parte i giochi delle belle statuine delle tante sinistre, i riformisti e i radicali, gli antagonisti e i moderati? Un gioco che avvantaggia certo le rendite di posizione ma produce paralisi del sistema: è il male che ha già divorato l’Ulivo, non ripetiamolo. La grande alleanza non deve essere l’Arca di Noè che consenta a ciascuno di salvarsi: non lavoriamo per il ceto politico ma per il Paese.

Ho grande affetto per Prodi, temo che in politica non si diano mai secche repliche del passato ma le suggestioni del prodismo, pur con tutti gli errori commessi, ha portato una politica con grandi potenzialità espansive. Se Berlusconi è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva, della deresponsabilizzazione di massa il rovesciamento del sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande protagonismo democratico. Sono mortalmente stufo delle diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra: non hanno più tempo né luogo. Io non mi batto per una sinistra minoritaria, mi batto per vincere. Non bisogna avere paura della nostra gente, allora. È con la nostra gente che vinceremo, insieme a loro e grazie a loro».

"l'Unità", 15 agosto 2010

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Nostalgici di carta, penna e calamaio?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 agosto 2010


Come si modifica la percezione nell'era virtuale? Due saggi, di Marco Niada e John Freeman
 
Alice oltre il video
Tempo (e spazio) nel web
 
 

Davide Turrini
Non per essere i soliti barbosi e corrucciati contestatori del web, ma sarà capitato a tutti almeno una volta negli ultimi dieci anni, di aver avuto la necessità di staccare la spina. Non una rabbiosa, luddista, distruzione della macchina computer, ma un semplice, invisibile, impercettibile, rifiuto ad accendere il macchinario infernale che da poco più di quindici anni ci collega nell'immediato, e ci permette di comunicare istantaneamente, con ogni angolo del globo. L'autostrada informatica è diventata oramai il mezzo attraverso il quale le nostre esistenze sono state accelerate in maniera sconsiderata. Da ciò si deduce, senza essere necessariamente nostalgici di carta, penna e calamaio, che il web, e la sua massima espressione di invasività come l'e-mail, hanno radicalmente modificato anche solo l'era della diretta televisiva di un ventennio addietro. Con il leggiadro e pericolosissimo obbligo di farci riscrivere le coordinate quotidiane di tempo e di spazio.
Di questo fenomeno tecnologico, filosofico, e infine politico, Marco Niada, con Il tempo breve (Garzanti, pp.192, euro 12), e John Freeman, con La tirannia dell'e-mail (Codice Edizioni, pp. 184, euro 17), hanno perlustrato le fondamenta, gli antenati storici, gli sviluppi presenti e gli scenari futuri. Il primo, corrispondente da Londra tra l'82 e il 2008 per ilSole24ore, ha redatto una sorta di saggio autocritico rispetto ad una realtà, quella della City londinese che lo vedeva coinvolto in prima persona come giornalista economico-finanziario, volata all'impazzata dentro le bolle speculative di Internet (primi anni 2000) e finanziaria tout-court (la temutissima crisi del 2008-2009). Curioso, e lodevole, che chi intervistava indaffarati manager, investitori e banchieri assortiti, primi responsabili di questa sciamannata e frenetica corsa all'oro che ha frantumato e accelerato il concetto basilare del tempo vissuto, si sia ritirato nella pace del monastero benedettino di Ampleforth (Yorkshire) attorno al febbraio 2009, per scrivere un saggio poi intitolato Il tempo breve. E' evidente che più il sole lo si sfiora da vicino più si tende a bruciarsi. Tanto che nell'introduzione, Niada pone alcune considerazioni di ordine etico, prima di ogni altro interessante pastiche storico-filosofico-cronachistico sull'idea di "tempo" passato/presente/futuro che arriverà alle pagine successive: «Lasciavo il Sole con le idee confuse e con la coscienza tormentata: quanto ero stato complice, peccando di superficialità, dovuta anche alla continua mancanza di tempo per verificare un universo finanziario in cui gli eventi acceleravano alla velocità della luce? Quanto ho peccato di sciatta benignità nel descrivere positivamente persone ed eventi che avrebbero invece meritato approfondimenti e giudizi assai più severi?». Paradossale che la risposta di Niada sia proprio per la mancanza di tempo: «il ritmo di lavoro sempre più martellante mi obbligava ormai a tendere verso l'onniscenza, l'onnipresenza e, per certi versi, l'onnipotenza, dato che l'imporsi di Internet e dei nuovi media mi obbligava a esibirmi con crescente inaccuratezza su un numero sempre maggiore di argomenti in tempi sempre più rapidi e serrati su mezzi d'informazione sempre più disparati. Dopo anni di vita frenetica mi era scoppiata con virulenza una crisi di allergia alla velocità».
Da qui una ripartenza morale e materiale dal concetto di tempo "pesante" degli antichi: dalla divisione sessagesimale del tempo da parte dei sumeri (7000 mila anni fa) alle clessidre d'acqua e sabbia in epoca greca; dal calendario di Giulio Cesare (45 a.c.) alla coscienza del tempo moderno fatta risalire ai conventi benedettini del 500 d.c.; dall'orologio che sbuca sulle torri dei palazzi comunali in epoca medioevale, alla rivoluzione industriale con macchine a vapore e congegni meccanici standardizzati di misurazione univoca del tempo. Il tempo breve ha così dapprima la peculiarità dell'excursus storico, seguito dall'analisi dell'unità schizofrenica del tempo contemporaneo (un tempo prima interrotto e frantumato, poi forzato, infine accelerato) e infine conclusa con una feroce disamina dell'attuale iperstimolazione informativa del web. Quell'area semantico-comunicativa dove si sta velocemente erodendo per ognuno di noi la capacità di ricordare e riferire «cosa è importante e cosa accessorio, quali gli eventi significativi, quali i grandi artisti, poeti e inventori», con annessa domanda cruciale per noi critici: «nell'epoca della sovrainformazione ci affideremo come in passato a un esperto, a un critico che ci indichi le ragioni per cui qualcuno o qualcosa abbia valore?». Uno iperspazio culturale e informativo dove originale e copia tendono ad essere confusi; dove si sta consumando la profezia warholiana per cui tutto e tutti sono ugualmente importanti e quindi non lo sono: «la fine dell'attenzione rischia di portare all'offuscamento dell'identità e, con esso, alla fine della memoria».
Al severo monito di Niada, si aggiunge la spumeggiante e profonda considerazione filosofica dell'apprezzato critico letterario americano John Freeman, collaboratore, tra gli altri, di New York Times e The Guardian. Già nella copertina de La tirannia dell'e-mail intravediamo una bimbetta statunitense che sorregge, abbracciandolo per la pancia, un altro bambino biondo proteso a scrutare l'interno di quelle belle cassette per la posta americane a forma di pane da toast. È chiaro che per Freeman questo tourbillon di invia e ricevi, di controllo infinito della posta elettronica ad ogni ora del giorno, ha sostituito biologicamente la calma e curata produzione/attesa della missiva cartacea. Simbolo di una modalità comunicativa bruciata e cancellata, un po' come sosteneva Niada nella formulazione del concetto di "perdita di memoria", l'e-mail ipnotica e tiranna ha modificato strutturalmente velocità e forma della comunicazione più semplice. «L'amplesso simbiotico con la macchina preconizzato dai pionieri dell'informatica è compiuto», scrive Freeman, «ed è la velocità a cui comunichiamo che determina ciò che possiamo fare». Così ciò che ci guadagniamo in velocità del sapere nell'era del web, ce lo perdiamo in profondità e accuratezza: «interrotta ogni trenta secondi, la nostra attenzione viene spezzettata in migliaia di minuscoli frammenti. Alla mente viene di fatto precluso quel senso di profondità grazie al quale germinano le idee e si elaborano le riflessioni più complesse». La tirannia dell'e-mail è un corrosivo e caustico pamphlet sui limiti di un mezzo comunicativo intossicante «come la slot-machine"»con perfino potenzialità dannose per la vista: «l'occhio è strutturato per leggere con la luce naturale e la risposta chimica ad essa regola il sonno e gli umori (…) lo schermo del computer induce, invece, ad un'esperienza di lettura totalmente nuova: anziché cadere su una superficie da cui poi rimbalza, la luce viene proiettata direttamente nei nostri occhi, irraggiata sulle pupille». L'obiettivo dell'intervento di Freeman non è quello di stigmatizzare, pasolinianamente, lo sviluppo dell'era informatica, ma il presunto progresso: «si tratta di capire se esiste un modo per rallentare i ritmi di questa macchina, così da poterne fare un uso migliore e riuscire a mantenere una presa salda nei territori del reale. Diversamente avremo oltrepassato quel ponte che ci teneva nella penombra soltanto per entrare in un'altra, ben più inesorabile oscurità».



"Liberazione", 14/08/2010


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E' arrivato il momento di rendere chiaro che una alternativa si costruisce sui temi dello scontro sociale
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 agosto 2010


Precari e sindacati pronti a vigilare. Flc-Cgil: «Scioperi ogni quindici giorni»
 
Scuola, mobilitazione
già a pieni giri
 
 

Fabio Sebastiani


Un'ora di sciopero ogni quindici giorni, blocco delle attività aggiuntive e, il prima possibile",stati generali" della conoscenza. Per la scuola si annuncia una vera e propria mobilitazione permanente a partire già dal primo giorno. Il "programma minimo" che la Flc-Cgil annuncia a Liberazione è abbastanza chiaro. Ma a mettere una marcia in più alla lotta quest'anno sono anche i precari della scuola. Scottati dal caos delle cosiddette "convocazioni" presso gli Uffici scolastici provinciali (ex- Provveditorati agli studi) nel 2009, per il 27 agosto (a Roma e Bologna per il momento) il Coordinamento precari della scuola ha convocato un "Osservatorio" aperto a tutte le sigle sindacali. Da una parte un segnale politico chiaro, che parla di un settore, quello della scuola appunto, pronto a sperimentare percorsi unitari; dall'altra, un avvertimento al ministero a non dividere il mondo della scuola tra garantiti e non. Per ottobre, il Comitato precari della scuola intende proporre poi una giornata di sciopero unitario. Guerra aperta anche da parte dei Cobas che saranno presenti anche loro negli Uffici scolastici provinciali per impedire l'accettazione di incarichi oltre le 18 ore. La prima settimana di scuola poi porteranno i loro gazebo davanti alle scuole e ai provveditorati. Gli scioperi li decideranno in seguito, intanto nella gestione della scuola promettono di fare una lotta senza quartiere contro i tagli, a cominciare dalla vigilanza sulla riorganizzazione delle classi, e il blocco delle attività di coordinamento.
«Stiamo attivando già da questi giorni la mobilitazione sui precari», assicura Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil. «Tutto il settore della conoscenza a settembre sarà caldissimo». «L'espulsione dei precari - aggiunge - lega la scuola all'Università e alla Ricerca, dove migliaia di precari quest'anno non vedranno rinnovati i loro incarichi».
«Bisogna uscire da questa situazione - continua Pantaleo - rendendo chiaro al paese che c'è una alternativa. E il settore della conoscenza è il riferimento principale. O questo paese torna ad investire sulla conoscenza o la strada alternativa è quella di Marchionne, cioè l'abbassamento dei diritti e del costo del lavoro».
L'idea di mettere in piedi gruppi di vigilanza all'interno degli Uffici scolastici provinciali sembra essere accolta positivamente dalla Flc-Cgil. «In più - aggiunge il segretario generale deI sindacato di categoria della Cgil - nei giorni che precedono l'apertura dell'anno scolastico prevediamo iniziative in tutti i territori con genitori, dirigenti scolastici e tutto il personale della scuola. Il primo giorno di scuola, poi, organizzeremo una assemblea aperta con diffusione di materiale informativo e poi dai primi giorni di ottobre un'ora di sciopero ogni quindici giorni fino a dicembre insieme alla sospensione di tutte le attività aggiuntive e in autunno gli stati generali sulla conoscenza».
«Settembre sarà un punto di riscossa sociale - conclude Pantaleo -. A cominciare da welfare, redditi e occupazione. Questa idea di offensiva sociale più che opposizione sociale deve essere centrale. E' arrivato il momento di rendere chiaro che una alternativa si costruisce sui temi dello scontro sociale».
Non registri, su questo, un certo ritardo da parte della Cgil?
«La Cgil alcune iniziative le ha prese. Si tratta di passare dal carattere difensivo a quello offensivo», risponde Pantaleo. «Occorre ricongiungere ciò che avviene nel sociale ai temi generali», continua. «Per esempio sulla democrazia. Nei comparti pubblici - conclude - c'è il tentativo di non farci votare. Certo, sarà complicato coinvolgere Cisl e Uil perché loro hanno fatto scelte di carattere completamente diverso su questo terreno».
Infine, per quanto riguarda l'emergenza amianto nelle scuole, ieri la ministra Maria Stella ha assicurato che a breve, probabilmente già «da ottobre» partirà un'opera di bonifica nelle scuole italiane. A sollevare il problema era stato il quotidiano il Messaggero che in un'inchiesta aveva denunciato «la scomparsa dei fondi per risanare le scuole dall'amianto». I fondi sono stati messi a disposizione dal Cipe, «sbloccati qualche giorno fa». Si tratta, spiega Gelmini, di «375 milioni di euro», la «prima di tre tranche che alla fine dovrebbe garantirci finanziamenti per 800 milioni di euro». E sarà proprio «il ministero a dare priorità alla rimozione delle strutture a rischio, a occuparsi subito delle 2.400 scuole con presenza di amianto». Quasi pronta anche «l'anagrafe dell'edilizia scolastica», questione «di pochi mesi». Servirà «a mettere davvero in sicurezza le scuole italiane».


"Liberazione", 12/08/2010

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