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di Ignazio Licciardi
" ... la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 giugno 2010


 

L'Ue prepara la modifica del Patto di stabilità: sanzioni automatiche per chi sgarra e "stangate preventive". Cosa non si fa salvaguardare gli interessi delle elite (e far pagare la crisi ai cittadini). Ma in Italia si pensa ad altro
 
Golpe monetario
 

Paolo Ferrero


Nel silenzio completo della politica italiana, oggi a Bruxelles si darà vita ad una nuova puntata di quel colpo di stato monetario attuato dalla classi dirigenti ai danni dei popoli europei. Mentre in Italia si discute di altro, in Europa stanno preparando una nuova stangata che se dovesse passare cambierebbe drasticamente la vita a milioni di persone.
Si tratta delle prime prove, strettamente informali, di modifica in senso peggiorativo del Patto di stabilità. Oggi infatti, il portavoce della cosiddetta Task Force, creata ad hoc lo scorso marzo per il Presidente dell'Unione Europea Van Rompuy, presenterà ai soli Coordinatori dei gruppi politici della commissione economica del Parlamento Europeo, le linee guida su come tenere sotto controllo i bilanci dei singoli Stati europei. La linea su cui sta lavorando questa task force è quella fissata dalla Commissione Europea lo scorso 17 giugno e possiamo così riassumerla: non fanno nulla per rimuovere le cause della crisi. Non tassano le transazioni speculative, non impediscono la vendita in borsa dei titoli allo scoperto, non bloccano i rapporti con i paradisi fiscali. In compenso usano lo spauracchio della speculazione per perseguire in modo accelerato l'obiettivo che da sempre hanno avuto le politiche neoliberiste e cioè il taglio della spesa sociale attraverso la riduzione dei deficit di bilancio.
La Commissione europea - formata da esponenti di centro destra e di centro sinistra - ha infatti deciso di peggiorare il Patto di stabilità al fine di obbligare tutti gli stati ad una politica di bilancio più restrittiva che veda il taglio del welfare, delle pensioni e della spesa sociale in generale. Queste misure, che si andranno a sommare ai 300 miliardi di tagli della spesa già decisi a livello europeo, avranno come unico effetto l'aggravamento della crisi. Infatti, se si continua a tagliare la spesa sociale continuerà a diminuire la quantità di denaro nelle tasche dei lavoratori e con essi la domanda. La crisi si avviterà su se stessa.
La fine dei lavori di questa task force è prevista per l'autunno ed è quindi necessario che da subito si accendano i riflettori sugli orientamenti della stessa. Nell'intendimento della Commissione europea, la modifica del Patto di stabilità dovrebbe dar luogo ad un sistema in cui i Paesi che si troveranno ad avere un deficit superiore al 3% in rapporto al Pil, e un debito superiore al 60% del Pil saranno obbligati ad un taglio drastico del deficit.

Per "stimolare" i Paesi a tenere i conti in ordine sarà messo in campo un sistema basato su sanzioni e incentivi che, per essere credibile, sarà agganciato all'uso dei fondi europei e dovrà entrare in funzione con una procedura semi-automatica. Procedura semi-automatica vuol dire che nessun organo legislativo potrà intervenire al riguardo e che scomparirà ogni forma di sovranità popolare nel poter determinare la politica di bilancio del proprio paese. In pratica se non si rispetterà il dictat ci sarà una multa, anche questa "semiautomatica".
Ma non è finita, perché tutto questo si accompagnerà, nei disegni della Commissione europea, ad azioni di "stangata preventiva". I governi non soltanto dovranno mettere in piedi politiche di rigore, ma saranno sottoposti ad una sorveglianza speciale da Bruxelles che indicherà eventuali squilibri da correggere. Ad esempio, il sistema sanitario nazionale del nostro paese potrebbe essere considerato come uno squilibrio macroeconomico non congruo con il resto del mercato europeo, come lo potrebbe essere il contratto nazionale del lavoro, che difende troppo i diritti dei lavoratori e non permette la giusta competitività.
Non solo i nostri governi futuri avranno una ulteriore limitazione della sovranità in campo economico, ma dovranno sottostare alle scelte neoliberiste che verranno imposte dall'Europa, appunto automaticamente, senza possibilità di opporsi o di modificarle.
Come abbiamo detto, dopo la tappa di mercoledì, la parola passerà al Consiglio dei ministri delle Finanze Ue, convocato per il 12 e 13 luglio prossimi con l'obiettivo di arrivare al varo delle nuove regole al vertice Ue di ottobre. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi. Per questo parteciperemo nei prossimi giorni al Forum Sociale europeo di Istambul. Per questo proponiamo a tutte le forze della sinistra di organizzare insieme una mobilitazione contro la politica del governo ma anche contro le politiche europee che prevedono una distruzione strutturale del welfare e un peggioramento epocale delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. Invece di baloccarsi con discorsi astrusi sul governo occorre costruire qui ed ora una opposizione di popolo alle manovre dei tecnocrati di Bruxelles perché altrimenti, nei prossimi anni, chiunque sarà chiamato a governare dovrà applicare i dictat brutalmente antisociali della Commissione Europea.
La necessaria cacciata di Berlusconi non può farci diventare così provinciali da lasciare in ombra il contrasto alle disastrose politiche europee costruite in modo bipartisan da centro destra e centro sinistra. Perché la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria.


"Liberazione", 30/06/2010

Ma ... non sono in molti ad averlo ancora compreso!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 29 giugno 2010


TECNOLOGIA  
Tre giorni di conferenza al Politecnico per capire come cambieranno
atenei, studio e ricerca nell'era del cyberspazio. Parola agli esperti.

"La Stampa", 28-06-2010

Vittorio Gassman
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 28 giugno 2010


Gassman, l'omaggio al grande Mattatore

 

 Gassman, l'omaggio al grande Mattatore L'attore moriva dieci anni fa. Ne parla il figlio Alessandro, con un documentario pronto per la Mostra del cinema di Venezia. "Papà, grottesco e drammatico". E in tv...
di P. D'AGOSTINI, C. UGOLINI


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" ... la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra"(Tonino Tucci)
post pubblicato in Diario, il 25 giugno 2010


A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese
 

Tonino Bucci


A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese. Dalla scomparsa del Pci a oggi è pressoché sparita, dalla coscienza storica degli italiani, ogni traccia degli eventi di quei giorni di cinquant'anni fa. Poco o nulla resta, sul piano simbolico, degli scioperi e delle manifestazioni popolari contro il governo allora guidato dal democristiano Fernando Tambroni, appoggiato dall'esterno dall'Msi. Una flebile traccia delle repressioni sanguinose della polizia contro i cortei operai rimane nella canzone politica. Eppure nessuno si meraviglierebbe se un ventenne di oggi, a differenza di un ventenne degli anni Settanta, non dovesse conoscere a menadito i versi cantati da Fausto Amodei in Per i morti di Reggio Emilia : «Compagno cittadino fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi / Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per mano dei fascisti».
Ma all'immaginario ventenne del nostro tempo non se ne può fare una colpa. Non è una responsabilità sua se la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra. Il meccanismo si è inceppato per cause che ben poco, anzi nulla hanno a che fare con l'indisponibilità soggettiva a conoscere come si sono svolti eventi altamente simbolici del nostro passato. Naturalmente, la scrittura della storia non è un atto neutrale. Come non vedere, ad esempio, la funzione politica del revisionismo storico di cui la destra italiana è stata principale artefice in questi ultimi decenni? Lo smantellamento della memoria resistenziale è andata di pari passo con la legittimazione degli ex missini come personale di governo.

«Chi controlla il passato, controlla il futuro, diceva Orwell. Di questa riscrittura della storia - per dirla con le parole di Paolo Ferrero che ieri ha presentato un ciclo di iniziative del Prc (1960-2010 la Resistenza continua) - l'obiettivo principale è cancellare la memoria delle lotte sociali e il ruolo che comunisti e socialisti hanno avuto nella difesa della Costituzione». Del dopoguerra «si dà l'immagine di un'epoca di progresso continuo sotto il governo della Dc. E invece le spinte repressive e antioperaie erano fortissime». Nel revisionismo storico scompare pure il ruolo storico del Mezzogiorno, laboratorio di lotte, di occupazioni delle terre, fucina di formazione di sindacalisti e quadri politici, di comunisti e socialisti. «Nella vulgata è passata invece l'idea di un Mezzogiorno normalizzato, senza conflitti sociali e politici. In realtà, il livello di repressione nel sud, soprattutto in Sicilia, è stato altissimo. In molti casi, frutto di un intreccio tra mafia e forze di polizia. Spesso si tratta di morti dimenticati. E' persino difficile mantenere le lapidi che li ricordano».
La ricostruzione della storia italiana in chiave revisionistica è avvenuta anche per la miopia - o per la subalternità culturale - della sinistra moderata, «fin da quando Luciano Violante diede la stura per l'equiparazione tra partigiani e repubblichini».

Leggiamoli più da vicino i fatti del luglio '60. Il 30 giugno di quell'anno c'è la convocazione del congresso dell'Msi a Genova, città medaglia d'oro alla Resistenza. C'è una fortissima mobilitazione operaia e popolare, in particolare i portuali. Ci sono scontri durissimi con la polizia, con morti e feriti. Lì c'è l'esordio di un nuovo protagonista, i ragazzi con le magliette a strisce.

Nei giorni a seguire si svolgono anche in altre città manifestazioni popolari di protesta. Scendono nelle piazze lavoratori, sindacati, parlamentari dell'opposizione comunista e socialista. Intanto il livello della repressione da parte della polizia si fa durissimo. E' la fase di scontro nel paese più aspro dai tempi dell'attentato a Togliatti. Il 5 di luglio a Licata, in Sicilia, c'è una manifestazione cntro il carovita e la disoccupazione. La polizia interviene e uccide un manifestante, accorso in aiuto di un bambino picchiato dalla Celere. Il sette luglio a Reggio Emilia la polizia carica un corteo contro il governo Tambroni e uccide cinque persone, cinque operai tutti iscritti al Pci. Della strage rimarrà il ricordo nei versi della canzone di Fausto Amodei, Per i morti di Reggio Emilia . Come pure resterà nella memoria collettiva l'immagine più nitida di quei tempi, quella dei caroselli delle jeep della Celere tra i manifestanti.

L'8 luglio a Palermo c'è lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Un'altra carica della polizia, altri quattro morti. Nel pomeriggio per protesta si forma una manifestazione davanti al municipio. La polizia spara per disperdere i manifestanti. Ci sono trecento fermi, quaranta persone medicate per ferite da armi da fuoco. Sempre l'8 luglio, a Catania, per lo sciopero della Cgil, intervengono le forze dell'ordine. Un edile è massacrato a manganellate e finito con un colpo di pistola. Ci sono scontri anche a Roma dove è solo per caso che non ci scappa il morto. E' Raimondo d'Inzeo, un campione olimpionico di equitazione, oltre che comandante di un reggimento di carabinieri, a guidare la carica a cavallo su un corteo al quale partecipano anche parlamentari dell'opposizione. I contrasti crescono però anche all'interno della Dc. Dopo qualche giorno Tambroni si dimette e il governo cade.
Questa è la storia, da qui iniziano le analogie tra presente e passato.

«C'è una relazione - dice Ferrero - tra le battaglie di cinquant'anni fa e quelle che ci sono oggi, che di nuovo intrecciano la difesa della democrazia con le questioni sociali».

Dalla protesta contro la legge-bavaglio alla resistenza degli operai di Pomigliano contro l'accordo-ricatto della Fiat c'è un sottile filo che ricorda lo scenario del luglio 1960. Con alcune differenze, certo. «Oggi la repressione si scatena più sulle figure "marginali", come Cucchi e Aldovrandi», relegate alla cronaca quotidiana. Anche oggi, c'è un'emergenza sociale, «la disoccupazione tocca livelli altissimi, il disagio è forte ma, rispetto ad allora, non ha strade politiche in cui esprimersi efficacemente». Anche le forme della repressione - a differenza di cinquant'anni fa - sono più sofisticate. Pomigliano docet . «C'è stato un ricatto di tipo mafioso da parte della Fiat. Il ruolo dei mass media, pure, è stato determinante nel costruire l'idea che non ci fossero alternative tra l'accettare l'accordo o perdere il posto di lavoro. Il risultato del referendum tra i lavoratori ha rispedito al mittente l'intera operazione». I segnali di un clima antioperaio ci sono tutti: «il governo dice che bisogna modificare l'articolo 41 della Costituzione e la parte sui rapporti sociali. La Fiat si produce in un colpo di teatro con un diktat che mette in discussione le norme costituzionali sul diritto di sciopero. Draghi, cioè, Bankitalia si lamenta degli eccessivi vincoli in Italia per le aziende». La scena finale del copione prevedeva un plebiscito dei sì tra i lavoratori. «Marchionne ha tentato un'operazione politica. Ma gli è andata male e ha perso».
Di analogia in analogia, questa miscela tra gruppi industriali e destra politica rinvia di nuovo alle vicende di cinquant'anni fa.

Anche allora il governo Tambroni non fu un fulmine a ciel sereno, per il semplice fatto che era l'espressione politica di una parte della società italiana, sostenuta da gruppi industriali e apparati della pubblica amministrazione. Dietro Tambroni c'era un'Italia che non aveva digerito la Resistenza, l'Italia della borghesia e dei ceti medi. Oggi come allora, il tambronismo rimane il vizio d'origine delle classi dirigenti italiane, il segno di un sovversivismo che non esita a disfarsi della regole costituzionali pur di mettere a tacere il conflitto sociale. Siamo l'unico paese in Europa ad avere «una destra che non ha confini alla propria destra».


"Liberazione", 25/06/2010

Un libro dell'antropologo Federico Bonadonna: Occasioni mancate.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 giugno 2010


Occasioni mancate, un libro dell'antropologo Federico Bonadonna, consulente per anni al comune di Roma

I nuovi poveri negli interstizi delle metropoli

 

 

di Tonino Bucci

 

Non si vedono perché vivono negli interstizi delle nostre città. Sono i senza fissa dimora, i senza tetto, gli esclusi finiti sulla strada, c'è anche chi li chiama clochard , non senza una sottile allusione di romanticismo, il più delle volte davvero fuori luogo. Una galassia di tipi umani precipitati nelle pieghe dell'emarginazione per i più diversi motivi, alcuni vecchi, altri sintomatici di nuove povertà. Loro, nell'epoca di google-earth, di internet e del mondo a portata di palmare, è come se non esistessero proprio. Eppure ce li possiamo immaginare, antropologicamente parlando. Potremmo visualizzarli, ad esempio, nelle sembianze di una ragazzina, un'adolescente già vecchia, sul ciglio del raccordo anulare di Roma, in procinto d'essere investita dal flusso quotidiano di macchine; oppure in quelle di un uomo, in pessime condizioni, ubriaco e maleodorante, magari a bordo di un autobus, scansato ed evitato dagli altri passeggeri in evidente imbarazzo.
Ma non è detto che i nuovi poveri della metropoli debbano per forza apparire laceri, confusi e tremolanti. A cadere nell'abisso della strada possono essere anche ex impiegati, ex funzionari, ex manager, fino a poco tempo prima percettori di uno stipendio di tutto rispetto e ai quali la legge inesorabile del rischio in questa società di mercato ha letteralmente mandato in frantumi la vita. Di questa galleria di tipi umani ci parla il nuovo libro di Federico Bonadonna, Occasioni mancate (edizioni l'orecchio di Van Gogh, pp. 272, euro 16), già autore di saggi come Viaggio nell'universo giovanile e In nome del barbone (da cui è stato tratto il film di Francesco Maselli Civico zero ) e con alle spalle undici anni di lavoro per il Comune di Roma nei servizi d'intervento in favore delle persone senza dimora.
«Gli interstiziali sono persone che vivono negli interstizi della metropoli, uomini e donne che hanno in comune la strada, o meglio le sue zone liminali. Gli interstizi metropolitani sono fessure materiali e ideali dove le persone di strada trovano precario rifugio. Secondo il sistema delle categorie sociali tuttora in voga, gente degli interstizi sono i senza tetto, gli zingari, i lavoratori del sesso da marciapiede. Ho collaborato più di dieci anni con la pubblica amministrazione romana, tra il 1997 e il 2008, contribuendo all'ideazione e all'attivazione di servizi sociali per le persone in condizione di marginalità urbana estrema. Questo libro è il racconto di quegli anni e di quei servizi, ma è anche un testo sulle istituzioni e sulla politica».
Potrebbe sembrare un reportage, ma lo studio di Federico Bonadonna è tutt'altro che la descrizione "oggettiva" di un fenomeno. L'intento, anzi, è quello opposto, di restituire al barbone una consistenza soggettiva, un tratto individuale che spesso scompare nelle statistiche e persino in una certa antropologia pseudoscientifica. Quel che più giova alla lettura è semmai la messa in discussione del nostro sguardo sui senza dimora. «Il nostro atteggiamento nei loro confronti è un mix perverso di pietà e di rabbia, disgusto e invidia. Ciò che segretamente invidiamo loro è l'aver abbandonato la corsa contro il tempo, la lotta per un posto al sole, per tenersi a galla, per una carriera in ascesa (e non il contrario). La nostra è una cultura dei risultati, della misurabilità delle prestazioni e del consumo, e chi viola i sacri principi fondativi, chi non crede alla favola, è un deviante. Nulla di romantico: i barboni vivono in una condizione così drammatica, che nessuno vorrebbe fare davvero il cambio».
Ma è soprattutto il linguaggio spersonalizzante dei media, l'universo simbolico della comunicazione, gli artifici semantici di una politica che agisce sempre più a colpi di uffici stampa e comunicati, a finire sotto accusa. I media descrivono i marginali in maniera irrealistica, li riducono a oggetti, chiamando i senza dimora ora angeli sulla strada, vittime della società, poeti ribelli, ora invece, con intenti opposti, nullatenenti, criminali e devianti. «E' sempre un pregiudizio, positivo o negativo, a connotarli».
Finire a dormire per strada non ci vuole poi molto. Giuseppina, alias Ninetta, per esempio, è una pensionata di 85 anni, romana di tre generazioni. Viveva in centro, a Fontana di Trevi, per vicini aveva il presidente Pertini e sua moglie. «Poi un giorno una banca ha acquistato tutti gli appartamenti del palazzo. Prima c'hanno aumentato la pigione e poi, visto che non potevamo permettercela, c'hanno sfrattato. Così, con mia figlia, suo marito e i loro due figli, i miei nipoti, siamo andati ad abitare in un quartiere nuovo, fuori Roma, oltre il raccordo anulare, verso la Cecchignola». D'improvviso una tragica fatalità. La figlia col marito e tutta la famiglia escono un giorno per una gita ai Castelli. Non faranno mai più ritorno, muoiono tutti in un incidente d'auto. «Poi un giorno è arrivato un signore che diceva che dovevo pagare la rata del mutuo altrimenti la banca si sarebbe ripresa l'appartamento. Tra una cosa e l'altra questa storia è durata per un sacco di tempo. Dopodiché sono arrivati l'ufficiale giudiziario e un dottore, hanno sfondato la porta col grimaldello perché io non gli ho aperto, mi hanno fatto una puntura, caricato su un'ambulanza e mi sono risvegliata all'ospedale». Oggi Ninetta vive in un centro d'accoglienza per barboni in attesa di un posto in una casa di riposo.
Ma tra i nuovi poveri compaiono sempre più spesso anche persone che fino a poco tempo prima possedevano uno status sociale invidiabile. Manager, impiegati, funzionari che a causa di un licenziamento o, come accade di frequente per individui maschi, in seguito alla separazione dal coniuge, si ritrovano nell'impossibilità di pagare l'affitto di un appartamento. Prendiamo la storia di Carlo, «quel che si definisce un bell'uomo che ha superato i quarantacinque anni», posto fisso nella pubblica amministrazione, un mutuo a tasso fisso con scadenza nel 2015 per un appartamento in cooperativa alla periferia est di Roma, da dividere con moglie e figlia. «Carlo e Lisa sono una coppia come tante; si sono separati dopo un intenso rapporto d'amore. Quando sono andati in tribunale per la separazione consensuale, il giudice ha affidato la bimba e la casa alla madre e Carlo è stato costretto ad andarsene senza sapere dove, perché in città non ha nessuno. Il mutuo della casa, cointestato, continua a essere pagato da entrambi. In questo modo, lo stipendio di mille e cento euro al mese di Carlo, tolto il mutuo e le spese per il mantenimento della figlia, quasi si dimezza: "E con seicentocinquanta euro come si fa a campare?", si chiede sconsolato». Dapprima si fa ospitare dagli amici, poi va in un paio di pensioni fetide vicino alla stazione a trenta euro a notte e «così, sempre più giù, in un vortice depressivo discendente». Fino a che Carlo non si ritrova a dormire in macchina. «Per qualche mese entra in ufficio la mattina presto per lavarsi. I colleghi e persino il suo capoufficio fanno finta di niente per non metterlo in imbarazzo».
Scene così potrebbero benissimo accadere a Milano come a Napoli, a Palermo come Torino e Bologna, ma anche a Londra e Parigi, a Madrid, Barcellona e Berlino, o ancora ad Atene, Damasco, Tokyo, Buenos Aires e Valparaiso. «Quando a Beirut ovest attraverso Bliss Street proprio sotto Hamra, l'arteria principale del quartiere sciita, incontro spesso Imad, un barbone di un'età indefinibile, secco come un tronco d'albero reciso, davanti l'università americana... Quando non dorme come un corpo senza vita in posizioni improbabili sul ciglio della strada, succhia del vino da una bottiglia occultata in un sacchetto di carta da pacchi. Imad è tollerato in quanto barbone. Fa cose che a tutti gli altri sono proibite... E' l'unica persona che si permette di bere alcolici per la strada in un quartiere sciita. Viola un tabù fondamentale, ma non è ignorato né escluso».
L'Italia è un paese culturalmente avvantaggiato per «interpretare in modo originale» il mito dell'individuo assoluto, del cittadino imprenditore di se stesso, quel self made man che è stato annunciato dalla deregulation degli anni 80, gli anni del reaganismo-thatcherismo, della deregulation e della sconfitta dei sindacati. Qui da noi la narrazione ideologica dell'individuo-imprenditore - fatta propria dal craxismo prima, dal berlusconismo poi - è diventata un modello biografico, di più, «una necessità quotidiana di massa» cui nessuno sfugge. La società costruita sul rischio è null'altro che uno scenario di guerra in cui gli individui lottano per la vita «tra l'incertezza e la possibilità». Tra lo yuppie e il clochard rimane solo un sottilissimo confine.


“Liberazione”, 22/06/2010

 

Le condizioni dettate dalla "cultura del padron-cino": negazione delle libertà, dei diritti, della dignità degli individui!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 giugno 2010


La lotta di classe
in Italia
 

Dino Greco
 

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall'azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l'operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l'assalto all'arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell'opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell'odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l'ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c'è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli "spiriti animali" del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un'azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l'investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell'alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no "compagni".


"Liberazione", 22/06/2010

E' morto lo scrittore portoghese. Aveva 88 anni. Nel '98 aveva vinto il Nobel per la letteratura
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 19 giugno 2010


 
 
Addio José Saramago, grande narratore dei semplici
 

Marco Peretti


L'ultima polemica l'ha suscitata con il suo Caino e l'ultima donazione di diritti - ripubblicando in Portogallo la sua Zattera di pietra - l'ha riservata a sostegno del popolo haitiano. È forse questo il modo per comprendere come José Saramago aveva deciso di stare al mondo. È morto ieri alle 13,45 e probabilmente nel cordoglio qualcuno dirà che è morto un poeta. In realtà non è mai stato un grande poeta, come tutti i portoghesi ha cominciato scrivendo versi, ma nelle migliaia e migliaia di pagine con le quali gli studenti di letteratura lusofona si sono cimentati, poche sono dedicate alla sua poesia. Ci ha lasciato un "compagno" diranno i campesinos dell'esercito di Marcos. Se ne è andato uno dei più grandi romanzieri del "lungo" Novecento scriveranno i critici letterari onesti. La sua unica figlia, Violante, tra qualche giorno rileggerà le pagine de La Caverna e anche lì, in Cipriano Algor, ritroverà suo padre, un artigiano che ha speso tutte le sue forze per svelare ai distratti i segreti che si nascondono nel Centro (del potere). Pilar, più di tutti, potrebbe dire che se ne è andato un uomo tenero che a suo modo ha cercato di riscrivere la Storia, come spesso fanno i poeti: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?».
Dei semplici, degli artigiani, dei correttori di bozze, degli impiegati dell'anagrafe, di sterratori e tagliapietre che hanno costruito monumenti visitati ancora dai turisti, ha inventato le storie. Amante della scuola delle Annales ha considerato le vite quotidiane del popolo "minuto" degne di essere sovrapposte alle agiografie dei Dom João e delle loro dinastie, che popolano in modo esclusivo le pagine dei manuali di Storia. Ha "ricostruito" il Convento di Mafra nel Memoriale del convento e da quel momento ha destato l'attenzione degli accademici svedesi. Un Nobel a un aggiustatore meccanico (questa era la professione che frequentando fino al 1940 la Escola Industrial de Afonso Domingues, l'attendeva) è come la presidenza del Brasile a un tornitore. Per arrivarci il cammino non è stato facile, ha lavorato come impiegato per quasi dieci anni e la notte, come l'Autodidatta della Nausea di Sartre, ha divorato, sem orientação , libri nella biblioteca municipale di Lisbona. In quegli anni ha cominciato a scrivere poemi, racconti e testi per il teatro. Il primo romanzo degno di nota, oltre a Manuale di pittura e calligrafia , Una terra chiamata Alentejo , ristagna ancora nelle pieghe del neorealismo, poi è arrivato il Memoriale , L'anno della morte di Ricardo Reis , la Storia dell'assedio di Lisbona , il viaggio a ritroso nel tempo per correggere la Storia, inserendo in quei romanzi le "cartucce" per far esplodere l'indiscutibile, o per sostituirlo con un "altro" passato che avrebbe potuto essere. Le gioie e i dolori son cominciate quando ha deciso di rileggere anche l'indiscutibile Verbo del messaggio divino scrivendo il suo Vangelo secondo Gesù . Con questo si affaccia agli anni '90 e comincia a pensare che ormai la televisione e la fretta dell'uomo per acquisire denaro utile al Consumo nel Mercato, non lascia tempo per cimentarsi con una letteratura che ha bisogno di consultare i libri di Storia. Si affida quindi all'allegoria, sperando che "classici" come la Peste di Camus, o cose note come i labirinti di Kafka o i miti di Platone, nonostante tutto si siano sedimentati nell'immaginario dei suoi potenziali lettori. I romanzi degli anni '90 ( Cecità , Tutti i Nomi , La Caverna ) che porta con sé in Svezia (nell'ottobre 1998) al ricevimento della sudata statuetta, indagano lo smarrimento degli individui di fronte a una "globalizzazione" che li rende anonimi e ciechi, oggetti (come le merci) dei Centri commerciali che diventano città, non-luoghi per non-identità. Il resto è storia del XXI secolo (ai lettori di Liberazione abbastanza nota), di dissidi con editori che non amano gli scrittori impegnati, di un caos che avrebbe bisogno di un ordine. Un secolo tormentato dal sopraggiungere di nuovi esperimenti genetici e de L'uomo duplicato , dello scadimento della democrazia a ancella del voto elettorale (che lo scrittore vorrebbe salvare invitando ad astenersi nel suo Saggio sulla lucidità ) e di un dialogo con la morte che Saramago comincia ad affrontare a cuore aperto ripensando alle madeleine della sua infanzia ( Le intermittenze della morte ) e al caro nonno analfabeta che prima di morire era corso ad abbracciare i suoi amati ulivi.
Con lui aveva passato i primi anni della sua vita, ad Azinhaga, dov'era nato il 16 novembre 1922. Un piccolo villaggio "infinitamente" distante da Stoccolma, una misura colmata però con chilometri di scrittura che rimpiangeremo.

Forse un giorno scriveremo di lui, come lui con fantasia scriveva ad Allende quando la Rivoluzione dei garofani aveva preso altre strade: «Qua va male, compagno. Sono molte le nostre difficoltà e molti i nostri nemici. Anche tu li hai avuti e di loro sei morto. Qui, paese che sembra aver scelto definitivamente il sebastianismo, pensiamo che tutto si sarebbe fatto tra garofani e canzoni. Non sapevamo che il socialismo era difficile e non abbiamo capito niente con la tua morte. Perdonaci per questo. È chiaro che non siamo scoraggiati, tanto meno vinti, ma abbiamo pensato che scrivere questa lettera ci avrebbe fatto bene. E adesso, veramente, sentiamo quella grande serenità di chi sa di stare dalla parte della ragione»[dal Diário de Notícias del 7 agosto 1975].


"Liberazione", 19/06/2010

 

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Mila Spicola, un'insegnante di Palermo, scrive al ministro dell'Economia per denunciare lo stato di un'istruzione pubblica senza finanziamenti e con molti disagi per gli alunni. E la sua lettera viene pubblicata in rete da molti blogger
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 giugno 2010


'Caro Tremonti,
che scempio i tagli alla scuola' 

Mila Spicola, un'insegnante di Palermo, scrive al ministro dell'Economia per denunciare lo stato di un'istruzione pubblica senza finanziamenti e con molti disagi per gli alunni. E la sua lettera viene pubblicata in rete da molti blogger

Sta facendo il giro del web la lettera scritta al ministro Tremonti da Mila Spicola, professoressa di una scuola media di Palermo. Una dura accusa sulle proibitive condizioni in cui un insegnante è costretto a lavorare ogni giorno. In una scuola dove “non c'è carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni” e il riscaldamento è a singhiozzo. Dove non ci sono più insegnanti di sostegno per gli alunni disabili. “Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all'istruzione pubblica”, scrive Mila al ministro dell'Economia. Perché gli sprechi andavano tagliati. Ma è stato considerato spreco “recuperare i bambini con difficoltà, e quindi via le compresenze, oppure studiare l'italiano, quindi via due ore”. Ai tagli fatti “con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane”, Mila non ci sta. C'è la crisi, ma la soluzione non può essere “ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, visto che questo vuol dire violare la legge”. Perché invece non destinare alla scuola pubblica parte dei 25 miliardi assegnati alle spese militari? Questa una delle proposte con cui Mila conclude la lettera, che pubblichiamo integralmente.

Ministro Tremonti,

lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.

Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è, un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno “dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando, nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano, e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro ministro. Il tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a supplenze esterne. Inoltre: aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30, 33..ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere.

C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano altri, non certo questi.

Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella. “Facessero una colletta i genitori, e che sarà mai qualche centinaio di euro”. Alla voce vedi sopra. “Qualche centinaio di euro è nulla”, ma non c’era la crisi? Nella mia regione, in Sicilia, quel centinaio di euro serve per andare avanti. E dunque i tagli: nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi, incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti mortali e le capriole all’indietro. E forse questo lei lo sapeva: qual è l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a lavorare? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi, nonostante i tagli , riusciamo ad andare avanti? No: nel senso che per noi quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine.

Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze, adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi dirà : si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di carcerati) , due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno.

E allora mi dica lei qual è il diritto all’istruzione negata del mio alunno disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E' una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa vi aspettate? È già un miracolo se abbiamo le sedie nella mia scuola. L’inverno lo abbiamo trascorso con mussa e infissi rotti. “Si rivolga al Comune” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. E in effetti... manco la Chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a salvaguardare le scuole private. Lei lo chiama razionamento e si riempie la bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi: ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253 alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce ne sono a migliaia nella corona delle città. Forse ne so parlare meglio di lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè. Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Lo stato vissuto nelle classi italiane è disastroso. Io la chiamo illegalità.

Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità Egregio ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.

Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo insegno di più io, non di certo tu che gli togli maestri, risorse e ruolo sociale. Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto. Il mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli?

Di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi per me i monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne vergogni.

Mila Spicola, professoressa

"il fatto quotidiano", 15-06-2010

La Manovra ignobile dei "governanti italiani"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 giugno 2010


"l'Unità", 11-06-10

"la Repubblica", 11-06-10

La cultura è anche questo: è l’ultima possibile pedagogia
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 giugno 2010


Noi, come Pasolini: sappiamo chi in Italia uccide la cultura

di Vanni Ronsisvalle

Ora basta, chi ha ammazzato Pasolini? Chi sa parli. Le piazze di Roma. La piazza Navona dove si celebravano i funerali della cultura italiana che muore uccisa sappiamo da chi. Questo lo sappiamo. La piazza di Campo de’ Fiori di un novembre lontano e vicino. Mi viene in mente, nel disperdersi sereno della folla di piazza Navona (il provvisorio sollievo che segue queste liberazioni collettive) quel grumo di carne pesta, pestata, calpestata, schiacciata che invocava mamma fino a che il corpo fu inerte, come una cosa qualunque. Carne tornata bambina. Oppure, mamma ossia l’umanità offesa, siamo noi. Grumo di carne e fango su cui la scientifica, ah, ah, ricavava impronte sagomate di copertoni, straordinario decoro imprimé sulla maglietta che fascia il torace esile di Pier Paolo. «Calma» mi disse il direttore del Tg di allora alle 11 e 15 di quella mattina. Mi aveva atteso ai piedi della grande scala a chiocciola di via Teulada 66. «È soltanto una storia di froci».

Mentre sogno nel Texas, Stati Uniti, esplode un pozzo di petrolio. Tre morti. Nel golfo del Messico di fronte agli Stati Uniti scoppia un pozzo subacqueo e diluiscono la morte nell’oceano milioni e milioni di «barili» di petrolio. Barili. Questo nome impressionante di una unità di misura, per la cordialità che lo assimila al vino, è assolutamente improprio, maschera il trucco come è di tutte le «risorse» del capitalismo. Fu improprio quel è una storia di froci . Il giovane turco che accoltella e decapita un prete, un vescovo, grida ai circostanti HO AMMAZZATO IL GRANDE SATANA. È una storia di froci (più o meni così) il comunicato del governo turco. Mentre il Papa è a Cipro. Petrolio. La morte di Mattei a Bescapè, il suo piccolo aereo aziendale esplode in cielo e tutta quella macelleria di pezzi d’aeroplano, i pezzi del passeggero e del pilota si sparpagliano nel fango padano. Mattei era partito dalla Sicilia dove sotto gli occhi di pastori e contadini esterrefatti e ammirati si scavavano pozzi di petrolio.

Due civiltà alle prese, una guerra di seduzioni. Un cacciavite nel motore del biplano. Una storia di Mafia? o il Grande Gioco delle Sette Sorelle, cioè la stessa cosa? Il Direttore del TG, bravuomo, in quel lontano mattino mi sussurrava, giunto a passi felpati per non disturbare, davanti alla mia scrivania in redazione: «Rallenta, Vanni. È solo una storia di froci». Prima, preoccupatissimo, mi aveva atteso per affidarmi, quale responsabile di una redazione innocua, la cultura (quandanche con raccomandazioni e cautele) il delitto politico . La natura si ribella al contronatura in generale? Messa così è un castigo del cielo o qualcosa che riguarda gli ambientalisti. Il Segreto di Stato? Dio, cosa evochiamo… Il romanzo giallo , il romanzo evasivo, un bel trucco; interessa a quegli scrittori di legal-thriller ? per tutti quelli che affollavano piazza Navona non è un Segreto di Stato chi uccide la cultura. Quelli che uccidono quel che siamo, saremmo noi ridotti a ben poco per tutto il resto, e l’Immagine Italia. L’immagine che traluce nei volti dipinti, ad esempio, da Giotto in giù... Sulla cattedra di Salamanca un tale posò una pistola mentre parlava il filosofo Unamuno. Viva la muerte e abajo la intelighencia ....

Viva la morte e abbasso l’intelligenza. E Unamuno non parlerà più, era il 1939. Madrid era caduta. A duemila chilometri, mentre sfila in parata il Grande Reich millenario (era una millanteria) Gobbels fa sapere ai tedeschi e al mondo che lui quando sente la parola cultura mette mano alla rivoltella . Siamo nel cuore del Secolo Breve. Tutto si tiene. Il culturame del ministro Scelba, titolare degli Interni, in era trionfante della DC, Anni Cinquanta preludio del falso boom del decennio successivo. «È una storia di froci, Vanni. Puoi dire quello che ti pare». Allora posso sfogare il culturame e vi aggiungo di mio la libera commozione personale. Poichè non è politico questo assassinio . 1968. A Venezia, altra piazza, uscendo dalla casa di Ezra Pound dove il vecchio poeta strapazzato dall’equivoco culturale circa il fascismo ci aveva appena risposto: la buona letteratura nasce dalle macerie non dall’odio. Oi Barbaroi gli aveva appena citato PPP. 1975.

Piazza di Campo dei Fiori ancora anni dopo, Rafael Alberti il poeta spagnolo esule in Italia che abitava là vicino passando davanti alla statua di Giordano Bruno si produceva in una deliziosa pantomima di piccoli inchini. In quel punto avevano bruciato un santo, un eretico? Viva la muerte abajo la intelighencia . Stanno uccidendo la cultura. (Dio, questa parola radicalchic , si esibiscono quelli della invettiva populista.) Intanto un museo frutterebbe in Italia quanto una fabbrica. Così stanno uccidendo questo e quello, compreso il buon senso. E lo speciale senso comune del pudore, ossia in realtà l’umile riserva dietro cui si trincerano quelli che veramente praticano l’arte, la cultura, la ricerca, la vita dell’umanità. Avete presente il Cristo morto del Mantegna? Quel morto per noi rappresenta anche tutto questo. O solo tutto questo? Non sono loro il Grande Satana? Le istituzioni sono bigotte, impaurite contro il Grande Satana della Cultura? Qui vi è un perverso scambio di ruoli. Intercettare il Grande Satana come lo intendiamo noi non sarà più possibile. Gomorra ha suggerito al giovane Saviano quella assonanza carica di sensi con Camorra.

La cultura è anche questo: il lampo che ti fa sintetizzare in una parola. Spiegare al bigotto musulmano, a quelli che hanno sbattuto avanti il povero Pelosi chi è il Grande Satana. È l’ultima possibile pedagogia. A Piazza Navona lo sapevano tutti. Chi c’era e chi non c’era, Petrolio . L’ultimo testo misterioso, criptico di PPP. Trafugato. Segreto di Stato? Mamma . Dal piccolo grumo di carne di poeta, la parola esce infantile come dentro un fumetto ben disegnato, un misto tra Pratt e Schultz, o di quei francesi bravissimi a fare del tetro grandi comics; da lì dentro si leva l’invocazione. Allora non c’è risposta a quel mamma come un perché? Vi ricordate di quel dirigibile che solcava il cielo di Roma pubblicizzando i copertoni della Goodyear? Era terribile, al passaggio meridiano un ombra gelava l’oro di piazza di Spagna. I copertoni si fabbricano con i residuati della lavorazione del greggio del petrolio. Tracce di copertone a raggiera si dipartivano dal crocicchio di Fiumicino dove era stato massacrato PPP. Ancora disegnavano in chi ha vissuto quelle ore il tessuto del racconto.

La poetessa Amelia Rosselli, figlia di uno dei fratelli martiri antifascisti, si torceva le mani, così quando la si vedeva passare davanti al Caffè Rosati di Piazza del Popolo di quegli anni ad un passo dalla follia, fulminata da intuizioni terribili sul futuro delle generazioni. Come Pier Paolo. Erano quegli anni. È una storia di froci mi disse quel direttore di quel TG. È morto Pier Paolo Pasolini, introduceva formale il conduttore del TG. Ce ne parla (ce ne parla?!) eccetera . Ed io partivo con un forbito bla bla bla . Gli italiani alle 13,30 di quel giorno erano già tutti a tavola o alla mensa aziendale. Le impronte di copertone scorrevano sui teleschermi, la mia voce si modellava su quelle immagini incongruenti (come lo è un dipinto astratto per i detrattori di quella pittura). Non astratta la mano di quel direttore di quel TG che poggiava paterna sulla mia spalla mentre io dietro il leggio dello Studio Quattro al quarto piano di via Teulada 66 recitavo il mio De Profundis . «Antonio davanti al corpo di Cesare ti fa un baffo» concluse con sollievo ed un pizzico di cultura, questo sì, quel paterno quando uscimmo dallo Studio. Andai in onda in tutte le edizioni. Addio, addio sussurravamo giorni dopo alla bara che passava in piazza di Campo dei Fiori. Pensavo a questo guardando le immagini del Tg3 di piazza Navona decenni e decenni, un abisso di tempo dopo. Funerali.

"l'Unità", 09 giugno 2010

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Guai a chi viene a raccontarmi che non siamo in una nuova forma di dittatura già compiuta!
post pubblicato in Notizie ..., il 8 giugno 2010


Legge bavaglio, Berlusconi blinda il testo Annuncio-choc: «Protezione civile a rischio spari»

Legge bavaglio, Berlusconi blinda il testo
Annuncio-choc: «Protezione civile a rischio spari»

L'ufficio di presidenza del Pdl approva la relazione sul ddl intercettazioni. Via libera da Fini. Premier scatenato, blinda il testo: «No a ulteriori modifiche alla Camera. Io mi sono astenuto, il testo non rispetta il programma con gli elettori». E attacca: «Sovranità in mano ai magistrati». Sanzioni penali anche per gli editori. Poi l'annuncio su L'Aquila: finché dureranno le accuse per mancato allarme, «ho dato disposizioni agli uomini della Protezione Civile di non recarsi nelle zone terremotate  (VIDEO) perché qualcuno con la mente fragile potrebbe sparare in testa».

Il Pd: «Parole incendiarie». Il web insorge contro la “censura”

"l'Unità", 08-06-2010


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Grazie, Monicelli per la Tua Arte!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 giugno 2010


Scuola, gli studenti
con Monicelli sulle barricate

Scuola, gli studenti con Monicelli sulle barricate

di Gabriella Gallozzi

 

Il regista agli studenti della scuola Rossellini: «Stanno distruggendo la cultura, dovete ribellarvi»
 
"l'Unità", 04-06-2010
Agli insegnanti non resta altro che mobilitarsi e chiedere a tutti gli altri lavoratori e precari e disoccupati e inoccupati di sostenerli. Senza cultura e lavoro quel che resta della Democrazia italiana muore!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 giugno 2010


 

 

Abbasso la scuola

Niente soldi, molti tagli
Sara Farolfi

Sacrifici sì, non per tutti però. Sicuramente non per «la casta degli intoccabili», per usare le parole di «Tuttoscuola», sito di informazione scolastica che sul decreto monstre di Tremonti si è fatto due conti. Salta fuori che mentre gli stipendi degli insegnanti subiranno un taglio mediamente dell'11 per cento, a sottosegretari e dirigenti pubblici andrà decisamente meglio, con una decurtazione, rispettivamente, del 6 e del 5 per cento.
Tanto rumore per nulla, insomma. A conti fatti, e tabelle alla mano, è chiaro chi sarà a pagare la crisi. Dipendenti pubblici ma anche privati perchè, come sottolinea il responsabile economico Pd Stefano Fassina, la sforbiciata a Regioni e enti locali (14 miliardi di tagli in due anni) obbligherà le amministrazioni a tagliare servizi, investimenti, e persino i fondi di garanzia per il credito bancario alle piccole imprese. «Se si esclude la sanità, i tagli alle Regioni si ripercuoteranno sul 15 per cento circa dei bilanci regionali e saranno perciò pesantissimi», spiega Fassina.
E la politica? E il grido di Calderoli sugli stipendi dei parlamentari da tagliare? Finisce più o meno a tarallucci e vino. Perchè, spiega sempre Fassina, il taglio alle indennità dei parlamentari viene solo «auspicato», a pronunciarsi in merito dovranno essere i presidenti di Camera e Senato, «e comunque si tratta di piccole cifre». Mentre la norma che decurta del 10 per cento il finanziamento ai partiti entrerà in vigore a partire dalla prossima legislatura. «È una manovra profondamente iniqua - conclude Fassina - che manca completamente di misure per la crescita, tagliando ciecamente il settore pubblico peraltro andare fino in fondo nella lotta agli sprechi».
Paga pegno la scuola, già devastata dalla manovra 2008 che prevedeva 8 miliardi di tagli. È lì che si annuncia il più grande licenziamento di massa degli ultimi tempi, e a licenziare è lo stato. «Le infrastrutture del paese sono state salvaguardate», ha detto il ministro Gelmini. Quali infrastrutture? Solo nell'anno scolastico 2009, 18 mila docenti e 7 mila Ata (il personale tecnico amministrativo) hanno perso il posto di lavoro (dati del governo) e la stessa cosa accadrà per i prossimi due anni. A uscire il prossimo anno saranno 25.600 insegnanti e oltre 15 mila tecnici amministrativi (dati Flc Cgil). Ma a tagli si sommano tagli, perchè il blocco del 50 per cento dei contratti a termine (la metà di tutti i contratti in essere!) vale per tutta la pubblica amministrazione, scuola compresa. Come pure il congelamento dei salari, già tra i più bassi d'Europa, che si tradurrà in un taglio vero e proprio taglio: secondo i calcoli di «Tuttoscuola», un prof di scuola media con quattordici anni d'anzianità avrà una perdita del 12 per cento netto rispetto allo stipendio attuale, un prof delle superiori con vent'anni di carriera perderà fino al 15 per cento.

Pare che anche ai piani alti di viale Trastevere, dove ha sede il ministero della pubblica istruzione, il clima si stia surriscaldando.
Si racconta di riunioni notturne incandescenti, e di alcuni direttori generali, terrorizzati dalla perdita di stipendio e dagli effetti sulla buonuscita. Loro almeno potranno uscire sbattendo la porta. Agli insegnanti invece non resta, ora, che la mobilitazione. Che, a partire da sabato fino allo sciopero generale Cgil del 25 giugno, si annuncia caldissima.

"il manifesto", 03-06-10


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Da chi è deciso l'habitat dell'uomo del nostro tempo?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 giugno 2010


"E' successo qualcosa alla città", manuale di antropologia urbana
a cura di Paolo Barberi

 
Spontanee, affollate, disordinate
Le megalopoli "informali" del futuro
 

Tonino Bucci

Chiamarlo animale simbolico non basta più, l'essere umano sta per trasformarsi definitivamente in animale urbano . Aristotele, in fondo, c'era andato molto vicino con la sua definizione di «uomo» come «animale politico», non foss'altro perché destinato a vivere in uno spazio sociale, nella città greca, la polis per l'appunto. Per la gran parte gli esseri umani che vivono sulla faccia di questa terra, risiedono in città diventate metropoli, anzi megalopoli, in continua crescita perdipiù. E' la città il nostro mondo artificiale , una sorta di seconda natura che però ci avvolge come una natura prima e immediata. In questi anni, per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione del pianeta che vive nelle città è diventata maggioranza rispetto a quella residente nelle campagne. In queste megalopoli, diffuse soprattutto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, ci abitavano nel 2001 921 milioni di persone. Nel 2005 hanno toccato quota un miliardo. Tra dieci anni si calcola che a vivere negli slum saranno un miliardo e 400 milioni di esseri umani. Insomma, stando alle ricerche dell'Onu, ben oltre un quarto della popolazione mondiale sarà destinata a vivere in baraccopoli.
Ma non è solo per quantità che il fenomeno impressiona. Oltre ai numeri c'è la qualità di un cambiamento che accade sotto i nostri occhi e che pure si fatica a riportare sotto teorie e modelli. Il problema metodologico non sfugge al gruppo di studiosi autore di E' successo qualcosa alla città , un manuale di antropologia urbana pubblicato di recente da Donzelli (a cura di Paolo Barberi, pp.260, euro 24).
Lo spazio fisico delle città, oggi, è molto di più di una grandezza quantitativa, molto più di una questione tecnica da lasciare in mano a specialisti dell'ingegneria e dell'architettura. Nel senso che anche quella che nelle metropoli appare una dimensione tangibile - gli edifici, le piazze, le vie, i vuoti e i pieni - è piuttosto un universo culturale, un agglomerato complicato di «segni», uno specchio in cui si riflettono stili di vita, sottoculture, processi economici - a tal punto che sociologi e antropologi non se ne possono disinteressare. «Si è sviluppato all'interno delle scienze sociali contemporanee un ambito teorico, in cui confluiscono numerose discipline, che privilegia lo spazio come unità di analisi e può essere definito come la spazializzazione della teoria sociale ».
Se questi sono i problemi di metodo, ancora più complicato è il passaggio all'atto pratico. Come si può mappare un fenomeno che per sua natura sfugge a ogni ordine come quello delle megalopoli contemporanee? « Sprawl , parola introdotta negli Usa per indicare la rapida e disordinata crescita urbana della periferia americana (il cui eloquente significato letterario è "sdraiato"), è un fenomeno che ha acceso l'immaginazione di urbanisti, architetti e ricercatori della città», in generale di chiunque voglia provare a dare un nome e una definizione all'entropia urbana del nostro tempo. Intorno alle città, in alcuni casi anche dentro di esse, crescono senza ordine agglomerati frammentati che riflettono gli stili di vita di coloro che ci abitano: «predisposizione a elevati consumi», «alta propensione agli spostamenti», «accelerazione dei ritmi quotidiani». Ma se lo sprawl è il fenomeno urbano made in Usa, il modello occidentale di città che crescono all'insegna della deregulation urbanistica, ben altro accade nel resto del mondo. «Stiamo assistendo - scrivono Paolo Barberi e Federico Mento - a un fenomeno totalmente nuovo: il primato della città informale, una città totalmente spontanea. Dove cioè non accade che vengano spinte al limite le regole del gioco, ma semplicemente le regole, almeno per come le conosciamo attraverso i lineamenti che i teorici hanno tentato di assegnare loro nel tentativo di descrivere la città, non esistono più». Non c'è da farsi illusioni, scrivono gli urbanisti: gli effetti di questa entropia accelerata non tarderanno a farsi sentire anche nei paesi tecnologicamente avanzata. A tramontare è l'utopia rinascimentale della città ideale, l'idea che dalle geometrie mentali degli architetti possano nascere spazi urbani ordinati e a misura d'uomo, tramontata. Al posto di quell'utopia subentrano gli slum , città che si sviluppano orizzontalmente «ni una distesa opaca di lamiere e materiali di scarto».
Nel 2003 Un-Habitat, il programma delle Nazioni Unite sull'insediamento umano, diede alle stampe un rapporto globale, The Challenge of Slum , il più «grosso sforzo congiunto di un'organizzazione internazionale di mappare l'urbanizzazione spontanea nel mondo e le condizioni di povertà di chi ci vive». Lo slum, ovvero l'insediamento urbano informale, è caratterizzato da inadeguato accesso all'acqua e ai servizi igienici, dalla povertà strutturale delle abitazioni, dal sovraffollamento e dall'insicurezza residenziale. Tra i principali slum nel mondo spiccano - stando ai dati che risalgono a cinque anni fa - quelli di El Sur/Ciudad Bolivar a Bogotà (oltre ventuno milioni di abitanti) e di Neza/Itza a Città del Messico (oltre dodici milioni di persone). «L'Etiopia detiene, insieme al Ciad, il record per la più alta percentuale di abitanti in baraccopoli, che ammonta alla strabiliante percentuale del 99,4 della polazione urbana, seguita dall'Afghanistan (98,5 per cento) e dal Nepal (92 per cento). Bombay si aggiudica il ruolo di capitale mondiale degli slum (10-12 milioni tra occupanti abusivi e abitanti di alloggi informali), davanti a Città del Messico e Dhaka (9-10 milioni), e a seguire Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa, San Paolo, Shangai e Delhi (6-8 milioni)». Ma gli slum sono tutt'altro che facili da misurare con le statistiche. Sono strutture urbane che si sviluppano in modo mutevole, a volte verso l'esterno, nelle periferie, altre volte in direzione contraria.
«Sebbene a livello mondiale sia chiaramente dimostrata la tendenza a espellere i più poveri dalle zone centrali che si riversano in periferia ad alto tasso di edilizia informale, esiste anche il fenomeno contrario». A volte sono i ceti medio-alti che abbandonano il centro dal nobile passato, «consegnandolo alle masse più disagiate, per raggiungere le cosiddette enclave, spazi protetti ed esclusivi ai margini del tessuto urbano». E' accaduto, per esempio, a San Paolo o nelle zone della Lima coloniale. Interi rioni un tempo borghesi si sono trasformati in slum. Le campagne della paura, soprattutto negli Usa, hanno fomentato un esodo dei ceti alti dalle zone centrali verso la periferia, verso nuove città-fortezza, sorvegliate a vista da poliziotti privati. «Le immagini di scontri tra gang, di sequestri di stupefacenti, di degrado sociale, di saccheggi inarrestabili, di crudeli omicidi, hanno per anni attraversato le produzioni hollywoodiane, i serial tv, i notiziari locali e nazionali».
Altrove, invece, si assiste alla reinvenzione di intere città dal nulla e con materiali improvvisati. «Spazi temporaneamente occupati, dormitori di fortuna ricavati, creative superfetazioni di baraccopoli». E' il caso degli «uomini ingabbiati» di Hong Kong, individui costretti a recintare il giaciglio con una rete metallica per evitare il furto dei propri miseri averi. A Phnom Phen un abitante su dieci vive per aria, sui tetti. Secondo le stime sarebbero un milione e mezzo. Bombay, invece, ospita la più grande popolazione di «abitanti del marciapiede», circa un milione di individui. Ma il primato della fantasia va agli abitanti di El'arafa, la «città dei morti» del Cairo. Uno slum improvvisato tra le tombe nel quale vive un milione di persone.


"Liberazione", 01/06/2010

E' sempre più chiaro che il grosso del risanamento, 24 miliardi di euro, peserà come previsto su statali ed enti locali
post pubblicato in Notizie ..., il 1 giugno 2010


Alla fine il testo è molto diverso da quello annunciato



di Stefano Feltri

C’è voluta quasi una settimana, dal consiglio dei ministri di martedì scorso, ma alla fine il decreto legge della manovra finanziaria è stato firmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ed è molto diverso da quello annunciato.

CHI CI RIMETTE. Manca ancora la relazione tecnica che chiarirà chi paga e quanto. Ma da un primo esame della manovra è chiaro che il grosso del risanamento, 24 miliardi di euro, peserà come previsto su statali ed enti locali. Vengono congelati gli stipendi degli statali al livello del 2010 fino al 2013, con un taglio del cinque per cento per quelli superiori a 90 mila euro e del 10 per cento per quelli sopra i 150 mila. Viene confermata anche la chiusura delle finestre per i pensionamenti estivi del 2011. Gli enti locali sono gli altri che pagano il prezzo più alto. Restano le province che dovevano essere abolite, ma Regioni e Comuni si vedranno ridurre parecchio i fondi a disposizione: tra 2011 e 2012 il sacrificio richiesto ammonta a circa 14,8 miliardi di euro.
(
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