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di Ignazio Licciardi
Dostoevskij e l'enigma della politica
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 31 maggio 2010


Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky inaugura "Dialoghi sull'uomo", il Festival di antropologia di Pistoia

Libertà e potere, la profezia di Dostoevskij

Tonino Bucci
 


Che cosa è la libertà individuale? Fino a che punto il governo degli esseri umani può spingersi nei suoi confronti? Il più grande assillo del pensiero politico moderno, perlomeno dai contrattualisti e da Spinoza in poi, è quello di far coesistere questi due principi contrapposti: da un lato, la rivendicazione dell'individuo della propria autonomia, dall'altro, la necessità di un ordine istituzionale della società. Non che oggi la questione sia passata di moda, visto i rischi concreti di derive plebiscitarie o populistiche. Se n'è occupato, non a caso, un costituzionalista come Gustavo Zagrebelsky, chiamato a inaugurare con un intervento su democrazia e identità dell'individuo la prima edizione dei "Dialoghi sull'uomo", il festival di antropologia che si chiuderà oggi a Pistoia (attesi, tra gli altri, l'antropologo francese Jean-Loup Amselle e il suo connazionale Olivier Roy, docente di teorie politiche e sociali).
Zagrebelsky si è cimentato nel ruolo di lettore e interprete di uno più potenti testi della letteratura di tutti i tempi, a firma di Dostoevskij, il "Dialogo tra il Grande Inquisitore e il Cristo", un vero e proprio poema a sé stante collocato nel capitolo centrale dei "Fratelli Karamazov" - e al quale Zagrebelsky ha già dedicato un breve saggio, "Il Grande Inquisitore. Il segreto del potere" (Editoriale Scientifica, pp. 52, euro 8). Tutt'altro che un semplice testo letterario, questo piccolo capolavoro dostoevskijano è in realtà un trattatello di teologia politica, un sottile dispositivo narrativo che al di sotto della caratterizzazione religiosa dei personaggi, allude in effetti «alle grandi questioni politiche delle società moderne». Anzi, a dirla meglio, il "Grande Inquisitore" merita d'esser letto come un poema di antropologia politica, come una variazione letteraria sul tema del potere e del suo rapporto con la natura umana. Non nel senso di una discussione metafisica se esista o meno un'essenza immutabile dell'uomo e se a questa debba corrispondere una determinata forma di governo politico, di carattere dittatoriale o democratico. Le argomentazioni del testo dostoevskijano si avvicinano semmai di più alla teoria di Foucault sulla «produttività del potere» e sul fatto che gli individui sono "costituiti" all'interno delle relazioni di potere in cui sono coinvolti. Da queste dipendono «l'atteggiamento dell'essere umano di fronte alle responsabilità del vivere insieme».
Quello di Dostoevskij è, nella fattispecie, il dialogo tra un inquisitore che difende le ragioni degli individui eletti a dominare la massa docile, da un lato, e un Cristo «anti-istituzionale», dall'altro, «quasi anarchico potremmo dire». Nel racconto, l'incontro tra i due è introdotto da «una scena di potenza mondana». Nella piazza antistante la cattedrale di Siviglia si è svolto un grande autodafé nel quale è appena stato bruciato un buon centinaio di eretici, "ad maiorem gloriam Dei". Proprio lì, in mezzo alla folla, in sordina, appare Gesù. Ma ecco passare il cardinale in persona, il grande Inquisitore. Ha già visto e capito tutto. Con un cenno ordina alle guardie di prendere Gesù e portarlo nella prigione sotterranea del Tribunale. Il vero incontro avviene però nella notte successiva agli eventi. È il cardinale a scendere nei sotterranei e ad affrontare, a tu per tu, il Cristo, esibendosi in una lunga requisitoria. Parte da lontano, dalle famose tre tentazioni nel deserto descritte nei Vangeli. In un profluvio di parole l'Inquisitore accusa Gesù dell'errore più madornale che potesse fare, quello di rifiutare le seduzioni del potere, di rinunciare al governo degli uomini e del mondo, per abbracciare una dimensione solo spirituale. Non potrebbero essere più distanti i due personaggi. «Si riconoscono l'uno come il contrario dell'altro».
Eppure il Grande Inquisitore non è un semplice despota. In qualche modo, è convinto che per agire per il bene degli uomini occorra farsi carico della loro inclinazione a privarsi della libertà, a trasformarsi in un gregge docile e obbediente al potere pur di ottenere in cambio il soddisfacimento dei piaceri materiali. Non la libertà, ma un dominio irremovibile è l'unica forza in grado di assicurare a uomini ammansiti una condizione di fanciullesca spensieratezza. «Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere faremo della loro vita un gioco innocente, di bambini stupiti. Permetteremo loro anche di peccare, ma non troppo, e loro ci vorranno bene per questo». E' Cristo - si capisce - il maggior nemico che l'Inquisitore possa immaginare, poiché Gesù è colui che ha rifiutato il potere. «Solo una cosa temiamo: che tu ritorni tra loro e sveli l'inganno. Ma te lo impediremo. Non hai il diritto di ritornare né di aggiungere una parola a quelle che hai già detto e hai consegnato a noi, ai tuoi sacerdoti, alla tua chiesa».
Si riconosce in queste parole la rappresentazione di un dominio che Dostoevskij attribuiva anche al socialismo del suo tempo, per il quale - non è un mistero - nutriva una fortissima avversione. Ai socialisti - come agli atei e ai nichilisti - rinfacciava il progetto di voler trasformare l'umanità in un gregge docile e dedito solo alla cura degli interessi materiali - accomunato, ai suoi occhi, all'ingordigia immorale della Chiesa romana. C'è persino qualche affinità con l'aristocraticismo di Nietzsche, altro nemico giurato del socialismo, che nell'idea di uguaglianza tra gli uomini vede solo l'immagine di una società conformista e abbrutita. «Una gigantesca e inarrestabile massificazione e disumanizzazione», «la Leggenda del Grande Inquisitore può considerarsi una proiezione di questo grande disgusto».
Eppure - dice Zagrebelsky - «ci si può chiedere: da che parte sta Dostoevskij, con l'inquisitore o con Gesù? La figura dell'inquisitore è presentata non come quella del vuoto despota il cui potere è fine a se stesso, ma come quella del dolente uomo di stato, la cui vocazione è il servizio a favore dell'umanità». Dostoevskij ammira l'ideale cristiano ma forse lo ritiene inefficace per governare il mondo. Quello che però interessa, al di là delle metafore religiose, è che Dostoevskij abbia messo in scena l'enigma della politica o, per dirla ancora con Zagrebelsky, l'enigma degli individui che «nella società moderna vivono sospesi tra la condizione del gregge», della massa conformista, e «la tensione verso i grandi ideali come la giustizia, la libertà e l'uguaglianza che non possono mai essere, del tutto, soppressi». Anche questo tempo ha il suo grande inquisitore.



“Liberazione”, 30/05/2010

Pistoia - nostro inviato

 

Nichi Vendola: "Vogliono lasciare intatta la vita dei ricchi e dei potenti e vogliono colpire la vita dei poveri. Il doppio codice, appunto".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 31 maggio 2010


Nichi Vendola: «Giusta la pratica della disobbedienza. È battaglia di civiltà»

di Paola Natalicchio

Le intercettazioni? Sono strumenti investigativi considerati pericolosi non perché violano la privacy ma perché violano i santuari del potere». Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola non ha dubbi sullo scopo reale del disegno di legge che limita l’uso delle intercettazioni telefoniche. È già ora di pranzo mentre esce dalla libreria Feltrinelli di Bari dove ha trascorso la mattinata con Lorella Zanardo, per presentare - in una sala gremita - il libro “Il corpo delle donne”. Ma non è solo una domenica di fine maggio in cui tirare il fiato. Siamo a poche ore dall’inizio della battaglia parlamentare sulla legge-bavaglio.

I giornalisti dell’Unità hanno deciso di disobbedire alla nuova legge sulle intercettazioni. Se passerà in Parlamento noi non la rispetteremo. Cosa pensa di questa iniziativa?
«Dobbiamo iniziare a immaginare la diffusione di una pratica di disobbedienza civile a fronte di leggi che hanno un tasso di violenza istituzionale così evidente, così palpabile e così insopportabile. Il punto è uscire dallo schema consueto di una battaglia di opposizione il cui punto fondamentale è l’emendamento. Dobbiamo invece provare a riconnettere il senso di quello che accade nelle istituzioni alla sensibilità del Paese. Abbiamo bisogno davvero di ricostruire un elemento di indignazione nei confronti delle molteplici e organiche aggressioni al diritto di libertà, al diritto di essere informati e a una serie importanti di diritti costituzionali».

Pochi giorni fa lei stesso ha dichiarato che senza questa legge non avrebbe potuto mandare via i suoi assessori dalla vecchia giunta...
«È così. Le intercettazioni telefoniche servono non solo come strumento di contrasto ma anche come strumento di difesa. Certo, vanno usate in maniera ben vincolata e fuori da qualunque abuso. E non c’è dubbio che l’abuso c’è stato in questi anni. Ma sono uno strumento fondamentale, tanto più perché i fenomeni criminali reali hanno un carattere transnazionale e riguardano la criminalità economica e la criminalità mafiosa. Il problema è che in questo paese ormai il concetto di criminalità è applicato solo a tutta la sfera della marginalità sociale. Si sta lavorando alacremente per rimettere in pista il “doppio codice”».

In che senso? Cosa intende per doppio codice?
«Da un lato c’è il codice penale per i galantuomini, cioè i colletti bianchi, i ricchi e i potenti, che sono dentro una specie di ontologica innocenza. Dall’altro il codice per i briganti che oggi sono i nuovi poveri, prevalentemente stranieri, sempre e comunque colpevoli. L’immunità per le classi dirigenti e la criminalizzazione e la colpevolizzazione della povertà. Le intercettazioni non servono a catturare e colpire un clandestino extracomunitario. Servono per andare a vedere cosa c’è dietro la patina di perbenismo, dietro la retorica pubblicitaria che cinge le “magnifiche sorti e progressive” di questa classe dirigente».

Con che conseguenza?
«Ci sono i fasti e i nefasti. I fasti li vediamo dalla mattina alla sera in tv; i nefasti forse li possiamo ascoltare con un’intercettazione ambientale o telefonica. Si vuole impedire di conoscere i nefasti».

Per molti anni, come parlamentare, lei è stato in prima linea nella lotta alla mafia. L’impegno in Commissione antimafia le è costato minacce, è stato messo sotto scorta... Questa legge colpisce anche la lotta alla mafia: siamo davanti a un cambiamento radicale?
«Non lo dico io. Lo dicono tutti i procuratori antimafia. Lo dice il procuratore generale Grasso. Lo dice l’amministrazione nordamericana, i cui apparati repressivi di intelligence e di contrasto restano a bocca aperta dinanzi al fatto che noi stiamo praticando questa specie di “harakiri”, cioè l’impedimento al contrasto più raffinato».

Disobbedire però è possibile. E sono con noi in questa battaglia anche personalità del mondo della cultura e dell’arte: Dario Fo, Francesco Guccini, Ascanio Celestini e molti altri. Quanto sono importanti i poeti e gli artisti nel contrastare questa legge? Possono servire a creare un movimento di opinione più vasto?
«A condizione che questa battaglia si connetta con l’altra battaglia: quella per la questione sociale. Lo dico con una battuta: non ci vuole un’intercettazione telefonica per conoscere le intenzioni del ministro Sacconi sullo statuto dei diritti dei lavoratori. Se non si coglie la connessione tra l’attacco ai diritti di libertà, l’attacco ai diritti sociali e l’attacco ai diritti umani che si sono impastati in questi ultimi anni, facendo quel “pane cattivo” del berlusconismo che mangiamo tutti i giorni, la battaglia diventa difficile. Se quella degli strumenti di indagine diventa una battaglia elitaria e autoreferenziale è una battaglia perduta. Dobbiamo farne una grande questione di giustizia sociale. Vogliono lasciare intatta la vita dei ricchi e dei potenti e vogliono colpire la vita dei poveri. Il doppio codice, appunto. Quindi anche le questioni della giustizia hanno a che fare con una problematica gigantesca di giustizia sociale e di equità sociale. Solo così possiamo fare questa battaglia in maniera credibile e forte».

"l'Unità", 31 maggio 2010
No alla Legge "bavaglio"! Quando disobbedire è un dovere!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 maggio 2010


Intercettazioni, diciamo NO alla legge bavaglio E sul web scatta la rivolta anche di (e)lettori di destra

Intercettazioni, diciamo NO
alla legge bavaglio
E sul web scatta la rivolta
anche di (e)lettori di destra

 

di Giuseppe Rizzo

Sono moltissimi i lettori di Libero, del Giornale, del Foglio e di Panorama contrari al ddl. E lo dicono on line. Fonty scrive:«Vietare e sanzionare ogni cosa che non piace non è la soluzione migliore». Questa legge è molto di più di un bavaglio di Concita De Gregorio. Noi disobbediamo. (in diverse lingue). Commenti di DEAGLIO | MANCONI | DE CATALDO |

 

 

"l'Unità", 30 Maggio 2010

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Il Popolo Viola a Palermo

"la Repubblica", 30-05-10

Notte del 1993!
post pubblicato in Notizie ..., il 29 maggio 2010


Ciampi: "La notte del '93 a un passo dal golpe"
Si riaccende lo scontro sulle stragi di mafia

 

L'ex capo dello Stato ricorda: "Parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi 'dobbiamo reagire'. Questo è il tempo della verità: non c'è democrazia senza verità". Il Pdl: "Perché ha taciuto per tanti anni?". L'opposizione chiede chiarezza

di M. GIANNINI

"la Repubblica", 29-05-10

In Colombia si sogna!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 maggio 2010


La "Hola Verta"

di

Antanas Mockus

 
Supporter di Mockus durante il comizio di fine campagna a Bogotà Jose Miguel Gomez /Reuters

Daniele Zaccaria


Antanas Mockus. A pronunciarlo sembra quasi un grido di battaglia o il nome di un personaggio uscito dalla saga di Star Trek. In effetti, basta dargli un'occhiata e osservare il volto da hippy risorgimentale e il piglio situazionista per capire che questo brillante 58enne di origini lituane è un marziano catapultato nel mondo taurino e ombroso della politica colombiana. Un marziano che però rischia seriamente di diventare il prossimo presidente della repubblica, mettendo fine al dominio della destra sul paese sudamericano.
Lui ci crede, i suoi sostenitori ci credono, ma soprattutto ci credono i sondaggi che lo danno testa a testa con l'ex ministro della Difesa Juan Manuel Santos, erede naturale del presidente Uribe (32% a 34% secondo le ultime inchieste), e che lo indicano come vincitore al decisivo secondo turno del 20 giugno. Certo, la strada è ancora lunga, ma solo fino fino a poco tempo fa pareva impossibile che il Partito Verde potesse nutrire concrete speranze di approdare alla Casa de Nariño, sede della presidenza colombiana; basti pensare che in un sondaggio realizzato a febbraio Mockus raccoglieva appena il 10% delle intenzioni di voto. Oggi quel capitale è più che triplicato.
Bambino superdotato (ha imparato a leggere a l'età di due anni), studente prodigio, poi filosofo, matematico, pedagogo poliglotta, rettore universitario, ecologista ante litteram, Mockus si è laureato in Francia negli anni 70 dove ha frequentato il raffinato cenacolo del suo maestro, il matematico Carlo Federici.
Una formazione eclettica e cosmopolita, che ne fa un personaggio assolutamente sui generis , del tutto indecifrabile, un oggetto misterioso rispetto ai suoi colleghi, indipendemente dal partito o dallo schieramento politico di ppartenenza.
La campagna elettorale di Mockus è stata quel che si dice una marcia trionfale, l'"onda verde" è cresciuta nei sondaggi giorno dopo giorno seguendo una curva esponenziale. La sua pagina Facebook è letteralmente esplosa di fan (oltre 10mila ogni 24 ore, oggi sono oltre 600mila), mentre i pirotecnici comizi in tutto il Paese hanno letteralmente infiammato i suoi sostenitori, in particolare giovani e giovanissimi, che per questo stravagante venditore di sogni hanno una devozione incondizionata. Una campagna che, come ha notato il New York Times , ricorda da vicino quella di Barack Obama per le sua sfrontatezza, per il suo situarsi al di fuori dei tradizionali meccanismi del consenso politico, per l'impiego sapiente dei moderni strumenti di propaganda, per la sua capacità di padroneggiare le nuove forme di comunicazione telematica, blog, siti internet, social network. Politica "due punto zero" come si dice oggi.
Ma chi pensa che l'uomo sia uno sprovveduto ottimista della volontà, uno stralunato visionario poco avvezzo al rude mestiere della pubblica amministrazione commette un errore. Mockus è stato sindaco della capitale per ben due mandati (1993-1997, 2001-2004), dimostrando di possedere il necessario pragmatismo per governare una metropoli complessa come Bogotà che conta otto milioni di abitanti. Durante il suo governo, e questo lo riconoscono anche i suoi avversari, la città ha conosciuto una vera e propria trasformazione, migliorando infrastrutture, servizi sociali, trasporti, sono nati nuovi cinema, teatri, sale concerto, è stato ridotto il numero di omicidi, e sono state promosse politiche ambientaliste, come la regolamentazione del consumo di acqua e la tassazione della benzina. Come riconoscimento del suo lavoro di primo cittadino si è scomodata addirittura l'Università di Harvard, che gli ha consegnato due titoli: "Sudamericano dell'anno" e "Principale attore del cambiamento culturale".
Allo stesso tempo ha combattuto, con buoni risultati, una lotta aspra contro la corruzione, uno dei suoi storici cavalli di battaglia. Se c'è una cosa che, soprattutto a sinistra, viene spesso rinfacciata a Antanas Mockus è infatti il suo legalitarismo estremo, ai limiti della pedanteria, l'attaccamento, quasi feticista alla costituzione (che porta sempre sotto la giacca a mo' di Bibbia) e che a volte lo spinge ad assumere posizioni moraliste e prudenti sulle forme della protesta sociale. Più che altro la sua è una morale tipicamente calvinista: quando nel '93 divenne sindaco, spese per la sua campagna la miseria di 3mila euro, cifra irrisoria anche per una nazione mediamente povera come la Colombia. Un'austerità che è piaciuta a molti suoi concittadini, abituati a una classe politica non proprio tra le più virtuose e morigerate del pianeta.
Di sicuro Mockus, a differenza di altre figure della sinistra latinoamericana, non assume atteggiamenti "rivoluzionari" o da capopolo, schivando ogni tipo di demagogia in senso classico. Ciò non gli impedisce di avere ottime relazioni con figure molto diverse da lui per stile e ispirazione, come il presidente venezuelano Hugo Chàvez, di cui si è dichiarato «fervente ammiratore». O di schierarsi apertamente contro l'operazione Phenix che nel 2008 portò all'uccisione di Raul Reyes, comandante dei guerriglieri delle Farc, da parte dell'esercito colombiano. Posizione coerente con la sua teoria della non-violenza. Come disse dopo la morte di Reyes: «Il problema in Colombia non sono le Farc, ma la tolleranza sociale verso la violenza ad ogni livello, la gente crede che sia normale uccidere, noi dobbiamo ricostruire questo tabù». Parole che sembrano uscite dalla bocca di un filosofo dell'antica Grecia, più che dal possibile presidente della Colombia. Ma la forza di Antanas Mockus sta tutta là.


"Libarazione", 29/05/2010

Piangiamo o ridiamo?
post pubblicato in Notizie ..., il 28 maggio 2010


La fuga degli statali per salvare

la liquidazione

Corsa al pensionamento per evitare il pagamento a rate previsto dalla manovra

Conti pubblici - Il caso

La fuga degli statali per salvare la liquidazione

Corsa al pensionamento per evitare il pagamento a rate previsto dalla manovra

ROMA —Il testo definitivo dei provvedimenti che comporranno la manovra di aggiustamento dei conti pubblici non c’è ancora, ma i suoi effetti si sentono già. Nel settore pubblico è partita una corsa forsennata al pensionamento. Negli uffici e nei corridoi dei ministeri e delle altre amministrazioni non si parla d’altro. In particolare nella scuola, ma anche fra i magistrati e negli enti pubblici. Davanti agli uffici che distribuiscono i prospetti pensionistici, in qualche momento si è formata la coda, magari anche solo per chiedere informazioni. Tutti vogliono capire quanto prenderebbero andando via ora, evitando così la rateizzazione della buonuscita (fino a tre anni) prevista dal decreto legge che arriverà in Gazzetta Ufficiale la prossima settimana.

Per riuscire a scansare la penalizzazione bisognerà che le domande siano state accolte prima che le nuove norme entrino in vigore. Solo così si potrà ottenere la liquidazione in un’unica soluzione come è stato finora. Molti lavoratori non sanno bene cosa fare. Da un lato vorrebbero evitare la tagliola sulla buonuscita dall’altro temono che, una volta presentata la domanda di pensione, siano costretti a lasciare il lavoro anche se la norma dovesse subire modifiche o magari essere cancellata durante l’esame parlamentare. È facile prevedere infatti che su questa parte della manovra saranno presentati molti emendamenti e si scateneranno molte pressioni per rivedere la norma. In soli tre giorni le domande di pensione presentate o preannunciate sono aumentate in modo esponenziale. Secondo le disposizioni contenute nel decreto all’esame del Quirinale solo le liquidazioni inferiori a 4 volte il minimo, cioè a circa 24 mila euro, verrebbero pagate in un’unica soluzione. Ma in questo caso non ricade quasi nessuno perché una buonuscita dopo 35-40 anni di servizio supera molto spesso i 50 mila euro e quindi, secondo la manovra, verrebbe pagata in tre anni.

La rateizzazione prevede infatti che per gli importi tra 24 e 48 mila euro il versamento avvenga in due anni (per esempio 24 mila il primo anno e 24 mila il secondo) e sopra i 48 mila in tre anni. Non solo. Dal 2011 in poi (pro rata) le annualità di servizio verrebbero calcolate ai fini della buonuscita con gli stessi criteri del Tfr (lavoratori privati), cioè con un’aliquota del 6,91%, anziché col più vantaggioso sistema del Tfs (dipendenti pubblici) dove viene computato l’80% dell’ultimo stipendio per gli anni di servizio. Con queste misure lo Stato risparmierebbe tra un miliardo e un miliardo e mezzo all’anno. Ma forse, a questo punto, i calcoli andranno rifatti, perché davanti a un massiccio esodo bisognerebbe considerare un maggior risparmio in termini di retribuzioni, ma anche una più forte spesa pensionistica. Il tam tam delle voci sta spingendo alla presentazione delle domande migliaia e migliaia di dipendenti dell’Inps, dell’Inail, dell’Inpdap e degli altri enti previdenziali, dove le informazioni corrono velocemente e vengono valutate in tutte le loro conseguenze sulla busta paga e sulle prospettive di pensione.

Valutazioni che stanno facendo anche i dirigenti di tutte le amministrazioni, che al danno subito sulla buonuscita aggiungono quello sulla retribuzione, che dal 2011 verrà tagliata del 5% per la parte eccedente 90 mila euro e del 10% sopra i 130 mila. Decine di direttori generali, capi dipartimento e dirigenti, anche di seconda fascia, e ispettori capo ieri hanno presentato domanda di pensione. Solo tra i dipendenti del Csm (Consiglio superiore della magistratura) sono state 5 le domande depositate. In Corte di Cassazione hanno deciso di lasciare un paio di consiglieri e dicono che qualche decina potrebbe presto seguirli. All’Inps c’è allarme perché, su 27 mila dipendenti, quasi un terzo ha i requisiti per andare in pensione di anzianità o di vecchiaia. Su circa 1.200 dirigenti, se ne andassero via alcune centinaia, l’ente entrerebbe in crisi, anche perché accanto alla fuga verso la pensione bisogna considerare l’effetto della proroga del blocco del turn over, contenuta nella stessa manovra, che consente l’assunzione di non più di due lavoratori ogni dieci che vanno in pensione.

Enrico Marro
"Corriere della sera", 28 maggio 2010

 


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Intervista a Jean-Loup Amselle
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 maggio 2010


La politica abbandona le comunità
Ecco perché la società si tribalizza
 
 

Tonino Bucci


Quando in uno dei suoi libri più famosi scrisse che l'etnia è un oggetto culturale inventato di sana pianta e senza nessuna corrispondenza con la realtà, Jean-Loup Amselle fu accusato di voler tagliare le gambe all'antropologia. Sono ormai passati venticinque anni dalla pubblicazione di Au coeur de l'ethnie - scritto a quattro mani assieme a Elikia M'Bokolo. Più d'uno tra i colleghi di disciplina di Amselle vide in quel libro lo smantellamento della ragion d'essere dell'antropologia. Molti si chiesero che cosa avrebbero dovuto fare gli antropologi se l'oggetto della loro disciplina era un oggetto immaginario?
In effetti, la critica che Amselle - in quello come nei libri successivi - rivolgeva all'antropologia non poteva essere più radicale. Si trattava di smascherare un sapere nato nell'Ottocento con l'ambizione d'essere una scienza neutrale, ma in realtà fondato sulla classificazione dell'umanità in razze. La «ragione etnologica» - scriveva Amselle - è stata «uno dei fondamenti della dominazione europea sul resto del pianeta». Eppure, questo non significa che oggi l'antropologia sia diventata una disciplina marginale. Anzi, più e meglio d'altre discipline l'antropologia è in grado oggi di rendere conto dei mutamenti della politica. Tra questi, il più significativo la trasformazione della politica in biopolitica , l'esasperazione - per essere più precisi, data l'inflazione del termine - con la quale sulla scena pubblica s'incontrano i temi legati alla vita individuale, come la sicurezza e l'incolumità personale ad esempio, sui quali non a caso insistono le politiche delle destre europee. Nell'ultimo quarto di secolo - sostiene Amselle - lo Stato si è ritratto dalla società, ha abbandonato i territori e le comunità a se stesse, ha smantellato il welfare e i sistemi di protezione sociale. Il che rientra tra gli effetti dell'ideologia neoliberista, fondata sulla convinzione che il mercato debba funzionare senza lacci e lacciuoli imposti dallo Stato. Ma di cosa dovrebbe occuparsi la politica dopo aver rinunciato a ogni forma d'intervento pubblico in economia? Quale dovrebbe essere la sua vocazione dopo aver abdicato alla funzione di proteggere gli individui dalla precarietà cui li espone il libero mercato? L'unico spazio di manovra a disposizione della politica è appunto quello dell'ordine pubblico, della sicurezza, dell'incolumità, della difesa dell'individuo da un mondo avvertito come minaccioso e da una globalizzazione percepita soprattutto come immigrazione. In breve, finito il keynesismo e sconfitto il movimento operaio, la politica si è etnicizzata. La società si tribalizzata, frantumata in mille comunità identitarie. E i conflitti non sono più vissuti come conflitti sociali (operai contro padroni) ma come conflitti etnici (padani contro musulmani). Di questo abbiamo parlato con Jean-Loup Amselle che domenica sarà a Pistoia per la prima edizione dei "Dialoghi sull'uomo", dove terrà una conferenza su "Meticciato, multiculturalismo, connessioni".


Una tesi diffusa è che la globalizzazione porterà a un mondo uniforme e senza differenze. Invece, stiamo vedendo il ritorno dei tribalismo. Come mai?

La globalizzazione ha fatto sparire la questione sociale, cioè la lotta di classe, e la questione territoriale. Le ha sostituite con le guerre identitarie. Inoltre, con la fine dello stato sociale il sistema pubblico lascia l'assistenza di coloro che vivono in situazioni marginali, come nelle banlieues parigine, in mano a organizzazioni di quartiere. E questo non fa altro che rafforzare il sentimento di identità etnica o religiosa.

L'etnia è un'invenzione culturale. Per via di questa tesi dei gruppi etnici l'antropologia si è resa corresponsabile in passato del razzismo e del dominio coloniale. Cosa c'è che non va, allora, nell'idea opposta del meticciato?

Anche il meticciato implica che esistano diverse razze, diverse identità etniche. Cambia soltanto il giudizio sull'intrecciarsi tra loro delle culture, che in questo caso è positivo. Non c'è nulla da mescolare perché siamo già tutti mescolati. Tutte le società sono meticce. Capisco che il multiculturalismo della sinistra sia mosso dall'obiettivo di proteggere minoranze deboli. Però rischia di consolidare come definitive, differenze che sono soltanto sociali.

Lei ha messo il dito sul dominio della biopolitica. La destra riduce i rapporti sociali a rapporti etnici. La sinistra, invece,continua a proporre politiche sociali di redistribuzione del reddito. Però perde. Come mai?

La disfatta dei partiti socialisti e socialdemocratici in Europa è un mistero. In teoria la sinistra dovrebbe vincere vista la disfatta del libero mercato e dell'ideologia neoliberista. Il crollo del sistema finanziario ha reso evidente il tramonto di un'ideologia che ha dominato per un un quarto di secolo. Il programma tradizionale delle forze socialiste, basato su un'economia keynesiana e sulla regolazione sociale del mercato, dovrebbe risultare vittorioso. Così non è. In parte è vero che i leader della destra europea, dalla cancelliera tedesca al presidente francese, si sono appropriati di alcune delle ricette socialiste tradizionali, togliendo perciò spazio di manovra ai loro antagonisti politici.

Il fondamentalismo del mercato ha portato a risultati disastrosi. Come mai la sinistra che insiste sulla necessità dell'intervento pubblico in economia non raccoglie consensi?

Ci sono studi che dimostrano come le disuguaglianze sociali ed economiche compromettano il benessere non solo degli strati meno abbienti, ma di tutta la società. Più una società è ineguale, più i problemi aumentano. Per esempio, anche i bambini delle famiglie istruite ricevono un'educazione migliore nei paesi più egualitari piuttosto che in quelli con forti divari interni. Persino il rischio di malattia mentale è cinque volte più elevato nei paesi Ocse con più disuguaglianze.Stesso discorso per l'aspettativa di vita che è più lunga per tutte le classi sociali nelle società più ugualitarie. La tesi neoliberista è che l'aumento della disuguaglianza si traduce automaticamente in una maggiore crescita economica. Si è rivelata completamente sbagliata. I paesi scandinavi hanno un sistema di protezione sociale esteso eppure le loro economie crescono.

Bene, ma allora la sinistra dovrebbe essere plebiscitaria. Come mai non è così?

Io credo che la sinistra abbia abbandonato per strada il suo più antico e migliore alleato, cioè il progetto di una politica fondata sulle idee dell'illuminismo e sul concetto di «uomo universale». Al loro posto è subentrato un pensiero postmoderno, incapace di fare i conti con l'esperienza e di immaginare una politica che sia fondata simultaneamente sull'ideologia (il bene, il dover essere, l'obiettivo finale) e lo studio empirico della realtà (ciò che è possibile sul piano pratico). La sinistra ha in gran parte abbandonato l'idea di una politica fondata sui diritti dell'uomo universale per lasciarsi prendere da quella che si chiama una politica identitaria. Invece di portare avanti una politica per tutti, la sinistra è diventata un agglomerato di forze che mette avanti a tutto gli interessi di gruppi diversi che si considerano oppressi a causa della loro identità, che si tratti di razza, religione, orientamento sessuale ecc. La politica identitaria è per definizione minoritaria. Anzi questa politica produce una maggioranza contro se stessa poiché si appoggia su un'ideologia che mette in prima linea la mobilitazione politica contro la maggioranza. In altre parole, è tremendamente difficile costruire una maggioranza politica sommando politiche identitarie, poiché i diversi gruppi hanno poche cose in comune. Ad esempio, cosa hanno da condividere gli omosessuali con la maggior parte degli immigrati del medioriente? Le ingiustizie vissute dalle diverse comunità sono specifiche a ciascun gruppo e non possono essere generalizzate agli altri. I programmi sociali di stampo universale sono stati rimpiazzati da programmi indirizzati a gruppi identitari specifici. Così la politica della sinistra anziché aggregare, è diventata antimaggioritaria.


"Liberazione", 27/05/2010


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Non sanno neppure il significato del termine "equità"! O lo conoscono il significato e ... se ne strafottono? A proposito: toghe e medici protestano e i proff. della Scuola e dell'Università che fanno?
post pubblicato in Messaggi, il 26 maggio 2010


Rivolta contro la manovraCgil: sciopero generaleToghe e medici:pronti alla protesta

Rivolta contro la manovra
Cgil: sciopero generale
Toghe e medici:pronti alla protesta

Conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti. Dura presa di posizione di Magistratura democratica che giudica la manovra economica «gravemente iniqua e penalizzante per l'andamento della giustizia». Pronti alla mobilitazione anche i medici.  Pd: «Faremo opposizione responsabile». No anche di Cgil. Errani: manovra insostenibile VIDEO | VIDEO Di Pietro, «IdV presenterà la sua manovra»

"l'Unità", 26 Maggio 2010

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26/05/2010 -

La manovra dei tagli contro la crisi

Le misure del governo per correggere i conti. Sforbiciate sui partiti, sugli stipendi dei dipendenti pubblici, sui magistrati

 

ROMA. Dai tagli ai ministri, passando alle finestre per la pensione fino ai pedaggi per i raccordi autostradali. Via inoltre alle Province più piccole, cioè quelle sotto i 220.000 abitanti che non confinano con Stati esteri e non ricadono in Regioni a statuto speciale. Spunta anche una tassa fino a 10 euro che può essere introdotta per 'Roma Capitale'. Mentre non ci sono più le misure sui giochi che avrebbero previsto una stretta sul gioco clandestino, ma che, nonostante le anticipazioni, non sono state inserite nella manovra. Il 'mix' di misure per correggere i conti appare ormai tracciato.
Ecco le misure principali della manovra.

SUBITO STOP CONTRATTI PUBBLICO IMPIEGO. Stop agli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest'anno. Il congelamento vale quattro anni, fino al 2013.


TAGLI AI MINISTERI, GIRO VITE SU AUTO BLU. La sforbiciata é del 10% ma su formazione o missioni si arriva al dimezzamento della spesa. Arriva anche un giro di vite sulle auto blu.


GLI ESCLUSI: PRESIDENZA CONSIGLIO E PROTEZIONE CIVILE. Saltano dal testo i tagli alla Presidenza del Consiglio e i limiti alla Protezione Civile.

TAGLI AI PARTITI. Cala del 20% (e non viene dimezzato come inizialmente ipotizzato) il contributo per le spese elettorali.


PAGAMENTI E TRACCIABILITA'. Tetto a 5.000 euro (e non 7.000 come da prime ipotesi) per i pagamenti in contanti. Obbligo di fattura telematica oltre i 3.000 euro.

ARRIVA BANCOMAT P.A.. Addio ai libretti di deposito bancari o postali. In compenso arriva la carta elettronica istituzionale per effettuare i pagamenti da parte delle P.a.

COMUNI E LOTTA EVASIONE. I comuni che collaboreranno incasseranno il 33% dei tributi statali incassati.

TASSA SU ALBERGHI PER ROMA CAPITALE. Arriva un 'contributo di soggiorno' fino a 10 euro per i turisti negli alberghi di Roma per finanziare 'Roma Capitale'. Protesta Federalberghi. Il Sindaco, Gianni Alemanno, parla di "notizie imprecise".

STANGATA SU MANAGER E STOCK OPTION. Salgono le tasse sulle stock option ma anche sui bonus dei manager e dei banchieri che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione.

TEMPI SPRINT PER CARTELLE. L'accertamento e l'emissione del ruolo diventano contestuali rendendo più corto il tempo per contestazioni e ricorsi.

CONDONO EDILIZIO E CASE FANTASMA. Confermata invece la sanatoria sugli immobili fantasma. Si ipotizza però un ampliamento di questa norma. Come in tutti i condoni la proposta potrebbe arrivare in Parlamento. La sanatoria andrà fatta entro il 31 dicembre.

PER PENSIONE INVALIDITA' SALE A 80%. Sotto questa soglia niente benefici. Previsti anche 200.000 controlli in più.

IRAP ZERO PER NUOVE IMPRESE SUD. Le regioni del Mezzogiorno avranno la possibilità di istituire un tributo proprio sostitutivo dell'Irap per le imprese avviate dopo l'entrata in vigore del dl con l'opportunità di ridurre o azzerare l'Irap.

RETI IMPRESA E ZONE 'ZERO BUROCRAZIA'. Tremonti annuncia la creazione di reti d'impresa, per ottenere benefici fiscali e migliorare la capacità di incidere sui mercati, ma anche zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un'attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto.

STOP TURN-OVER P.A. Confermato per altri due anni.

TAGLI ANCHE A MAGISTRATI. Lo stipendio verrà decurtato per il 10% nella parte eccedente gli 80.000 euro. Taglio del 10% anche per i magistrati del Csm.

MANAGER P.A., SFORBICIATA 5-10%. Sotto i fari gli stipendi oltre i 90.000 e oltre i 130.000 euro.

INSEGNANTI SOSTEGNO. Congelato l'organico. Non ci sarà il blocco del turn over per l'Università.

DIVIDENDI A RIDUZIONE DEBITO. A partire dal 2011 500 milioni di dividendi che arrivano dalle società statali saranno impiegati per la riduzione degli oneri sul debito pubblico.

TAGLI A COSTI POLITICA PRO CASSA INTEGRAZIONE. Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, serviranno a finanziare la Cassa Integrazione.

PENSIONI. Rinvio delle finestre per il pensionamento e per il riordino degli enti. La novità è invece l'accelerazione dei tempi per l'aumento dell'età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti del pubblica amministrazione che avverrà a gennaio 2016.

DEFINANZIAMENTO LEGGI INUTILIZZATE. Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi. Saranno destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato.

TAGLIA-ENTI. Vengono soppressi Ipsema,, Ispel e Ipost. Ma anche l'Isae, l'Ice e l'Ente italiano Montagna. Salta o viene ridotto inoltre il finanziamento a 72 enti.

CONTROLLO SPESA FARMACI. Acquisti centralizzati per le asl per trattare meglio il prezzo con i fornitori e interventi sui farmaci con una modifica delle quote di spettanza dei grossisti e  dei farmacisti sul prezzo di vendita al pubblico  delle specialità medicinali di classe a.

13 MLD DA AUTONOMIE TERRITORIALI. Alle Regioni vengono chiesti tagli per oltre 10 miliardi in due anni (2011 e 2012); ai Comuni e Province vengono chiesti risparmi di 1 miliardo e 100 nel 2011 e 2 miliardi e 100 nel 2012.

PEDAGGI SU RACCORDI PER AUTOSTRADE. Si inserisce la possibilità di 'pedaggiamento' di tratti di strade di connessione con tratti autostradali.

ADDIO A SIR E REL. Addio al Comitato Sir costituito per gli interventi nei settori di alta tecnologia e che prese in carico le società chimiche di Nino Rovelli, ed anche alla Rel, la finanziaria pubblica costituita qualche anno più tardi per sostenere il risanamento dell'industria elettronica.

"Giornale di Sicilia", 26-Maggio 2010

 

Gli Usa hanno detto all'Italia: se attuate le vostre intenzioni danneggiate anche la nostra azione contro il crimine. Argomenti del genere sono stati usati col Messico, la Colombia. Mai con l'Europa.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 24 maggio 2010


La mafia, i telefoni e il bavaglio Ecco perché Obama vuol sapere

La mafia, i telefoni e il bavaglio
Ecco perché Obama vuol sapere

di Enrico Deaglio

Gli Usa hanno detto all'Italia: se attuate le vostre intenzioni danneggiate anche la nostra azione contro il crimine. Argomenti del genere sono stati usati col Messico, la Colombia. Mai con l'Europa. Ddl intercettazioni, rush finale in commissione al Senato. Mafia e diritto di cronaca, il deputato finiano Fabio Granata: «Così il testo è inaccettabile». | Sei personaggi senza intercettazioni

Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro
e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera ... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.
(Paolo Borsellino, ricordando Giovanni Falcone ad un mese dalla morte)

"l'Unità", 24 Maggio 2010

Una lezione americana sulle "intercettazioni" e altro!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 maggio 2010


Il sottosegretario al Dipartimento di Giustizia Usa difende le intercettazioni. Goffa replica di Alfano: non cambierà nulla



“Non vorremmo mai che accadesse qualcosa che impedisse ai magistrati italiani di continuare a fare l’ottimo lavoro finora svolto: le intercettazioni sono uno strumento essenziale per le indagini”, specie nella lotta alla mafia. Forse, Lenny A. Brauer, sottosegretario alla Giustizia dell’amministrazione Obama, con delega alla Criminalità organizzata internazionale, non si rende neppure conto d’intervenire a gamba tesa, con queste dichiarazioni, nelle polemiche italiane e ormai internazionali sulla ‘legge bavaglio’. E, infatti, Brauer, in Italia per colloqui sulla lotta al crimine, insiste: “La legislazione italiana finora è stata molto efficace”. (Leggi tutto)

di Giampiero Gramaglia

LEGGI PURE:

Carelli: 'Dare notizie è un diritto' di Silvia Truzzi

Guarnotta: 'Napolitano rimandi il testo alle Camere' di Sandra Amurri
 

"IL FATTO QUOTIDIANO", 23-05-2010

Fausto Bertinotti:"...il progetto della sinistra deve ricominciare da una grande organizzazione di massa, perché l’esperienza ci insegna che siamo più democratici quanti più e uniti siamo".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 maggio 2010


Bertinotti: «Una nuova organizzazione politica cooperativa della sinistra»

 

 Fausto Bertinotti è pimpante. Si sente “in una condizione di grande serenità”. L’ex presidente della camera benefica infatti della “condizione privilegiata” di essere “al di sopra delle parti” mai quiete della sinistra. Il che gli consente di organizzare e svolgere “con soddisfazione” le proprie attività di direzione della rivista Alternative per il socialismo, di libera docenza all’università di Perugia e, in definitiva, di libero pensatore. Lo incontriamo nel suo studio di presidente della Fondazione camera dei deputati per una conversazione a partire dal libro di Paolo Ferrero, Quel che il futuro dirà di noi. Idee per uscire da capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica (DeriveApprodi, pp. 156, € 12).

Nel suo libro, Ferrero muove dalla tesi che la sinistra Italia “più che sconfitta, sia dissolta” per non aver “ripensato criticamente nulla” e aver invece “buttato via tutto”. Fino a introiettare direttamente il punto di vista dell’avversario, attraverso il lungo corso iniziato dalla fine degli anni Sessanta e contrassegnato da sconfitte e arretramenti in successione, che ha provocato lo smarrimento di un punto di vista autonomo. Consideri anche tu basilare questa premessa?
Questo di Paolo è sostanzialmente il giudizio che siamo venuti dando negli anni Novanta, e inizio Duemila, più o meno da parte di tutte le forze della sinistra radicale in Europa. Potremmo dire che la nascita del partito della Sinistra europea si realizza sulla base di questo giudizio sul centrosinistra nelle diverse formule che assume nell’Europa di fine secolo: dal New labour in Inghilterra alla socialdemocrazia di Schröder in Germania, fino alle esperienze più interessanti, come quella socialista di Jospin in Francia e, in posizione quasi intermedia, quella di Prodi in Italia. Da questo punto di vista trova conferma un’analisi condivisa. Ciò detto, secondo me la genesi del centrosinistra è determinata dalla combinazione di due differenti fattori, che non attengono nemmeno più il rapporto con la socialdemocrazia.

E cioè quali?
Il primo elemento è il crollo dei regimi dell’est, e non il loro incombere. E’ il crollo dei regimi dell’est ad esser interpretato colpevolmente come fine della storia; determinando così una causazione più che subalterna, organica, del centrosinistra alla modernizzazione capitalistica. Il secondo elemento è che tale genesi del centrosinistra è interna alla fase ascendente del capitalismo fordista taylorista keynesiano. In questo senso è un tentativo ambizioso, disastroso ma anche ambizioso: perché si candida a essere la forza più adatta in Europa a liberare la modernizzazione e più vocata a dare all’umanità una nuova stagione di benessere. Sotto questo aspetto il centrosinistra è una formula e una formazione che sta fuori dalla storia culturale, anche se non fattuale, del movimento operaio. E come tale va indagato. Ci dice, cioè, di più quel che il centrosinistra europeo è stato come nuova fondazione di una cultura politica piuttosto di quel che non è più stato come erede del movimento operaio. E questa chiave secondo me consente di capire perché, nel momento in cui va in crisi il capitalismo finanziario globalizzato, la sinistra europea si trova a essere ammutolita anziché a riprendere la parola. Perché la crisi manda in tilt l’unico impianto culturale che la sinistra aveva costruito, e precisamente quello della globalizzazione.

Proprio nella crisi oggi assistiamo a una paradossale rincorsa dei governi a coprire debiti e malversazioni di banche, imprese, fondi e finanziarie, secondo una sorta di neo statalismo che dovrebbe risultare un’eresia agli apologeti del mercato, ma attraverso cui il conto viene scaricato tutto sui lavoratori. Non credi che un rimosso fondamentale, che invece occorre tornare a porre in termini attuali, riguardi proprio i modi di produzione, ovvero il tema della proprietà?
Questo è un problema particolarmente complicato in Italia. Perché l’Italia è forse il paese europeo in cui si sono maggiormente affermati un ruolo dell’intervento pubblico nell’economia e un modello di economia mista. E questo perché potevano poggiare su una straordinaria innovazione culturale, che quella iscritta nella Costituzione repubblicana. In Italia, quindi, un importante compromesso dinamico tra le principali forze costituenti – socialisti, comunisti, democratico cristiani – ha fatto sì che l’intervento pubblico fosse il modo attraverso cui veniva affrontata la questione della proprietà. E, con questo, punto e fine. Perché punto? Perché questa storia secondo me è finita. Sono tutt’altro che propenso a rinunciare al lascito di quella storia, ma per poterlo recuperare bisogna sapere che è finita, che l’economia mista è stata abbattuta. E che si è andati verso un capitalismo moderno che, come Reagan, considera lo stato il problema invece che la soluzione e che, come la Tatcher, ritiene che non esista la società civile ma solo l’economia.

Una trasformazione della Costituzione materiale che di fatto ha travolto quella formale?
E’ stato desertificato il terreno su cui poteva agire lo scritto sulla Carta. Perciò la soluzione contenuta nell’intesa costituente progressiva non può più realizzarsi. Tanto è vero che tu hai oggi il caso più clamoroso di contraddizione tra impresa e interesse sociale, per cui in nome del puro interesse finanziario di pochi puoi determinare una delocalizzazione e cancellare un’intera storia che non è solo lavorativa e produttiva. La grande idea costituente è stata così sbarrata dalla controriforma liberista. Perciò credo sia giusto rimettere al centro una riflessione sulla questione della proprietà e che dovremmo ricominciarla a partire dal lavoro e dall’autogestione.

Nel 1996 prima e nel 2006 poi Rifondazione entra in uno schieramento sulla base dell’idea di poter piegare a sinistra l’asse della politica del centrosinistra. Retrospettivamente, non credi che, nel secondo caso più che nel primo, siano stati fatti errori di valutazione rispetto alla sinistra moderata e alla reale possibilità di intervento?
Al riguardo mi sono formato un’opinione precisa, che ovviamente può essere contraddetta, ma lungamente elaborata. L’interrogativo, a mio avviso, non può essere posto solo in questi termini. Perché Rifondazione incontra due volte, sulla stessa direttrice, il tema del governo del centrosinistra. Quindi bisogna avere il coraggio di mettere in discussione l’intero ciclo, che chiamerei del secondo centrosinistra rispetto al primo degli anni Sessanta.

Ferrero ci si mette dentro e con l’assunzione piena di responsabilità rispetto al secondo governo Prodi, riconoscendo di aver “sbagliato” giudizio e atti conseguenti…
Con tutto il rispetto per ogni percorso di elaborazione, porre la questione in questi termini secondo me è irrilevante. Appunto perché penso si debba riflettere sull’intero ciclo e le due fasi, a dieci anni l’una dall’altra, 1996-1998 e 2006-2008, in cui si ripropone un’esperienza di governo del centrosinistra. In quest’ottica, credo che Rifondazione non avesse altre opzioni dal punto di vista delle alleanze di governo. Aveva a disposizione mille altre ipotesi, compresa quella del possibile autoscioglimento per rafforzare il protagonismo dei movimenti dentro una soggettività politica completamente nuova. Ma, secondo me, non disponeva della possibilità di non porsi il tema del governo.

Ciò in base a quale ordine di considerazioni, visto che si è poi trattato della questione più discussa, controversa e lacerante?
Perché, sul terreno della partecipazione alle sorti della democrazia rappresentativa, si rendeva impossibile l’autonomia strategica di una sinistra radicale dal contesto politico. Questo perché nella seconda repubblica stava producendosi un rovesciamento vero e proprio del ciclo storico democratico, che muoveva dalla fase di allargamento della democrazia, attraverso lo stadio intermedio degli anni Ottanta, a una progressiva compressione verso la democrazia oligarchica. Penso che in questo quadro – che per altro si configurava all’indomani delle due gigantesche sconfitte dei 35 giorni e sulla scala mobile e dello scioglimento del Pci – non ci si potesse sottrarre alla domanda relativa a come impedire la vittoria della destra, connotate per altro dal berlusconismo. Tanto è vero che la prima volta noi scegliamo la via acrobatica della desistenza. E la seconda, memori che il primo centrosinistra di Prodi era fallito drammaticamente, proviamo a metterci al riparo con un’opzione programmatica che sono tutt’ora convinto di poter difendere in qualunque discussione pubblica nei confronti di chiunque. Dov’è dunque l’errore? Secondo me non è nel giudizio sulla componente moderata, ma su di noi. Abbiamo sbagliato l’analisi del rapporto tra Rifondazione, la sinistra, i movimenti, il popolo, il paese. Abbiamo cioè sopravvalutato la capacità di favorire la permeabilità delle istituzioni e del governo rispetto ai movimenti. E questo mi porta a un giudizio complessivo sul centrosinistra, non sulla singola esperienza del Prodi 1 o 2.

Quale giudizio, in definitiva?
L’idea che il centrosinistra in Italia è comunque un’alleanza che configura una possibile forza di modernizzazione, ma non una forza riformatrice. A significarlo c’è una caratteristica comune ai due grandi cicli del centrosinistra, quello degli anni Sessanta e quest’ultimo: cioè il fatto che le cose migliori le ottieni, tanto allora che oggi, quando le forze di sinistra non sono materialmente dentro il governo.

Tanto è vero che Ferrero rimprovera come, anche nella fase più dura, abbia invece prevalso la scelta di rimanere anziché rompere, considerandola un errore. In quanto, se non sei in grado di realizzare percepibili, seppur parziali, passi in avanti, finisci per massacrarti e subire il contraccolpo a opera di coloro per cui sei andato al governo, ma di cui non riesci a mutare la condizione. Non si tratta, poi, di quel che è accaduto al Prc?
Rispetto a questo punto il mio dissenso è molto profondo. Perché la conseguenza di questo ragionamento è: salviamo una scialuppa. Mentre la conseguenza del mio ragionamento è: rimettiamo in discussione l’intero campo della sinistra. Se la mia analisi è giusta, infatti, non c’è salvezza in una ridotta: perché quel che conta è quello che pensano e come si comportano le grandi masse.

Ma se diluisci fino a rendere invisibile l’identità della tua proposta politica, quindi della tua efficacia, a quel punto non produci la dissoluzione della sinistra?
E quando sarebbe avvenuta questa evaporazione del carattere qualificante della tua proposta?

Nel governo.
Ora, davvero si può credere che questa catastrofe che ha cancellato la sinistra dal paese sia determinata in due anni e dalla presenza di una piccola forza in un governo? Come si fa a non vedere che la rovina comincia negli anni Sessanta, con la mancata intercettazione della nascita del conflitto operaio, col silenzio rispetto alla primavera di Praga strangolata, con l’incapacità di intercettare la domanda radicale di cambiamento culturale e di costume del ’68-’69, con l’incapacità di mettersi in relazione con tutti i movimenti e le loro specificità?

Questo è il panorama di fondo da cui muove anche la riflessione di Ferrero. Nello specifico, però, rispetto alla questione del governo e dei sui effetti, qual è in definitiva il tuo giudizio sulle divergenze intervenute a sinistra?
Simul stabant, simula cadent. O ci salvavamo insieme o morivamo insieme. E infatti stiamo morendo insieme.

E, rispetto a questa situazione, come valuti la posizione del sindacato e della Cgil?
Il sindacato è parte integrante della crisi della sinistra in Europa e in Italia. Non penso che la subisca, ma che ne sia corresponsabile.
Riassumo i due nodi che invece andrebbero presi in esame per una riflessione approfondita. Primo: il mutamento della composizione sociale del lavoro, che ripropone il tema dell’unificazione del mondo del lavoro, affrontato in maniera inadeguata; il che già spiega in parte le difficoltà del sindacato. Secondo: la devastazione di cultura dell’autonomia del conflitto e del sindacato dal quadro politico e dal processo di modernizzazione prodotta dalla crisi della sinistra politica.
Date queste due difficoltà, il problema del sindacato riguarda l’avervi fatto fronte su una via sbagliata: quella della crescente istituzionalizzazione. Il sindacato ha pensato, cioè, di poter supplire alla difficoltà di rappresentare compiutamente il mondo del lavoro e di dare ad esso un potere contrattuale attraverso la propria progressiva cooptazione dentro un sistema economico, sociale e di partnership col governo. Un corso che comincia con gli accordi del ’92 e ’93. E della cui crisi è levatrice la concertazione.

Vince, insomma, la linea di Bonanni e della Cisl?
La Cisl ha dato una risposta da cui dissento totalmente, ma forte e organica. Ed è l’idea secondo cui non c’è più niente da fare dal punto di vista dell’autonomia del sindacato come agente contrattuale della coalizione lavorativa. E che, in assenza di ciò, il sindacato debba diventare soggetto di cogestione istituzionale di elementi di tutela e di accompagnamento della vita dei lavoratori fuori dal conflitto capitale-lavoro. Rispetto a questo, secondo me, il congresso della Cgil ha il grande demerito di non aver messo in luce esplicitamente il bivio storico in cui essa si trova.

Un bivio tra quali due opzioni?
Sostanzialmente tra quella di rientrare nei ranghi, come mi pare il congresso tenda a fare, e quella di imboccare la via difficilissima, pure indicata al congresso, della riaffermazione dell’autonomia del sindacato e della costruzione della coalizione lavorativa unitaria. Fondata su un punto a mio avviso fondamentale non solo per il sindacato, ma per la sinistra e per la politica: cioè la democrazia. La democrazia, infatti, è il vero spartiacque odierno. Ho sostenuto lungamente che lo spartiacque tra destra e sinistra fosse l’eguaglianza; e lo dico ancora. Ma c’è una precondizione che oggi diventa una priorità politica, che è appunto la democrazia.

Oggi, però, anche nei grandi involucri della rappresentanza e istituti della democrazia si vano sempre più affermando forme di leaderismo, di affidamento della delega alla fascinazione di un capo carismatico. Pensi che a sinistra dobbiamo adeguarci a questa politica, molto semplificata, fondata sull’affido?
Penso che questa discussione sulla leadership a sinistra sia veramente bizzarra. Sorvoliamo sul culto della personalità e Stalin. Ma, anche dopo la critica del culto della personalità, vorrei ricordare che in Italia milioni di persone hanno gridato a ogni occasione: “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”…

”Viva Marx! viva Lenin! Viva Mao Tse Tung!”.
Bè, se non sono leader questi... C’è una doppiezza nella sinistra italiana secondo cui facciamo a meno dei leader quando non li abbiamo. Ma, quando li abbiamo, li utilizziamo a mani basse anche da morti: da Gramsci a Togliatti a Longo a Berlinguer. E Berlinguer, effettivamente, ha giocato un ruolo legato al carattere della propria personalità, incarnando a fondo l’austerità e il rigore morale. Sulla scena internazionale, poi, non ho mai sentito nessuno levarsi a dire che non si dovesse parlare di Fidel Castro oppure che obiettasse alla maglietta del Che, in quanto sarebbe stato meglio parlare dei compagni anonimi della guerriglia.
Se poi vogliamo parlare più seriamente, guardiamo all’America latina, che attualmente è l’area del mondo davvero in controtendenza rispetto alla crisi della democrazia e del nesso democrazia-sviluppo che si è spezzato da entrambi i lati: lo scacco progressivo che subisce la democrazia nella tradizione europea e l’affermazione del sistema autoritario cinese come motore dell’area di maggiore sviluppo del mondo. Rispetto a questa crisi planetaria della democrazia, l’America latina vive un’esperienza che stabilisce una relazione difficilissima ma virtuosa tra critica alla globalizzazione, critica pratica alla modernizzazione e costruzione di esperienze di democrazia. Ora, però, non mi si verrà a dire che l’esperienza brasiliana non ha a che fare con il carisma di Lula. Non parliamo poi dell’esperienza venezuelane di Chavez. Né si vorrà dire che gli indigeni non abbiano in Morales il punto di riferimento. Questo, giusto per essere avvertiti del fatto che forse bisogna rimeditare il peso della personalità nella politica, e che la questione della leadership è un po’ più complessa di come viene ridotta.

In Italia, però, intanto c’è Berlusconi…
Rispetto all’Italia, io ho un’idea specifica anche se può sembrare eccentrica: penso che la questione del progetto politico e quella della rappresentanza oggi debbano essere pensate con una relativa autonomia reciproca.
Penso che il progetto della sinistra debba ricominciare da una densa costruzione democratica: perciò da una grande organizzazione di massa, perché l’esperienza ci insegna che siamo più democratici quanti più e uniti siamo. In questa costruzione democratica, la critica al leaderismo è fondamentale, nella misura in cui mette in discussione la delega. La leadership carismatica e mediatica è inutile e dannosa alla costruzione di un intellettuale collettivo che può nascere solo sulla base di processi partecipativi e attraverso la costruzione di un nuovo ordinamento democratico, orizzontale, plurale, il più possibile attraversato dalla critica del femminismo alle forme delegate.
Le elezioni, invece, non vorrei dire, come Sartre, che siano anche una manifestazione seriale, ma invece è proprio così. Quindi, rebus sic stantibus, se si decide di competere alle elezioni sul terreno della rappresentanza, io penso che sia buono anche avere un leader in grado di incarnare una connessione sentimentale col proprio popolo. Riassumendo: leader carismatico per le elezioni, democrazia partecipata per il soggetto politico. Ma il mio ragionamento è volto soprattutto a separare questi due momenti. La mia idea è che quando ti vai a presentare la lista non la decidi tu…

E neanche il corpo degli iscritti, dunque…
Assolutamente no. La lista la decide la consultazione popolare. Il partito, invece, lo decidi tu insieme a chi condivide quell’opzione politico organizzativa, a chi è partecipe di quell’intellettuale collettivo.

Su questo piano, Ferrero rileva che oggi non c’è una sola sinistra, ma sono più di una. E in quest’ottica propone la Federazione anche come territorio di ricostruzione unitaria a partire da forze che si costituiscono come polo alternativo rispetto al Pd, su cui si esprime un giudizio di non ritorno, in quanto organicamente subalterno al potere dominante. Cosa pensi di questa formula?
Sono molto distante. Me l’avessi chiesto l’altro ieri avrei detto no per ragioni politiche. Il punto nuovo della mia critica a quell’impostazione è che, non solo ritengo l’elemento identitario costituito dai partiti comunisti una cattiva base di partenza, in quanto esclude energie che considero non secondarie e anche più interessanti, ma oggi penso che non si possa ricominciare da nessuno dei partiti esistenti né da nuovi partiti costituendi.

E da cosa bisogna partire, allora?
Dalla part destruens: dalla messa in discussione di tutte le organizzazioni partitiche esistenti, per costruire una nuova organizzazione politica della sinistra. Il nuovo modo di fare la politica è la premessa di una nuova politica della sinistra. Penso infatti che i partiti tutti, che sono stati fino ieri contenitori di processi emencipativi, siano oggi elementi di resistenza alla ricostruzione della sinistra. E che si debba adottare la tesi che Daniel Cohen-Béndit ha adottato come parola d’ordine di un terreno differente e specifico, com’è quello dell’ecologismo: cioè la costruzione di cooperativa politica.

 

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Sssssssssssssssssssssssssss... VIETATO! VIETATO! VIETATO! VIETATO! VIETATO!
post pubblicato in Notizie ..., il 22 maggio 2010


Vietato parlare con la stampa
Bavaglio a presidi e prof

di Chiara Affronte

Bavaglio agli insegnanti che parlano con la stampa o dissentono dalle linee del governo. Se non si “ubbidisce” via alle sanzioni disciplinari. È quello che accade in questi giorni in Emilia-Romagna, dove il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marcello Limina invia ai presidi una circolare «riservata» (si legge in alto nel documento) in cui manifesta la volontà di porre uno stop a «dichiarazioni rese da personale della scuola con le quali si esprimono posizioni critiche con toni talvolta esasperati e denigratori dell’immagine dell’amministrazione di cui lo stesso personale fa parte». Toni che - prosegue la nota - vengono inviati sotto forma di documenti ad autorità politiche, fatti circolare a scuola o distribuiti alle famiglie. Nella circolare Limina “invita” quindi ad «astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l’immagine dell’Amministrazione pubblica».

Si scatena il putiferio quando il coordinamento degli insegnanti modenesi Politeia viene a conoscenza dell’esistenza di questa circolare, non ancora resa pubblica da nessun preside, ma datata 27 aprile. La Cgil insorge: «Ritiro immediato della nota e dimissioni del direttore dell’Usr», la richiesta del segretario generale Flc-Cgil Mimmo Pantaleo. Immediata la difesa del ministro Mariastella Gelmini: «Condivido e sostengo pienamente l’operato del direttore Limina che ha invitato tutto il personale della scuola a osservare un comportamento istituzionale - afferma il ministro - È lecito avere qualsiasi opinione ed esprimerla nei luoghi deputati al confronto e al dibattito. Quello che non è consentito è usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica: chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni».

PRESIDI SCERIFFI
Tutto parte da Modena, dove alcuni insegnanti vengono a conoscenza dell’esistenza della circolare. «Qualche dirigente troppo zelante l’ha messa tra quelle visibili a tutti», riferisce un insegnante. Presa la palla al balzo di una manifestazione contro i tagli della riforma Gelmini che si è svolta a Modena giovedì, i docenti hanno reso pubblica la notizia e firmato una mozione per denunciare il «carattere intimidatorio e lo spirito antidemocratico della circolare che cerca di reprimere le legittime proteste del mondo della scuola». Fatto altrettanto grave, per i “prof” modenesi, quello di «far passare l’idea che i dirigenti, destinatari del documento, siano soggetti superiori di grado, quando in realtà, nel collegio docente, sono figure inter pares. Poi, vuoi per l’avidità di qualcuno, vuoi per il clima autoritario generale, passa l’idea di un ruolo diverso». La scuola, insomma, non è quella che dipingono Limina e il governo anche per Bruno Moretto della cellula bolognese del comitato Scuola e Costituzione: «Gli insegnanti sono autonomi: lo spirito dell’articolo 33 della Costituzione è quello di creare nella scuola un clima di confronto di posizioni». Meglio per il comitato che «Limina si occupi di ciò che gli compete e risponda ad esempio ai 600 bambini che a Bologna e provincia non avranno posto alla scuola materna l’anno prossimo».


 

"l'Unità", 22 maggio 2010

"Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione (...) vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente..."
(Antonio Gramsci, lettera alla madre, 10 maggio 1928)

 

"l'Unità", 22 maggio 2010
Il 20 maggio del 1970 entrava in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 20 maggio 2010


A quarant'anni dallo
Statuto dei lavoratori
 

Roberta Fantozzi


Il 20 maggio del 1970
entrava in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Traduzione della parola d'ordine lanciata da Di Vittorio nel '52 "la Costituzione nelle fabbriche", l'approvazione dello Statuto fu l'esito dello straordinario biennio '68-'69. Delle lotte operaie, del protagonismo di massa e del generale movimento di contestazione che segnò in quegli anni la società. Lo Statuto sanciva l'effettività delle libertà e dei diritti costituzionali per i cittadini-lavoratori e sosteneva l'esercizio dell'attività sindacale nelle fabbriche. L'esigibilità dei diritti conquistata dallo Statuto si incardinò in particolare in due articoli: l'articolo 28 sulla repressione delle condotte che limitino libertà, attività sindacale e diritto di sciopero, e l'articolo 18 sull'obbligo di reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato.

Con il primo si riconosce l'asimmetria di potere esistente tra lavoratori e impresa, con il secondo si nega il potere assoluto dell'impresa nell'organizzazione del lavoro e si costruisce la garanzia per l'esercizio di tutti gli altri diritti. Lo Statuto attuava la Costituzione nel suo senso più profondo: quello del riconoscimento del carattere progressivo del conflitto sociale.


Il quarantesimo compleanno dello Statuto si celebra in un contesto tra i più drammatici. Se i processi di frammentazione delle produzioni hanno reso più acuto il problema dell'esclusione dalle garanzie dell'articolo 18 per i lavoratori delle piccole imprese, se la precarizzazione del lavoro e la legge 30 hanno posto in condizione di ricatto un'intera generazione di donne e uomini, l'attuale governo vuole chiudere il cerchio.

Il quotidiano intervento legislativo nel segno dell'intensificazione della precarietà, si combina con l'attacco portato al contratto collettivo e con la volontà di destrutturare il sistema dei diritti.

E' esplicita la volontà di sancire questo processo con l'approvazione dello Statuto dei Lavori in sostituzione della legge 30. A questo disegno va opposta la costruzione di un movimento ampio di opposizione sociale. Un movimento che rivendichi, a partire dalla lotta alla precarietà, l'universalizzazione dei diritti previsti dallo Statuto.


"Liberazione", 20/05/2010


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Non sembra vero che qualcuno si sia deciso a dichiarare che subiamo norme da dittatura! Era ora!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 maggio 2010


 

Nichi Vendola: "È più utile per l’Italia comprare aerei da combattimento per 17 miliardi di euro o investire nell’università e nella ricerca?"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 maggio 2010


S.O.S. Università | Caterina Perniconi

La riforma uccide la ricerca
Gelmini: 'Gli studenti sono con me'

 

"il fatto quotidiano", 19-05-2010


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Lo Stato si renda garante dell'esigibilità del diritto costituzionale al lavoro!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 maggio 2010


Ripartire dal lavoro per una

sinistra che guarda al futuro

 

Simone Oggionni*


Le cifre pubblicate dall'Istat nei giorni scorsi sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono da allarme rosso ed è bene riportarle e diffonderle il più possibile, perché sono la base oggettiva di ogni ragionamento politico. 28 giovani su 100 tra i 15 e i 24 anni sono disoccupati. Tre punti percentuali in più del rilevamento, già preoccupante, dell'anno scorso.
Addirittura in sei regioni (Sardegna, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Lazio) la percentuale supera il 30%. In Sardegna il tasso di giovani disoccupati è addirittura del 44,7%.
Se prendiamo in esame l'intero quadro europeo (precisamente le 271 regioni dei Paesi europei, analizzate per il 2008), troviamo ben quattro regioni italiane (Campania, Basilicata, Sicilia e Calabria) tra le ultime dieci europee per tasso di occupazione giovanile.
Per non parlare del tasso di abbandono scolastico (tra il 5% annuo dell'Umbria e il 17% della Sicilia) e del lavoro sommerso, che spesso diventa lo sbocco obbligato per chi lascia la scuola perché costretto a guadagnare per integrare il bilancio familiare. Anche su questo le cifre dell'Istat sono inequivocabili: al Sud il tasso di irregolarità del lavoro è sopra il 20% (in Calabria il 27,3%).
Queste cifre - dicevamo - costituiscono il punto di partenza obbligatorio per qualunque ragionamento politico. Sia sul terreno delle politiche del lavoro, sia sul terreno più complessivo delle politiche sociali che una forza di sinistra dovrebbe avanzare per tornare a dialogare con le nuove generazioni.
Che futuro ha una sinistra che non fa politica a partire dalla condizione materiale di una generazione a cui questo sistema economico (e nella fattispecie: quindici anni di legislazione scriteriata, la crisi economica, una cultura liberista che ha inculcato il primato dell'impresa e del profitto e sradicato il valore dei diritti) ha letteralmente sottratto il futuro?
Per questo diventano determinanti le nostre analisi, le nostre proposte politiche e le nostre azioni, anche in relazione alle altre forze sociali e politiche che con noi dovrebbero costruire tasselli di trasformazione. Ci riferiamo innanzitutto alla Cgil, il cui recente congresso ha approvato una piattaforma rivendicativa convincente e che fa del sindacato ad oggi la più grande organizzazione di massa impegnata in una lotta per l'occupazione e il lavoro stabile e sicuro.
A costo di essere ripetitivi, dobbiamo però guardare in casa nostra e riordinare le idee, costruendo una campagna sul lavoro giovanile intorno a tre parole d'ordine: lavoro per tutti, lotta alla precarietà, salario sociale.
L'idea guida è che lo Stato debba riacquisire il ruolo di garante dell'esigibilità del diritto costituzionale al lavoro e possa farlo soltanto attraverso un suo intervento diretto volto a orientare l'economia e la produzione e al contempo ad assicurare livelli di occupazione più europei (la stessa Istat rileva una discrepanza di quasi 8 punti percentuali tra il tasso di disoccupazione giovanile italiano e la media europea), attraverso la nazionalizzazione delle aziende in crisi e attraverso la creazione diretta (nel campo della ricerca e della formazione, della cultura, del turismo, dell'innovazione tecnologica) di nuovi posti di lavoro, in sintonia con la crescita della diffusione dei titoli di studio universitari.
Al contempo, il lavoro deve essere stabile e a tempo indeterminato, forma contrattuale che deve tornare anche sul piano legislativo a costituire la norma a partire dalla quale costruire eccezioni (e non viceversa), contrastando la legge 30 e chiedendone l'abrogazione anche attraverso una proposta di referendum di iniziativa popolare da affiancare a quello sull'acqua pubblica.
E infine, per avanzare una risposta tangibile contemporaneamente al dramma della disoccupazione e a quello dei bassi salari (gli ultimi dati Ocse confermano che i salari italiani sono più bassi anche di quelli greci, con un valore del 16,5% inferiore alla media europea), il salario sociale per tutti i giovani usciti dal ciclo della formazione e che faticano ad inserirsi in quello della produzione e per tutti i disoccupati di lungo periodo (sopra i 12 mesi). Un salario mensile (da sostenere finanziariamente con il prelievo fiscale, la tassazione delle rendite e delle speculazione finanziarie, oltre che con l'introduzione di una tassazione patrimoniale) che produrrebbe, oltre ad una redistribuzione della ricchezza complessiva, anche l'innalzamento generale dei livelli salariali, come dimostra il reddito di inserimento francese.
I Giovani Comunisti sono e devono essere in prima fila, ma è necessario il coinvolgimento e il contributo di tutto il partito e della Federazione della Sinistra.
Proviamo a ritornare a parlare di queste cose? E a misurare il nostro grado di lontananza e vicinanza dalle altre forze politiche (e sociali, come nel caso della Cgil) da queste cose di gran lunga decisive? Il nostro appello è a rimettere il lavoro in cima alle priorità della nostra agenda politica. Perché l'impressione è che buona parte dei nostri mali nasca da qui, dall'incapacità di parlare di ciò che tocca (e trasforma, e a volte rende impossibile) la vita quotidiana di milioni di lavoratori, in primo luogo dei giovani.
*portavoce nazionale Gc


"Liberazione", 18/05/2010


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Ateneo pubblico? Ateneo privato? Che fo'?
post pubblicato in Notizie ..., il 18 maggio 2010


Università, occupazioni in tutta Italia
Gelmini: "Ma gli studenti sono con me"

 

Bari, Napoli, Firenze, Milano e Roma in testa. Lezioni ferme almeno fino a sabato. La protesta contro "la drammatica situazione effetto dei tagli della Gelmini" di GIULIA CERINO

Le proposte del Ministro offendono l'intelligenza degli Italiani
post pubblicato in Notizie ..., il 17 maggio 2010


 

Il taglio Calderoli più che simbolico è offensivo. Nello stipendio di un membro della “casta” non cambia nulla



(Conti on-line: Le cifre riportate nella tabella sono ricavate utilizzando i dati pubblicati sui siti Internet di Camera e Senato. La retribuzione del ministro si riferisce a quella dichiarata da Renato Brunetta sul sito www.innovazionepa.gov.it . Lo stipendio mensile di un assessore regionale infine, è calcolato sulla base della legge della Regione Veneto n°5/1997)

“Senza lo stipendio da parlamentare e l'indennità da viceministro avrei qualche difficoltà a pagare le rate”. Chissà il panico che avrà preso Adolfo Urso quando ha sentito il ministro Calderoli annunciare “i sacrifici” in arrivo anche per il Palazzo. Lui, che ha una rata del mutuo da più di 8.000 euro al mese, deve aver avuto un mancamento pensando a quel 5 per cento di retribuzione in meno minacciata dal ministro. Il vice-ministro Urso stia tranquillo, abbiamo fatto i conti per lui: la stangata Calderoli non lo farà finire in mezzo a una strada. Al massimo, dovrà rinunciare a qualche centinaia di euro. Già, perché l'austerità targata Lega funziona così. Prendiamo il caso di un semplice deputato: per lui, il taglio Calderoli significa 757 euro in meno. È tutto quello a cui dovrà rinunciare per far bella figura davanti agli italiani. (
Leggi tutto)

di Paola Zanca

"il fatto quotidiano", 17-05-2010


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E daglie sui deboli e su tutti coloro che pagano le tasse anche per gli evasori iperprotetti!
post pubblicato in Notizie ..., il 16 maggio 2010


Conti, scure sugli statali:
altro condono all'orizzonte

Conti, scure sugli statali: altro condono all'orizzonte
di Laura Matteucci
 
Ipotesi sulla manovra da 25 miliardi: probabili altre sanatorie. La rabbia degli onesti: sacrifici per i soliti noti.

"l'Unità", 16-05-2010

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Debito pubblico: una manovra da 25 miliardi è alle porte. Vogliono farla pagare ai lavoratori

 

L’economia italiana, quella che fa arricchire i ricchi e impoverire i poveri, è malata. I nostri dotti e sapienti medici stanno ora decidendo una cura. Cura che già tanto tempo fa era stata scoperta e usata col nome di “una tantum” e che ora viene riproposta in forma incredibilmente irrobustita e col nome cambiato in “manovra correttiva da 25 miliardi di euro”. Tradotto in volgo: ritardare l’andata in pensione per una o due finestre per coloro che ne hanno maturato il diritto; non rinnovare i contratti pubblici scaduti nel 2009 e congelare gli aumenti già contemplati nei contratti appena rinnovati e delle loro integrazioni già firmate; blocco più rigido del turn-over, degli scatti per magistrati e docenti universitari e della liquidazione dei lavoratori statali e infine, ciliegina sulla torta, si parla dell’ennesimo condono edilizio e, dopo aver permesso la pulizia dei soldi nascosti all’estero, una maxisanatoria sul contenzioso fiscale. Sono previsti poi ulteriori tagli sui trasferimento di fondi agli enti locali, alle regioni con forte deficit sulla gestione sanitaria, e altri tagli alle provvidenze per i ministeri.
Chissà se prima o poi, raschiando il fondo del barile, il ministero della Pubblica istruzione venga, senza fondi, considerato un ente inutile e tagliato anch’esso. Altri tagli annunciati riguardano infrastrutture e grandi opere.
Anche i lavoratori privati in età pensionabile sbatteranno il muso almeno contro due finestre.
Servirebbe una risposta forte. C’è da augurarsi che il sindacato sappia rispondere come la gravità del momento richiede.

"Liberazione", 15-05-2010

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Manovra, dagli statali il governo
vuole ...

Blocco delle assunzioni da giugno e stop a nuovi contratti
Sindacati in rivolta, Epifani: giù le mani da lavoro e pensioni

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=102119&sez=HOME_ECONOMIA&ssez=

"il Messaggero", 16-05-2010

Il Miur è stato costretto a rinviare il termine ultimo per la presentazione dell'offerta formativa da parte degli atenei al primo giugno (inizialmente era il 15 maggio): impossibile definire i corsi se non si sa chi insegnerà o meno a settembre.
post pubblicato in Notizie ..., il 14 maggio 2010


Atenei, lezioni a singhiozzo contro il ddl Gelmini

Lezioni a rischio da lunedì negli atenei italiani. I ricercatori, ma anche molti docenti, incroceranno le braccia contro la riforma del ministro Mariastella Gelmini. Al centro della protesta, la mancanza di risorse per il sistema universitario e l'impossibilità, per gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, di fare carriera e diventare docenti a causa delle nuove regole volute dal ministro. Per le stesse ragioni il 18 è in programma un'assemblea nazionale a Roma, alla Sapienza, mentre il 19 ci sarà un sit-in sotto al Senato dove è al vaglio la riforma. Se le cose non cambieranno i ricercatori hanno già annunciato che da settembre non saliranno più in cattedra.

Per far capire quali saranno le conseguenze della loro assenza, già la prossima settimana, da lunedì, faranno una sorta di "prova generale" astenendosi dalla didattica. «A Napoli- spiega Alessandro Pezzella, ricercatore della Federico II- è a rischio il 50% dei corsi». Nell'ateneo campano, nella facoltà di Scienze, ne sono già saltati 40: i ricercatori si sono auto-sospesi già da questo quadrimestre. A Napoli, come nel resto d'Italia, le uniche facoltà che si salveranno sono quelle di Giurisprudenza dove, normalmente, non ci sono corsi affidati ai ricercatori.

Alla Sapienza di Roma ci sono facoltà dove il 50% dei corsi è coperto da chi dovrebbe occuparsi di ricerca. La prossima settimana nell'ateneo le lezioni potrebbero tenersi con il contagocce.

A Milano, alla statale, è a rischio il 30% dei corsi. «Negli atenei c'è un grosso stato di agitazione - ammette Bartolomeo Azzaro, pro-rettore per lo sviluppo delle attività formative e di ricerca della Sapienza - ci sono 26.000 ricercatori a tempo indeterminato nell'università italiana a cui la riforma preclude qualunque tipo di carriera. Nel nostro ateneo un terzo di ricercatori hanno già dichiarato la loro indisponibilità a fare lezione da settembre, il rettore Frati è stato costretto a scrivere al ministero per far presente la situazione».

Il problema è talmente diffuso che il Miur è stato costretto a rinviare il termine ultimo per la presentazione dell'offerta formativa da parte degli atenei al primo giugno (inizialmente era il 15 maggio): impossibile definire i corsi se non si sa chi insegnerà o meno a settembre.

Oggi, intanto, il Cnru, il coordinamento nazionale dei ricercatori, guidato da Marco Merafina, della Sapienza, ha incontrato la Crui, la conferenza dei rettori, per presentare la propria proposta per garantire una carriera a chi rischia di restarne fuori con la riforma.

Il Cnru propone una valutazione da fare a chi ha già accumulato almeno sei anni di didattica nella stessa facoltà per permettere il passaggio nella fascia dei docenti associati. «E' una proposta a costo zero - assicura Annalisa Monaco, del Cnru - perchè chi ha già una certa anzianità con lo scatto non dovrà avere subito uno stipendio più alto. Con questo meccanismo si potrà garantire una carriera ad almeno 16.000 ricercatori a tempo indeterminato. I rettori stanno esaminando la proposta, che, lo diciamo chiaramente, non è un'ope legis, noi vogliamo essere valutati».

La parola finale spetta al Parlamento: da martedì si torna a votare sul ddl, gli emendamenti in ballo sono proprio quelli che riguardano i ricercatori. Ce n'è uno del relatore, Giuseppe Valditara, Pdl, che, intanto, elimina la disparità di trattamento tra i vecchi ricercatori a tempo indeterminato e quelli nuovi a termine: tutti potranno essere soggetti a chiamata diretta da parte degli atenei dopo l'abilitazione.

"l'Unità", 13 maggio 2010
Tzvetan Todorov: «la letteratura ci dice qualcosa di essenziale su noi esseri umani».
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 maggio 2010


«La letteratura ci aiuta a capire
l'uomo in tutta la sua complessità»

La lectio magistralis dell’intellettuale franco-bulgaro, dedicata a “Letteratura e etica”, sarà uno dei momenti salienti della 23a edizione del Salone Internazionale del Libro che si apre oggi a Torino

 

Guido Caldiron

«Dante e Cervantes ci hanno detto e spiegato della condizione umana quanto i grandi sociologi. Gli studi letterari dovrebbero trovare il posto che spetta loro al centro della riflessione dell'umanità, visto che la letteratura ha sempre offerto un contributo decisivo per lo sviluppo del pensiero, visto che è anche studio del pensiero e della Storia». La lectio magistralis di Tzvetan Todorov, dedicata a "Letteratura e etica" e in programma sabato a mezzogiorno, sarà uno dei momenti salienti della 23a edizione del Salone Internazionale del LIbro che si apre oggi a Torino, dedicato al tema della memoria.
Filosofo, storico, critico letterario, Tzvetan Todorov è una delle grandi figure della cultura europea. Nato in Bulgaria, ha studiato la filosofia del linguaggio insieme a Roland Barthes, indagato i sistemi totalitari nazista e staliniano e, infine, offerto una lettura significativa delle crisi culturali che attraversano i territori della globalizzazione planetaria. Al centro della sua opera - contrassegnata da volumi quali Di fronte all'estremo , Memoria del male, tentazione del bene , Lo spirito dell'illuminismo , La letteratura in pericolo e La paura dei barbari , tutti pubblicati nel nostro paese da Garzanti e La conquista dell'America e Noi e gli altri , entrambi Einaudi -, la storia delle idee, la memoria e il rapporto con l'altro, il modo in cui si sono storicamente e culturalmente definiti sia il "noi" che "gli altri", lungo una periodizzazione storica che va dalla scoperta del Nuovo Mondo, attraversa l'intero Novecento europeo e le sue tragedie, e approda ai quesiti posti dalla crisi dello Stato-nazione.
Proprio la sua formazione di storico delle idee e della cultura, consente a Todorov di leggere anche le vicende attuali in una prospettiva di lunga durata. «La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire. La storia insegna: il rimedio può essere peggiore del male. I totalitarismi si sono presentati come un mezzo per guarire la società borghese dai suoi vizi, eppure hanno dato vita a un mondo più pericoloso di quello che combattevano», spiega ne La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà , in una riflessione che ripercorre la storia della cultura europea, il modo in cui si sono formate le nozioni di "barbarie" e di "civiltà", di "cultura" e di "identità", ben prima dell'11 settembre e dell'emergere di un confronto che ha dell'incredibile «tra paesi dominati dal risentimento e paesi dominati dalla paura».
Indagando il modo in cui la cultura ha accompagnato la costruzione delle identità collettive, ma anche la definizione dei rapporti di potere tra i popoli e su scala globale, Todorov ha offerto strumenti validi per leggere le forme assunte negli ultimi anni dal cosiddetto "clash of civilisation", ma anche per rivendicare la libertà e l'irriducibilità di ogni essere umano alla logica della comunità chiusa. «E' evidente come siamo tutti tributari delle nostre appartenenze collettive, soprattutto nelle società tradizionali- spiega l'intellettuale franco-bulgaro - Ma anche che l'individuo riveste un'importanza fondamentale. A Parigi, dove vivo, il fatto che sia bulgaro di nascita non è importante. Io sono essenzialmente l'individuo che ho prodotto da me stesso, con la mia identità e la mia ragione». Allo stesso modo, precisa Todorov, «le forme tradizionali d'identità, politica, religiosa, sociale, ecc., sono state rimesse in discussione, di conseguenza l'"identità culturale" ha acquistato un'enorme importanza. L'identità collettiva è indispensabile a una società, non si può annullare completamente, gli individui hanno bisogno di riconoscersi all'interno di un gruppo. E' per questo che oggi le coordinate culturali, ad esempio quelle religiose, ritrovano un senso. Ad esempio, si spiega così il successo dell'Islam in Francia: si tratta di un mezzo d'identificazione e di riconoscimento collettivo per persone che, in altre condizioni, non si avvicinerebbero necessariamente alla religione. La religione diventa il loro modo di avere un'identità, e quindi di opporsi alle altre identità. Insomma, la cultura diventa uno strumento di combattimento solo quando ci si colloca sul piano identitario. Oggi la crescita dell'intolleranza e del razzismo è un fenomeno incontestabile: di fronte alla crisi dei legami tradizionali, il rifiuto degli altri e il desiderio di non mescolarsi sono un modo per darsi sicurezza, per conservare integra una comunità in cui ci si sente protetti».
Nelle guerre culturali, però, indicano le opere di Todorov, non sempre "le vittime" hanno davvero la peggio sui "vincitori". «Il mutuo arricchimento che può nascere dall'incontro tra due culture, può avvenire anche a partire da condizioni sfavorevoli. Ad esempio, quando una popolazione ne domina un'altra militarmente o economicamente, la seconda riesce a volte a influenzare la prima cultura dall'interno, modificandola. E' accaduto in occasione della conquista dell'America da parte degli europei: col tempo, la popolazione latinoamericana d'origine europea ha assorbito le tradizioni locali, anche se quell'incontro è stato uno dei più tragici della storia, visto che ha condotto alla scomparsa fisica di nove decimi della popolazione locale».
In un simile contesto la letteratura, sembra suggerire lo studioso, può apparire come un valido strumento «per comprendere l'uomo in tutta la sua complessità»: «la letteratura ci dice qualcosa di essenziale su noi esseri umani. Non è un gioco alchemico di metafore. Perché i Greci andavano ad assistere alle tragedie? Non per deliziarsi di esercizi letterali ma per capire meglio il proprio destino sulla Terra».
Quanto al tema posto al centro delle giornate del Salone di Torino, Tzvetan Todorov ha indicato nel suo Memoria del male, tentazione del bene tutti i rischi connessi, da un lato al semplice oblio e dall'altro ad una sorta di "abuso pubblico della memoria", mettendo piuttosto l'accento sulla necessità di ricercare una via «tra sacralizzazione e banalizzazione del passato». Questo perché «il passato può tornarci utile, purché non sia celebrato in quanto tale, ma chiamato a darci degli strumenti atti a comprendere l'oggi. Il passato storico, non più dell'"ordine naturale" non ha senso in sé. La stessa vicenda può infatti essere interpretata in modi tra loro opposti e servire da giustificazione a delle politiche che si combattono reciprocamente.
Il passato potrà contribuire tanto alla costruzione dell'identità individuale o collettiva, che alla formazione dei nostri valori, ideali e principi, a patto che si accetti che tutti questi elementi siano sottomessi all'esame della ragione e alla prova del confronto, piuttosto che imposti perché sono "i nostri". In questo senso, il buon uso della memoria è quello che serve una causa giusta, non quello che si accontenta di riprodurre il passato».


"Liberazione", 13/05/2010

Dal romanzo
alla critica
dei totalitarismi
 

Tzvetan Todorov è nato a Sofia nel 1939. Trasferitosi a Parigi nel 1961, studia filosofia del linguaggio con Roland Barthes. Insegna all'Ecole pratique des hautes études e alla Yale University e diventa direttore del Cnrs. Dagli anni Ottanta i temi già affrontati in letteratura della diversità e dell'alterità, lo portano a ricerche di tipo filosofico e antropologico come La conquista dell'America (1984) e Noi e gli altri (1989). Da qui la strada verso un ripensamento critico del ruolo del soggetto nella storia e del peso della memoria nella vita quotidiana dei singoli e dei popoli. Tra le altre sue opere: Le morali della storia (1991), Di fronte all'estremo (1992), Memoria del bene, tentazione del male (2000), Teorie del simbolo (1984) e La paura dei barbari (2009).


"Liberazione",13/05/2010

Ricordiamo Peppino Impastato
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 11 maggio 2010


«Anche oggi dobbiamo fare quei cento passi»

di Paola Natalicchio

“Contateli, sono cento anche questi”. Carlo Cosmelli insegna nella facoltà di Fisica dell'Università La Sapienza di Roma. Un professore militante, di quelli che nel 2008 firmarono la petizione contro l'ingresso di papa Ratzinger nell'ateneo. È sua e dell'associazione Violaverso (www.violaverso.org) l'idea di tenere aperta la facoltà domenica pomeriggio, 9 maggio, a 32 anni dalla morte di Peppino Impastato, in una giornata finalmente assolata, tra biciclette in festa e bandiere fuori dalle macchine, da penultima giornata di campionato. La gente, però, arriva lo stesso. Chi non è riuscito a partire da Roma per la manifestazione annuale di Cinisi è venuto qui. Giovani, soprattutto. Tanti. A occhio, almeno duecento. Cosmelli li accoglie uno a uno, sotto la statua di Milton e Galileo, a due passi dalla rampa di scale. Indica con il dito i cento passi disegnati che partono dal cortile della facoltà, fino alle aule del primo piano. Orme nere, attaccate al pavimento con l'adesivo, per ricordare la distanza che c'era tra la casa di Peppino Impastato e quella di Don Tano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra che ne ordinò la morte con un attentato dinamitardo sui binari del treno.

Tutt'attorno, sui muri della facoltà, l'elenco con i nomi delle vittime della mafia. E' seguendo quei nomi che si arriva all' “Aula Amaldi” dove, tra panche di legno e ringhiere verdi, ha inizio un evento che sembra un incrocio tra un concerto e una messa. “Cos'ha in comune la fisica con la magistratura che lotta contro la mafia? Il rispetto delle leggi e delle regole”, ripete Cosmelli, introducendo il dibattito e spiegando il perché del luogo prescelto, davanti ai poster di Galileo, Einstein e Copernico, le teche con i modellini dell'atomo e del pendolo di Focault. Intanto suona la musica: dagli altoparlanti, la canzone dei Modena City Ramblers per Peppino, che i ragazzi conoscono a memoria e che fu la colonna sonora del film di Marco Tullio Giordana a cui un'intera generazione (quella di chi oggi ha l'età di Peppino il giorno della sua morte: trent'anni) deve l'incontro con la storia del fondatore di Radio Aut. Partono le registrazioni della satira radiofonica che fece tremare la mafia locale: gli sketch su Don Tano Seduto e Mafiopoli suonano divertenti e lugubri insieme. Mentre si alternano le foto di Peppino sul maxischermo: la barba incolta, i capelli spettinati, i maglioni a collo alto. Poi inizia la lettura intensa e triste dei versi di Umberto Santino, con la voce di Stella Maggi, ripetuti in coro dagli studenti in platea: “Ricordati di ricordare, perché dove non è arrivata la giustizia arrivi la memoria”. Si entra, lentamente, in un'altra dimensione. Di lutto, inevitabile.

Prende posto tra i relatori, intanto, il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, e si fa largo il sollievo di avere ancora qualcuno in carnee ossa con cui parlare del presente e del futuro delle lotte e dei sogni. Scoppia un applauso liberatorio. Accanto a Ingroia c'è Paolo Briguglia, stretto in una felpa nera buttata su un paio di jeans. È lui il giovane attore palermitano che nel film di Giordana interpreta Giovanni Impastato, il fratello di Peppino. Giovanni, quello vero, intanto si collega con “La Sapienza” via Skype dalla manifestazione di Cinisi, quest'anno più intensa e partecipata del solito, perché coincide con l'attribuzione all'Associazione Impastato della casa di Tano Badalamenti, finalmente assegnata a chi di dovere dopo la confisca. “Sono orgoglioso della vostra manifestazione romana”, scandisce . “Bisogna reagire alla rassegnazione. Le persone rassegnate mi fanno paura perché non hanno bisogno della verità. E quando si perde il bisogno della verità si spalancano le porte alla mafia”. Intanto decolla il dibattito sull'attualità di Peppino. È Ingroia che tutti vogliono sentire.“Non ho mai conosciuto Peppino personalmente. Ma ho conosciuto quasi subito suo fratello Giovanni. Ero uno studente di Giurisprudenza, iniziai a occuparmi di mafia e diventai presto socio del Centro Studi dedicato a Peppino, gestito dal fratello, istituito subito dopo l'omicidio”, spiega Ingroia, giacca blu, camicia a righe, con la solita composta e galante passione.

La platea ascolta assorta. Nessuno dice una parola, nessuno si alza dalle panche,nessun telefonino squilla, in molti registrano l'evento con le telecamerine o prendono appunti. “Nel Centro Impastato diventai responsabile del settore cinema. Organizzavamo rassegne, eventi. E con Giovanni Impastato pensammo subito ad un film. Era necessario un film per far conoscere a tutti la storia di Peppino”. Ingroia insiste sugli aspetti unici, irripetibili di questa storia di antimafia: “Peppino non era un uomo delle istituzioni, non era neanche un vero e proprio giornalista. Era un ragazzo che si era costruito un ruolo tutto suo. Aveva messo insieme un gruppo di giovani e una radio. In quegli anni di contestazione divenne un punto di riferimento nell'ambiente degli studenti, che difficilmente avrebbero preso come modello un uomo dello Stato. Prendere come modello un ragazzo come lui, invece, fu naturale. La forza dirompente ed eversiva che ebbe in un ambiente come Cinisi fu questa: non aveva il dovere di ribellarsi al potere mafioso. Anzi, avrebbe dovuto adeguarsi a quell'ambiente, perché veniva da una famiglia mafiosa. Invece divenne un antimafioso. E peraltro un antimafioso innovativo. Non era serioso, ma irridente. Usava la satira, gli sfottò, le provocazioni e questo costituì uno scandalo”.

Ingroia aggiunge che fu proprio questo modo nuovo di fare antimafia che portò i mafiosi a nascondere la matrice del suo omicidio, fino alla costruzione della tesi dell'attentato e del “Peppino terrorista”. “Raramente i mafiosi si pongono il problema di nascondere la propria mano in un omicidio. Quando la mafia uccide si deve sapere. Invece in questo caso hanno simulato un attentato. E questo testimonia che i mafiosi si posero subito il problema che Peppino potesse diventare un simbolo antimafia e creare emulazione. Fin da subito la mafia aveva paura di Peppino da morto, così come ne ebbe paura da vivo”. Le conclusioni del procuratore aggiunto di Palermo sono sul presente: “La mafia non è sconfitta, certo. Ma la Sicilia di oggi non è più quella di allora. Sono stati fatti dei grossi passi in avanti. Oggi i commercianti di Palermo, la capitale del racket, si ribellano contro il pizzo. Ma la mafia si è fatta liquida. E se la Sicilia è meno mafiosa di prima, l'Italia è più mafiosa. Il fenomeno mafioso si è esteso al nord, in Emilia Romagna e nel Lazio. Ma anche all'estero: pensiamo agli attentati della 'ndrangheta a Duisburg. La lotta antimafia si deve attrezzare a questa integrazione e federazione tra le diverse mafie e al carattere transnazionale della mafia”. Ecco l'appello finale di Ingroia, che infiamma la platea di rabbia e speranza. “Serve un modello di cittadino impegnato, come Peppino Impastato, oggi più che mai, in risposta al suddito teledipendente pronto a omologarsi. Servono cittadini attivi, riflessivi. Non solo tifosi, ma giocatori della squadra della legalità. Se i giocatori sono in tanti si evita l'isolamento dei pochi e si può anche vincere qualche partita”. Ingroia riparte per Palermo, firmando autografi e stringendo mani.

Il dibattito, intanto,prosegue con il monito di Antonio Turri, ex poliziotto, minacciato più volte dalla mafia e referente di Libera nel Lazio. “La mafia non è solo al Sud. Ce l'abbiamo anche qui a Roma, o a pochi chilometri da qui, come a Fondi. Come si combatte? Con l'amore per il proprio territorio. La nostra risposta deve essere compatta: non ci dobbiamo disinteressare di quello che ci succede attorno. I mafio sitemono iniziative come questa di stasera. L'antimafia dei ragazzi,dei preti come don Luigi Ciotti”. Si spengono le luci e il proiettore fa partire il film di Giordana. Paolo Briguglia ricorda il set a Cinisi, la notte in cui girarono la famosa scena dei due fratelli sotto il balcone di Badalamenti: “Erano le tre e mezzo di notte. In paese era tutto chiuso. Non si vedeva un'anima, se non noi che lavoravamo al film. Luigi Lo Cascio ha preso a gridare come un ossesso. Lui gridava e il silenzio attorno era pesante come il piombo. È lì che ho sentito che stavo facendo qualcosa di dirompente. Che il nostro non era solo un film sgarrupato, ma una cosa potente”. Lo abbiamo visto tutti, quel film. Quella scena, per dire, è facile da ritrovare su You Tube. Rivediamola ancora. Una,dieci, cento volte. Aiuta. Indica bene il cammino da fare.

"l'Unità", 11 maggio 2010

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permalink | inviato da Notes-bloc il 11/5/2010 alle 8:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
ANCORA DIRITTI NEGATI ... ANCHE DA CHI DOVREBBE GARANTIRLI!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 maggio 2010


Immaginate una classe di quinta elementare, banchi allineati, maestra in piedi vicino alla cattedra
 

Laura Eduati


Immaginate una classe di quinta elementare, banchi allineati, maestra in piedi vicino alla cattedra.
Immaginate che quel giorno gli alunni devono affrontare un test nazionale che servirà al ministero dell'Istruzione per valutare l'apprendimento nelle scuole italiane. Ecco, immaginate i bambini con carta e penna. Tutti.
Tutti, tranne i ragazzini dislessici. Che sono stati convocati ma non hanno la possibilità di affrontare la prova perché è vietato usare i cosiddetti strumenti compensativi, ovvero il computer e il sintetizzatore vocale. E dunque questi bambini, non propriamente disabili e normalmente aiutati nell'apprendimento durante le ore di scuola, rimangono a guardare i loro compagni mentre loro non possono neppure leggere il testo.
E' quello che succederà domani nelle aule di seconda elementare di tutta Italia, e poi l'11 maggio per le quinte e il 13 per le prime medie.
Il test nazionale è quello elaborato dall'Invalsi, l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione incaricato dal ministero dell'Istruzione, che ha compiti di vigilanza su questo ente, di preparare anno dopo anno le prove di valutazione e gli esami di Stato.
L'esclusione degli alunni affetti da Dsa - disturbi specifici da apprendimento - è segnata nero su bianco nella normativa dell'Invalsi emanata a metà aprile, dove si specifica che questi bambini dovranno partecipare alle prove «nelle stesse condizioni degli altri», ovvero senza l'utilizzo del computer.
«Mio figlio, come molti altri, non potrà nemmeno cominciare il test perché per leggere ha bisogno del sintetizzatore vocale», denuncia Laura Ceccon di Vicenza, mamma di un bambino dislessico grave che però, grazie al pc, apprende velocemente come gli altri bambini. Per Laura suo figlio rischia di andare incontro ad una umiliazione: «La scuola lo include nei test ma non fornisce gli strumenti per affrontarlo. Che senso ha?».
Nella nota sugli alunni disabili, l'Invalsi scrive che possono naturalmente partecipare a discrezione dell'istituto, e che dovranno segnalare sulla scheda il tipo di disabilità. Succederà, insomma, che dislessici e disgrafici saranno costretti a consegnare in bianco. La signora Ceccon, però, come altri genitori di bambini con questo problema, ha deciso di tenere il figlio a casa e presenterà agli insegnanti la seguente giustificazione: "diritti negati".
L'Aid, l'associazione italiana dislessia, ha scritto nei giorni scorsi una lettera all'Invalsi e una al ministero dell'Istruzione per chiedere chiarimenti. L'Invalsi ha ripetuto il concetto: impossibile consentire l'uso di materiali compensativi perché comunque queste prove non andranno a incidere sulla valutazione individuale. Quindi, anche se il test sarà consegnato in bianco perché l'alunno non è riuscito a farlo, non cambia nulla per le statistiche sull'apprendimento. Come dire: se il bambino si sente escluso, comunque il sistema Invalsi non ne risentirà.
«Qui non si tiene conto dell'aspetto psicologico», commenta Luciana Ventriglia dell'Aid: «Come è possibile discriminare in questo modo i dislessici?». Tanto più che gli ipovedenti, invece, potranno tranquillamente affrontare la prova Invalsi perché per loro il testo sarà ingrandito o fornito in lingua Braille. «E' come se mi dicessero che devo leggere un testo senza occhiali. Se sono miope, come faccio?», riprende Ventriglia.
La normativa Invalsi, inoltre, cozza con un decreto presidenziale del 2009 che impone alle scuole di fornire materiale compensativo agli alunni disabili, tra i quali anche i dislessici - che costituiscono il 5% della popolazione scolastica e della popolazione in generale. Disturbo dell'apprendimento sottovalutato per decenni, la dislessia è ancora considerata un handicap grave quando bastano una diagnosi precoce e alcuni accorgimenti per permettere un normale apprendimento. Insomma, l'ostacolo sono la lettura e la scrittura. Ma con un pc dotato di sintetizzatore vocale, ogni alunni dislessico può affrontare tranquillamente la scuola.
Molti genitori si sono mobilitati contro le prove Invalsi dei prossimi giorni. Numerosi saranno quelli che, come Laura Ceccon, denunceranno "i diritti negati". Altri terrano a casa i figli senza protestare. Altri faranno scrivere ai bambini, sul foglio del test. "Io non ci sto".
E tutto questo in attesa di una legge specifica sulla dislessia nelle scuole che dovrebbe finalmente obbligare la società a considerare queste persone uguali alle altre.


"Liberazione", 05/05/2010

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