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di Ignazio Licciardi
Una magnifica esperienza vissuta a Rosignano Marittimo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 aprile 2010


Scuola e utopia: il progetto delle maestre di Rosignano

di Vladimiro Frullettitutti gli articoli dell'autore

Seconda stella a destra...». Se le indicazioni offerte da Edoardo Bennato per trovare l’isola che non c’è vi sembrano un po’ troppo generiche si può prendere la A12 (ma va bene anche la vecchia Aurelia) uscire prima che finisca (da lì ripartirà il famoso Corridoio Tirrenico verso il Lazio) e salire su per la collina che porta a Rosignano Marittimo in provincia di Livorno. Qui “l’Isola che non c’è” appare qualcosa di molto più concreto. Anche se tutti chiamano “Utopia” il progetto che stanno seguendo le scuole materne (bambini di 5 anni) e le elementari (fino alla quinta). Un percorso che mette insieme filosofia, danza e teatro. Ma soprattutto che coinvolge in lezioni parallele i bambini, i loro genitori e le maestre. Un viaggio di idee che come primo risultato concreto ha quello di mettere insieme delle persone e di farle discutere fra loro, faccia a faccia. Di aprire la scuola alla società e di realizzare, in un periodo in cui ognuno s’attacca a relazioni virtuali (attraverso i social network come Facebook o Twitter), relazioni sociali vere.

Obiettivo raggiunto attraverso «esercizi di democrazia», come li definisce il professore Luca Mori, fatti con parole, disegni, pupazzetti e il proprio corpo che come obiettivo hanno, appunto, quello di costruire la città ideale. Un bel posto dove vivere bene. Esercizi perché «ci si esercita ad ascoltare gli altri. Ad argomentare i propri punti di vista, ma anche a rispettare quelli altrui, apprezzando le idee che possono venire da chi la pensa diversamente da noi». Il filosofo Mori va in una classe e racconta una favola. «Immaginiamo - dice ai bambini - che sia stata scoperta un’isola che sembra disabitata. L’autore della scoperta non vuole che la notizia si sappia in giro. teme che diventi meta di persone che la trasformerebbero in un posto come tutti gli altri. E decide che dirà dove si trova solo a chi lo convincerà di avere abbastanza immaginazione per farne un posto dove si può vivere bene». Da qui partono le successive lezioni che in realtà sono delle vere e proprie assemblee in cui i bambini costruiscono l’isola. E lo fanno sia discutendo, sollecitati dalle domande del filosofo, sia usando il proprio corpo con gli operatori che insegnano danza e teatro coordinati dal regista Alessio Pizzech.

Parallelamente alle lezioni in classe si svolgono quelle con i genitori e gli incontri con gli insegnanti. Mamme e papà si vedono, al pomeriggio e dopo cena, divisi in gruppi in base all’età e alla classe frequentata dai loro figli: 5-6 anni (materna e prima elementare); 7-8 anni (Seconda e terza elementare); 9-11 anni (quarta e quinta elementare). «I genitori - spiega l’operatrice Paola Conforti - fanno lo stesso percorso dei loro bimbi con gli stessi operatori e anche le insegnanti hanno incontri di formazione sempre divise per fasce d’età». Ma poi succede, come sta succedendo (le lezioni sono iniziate a febbraio e finiranno a maggio) già ora, che alla sera, dopo cena, all’incontro col filosofo e con i genitori di una fascia d’età si ritrovano maestre anche di altre classi per scoprire come sta prendendo forma l’isola costruita da altri bimbi e da altri genitori. Perché “Utopia” è sì un gioco, una finzione, ma non una chimera. «Non è l’utopia che si identifica con l’irrealismo - come ha spiegato Maria Antonella Galanti, ordinaria di pedagogia generale all’Università di Pisa che assieme al preside di Lettere e Filosofia di Pisa Alfonso Maurizio Iacono ha la supervisione scientifica sul progetto -, ma quella che consiste nel sapere qual è l’ideale a cui si aspira». Ed è così che il gioco, ascoltando quello che dicono bambini e genitori, diventa serissimo. «Il far finta è un modo maledettamente serio - ricorda il professore Iacono - di costruire mondi».

Una sera dentro la Sala Nardini ne abbiamo avuto un esempio concreto. In platea i genitori (più mamme che papà) e un gruppo di maestre. Sullo schermo le immagini girate dal professor Mori di alcune lezioni-assemblee fatte con in bambini di II e III° elementare: discutono di problemi attualissimi. Le regole servono? Fare ognuno come gli pare all’inizio è un’opzione molto attraente, Poi un bimbo si pone un dubbio: se qualcuno è libero di parcheggiare dove vuole e mette la macchina davanti a un cancello impedisce a un altro di poter uscire. Si convincono che senza regole non si è più liberi. «In una quinta - dice Mori - mentre stavano scrivendo le proprie regole, hanno chiesto alla maestra di poter rileggere la Costituzione». Per i più piccolo però la prima regola sarà che tutti devono essere gentili. E i confini? Le misure di difesa si sprecano: barriere sotterranea trasparenti che si alzano (contro gli squali) e s’abbassano con un telecomando, torrette, mura, anche filo spinato. Ma poi c’è una bambina che pone un dubbio a tutti gli altri: «con tutte queste cose attorno all’isola diventa brutta, perché poi non ci sentiamo più liberi». Che è poi il dubbio attualissimo di quanto il bisogno di sicurezza stia riducendo gli spazi di libertà delle persone. E se arrivano altre persone che vogliono vivere sull’isola che si fa? Si respingono o come, propongono alcuni, li si accetta a patto che studino «tutte le regole che abbiamo scritto». Anche perché poi il professore rovescia la prospettiva spiegando ai bambini che potrebbero essere loro che arrivano in nave e scoprono che sull’isola già ci vivono altre persone. E discussioni accese scoppiano sul ruolo dei genitori. C’è chi sull’isola proprio non li vuole (un bimbo arrabbiato col papà che non l’ha fatto giocare a pallone in casa) temendo che rovinino tutto perché adulti («sono gli adulti che fanno la guerra » spiega una bambina) e c’è chi propone di metterli alla prova: «tu - hanno chiesto a Mori - gli fai le stesse domande che fai a noi, noi ci mettiamo intorno, stiamo zitti e sentiamo cosa dicono, che isola vogliono fare, e poi decidiamo...».

E in effetti anche i genitori sono chiamati a fare la propria isola scoprendo spesso- fa notare Mori - quanta sia distante non solo il proprio mondo con quello dei figli, ma anche quanto scarto c’è fra la città vera che vivono ogni giorno e quella che vorrebbero per i propri figli. Scoprono ad esempio che tra i loro figli c’è chi preferisce giocare a tennis sulla wi-fi che dal vero perché è più semplice. basta schiacciare un bottone. «dal vero invece bisogna chiedere al babbo di portarti al campo...». «Una mamma - racconta Mori - dopo un paio d’incontri ha deciso di spegnere più spesso la tv perché in casa hanno iniziato parlare di queste cose con i figli e tutti lo hanno trovato più divertente». A fine maggio tutte queste scuole, invece che la serata con il tradizionale spettacolo di fine anno scolastico, faranno quella che qui chiamano «messa in assemblea». «Volevamo evitare - spiega una maestra - la solita divisione di ruoli. Il bambino sul palco e il genitore giù che assiste. Così tutti saranno protagonisti allo stesso modo. Tutti attori, nessun spettatore». Sarà infatti una tre giorni (al Castello Pasquini di Castiglioncello) in cui bambini, genitori e insegnanti confronteranno le loro isole. Per scoprire che nella ricerca dell’isola che non c’è qualcosa fra loro è già cambiato, e probabilmente in meglio. Anche perché, come spiega Bennato
, «... Se ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te!».

"l'Unità", 30 aprile 2010
25 aprile 2010: ascoltiamo l'intervento di Nichi Vendola a Montesole
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 aprile 2010


 1^ PARTE

http://www.youtube.com/watch?v=vW2mMMeRJTw

2^ PARTE

 

http://www.youtube.com/watch?v=IpxBu_m1Dkk

3^ PARTE

http://www.youtube.com/watch?v=wYO7BxILgSg

 

E ... le famiglie degli studenti universitari pagano le tasse!!!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 aprile 2010


Atenei, i fantasmi della cattedra
migliaia i collaboratori nascosti

 

Atenei, i fantasmi della cattedra  migliaia i collaboratori nascosti

Nessuno ha mai calcolato quanti siano davvero. Senza prendere un soldo assistono i "loro" docenti e aiutano a preparare le tesi. E spesso insegnano

di MANUEL MASSIMO
"la Repubblica", 29-04-10

Mentre Bersani lancia il "patto repubblicano", Nichi Vendola: "dobbiamo convocare al più presto gli stati generali dell'alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perchè ormai è chiaro che i partiti da soli non ce la fanno"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 aprile 2010


Da Bersani appello alle opposizioni: «Uniti contro il rischio di deriva». Patto repubblicano anche con Fini

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani chiama all'unità le forze di opposizione: «Le tensione nella maggioranza in futuro sono certe, gli esiti imprevedibili. Le forze di opposizione non possono sottovalutare i rischi che Berlusconi per un verso e la Lega per l'altro possono dare per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare. Per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova». «Serve un impegno più forte - sostiene Bersani - a discutere e concertare l'azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell'alternativa». Per «accelerare» il confronto con le opposizioni, il leader Pd, che nei giorni scorsi ha già incontrato il leader Idv, Antonio Di Pietro, continuerà «colloqui e verifiche» con le altre forze di opposizione dentro e fuori il parlamento. «Siamo di fronte - sostiene Bersani analizzando la tensione nella maggioranza - ad una situazione estremamente confusa. Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici».

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani spiega il senso di un «patto repubblicano» con personalità come Gianfranco Fini che non vuol dire, precisa, «fare governi insieme». «Bisogna rivolgersi - spiega Bersani - ad altri partiti ma anche forze sociali ed economiche perchè reagire ad una democrazia plebiscitaria, che ha dimostrato di non saper decidere, non è solo questione di opposizioni». Sui problemi economici del paese e sulle riforme serve dunque «un patto largo in parlamento» coinvolgendo però anche personalità e forze esterne. Il banco di prova per il leader Pd, potrà avvenire già in tempi ravvicinati: «martedì alla Camera si metterà ai voti la proposta di dare un reddito a coloro ai quali scadono gli ammortizzatori sociali o non hanno ammortizzatori. Il governo si è messo di traverso. Vediamo se su un tema concreto il paese capisce di che cosa parliamo».

Zingaretti, appello al Pd
Il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «È evidente che lo spettacolo che abbiamo visto noi e qualche milione di italiani non è stato edificante. Ma dico al mio partito e al centrosinistra tutto: occhio a fare spallucce, a fare gli scandalizzati e ad assumere l'aria di sufficienza. Quel che è successo in realtà è assai insidioso: il Pdl in quel modo ha occupato e occupa tutto lo spazio politico, fa al contempo la parte della maggioranza e quella dell'opposizione».

«Alla direzione del Pdl abbiamo assistito ad uno scontro tra idee, portato avanti con una schiettezza e una durezza che non turbano la gente, abituata al linguaggio semplificato dell'Isola dei Famosi o dei talk show rissosi- spiega Zingaretti- dobbiamo capire che quella della maggioranza è una forma di comunicazione facilmente decodificabile dai fruitori di televisione. Noi dovremmo avere la stessa forza e la stessa determinazione per imporre la nostra agenda nella vita politica italiana. L'ultima direzione del Pd ha aperto un percorso per la conferenza programmatica che però avrà un senso se ci metteremo l'anima e il cuore. Solo così riusciremo a parlare in modo diretto alla gente e a farci capire».

Vendola: servono subito gli Stati Generali della sinistra
«Se il centrosinistra pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo - ammonisce Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola - le nostre identità non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. E il deficit di 'alternatività del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema». Secondo il leader di Sinistra e Libertà, «la rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd è clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne è un esempio la formazione delle nuove giunte regionali». Quindi, conclude Vendola, «dobbiamo convocare al più presto gli stati generali dell'alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perchè ormai è chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, commenta su "Il Manifesto" il conflitto apertosi dentro il Pdl: «È evidente che esistono due destre. C'è una destra "americana", liberista ma non liberale in cui Berlusconi è il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. E c'è invece un'altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, però è liberale nel senso che almeno rispetta l'Habeas Corpus, vuole l'inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicità della politica. Tra queste due destre si è aperta una partita brutale e di lungo periodo».

"l'Unità", 24 aprile 2010
Gli studenti universitari? "ombre che si materializzano in una tesina o in un compito in classe, un rito didattico vacuo che, in queste condizioni, umilia me e loro"(A. Dal Lago).
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 aprile 2010


 |   Alessandro Dal Lago

 

Università alla paralisi

Arrivano giorni oscuri per l’università. Se i ricercatori si asterranno dalla didattica, verrà a mancare un buon terzo dell’offerta formativa (il che non è solo un problema quantitativo). Non ci sono i soldi per contratti sostitutivi, anche se sono pagati una miseria, ed è assai dubbio che i professori si sobbarchino la didattica fin qui assicurata dai ricercatori. Ma c’è un altro problema: verranno a mancare i requisiti minimi di legge per l’esistenza dei corsi di I e II livello.  L’università potrebbe trovarsi, dal prossimo autunno, nella paralisi.
Ma è la situazione strutturale, di lungo periodo, a essere veramente preoccupante. La Corte dei conti ha rilevato il fallimento delle lauree brevi (moltiplicazione dei corsi, stabilità degli abbandoni, inevitabile declino della qualità, spesa assorbita in modo schiacciante dal personale).
A ciò si aggiunga la scarsa competitività (espressa dal bassissimo posto dei nostri atenei nelle classifiche internazionali), l’antica questione dei fuori corso (una specialità tutta italiana) e il sub-finanziamento della ricerca. Quello 0,8 del Pil speso in formazione superiore (e quasi tutto a carico del settore pubblico) fotografa impietosamente la realtà italiana: noi spendiamo percentualmente il 40% in meno della media europea, il che vuol dire, anche tenendo conto della spesa per studente, la metà delle risorse impegnate dai paesi più sviluppati.
Ciò che la Corte non può valutare è il senso di sfascio e frustrazione che circola tra i docenti; ormai, i parametri imperanti in qualsiasi atto o iniziativa sono astrattamente quantitativi: limiti di bilancio, requisiti minimi, punti docente, restrizioni sull’uso del telefono e delle fotocopie…
E questa impotenza è sommersa da una coltre di decreti e regolamenti che pretendono di fissare, in un linguaggio standard, ereditato dal burocratese europeo tradotto in gergo italico-ministeriale, come valutare qualsiasi obiettivo culturale, scientifico o formativo. La verità è semplicemente questa: soldi per la ricerca non ce ne sono; e, quanto alla didattica, basti sapere che dei mille studenti che esamino ogni anno, ottocento non li vedrò mai, ombre che si materializzano in una tesina o in un compito in classe, un rito didattico vacuo che, in queste condizioni, umilia me e loro.
Rispetto a questa realtà, i contenuti del Ddl Gelmini non sono nemmeno acqua fresca, ma un sigillo finale messo a un’agonia iniziata all’epoca di Berlinguer, quando si sono gettate le basi per trasformare l’università in una specie di Cepu, con la mitologia vetero-aziendalistica dei debiti e dei crediti; quando si sono create le premesse per moltiplicare i corsi e le cattedre, senza intaccare in nulla, e anzi aumentando, il potere dei gruppi accademici nazionali di controllare il reclutamento. I bizzarri criteri di composizione delle commissioni di concorso inventati dall’attuale ministro (estrazione + votazione et similia) non mutano in niente la pratica secolare della cooptazione guidata.
La riforma della cosiddetta governance aumenta il potere dei rettori e dei consigli di amministrazione, facendo del senato accademico un comitato di consulenza.
Mescola le carte, ingrandendo i dipartimenti e unificando le facoltà deboli in enti dai contorni vaghi (mentre le facoltà forti, come ingegneria e medicina, aumentano il loro peso specifico): così, il potere dei professori-manager si accresce, soprattutto in una fase in cui le risorse diminuiscono. Quanto ai privati nei consigli di amministrazione, si spalanca la strada all’ingresso incontrollato e, se i rettori vorranno, maggioritario di interessi estranei al fine dell’università, e in cambio di nulla. Marcegaglia docet.
Il Pd si è finalmente occupato di università. Ma a giudicare dal documento reso pubblico ieri, non si va al di là di richieste puramente rituali, e ovviamente inascoltate, come aumentare il finanziamento e portarlo alla media europea. Per il resto, bisognerebbe che l’attuale opposizione si interrogasse sul modo in cui ha gestito l’università quando governava. E quindi sull’idea liberista di università e ricerca che ha contribuito a imporre al paese.

"il manifesto", 22-04-10

Dacia Maraini: "Ma che ci stiamo a fare nel Comitato per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia"?
post pubblicato in Notizie ..., il 22 aprile 2010


Unità d'Italia a pezzi

di Chiara Valentini

Dopo Ciampi, anche Dacia Maraini, Gustavo Zagrebelsky, Ugo Gregoretti e Marta Boneschi lasciano il comitato per le celebrazioni del 150° anniversario voluto dal governo. "Non contavamo più niente. Vogliono imporre al Risorgimento un revisionismo di marca leghista"

Cresce la tempesta nel Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Dopo le dimissioni del presidente Carlo Azeglio Ciampi, motivate almeno ufficialmente da ragioni di salute, sono in arrivo quelle di altri autorevoli membri del comitato, a cominciare da Dacia Maraini.

Racconta la scrittrice: "Avevo accettato di far parte del comitato dei garanti per simpatia nei confronti di Ciampi e perché volevo sottolineare l'importanza di un anniversario che viene messo in discussione anche con toni rozzi e inaccettabili. Ma con il passare dei mesi il ruolo del comitato è stato svuotato, non contavamo più niente, non potevamo decidere niente. Mi sembrava poco dignitoso restare lì a fare la foglia di fico e così ho mandato una mail a Gustavo Zagrebelsky, anche lui preoccupato per la deriva del nostro lavoro, dicendogli: "Ma che ci stiamo a fare?".

Zagrebelsky è stato d'accordo e ha scritto una lettera di dimissioni piuttosto dura e motivata, che è stata firmata, oltre che da me, da Ugo Gregoretti e da Marta Boneschi. Intanto aveva scritto una sua lettera di addio anche Ludina Barzini".

Dacia Maraini nega che le sue dimissioni siano legate a quelle di Carlo Azeglio Ciampi, che pure erano nell'aria. "Non voglio interferire in nessun modo con quel che ha deciso il presidente Ciampi, ma mi sembra improbabile che si sia dimesso solo per ragioni di salute", dice.

Di quel che succedeva nel Comitato dei garanti la Maraini dà un'immagine kafkiana. "All'inizio credevo che potesse funzionare. C'erano centinaia di progetti di comuni e di istituzioni di cui dovevamo garantire il valore culturale. Ma quando chiedevamo di fare delle scelte le risposte erano vaghe. In compenso venivamo a sapere di altre iniziative già in corso, di cui nessuno si era sognato di parlarci".

Dacia Maraini aveva provato anche a impegnarsi in prima persona con due proposte, una rassegna di film sul Risorgimento, da tenere a Torino o a Roma, e una serie di iniziative sulla lingua italiana. "Nessuno mi ha risposto. Poi improvvisamente ci è stato detto che non c'era più una lira, non si poteva fare più niente. Abbiamo continuato a vederci lo stesso, sperando di sbloccare la situazione, ma è stato inutile. In tutte le nostre riunioni siamo riusciti ad approvare una cosa sola, un disegno con tre bandierine che saranno il logo delle celebrazioni". La scrittrice non nasconde la sua amarezza per quel che è successo.

"Si rischia di buttare via una grande occasione per raccontare ai giovani cosa è costata l'Unità d'Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni. Si vuol far passare il Risorgimento per una rivoluzione dall'alto, imporre un revisionismo di marca leghista, che vuol mettere in ombra le rivolte di popolo, le repressioni violente".

Dell'argomento la Maraini è decisa ad occuparsi comunque, e perdipiù dalla parte delle donne. Con un gruppo di scrittrici e giornaliste ha già in cantiere un libro sulle patriote italiane, "nomi cancellati e dimenticati che vogliamo riportare alla luce. Sarà il mio contributo alle celebrazioni dell'unità del mio Paese".

("L'espresso", 22 aprile 2010)
Pdl o non Pdl ... questo è il vulcanico dilemma!
post pubblicato in Le vignette, il 20 aprile 2010


da "Il fatto quotidiano", 20 Aprile 2010


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Se ne è accorta pure la Magistratura contabile!
post pubblicato in Notizie ..., il 19 aprile 2010


"Laurea breve, risultati deludenti"
La Corte dei Conti boccia la riforma

Secondo la magistratura contabile promesse disattese sia in termini di aumento dei laureati sia in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa

"la Repubblica", 19-04-2010


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Mentre Bossi vuole la secessione, Berlusconi si esercita a ... smentire
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 aprile 2010


Er canto der cavalier poeta (senza casini e fini) ch'or sta co’ boss...i sì sì, sta co’ boss…i

 
Er Cavaliere quasi fosse poeta, sfogliando ‘n carciofo sta a recita’:
“… m’ama
 … non m’ama
… Casini m’ama,
Smentisco!
Casini non m’ama
 
Fini m’ama
Smentisco!
Fini non m’ama
 
Letta m’ama
Che fa smentisco?
Me fai sape’?
Sì, ma datte ‘na smossa
Mica posso sta’ tutta la giornata
Co’ ‘sto carciofo in mano!
Me deventano le mani tutte nere!
E, poi, che glie dico a Bossi?
Che me so’ sporcate le mani de nero e non de verde?
Ch’erano belle, quanno erano tutte azzurre le mani mie!
Sembravano … nun me ricordo … ma come se chiama er purpitieddu grosso grosso …
Muti state?! Picchì nun parrati!? Miiii … tutti muti sono!!! Mah!
 
Beh, vado avanti …
Bossi non m’ama
 
Ma che stai a di’, papà?!
C’hai ragione, Marina! M’ero confuso!
Smentico!
Bossi non m’amava! Or Bossi m’ama!
 
Me piace star co’ Boss …(i)
Me sento sicuro … protetto, ar calduccio.
 
A proposito …
… Saviano non m’ama.
Che sta’ a di’, figlia mia? Che l’avemo pubblicato noi er libro de Saviano?
Smentisco, allora!
Saviano m’ama.
 
Che succede? Non dovevo dir che … m’ama? Non devo esagera’?
Bene, smentisco!
 
So’ io che non amo Saviano.
No? Neppure questo posso di’?
Smentisco!
 
So io che amo Saviano.
Neppure così? E che devo di’, allora?
 
A papà, e statte ‘no pocherello in silenzio! Lo sai che significa “sta’ in silenzio”? Significa: MU-TO! E cheee, papà!!!
 
A Marinella, figlia mia, non fa’ così …
Io smentisco tutto, Marine’.
Tutto bene a la Mondadori? Non te preoccupa’. Da’ ‘n bacetto a papi tuo!
 
‘A papà, me che stai a di’?!
 
Ah, scusami, Marina, smentisco subito.
Smentisco!
Non ho mai detto: “Da’ ‘n bacetto a papi tuo!”
Io ho detto: Da’ ‘n bacetto a papà tuo!” Ar Presidente, ‘nsomma …
A Marine’, nun me lascia’ … E’ tutta corpa de’ comunisti e de li magistrati e de …
 
… Se n’è annata via …?
Marina non m’ama :-(
 
Beh, meno male che Bondi m’ama :-)
Veronica non m’ama
Meno male che La Russa m’ama :-)
La Santanché non m’ama
 
E no! Ora t’ama, ‘a Preside’!
Ah, già … l’ho fatta sotto-segretario!
Sì, sì … Smentisco!
La Santamché ora m’ama …
 
Devo toglie’ “ora”?
Va be’, la Santanché m’ama … Non l’ho mai detto che m’ama sol “ora” che l’ho fatta sotto … . La Santanché m’ama da sempre!
 
E non esagera’, dai Preside’!
Sì, ok ok … m’ama e basta!
 
Ma di chi parli?! Come de chi sto a parla’!? Ma de la Santanché, no?
 
… E però … ma quanno finisce ‘sto carciofone?!
Che fatica, però, sta’ a governa’ tutto er santo giorno … Come se chiama ‘sta cosa che sto a governa’?!
 
Ma, Preside', ha letto su "El Pais" le dichiarazioni d'Umberto?
 
Sì, sì, le ho lette, le ho lette ... Smentirò tutto, non te preoccupa'!

 

 

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Bossi: «La Padania è una nazione: deve avere autonomia, ci tengono da schiavi» (da "El Pais")

Il Pd: il leader leghista conferma che vuole la secessione

ROMA (18 aprile) - Umberto Bossi rilascia un'intervista a El Pais, parlando di Padania nazione, e si riapre la polemica sulla Lega secessionista.

Fra le altre cose dette al quotidiano spagnolo, il leader leghista ha sostenuto che Berlusconi ha il progetto di diventare presidente della Repubblica: «Se Berlusconi vuole essere presidente, «sa che attraverso il Parlamento non ci riuscirà». «Lei crede che lo voglia?» ha chiesto l'intervistatrice. «Sì», è stata la risposta.

Secondo Bossi la Padania è «una nazione», che deve «avere la sua autonomia. Ci tengono come schiavi, e diamo loro tutti i soldi. Il Nord vuole essere padrone della sua casa, e che la sua casa sia riconosciuta». Il leader leghista ha parlato anche della riforma federalista, affermando che i decreti attuativi saranno pronti in dicembre, con la legge finanziaria. Il ministro delle Riforme ha spiegato che dopo l'approvazione del governo, discuterà con l'opposizione: «Sì, negozierò. Ma dopo l'adozione in Consiglio dei ministri». Bossi ha aggiunto che «i comuni del Nord» devono ottenere «quello che meritano, sono stanchi di aspettare».

A proposito delle riserve di Fini sulla conduzione delle riforma da parte della Lega, Bossi ha detto: «Abbiamo un sacco di voti. Senza di noi, sono deboli. Fini sa fare i conti e quindi sa che ha bisogno della Lega. Sa che fuori dalla coalizione di governo non ha alcun posto. O quantomeno non cosi importante». Il ministro ha affermato che il premier Silvio Berlusconi gli ha garantito: «Le faccio io (le riforme), con Calderoli. Siamo una coppia ben allenata. Parliamo con Berlusconi e con Giulio Tremonti. Poi portiamo le riforme al Consiglio dei ministri». Bossi ha infine confermato di essere contrario al voto degli immigrati regolari: «No, no, per nulla. Votano i nostri. E che votino per la Lega».

Il Pd: Bossi conferma che vuole la secessione. «Nella sua versione estera, Bossi, forse credendosi al riparo, riacquista il dono della chiarezza e rivela che la Lega non ha abbandonato i suoi intenti secessionisti», commenta Filippo Penati, coordinatore della segreteria di Pierluigi Bersani. «Bossi è tornato infatti a far risuonare toni e termini, tipici del campionario leghista delle origini, che credevano ormai abbandonati. Verrebbe da pensare che gli atteggiamenti di maggiore responsabilità e rispetto istituzionali assunti in questi ultimi tempi altro non siano che una copertura tattica e che il vero scopo della sua azione di governo sia un ritorno alle vecchie parole d'ordine secessioniste. Anche considerando che governa moltissime istituzioni locali e ha un ruolo importante a livello nazionale è giunto il momento che la Lega chiarisca una volta per tutte le sue posizioni e la smetta con questo sdoppiamento tra partito di lotta e partito di governo».

 

"Il Messaggero", 19-04-2010

Le nostre guerre, un saggio del sociologo Alessandro Dal Lago
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 aprile 2010


 

 
La democrazia con la spada
Il lato oscuro del potere
 
 

Tonino Bucci
 

Nei talk show capita spesso di vederlo nei panni dell'esperto di turno. Edward Luttwak è ospite abituale nelle trasmissioni di approfondimento politico in qualità di raffinato conoscitore di geopolitica e questioni internazionali. Da cultore della Realpolitik (a stelle e strisce, ovvio) Luttwak è capace di dire le cose più ciniche come fossero le più ovvie del mondo. Giovedì sera era ad Annozero - puntata dedicata alla vicenda dei tre medici di Emergency rapiti dalla polizia afghana. Con molto candore l'analista (e consulente per il Dipartimento di Stato americano) ha spiegato perché le ong che operano in scenari di guerra sarebbero dannose e contrarie alla democrazia. Il ragionamento, pressapoco, è che tutte le organizzazioni non governative sono destinate a svolgere un lavoro che oggettivamente favorirebbe i terroristi. Se non peggio, nel senso che spesso e volentieri le ong finirebbero con l'intavolare trattative e stringere accordi e connivenze col nemico allo scopo di sopravvivere in contesti difficili.
Persino quando svolgano attività umanitarie - come nel caso di Emergency che apre e gestisce ospedali - il risultato non cambia. Alleviare le sofferenze dei civili non significa altro - agli occhi dello stratega Luttwak - che evitare ai terroristi un crollo di consensi da parte delle popolazioni locali. Ogni ferito curato è un nemico salvato dalla morte. Ragion per cui, alla fin fine, è colpa delle ong come Emergency se la guerra si protrae più a lungo del previsto. Ma il Luttwak-pensiero non finisce qui: sulla scia della classica tesi di Clausewitz si spinge a legittimare la guerra come una (giusta) prosecuzione della politica con altri mezzi. Laddove questa non è efficace sono le armi a dover parlare in sua vece. Gli eserciti operano sotto il controllo democratico dei parlamenti e dei governi eletti dal popolo, a differenza delle ong che agiscono al di fuori di ogni controllo, libere a proprio arbitrio di stringere patti coi terroristi. Conclusione: gli eserciti sarebbero il braccio della sovranità democratica, mentre le ong (e tutti i pacifisti) null'altro che amici dei nemici della democrazia. Da una parte la guerra giusta, inflitta in nome di una superiore civiltà, dall'altra nemici privi di status umano, terroristi da eliminare.
Questo perverso rovesciamento tra vittime e carnefici, tra bene e male è tutt'altro però che un modo di ragionare eccentrico. La caricatura di un mondo in bianco e nero non appartiene soltanto a Luttwak. Lo schema ricalca le giustificazioni in chiave liberal della guerra come esportazione della democrazia. Anzi, a spingere l'analisi ancora più in profondità, scopriremmo che nella tradizione occidentale, dai greci in poi, la democrazia si è sempre pensata nei termini della «comunità guerriera», come suggerisce il sociologo Alessandro Dal Lago nel suo nuovo libro, Le nostre guerre (manifestolibri, pp. 264, euro 22). Fin dalle origini del pensiero politico, insomma, il potere e la spada si sono costituiti in un unico atto, con un precisa linea di demarcazione tra cittadino e straniero, tra possidente e schiavo, tra libero e barbaro. La stessa filosofia occidentale, nata nel contesto della polis greca, della comunità di guerrieri, non si spinge oltre il particolarismo della comunità, non mette in discussione il potere, ma rimane vincolata all'etica militaresca della comunità, considerando il rapporto tra politica e guerra come fatto ovvio e naturale. Socrate elogiato da Alcibiade nel Simposio platonico per la sua fermezza in battaglia è il modello del filosofo che aderisce al patriottismo, la prefigurazione della società armata guidata dai filosofi che sogna Platone, «l'immagine dell'uomo greco (ovviamente libero e possidente)» che si sdoppia in due profili: «il cittadino che delibera sulla cosa pubblica e il guerriero che tiene il suo posto nella falange oplitica».
La guerra non è una parentesi della civiltà, il manifestarsi di un black out temporaneo della democrazia, anzi. L'arte militare - scrive Dal Lago - è la «condizione normale del vero cittadino greco», l'intero suo mondo ruota attorno alla guerra, sia che questa venga condotta contro i nemici interni, sia che venga condotta contro quelli esterni, i barbari. «Io non trovo niente di irrazionale, di patologico, nel fatto che democrazia e mercato vengano esportati con la guerra. Ritroviamo lo stesso ambiente in cui fiorì la filosofia classica, l'Atene che intraprendeva commerci e conquiste, che invitava i filosofi da tutto il mondo greco e promuoveva arti e architettura e inventava la democrazia, ma al contempo spiegava ai Meli che sulla terra vige esclusivamente la legge della forza». Tutt'altro che una patologia, la guerra è l'emergenza che fonda la norma, lo stabile patto costituente che garantisce alla normalità della "democrazia" di funzionare. «Ci siamo affezionati all'idea che le costituzioni nascano da qualche tipo di contratto o patto tra il potere e i sudditi», che può essere immaginato come un circuito in cui il potere proviene dai cittadini e a loro ritorna (democrazia diretta) oppure come delega a un'istanza superiore che amministra il potere in loro nome. Ma «per quanto eccellente come espediente teorico-politico, il patto fondativo tende a oscurare le sue origini belliche». La sovranità nasce dalla distinzione tra chi ha diritto a portare (e usare) la spada e chi no. «Nella sua ingegnosa idealizzazione della democrazia diretta greca, Hannah Arendt non si è soffermata sul fatto che la libertà di parola nella polis era definita dalla libertà di usare la spada verso il basso e verso l'esterno», verso i servi da un lato e verso i barbari stranieri dall'altro. Non c'è nulla di misterioso e di eccezionale nella guerra, anzi essa ha carattere «fondativo» e «costituente» della normalità. Nella polis greca il gioco politico consiste nel definire «i limiti dell'uso legittimo della spada».

Oggi non è cambiato molto da allora. Ai nostri tempi «la sovranità si esercita nella figura dei campi di internamento per alcune categorie di esseri umani illegittimi». Sono migranti, profughi, combattenti "irregolari", meteci, barbari, individui senza patria che non meritano alcun riconoscimento. «Se si limitano a vivere negli interstizi delle patrie o traversano i mari senza autorizzazione saranno passibili di detenzione extra-legale (come se fossero internati civili di un paese nemico in tempo di guerra). Se invece combattono, saranno soggetti a procedure indiscriminate, segrete, militari di internamento ed eventualmente di eliminazione».


"Liberazione", 18/04/2010

Flc Cgil: lnvestire sulla Conoscenza, sull'Innovazione e sulla Ricerca invece di investire su faraoniche opere.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 aprile 2010


La Flc Cgil a Congresso: la difesa dei precari per statuto

di Maristella Iervasitutti gli articoli dell'autore

 

Anche la Gelmini al Palariviera di San Benedetto del Tronto. La sua faccia con il naso di Pinocchio dà il benvenuto ai delegati della Flc Cgil riuniti per il secondo congresso nazionale. Slide su tutte le bugie che il ministro dice ogni giorno sulla scuola, l'università e la ricerca. E dal palco Mimmo Pantaleo, segretario generale della Federazione della Conoscenza, le elenca una ad una. Una relazione «ottima e abbondante» è il commento di tutti, che non ha risparmiato critiche al governo come al Pd: «Aberrante la proposta di legge del Pd sul contratto unico», fino al ministro Brunetta: «I veneziani lo hanno forse considerato un fannullone e anche un arrivista che pretendeva di fare contemporaneamente il ministro e il sindaco». Per poi finire con l'autocritica sul sindacato: «Nella Cgil e nella Flc -ha detto Pantaleo – non ci saranno mai pensieri unici, perché serve un forte pluralismo di idee e di sensibilità per rendere sempre più forte la nostra organizzazione». E un invito alla sinistra: "Riproporre un vocabolario troppo facilmente accantonato: classi sociali, interessi del lavoro, classe operaia, borghesia. Siamo proprio di fronte ad un'idea classista di società, che bisogna sconfiggere".

Due ore e la platea lo ascolta in silenzio per poi sciogliersi in un fragoroso applauso. I lavori proseguono fino a sabato. Domani Ermanno Detti intervista Tullio De Mauro, venerdì sera invece, la tavola rotonda sul federalismo e settori pubblici della conoscenza, sarà presente anche il ministro per i rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto.

LA NUOVA Flc-Cgil
Valore al lavoro e sindacato apre ai giovani. «Saremo sempre un'organizzazione aperta. Sono convinto che la Cgil debba conservare quel profilo democratico di una grande organizzazione di massa e per queste ragioni bisogna liberarsi delle inevitabili tensioni del Congresso, predisponendoci al reciproco ascolto delle diverse opinioni. Alla fine quello che deve prevalere – ha precisato Pantaleo – è l'orgoglio di appartenere a questa straordinaria esperienza umana e politica che è la Cgil». Occorrono insomma “profondi cambiamenti culturali “nel nostro modo di interpretare la funzione di rappresentanza sociale, ha esortato Pantaleo. «Siamo stati l'unico soggetto che ha tentato di opporsi alla cancellazione dei diritti a partire proprio dall'istruzione pubblica». Da qui la convinzione del sindacato: per uscire dalla crisi è l'investimento sulla Conoscenza il nodo strategico. «Invece di investire sul nucleare o su faraoniche opere come il Ponte di Messina, investimenti sulla sicurezza degli istituti scolastici, sull'innovazione e la ricerca».

Una identità che la Cgil si è costruita nelle tantissime manifestazioni contro la Gelmini a partire da quella imponente del 30 ottobre del 2008 in piazza del Popolo, e ancora prima con le battaglie contro la riforma Moratti sulla scuola.

Tantissime le iniziative messe in campo: i referendum contro le intese separate sul secondo biennio contrattuale, la scelta di presentare le liste per i rinnovo delle Rsu nella scuola, nonostante il rinvio deciso da Brunetta. «Si può discutere dei tanti limiti e delle cose che andrebbero modificate nel nostro sindacato – ha detto Pantaleo – ma bisogna partire dalla valorizzazione di quelle lotte . In quelle piazze e in quegli scioperi si è ritrovata l'Italia che non abbassa la testa, che non guarda dall'altra parte, che non ha paura». Quelle facce, sono la Cgil.

SINDACATO APRE AI GIOVANI
Un coordinamento dei precari. La Flc-Cgil si assume per Statuto il compito di rappresentare tutti i precari: della scuola, della ricerca, dell'università, e Afam. E il primo risultato sarà una mobilitazione in maggio. Poi l'annuncio degli Stati Generali della Conoscenza, nel mese di settembre. Al centro dell'identità della Flc ci sarà la stabilità del lavoro, ma mutando - ha precisato Pantaleo - il nostro modo di fare sindacato. "Dobbiamo essere in grado di riprodurre meno ritualismi, meno burocrazia e meno onnipotenza dei gruppi dirigenti, che devono avere l'umiltà di ascoltare". Tra gli obiettivi, largo ai giovani. E ancora: un piano straoridinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il 30% degli istituti hanno bisogno di manutenzioni urgenti, 4 scuole su 10 sono prive di strutture per lo sport e molti edifici non sono stati bonificati dall'amianto. Ma la cosa più grave - si legge nella relazione - è che si vuole "occultare questa verità". Il decreto sottoscritto tra Istruzione ed Economia è top secret: non è stato neppure presentato ai sindacati.

LA SCUOLA
Nella società prevale il “censo” ha detto Pantaleo. «Vengono premiati i raccomandati, che atttraverso il rapporto con la politica e i potetati si garantiscono percorsi di carriera facile, stabile e retribuita. La scuola non riesce più a svolgere la funzione sociale. Oggi chi nasce in una famiglia ricca rimane ricco e può affermarsi nel campo delle professioni dei propri genitori, chi nasce in una famiglia povera ha scarse possibilità di realizzare un futuro migliore. Questa è la narrazione della realtà, non quella della ministra Gelmini quando parla di “meritocrazia” o quella di Brunetta quando chiede ai giovani di non essere “bamboccioni”».

Il messaggio di Napolitano e Ciampi: Un congresso, si legge nel messaggio del Quirinale, impegnato a "tracciare il bilancio di un anno certamente impegnativo e a delineare i futuri indirizzi dell'attività dell'organismo di rappresentanza" e dal quale, prosegue, "potranno emergere utili approfondimenti sulle condizioni di lavoro nella scuola, nell'università' e nei diversi enti di formazione e di ricerca". L'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi  avrebbe dovuto tenere una lezione sulla Costituzione: "La ringrazio per il gentile pensiero - scrive Ciampi a Pantaleo - l'ho particolarmente gradito. Peraltro, l'anagrafe ha le sue ferree regole e non mi consente di assumere ulteriori impegni ancorchè interessanti e graditi quale quello prospettatomi, che mi porti fuori Roma".

TUTELA DI TUTTI I PRECARI Uscire dalla logica emergenziale aprendo un tavolo di confronto sul precariato nella scuola. La Flc ribadisce la sua contrarietà al “salva precari”, chiede invece stablizzazioni con piani i reclutamento pluriennali. Un no secco anche all'eventuale cancellazione delle graduatorie ad esaurimento. Il sindacato guidato da Pantaleo ha preso l'impegno di confrontarsi con i diversi comitati dei precari.

ISTRUZIONE LEGHISTA “La cultura della Lega Nord non potrà mai essere la nostra, non è conciliabile con i nostri ideali – sottolinea Pantaleo – perché l'accoglienza, diritti e doveri sono inseparabili ai fini dell'integrazione e del rispetto delle persone”.

 

"l'Unità", 14 aprile 2010
I politici? Soltanto saccheggiatori di voti. Le esigenze del cittadino non rientrano negli interessi della maggior parte dei politici!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 aprile 2010


Post-voto, i politici abbandonano Facebook e Twitter

di Maddalena Loy

Dai manifesti elettorali sparsi per la città a un post sulla bacheca di Facebook: così cambia la comunicazione politica italiana, che faticosamente cerca di adeguarsi agli standard del mondo 2.0. Ma, dopo l'indigestione di loghi di Fb e Twitter sui siti dei candidati alle elezioni regionali, in pochi hanno continuato a utilizzare i social network per non interrompere la conversazione con gli elettori. E il "tasso di abbandono" è molto alto.

La maggior parte dei candidati hanno pubblicato un messaggio di ringraziamento ai propri elettori, a prescindere dal fatto che avessero vinto o perso. I "rapidi" (la Bonino e De Luca in Campania) hanno immediatamente postato uno o più messaggi, c'è chi ha reagito dopo qualche giorno ((Zaia, Bresso e Loiero) mentre altri ancora (Penati, Bernini, Modena e Biasotti) sono totalmente scomparsi, interrompendo dall'oggi al domani il flusso di comunicazione attivato solo in funzione della campagna, anche a fronte di migliaia di messaggi che continuano ad affollare le loro "bacheche".

I politici, in linea di massima, non sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità 2.0 della rete, arena di dibattito e discussione, e continuano a considerarla soltanto come un mezzo di propaganda (o, nel migliore dei casi, di comunicazione tradizionale) dove far calare dall'alto i loro messaggi, video e foto. Il dialogo con l'elettore ancora non è contemplato: e alla fine sostenitori e oppositori finiscono per insultarsi sui loro wall senza alcuna moderazione (in tutti i sensi).

E' il caso del neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha annunciato la propria iniziativa sulla RU486, senza poi chiedere al proprio staff di intervenire per gestire i commenti (molto vivaci). Risultato: una pagina caotica e aggressiva, dove sono soltanto altri fan (o oppositori) che si rispondono e si insultano l'uno con l'altro. Stessa situazione sulla pagina del presidente calabrese Scopelliti.

Nel mare degli esempi negativi spiccano i virtuosi Nichi Vendola e il governatore toscano Enrico Rossi. Se si diventa fan della pagina del governatore pugliese, si riceve la sua richiesta di “amicizia”. Vendola, che si è servito di una delle migliori agenzie di comunicazione del settore, la Proforma, ha annunciato la vittoria su Twitter pochi secondi dopo l'ufficializzazione del risultato e continua a twittare regolarmente. Rocco Palese, il candidato sconfitto del Pdl, ha ringraziato ancor prima di Vendola gli elettori e da poco è tornato a scrivere su Fb e Twitter.

Emma Bonino non ha mai twittato, mentre la Polverini - delusa dai pochissimi "followers" - ha smesso il 2 marzo. Formigoni, che ha saputo sfruttare la rete spaziando da Facebook a YouTube, ha smesso di usare Twitter il 30 marzo. Il neo governatore del Pdl in Campania, Stefano Caldoro, continua a postare due tweet a settimana, mentre De Luca non ha mai usato Twitter. Cota, vincitore piemontese del Pdl, non si è mai servito di Twitter per la sua campagna elettorale ma scrive regolarmente dal 7 aprile e al momento conta soltanto qualche decina di follower. La Bresso, candidata e Presidente uscente, ancora non ha ripreso la propria attività sui social network.
Claudio Burlando ha scritto fino al 3 aprile, poi ha sospeso i propri tweet, mentre Sandro Biasotti del Pdl scrive regolarmente e non necessariamente di politica, così come Enrico Rossi.
Le regioni dove l'utilizzo dei social network non è stato neanche contemplato sono state Umbria e Marche. In Umbria Catiuscia Marini (centrosinistra) non ha mai rinfrescato il suo account Twitter, inutilizzato da giugno 2009, Fiammetta Modena non è iscritta e Paola Binetti ha un account ma non ha mai scritto nulla. Situazione simile nelle Marche, dove i due candidati non hanno mai attivato i loro profili.

Sono pochissimi, insomma, i nuovi Presidenti di Regione o gli sconfitti della tornata elettorale per i quali l’appuntamento del 28 e 29 marzo ha rappresentato solo una parentesi in un uso costante e fluido delle reti sociali e di Internet. Quasi tutti non hanno uno staff che se ne occupi o, più semplicemente, non comprendono la viralità dello strumento.

"l'Unità", 14 aprile 2010
Intervista a Camilleri
post pubblicato in Messaggi, il 14 aprile 2010


Pd, Camilleri: 'Così si suicidano'


 

 
14 aprile 2010

Persa anche Mantova ai ballottaggi, Bersani parla di "correzioni".



Nel fumoso studio di Andrea ‍Camilleri oggi si parla del Pd un po’ in cenere. "Io non appartengo al Pd. Posso, quando sono disperato davanti alla scheda, al massimo votarlo. Come si dice a Firenze: il Pd tiene l’anima coi denti. È più di là che di qua. Dalla parte avversa invece c’è molta aggressività. Come la polizia quando si mette lo scudo antisommossa, abbassa le visiere e attacca alla cieca. Da quest’altra parte non c’è che una flebile resistenza. Chi sta appena dietro la prima linea, sembra dire: trovate un accordo, invece che farvi menare".

Accordo tra chi e chi?

L’accordo si fa in Parlamento. Lo sostiene Bersani e pure la Costituzione. Ma noi non siamo nei termini costituzionali, siamo dentro una democrazia finta. La maggioranza in Parlamento va avanti a voti di fiducia e decreti, mettendo a tacere l’opposizione.

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"il fatto quotidiano", 14 Aprile 2010


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"La Legge sul legittimo impedimento costituzionalmente illegittima"
post pubblicato in Notizie ..., il 12 aprile 2010


Milano, processo sulle presunte irregolarità nel processo Mediaset che vede tra gli imputati Berlusconi
Per l'accusa la certificazione degli impegni del premier non basta: "Si creerebbe un blocco della giurisdizione"

Legittimo impedimento, affondo dei pm
"E' un provvedimento incostituzionale"

"Ci dicano le date per fissare l'udienza, siamo disponibili anche sabato e domenica"

ne "l'Espresso"
 
MILANO - La legge sul legittimo impedimento firmata dal presidente della Repubblica lo scorso 7 aprile è incostituzionale secondo gli articoli 101 e 138. Lo ha sostenuto il pm della procura di Milano, Fabio De Pasquale, nel corso del processo sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv di Mediaset che vede tra gli imputati il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Dopo la lettera depositata dai legali del premier nella quale il segretario della presidenza del Consiglio ha indicato come prossime date utili per celebrare il processo il 21 e il 28 aprile, il pm ha rilevato che se "di fronte a una certificazione del segretario della presidenza del Consiglio il giudice deve rinviare il processo anche per mesi, allora la legge è costituzionalmente illegittima".

Per De Pasquale, la legge sul legittimo impedimento rappresenta un caso di "tanto rumore per nulla perché la novità normativa che introduce è veramente modesta". Il rappresentante della pubblica accusa ha spiegato che questa legge si limita ad ampliare i casi di legittimo impedimento già riconosciuti dall'ordinamento, "ma non dice nulla sul fatto che il legittimo impedimento produca o meno impossibilità assoluta a comparire in aula del presidente del Consiglio". Tuttavia, davanti alla certificazione delll'impossibilità di Berlusconi a partecipare al processo fino alla data del 21-28 luglio, saremmo di fronte a "un'interpretazione costituzionalmente illegittima". Che avrebbe come conseguenza il rivolgersi alla Consulta.

In ogni caso la richiesta principale della procura è quella di invitare la difesa di Berlusconi a fornire delle date per la celebrazione delle udienza: "Anche di sabato e di domenica", aggiunge De Pasquale.

Immediata la replica di uno dei legali del Cavaliere: "L'impedimento è legittimo e spero che questa legge consenta di ottemperare le esigenze del tribunale con quelle del consiglio dei ministri" dice Nicolò Ghedini.

"la Repubblica", 12-04-10

La politica del PD ... vola! Ma ... verso dove?!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 aprile 2010


"il fatto quotidiano", 12-04-10


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Sogna ragazzo sogna di Roberto Vecchioni con immagini tratte da un film di F. Truffaut
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 aprile 2010


 

Sogna ragazzo sogna di Roberto Vecchioni

Proposta di Romano Prodi.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 aprile 2010


Romano Prodi: «Il Pd ritrovi le sue radici
Via organi nazionali, spazio ai regionali»

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=97685&sez=HOME_INITALIA
 

"Il Messaggero", 11-04-2010
 

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Basta! Non si continuino a massacrare i cittadini! E noi cittadini reagiamo!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 aprile 2010


 

 

 

Una riflessione di Notes-bloc:
 
 

Io penso che stiamo sbagliando tutto, caro Giuseppe Lentini, che scrivi dalle pagine de "l'Unità" (vedi link a seguire)!
Viviamo in uno Stato governato e amministrato da “uomini” che, molto probabilmente, non sanno neppure quali siano i contenuti della nostra Costituzione Italiana; cioè: non conoscono il paradigma del nostro vivere civile. Di conseguenza, tal "signori" non fanno nulla per i Cittadini italiani. Tal “signori”, infatti, mi sa che stiano approfittando del grande senso di solidarietà e di partecipazione che accomuna i veri cittadini del Paese!
Non possiamo continuare, caro Giuseppe Lentini, a sostituirci in toto alle inadempienze dei delegati dal popolo. Non possiamo continuare a far finta di niente e non accorgerci, bendandoci gli occhi, della mancanza di rispetto -e di tutela da parte dello Stato- nei confronti di un “popolo” che -attenzione!- è formato, per metà, da approfittatori che godono del loro vivere e gioire nella illegalità più assoluta e, per l’altra metà, da cittadini sani e corretti (e che vogliono vivere nella legalità!) i quali ultimi ("ultimi" in tutti i sensi!), per la loro grande umanità e senso di responsabilità, cercano in tutti i modi di sopperire alle manchevolezze degli inetti amministratori! No! Basta!

-Mancano le nicchiette a L’Aquila?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti).

-Mancano le politiche di accoglienza per gli immigrati?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti).

-Mancano i professori nelle università italiane?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti).

-Manca il lavoro per i giovani?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti); ci pensano, cioè, le famiglie che si auto-flagellano, trasformandosi in ammortizzatori familiari (e, certamente, non-sociali!).

-Mancano i soldi per la ricerca?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti).

-Manca tutto ciò che può rendere civile e onesto un Paese civile? Nessun Governante/Amministratore/Politicante pensa a risolvere tal problemi?
State tranquilli, ci pensa chi ha senso del dovere e dello Stato (i cittadini onesti).

E no, cari Cittadini italiani, caro e, certamente, onesto Giuseppe Lentini, dobbiamo smetterla di comportarci in tal modo! Non possiamo continuare a trattare tal classi di amministratori e governanti e politicanti come bimbetti capricciosi che vogliono soltanto aver tutto per sé e soltanto per sé!

Dobbiamo prendere coscienza che, operando con tali -molto strane!- forme di solidarietà, non facciamo altro che rendere i governanti-bamboccioni et capricciosi sempre più arroganti, prepotenti e, per tali ragioni, molto pericolosi!

Quella parte di italiani che vorrebbe da sé risolvere i problemi della società è oppressa e avvilita oramai dai ripetuti a senza fine messaggi di richiesta di solidarietà che le arrivano dai mass media cartacei e non, perché si risolvano i problemi del mal-essere che serpeggia liquidamente per ogni dove!
Freniamo e mettiamo lo Stato, le Regioni, le Province (visto che anche queste ultime continuano a vegetare e ad ingrassare alla faccia di chi sappiamo noi!) e i Comuni e, poi, gli Amministratori degli Ospedali, delle Università, etc. etc. di fronte alle loro responsabilità!
Basta con tali comportamenti che non sono per nulla riconosciuti per quei valori che vorrebbero riuscire a trasmettere e, soprattutto, a comunicare!
Carissimi onesti, rendiamoci conto che noi non abbiamo interlocutori! Nessuno ci ascolta! Anzi, ridono pure di noi! Vi ricordate di quella telefonata delle ore 3.32?
Svegliamoci! E … diciamo la nostra! Almeno con le parole, con il dialogo, con il coinvolgimento, diciamo la nostra!

Notes-bloc


I lettori de "l'Unità" mobilitati: «Avanti con le nicchiette»

All’Aquila molti ci hanno raccontato quello che c’era e che non c’è più. Le «nicchiette» della scalinata di San Bernardino, punto d’incontro dei ragazzi aquilani, sono inagibili. Il centro commerciale non è la stessa cosa. L’anima di una comunità è nei luoghi. Per questo abbiamo raccolto l’invito del lettore Giuseppe Lentini e abbiamo deciso di avviare una sottoscrizione. Secondo il sindaco Cialente - che ci ha scritto - per riaprire la scalinata occorrono centomila euro. Il comune non ce li ha. Noi proviamo ad aiutarli.

http://www.unita.it/news/italia/97222/i_nostri_lettori_mobilitati_avanti_con_le_nicchiette

 “l’Unità”, 10-04-10

 

Mentre le due "B" della politica governativa italiana " se mettono d'accordo sul ... da fare " e mentre ... l'ultimo dei Presidenti " sta a firma' ", noi ... " ce troviamo 'ntrappolati ner bipolarismo"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 aprile 2010


Un brano da Quel che il futuro dirà di noi in libreria per DeriveApprodi
 
Un progetto incompiuto: Rifondazione comunista
 

Paolo Ferrero

Che ruolo ha avuto Rifondazione comunista nella crisi della sinistra? (...). Indubbiamente quando nasce, nel 1991, rappresenta un fatto - e un fatto nuovo - nel contesto politico di quegli anni. Nasce come Movimento per la Rifondazione comunista. E' l'esito di una battaglia che i compagni e le compagne del Pci portarono avanti contro lo scioglimento. Dopo pochi mesi confluisce nel movimento anche Democrazia proletaria e si arriva in breve alla formazione del Partito. L'elemento fondativo in quella fase è certamente la reazione alla scelta di sciogliere il Pci e di considerare il comunismo semplicemente un cumulo di macerie, da cui prendere le distanze il più rapidamente possibile. All'origine di Rifondazione c'è invece l'idea che il comunismo e la sua storia non siano un ostacolo, ma un riferimento da mantenere e da sviluppare dialetticamente.
Da qui anche il nome - Rifondazione comunista - ovvero la convinzione che sia necessario porsi nell'alveo di una storia e nello stesso tempo praticare una netta discontinuità rispetto agli errori (e orrori come abbiamo detto successivamente), che in nome del comunismo sono stati commessi. Non era quindi, la nostra, un'ipotesi banalmente «continuista», né di puro «rifacimento » del Partito comunista. Ma era la convinzione che il comunismo andasse rifondato a partire da una critica serrata delle esperienze del «socialismo reale», da una rilettura di Marx e del nesso tra libertà e giustizia. Volevamo individuare la nostra storia nell'idea e nelle pratiche sociali di milioni e milioni di militanti che erano venuti prima di noi. Il riferimento al comunismo era visto come risorsa decisiva per ricostruire l'autonomia politica e culturale delle classi lavoratrici e per proporre una uscita dal capitalismo che, nel frattempo, andava approfondendo e non certo mitigando il suo carattere distruttivo e barbarico (...). Rifondazione è importante in primo luogo perché tiene aperta una prospettiva, una speranza. Rifondazione però diventa anche un importante punto di aggregazione per i lavoratori. Poco dopo la sua nascita gioca una partita importante - nel '92 e nel '93 - nella contestazione da sinistra degli «accordi di luglio» e delle politiche dei governi presieduti da Amato prima, e da Ciampi poi. C'è ancora - e viene riattivato - un legame con la base operaia. Legame che affonda le sue radici nell'onda lunga del «sindacato dei Consigli», quello che aveva ripreso la parola al tempo degli «autoconvocati » e contro il decreto di Craxi del 1984. La nascita di Rifondazione comunista non è solo un fatto politico o ideologico, è nel concreto la ricostruzione di un partito di classe dopo anni di sbandamenti e marginalizzazioni (...). Tant'è che ebbe dei risultati elettorali molto significativi nelle elezioni amministrative del '93. A Milano, Rifondazione fece un ottimo risultato, attorno al 10%. A Torino il Pds prese meno del 10% alle elezioni comunali, mentre a Rifondazione andò il 14,5%. Diego Novelli - candidato da Rifondazione e dalla Rete (una formazione guidata da Leoluca Orlando, che potremmo definire «dipietrista» ante litteram) - prese il 46% al primo turno e andò al ballottaggio con il candidato del centrosinistra, Castellani, che aveva superato di poco il 20. Novelli alla fine perse, ma solo perché tutta la destra votò Castellani, segnalando sin dall'origine il carattere di classe del bipolarismo coatto all'italiana. Basterebbero questi dati positivi a testimoniare della nascita di un partito non residuale, in grado di ridare un speranza alla sinistra. In negativo, va invece sottolineato come venga appena sfiorato l'aspetto teorico e analitico della «rifondazione» di un pensiero comunista all'altezza dei tempi (...). Senza averlo teorizzato, anche Rifondazione restò in larga parte «prigioniera» delle esigenze imposte dall'azione politica immediata (...). Nel 1994, l'alleanza tra Pds e Rifondazione perse le elezioni - fatte con una legge elettorale bipolare - e Berlusconi trionfò, cadendo però quasi subito sulla vicenda delle pensioni (...). Fu la prima prova politica di Rifondazione in un contesto bipolare. Da molte parti della sinistra ci veniva chiesto di votare il governo «tecnico» presieduto da Dini, per evitare il voto immediato e il rischio di un ritorno delle destre. La direzione nazionale del partito si spaccò.
Una parte consistente dell'allora gruppo dirigente era favorevole all'accordo, ma si formò una nuova maggioranza comprendente quelle che sino ad allora erano state le minoranze di sinistra e si decise una posizione contraria. Il Prc quindi non votò la fiducia, ma subimmo la prima scissione. Crucianelli e altri diedero vita ai «comunisti unitari». Vendola e altri - che pure si erano espressi per l'appoggio a Dini - rimasero nel partito. La vicenda del governo Dini rappresenta il primo frutto avvelenato del bipolarismo nel nostro paese. Da un lato Berlusconi, iscritto alla P2, portatore di politiche antioperaie e fascistoidi, dall'altra Dini, espressione di una destra tecnocratica, neoliberista e ben decisa a tagliare la spesa sociale e i diritti dei lavoratori. In nome dell'antifascismo si chiedeva al Prc di «baciare il rospo», di scegliere il meno peggio. La scelta di non votare Dini, ma di non votargli nemmeno contro, fu il primo atto di una storia che ha caratterizzato Rifondazione negli anni a venire. Il tentativo di costruire uno spazio politico «indipendente», in un quadro istituzionale fatto invece apposta per non permetterlo. Le nostre difficoltà, le traversie, le scissioni e anche le contraddizioni, vanno lette alla luce di questo aspetto strutturale in cui ci siamo trovati a vivere e lottare: un sistema bipolare fatto apposta per impedire l'esistenza alla sinistra di alternativa.
Il tentativo di Rifondazione è stato quindi qualcosa di originale rispetto a quello della sinistra maggioritaria italiana. Mi riferisco al tentativo di non accettare il punto di vista dell'avversario. La sua grandezza va rintracciata nella scelta della discontinuità, in un contesto istituzionale che ancora oggi vuole impedirla. Lo dico perché guardo con qualche invidia ai compagni e alle compagne tedesche. Hanno potuto costruire la Linke in un contesto proporzionale. Un contesto in cui la sacrosanta battaglia contro la destra non diventa per forza alleanza con un centro-sinistra liberista. Sottolineo questo elemento perché non si capisce nulla di Rifondazione comunista - e della sua crisi - se si astrae dal contesto istituzionale bipolare in cui abbiamo dovuto operare. Dopo il governo Dini si va alle elezioni del '96. Ci si arriva costruendo un accordo di «desistenza» con Prodi. Otteniamo un ottimo risultato elettorale, il migliore della storia di Rifondazione. In pratica abbiamo utilizzato le pieghe della legge bipolare di allora per costruire un accordo che ci permettesse di sommare i voti con l'Ulivo. Il fine era di battere le destre senza impegnarci in un programma di governo che non condividevamo. La convivenza divenne man mano sempre più difficile, sino alla pessima approvazione del cosiddetto «pacchetto Treu» sul mercato del lavoro. Consapevoli di questo progressivo slittamento a destra del governo, nel '97 ponemmo duramente il problema di una modifica delle politiche economiche e sociali. In particolare chiedemmo di approvare anche in Italia una legge sulla riduzione dell'orario di lavoro, così come era stato fatto in Francia dal governo Jospin. Durante la discussione sulla legge finanziaria, nel dicembre 1997, si verificò un braccio di ferro pesantissimo sulla nostra proposta di ridurre l'orario settimanale di lavoro a «35 ore». Ne uscimmo con un accordo, che non venne però rispettato. Di fronte a questa situazione non più sostenibile, si arrivò, alla fine del '98, alla rottura. Fu allora che si produsse un'altra scissione, assai più consistente di quella del '95, a opera di Cossutta e Diliberto, che diedero vita ai Comunisti italiani. Questa rottura rappresentò un passaggio di grande significato nella vita politica di Rifondazione e del paese. Se la nascita del Pds aveva diviso il popolo comunista sul piano ideologico, in questo caso la scissione avvenne sul piano politico, e su un terreno scivolosissimo: la rottura dell'unità contro le destre. Fu un periodo molto difficile. Tutti i mass media dell'area progressista erano impegnati in un processo di stampo staliniano contro Rifondazione comunista e contro Bertinotti in particolare. Le difficoltà che avevamo nel rapporto di massa erano aggravate dalla più infamante delle accuse: essere conniventi con il nemico. A livello politico e popolare si riproponeva in modo amplificato la contraddizione che avevamo sperimentato nella vicenda Dini. Contraddizione che si sarebbe riproposta immutabile negli anni successivi. Consentire alle alleanze anti - Berlusconi di governare, quali che fossero le politiche praticate, oppure opporsi? Accettare la logica del «meno peggio», o mantenere aperta una prospettiva di trasformazione sociale rischiando di essere accusati di far vincere la destra? E' una contraddizione acuta che percorre tutto il nostro popolo, e ovviamente anche il Prc. E' la trappola del bipolarismo, che ha logorato non solo noi ma tutta la sinistra, a partire dalla Cgil. Naturalmente, più radicale è l'ipotesi che rappresenti - più è distante dalla politica di un governo che magari appoggi dall'esterno, o a cui partecipi in posizione minoritaria - più alto è il prezzo che ti fanno pagare. E' quindi la «trappola bipolare» a produrre in modo strutturale la «legge del pendolo» che tende a distruggere la sinistra italiana. Nei periodi in cui governa la destra, matura un movimento contro di essa che chiede l'unità di tutte le opposizioni nelle elezioni successive. Se ti allei e governi su una posizione moderata, deludi le aspettative del tuo popolo e contraddici le ragioni della tua esistenza. Alimenti di fatto la percezione dell'inutilità della politica e la retorica del «siete tutti uguali», ponendo le basi per l'estendersi dell'egemonia sociale della destra. Se invece non fai l'accordo, dividendo la coalizione che aveva fatto opposizione, vieni accusato di far vincere le forze reazionarie. Una situazione disperante in cui la sinistra viene alternativamente schiacciata o sulla propria inefficacia (l'esperienza fatta con i governi Prodi) o sul suo presunto avventurismo (caduta del Prodi - uno). In entrambi i casi è tendenzialmente precluso alla sinistra di potersi sviluppare in relazione ai movimenti di massa costruendo un profilo di alternativa. Da questa consapevolezza nasce l'esigenza di rompere la gabbia del bipolarismo al fine di poter ricostruire una sinistra degna di questo nome in Italia.

Paolo Ferrero, Quel che il futuro dirà di noi, DeriveApprodi (pp. 154, euro 12,00)


"Liberazione", 07/04/2010

Interviste a Nichi Vendola e a De Magistris dopo le Elezioni Regionali
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 aprile 2010


 Politica&Palazzo | Marco Lillo

De Magistris: Idv deve unirsi a Vendola
e a Grillo per una vera alternativa

 

   

De Magistris: serve una seconda gamba del centrosinistra accanto al Pd

Una grande conferenza a metà maggio per raccogliere e unire l’antiberlusconismo duro e puro: da Nichi Vendola a Beppe Grillo, dall’Italia dei Valori al popolo viola. È questa l’idea maturata da Luigi De Magistris dopo le elezioni regionali: "Dobbiamo unire le forze del cambiamento e semplificare l’offerta del centrosinistra perché lo vogliono i nostri elettori".

Come si esce dalla batosta delle Regionali?

Il centrodestra ha vinto e bisogna prenderne atto. Il successo della Lega da un lato va rispettato per la sua dimensione, ma dall’altro lascia inquieti per i messaggi di razzismo che in parte lo hanno propiziato. Nel nostro campo vedo invece una netta sconfitta del Pd e un buon risultato dell’Idv, che però non sfonda per colpa della qualità bassa di alcune candidature e delle alleanze sbagliate. Le scelte scellerate, come quella di Loiero in Calabria e di De Luca in Campania, sono costate caro soprattutto al Pd, ma anche noi le abbiamo pagate. Ora bisogna guardare avanti e sto pensando a un cantiere nuovo per ricostruire l’alternativa.

Il centrosinistra sembra più un deserto di macerie che un cantiere. Lei vede motivi di ottimismo?

Per esempio, il 10 per cento di Callipo in Calabria, senza liste forti alle spalle, è stato per me un buon risultato. Poi c’è stata l’affermazione dei grillini in Piemonte ed Emilia Romagna. E soprattutto il successo di Nichi Vendola in Puglia.

Vendola sarà un protagonista nazionale nel centrosinistra del futuro?

Già dalle primarie interne al Pd, io ho puntato su Vendola. La sua storia è esemplare. A sinistra non sono graditi i candidati radicati nella società, ma fuori dal controllo dei partiti. Invece dobbiamo puntare proprio su queste figure. Per costruire il futuro del centrosinistra bisogna partire dalla vittoria di Vendola in Puglia, dal risultato alle Europee dei candidati dell’Idv provenienti dai movimenti o dalla società civile come me e Sonia Alfano.

In Puglia la somma di Idv, lista Vendola e Sinistra e Libertà supera di poco il Pd. Può diventare un modello nazionale?

Dobbiamo favorire la semplificazione del quadro politico. Io sono favorevole a un rapporto molto più stretto tra i movimenti come i grillini e i partiti come l’Idv e Sinistra e libertà.

Come immagina il centrosinistra nel futuro?

Da un lato ci sarà il Pd e dall’altra questo nuovo raggruppamento di movimenti e partiti.

L’Italia dei Valori dovrebbe sciogliersi in questo nuovo soggetto?

No. Non servirebbe a nulla. L’Italia dei Valori deve essere la guida di questo processo di semplificazione. Io non sono favorevole allo scioglimento dell’Idv nell’ennesimo nuovo partito. Anche perché bisogna rispettare l’identità dei movimenti. L’importante è unirsi. Alla fine di questo processo ci potrà essere una federazione, un’unione o un soggetto unitario, poi la formula la si troverà tutti insieme. L’importante è che ci si trovi uniti non solo contro Berlusconi ma anche per un progetto di vera alternativa politica e culturale al berlusconismo.

Uscendo dalle teorizzazioni astratte, alle prossime elezioni nazionali come si dovrebbe presentare il centrosinistra?

Io immagino da un lato il Partito democratico che resterà un nostro interlocutore e che certamente potrà migliorare la sua classe dirigente, ma fino a un certo punto, secondo me. Dall’altro lato vedo questo raggruppamento di partiti, come l’Idv e Sinistra e libertà, ma soprattutto di movimenti. Penso al forum sull’acqua pubblica , al movimento delle agende rosse di Salvatore Borsellino e al Popolo viola. Ma penso anche alle migliori personalità del mondo della cultura e dell’informazione.

Questo fronte antiberlusconiano però potrebbe sembrare ottimo per l’opposizione ma incapace di dare vita a un governo alternativo.

Per questo non bisogna fare solo un’operazione di addizione numerica. Questa cosa nuova deve camminare sulle gambe delle persone. Ci vuole un vero ricambio generazionale con leader giovani in grado di parlare al cuore del popolo e che hanno già saputo trasformare il consenso in voti. Queste elezioni hanno dimostrato che c’è un fortissimo astensionismo di sinistra. Questa federazione di forze può recuperarlo.

Come pensa di concretizzare la sua idea?

Sto pensando a una grande adunata a Firenze per metà maggio di tutte le forze che credono a questo progetto, da Nichi Vendola alle migliori personalità della cultura e dell’informazione.

Quale sarà l’approdo?

Le prossime elezioni politiche. Dobbiamo presentarci con una federazione di partiti e movimenti che - alleata al Pd - sia in grado di guidare il centrosinistra verso la vittoria.

Il programma?

La questione morale è centrale. Bisogna dire basta ai compromessi con i Loiero e con i De Luca. Il nuovo soggetto politico che immagino non inseguirà Berlusconi sul suo terreno. Bisogna riscoprire l’orgoglio della diversità. Ci vuole un’operazione culturale forte contro i valori alla base del berlusconismo. Deve essere chiaro che da questa parte ci sono le regole contro la furbizia, l’essere contro l’avere e l’etica contro l’estetica.

Quale sarà il primo banco di prova della "santa alleanza"?

La difesa della Costituzione di fronte al tentativo neo-autoritario di Berlusconi, che non sta trovando una forte opposizione nel Pd. La difesa dei principi e della seconda parte della Costituzione è il primo punto. La divisione dei poteri e l’indipendenza della magistratura non si toccano. Chi si siede al tavolo con Berlusconi per parlare di riforme non potrà mai essere un nostro alleato.

Da il Fatto Quotidiano dell'1° aprile 2010

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E dal Blog di Nichi Vendola del 31 Marzo 2010

http://www.nichivendola.it/

Interviste rilasciate da Nichi Vendola, all'indomani della vittoria con cui è stato riconfermato, con il 48.7% dei consensi, Presidente della Regione Puglia.
Intervista a
La Repubblica
Intervista a
Il Fatto Quotidiano
Intervista a
l'Unità

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