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di Ignazio Licciardi
Slitta a martedì 30 novembre il voto finale del disegno di legge per la riforma dell'Università
post pubblicato in Notizie ..., il 28 novembre 2010


Università, i punti chiave della riforma

27/11/2010 01:19 | CONOSCENZA - ITALIA | Fonte: Rassegna.it


 

Slitta a martedì 30 novembre il voto finale del disegno di legge per la riforma dell'Università. Il via libera definitivo della Camera (il sì del Senato risale allo scorso luglio) era atteso per giovedì 25 novembre, ma le proteste degli studenti in tutta Italia e la fragilità della maggioranza ne hanno rallentato l'iter. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha dunque stabilito di sconvocare la sedute del pomeriggio e quella notturna del 25 novembre e di proseguire l'esame della legge martedì 30, con il voto finale in serata. L'approvazione alla Camera di una parte degli oltre 400 emendamenti ai 25 articoli non ha stravolto l'impianto base della riforma, che rimane sostanzialmente invariato: cda costituiti da maggiori rappresentanze di privati, più spazio al merito, ricercatori a tempo (massimo 6 anni), le valutazioni dei docenti con obbligo di relazione triennale, gli ordinari potranno rimanere dietro la cattedra non oltre 70 anni, nuove modalità dei concorsi con rappresentanza minima dei commissari interni, fusione e federazione degli atenei più piccoli.

Ecco i punti chiave del ddl:

RICERCATORI. Passano a tempo determinato con il cosiddetto "tenure-track" per 3 o massimo 5 anni. A quel punto potranno ottenere solo un contratto triennale rinnovabile una volta. Quindi, se superano il concorso diventano associati, altrimenti sono esclusi definitivamente dagli atenei. I ricercatori di ruolo devono riservare ogni anno alla didattica integrativa un massimale di ore. Per quelli di lunga data l'immissione in ruolo è ad esaurimento. Scende da 36 anni a 30 l’età minima per essere assunti.

CONCORSI. Il ministro Gelmini promette concorsi per il passaggio da ricercatore a professore associato. Per questa posizione, però, ha parlato della possibilità di assumere soltanto 1.500 docenti per l'anno accademico 2012-2013.

ABILITAZIONE. Per diventare docente ordinario o associato sarà indispensabile ottenere l'abilitazione scientifica tramite un concorso unico a cadenza annuale. I vincitori saranno inseriti nell'albo nazionale degli idonei da cui le università dovranno attingere. Le commissioni saranno composte da ordinari e questo punto è stato oggetto di molte critiche. Fra chi protesta c’è chi chiede il ruolo unico per la docenza.

PRECARI. È l'esercito dei docenti a contratto, che da anni tengono i corsi gratis o pagati pochissimo e che spesso mandano avanti i corsi di laurea coprendo i buchi. I contrari alla riforma ricordano che si tratta di decine di migliaia di persone ma il ddl non affronta la questione.

FONDI. Nella riforma non ci sono certezze sui finanziamenti e gli atenei non hanno ancora ricevuto i fondi per il 2010. Tremonti annuncia che nella legge di stabilità in via d'approvazione ci sarà un finanziamento di 800 milioni di euro.

RETTORI. Tra le modifiche al testo più importanti approvate nelle ultime ore figura quella riguardante i futuri rettori: la norma in vigore prevede che possano rimanere in carica fino a 16 anni; la riforma votata a fine luglio al Senato prevedeva un massimo di 8 anni (due incarichi da 4 ciascuno); l'emendamento approvato in Aula alla Camera prevede invece che potranno restare in carica solo un mandato e per un massimo di sei anni. I rettori potranno essere sfiduciati in qualunque momento dal Senato Accademico, ma a questo organismo servirà una maggioranza qualificata (3/4 dei membri) per poter proporre la mozione al corpo elettorale.

GOVERNANCE. La riforma introduce cambiamenti quadro, saranno poi gli statuti dei singoli atenei a stabilire le regole. L’organo di governo più importante diventa il Consiglio d'amministrazione, cui potranno essere ammessi anche componenti esterni fino al 40% del cda. Molte le nomine che spettano al rettore

VALUTAZIONE. Introdotti criteri di valutazione per i singoli atenei collegati a una quota di finanziamenti premio che si aggira intorno al 7%. Del monitoraggio si occuperà l’Agenzia nazionale di valutazione dell’università (Anvur). Arrivano criteri di  valutazione anche per i singoli docenti: ogni 3 anni dovranno presentare una relazione e se il voto sarà negativo salteranno gli scatti.

PICCOLE UNIVERSITA' ADDIO. Previsto l'accorpamento degli atenei più piccoli e la razionalizzazione delle facoltà che non potranno essere più di 12 per università. Saranno eliminati i corsi seguiti da pochi  studenti. Per gli atenei con problemi di bilancio si può arrivare al commissariamento. Le università che utilizzeranno più del 90% dei finanziamenti statali per le spese fisse (personale e ammortamenti) non potranno bandire concorsi per nuove assunzioni.

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Comunicato del Coordinamento di Ateneo di Palermo del 22 Novembre 2010
post pubblicato in Notizie ..., il 22 novembre 2010


 

E' INDETTA PER MERCOLEDI' 24 NOVEMBRE A PARTIRE DALLE ORE 10.30 UNA ASSEMBLEA DI ATENEO PERMANENTE CHE SI SVOLGERA' PRESSO L'AULA MAGNA DI INGEGNERIA PER L'INTERA GIORNATA (SE I LOCALI NON SARANNO DISPONIBILI COMUNICHEREMO TEMPESTIVAMENTE IL NUOVO LUOGO).
E' PREVISTA LA PROIEZIONE DELLA DIRETTA DALLA'AULA DEI LAVORI PARLAMENTARI SUL DDL GELMINI CON DIBATTITO SUCCESSIVO ALLE EVENTUALI PAUSE E DIBATTITO FINALE CON DELIBERAZIONE DELL'ASSEMBLEA
 
DATA L'IMPORTANZA DEL MOMENTO SI INVITA ALLA MASSIMA PARTECIPAZIONE E A SOSPENDERE LE LEZIONI INVITANDO TUTTI GLI STUDENTI A PARTECIPARE.
NEL RICORDARVI CHE LA MOBILITAZIONE E' NAZIONALE E CHE, OLTRE AL PRESIDIO INTERSINDACALE PREVISTO DAVANTI A MONTECITORIO, OGNI ATENEO DARA' VITA A DIVERSE FORME DI MANIFESTAZIONE, RICORDIAMO A TUTTI CHE IL DDL CHE RITORNA ALLA DISCUSSIONE E' PEGGIORATO ATTRAVERSO L'ELIMINAZIONE DI ALCUNI EMENDAMENTI INTRODOTTI.
RIPORTIAMO SOTTO L'ELENCO DEGLI EMENDAMENTI CANCELLATI:
- eliminazione del ripristino degli scatti di anzianità per i giovani ricercatori sbandierato dalla Gelmini in tante televisioni (art. 5 bis del testo approvato in commissione Cultura)
- definanziamento degli incentivi per l’internazionalizzazione del sistema universitario e in particolare per insegnamenti o corsi di studio che si tengono in lingua straniera (art. 2, comma 2, lettera l)
- possibilità di assorbimento da parte del ministero dei risparmi generati da eventuali fusioni di atenei, dopodiché non si capisce con quali incentivi si realizzeranno tali processi (art. 3, comma 3)
- soppressione del trasferimento dei beni demaniali in uso agli atenei (art. 3bis)
- obbligo di restituzione dei buoni studio anche da parte degli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti (art. 4, comma 1, lettera b)
- cancellazione nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) per il diritto allo studio dei seguenti obiettivi: borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura, alloggi; dopodiché non si capisce che cosa rimanga (art. 5, comma 6, lettera a)
- nei passaggi di livello eliminazione dell’aggancio alla classe quarta per la rivalutazione iniziale che era stato introdotto a parziale compensazione della mancata ricostruzione di carriera (art. 8, comma 3, lettera b)
- definanziamento della retribuzione integrativa per i ricercatori che svolgono didattica o attività gestionali (art. 9 comma 01)
- eliminazione della soglia minima di 20 mila euro annui per gli assegni di ricerca (art. 19, comma 6)
- ammissione che non si tratta di una vera tenure track poiché la conferma di ruolo è condizionata con norma esplicita alla disponibilità delle risorse (art. 21,comma 5)
- mancato riconoscimento delle prestazioni dei contratti a tempo determinato ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza (art. 25, comma 10quater)
- cancellazione della norma relativa ai concorsi per associato che non ha copertura finché non viene approvata al Senato la legge di stabilità.
 
MOBILITIAMOCI E DIFFONDIAMO QUESTE NOTIZIE A TUTTI I NOSTRI CONTATTI E DENTRO LE AULE CON GLI STUDENTI.
                       INVITIAMO ANCORA ALLA MASSIMA PARTECIPAZIONE

La storia di Marx s'inscrive, da un capo all'altro, in un processo di militanza contro l'autorità.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 novembre 2010


Marx libertario

 


 di Maximilien Rubel - Traduzione e note di Marco Melotti

[Vorrei ricordare Marco Melotti con un testo che egli stesso aveva curato, tradotto in italiano, e diffuso attraverso la rivista Vis-à-vis.] (Gioacchino Toni)

Nel centenario della morte di Marx questo saggio, pubblicato dieci anni fa, avrebbe bisogno di una revisione, per rinforzarne la tesi centrale: la fondazione da parte di Marx di una teoria politica dell'anarchismo (1). Se si astrae dalla tradizionale critica di carattere puramente formale, di cui questa teoria è oggetto da parte di ideologi anarchici e libertari, occorre ammettere che il vero dibattito sui modi di transizione delle società dominate dal capitale e dallo Stato è molto lontano dall'essere iniziato. Di massima, il verbalismo prende il posto di argomento privilegiato nei due campi, anarchico e marxista, senza che sia preso realmente in considerazione l'insegnamento del principale interessato. Il fatto che la quasi totalità delle risoluzioni “politiche”, redatte da Marx per i successivi congressi dell'Internazionale operaia, abbiano ottenuto l'accordo unanime dei delegati, basta, tuttavia, per riconoscere l'inanità delle critiche sedicenti antiautoritarie.

In realtà gli “antiautoritari” non erano certo meno “marxisti” dei loro oppositori, poiché, votando queste risoluzioni di cui essi probabilmente ignoravano l'autore, rendevano omaggio all'autorità di quest'ultimo (2). E che dire del voto unanime, da parte dell'insieme delle sezioni dell'A.I.T., a favore dell'indirizzo su La Guerra civile in Francia, in cui il “vero seguito” della natura della Comune è rivelato in questi termini: “Essenzialmente è un governo della classe operaia, il risultato della lotta della classe dei produttori contro la classe degli accaparratori, la forma politica infine disvelata sotto la quale si compirà l'emancipazione economica del lavoro” (3).
Come fare a non stupirsi di una fraseologia “antiautoritaria” sempre rifiorente, quando si sa che questa concezione del carattere politico della Comune fu condivisa senza riserve sia dagli adepti di Proudhon sia da quelli di Bakunin, il quale, poco tempo dopo, si è ingegnato a diffondere fra i suoi compagni di lotta alcuni libelli in cui Marx è trattato da “rappresentante del pensiero tedesco”, da “ebreo tedesco”, da “capo dei comunisti autoritari della Germania”, come chi si comporta da “dittatore-messia”, da partigiano fanatico del “pangermanesimo” (4). Che dire di quei “Documenti probanti” in cui Marx è descritto, da una parte come un “economista profondo... appassionatamente votato alla causa del proletariato”, come “l'iniziatore e l'ispiratore principale della fondazione dell'Internazionale” e, d'altra parte, come un dottrinario che “è giunto a considerarsi molto seriamente come il papa del socialismo, o piuttosto del comunismo”? Il che significa in altri termini, che, “per l'intera sua teoria, egli è un comunista autoritario, che vuole come Mazzini... l'emancipazione del proletariato attraverso la potenza centralizzata del proletariato”. Che cosa pensare di un “anarchico” o di un “comunista rivoluzionario” che crede ed afferma che l'ebreo Marx è circondato da una “folla di piccoli giudei”, che “tutta questa gente ebrea”, questo “popolo sanguisuga” è “intimamente organizzato al di là di ogni differenza sul piano delle opinioni politiche”, che esso è “in gran parte a disposizione di Marx, da un lato, e di Rothschild dall'altro” (5)?
Come prendere sul serio un “anarchismo” che, “anti-autoritario” per essenza e per proclama, attribuisce proprio a Marx il glorioso merito di aver redatto “le così belle e profonde considerazioni degli statuti”, e d'aver “dato corpo alle aspirazioni istintive, unanimi del proletariato in quasi tutti i paesi d'Europa col concepire l'idea e proporre l'istituzione della Internazionale negli anni 1863/1864”, dimenticandosi dunque o fingendo di dimenticarsi che la Carta dell'Internazionale fu un documento politico, un manifesto che conferisce alla lotta politica della classe dei produttori il carattere di un imperativo categorico, condizione assoluta e mezzo ineludibile dell'emancipazione umana (6)?
Non Marx, ma Bakunin praticava il principio della liberazione “dall'alto verso il basso”, esaltando la costituzione di un'autorità centralizzata e segreta, di un'élite avente per missione l'esercizio di una “dittatura collettiva e invisibile” al fine di far trionfare “la rivoluzione ben diretta” (7). Confidando nel movimento reale degli operai, Marx sottolineava l'importanza dei sindacati, delle cooperative e dei partiti politici in quanto creazioni “dal basso verso l'alto”, mentre Bakunin, al contrario, ripercorrendo magistralmente la traiettoria di Mazzini, eroe delle spedizioni al margine della vita reale delle masse, progettava per i rivoluzionari italiani, chiamati a coordinare una “grande rivoluzione popolare”, un piano d'azione per sollevare e spingere alla rivoluzione i contadini “necessariamente” federalisti e socialisti. Il programma prevedeva la formazione di un “partito attivo e potente”, un'avanguardia, in realtà, che marciava “parallelamente” ai mazziniani, ma guardandosi bene dal congiungersi con loro e sorvegliando che essi non si infiltrassero nel nuovo partito, ecc.
Non era certamente Marx che, di fronte alle persecuzioni dei governi e delle polizie di cui era vittima l'Internazionale in tutti i paesi del continente europeo, consigliava la creazione, “dentro le sezioni”, di “nuclei” composti dai membri più sicuri, più devoti, più intelligenti e più energici, in una parola “i più intimi”, con la “doppia missione” di formare “l'anima ispiratrice e vivificante di quest'immenso corpo che si chiama Associazione Internazionale dei Lavoratori in Italia, come altrove... Essi formeranno il ponte necessario fra la propaganda delle teorie socialiste e la pratica rivoluzionaria”. Non era Marx che raccomandava agli Italiani così reclutati di formare “un'alleanza segreta” che “non avrebbe accettato nel suo seno che un piccolissimo numero di individui i più sicuri, i più devoti, i più intelligenti, i migliori, poiché in questo tipo di organizzazioni, “non è la quantità ma la qualità che occorre ricercare”; non occorreva imitare i mazziniani e “reclutare soldati per formare piccole armate segrete, capaci di tentare colpi di mano”, poiché, per la rivoluzione popolare, l'armata è il popolo. Non era certo Marx che suggeriva di formare “stati-maggiori”, una “rete ben organizzata e ben ispirata di capi del movimento popolare”, un'organizzazione per cui “non è assolutamente necessario avere una grande quantità di individui iniziati nell'organizzazione segreta” (8).
Si può immaginare quest'uomo, come la personificazione del “comunismo-autoritario”, che si rivolge nel modo prima descritto a una rete segreta di compagni o che impiega i suoi talenti di uomo di scienza e di militante per “convertire l'Internazionale in una specie di Stato, ben regolamentato, ben disciplinato, che obbedisce ad un governo unitario e di cui tutti i poteri sarebbero concentrati nelle sue mani [nel testo di Marx]” (9)?
Come spiegare il fatto che, per suffragare il loro dogma “antiautoritario”, i sedicenti anarchici non possono fare altro che ricorrere all'invocazione ripetuta incessantemente, di alcuni passi del Manifesto Comunista od alla citazione di estratti di lettere private, così come, naturalmente, al richiamo delle manovre, ambigue e subdole, di Marx ed Engels, per far escludere Bakunin ed i suoi fedeli dall'Internazionale? Se è facile comporre un'antologia di scritti giacobini e blanquisti-babuvisti a partire dall'opera di Bakunin, una simile impresa si rivela impossibile se tesa alla dimostrazione del “comunismo di Stato” ipoteticamente esaltato da Marx.
La storia di Marx s'inscrive, da un capo all'altro, in un processo di militanza contro l'autorità. Lo Stato e la Chiesa di Prussia furono il principale ostacolo che il “dottore in filosofia” si trovò di fronte, ormai giunto alle soglie della professione di insegnante universitario: fu il primo insuccesso ma anche il primo stimolo a combattere contro l'autorità politica. Da allora la vita di Marx si confonde con una lotta politica condotta in tutti i luoghi d'esilio così come nel paese natale, dove egli poté tornare nel 1848, non come cittadino tedesco, ma come apolide. Ad eccezione dell'Inghilterra, luogo di relativa libertà, i paesi dove Marx ha soggiornato hanno sempre messo la polizia alle sue calcagna.
Godendo del diritto di libera espressione in Gran Bretagna, egli non si astenne mai dal praticare un giornalismo schiettamente anti-autoritario ed a cercare contatti nell'ambiente del cartismo, allora senza grandi prospettive politiche. A Colonia, a Parigi, a Bruxelles ed a Londra, egli militò secondo le sue convinzioni socio-politiche, non come un avventuriero che fomentava cospirazioni di nessun effetto contro l'ordine stabilito, ma a viso scoperto, là dove le libertà borghesi erano assicurate, e nella clandestinità, quando la borghesia doveva ancora fronteggiare le vestigia dell'assolutismo feudale. In breve, la sua lotta era sempre diretta contro i regimi reazionari e, dunque, autoritari.

Un insieme di principi non merita di chiamarsi “teoria”, se non sviluppa tesi empiricamente verificabili determinandone le norme di realizzazione in modo razionalmente formulabile. La teoria marxiana dell'anarchismo riunisce queste due caratteristiche: essa, da una parte, analizza i fenomeni storico-sociali nel loro sviluppo, col suffragio di testimonianze verificate e verificabili, dall'altra parte, formula pronostici relativamente credibili in funzione dei comportamenti umani e delle tendenze trasformatrici della realtà sociale.
Analitica e normativa, questa teoria non può eguagliare l'esattezza delle scienze naturali, anche se l'epistemologia moderna rimette in questione i presupposti deterministici delle scienze cosiddette esatte, assicurando in qualche modo il trionfo postumo di quel principio del “rischio”, chiave dell'atomismo epicureo (che fu il tema della tesi dello studente Marx, candidato al dottorato in filosofia). In opposizione alla maggioranza dei pensatori che si richiamano all'anarchismo o all'individualismo nichilista (Max Stirner!), scarsamente preoccupandosi, però, dei mezzi pratici che possono condurre a norme di comunità liberate da quelle istituzioni di classe che favoriscono, invece, lo sfruttamento e la dominazione dell'uomo sull'uomo, Marx ha cercato di conoscere i modi di trasformazione rivoluzionaria delle società nel passato, per dedurre da queste esperienze storiche, insegnamenti generali.
Quando egli affermava di aver assegnato alle sue ricerche l'obiettivo ambizioso di “rivelare la legge economica del movimento della società moderna”, aveva già, dietro sé, quasi tre decenni di studi in molteplici campi del sapere. Non è dunque come specialista dell'economia politica che egli si poneva, nella pretesa di rivaleggiare con Adam Smith o David Ricardo ed i loro epigoni. L'originalità del suo metodo doveva esercitarsi nell'analisi dei rapporti umani che sottendono i cosiddetti fenomeni economici, tanto nella loro espressione teorica che nella loro manifestazione pratica. Separare il critico dell'economia politica dal teorico della politica rivoluzionaria, vuol dire precludersi la comprensione del senso profondo della sua opera, ma anche misconoscere l'influenza drammaticamente costrittiva delle condizioni “borghesi”, più esattamente di quella “miseria borghese” che ha segnato tutta la sua carriera di paria intellettuale.
Abbiamo a disposizione molti indici per poter affermare che il Libro sullo Stato previsto nel piano dell'“Economia”, definito da Marx nella Prefazione alla Critica dell'economia politica (1859), doveva esporre anche una “Teoria dell'Anarchismo”. Quando, per commemorare il centenario della morte di Marx, un cronista si rammarica che l'economista abbia avuto la meglio sul teorico della politica, egli sembra proprio fondarsi su questo progetto che, però, a Marx non fu concesso di portare a compimento (10). Ora, l'autore della “Critica” afferma di disporre di “materiali” destinati a cinque “rubriche” o “Libri”; parla anche di “monografie” suscettibili di modificarsi, con l'aiuto delle circostanze, in scritti elaborati conformemente allo schema delle due triadi da cui facilmente emerge il rapporto con il metodo dialettico di un Hegel precedentemente “raddrizzato” (11). L'alone di leggenda che circonda l'opera di Marx ha finito per raggiungere un grado di mistificazione mai toccato, e bisogna necessariamente ammettere che “libertari” ed “anti-autoritari” hanno contribuito per una parte non trascurabile a questo, facendosi anche complici, spesso involontari, degli ideologi liberali e democratici arruolati al servizio degli interessi del capitalismo vero contro quel socialismo, falso, che si cela sotto il vessillo del demone totalitario.
Per la verità, è proprio “il politico” che attraversa da un capo all'altro l'intera opera di Marx, rimasta frammentaria per ragioni evidenti. Per ciò che riguarda la “monografia” menzionata fra i materiali parzialmente redatti come testo provvisorio del “Libro”, essa potrebbe essere ricostruita a partire da elementi sparsi ma numerosi, presenti in quasi tutti gli scritti, pubblicati e inediti, ormai accessibili, grazie alle edizioni e riedizioni di cui fu iniziatore Engels. Queste riedizioni si scaglionano, fin dalla sua scomparsa, per più di otto decenni, all'inizio dei quali la questione posta da Kautsky a Marx nell'aprile del 1881 sembra infine ricevere una risposta definitiva grazie all'impresa editoriale più recente, la “Marx-Engels-Gesamtausgabe” (12).
Si sa dunque ora che Marx non ha mai smesso di lavorare per la “rubrica” intitolata “lo Stato”. E' infatti con una critica della morale politica di Hegel che egli ha cominciato la sua carriera di uomo di scienza “impegnato”, così come la ha terminata con un lavoro sulle prospettive rivoluzionarie nella Russia zarista. Soprattutto si sa che il primo progetto del “Libro sullo Stato” porta la data del 1845, quando Marx aveva appena scritto il primo abbozzo di una critica dell'economia politica. Trattare di un tema come “Marx teorico dell'anarchismo” senza sottoporre questo progetto al giudizio dei lettori e, più particolarmente, di quelli che non si stancano mai di accanirsi contro il “comunismo di Stato”, vuol dire privarsi di un argomento capitale. Ecco dunque gli undici temi scritti da Marx in un taccuino usato durante gli anni '44-'47, non essendo possibile stabilire la loro data precisa:

I La storia della genesi dello Stato moderno o la Rivoluzione francese. La tracotanza del politico (des politischen Wesens): confusione con lo Stato antico. Rapporto dei rivoluzionari con la società borghese. Sdoppiamento di tutti gli individui in borghesi e cittadini (Bugerliche und Staatswesen).

II La proclamazione dei diritti dell'uomo e la costituzione dello Stato. La libertà individuale ed il potere pubblico. Libertà, eguaglianza ed unità. La sovranità popolare.

III Lo Stato e la società civile.

IV Lo Stato rappresentativo e la Carta. Lo Stato rappresentativo costituzionale, o lo Stato rappresentativo democratico.

V La separazione dei poteri. Potere legislativo e potere esecutivo.

VI Il potere legislativo ed i corpi legislativi. Clubs politici.

VII Il potere esecutivo. Centralizzazione e gerarchia. Centralizzazione e civilizzazione politica. Sistema federale e industrialismo. L'amministrazione pubblica e l'amministrazione comunale.

VIII Il potere giudiziario ed il diritto.

IX La nazionalità ed il popolo.

X I partiti politici.

XI Il diritto di voto, la lotta per l'abolizione (Aufhebung) dello Stato e della società borghese (13).

Marx si impegnò, nel febbraio del 1845, a cedere a un editore tedesco l'esclusività di un'opera in due volumi, che aveva per titolo Critica della politica e dell'economia politica. Si può dunque essere autorizzati ad affermare che lo schema precedente doveva servire all'autore, come quadro di riferimento per intraprendere i suoi studi. Molti dei temi enumerati erano stati già trattati negli scritti redatti da Marx prima dell'anno 1845, altri, invece, saranno oggetto dei suoi lavori durante tutta la sua attività di storico, di cronista politico e di polemista. “Il politico” sarà alla base dei suoi rapporti con gli anarchici affiliati alla Internazionale operaia.
All'elenco dei testi già menzionati, occorre aggiungere uno scritto polemico di una concisione e di una ironia tali che meriterebbe di essere citato per intero, in quanto documento conclusivo della teoria politica che si sviluppa da tutto l'insieme dell'opera marxiana e ne legittima la tensione strategica, finalizzata alla causa dell'anarchia.
Con un abile gioco di prestigio, Marx dà la parola a un difensore dell'“indifferentismo politico”, in modo che i discorsi citati, prima ancora di essere commentati, rivelano l'inanità del ragionamento sedicente anarchico. Basta modificare il carattere ironico del discorso fittizio, per giungere a ricostruire la concezione positiva del preteso “comunismo di Stato”:
“La classe operaia deve costituirsi in partito politico, essa deve intraprendere azioni politiche, a rischio anche di urtare gli "eterni principi" secondo i quali la lotta contro lo Stato significa il riconoscimento dello Stato. Essi devono organizzare scioperi, lottare per salari più elevati o impedire la loro riduzione, al rischio di riconoscere il sistema del salario e di rinnegare i principi eterni della liberazione della classe operaia”.
“Gli operai debbono unirsi nella loro lotta politica contro lo Stato borghese, per ottenere concessioni, a rischio di urtare principi eterni accettando compromessi. Non c'è motivo per condannare i movimenti pacifici degli operai inglesi e americani, così come le lotte dirette a ottenere un limite legale della giornata lavorativa, dunque tese a concludere compromessi con imprenditori che potranno sfruttare gli operai solo dieci o dodici ore, invece di quattordici o sedici. Essi devono sforzarsi di ottenere l'interdizione legale del lavoro in fabbrica delle ragazze che hanno meno di dieci anni, anche se, con questo mezzo, lo sfruttamento dei ragazzi al di sopra dei dieci anni non è affatto soppresso - dunque, nuovo compromesso che urta la purezza dei principi eterni!”.
“Gli operai debbono esigere che lo Stato - come accade nella Repubblica americana - sia obbligato ad accordare ai figli degli operai la scuola elementare gratuita, anche se l'insegnamento primario non è ancora l'istruzione universale. Il budget dello Stato essendo stabilito a spese della classe operaia, è normale che gli operai e le operaie imparino a leggere, a scrivere ed a far di calcolo grazie all'insegnamento di maestri remunerati dallo Stato, in scuole pubbliche, - poiché - è meglio negare i principi eterni che essere illetterati ed abbrutiti da un lavoro quotidiano di sedici ore”.
“Agli occhi degli "anti-autoritari", i lavoratori commettono l'orribile crimine di violazione dei principi, se, per soddisfare i loro meschini e profani bisogni quotidiani e per rompere la resistenza della borghesia, conducono la lotta politica senza ritrovarsi davanti a mezzi violenti, mettendo al posto della dittatura della borghesia la loro propria dittatura rivoluzionaria” (14).
Marx non immagina affatto di indicare questa dittatura operaia come “comunismo di Stato”, nonostante egli impieghi una formula non sprovvista di una certa ambiguità, col dichiarare che il nuovo potere, “al posto di deporre le armi e di abolire lo Stato”, conserva in qualche modo la struttura di coercizione esistente “nel dare allo Stato una forma rivoluzionaria e transitoria”. Queste righe, scritte diciotto mesi dopo la sconfitta della Comune di Parigi, ci provano che, nella teoria politica di Marx, gli avvenimenti del 1871 in Francia non costituivano un'esperienza suscettibile di essere evocata per illustrare il concetto di “dittatura del proletariato”. Abbiamo segnalato, tuttavia, l'errore commesso da Engels a questo riguardo e anzi, consideriamo utile ricordarlo in questo post-scriptum - che è naturalmente lungi dall'esaurire il dibattito sul tema esaminato - con qualche passaggio di un nostro testo pubblicato nel 1971:
“Engels non poteva ignorare che, per Marx, la dittatura del proletariato era una fase di transizione "necessaria" - nel senso storico ed etico - fra il sistema capitalista e il modo di produzione socialista, ‘negazione' del precedente. La teoria politica di Marx - che egli avrebbe indubbiamente sviluppato nel Libro sullo Stato previsto nel progetto dell' ‘Economia’ - si basa sul principio dell'evoluzione progressiva dei modi di ‘produzione’, ciascuno dei quali crea, nel suo sviluppo, le condizioni materiali e morali del suo superamento da parte del successivo. A causa dei suoi propri antagonismi sociali, il capitalismo prepara il terreno economico e sociale del suo cambiamento rivoluzionario che non ha nulla di un fenomeno accidentale: affinché possa realizzarsi la dittatura del proletariato, le condizioni oggettive e soggettive devono aver raggiunto un livello di sviluppo che renda ogni ritorno indietro impossibile. In altri termini, il postulato della dittatura proletaria esclude l'eventualità di un insuccesso. Una dittatura, per meritare il nome di proletaria, deve raggiungere quel tipo di società di cui essa ha posto le condizioni iniziali. La sua esistenza non può essere dimostrata se non a posteriori. Di conseguenza, l'insuccesso della Comune prova che non vi fu dittatura del proletariato e che non poteva esserci” (15).
Accordando all'opera di Marx un posto eminente fra i contributi a una teoria dell'anarchismo, noi ci sforziamo di preservare l'eredità intellettuale dei pensatori rivoluzionari del XIX secolo. La nuova teoria nascerà da un movimento rivoluzionario su scala mondiale, senza il quale la “legge economica del movimento della società moderna” - che Marx affermava di aver rivelato - avrà la meglio sull'istinto di sopravvivenza e di conservazione della nostra specie. Laddove questa legge dipende dall'analisi scientifica del modo di produzione capitalistico - che sembra tuttavia lontano dall'aver raggiunto il termine del suo sviluppo - l'imperativo categorico della rivoluzione proletaria s'inscrive in quell'etica dell'anarchia di cui Kropotkin ci ha lasciato i prolegomeni (16).


NOTE DELL'AUTORE
con integrazioni, fra parentesi quadre, del traduttore, nonché, quando possibile, sua segnalazione dell'edizione italiana delle opere citate nel testo.


1) Vedi Louis Janover e Maximilien Rubel, Materiali per un lessico di Marx - Stato, Anarchismo. Studi di marxologia, “Quaderni dell'I.S.M.E.A.”, n. 19-20, gennaio/febbraio 1978, pp. 11/161.

2) M. Rubel, La carta della Prima Internazionale. Saggio sul "marxismo" nella Associazione Internazionale dei lavoratori, in Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, pp. 67/68. Il Rapporto del Consiglio Centrale dell'A.I.T., redatto da Marx per il Congresso di Ginevra (1866), contiene, sotto il punto “Lavoro dei giovani e dei fanciulli - dei due sessi”, un paragrafo in cui è detto fra l'altro: “la parte più illuminata della classe operaia comprende benissimo che il suo avvenire come classe, e conseguentemente il futuro dell'umanità dipende dalla formazione della generazione che cresce. Sa che soprattutto i bimbi e i giovani lavoratori devono essere tenuti lontani dagli effetti distruttori del sistema presente. E ciò può essere realizzato soltanto attraverso la trasformazione della ragione sociale in forza sociale: e, nelle circostanze presenti, non possiamo fare ciò se non mediante leggi generali, che vengono attuate tramite il potere dello Stato. Facendo introdurre tali leggi, la classe operaia non accrescerà la forza del potere governativo. Come vi sono leggi per difendere i privilegi della proprietà, perchè non ne dovrebbero esistere per impedirne gli abusi? Al contrario tali leggi trasformerebbero il potere diretto contro di esse in loro proprio agente. La classe operaia allora, tramite una misura generale, farà quanto essa tenterebbe invano di compiere con un numero altissimo di sforzi individuali”. A.I.T. “Resoconto del Congresso di Ginevra”, pubblicato nel "Corriere internazionale", Londra 1867; cfr. G. M. Bravo, La Prima Internazionale, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 176. Votando a grande maggioranza questo rapporto, i delegati, indubbiamente, non si sono accorti di aderire alla teoria del “comunismo di Stato”, costruito più tardi dall'ostinata propaganda di Bakunin e dei suoi amici.

3) Cfr. K.Marx, La guerra civile in Francia, in K. Marx, Scritti sulla Comune di Parigi, a cura di Paolo Flores d'Arcais, La Nuova Sinistra / Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 53.

4) Ci asteniamo qui dal produrre un florilegio di asserzioni razziste e germanofobe che la figura di Marx ha ispirato a Bakunin. Si possono trovare, fedelmente riportate ma scarsamente commentate, negli Archivi Bakunin, Vol.I, Michail Bakunin e l'Italia 1871-1872, 2^ parte: “La prima Internazionale in Italia e il conflitto con Marx”, Leiden 1963. La prevenzione "antiautoritaria" dell'editore, A. Lehning, non favorisce un giudizio equilibrato e chiarificatore sul fondamento teorico d'un conflitto il cui studio dovrà essere ripreso fin dall'inizio, stante la confusione degli epigoni di entrambi i campi, "marxista" e "antimarxista".

5) M.Bakunin, Rapporti personali con Marx. Documenti probanti n. 2, op. cit., pp. 124 e segg. “Ciò può sembrare strano. ... Ah! E' che il comunismo di Marx vuole la potente centralizzazione dello Stato, e là dove c'e centralizzazione dello Stato deve esserci necessariamente una Banca centrale dello Stato, e là dove esiste una simile Banca, la natura parassita degli Ebrei, speculando sul lavoro del popolo, troverà sempre modo di esistere” (ibid. p. 125).

6) Vedi la Lettera agli internazionalisti della Romagna, del 23-1-1972, Archivi Bakunin, Vol.I, 1963, op. cit. pp. 207/228. Bakunin qui fa il suo mea culpa per aver contribuito ad allargare i poteri del Consiglio generale dell'A.I.T. durante il Congresso di Bale (1869) e aver rafforzato in tal modo l'autorità della "setta marxista".

7) Michail Bakunin, Lettera ad Albert Richard, 1° aprile 1870, Archivi ..., op.cit., p.XXXVI e segg. A.Lehning riassume, nella sua introduzione, le attività di Bakunin che tendono a “dare alle masse una direzione veramente rivoluzionaria”, moltiplicando le organizzazioni segrete.

8) M.Bakunin, Lettera a Celso Ceretti, del 13-27 marzo 1872, Archivi Bakunin, op.cit., pp.251 e segg.

9) M.Bakunin, Lettera agli internazionalisti della Romagna, cit., p. 220. Prima di usare l'espressione "marxista" per designare gli amici di Marx, Bakunin parlava di "marxiani" e di "nucleo marxiano".

10) Cfr. Jacques Jullard, Marx morto e vivo, in “Le nouvel Observateur”, 25-31 marzo 1983, p. 60: Marx avrebbe “trascurato la teoria politica” a vantaggio di una “teoria dello sfruttamento economico [ ... ] per nostra sfortuna”.

11) K.Marx, Opere, Pléiade-Gallimard, Tomo I.

12) Questa edizione è dovuta all'iniziativa congiunta degli Istituti del Marxismo-leninismo di Mosca e di Berlino (RDA). Una quindicina di volumi - su un totale calcolato di più di cento - sono stati editi dal 1975.

13) Cfr. Marx-Engels, Werke, Berlino (RDA), vol. III, p. 537. I punti da VIII a XI sono indicati con 8', 8", 9' e 9".

14) Cfr. K.Marx, L'indifferenza in materia politica, pubblicato su l'“Almanacco Repubblicano”, 1873, in Karl Marx e Friedrich Engels, Critica dell'anarchismo, a cura di Giorgio Bakhaus, Einaudi, Torino 1972, pp. 300 e segg. [N.d.r.: Rubel ricorre qui a un classico detournement sul testo marxiano, peraltro dichiarandolo apertamente].

15) Introduzione a Jules Andrieu, Note per la storia della Comune di Parigi nel 1871, Parigi, Payot, 1971, edizione curata da M. Rubel e L. Janover. Il volume sarà ripresentato dall'editore di “Spartacus”, Rene Lefeuvre.

16) Pierre Kropotkin, L'Etica, traduzione dal russo con un'introduzione di Maria Goldsmith, Stock+Plus, Parigi 1979. A un secondo volume è affidato il testo inedito di una bozza di cui la traduttrice riassume il filo di pensiero direttivo, pp. 8 e segg.

E' utile segnalare uno studio italiano, in cui le tesi qui presentate ricevono chiarimenti complementari: Bruno Bongiovanni, L'Universale pregiudizio. Le interpretazioni della critica marxiana della politica, La Salamandra, Milano 1981. Va qui chiarito che Rubel definisce questo suo articolo come “post- scriptum”, in quanto proprio come tale esso è stato pubblicato, alla fine del 1983, su “Les cahiers du vent de chemin”, rivista di tendenza marxista-libertaria, rappresentando un logico completamento di un più corposo saggio che l'autore diede alle stampe molti anni fa, con il titolo di Marx teorico dell'anarchismo, all'interno di una ricca antologia di suoi brani, pubblicata a Parigi nel 1974, con il titolo di Marx critico del Marxismo. Si noti, nel merito, che la traduzione italiana di tale opera di Rubel ha visto la luce soltanto nel 1981, per i tipi della Cappelli, e rappresenta a tutt'oggi (per quanto risulta a chi scrive) l'unico scritto rubeliano comparso nel nostro paese, oltre a un secondo articolo, Tesi su Marx oggi, stampato su “Quaderni del NO“ n.2, nella primavera del 1986, e a un breve contributo, Riflessioni sull'utopia e sulla rivoluzione, comparso nel volume collettaneo, curato da Erich Fromm, L'umanesimo socialista, pubblicato dalla Rizzoli, nel 1975.

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"... quale nervo scoperto hanno toccato le parole di Saviano, per distrarre Maroni dagli assilli di questi giorni, alle prese com'è con una crisi di governo, e indurlo a sporgere querela".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 novembre 2010


Nel suo nuovo lavoro, il sociologo Roberto Biorcio ha analizzato
il modello Lega e i suoi legami comunitari

 
Lite Saviano-Maroni, è caduto il mito della diversità leghista
 
 

Tonino Bucci

No, non era un mistero la storia delle infiltrazioni di mafia al nord, in terra di Lega. Eppure il monologo televisivo di Roberto Saviano, l'altra sera, ha suscitato un putiferio. Con sua stessa sorpresa, a quanto pare, visto che lo scrittore si è limitato a ricostruire i risultati di un'inchiesta dalla Boccassini e da Pignatone. Le parole di Saviano hanno provocato addirittura la reazione di un ministro degli interni, uomo istituzionale ancorché esponente leghista. C'è da chiedersi quale nervo scoperto abbiano toccato quelle parole per distrarre Roberto Maroni dagli assilli di questi giorni, alle prese com'è con una crisi di governo, e indurlo a sporgere querela.
Lo scrittore, dopo le accuse di Maroni che ha lamentato l'assenza di una controparte, si è difeso. Ha sostenuto di aver semplicemente riportato dati acquisiti dalla magistratura; che il politico leghista incontrato dal boss Pino Nieri non è stato arrestato; che la penetrazione della 'ndrangheta a Milano, capitale degli affari, è ormai accertata; che lo scomparso teorico della Lega, Gianfranco Miglio, pensava che la mafia doveva essere costituzionalizzata; che imprenditori e politici lombardi tacciono sul problema dell'infiltrazione mafiosa per il semplice fatto di non voler rinunciare ai capitali del narcotraffico investiti nella regione. Insomma, la criminalità organizzata non è un problema solo del sud, un corollario etno-folcloristico del meridione. Al nord gli 'ndranghetisti cercano un nuovo referente politico nella Lega perché è la principale forza amministrativa locale. Scenario che non apprendiamo ora e che però, ricostruito a parole da Saviano, ha assunto dimensioni pubbliche gigantesche. Vieni via con me ha registrato l'altra sera ascolti da record. Si può discutere se il merito di tanto successo sia da attribuire a Saviano e al suo ambivalente personaggio di eroe/capro espiatorio o all'effetto-battage delle polemiche che hanno preceduto il programma o, infine, al format televisivo (dell'ultima ipotesi, però, dubitiamo fortemente, Vieni via con me è francamente noiosa). Il punto pare un altro. Il monologo dello scrittore ha lasciato un segno perché ha messo in discussione, nel pieno di una cerimonia pubblica televisiva, il principale riferimento simbolico attorno al quale la Lega, fin dalle lontane origini movimentiste e contestarie, ha costruito la sua identità politica: vale a dire, il sentimento di appartenenza al territorio. Il legame con la comunità territoriale andrebbe in frantumi non appena il partito di Bossi cessasse di essere percepito nell'opinione pubblica come un partito diverso da tutti gli altri, come una fucina di amministratori e dirigenti locali senza macchia.
Per molti aspetti, il partito di Bossi appare sempre uguale, in sostanziale continuità con i temi e le parole d'ordine sostenute da vent'anni a questa parte. Questa è la tesi che sostiene anche il sociologo Roberto Biorcio nel suo recente lavoro La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo (Laterza, pp. 182, euro 18). In tutte le fasi politiche, dal regionalismo federalista prima maniera passando per la secessione e l'indipendenza della "Repubblica del nord" fino al federalismo fiscale, le parole d'ordine leghiste sono stati finalizzate alla costruzione di una precisa, salda identità simbolica. L'oggetto di riferimento costante è la «comunità a base territoriale». E' in rapporto a questa che la Lega deve accreditarsi senza ombra di fratture, lontana da ogni sospetto di somiglianza con gli altri partiti e con un sistema dominante di potere variamente definito, ora corrotto, ora clientelare, ora assistenzialista. Per il Carroccio delle origini la comunità era la regione, poi «è stata idealmente dilatata fino a comprendere tutta l'Italia settentrionale (la Padania), restando sempre ancorata ai contesti locali più piccoli. Il progetto centrale del partito fondato da Umberto Bossi è stato quello di far crescere progressivamente l'autonomia delle regioni del Nord, assumendone la rappresentanza politica. Un progetto declinato in varie forme - federalismo, indipendenza, secessione, devolution - che ha sempre rappresentato il punto di riferimento fondamentale per le scelte politiche del Carroccio». Nel corso degli anni ogni spazio politico - pubblico, istituzionale, televisivo o locale che fosse - diventa uno scenario comunicativo entro cui esaltare la connessione sentimentale con la comunità territoriale. Il partito di Bossi riesce a coinvolgere «settori della popolazione in precedenza estranei alla vita politica», a promuovere «nuova militanza», e proprio nel momento in cui gli altri partiti politici perdono radicamento territoriale e scelgono altre forme di comunicazione mediatiche.
I migliori risultati nel radicamento si ottengono «valorizzando i sentimenti di appartenenza alla comunità locale, ricollegati idealmente a comunità più ampie come la regione o la Padania». In questa dimensione comunitaria la Lega - sostiene Biorcio - riesce a unire temi specifici diversi (l'antifiscalismo, l'odio per gli immigrati, la campagna per la sicurezza) e soggetti sociali eterogenei. Nell'elettorato leghista l'appartenenza al territorio si sostituisce per importanza alle differenze politiche tradizionali, quella destra/sinistra innanzitutto. E' la connessione affettiva col territorio che sempre più definisce «l'identità sociale dei soggetti» e la «specificazione dei loro interessi». La Lega è riuscita a unire sotto un comune riferimento etnoculturale soggetti in precedenza contrapposti, come piccoli imprenditori e operai, raffigurati come un unico blocco da difendere contro globalizzazione, concorrenza internazionale e immigrati.
Attenzione, però a non enfatizzare il discorso. «Come opera la Lega per promuovere la partecipazione della gente comune? Il Carroccio ricerca soprattutto un rafforzamento della delega piuttosto che un effettivo allargamento della partecipazione diretta dei cittadini». La capacità di mobilitare l'elettorato alimentando umori e bisogni presenti nell'opinione pubblica va di pari passo con la potenza simbolica. Proprio quella che rischia ora di andare in frantumi, se solo dovesse sbiadirsi l'immagine di intransigenza della Lega.


"Liberazione", 18/11/2010

Proponiamo a tutte le forze della sinistra di metterci insieme per far sì che il profilo di questo fronte democratico sia il più avanzato possibile. Lo diciamo a Sel; lo diciamo a Sinistra critica; lo diciamo a ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2010


Ferrero: «Governo di transizione? Ci interessa altro»

Intervista al Segretario nazionale di Rifondazione Comunista
    di Romina Velchi


Fronte democratico con le forze di opposizione per sconfiggere Berlusconi; unità della sinistra per far valere i contenuti sociali che servono per cambiare il Paese. Prosecuzione della mobilitazione sociale avviata con il 16 ottobre. Si muove su queste tre assi la proposta del Prc riguardo al delicato momento politico. Ma è inutile che ne cerchiate traccia su giornali, radio e tv: non la trovereste. Ed appare piuttosto paradossale, in questo senso, la rissa attorno alla presenza di Fini e Bersani alla trasmissione di Fazio: quella sarebbe par condicio? Ma tant'è. Per fortuna che internet c'è, verrebbe da dire. E infatti, facendo di necessità virtù, anche la comunicazione politica di Rifondazione ha cominciato a sbarcare sul web (se la montagna non va a Maometto...), con un progetto che si intitola "Invisibile-Imperdibile", nell'ambito del quale sono già stati diffusi sei videomessaggi del segretario del Prc, Paolo Ferrero. L'ultimo riguarda proprio la difficile fase politica, entrata in una preoccupante fase di stallo, il cui sbocco non è dato prevedere.

Situazione politica. Cosa dobbiamo aspettarci?

Siamo arrivati alla crisi della maggioranza. Ora speriamo che il governo caschi rapidamente: il rischio è che, nonostante la situazione sia ormai sfilacciata, il governo prosegua per inerzia. Da un lato stanno facendo il gioco del cerino Fini, Berlusconi e Bossi. Dall'altra è evidente che Confindustria e l'Unione Europea non vogliono una crisi prima della finanziaria. Per questo stanno lavorando a spingere la crisi il più avanti possibile e per questo Berlusconi ha detto che andrà alle Camere dopo la finanziaria. All'Europa dell'occupazione non interessa nulla, mentre è molto interessata a garantire l'approvazione di una finanziaria che porta ulteriori tagli. Per quanto ci riguarda, noi auspichiamo che si vada rapidamente alla crisi. Prima se ne vanno e meglio è, come si vede anche dalle iniziative antioperaie del Ministro Sacconi che cerca di distruggere lo statuto dei lavoratori.

E poi?

Caduto il governo si deve andare subito alle elezioni, per un motivo molto semplice: un governo tecnico o di transizione si sa quando parte ma non quando finisce né cosa fa. Basta pensare all'esperienza Dini del 1994: quel governo partì per una breve transizione, ma poi fece una riforma delle pensioni che era grosso modo uguale a quella che avevamo impedito a Berlusconi di fare. Temo moltissimo un governo di transizione, perché è molto concreto il rischio che diventi espressione di un rinnovato patto sociale tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che finisca con l'accettare l'impostazione dell'aumento della produttività e della messa in discussione del contratto nazionale di lavoro che è esattamente quello che dobbiamo evitare.

Quindi la strategia proposta è: crisi di governo prima possibile e poi elezioni. Ma che senso ha andare a votare con questa legge elettorale, cucita su misura del Cavaliere?

Se vi è in parlamento una maggioranza pronta a cambiare la legge elettorale, la cosa è semplice: lo si può fare benissimo per iniziativa parlamentare senza bisogno di un governo di transizione. Basterebbero 15 giorni.

E se la legge non cambia?

Noi proponiamo di costruire un fronte democratico tra tutte le forze dell'opposizione per essere sicuri di riuscire a cacciare Berlusconi. Dico opposizione perché è evidente che Fini è corresponsabile di questi 15 anni di berlusconismo e fa quindi parte del problema, non certo della soluzione.

Ma regge un'alleanza la cui unica ragion d'essere è cacciare Berlusconi?

Impedire a Berlusconi di rivincere le elezioni è un punto decisivo. Dev'essere chiaro a tutti che se Berlusconi vincesse di nuovo avrebbe i numeri, nel 2013, per diventare presidente della Repubblica. Credo fermamente che si debba evitare in tutti i modi di avere il Cavaliere prima presidente del consiglio e poi capo dello stato fino al 2020. Già abbiamo avuto Cossiga negli anni scorsi a picconare la Costituzione repubblicana; credo sia assolutamente da evitare di avere Berlusconi presidente della repubblica per sette anni. Quindi un fronte democratico, una sorta di nuovo Cln per cacciare Berlusconi.

E a sinistra?

Allo stesso tempo proponiamo a tutte le forze della sinistra di metterci insieme per far sì che il profilo di questo fronte democratico sia il più avanzato possibile. Lo diciamo a Sel; lo diciamo a Sinistra critica; lo diciamo a tutte quelle forze che erano in piazza il 16 ottobre con la Fiom. Partiamo da quella piattaforma: giustizia sociale; redistribuzione del reddito; lotta alla precarietà; difesa del contratto nazionale di lavoro; ritiro delle truppe dall'Afghanistan; stop alle grandi opere. Penso davvero che saremmo più forti se tutte le forze che erano in piazza il 16 ottobre andassero a discutere (e a litigare se necessario) con il resto del centrosinistra su questi punti.

Ma questa unità non sembra ancora a portata di mano.

Dentro la sinistra ci sono tante differenze, lo sappiamo. C'è per esempio chi pensa di poter andare a governare il Paese, mentre noi pensiamo di no. Ma questo non deve essere un impedimento per lavorare insieme a costruire un programma che permetta di ottenere il massimo possibile sul piano programmatico. Abbiamo bisogno di sconfiggere Berlusconi e a questo serve il fronte democratico. Per sconfiggere anche Marchionne serve però che la sinistra si unisca su una posizione di alternativa, che faccia valere unitariamente le ragioni della Fiom e dei lavoratori nei confronti del centro sinistra. Insomma, fronte democratico per sconfiggere Berlusconi; unità a sinistra per dare rappresentanza alle ragioni dei lavoratori; e prosecuzione del lavoro di costruzione del movimento di massa. Dobbiamo dare continuità alla manifestazione del 16. Occorre costruire su tutti i territori i comitati "uniti contro la crisi" in modo unitario tra le forze che hanno contribuito alla riuscita di quella manifestazione. Comitati per collegare le lotte e per richiedere lo sciopero generale. Comitati che diano continuità all'azione di lotta per cambiare i rapporti di forza con il padronato.

FONTE: "Liberazione" del 14/11/2010

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permalink | inviato da Notes-bloc il 14/11/2010 alle 20:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
L.180, Art Therapy e "L'espressione artistica dà la misura di come le persone valgono per quello che hanno dentro e non per quello che sanno fare".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2010


Psichiatria,
liberare la 180 dai "normali"
 
 

Fabio Sebastiani


"Il bambino con le braccia larghe" (Ediesse, pp 204, 10 euro) non è solo il racconto di un caso di malattia mentale. Non è solo una "biografia doppia", dell'autore e di suo fratello Paolo. E non è solo l'ennesima testimonianza sul difficile cammino di una legge, la "180", che tutto il mondo invidia all'Italia e che gli italiani non sanno nemmeno che esiste. Gli italiani sanno soltanto che prima c'era il manicomio, e che adesso non c'è più. Gli italiani si lamentano quando un "pazzerello" disturba loro la passeggiata. Gli italiani confondono continuamente il tema della sicurezza con quello della terapia psichiatrica. Gli italiani nemmeno sospettano che in realtà il reinserimento della marginalità è, in qualche modo, il loro reinserimento, il reinserimento di una comunità nel mondo di un accettabile buon senso. E' di questo che parla in fondo il libro. Parla di percorso di vita individuale caratterizzato dalla patologia e quindi necessariamente "allargato". Carlo si assume la responsabilità, tutta sperimentata sul campo, di essere la navicella spaziale che collega mondi tra loro lontani cercando una rappresentazione se non proprio coerente almeno dialogante. Contraddizioni, battaglie, muri di gomma, piccole vittorie e immediati rovesci, questa è più o meno la sintesi della cronaca di questi viaggi. Liberazione ha intervistato Carlo Gnetti, giornalista di "Rassegna Sindacale" ed esploratore della "Legge 180". Del libro si parla oggi  con l'autore e con Massimo Marà, psichiatra e psicoterapeuta, Roberto Tatarelli, Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale (La Sapienza Università di Roma, Sant'Andrea) al Teatro Basaglia, Piazza Santa Maria della Pietà 5 (Padiglione centrale, I piano, dalle 9 alle13). La presentazione è a cura di Gianfranco Palma, direttore Dsm Asl Rm; modera Tarcisio Tarquini, giornalista e presidente di Editcoop.


La storia tua e di tuo fratello, la vostra storia, insomma, illustra benissimo come la famiglia non è soltanto l'oggetto della cura ma anche il soggetto di un intervento complesso e articolato.
All'inizio della vicenda gli aspetti psicanalitici sono stati sicuramente prevalenti. Poi però si sono rivelati fallimentari perché non hanno avuto effetto su Paolo ma soprattutto sulla sua famiglia. Poi c'è stato un secondo elemento sempre legato alla psicanalisi, quello della rottura del cordone ombelicale. Questa pure è stata una tappa fondamentale nella sua malattia. A quel punto sono rimasto l'unico punto di riferimento. Paolo è stato isolato dal resto della famiglia. Il coinvolgimento dei famigliari andava quindi ricollocato in una diversa prospettiva.

Che tipo di problemi ha posto questo passaggio?
Dalla comunità è stato espulso perché il criterio era il reinserimento. Non essendo riuscita in questa mission è stato espulso per naturale turnover. Ci sono tipi di malati che si cronicizzano che non sono reinseribili. E' questo il punto. La comunità, comunque, di quel gruppo di quindici ne ha reinseriti dieci.

A quel punto sei dovuto reintervenire ancora tu...
A quel punto ho dovuto fare da interlocutore in questa fase di espulsione e di inserimento nella casa famiglia (ritorno nel possibile alveo della famiglia). Non è stata una cosa semplice. Mi sono trovato a decidere da solo anche per lui. Questo ti pone una serie innumerevole di problemi, di punti di vista, di valutazione completa delle motivazioni. Sono stato l'interlocutore unico nel momento della dimissione di Paolo dalla comunità. Mi sono trovato a decidere su cose che riguardano la vita di una persona. Il periodo della casa famiglia è stato anche interessante per certi aspetti perché in qualche modo Paolo ha anche acquisito alcuni diritti civili, come il voto. In una casa famiglia non sei più in una istituzione chiusa. Ma Paolo non poteva reggere la spinta alla responsabilizzazione. E così è stato escluso.

Dicevamo del ruolo mancante tra l'istituzione e il malato...
Tutta questa vicenda dimostra che pur essendo sotto la responsabilità pubblica manca quell'interlocutore unico che non ti costringa ogni volta a ricominciare tutto da capo. Alla fine ci si occupa del caso ma non della persona. Ho dovuto proprio fare da tramite tra Paolo e l'istituzione, non intesa come soggetto unico. Lui in realtà ha fatto quasi una sua evoluzione chiudendo con la sua storia il cerchio della legge 180. Una delle sue ultime esperienze è stata a Colle Romano che è la riproposizione del maniconio pura e semplice, forse a misura d'uomo ma sempre istituzione totale.

La chiusura dei manicomi a cosa ha portato?
Alla riproposizione di tanti piccoli manicomi sparsi nel territorio. Poi ci sono le Rsa che sono dei posti riservati ai malati cronici all'interno di altre strutture come cliniche e case di riposo. La differenziazione adottata in questo tipo di strutture, in sé, a seconda del tipo di malattia, può essere una cosa positiva, ma alla fine vedi che nella gestione quotidiana non ci sono troppe sottigliezze.

La crisi della 180, quindi…
La sanità è stata oggetto solo di tagli e non di investimento qualitativo. La psichiatria nell'ambito della sanità è stata sempre considerata una cenerentola. La psichiatria avrebbe bisogno invece di un approccio articolato e problematico. C'è stata qualche speranza di cambiamento solo quando c'è stata la volontà dei singoli e delle piccole istituzioni.

Però così i tempi si moltiplicano e le situazioni diventano più complesse. Così siamo costretti a rincorrere una materia sociale che si fa sempre più complicata e impenetrabile. E il mondo accademico che dice?
Appunto, è un nodo da sciogliere. C'è uno scontro in atto che è vecchio quanto la legge 180 tra gli organicisti, quelli che considerano la malattia mentale di origine organica e spingono verso una cura che si basa sugli psicofarmaci, e c'è invece una corrente della psichiatria che non è che neghi gli aspetti organici ma è più attenta agli aspetti sociali, ai servizi, all'impatto ambientale della malattia psichiatrica. Finché non si va alla ricomposizione di queste due tendenze e lo Stato non fa un investimento sugli interventi sostanzialmente avremo sempre una ombra pesante. L'ombra pesante è che la società e l'istituzione medica sembrano incapaci di capire che cosa è la malattia mentale e come trattarla in un modo sostanzialmente umano. Il punto è che, al di là della possibilità o meno di guarire dalla malattia mentale, i malati siano trattati come persone umane che hanno diritto di vivere, anche.

E poi c'è una impostazione culturale e politica che sembra regredire…
Il modo in cui il novecento ha trattato la malattia mentale è molto legato al fatto che il malato mentale non rientrava nelle logiche della produzione. Una persona improduttiva, in quanto tale, andava isolata e reclusa. Però piano piano si è preso coscienza. C'è una fondamentale differenza per esempio sul modo in cui viene considerato l'handicap oggi rispetto a quarant'anni fa. Si sta prendendo coscienza che le persone diverse non per forza vanno escluse dalla comunità umana ma vanno incluse e il percorso che porta alla loro inclusione è un percorso molto difficile che prevede anche dei passi indietro. Da questo punto di vista la legge 180 con il suo carico di valori positivi rimane un importante punto di riferimento

Nel tuo libro c'è un bellissimo capitolo, l'ultimo, dedicato alla "Art therapy".
Credo molto alla forza espressiva di questa pratica. Per me addirittura riscoprire a distanza di anni quei disegni è stato riscoprire un aspetto artistico di mio fratello che avevo dimenticato. Ero un po' scettico all'inizio ma rileggendo la relazione certo non si può parlare di un effetto terapeutico però è sicuramente un altro tassello nella umanizzazione della malattia mentale. L'espressione artistica dà la misura di come le persone valgono per quello che hanno dentro e non per quello che sanno fare.


"Liberazione", 12/11/2010

I genitori dei diversabili portano la Gelmini in tribunale
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2010


“Alunni disabili senza diritti”
I genitori portano la Gelmini in tribunale

La riforma riduce drasticamente i fondi per le ore di sostegno. Parte a Milano la prima azione collettiva contro il ministero dell'Istruzione e gli uffici scolatici, accusati di discriminare gli studenti con disabilità

Costretti a tenere i figli a casa, perché la riforma Gelmini ha ridotto drasticamente le ore di sostegno alla disabilità. Per questo i genitori di trenta alunni disabili fanno ricorso contro il ministro e la sua politica dei tagli alla scuola. Si tratta della prima azione collettiva (intrapresa con la collaborazione di Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità, e il sostegno dell’associazione Avvocati per niente) che accusa il ministero dell’Istruzione e gli Uffici scolastici locali di discriminare gli alunni disabili. “La scarsità delle risorse non può giustificare una lesione del diritto all’istruzione. Lo dice il diritto internazionale, ma anche la nostra Corte Costituzionale”.

L’iniziativa è stata illustrata nella sede del Comune di Milano, in occasione di un incontro pubblico sul diritto all’istruzione dei minori con disabilità al quale erano presenti alcune delle famiglie in causa. “Un Paese non può negare il diritto all’istruzione dicendo che non ci sono risorse”, dichiara Livio Neri di Avvocati per niente. “La Convenzione ONU del 2006 sui diritti dei disabili”, spiega l’avvocato, “afferma che il sostegno va garantito nella misura in cui è necessario”. E ancora: “Il tetto al numero di insegnanti di sostegno previsto dalla Finanziaria del 2007 è stato dichiarato incostituzionale perché – stabilisce la Consulta – lesivo di un diritto fondamentale”.

In Lombardia c’è un insegnante di sostegno ogni 2,34 alunni. Il dato, peggiorato rispetto all’anno scorso, mette la regione agli ultimi posti della classifica nazionale, seguita solo dal Lazio. La falce della riforma Gelmini ha messo in ginocchio moltissime famiglie, costringendole a tenere i figli a casa nelle ore di scuola non coperte dal sostegno. “La socialità in classe e l’affetto dei compagni è fondamentale”, assicura la pedagogista Sonia Mazzitelli, che avverte: “Emarginare il disabile nell’età scolare significa emarginarlo nel suo futuro di lavoratore e di cittadino”.

Nonostante le gravi difficoltà, c’è ancora scarsa consapevolezza dei propri diritti. Fino ad ora i ricorsi hanno riguardato singoli casi, che troppo spesso venivano risolti assegnando ore di sostegno sottratte ad altri. “Ecco il perché di un’azione collettiva”, spiega Marco Rasconi, disabile e presidente di Ledha Milano, “per impedire che una coperta troppo corta venga semplicemente tirata da una parte all’altra”. Tra i più restii a intraprendere vie legali sono gli stranieri, che preferiscono non aggiungere problemi a quelli già esistenti. “Un genitore straniero che aveva sottoscritto il ricorso”, racconta ancora l’avvocato Neri, “ha preferito fare marcia indietro”. In tal senso i ricorrenti si augurano che l’iniziativa contribuisca a una maggiore informazione, soprattutto per le famiglie che non possono difendersi o non sanno di poterlo fare. “Certo, nelle nostre condizioni”, sostiene Maria Spalloni, uno dei genitori che hanno fatto ricorso, “dovremmo essere invitati a un tavolo. Invece siamo costretti a rivolgerci a un tribunale”.

“Le risorse ci sono”, protesta Patrizia Quartieri, consigliere comunale e promotrice dell’incontro di ieri. “Il Comune di Milano”, racconta la Quartieri, “concede indistintamente a tutti gli studenti un bonus libri che costa 5 milioni di euro l’anno, mentre la spesa per il sostegno alla disabilità è di 3,7 milioni”. E rilancia: “Senza ledere alcun diritto”, propone, “basterebbe ripensare l’allocazione di queste risorse”. La questione riguarda anche i fondi regionali, che per il novanta per cento finiscono alle scuole private, e soprattutto quelli stanziati a livello nazionale, dove, ricorda la Quartieri, “si preferisce spendere quaranta miliardi in armamenti”. Ne fa una questione di civiltà anche il costituzionalista Valerio Onida, candidato alle primarie del centrosinistra per le prossime comunali di Milano, che ha assistito all’incontro. “Il fatto che non si possa o non si voglia soddisfare i diritti fondamentali delle persone più deboli fa di questa una società non civile”. E precisa: “Siamo di fronte a uno di quei diritti che possono definirsi assoluti, e in quanto tali devono essere soddisfatti. Non può essere una questione di risorse: non ci sono scuse”.

"Il Fattoquotidiano", 12-11-2010

"Siamo in trecentomila"
post pubblicato in Notizie ..., il 11 novembre 2010


Nichi Vendola - Lettera ai sostenitori di Facebook: "Siamo in trecentomila"

http://www.youtube.com/watch?v=NCm2aOshTUE&feature=player_embedded


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permalink | inviato da Notes-bloc il 11/11/2010 alle 8:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ho ascoltato due tizi che parlavano tra di loro e dicevano ...
post pubblicato in Notizie ..., il 9 novembre 2010


Discurrùta tra du' cumpàri:

Bos: 'u vidi chiddu ca succidìu ni lu Venitu?
Ber: e chi ci pozzu fari iu!
Bos: comi chi ci po' fari! Hai a nèsciri i pìcciuli!
Ber: fammi pinsari ... Ci parri tu cu' Fin?
Bos: ci parru ci parru, ma finu a Natali pirò, accussì ddi povireddi di la nostra Corti si ponnu pigghiari 'a pensioni! Chi dici?
Ber: si po' fari, cumpa'! Tu parri cu' Fin e iu promettu li pìcciuli, poi ... veni Natali e ... ahahah…comi li vecchi tempi, cumpa' ... ahahaha...
Bos: lu vidi ca mi capìsti? Ma intra Natali, vogghiu vìdiri li pìcciuli pi lu Venitu, nun t‘u scurdàri!
Ber: ma comi! Chi dici?
Bos: salutàmu!
Ber: comi salutàmu!? Veni ca!
Bos: aiu chi fari! Saltàmu
Ber: ma mi pìgghia pu' c...?!
Bos: 'u dicisti 'u dicisti!
Ber: !?


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permalink | inviato da Notes-bloc il 9/11/2010 alle 13:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Riceviamo da Luana de Rossi e pubblichiamo
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 2 novembre 2010


 

 

 

 

SPARA ALLA LUNA
di luana de rossi

Per quanto riguarda paolo borsellino ho scritto quello che leggete oggi sui giornali, quasi cinque anni passati e senza fare magie, bastava seguire il processo o intervistare la sorella in merito agli avvenimenti per comprendere che quegli accordi tra mafia e stato erano stati fatti colpendo la nostra democrazia antidemocratica da sempre.

Ora che un uomo dei servizi segreti, identificato precedentemente da diversi pentiti e ancora oggi
in servizio presso gli stessi, si trovava nel garage mentre inzeppavano la macchina fiat 600 di tritolo
per farla esplodere accanto a quella di borsellino non dovrebbe risultare una novita', quello che e' importante e' che sia stato finalmente identificato.

Aggiungiamoci poi che quando si parla del tipo di esplosivo usato, non si dovrebbe parlare solo di
accordo tra stato e mafia ma soprattutto visto la presenza dello stesso e quindi dei servizi segreti deviati o diretti, si puo' immaginare che quella strage come quella di falcone sia stata una vera e propria collaborazione tra stato e mafia.

I due magistrati, semplificando, dalle ultime interviste, avevano compreso benissimo come e dove stava andando la mafia e quali accordi legava per sbarcare al nord, con industriali pronti ad entrare in politica, uno di questi e lo dice lo stesso borsellino non io, era silvio berlusconi sul quale stava indagando.

In poche parole si potrebbe dire che la mafia metteva bombe in giro per l'italia, lo stato non
sapendo come fermare quelle stragi decise di fare un accordo con la stessa, falcone e borsellino
compresero che il loro mandato si era concluso, davano fastidio non solo ai mafiosi ma anche allo stato, perche' entrambi avrebbero denunciato quell'accordo e quindi furono fatti sparire con una bella
collaborazione, tra pizza e fighi avvelenati.

Sono in macchina mentre rifletto su queste storielle che poi sono le generazione da cui proveniamo e
mi viene in mente che se tutto questo si e' realizzato come si e' realizzato, oggi colpire la mafia significa colpire silvio berlusconi. E la mafia non l'arresta di certo lo stato come dice maroni...ma la magistratura, quindi la guerra e' in atto con tutte le difese e l'attacco che finiranno sulle nostre pellacce ignoranti.

Inoltre mettiamoci anche che la storia in USA e' cambiata e gli americani di oggi non vedono di buon
occhio un silvietto che fa accordi con putin mafia russa e gheddafi.

Nel traffico gli altri automobilisti mi suonano,,, a signori' moviteeee … quasi disturbassero questi pensieri sento le banalita' superarmi... intanto bunga bunga non va a trans ma a mignotteeee
si ma minorenni e in italia fare sesso con le minorenni e' reato si chiama pedofilia oltretutto c'e' anche
l'abuso di potere se la minorenne andata a letto con silvio si fa arrestare lo STATO non deve telefonare per liberarla immediatamente perche' e' la minorenne di silvio ...a signori' se fara' na legge pe nun anna in galeraaaa e anche questo e' illegale e anticostituzionale... aooo frega te pe primo... prima che te freganoooo... e via dicendo.

Questi sono i figli dei partigiani di coloro che hanno fatto l'italia questi oggi sono la maggioranza
vecchi imbottiti nel traffico senza una via d'uscita e che difendono lo smog.

Ad un tratto spunta la LUNA... piena gonfia lucente con un velo di nuvola appare in sottana... siamo un puntino nell'universo, ma non siamo soli e la sua presenza lo dimostra.

Nessuno la osserva, nessuno pensa che quella MAGNIFICA LUNA con la sua ESISTENZA visibile e
tangibile dimostra che non siamo soli ... c'e' lei e tanti altri e tutti nell'universo.

ma come dimostrare a questi dimenticati ...sfruttati ...educati al lecchinaggio ...massacrati da idee malsane pronti al commercio vittime della pubblicita' e della falsa comunicazione... pigri ignoranti che non leggono un libro neanche sotto tortura... che non sanno scrivere e capire ...che provano difficolta' e noia ogni volta che devono far muovere il cervello...che non siamo soli e quindi non si vive da soli... che bisogna pensare a quelli che verranno... che e' per loro e per la vita dell'universo stesso che bisogna muoversi unirsi senza confini e razzismi e piccole caccole snaturate da caccole.

perche' ... ditemi perche' ... pur di morire cosi' .... manichini in pattumiere senza mai sollevare
sguardo da terra ... avete sparato... ucciso la luna.

Luana de rossi, in "Giornale Namir" http://www.namir.it/

Se volete scrivermi - aaakatia@tiscali.it

 

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