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di Ignazio Licciardi
Soltanto in tre? Ma, allora, si son messi d'accordo nel PD! Era ora! W l'Unità!?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 gennaio 2010


Umbria, sfida a tre alle primarie Pd
In campo Agostini, Marini e Bocci

Umbria, sfida a tre alle primarie PdIn campo Agostini, Marini e Bocci

di Andrea Carugati

Si spacca l'area Franceschini. Bocci in campo alle primarie del 7 febbraio contro il veltroniano Agostini e la bersaniana Catiuscia Marini.



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In Sicilia, i giovani sono disoccupati, inoccupati, sottooccupati? Bene, aiutiamo i Deputati della Regione Sicilia a sostenersi meglio!
post pubblicato in Notizie ..., il 29 gennaio 2010


29/1/2010 (7:17) - INCHIESTA

Sicilia, il lusso degli sprechi

Le macerie della casa di Favara, dal crollo è nata l'inchiesta de "La Stampa" sugli sprechi in Sicilia

Ecco dove finiscono i soldi che mancano per scuole e abitazioni
LAURA ANELLO
PALERMO
 
Alla faccia della superstizione, i novanta consiglieri regionali della Sicilia - che per legge hanno il diritto di farsi chiamare deputati - hanno pensato anche al benefit per il passaggio a miglior vita: un contributo di cinquemila euro per le spese funerarie. D'altronde, se hanno trascorso l'esistenza di agi nelle auguste sale del Palazzo dei Normanni di Palermo - un tempo reggia di Federico II - dovrebbero forse privarsi di incensi, velluti rossi e corone di fiori al momento della dipartita?

Ma anche la vita è bella per il deputato siciliano, l'unico consigliere regionale che abbia compensi equiparati ai senatori, 19.685 euro lordi al mese. Più tutti gli extra, dall'autista ai cellulari di servizio, dai portaborse ai viaggi all'estero (pardon, missioni istituzionali).

Sarà forse per questo - per l'abbondanza in cui vivono gli inquilini dei palazzi del potere - che altrettanta munificenza, liberalità, larghezza viene adoperata per legioni di precari, eserciti di formatori professionali, barellieri delle ambulanze. Il viaggio tra le spese delle amministrazioni siciliane non manca certo di riservare sorprese. Tanto che la gara bandita per acquistare trenta computer portatili per i consiglieri comunali della disastrata Favara - dove due bambine sono appena morte nel crollo della loro catapecchia - appare una tessera infinitesimale di un mosaico gigantesco. Una goccia nel mare. L'antipasto di un pranzo luculliano.

Proprio come i pasti che i deputati dell'Assemblea regionale possono gustare nelle due buvette di palazzo, una aperta pochi mesi fa con la possibilità di optare per menù etnici, dal sushi al pollo al curry. Per un primo gli onorevoli pagano 2 euro e 25, per un secondo 3 euro e 38, per un contorno 1 euro e 13, per il pane e il caffè 75 centesimi. Perché conti così stracciati? Perché il resto è a carico del Parlamento più antico d'Europa. C'è da stupirsi allora se l'apertura di questo punto di ristoro abbia innescato una piccola lotta di classe? I 220 tra commessi, segretari, stenografi non hanno sopportato che l'ingresso sia stato riservato solo a deputati e portaborse. Per loro solo la storica buvette, altrettanto economica ma meno suggestiva.

Così, non c'è da meravigliarsi nemmeno se l'Assemblea - assediata ogni giorno da legioni di disoccupati, cassintegrati, precari, indigenti - abbia speso 216 mila euro per il nuovo logo commissionato dall'allora presidente forzista Gianfranco Miccichè nel sessantesimo anniversario dell'autonomia regionale. E se le celebrazioni, per una ricorrenza che cadeva nel 2007, durino ancora oggi. Mentre è eterna la questione della formazione professionale, sulla quale proprio ieri è stato presentato un progetto di tagli alla spesa da 20 milioni: la Regione spende ogni anno 240 milioni di euro per foraggiare una galassia di migliaia di insegnanti. Pazienza se ogni corso costa alle tasche dei cittadini 108 mila euro, pazienza se viene seguito in media da undici allievi, se soltanto uno studente e mezzo, alla fine, trova lavoro. I calcoli li ha fatti il procuratore generale d'appello della Corte dei conti, Giovanni Coppola: «L'effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena».

Meglio è andata a un drappello di venti giornalisti che invece il lavoro l'hanno avuto dalla Regione, e per chiamata diretta, assunti a tempo indeterminato nell'ufficio stampa con la massima qualifica di capo redattore. Con quelli che c'erano già fanno ventitré, a fronte dei cinque di Palazzo Chigi. Forse per questo, il pm della Corte dei conti ha appena chiesto un risarcimento di sette milioni e 300 mila euro all'ex governatore Totò Cuffaro che li assunse e al successore Raffaele Lombardo che li tiene in servizio. Bazzecole rispetto al buco della Sise, la società che si occupa dei soccorsi con il 118, la cui passata gestione è stata inghiottita in una voragine da 60 milioni di euro, 40 dei quali solo per straordinari. A dispetto del fatto che per ogni ambulanza ci sono dodici soccorritori-barellieri, in totale 3.200 dipendenti, il doppio della Regione Piemonte. I costi? Nel 2008 quasi 90 milioni di euro.

Troppi primati per non innescare una gara di emulazione. Così Palermo, completata la stabilizzazione degli ultimi tremila precari (che costano 55 milioni di euro l'anno e che in passato sono stati impiegati con le più diverse mansioni, da «guardiani della aiuole» a «custodi della fontana municipale»), diventerà il Comune con più personale d'Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti. Più di Milano e Roma. E i giardinieri? Sono mille, il quadruplo che a Torino. Ma al verde sono anzitutto le casse.
"La Stampa", 29-01-10

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Voto plebiscitario per Nichi Vendola. Vai, Nichi!
post pubblicato in Notizie ..., il 25 gennaio 2010


Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

(foto tratta da "il fatto quotidiano" del 25-01-2010)

Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

di Simone Collini

Oltre 200mila elettori del centrosinistra sono andati a votare per decidere con le primarie il loro candidato alla Regione. E Vendola, che a notte fonda viaggia sul 70%, ringrazia: «Di questa contesa resta la passione, ora uniti lavoriamo per sconfiggere la destra». Il candidato del Pd Francesco Boccia: «I pugliesi si sono espressi e i numeri non lasciano spazio ad interpretazioni, Nichi costruisca un'alternativa per allargare la coalizione». Il sindaco Emiliano: «Per il nostro partito dura lezione».
DI' LA TUA

La paura è diventata una risorsa per la politica, una fabbrica di voti!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 20 gennaio 2010


Paure globali, un volume che raccoglie i risultati di un'indagine del Censis su dieci metropoli
 
La città come un reality
chi perde resta fuori
 
 

Tonino Bucci


Non c'è epoca nella storia in cui l'umanità non abbia dovuto fare i conti con una paura collettiva.
Epidemie, guerre, invasioni, deportazioni e terremoti erano in passato eventi incontrollabili, minacce contro l'esistenza stessa di intere città, popolazioni, società. Ma le paure non sono tutte uguali, né identico è il posto che occupano nella scala dei pensieri umani. C'è davvero poco in comune tra l'esperienza tangibile della peste come dovette presentarsi a donne e uomini del Trecento e la catastrofe climatica a tutt'oggi percepita solo come una remota possibilità, un evento proiettato in un futuro indefinito, comunque non in grado di interferire con gli affanni della vita quotidiana. Un individuo del XIII secolo le avrebbe provate tutte pur di contrastare la terribile piaga, si sarebbe dato alla medicina o all'astrologia, sarebbe andato in pellegrinaggio o in processione, avrebbe pregato e raccolto reliquie, sarebbe stato disposto persino a flagellarsi (basta dare uno sguardo a un'interessante storia di John Hatcher, La morte nera , Bruno Mondadori, pp. 344, euro 28).
Oggi la paura, che pure ha acquisito una dimensione planetaria ed è diventata una risorsa per la politica, una fabbrica di voti, una condizione esistenziale per chi vive nelle metropoli, questa paura è più sfuggente, ha contorni incerti, non si rivolge a un oggetto specifico. Non è il pericolo reale ad alimentare le angosce quotidiane - e dire che ci sarebbe di che preoccuparsi, tra inquinamento e devastazione del pianeta. Le paure contemporanee - anzi "liquide" come le chiamerebbe il sociologo Bauman - hanno a che fare più con la percezione che con oggetti o persone reali, più con entità sfuggenti che paiono minacciare l'integrità fisica e individuale che con eventi collettivi. E' il terrorista che potrebbe farsi esplodere da un momento all'altro nella metropolitana e che potrebbe essere chiunque, anche il tuo vicino. O l'immigrato - il nero, l'arabo, il diverso, quello dalla faccia strana - che potrebbe entrare in casa tua e rapinarti, aggredirti, sgozzarti e poco importa se le statistiche dimostrano che non c'è nessun allarme criminalità tantomeno di marca straniera. «Le ansie della contemporaneità appaiono più una nebulosa di sensazioni e impressioni, che non minacce chiare e concrete» si legge nel Rapporto curato dal Censis sulla paura nelle città globali e pubblicato da Laterza nel volume Paure globali assieme agli interventi di economisti e sociologi tenuti in occasione del World social summit di Roma del 2008 (pp. 336, euro 18).

Eppure «questa prevalenza di piccole ansie diffuse, rispetto a una circoscritta presenza di più forti paure non significa che una tale situazione non sia in grado di condizionare la vita degli individui. Semmai, proprio la loro indeterminatezza, l'essere emozioni prima ancora che sentimenti, ne amplifica il portato. Trovarsi in balia di qualcosa che non intravediamo, non conosciamo, ci fa sentire ancora più insicuri perché non riusciamo a controllarlo; a certe condizioni, può portare i turbamenti e le ansie di superficie a trasformarsi in forme più pervasive di angoscia».
La ricerca del Censis è stata condotta poco più di un anno fa in dieci metropoli del mondo (Londra, Parigi, Roma, Mosca, Mumbai, Pechino, Tokyo, New York, San Paolo, Il Cairo) su un campione di abitanti di età compresa tra i 15 e i 75 anni. Il risultato? Si sa che le statistiche hanno solo un valore approssimativo quando cercano di misurare fenomeni che per loro natura non si possono ridurre a "quantità". Ma, al di là dei numeri, qui conta il fatto che la paura oggi è un sentimento col quale deve fare i conti una fetta sempre più ampia di popolazione delle metropoli mondiali. Insomma, è innegabile che le relazioni che gli individui intrecciano nello spazio fisico della città siano segnate dalla paura. Sfilacciamento, degrado, solitudine, diffidenza e ostilità per l'altro - peggio se diverso - sono il terreno fertile per questo sentimento. Negarlo sarebbe come rifiutarsi di guardare il mondo per quel che è.

 La ricerca, però, ci dimostra anche che un conto è la paura, altro la sua percezione, vale a dire l'operazione politica con la quale si vuol veicolare l'immagine di megalopoli arroccate, sopra ogni altra cosa, in un sentimento di timore e panico. La società, «contrariamente all'immagine che ci viene veicolata, vuole gestire i propri turbamenti, sa convivere con le proprie ansie, reagisce alle angosce». Alla richiesta di indicare qual è il sentimento che meglio esprime l'atteggiamento individuale nei confronti della vita, «solo l'11,9 per cento sembra lasciarsi sopraffare dalla paura vera e propria». Sono soprattutto le donne a portarsi dietro i «turbamenti più profondi», seguite da chi possiede «titoli di studio mediamente più bassi» e soprattutto «da chi non può contare su disponibilità economiche sufficienti a garantire la sicurezza materiale». C'è, ovvio, anche una geografia della paura, variabile da città a città, persino con aspetti sorprendenti. «Tokyo, San Paolo e Il Cairo sono le città dove la sensazione di paura supera la scorza della superficie, penetrando più nel profondo e diventando il sentimento dominante per circa un quarto della popolazione: per il 26,6 % a San Paolo, il 23,2 % al Cairo e il 23 % a Tokyo». A detenere la maglia della sfiducia, invece, è Roma. Qui la percezione della paura è contenuta, però «prevale nella popolazione un senso diffuso di incertezza (il 46 per cento) che, non ancora trasformatosi in ansia e angoscia, condiziona tuttavia fortemente il clima metropolitano». Roma si mostra come «la città, tra quelle individuate, in assoluto meno ottimista e fiduciosa». Su questo senso di sfiducia e pessimismo attecchisce la propaganda xenofoba, gli allarmismi (infondati) sull'aumento della criminalità, le campagne d'odio contro rom e rumeni, l'esibizione degli sgomberi per calamitare voti e consensi.

«La paura è un capitale - parole ancora del sociologo Bauman - i cittadini che hanno paura consentono ai politici di dimostrare di essere in grado di fare qualcosa per calmare, placare, tranquillizzare, il loro sentimento di pubblica insicurezza, la loro situazione di paura». Non c'è solo la fobia dell'altro. La precarietà diventa la cifra del mondo intero, di una realtà a un tratto incomprensibile che può cambiare in peggio il corso della vita senza poter opporre alcuna resistenza. «E' una paura che sembra provenire da ogni angolo della società. Improvvisamente, la società per la quale hai lavorato più di venti anni potrebbe sparire, scomparire, tu potresti perdere il lavoro, potresti non trovare più acquirenti interessati alle competenze che hai acquisito impegnandoti molto e con grande fatica». L'effetto è simile a quello di un reality show. Come nel Grande fratello si è consapevoli che a ogni turno si potrebbe venire esclusi dalla competizione, come per effetto di una legge di natura. Ci si sente vulnerabili, esposti, inadeguati a sopravvivere nella gara di tutti contro tutti. L'esclusione, allora, non è avvertita come ingiustizia, bensì come un destino che ci meritiamo. Al posto delle paure collettive del passato, la società molecolare del presente produce solo paure soprattutto individuali. «Ad angosciare sono soprattutto le paure personali, derivanti da pericoli o minacce che colpiscono individualmente, e che mettono a rischio la propria incolumità, fisica e psichica. Sono le paure di una società che corre, in perenne metamorfosi, cui è sempre più difficile per il singolo stare dietro, ed in cui è sempre più ostico conservare le posizioni acquisite».

Solo due città si salvano dal pessimismo. «A Pechino fra ottimismo (36,2%) e entusiasmo (29,2%) la visione positiva della vita riguarda ben il 65,4%. A Mumbai combinando fiducia (49,7%) e ottimismo (33,6%) si arriva addirittura all'83,3%».


"Liberazione", 20/01/2010


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da "L'espresso": "Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia"
post pubblicato in Notizie ..., il 18 gennaio 2010


Silvio, quanto ci costi

di Primo Di Nicola

Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia

 

 


Una vera reggia, dove si moltiplicano dipendenti e sprechi. Con oltre un miliardo di euro l'anno bruciato per alimentare una burocrazia di corte che si allarga a dismisura e conta già 1.400 persone più del previsto. Mentre per allestire i set televisivi degli show del sovrano si spendono cinque milioni e si arriva a pagare 250 euro il noleggio di un computer per una sola giornata. E dove ci sono segretarie con la stessa qualifica e retribuzione dei grandi capi. Una follia, impossibile da immaginare nell'Italia normale dove aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano a tutto spiano per fare quadrare i conti. Ma non alla presidenza del Consiglio dove il miracolo si ripete nei piani più alti della nomenklatura berlusconiana. Prendete Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere che da oltre vent'anni custodisce la sua agenda. E confrontate il suo curriculum con Manlio Strano, autore di saggi su riviste giuridiche e persino del regolamento interno del Consiglio dei ministri, appena nominato dal governo consigliere della Corte dei Conti. Manlio Strano, dopo una lunga trafila al servizio dello Stato, è diventato segretario generale di Palazzo Chigi lo scorso aprile. La sua qualifica? Dirigente generale di prima fascia, il top della carriera pubblica. E indovinate qual è la qualifica della fedelissima Brambilla? Anche lei direttore generale. E la Brambilla non è la sola miracolata. Come lei sono state graziosamente elevate al rango di superdirigenti generali anche Lina Coletta, segretaria di Gianni Letta; Maria Serena Ziliotto, che assiste il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi e Patrizia Rossi, che tiene invece l'agenda del sottosegretario allo Sport Rocco Crimi.

Quella delle qualifiche-facili non è la sola anomalia in cui ci si imbatte scandagliando la giungla della presidenza del Consiglio. Ci sono plotoni di alti funzionari senza incarichi operativi che passano il tempo conducendo improbabili studi, mentre si continua a imbarcare nuovi assunti con pingui stipendi e striminziti curriculum. Secondo i dati che "L'espresso" è riuscito a reperire, a palazzo Chigi lavorano ben 4.500 persone, oltre 1.400 in più di quelle previste nella pianta organica, a dimostrazione del fatto che quella dei dipendenti è ormai una spesa fuori controllo.

La corte dei miracoli La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile: 3 miliardi 621 milioni nel 2006; 4 miliardi 280 milioni nel 2007; ancora di più, 4 miliardi 294 milioni, nel 2008. Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione (23) e dipartimenti retti da sottosegretari e ministri senza portafoglio: i centri di spesa in bilancio sono ben 19. Degli oltre 4 miliardi, più del 70 per cento se ne va per le cosiddette "politiche attive" dei dipartimenti, a cominciare dalla Protezione civile che da sola nel 2008 ha divorato 2.132 milioni. Quello che resta viene inghiottito dal funzionamento dell'apparato, degno di una corte barocca. L'organizzazione di Palazzo Chigi è molto ramificata tra uffici di staff del presidente (consigliere diplomatico, militare, eccetera), quelli sottoposti al segretario generale che assicurano il funzionamento della macchina (bilancio, controllo, voli di Stato, gestione degli immobili) e i dipartimenti retti da sottosegretari e da ben dieci ministri. Senza contare la miriade di comitati e commissioni di cui in molti casi solo con grande sforzi si ravvisa la necessità. È per finanziare questo immenso apparato che le spese hanno toccato la cifra record del 2008, mentre nulla ancora si sa sul rendiconto 2009 che potrebbe segnare un nuovo primato.

Si va in scena Gli italiani conoscono benissimo quanto Berlusconi sia attento alla cura della propria immagine. Non a caso organizza le sue uscite cercando di sfruttarle al meglio a fini televisivi. Quello che i cittadini ignorano è quanto questo costi alle casse di Palazzo Chigi. Per cominciare, il Cavaliere ha reclutato all'interno di una propria struttura ("ufficio del presidente") due personaggi con il compito di curare i suoi "eventi": Mario Catalano, idolo dei cultori del porno soft per essere stato lo scenografo di "Colpo Grosso", il primo spettacolo tv davvero scollacciato degli anni '80, e Roberto Gasparotti, ex teleoperatore Fininvest, cerimoniere dalle maniere forti e dai precedenti poco rassicuranti (vedi box nella pagina accanto) che come responsabile dell'immagine del premier lo precede preparando il "set" e bonificandolo persino dalle presenze sgradite. Ebbene, Gasparotti ha avuto anche lui la superqualifica di dirigente generale. Mentre per esaudire le esigenze sceniche del premier sta contribuendo non poco a fare impennare le spese. Qualche perla tra le tante. Il 29 settembre, l'Aquila, consegna di qualche centinaio di appartamenti ai terremotati in contrada Bazzano. Per Berlusconi è previsto un rigido programma: arrivo alle 15.30, saluti e discorso, poi consegna delle chiavi a tre famiglie.

("L'espresso", 13 gennaio 2010)

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Albert Camus, Lo straniero! L'uomo in rivolta "IO mi rivolto, dunque NOI siamo".
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 8 gennaio 2010


Cinquant'anni fa moriva il grande scrittore franco-algerino in un incidente d'auto
 
Dopo il crollo del Muro
la sinistra riscopra
Albert Camus
 
 

Renzo Paris


Il 4 gennaio 1960, cinquant'anni fa, su una macchina che da Sens puntava verso Parigi c'erano due personaggi illustri: un editore, Gallimard che era alla guida e, accanto a lui, il premio Nobel Albert Camus, che teneva con sé l'ultimo suo parto, il romanzo Il primo uomo. La vettura correva a centosessanta chilometri orari, quando uno pneumatico scoppiò facendola finire contro un albero della carreggiata. Morì lo scrittore, all'età di quarantasette anni.
A ben vedere una morte moderna, come quella di Italo Svevo o di James Dean. Per l'anniversario, Sarkozy ha proposto di inumare le spoglie del grande scrittore nel Pantheon parigino, trovando poco disposta anche la figlia di Camus, Catherine, la splendida curatrice delle opere paterne. Attualmente i francesi sono angustiati dal dibattito sull'identità nazionale e chi sa se la faccenda delle spoglie di un algerino non lo accendino ancor più.
Camus non è stato scrittore di destra, ma questa se n'è inpossessata anche in Italia, come avvenne per Pasolini ad esempio e copiando l'esempio della sinistra che per prima negli anni Settanta del secolo scorso rivalutò proprio tutti gli scrittori di destra, da Céline a Pound a Brasillach. Naturalmente gli unici amici che Camus ebbe in vita in Italia furono Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte che lo invitarono a scrivere sulla loro rivista "Tempo presente" , che allora era per la sinistra in odore di Cia.
Del resto Silone dopo essere stato comunista e in maniera più importante e duratura di Camus se ne allontanò, stigmatizzando i due totalitarismi che occuparono in pianta stabile il secolo scorso, e obbligando gli intellettuali e gli scrittori a stare da una parte o dall'altra. Camus fu uno dei pochi, per la verità, che cercò di uscire dalla tenaglia, buscandosi le reprimende di Sartre che non vedeva allo stesso modo lo stalinismo dell'Unione sovietica come il nazismo tedesco. Si pose al di sopra delle parti per via della sua filosofia umanistica e per quell'uomo in rivolta solidale che lo angosciò fino in punto di morte. Ora la Francia lo festeggia con quattro volumi della collana della Pleiade e con fiumi di articoli su tutti i giornali e settimanali e riviste e numeri monografici e con una fiction che farà rivivere lo scrittore e il suo tempo. Anche da noi per la verità ci sono stati articoli sul cinquantenario ma c'è qualcosa che distoglie. Ed è l'impegno, a cui gli scrittori non sono più abituati, la questione delle idee di uno scrittore che doveva essere un uomo completo, le prese di posizione sugli argomenti più scottanti. Si sa che oggi gli argomenti più spinosi sono trattati dai tuttologi televisivi, da gente che ormai rassomiglia a quella di un circo degradato dove regna la mancanza totale di qualsivoglia coerenza di ragionamento. E speriamo che non venga in mente a qualcuno di loro di parlare di Camus! Oggi lo scrittore, anche quello più per così dire impegnato, è uno che scrive un reportage sulle periferie della sua città o di qualche metropoli, sottolineandone la solitudine. Mai che qualcuno finisse nel delta del Niger per raccontarci che cosa succede lì. Perciò scrittori come Camus ci fanno l'impressione di vecchi elefanti, vissuti in un'epoca adusa a leggere e a scrivere e non a guardare come oggi. Chi ha letto L'uomo in rivolta tra i giovani di oggi? L'ultima volta che è stato aperto era nel 1968 ma in America. In Italia dominava Sartre e la sua attrazione per i goscisti. Ma oggi che anche Sartre è stato seppellito e disseppellito tantissime volte, la cui statua tentenna e molto, che fine farà il povero Camus, vaso di coccio tra vasi di ferro di manzoniana memoria? Già in Francia si è scritto che era un filosofo per liceali, che il suo Mito di Sisifo era una volgarizzazione del concetto dell'assurdo, che anche i suoi romanzi, così decisamente a tesi, chi li legge più? E stiamo parlando de Lo straniero e de La peste. Il teatro poi, quello dell'assurdo, che noia! Ma perchè si prendevano così sul serio gli scrittori di una volta, se oggi i bestselleristi mirano soltanto a far soldi, a vendere di più? Camus è passato nelle forche caudine della Nouvelle critique del Nouveau roman , rifiutando il personaggio e la trama dello strutturalismo di Barthes che però indicò ne Lo straniero un fulgido esempio di "scrittura bianca". Oggi che lo strutturalismo è un lontano ricordo, così come è un ricordo la riflessione del romanziere sul proprio fare, quando il personaggio è tornato con l'autore a dettar legge, come rileggere Albert Camus? Intanto torniamo alla sua vita e alle sue opere. Orfano di padre crebbe con la madre in un quartiere povero di Algeri. Tra i professori di liceo, Jean Grenier lo influenzò. A vent'anni Albert Camus si iscrisse al partito comunista ma se ne allontanò subito per la politica dell'Urss sul mondo arabo. E questo distacco gettò le basi per le sue opere. Fece l'attore e il regista di una compagnia teatrale che metteva in scena testi classici ad uso e consumo di operai e contadini. La tubercolosi gli impedì di finire i suoi studi universitari. Divenne giornalista di "Alger-Repubblicain" dove pubblicò un'inchiesta sulla Cabilia. I suoi primi saggi sono riflessioni filosofiche come Il rovescio e il diritto e Nozze. Nel 1942 scrisse il suo capolavoro Lo straniero e un testo teatrale che ebbe molto successo Caligola e poi Il mito di Sisifo che tradotti in America ebbero molti applausi. Partecipò alla resistenza dalla parte dei partigiani e nel 1946 cominciò a lavorare per la Gallimard, la casa editrice che gli stampò tutti i suoi libri. Nel 1947 prese il premio Nobel, anticipando Sartre che poi lo rifiutò. Del 47 è La peste a cui seguiranno i brani filosofici e narrativi, compreso il teatro. La sua volontà di non giustificare lo stalinismo gli procurò, come ho detto, l'antipatia di Sartre che non lo ebbe a simpatia anche per la sua posizione sulla guerra d'Algeria e sul colonialismo francese, che non era quella dell'autore di Parole. Per quelli della mia generazione Camus fu l'autore de Lo straniero e de L'uomo in rivolta, che acquistai nei miei primi viaggi in Francia negli ormai lontani anni Sessanta. Poi il romanzo a tesi, che aveva origini nobili presso Voltaire e Diderot, si offuscò per via della nuova generazione della neoavanguardia che prese piede anche in Italia e che ci obbligò semmai a leggere Lo straniero come il testo di un maghrebino di oggi che non conosce molte parole e che semplifica al massimo lo stile. L'ironia di Barthes in quella sua scelta credo che pochi l'abbiano colta. La scrittura bianca anticipata dalla storia di uno che spara quattro colpi su un algerino nell'indifferenza generale?
Ma non era la linguistica l'idea dello strutturalismo? Dopo le avanguardie a poco a poco è tornato in auge il personaggio nel romanzo e lo scrittore fa il buono e cattivo tempo sulle pagine dei giornali, ma tutto questo a ben vedere non ha molto da spartire con Camus e anche la scia del nuovo impegno italiano alla Saviano può comprendere l'autore de Il primo uomo, l'ultimo romanzo che racconta con strazio la sua vita con la madre nell'Algeria povera della sua infanzia. Insomma caduto il contesto uno scrittore che in quel contesto ha molto battagliato con i suoi volumi di Actuelles , può anche subire una sorta di cancellazione. Senonchè riaprendo Lo Straniero mi accorgo che le parole mi prendono ancora e che lo leggo ancora una volta d'un fiato. Meno La peste che non sono mai riuscito a finire, mentre i suoi saggi filosofici mi ricordano il sedicenne che li leggeva affascinato dall'idea della rivolta solidale. Se penso ai libri filosofici di Sartre rabbrividisco. Il vero Sartre è nel romanzo La nausea, nei racconti de Il muro e nel tardivo Parole. Anche Che cos'è la letteratura oggi è illegibile. Detto tutto anche di Balzac preferiamo i romanzi ai suoi saggi critici. I filosofi hanno il vizio di tradurre in romanzi le loro idee e quando però sono dei veri artisti come per Camus, è l'arte che domina. Ma com'è che oggi il lettore non vuole più essere istruito, imbeccato? Forse perchè troppe volte ha preso fregature? No, non da noi, che se si esclude Pirandello, le idee sono grame. In Francia la tradizione del romanzo a tesi è illustre e i lettori di quel paese amano la filosofia forse di più della letteratura, ecco perchè le mescolano. E poi in Francia la narrativa pensosa è anche insieme a quella d'amore, non come da noi che per trovare un romanzo d'amore come si deve si fa fatica, come del resto si suda a trovare un romanzo pensoso. Insomma, detto tutto, mi sembra che la vittoria di Camus in questo cinquantenario si debba riassumere almeno in questo: che nel Novecento non c'erano solamente staliniani e hitleriani, ma anche chi, scottato dall'uno o dall'altro totalitarismo, si è ritrovato solo, come un vaso di coccio tra quelli di ferro, come ho già detto. L'attuale temperatura politica in fondo è favorevole a Camus, almeno in Francia, mentre da noi Silone fa fatica a uscire vivo per quella sua opera di spionaggio a favore dei fascisti che storici di peso hanno dimostrato. I discorsi che si sentono da più parti sulla violenza sembrano camusiani e questo vorrebbe dire che si appresta a diventare un classico, se non fosse per la mancanza di certezze che abbiamo sulla fortuna del cartaceo. In fondo Camus non solo non ha previsto l'era di internet, ma nemmeno la crisi del libro, che per quelli della sua generazione che uscivano dalla Seconda guerra mondiale era necessario come il pane. Ci dimentichiamo, spesso, che questi scrittori che amiamo sarebbero sorpresi dinanzi a un computer e al bailamme di internet, e certo non sarebbero favorevoli alla globalizzazione delle merci di oggi insieme alla massificazione delle coscienze. Camus credeva ancora nell'individuo, che se per Sartre era in crisi da molto, per lui algerino, era una conquista. Visto che tutto sommato le idee di Camus possono essere condivise, almeno dopo il crollo del muro di Berlino, perchè non provare a rileggere i suoi romanzi e soprattutto Lo straniero?


"Liberazione", 08/01/2010

Iniziano le Grandi Comiche del 2010! Entrino, signori, entrino! Lo spettacolo è garantito!
post pubblicato in Notizie ..., il 7 gennaio 2010


Regione Lazio, Il Pd verso la Bonino
Udc: "Se è così stiamo con la Polverini"

Casini: "Così appoggiamo il Pdl"!?

Zingaretti: "Novità forte o Emma candidata"!?

La Binetti: "Vado via"!

La situazione regione per regione?!


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permalink | inviato da Notes-bloc il 7/1/2010 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Franco Ferrarotti: "Non basta deplorare"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 gennaio 2010


C'è troppo individualismo
Una politica nuova
può venire solo dal basso
 
 

Tonino Bucci


E' stato l'anno della crisi. Degli operai sui tetti e delle banche salvate dai governi. Cosa vedremo nel 2010 quando esploderanno gli effetti sociali della crisi? Ci rifugeremo nei consumi (un po' ridotti, a dire il vero)? Prevarrà l'individualismo, la lotta di tutti contro tutti? Ce la prenderemo sempre di più con quelli che stanno "sotto" e con gli immigrati?
Leggiamo quel che ne pensa Franco Ferrarotti, il decano dei sociologi italiani, direttore della rivista "Critica sociologica".

C'è la crisi eppure non si vede un ritorno alla politica, anzi. Il disimpegno nella sfera pubblica si manifesta con una fuga nel privato, non crede?
Pubblico e statuale non si corrispondono. Una volta, dire pubblico significava dire lo Stato, oggi non più. C'è un arrabbattarsi alla base della società ma all'insegna di un individualismo esasperato. Come sociologo noto che a differenza di altri paesi in Italia, forse per la prima volta, c'è un vero disagio sociale. Soltanto che le vittime di questo disagio s'illudono di poterlo risolvere individualmente. C'è una frantumazione del legame sociale a favore dell'individuo. Tutto il contrario di quanto accadeva alla fine dell'800, quando nascevano la Cgil e i grandi partiti popolari. Anche il papato si preoccupava, allora, degli effetti sociali dell'economia, pensiamo alla Rerum Novarum . Oggi, invece, di fronte a un disagio economico, ma anche culturale, anche attinente ai rapporti interpersonali, non si vedono atti di solidarietà tra gil individui.

Però, nel corso del 2009, ci sono stati anche episodi di lotte, no?
Certo, ci sono drammatizzazioni. Chi sale sul cornicione del Colosseo, chi sulla gru. Per essere visibili. Ma dietro questo non vedo il sorgere di un movimento di solidarietà. Addirittura ho saputo di casi di giovani precari che venivano alle mani con altri precari. Siamo alla guerra tra poveri. Il capitalismo celebra il suo trionfo individualistico. La crisi è strutturale. Dopo l'aspetto finanziario ed economico, vedremo nel prossimo anno l'esplosione sociale della crisi, la disoccupazione. E per ironia della sorte, allora sì che il capitalismo avrà una forza di ricatto irresistibile nei confronti dei governi. Davvero i governi sono comitati d'affari della borghesia. Sembrava una frase a effetto un po' propagandistica e invece sul serio, i governanti sono dei servi.

Una politica al servizio dei capitalisti. E, in più, incapace di rappresentare davvero la società. Un quadro pessimo, no?
Siamo in una democrazia. Abbiamo una rappresentanza politica, formalmente impeccabile. Ci sono elezioni. Ma questa rappresentanza politica non è più rappresentativa. E' scaduta a rappresentazione. Non è un caso che la politica sia così distaccata dalla realtà. Il politico, anche di sinistra, che va in televisione, è uno che ce l'ha fatta. Con quello stipendio da parlamentare che ha, è come se una saracinesca calasse tra lui e il resto della popolazione. Abbiamo rappresentanti che non si sentono in sintonia con i rappresentati. Questo spiega il politichese, il parlarsi addosso. I nostri politici, quando passano la mattina nelle loro auto blu, fanno pensare a truppe d'occupazione vagamente distratte in un paese straniero che ignorano.

Questa crisi non rischia di alimentare un'antipolitica che fa già parte della storia d'Italia?
Sono d'accordo. Però in Italia si fa più politica fuori della politica ufficiale che non dentro, solo che non viene ancora individuata. Bisognerebbe fare studi più analitici, nei territori, che nessuno sa fare perché la cultura italiana è refrattaria alle ricerche sociali sul campo. Siamo in presenza di una apatia verso la politica ufficiale, ma anche di una forte domanda politica insoddisfatta e frustrata.

E il rapporto tra giovani e politica?
Stiamo assistendo al genocidio di un'intera generazione di giovani. Anche il sindacato è preso nella morsa della sua logica, protegge i già garantiti. Capisco che il sindacato deve difendere quelli che gli danno da vivere con la trattenuta sindacale. E' inevitabile. Però stiamo tornando indietro di un secolo, di nuovo c'è la paura della disoccupazione di massa. Ma mentre in passato c'era un movimento di solidarietà, oggi la paura si traduce in un darwinismo sociale feroce. E' la legge della sopravvivenza. Ciascuno cerca di fare le scarpe all'altro. La competizione capitalistica in qualche modo ha investito tutta la società, è penetrata nei costumi e nei comportamenti individuali al punto da mettere un povero contro l'altro. Oggi l'individuo disoccupato o precarizzato che vive di tre mesi in tre mesi, è formalmente libero sul mercato, ma non ha possibilità di progettare la propria vita e il futuro. Il singolo non ha la forza di rovesciare questa situazione. Non gli rimane che ripresentarsi ogni mattina al call center o in ufficio a fare il promotore finanziario. Questo è il grande capolavoro del capitalismo. Questo fenomeno non è stato studiato in maniera analitica e scientifica, come andrebbe fatto, ma semplicemente deplorato. Non basta deplorare. Qui bisogna andare al cuore del meccanismo.

Eppure c'è da chiedersi: non ci sarà da qualche parte una compensazione, una valvola di sfogo che tiene in piedi il sistema? Non sarà che il consumismo ripaga delle frustrazioni lavorative con la gratificazione dell'ultimo modello di telefonino?
Certo. Ricordo che già una quarantina d'anni fa, in occasione di una mia ricerca fotografica sul ghetto di Harlem a New York, trovai una Cadillac fiammante parcheggiata davanti a una stamberga. Oggi il nostro precario ha il suo telefonino che fa le foto e gira video. Questo consumismo, in apparenza fasullo, ha una funzione compensativa di pseudo-partecipazione sociale.
Le Tesi su Fuerbach di Marx si realizzano. Merce-denaro-merce non basta più, c'è il feticismo della merce, la mercificazione di tutti i rapporti sociali. C'è anche una sorta di partecipazione illusoria. La comunicazione diventa, per quanto priva di senso, il mezzo fondamentale per la visibilità. Nessuno si sente escluso. I media operano come una grande fonte di ipnosi collettiva. Guardiamo i politici in tv. Vale più la "pappagorgia" che l'ideologia. E' il trionfo della chirurgia plastica. Nella politica di oggi non vale più la logica cartesiana, chiara e distinta. C'è il colpo di fulmine sintetico, c'è l'immagine che ti impedisce di pensare. Siamo di fronte a un incantamento collettivo. Il disagio sociale viene mascherato e, insieme, rivissuto nei termini di una partecipazione illusoria.

Così però rischiamo di incartarci nel pessimismo. O no?
Non sono pessimista né catastrofista. L'umanità non è fatta per piangersi addosso. Il disagio sociale c'è e non riesce ad avere rappresentanza adeguata. Deve darsela. Sono convinto che qui e là, a macchia d'olio, ci siano prese di coscienza. Purtroppo la cultura politica italiana ha sempre privilegiato il bel saggio rispetto alla slabbrata ricerca del campo. L'unica fonte di dati è il Censis di Giuseppe De Rita. Però restiamo sempre al livello delle metafore. Questo dovrebbe fare la sinistra estrema, extraparlamentare ed extraufficiale: catalogare i gruppi, le associazioni, i centri sociali che stanno prendendo coscienza alle radici del tessuto sociale. C'è una capacità di inventare nuove forme di lotta politica e di resistenza che viene tagliata fuori, che non ha visibilità, che non accede allo spazio pubblico della comunicazione. Occorre renderla presente.

Ci sono gli emarginati urbani? Non se ne esce per miracolo. Occorre che chi vive il disagio ne diventi consapevole e lo esprima in forme nuove perché quelle tradizionali lo hanno tagliato fuori. La rivoluzione americana è cominciata con i comitati di corrispondenza sulla costa orientale degli Stati Uniti. Mi sembra che la sinistra italiana troppo spesso dimentichi che i vertici sociali non hanno mai interesse al cambiamento. Il cambiamento non può venire che dal basso che però va conosciuto, indagato, messo in relazione e poi tradotto in forme di rappresentanza nuove, anche fuori dalla rappresentanza parlamentare. Sui giornali non c'è traccia di ricerche sul campo. Sul "Wall Street" capita di leggere in prima pagina un'inchiesta, un resoconto della visita a un'industria. Qui da noi c'è subito il commento, e il fatto è assorbito a sostegno del commento. L'analisi sociologica resta separata.
Mi piacerebbe che giornali come "Liberazione" pubblicassero periodicamente ricerche documentate su temi sociali e sui comportamenti individuali. Non dimentichiamoci mai che Marx aveva alle spalle Engels che era un dirigente industriale e conosceva la vita operaia.


"Liberazione", 31/12/2009

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