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di Ignazio Licciardi
Ma Noi del Sud dobbiamo proprio farci "ingabbiare" dai Nordisti della porcilaia? Non ci basta lottare contro la Mafia? Dobiamo lottare pure contro un Governo Nordista?
post pubblicato in Notizie ..., il 6 agosto 2009


«Siamo arrivati allo smantellamento del
contratto nazionale»
 
Paolo Ferrero, segretario del Prc Andrea Rossi/Eidon

Ettore Colombo


«Siamo alla solita, consueta, operazione di depistaggio messa in atto dalla Lega di Bossi e Calderoli. Prima scagliano - e il più lontano possibile - la pietra, poi nascondono la mano. Nel frattempo, l'effetto domino è assicurato». Non ha dubbi, il segretario del Prc Paolo Ferrero, nel commentare la (finta) retromarcia effettuata nel giro di mezza giornata dall'ineffabile ministro Roberto Calderoli (padre dell'indimenticabile e indimenticato "Porcellum"), che prima ha proposto, sic et simpliciter, le gabbie salariali, per i lavoratori del Sud e poi ha finto la mezza marcia indietro, dicendo però non "mi sono sbagliato", ma "buste paga diverse parametrate sui diversi costi della vita tra Nord e Sud". Se non è zuppa, è pan bagnato. Eppure, in diversi ci sono cascati. O, meglio, ci cascano volentieri. A partire dalla Cisl di un altro ineffabile, Raffaele Bonanni. Persino la Uil di Luigi Angeletti non ha avuto il cuore di seguirlo, su questa via. Eppure, «con l'attacco al contratto nazionale che si è aperto "grazie" all'accordo del 22 febbraio scorso da un lato - spiega Ferrero - e con il varo del federalismo fiscale dall'altro, siamo allo smantellamento della validità erga omnes del contratto nazionale di lavoro, come hanno denunciato insieme, e da subito, i segretari della Fiom e della Fp-Cgil Gianni Rinaldini e Carlo Podda. Per via contrattuale di sicuro e magari, prima o poi, per via legislativa. Sintomatico che l'opposizione parlamentare, dall'Udc al Pd, passando per l'Idv di Di Pietro, sia favorevole. Questa è la vera "notizia". Il resto è solo puro depistaggio».

La battuta di Calderoli sulle gabbie salariali lo possiamo derubricare a "colpo di sole" estivo oppure c'è dietro di molto peggio?
Dietro c'è un attacco in grande stile al contratto nazionale di lavoro, cominciato con gli accordi di palazzo Chigi del 22 febbraio. Né, da parte della Lega, ci sono precisazioni che tengano. La Lega continua a voler provocare la guerra tra i poveri e tra Nord e Sud del Paese, quando invece il problema sempre più grave dell'Italia è "la guerra" vera e propria che i ricchi conducono contro il lavoro dipendente, in nome di profitti personali e speculazioni di ogni tipo. Del resto, qualsiasi politica di differenziazione salariale, e da chiunque proposta, è frutto di una cultura segregazionista, che non può aver altro effetto che quello di cristallizzare le sperequazioni secolari di cui soffre il nostro Paese, a partire da quelle tra Nord e Sud. La sola risposta davvero efficace e credibile è intervenire per aumentare finalmente i salari, che in Italia hanno raggiunto i livelli più bassi d'Europa, e ridurre le tasse sul lavoro dipendente, che sopporta da solo tutto il carico della pressione fiscale. Bisogna invece far pagare le tasse ai ricchi, aumentare stipendi e pensioni.

Passiamo al dramma dei lavoratori della Innse. "Mentre Roma discute, Sagunto viene espugnata", viene da dire… Le istituzioni dormono?
No, nient'affatto. Le "istituzioni", come le chiami tu, e cioè il governo, ma anche gli enti locali, a partire dalla Regione Lombardia, adottano molto più semplicemente la loro politica classica: far pagare la crisi ai lavoratori, quando invece la dovrebbero pagare i ricchi. E anche speculatori, evasori fiscali, spacciatori di finanza falsa e fallita, oltre a camorristi e mafiosi veri e propri, tutti grandi beneficiari del decreto anti-crisi, "grazie" allo scudo fiscale. Il caso, altamente drammatico, dell' Innse di Milano, dove da giorni gli operai proseguono, anche da sopra una gru, una lotta decisiva contro lo smantellamento della loro azienda, però, ci sta insegnando molto, a partire dalla capacità di quegli operai di "sfondare" il buco dei media. Ecco perché bisogna saper generalizzare il conflitto. Ecco perché, a partire da settembre, e cioè da un autunno che sarà drammatico, bisogna costruire e articolare vertenze e conflitti dappertutto, generalizzando le lotte e ponendo a tutto il Paese il "vero" problema, il dramma sociale che vivono migliaia di lavoratori.

"Facile a dirsi, difficile a farsi", direbbe Brecht. I lavoratori precari, per dirne una, sembrano silenti, ammutoliti e travolti dalla crisi…
Infatti, e proprio per questo, bisogna saper generalizzare le lotte, schierandosi dalla parte della Cgil e del sindacalismo di base, ma anche fornendo loro un supporto diretto e fattivo, come cerchiamo di fare noi di Rifondazione. Lavoratori che stanno perdendo o hanno già perso il posto di lavoro, che sono in cassa integrazione, e lavoratori precari che vengono sbattuti fuori con un semplice cenno della mano, dai loro padroni, devono unirsi nelle lotte e dotarsi di una forza potente, ampia, generalizzata e, come dimostra la Innse, efficace.


"Liberazione", 06/08/2009

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Uno studio della Cgia rivela che la busta-paga media in Lombardia è di quasi 8mila euro più alta di quella della Calabria
 

Le «gabbie salariali» ci sono già!

Al Sud si guadagna il 30 per cento in meno

 
Lo sciopero degli operai metalmeccanici della Fiat di Melfi che nel 2004 si ribellarono al divario ...

Il giorno dopo, ecco nuovi dati. Che semplicemente ribaltano la questione. Si parla di salari, di salari dei lavoratori dipendenti. Due giorni fa, è ormai risaputo, uno studio della Banca d'Italia aveva rivelato che il costo della vita è più basso nelle regioni meridionali. Al Sud insomma, i prezzi sono inferiori di quasi il diciassette per cento rispetto alle regioni settentrionali. Tanto era bastato perché la Lega - e chi altro sennò? - riproponesse l'antica teoria delle «gabbie salariali». Quel sistema contrattuale in vigore nel primo dopoguerra per cui un operaio di Napoli guadagnava la metà di un collega di Torino.
L'argomento riempiva le prime pagine dei giornali anche ieri mattina. Editoriali, pareri, interviste. Poi, ecco che arrivano altri dati, altri numeri. Che rivoltano di centottanta gradi la situazione. I numeri sono quelli forniti ieri dalla CGIA di Mestre. Si tratta del Centro studi Artigiani, da sempre una delle fonti più attendibili per quanto riguarda le statistiche macroeconomiche.
In pillole, lo studio della Cgia dice che il problema esiste. Esiste, eccome. Solo che è invertito: al Nord gli operai guadagnano già di più dei loro colleghi che lavorano nelle fabbriche dislocate al Sud. Guadagnano una media del trenta per cento in più. Un terzo del salario.
I dati sono davvero impressionanti. E, attenzione, si parla di imponibile Irpef al netto dei contributi previdenziali. Si parla, insomma, di soldi, di quanto viene messo nelle buste-paga. Bene, si viene così a sapere che due anni fa - lo studio, infatti, si riferisce al 2007, l'ultimo anno rilevato - in Lombardia lo stipendio medio era di 22.800 euro. Il più alto fra tutte le regioni. All'altro capo della scala, c'è invece il reddito medio della Calabria: appena 14 mila e 180 euro. Più di un terzo in meno.
In mezzo c'è tutto il resto, ci sono tutte le altre regioni e aree produttive. Con qualche sorpresa: così al secondo posto si «piazza» il Lazio dove il terziario fa crescere un po' lo stipendio medio che arriva a 21 mila e 790 euro. Poi, il Piemonte con 20.710, e appena più sotto l'Emilia Romagna dove gli stipendi si aggirano attorno ai 20.190 euro. E ancora: in Liguria è di 19.820, e in Veneto 19.490 euro.
Poi, nell'elenco, ecco che arriva al Sud. Dove, mediamente, si guadagna meno. A cominciare dalla Campania. Qui, i redditi da lavoro s si fermano a 17.010 euro. Poi si scende: lo studio dice che in Sardegna ci si ferma a 16.480 euro, in Sicilia a 16.190. Poi sempre più giù, fino ai 15.040 della Puglia. Chiude la Calabria, come detto.
Tradotto: questo significa che nel Nord si guadagna un trenta per cento in più rispetto alle aree meridionali. Con un ultimo rilievo statistico: nel '98 - si è scelto quell'anno per un raffronto - le «classifiche» erano pressoché identiche. Anche allora il divario fra la Lombardia e la Calabria era di un terzo (diciamo cinquemila euro, anche se dieci anni fa le buste-paga erano ancora in lire).
Le ragioni di tutto ciò? Una sopra le altre. La spiega Susanna Camusso, segretaria Cgil. Ed è questa: i lavoratori che hanno il minimo contrattuale nel Nord sono il dieci per cento del totale, al centro il 30 per cento, nel Mezzogiorno il quaranta per cento. Nel Nord, insomma, qualcosa ancora si strappa con la contrattazione aziendale, al Sud nulla. E questi dati dicono che il divario fra le due parti del paese cresce. Nonostante i prezzi di Palermo siano un po' più bassi di quelli di Varese. E allora che senso ha riproporre le gabbie salariali? Nessuno, continua la Camusso. «Quando si parla di salario ci deve essere una stretta relazione con la qualità e quantità del lavoro e con la professionalità. Si vuol forse sostenere che ad uguale lavoro non debba corrispondere uguale retribuzione solo in ragione del luogo di nascita?».


"Liberazione", 06/08/2009

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