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di Ignazio Licciardi
Quando il gotha della cultura francese si dava convegno per rivendicare il pacco dono di pochi e anonimi reclusi!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 29 giugno 2009


A venticinque anni dalla morte del filosofo francese il ricordo del suo impegno politico diretto, senza mediazioni
 
Michel Foucault, quando gli intellettuali
rischiavano e manifestavano per i reclusi

di Michele Cometa

 

Gennaio 1972, un gruppo di intellettuali francesi, tra questi sullo sfondo a sinistra Michel ...

A venticinque anni dalla morte di Michel Foucault ci chiediamo cosa ci manca di lui, cosa ci manca di un maestro ormai classico del Novecento filosofico e di un intellettuale che meglio di ogni altro ha saputo declinare congiuntamente speculazione filosofica e impegno politico e culturale. Il filosofo non ci manca affatto. Tutta la cultura contemporanea si nutre delle sue straordinarie intuizioni, sviluppa le sue tesi - in gran parte ancora da metabolizzare come dimostra le costante pubblicazione di scritti inediti e lezioni - approfondisce prospettive che nei suoi scritti appaiono profeticamente prefigurate, ma che solo a distanza di anni stanno rivelando la loro formidabile portata euristica. No, il filosofo non ci manca. La sua eredità nutre i nostri discorsi filosofici, letterari, politici…alcune opere non le abbiamo ancora lette, altre meritano una rilettura che colga tutte le loro rifrazioni nel presente. Sì, nel presente: perché è questo che ci manca di Foucault. Ci manca la sua "cognizione del presente", i suoi interventi pubblici, il suo impegno politico, il suo scendere in piazza a protestare, il suo esporsi fisicamente e politicamente. Vi è una foto, bellissima, di Élie Kagan, il fotografo che ha accompagnato tutte le rivolte del Ventesimo secolo, che può dirci, meglio di mille parole, qual era il ruolo di Foucault nella società francese del secolo scorso, e con lui di molti altri intellettuali dell'epoca. Qualcuno oggi potrebbe liquidare quella foto come la testimonianza di un anticapitalismo romantico duro a morire nel Novecento. Ma a noi tocca chiederci: cosa tiene insieme quella foto, quei personaggi, cosa mostra quell'astratta simmetria di figure che a mala pena oggi riconosciamo?
Si tratta di una foto che ritrae alcuni "passanti" nella Cour Vendôme, passanti certo non causuali ma diretti tutti insieme alla Cancelleria. E' lunedì 17 gennaio 1972. I "passanti" intendono dar voce ai reclusi di Melun ai quali era stato negato dal ministro della giustizia René Pleven il diritto di ricevere un pacco dono per fine anno. Foucault legge pubblicamente la dichiarazione dei reclusi. Non aggiunge una sola parola. Si fa portavoce di una voce soppressa e repressa, come ricorda Alain Joubert.
Nella foto si scorgono le figure disperse e concentrate di André Glucksman, di Claude Mauriac, Jean Chesneaux, Monique Antoine, Fanny Deleuze, Michel Foucault, vicino ad un lento Sartre accompagnato da Michelle Vian. Poco davanti Gilles Deleuze e un nervoso Daniel Defert, il compagno di Foucault, il punctum ineffabile ed insondabile - per dirla con Roland Barthes - che però rivela ciò che la foto non può dire, né esibire. Il nervosismo di Defert segnala a tutti noi, a distanza di anni, che non si tratta di una passeggiata, che quella accolita di intellettuali professa un mestiere rischioso, che alla fine della galleria Vendôme le forze dell'ordine non mancheranno di intervenire. Il giovane Defert tradisce tutto questo con il suo movimento inconsulto a margine della foto.
La foto documenta dunque un piccolo evento. Il gotha della cultura francese, presenze che sarebbero bastate per un'accademia internazionale di alti studi, si dà convegno per rivendicare il pacco dono di pochi e anonimi reclusi. Apparentemente un'inezia, soprattutto in tempi turbolenti come i primi anni Settanta. Eppure le voci più alte della cultura francese del tempo - ai passanti si aggiungeranno nella piazza Marianne Merleau-Ponty e Jacques-Alain Miller, insieme a Claude Liscia, Jean-Pierre Bamberger ed altri - si danno appuntamento come se si trattasse di una grande questione internazionale. Non c'è da stupirsi. Proprio Foucault ci ha insegnato a leggere in questi dettagli della sorveglianza e della punizione il destino dell'Occidente. Proprio lui ci ha fatto comprendere che l'enfasi posta sulle prigioni non è solo un'astratta preoccupazione dei difensori dei diritti umani, ma il necessario grimaldello per comprendere le profonde trasformazioni della società contemporanea. Discutere dei reclusi è discutere di coloro che reclusi non sono se non nell'immaginario di uno Stato che predica la sicurezza per violare la legge, che invoca l'espulsione dello straniero per agire indisturbato sul cittadino, che promette protezione in cambio di libertà elementari. Questa fotografia, questa piccola insignificante manifestazione dicono di più d'una lezione al Collège de France. E questo Foucault lo sapeva.
Questo ci manca di Foucault. La determinazione e l'umiltà di un intellettuale che non si limitava a passare silenziosi pomeriggi nel suo appartamento di Rue de Vaugirard. Dalla viva voce di Daniel Defert, il compagno di Foucault ho appreso qualche tempo fa, dei ritmi a dir poco piccolo-borghesi dello studioso e del ricercatore. Una giornata contrappuntata da letture, colazioni, nella prima serata un ospite, poi ancora letture. Tanto più stridente appare quindi il contrasto con l'intellettuale pubblico, che non esitava a scendere in strada per manifestare.
Per avere una testimonianza di questo impegno - una parola che oggi potrebbe scatenare ironie fin troppo facili ma la cui sostanza appartiene alla definizione stessa di intellettuale almeno come l'abbiamo elaborata in Europa - basta rileggere le "marginali" conversazioni e gli interevnti estemporanei di Foucault opportunamente raccolti e finemente curati da Salvo Vaccaro nella silloge La strategia dell'accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984 (:duepunti edizioni, Palermo, 2009). Dalle proteste di Madrid contro il franchismo all'estradizione di Klaus Croissant, l'avvocato della Frazione Armata Rossa tedesca, dal problema dei rifugiati vietnamiti alla messa al bando di Solidarnosc, Foucault dimostra con la sua sola presenza fisica che il compito dell'intellettuale non è solo quello di dipingere grandi scenari in cui incasellare i fatti della storia, né di fornire quadri di insieme credibili ed ermeneuticamente validi. L'attivismo dell'energico Foucault come del debole Jean-Paul Sartre, fianco a fianco nelle foto del 1972, ci ricorda invece che compito dell'intellettuale è quello di cogliere nel particolare insignificante, nel dettaglio la prefigurazione del disastro futuro. Ancora Foucault e Sartre avevano ben presente che due camicie brune non sono un fatto folkloristico ma il virus infetto che si può facilmente trasmettere a tutta una società. Noi sembriamo averlo dimenticato, pensiamo che sia necessario - seppure - indignarsi per i grandi massacri (che tuttavia continuano) piuttosto che concentrarci sulle piccole vicende di cronaca di casa nostra, protestare sugli assetti globali piuttosto che enfatizzare proteste parziali, locali. Eppure rileggendo quegli scritti occasionali di Foucault sembra di scorrere velocemente i fotogrammi di un film già visto, anzi di un film che stiamo vedendo senza rendercene più conto. Dalla politica della sicurezza e dell'espulsione - come forme di una strategia della paura e, perciò, dell'insicurezza -, all'estensione metastatica di quello che Foucault chiama il "giudiziabile" ( judiciable ) che ormai comprende i consumi come le questioni etiche; dalla rimozione delle nostre responsabilità coloniali cui va attribuita per gran parte oggi l'instabilità politica di interi continenti, all'incapacità delle organizzazioni politiche e sindacali di rappresentare chi è emarginato dalla politica e dal lavoro. Questioni di dettaglio, si dirà, persino rispetto alle straordinarie visioni cui ci ha abituato Foucault nel suo lavoro ermeneutico. Eppure si tratta di questioni per le quali il filosofo riteneva di dover vestire i panni della "resistenza", di quella "controcondotta", di quell'"ethos della dissidenza" che costituisce a tutt'oggi, forse oggi ancor più che nel Novecento, il margine incerto in cui è possibile intravedere la vera affermazione dei diritti dell'uomo che - come ricorda Foucault tra le pieghe di un articolo su Solidarnosc - sono ciò che per definizione si «oppone ai governi. Sono i limiti che si pongono a ogni governo possibile». Foucault non ha mai smesso di sottolineare con il proprio esempio che ribellarsi è giusto - anche se si tratta di dettagli insignificanti - perché la protesta è proprio l'argine che la società civile pone al potere, a qualunque potere. Per questo ci manca Foucault.


"Liberazione", 28/06/2009


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CORRUZIONE!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 giugno 2009


www.liberazione.it

Servizi alle pagine 2 e 3

 

La corruzione nella Pubblica amministrazione
costa ai cittadini fra 50 e 60 miliardi l’anno.
E’ «una tassa immorale occulta».

Lo dice Furio Pasqualucci, procuratore generale della
Corte dei Conti, il quale aggiunge:

«L’evasione fiscale è pari
ad almeno 7 punti di Pil: 100 miliardi l’anno.
E’ una montagna di denaro che
potrebbe risolvere alla radice molti
problemi sociali. Invece «diminuiscono i controlli,
si indebolisce il sistema sanzionatorio»
e contemporaneamente
si sottraggono risorse alla sanità, alla scuola.
E si minacciano di nuovo i pensionati.

E’ la lotta di classe, signori.
E fatta da una parte sola!

Guardate questo video: Filosofi Tedeschi contro Filosofi Greci. Chi vincerà?
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 25 giugno 2009


 

Rilassiamoci un po', assistendo ad una partita di calcio memorabile: Filosofi Tedeschi contro Filosofi Greci!


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La Sinistra smetta di litigare!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 giugno 2009


 Valentino Parlato

 

Luciano Gallino e la sinistra in crisi

 

 

Luciano Gallino, questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?
Direi che seppure con molte differenze tra un paese e l’altro è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o la deriva verso posizioni di centro-destra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Quindi nell’insieme direi che è una sindrome europea.
 
Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?
Il crollo dell’Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss’altro perché ha rafforzato fortemente il centro-destra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni ’60 e ’70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l’Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno – ideologico oltre che materiale – ai partiti di sinistra dell’occidente. Caduta l’Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si son trovate un po’ l’erba tagliata sotto i piedi.
C’è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l’Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l’India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c’è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.
 
Ma non c’è anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza del lavoro, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?
No, direi di no per due motivi. Intanto l’industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell’industria, messi a punto nell’arco di un secolo dall’industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. Al presente l’agroindustria, la ristorazione rapida, i call centers ecc. utilizzano dei modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.
 
Secondo lei il terziario si è industrializzato?
Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell’industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull’imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.
 
C’è quella frase di Marx che ogni tanto viene citata «lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C’è una perdita di valore nel lavoro?
Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni '70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell’industria e dell’attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci, o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé -e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata – la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale.
 
Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall’Unione sovietica? O sono stati capitolardi?
Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d’accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell’Urss è stato un trauma colossale. Però che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di capitolardi sia azzeccata.
 
Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l’identità passata ma non si sono date una identità nuova...
Certo, perché - l’ho detto all’inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. E’ una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell’ Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l’idea stessa di classe sociale.
 
Cosa fare per tornare forti e protagonisti?
Dall’89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent’anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell’economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centro sinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall’analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.
 
Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.
Il Pd è certo un aggregato un po’ singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. E’ vero che sapendo che io sono di sinistra c’è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra. Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
 
E per esempio l’unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione.. a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d’accordo..
Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l’analisi, la critica, l’opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare
 
Dovrebbero smettere di litigare...
E sì, questo fa veramente cascare le braccia.
 
L’ultima domanda. Io faccio questa intervista, chiedo articoli proprio per aprire una discussione proprio sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra. E’ utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?
Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. E’ che inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare – oggi come oggi – molto difficile. E’ chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso, qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

"il manifesto", 25 Giugno 2009

Buona fortuna! Potresti diventare ...
post pubblicato in Notizie ..., il 22 giugno 2009


 

Il nuovo gioco dell'estate italiana: PALPA E VINCI!

www.sinistraeliberta.it




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Ma ... lasciateli lavorare!
post pubblicato in Le vignette, il 20 giugno 2009


"Corriere della sera", 20-06-09




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L'Italia non è un Paese per i giovani!!!
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 19 giugno 2009


 

Trentenni, generazione «rapinata». Ma loro perché non si ribellano?

di ma.ge.

C'è un film che racconta come dovrebbe funzionare il passaggio del testimone tra una generazione e l'altra. E come una comunità, un paese, un'azienda, un partito, grazie a quel passaggio virtuoso, possa uscire dall'empasse. Il film è Fiume Rosso di Howard Hawks. Scenario western. In Texas c'è la crisi, il prezzo dei bovini va a picco e l'unica è portare la mandria altrove. Ma dove? Il vecchio allevatore dice: verso il Missouri. Ma la traversata si arena e diventa un esercizio estenuante per tutti. È allora che il figlio prende l'iniziativa, interpreta i malumori dei madriani, vince il dispiacere di contraddire il padre, e porta tutti verso Abilene, la nuova meta, che lui stesso ha fiutato.

Ecco quel figlio capace di prendere il potere e rompere con gli schemi paterni nell'Italia del 2009 è fin troppo evidente che non ci sia o quanto meno che stenti ad emergere. Né c'è quel padre, capace di riconoscergli spazi di azione, opportunità e meriti. E per questo, appunto, il nostro
Non è un paese per giovani, come recita l'agile pamphlet, edito da Marsilio per la collana "I Grilli", che troverete da oggi nelle librerie (e di cui potete leggere qui alcune anticipazioni). Autori, Elisabetta Ambrosi, 34 anni, giornalista, e Alessandro Rosina, 40 anni, demografo. Il loro è un atto di accusa rivolto a due generazioni. I trentenni che invece di ribellarsi si accontentano. E i cinquanta-sessantenni che, uccisi i padri, pur di conservare il potere, sbarrano la strada ai figli. A meno che non siano «figli di». La domanda è: perché i nostri «eroi», i trentenni, non si ribellano? L’ipotesi è che tra “vittime” e “carnefici” si sia stretto una sorta di «consociativismo generazionale» che sbarra la strada al cambiamento.

 

"l'Unità", 18 giugno 2009

L'intervento Di Fausto Bertinotti per una nuova Sinistra
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


Il dibattito a Sinistra su "l'Altro" 1

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

Invece di rafforzare il bipartitismo - votando sì o no all'inutile Referendum -, pensiamo a costruire la Sinistra alternativa ai "governanti" del momento.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


Il dibattito a sinistra...  2

Insieme in un nuovo partito

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

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"Caro Nichi, lavoriamo insieme da domani

Caro Nichi,
Desidero scriverti a caldo prima che si depositino nel dibattito politico post-voto le doverose analisi di dettaglio, i distinguo e le sfumature.
In Europa spira un forte vento di destra, è un vento gelido per chi pensava che la crisi del "turbo-capitalismo finanziario" potesse finalmente rompere quell' incantamento collettivo verso le dottrine neoliberiste che hanno dominato negli utlimi anni e che hanno anche contribuito a far smarrire l'identità dell'alternativa possibile .
La verità è che la crisi economica spinge i cittadini europei nel ventre protettivo di forze che tendono a rassicurare, proteggere, a difendere dallo "straniero", e non verso un campo che li sfida sul terreno della creatività sociale economica; sul campo dell'innovazione produttiva e tecnologica, della sfida umana e ambientale. Perché questo campo non c'è, o meglio è ancora in formazione. Ho, a questo proposito, trovato di grandissimo interesse, tanto per citare un dato, il risultato di Cohn Bendhit, cioè quello di un ambientalismo democratico e innovativo che punta sulla fiducia creativa dei cittadini più che sull?evocazione del disastro.
Io penso che i progressisti europei hanno bisogno di una pedagogia del progetto, capace di sostituire la pedagogia dominante della paura.
A questo campo non ideologico, visionario e pragmatico, che sappia tradurre in chiave europea il new deal obamiano, fondato su un modo nuovo di vedere il mondo, secondo me, caro Nichi, appartiene sia il partito democratico che Sinistra e libertà.
E anzi credo che il tuo risultato sia davvero un buon risultato. Un risultato che sancisce finalmente la nascita di una sinistra critica che, però, si misura quotidianamente (come tu fai egregiamente in Puglia) con la fatica quotidiana del governo.
Molto si dirà nei prossimi giorni degli effetti nazionali di questo voto. La buona, ottima notizia, è che Berlusconi si è fermato, il suo sogno plebiscitario ha subito un colpo reale, gli italiani non vogliono che straripi. E se sommiamo tutti quelli che non lo vogliono sono più del 50 % degli elettori. A esso però noi dobbiamo ripartire con un'anima nuova. Con un progetto alternativo per governare questo Paese. E questo progetto va pensato, costruito insieme.
Chi voleva suonare il requiem per il partito democratico si metta l'animo in pace: il Pd, il progetto che ne è alla radice è ancora in campo. Gli dobbiamo fare un tagliando molto serio, sia in termini di modalità di organizzazione e radicamento che in termini di profilo e proposte. Ma possiamo dire a tutti quelli che ci vedevano morti che si erano sbagliati e anche di tanto.
Adesso si apre il cantiere. Un cantiere certamente interno al PD, ma necessariamente anche aperto a tutte quelle forze che, sentendosi alternative a Berlusconi, vogliono costruire un progetto diverso per l'Italia. Un progetto fondato sulla centralità del lavoro e della persona, sul rispetto e la forza creativa di un paese meraviglioso che ha risorse di cultura, bellezza e conoscenza che il modello berlusconiano deprime e soffoca.
Caro Nichi mettiamoci a lavorare insieme. Da domani.

Un abbraccio affettuoso.

Giovanna Melandri

 

 °°°

 

"Cara Giovanna proviamoci insieme

Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l'interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un'alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell'istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l'alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch'esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella sua accezione più “euromediterranea”, come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E' questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama.

Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L'istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo.
Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E' auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell'affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo.
Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di inziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all'inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E' questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell'Italia e dell'Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell'amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un'identità immobile, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate.
Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l'analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza.

E quindi, cara Giovanna,

a presto.

Nichi Vendola

www.altronline.it

 

1959: Conferenza di Cambridge su "Le due culture e la rivoluzione scientifica" (Ch. Snow)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


La Sinistra e la Scienza

 di David Bidussa

L'anniversario della conferenza di Charles Snow tenuta a Cambridge nel '59, "Le due culture e la rivoluzione scientifica", è l'occasione per riflettere sull'opposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica che ha caratterizzato la storia della sinistra.

E' il momento di voltare pagina e di aprire una discussione, perché questo ritardo ha inficiato la capacità della sinistra di leggere il presente.
Ecco allora quattro questioni per aprire il dibattito:


1)Quanto pesa la tradizione religiosa? E quale cultura filosofica ha influito di più?

2) Esistono questioni e parole a proposito delle quali la sinistra conserva un'immagine antropizzata?

3) Come si discute del nucleare? O meglio di che cosa si discute quando si discute di nucleare? Parlarne non significa fare i conti con la storia della paura?

4) Quando parliamo di cultura scientifica, parliamo di scuola. Al centro della questione, cioè, sta il problema della riforma della cultura scolastica. Le diverse riforme che si sono susseguite invece di aumentare la conoscenza scientifica la hanno marginalizzata.

In occasione del cinquantenario della conferenza tenuta da Charles Snow a Cambridge nel maggio 1959, dal titolo “Le due culture e la rivoluzione scientifica”, Enrico Bellone è tornato a riflettere, su Repubblica del primo giugno scorso, sulla scissione del sapere e sulla persistenza - altri direbbero sulla eternità – del blocco mentale intorno al confronto tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica. Ovvero, per riprendere il discorso di Snow, invitando a riflettere sui due canoni fondamentali del sapere:

1) sul fatto che mentre gli scienziati, come tutte le persone acculturate, frequentano la letteratura, la musica, l’arte e la filosofia, gli umanisti hanno una conoscenza a voler essere generosi approssimativa del sapere scientifico;

2) sul fatto che il senso comune qualifica come ignoranza imperdonabile il non conoscere Dante, Beethoven, Michelangelo o Aristotele, mentre considera un dato tecnico il non conoscere Einstein, Galileo, Lavoisier o Darwin.

Per Snow, nel testo di quella conferenza, essenzialmente umanisti e scienziati vivono in mondi separati, disconoscendosi e disprezzandosi gli uni con gli altri. Ma con questo atteggiamento, che si forma in pieno romanticismo e viene mantenuto anche nel cuore del Novecento, non fanno che denunciare la propria ignoranza. E la propria irresponsabilità, perché, secondo Snow, è proprio a causa di questa separazione che il fossato tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, si va progressivamente allargando, rendendo i secondi sempre più dipendenti dai primi e non favorendo il loro sviluppo. In breve, alludeva al controllo del sapere scientifico come strumento per l’esercizio dell’egemonia.
Si tratta in realtà di una lunga storia, che riguarda tutta la nostra vicenda nazionale e non solo il problema del sapere scientifico. Così come una lunga e travagliata storia caratterizza la pubblicazione del volume che unisce il testo di quella conferenza a quello di una seconda, del 1963, centrata sulla stessa questione, nella quale Snow corregge in parte ma sostanzialmente conferma quanto aveva sostenuto a Cambridge nel 1959. “Le due culture” esce in edizione italiana nel 1964, pubblicato da Feltrinelli con una appassionata prefazione di Ludovico Geymonat. Viene più volte ristampato negli anni successivi (l’ultima edizione è del 1977), ma scompare nei primi anni ‘80 per poi riapparire in tutt’altra stagione: nel 2005 (per Marsilio, a cura di Alessandro Lanni e con tre interventi critici di Giulio Giorello, Giuseppe Longo e Piergiorgio Odifreddi).
Quel vuoto di un quarto di secolo indica numerose questioni. In mezzo, passa un pezzo di storia italiana sul quale è importante riflettere, perché quella vicenda non parla solo di un passato ma pesa in maniera rilevante sull’intera fisionomia della cultura italiana e sul modo stesso in cui, oggi, la cultura viene vissuta nel nostro paese. E riguarda anche, direttamente, le sfide che attengono allo sviluppo possibile, oltre la crisi che stiamo traversando.
Se il profilo della prima conferenza è l’invito a superare la divisione tra le due culture, la seconda contiene un’accusa esplicita rivolta all’inadeguatezza di chi ha la responsabilità di decidere. «La rivoluzione scientifica - scrive Snow - è il solo metodo in virtù del quale la maggioranza degli uomini può raggiungere cose di primaria importanza (anni di vita, libertà dalla fame, sopravvivenza dei fanciulli), quelle cose di primaria importanza che noi consideriamo ovvie e naturali, ma che in realtà abbiamo conquistato attraverso la nostra rivoluzione scientifica da tempo non poi così immemorabile». Ciò comporta, prosegue Snow, che i politici non riescono valutare in modo corretto l’immensità del progresso che i paesi ricchi potrebbero, con il loro impegno, indurre e veicolare nei paesi più poveri.
È radicalmente cambiata la situazione rispetto a quel 1963? Non mi pare. E tuttavia, se noi volessimo oggi, non tanto riprendere in mano quel testo, ma porci alcune domande sul senso dello sviluppo possibile che ci chiede di operare scelte e assumere decisioni, scopriremmo di non essere in grado decidere alcunché. E non lo siamo non solo per l’inadeguatezza della classe politica ma anche per una sorta di vuoto culturale che segna l’intera opinione pubblica, sai quella che vota per la destra o il centrodestra, sia quella che vota per la sinistra o per il centrosinistra. Questo vuoto culturale si concentra particolarmente intorno a quattro gruppi di questioni, di carattere contemporaneamente specifico e generale.
Prima di affrontarle, è tuttavia necessaria una considerazione di carattere preliminare. Credo che esista un rifiuto del sapere scientifico e una sua riduzione a “tecnica” che nella storia della società italiana è strutturale e data almeno dagli inizi del Novecento. Credo anche che esista una sovrapposizione tra organicismo di destra e organicismo di sinistra grazie alla quale oggi molte parole e molti concetti sono del tutto interscambiabili tra sinistra e destra. A lungo parlare di scienza, a sinistra, ha voluto dire misurarsi con i ritardi culturali del Paese, con le insufficienze del sistema educativo, formativo e culturale. Con il peso che la cultura dell’antiscienza ha avuto sul percorso culturale italiano almeno dagli inizi del XX secolo. Con la progressiva marginalizzazione della scienza nella storia culturale italiana.
È un atteggiamento culturale che si articola essenzialmente intorno a due questioni: da un lato quella che attiene alle scienze sperimentali, al fatto cioè di affrontare e discutere di scienza misurandosi su dati e su ipotesi di ricerca e di sperimentazione. In breve, in una dimensione che intrattenga con il sapere un rapporto non spiritualistico. Sotto questo profilo, a partire dagli anni Settanta, la dimensione della ricerca scientifica sul campo è stata nella sinistra lentamente abbandonata. La scienza diventa “sapere scientifico”. Non se ne parla più in relazione a ciò che fa ma in quanto “discorso”, termine che allude a molte cose ma soprattutto indica la definizione di un rapporto con le scienze del tutto a-scientifico. Dall’altra parte, si afferma l’idea che il sapere scientifico sia una sorta di codice per iniziati, privo di riscontri e dunque in sé pericoloso, comunque “infido”.
La somma di questi due percorsi fa sì che discutere di scienza, o di questioni aventi rapporto con la scienza, richieda uno schieramento aprioristico, che chiama in causa l’identità delle persone e non il sapere delle cose. Il risultato è che oggi, in Italia, una discussione sulle scienze e sul sapere scientifico nello spazio pubblico somiglia molto alla disputa intorno alla prova ontologica dell’esistenza di Dio. Un approccio che rende impossibile qualsiasi discussione non solo che approdi a un risultato pratico e misurabile ma anche che si proponga un innalzamento della consapevolezza scientifica.
Ciò detto, credo che non sia inutile porsi delle domande di carattere non solo tecnico sul nostro sapere (quello nazionale e quello della sinistra), sul come si è formato, sulle risposte che è in grado di offrire e su quelle che invece non può dare. Si tratta delle quattro questioni insieme specifiche e generali a cui accennavo prima.

1. Quali sono i campi di maggior frizione e come sono vissuti a sinistra? Per esempio, quanto pesa la tradizione religiosa a sinistra? Qual è l’immagine che, a sinistra, abbiamo dell’evoluzione? E, più in generale, quale formazione culturale e filosofica ha pesato nella formazione della sinistra italiana negli ultimi trent’anni? Dopo i francofortesi e dopo Geymonat, in Italia, chi ha inciso nella cultura diffusa della sinistra? Quanto e come hanno pesato Foucault e Heidegger? Cosa ha significato il pensiero debole? Che parte riveste la scienza nel sapere post-moderno (un ingombro? un incidente di percorso? Una “provocazione”?

2. Esistono questione e parole a proposito delle quali la sinistra conserva un’immagine antropizzata e nei confronti delle quali rifiuta a priori un’analisi non legata all’antropologia. Per esempio: quando parliamo di ambiente (parola che nasconde spesso un gergo organicistico) cosa intendiamo? E quando parliamo d tendenze o preferenze sessuali? Quando parliamo di produzione industriale nel settore agro-alimentare, in che modo ne parliamo?

3. Come si discute del nucleare? O meglio, quando si discute del nucleare, di cosa si discute. La questione nucleare, in Italia, non è conseguente a Chernobyl. Risale agli anni ‘60, allo scandalo e al processo a carico di Felice Ippolito. Ma noi del caso Ippolito e del mancato sviluppo italiano negli ultimi quarant’anni, ne abbiamo discusso con cognizione di causa oppure no? In che modo abbiamo affrontato il problema della costruzione dei siti e di una cultura dell’impatto che non c’è? Parlare di nucleare non comporta forse una stretta relazione con la storia della paura? E allora perché non parlarne esplicitamente? O, ancora, perché non parlare di una scelta energetica che punta su un sistema di scambio con altre economie nazionali? Con quali? Con quali idee di politiche internazionali?

4. Infine, quando parliamo di cultura scientifica, in realtà parliamo di scuola. Al centro del problema sta certamente la questione della riforma scolastica: quaranta anni di abbozzi di riforme non hanno prodotto una maggiore conoscenza, al contrario hanno spesso determinato una crescente marginalità della scienza.


Non è solo questione di quante ore si dedichino alla fisica, alla biologia o all’informatica. Il nodo è se il modello culturale sul quale si costruisce il sapere scolastico italiano medio sia o no in grado di affrontare la questione della scienza. Informatizzare il sistema scolastico italiano non sarebbe certo privo di significato, e tuttavia il problema centrale è quello di definire cosa venga ritenuto “sapere”. Una cultura che non si oppone alla scienza significa acquisire una mentalità in cui pensare equivale a dubitare, in cui lo scetticismo è superiore alla cultura dell’a priori: dove la linea Bacone-Spinoza-Shaftesbury-Hume-Berkeley-Ferguson-Smith sia considerata sapere e non una mera curiosità. Dove lo sperimentalismo abbia tanti spazi quanti l’idealismo e dove il dubbio e il sapere sperimentale godano della stessa considerazione dell’ “idea” della fede. Dove discutere di religione non sia discutere di teologia ma di sociologia della religione, inserendo infine Max Weber tra quel che bisogna sapere quando si tratta di religione e modernità. Dove il paradigma che fonda il sapere scientifico sia acquisito con la stessa dignità del sapere umanistico, e Darwin cessi di essere visto come un signore stravagante.
Parafrasando Croce, il problema che oggi i moderni hanno davanti non è perché non possiamo non dirci cristiani, ma perché i moderni non possono non dirsi scozzesi. Ne vogliamo parlare o continuiamo a fare spallucce?

David Bidussa

"l'Altronline", 18-06-09

http://altronline.it/scienza

Disintossichiamoci dalle notizie che ci propinano i TG
post pubblicato in Notizie ..., il 17 giugno 2009


 
 
Innsbruck, una città
per la gioia dei bambini
 
Un programma ricco di fantasia e organizzato per far divertire i più piccoli. Dal rally degli indovinelli ai parchi di giochi di avventure, dall'unico zoo alpino al mondo ai musei a misura di bimbo
ALESSANDRO ROSA
C’é il giorno degli indiani, quello della ricerca dell’oro, ma anche le case sugli alberi. E pure i musei invitano i bambini con temi davvero interessanti. Questo mondo dove i più piccoli possono trovare divertimenti organizzati per esaudire desideri e fantasie è offerto da una città, Innsbruck, capitale del Tirolo austriaco.

Il più bel parco giochi al mondo è la natura così come è. A Innsbruck e tutto attorno alla città, nei bei villaggi, ci sono mille cose da scoprire ed esplorare. Per i bambini queste possono essere delle vere “spedizioni”, ancora più avventurose se organizzate con molta fantasia e creatività.

Bambini sul Natterer See
A 7 km da Innsbruck si trova il lago di Natters. Dal 18 maggio al 2 ottobre 2009 i bambini possono aderire al “paradiso delle vacanze del Natterer See”. C’è un mago che sussurra "abracadabra", il rally degli indovinelli fa fumare i cervelli, mentre ancora il sorprendente spettacolo pirotecnico "Lake on Fire" trasforma i prati e i boschi che circondano il lago in un mare di colori. Si gioca agli indiani, si creano i loro monili, ci si trucca come loro; ci si affronta con costumi rigonfi e paraurti ad allegri incontri di sumo, si partecipa alle olimpiadi "fun for kids", alle escursioni per scoprire i dintorni e, naturalmente, ci si fa tanti nuovi amici.
Per seguire i bambini dai quattro ai dodici anni con grande fantasia è a disposizione un team di animatori professionisti, operativo dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 12 e dalle 13 alle 17. Su richiesta, per 5 euro pranzo insieme.
I "grandi", invece, che non vogliono più essere considerati bambini, possono divertirsi nelle feste “disco” per giovani, scatenarsi alla grande nel torneo di pallavolo "Latenight Sunsplash" e aggiungere alle loro serate un tocco di natura romantica ai bagliori del fuoco da bivacco. Tutti i servizi descritti sono gratuiti per gli ospiti di Innsbruck e dei suoi 25 paesi di vacanza se titolari della Club Innsbruck Card. Per ulteriori informazioni: Ferienparadis Natterer See, tel. +43512546732,
info@natterersee.com, www.natterersee.com

Parchi di giochi di avventure
Alla malga Muttereralm sono il villaggio indiano e il campo giochi d’avventura, dotati di scivoli e di una ampia area per giocare con la sabbia. Le diverse zone sono collegate tra loro tramite sentieri percorribili a piedi nudi e adatti anche a sedie a rotelle. In più, né i bambini né gli adulti potranno resistere al fascino delle “case sugli alberi”. Nel Parco Avventura di Muttereralm queste non sono le solite rudimentali capanne, ma abitazioni da sogno, veri e propri castelli sospesi in aria e costituiti da spaziose strutture in legno su due piani dotate di reti per arrampicarsi, posti a sedere e tettoia protettiva. Le case sono collegate tra loro da passerelle in legno con le dovute protezioni, sospese in aria tra le chiome degli alberi.
Nel parco giochi Murmel Abenteuerspielplatz a Gries, nella valle Sellraintal, i bambini si avvicinano alle simpatiche marmotte: una torre fa da sentinella al campo, c’è un fiumiciattolo a portata d’acqua regolabile con altri impianti per arrampicare e dondolare.

L’unico zoo alpino al mondo
L’Alpenzoo di Innsbruck, a 750 m sul mare, è il più alto d’Europa, nonché uno zoo tematico unico al mondo, in grado di stupire ed emozionare tutta la famiglia. È abitato da oltre 2000 animali di ben 150 specie, che qui vivono nel loro habitat naturale. Nessun altro zoo ospita nei propri recinti, voliere, acquari e terrari all’aria aperta una collezione così completa di animali della regione alpina europea.
Le lontre affascinano con il loro charme e le acrobazie acquatiche; l’ululato dei lupi risuona puntualmente quando le campane di Innsbruck rintoccano; nella “fattoria” è possibile fare esperienza diretta con gli animali. E i visitatori più giovani avranno a disposizione il parco giochi degli orsetti e la parete attrezzata per arrampicate “al nido d’aquila”, due luoghi dove i piccoli si possono scatenare in libertà. Infine, una nuova attrazione: la riserva degli stambecchi, oggi allestita come zona rocciosa percorribile a piedi da tutti i visitatori, per essere a contatto con gli animali senza barriera alcuna.
L’Alpenzoo è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 18 (in inverno fino alle 17); e da giugno a settembre si tengono speciali visite guidate serali, durante le quali è possibile acquisire ampie conoscenze sulla vita e sugli amori degli animali.
Dal centro di Innsbruck, tramite il nuovo impianto di risalita della Hungerburg, si arriva direttamente all’Alpenzoo acquistando il biglietto combinato che include salita con l’impianto, ingresso e posteggio gratuito nel parcheggio sotterraneo della città (Citygarage). Costa (dai 6 ai 15 anni) 5 euro e per gli adulti 10 euro. Info: Alpenzoo Innsbruck, tel. +43512292323,
alpenzoo@tirol.com, www.alpenzoo.at.

Musei per bambini
Lo sapevate che c’è un “museo delle campane”? L’azienda familiare Grassmayr, con 400 anni di storia, offre un’esperienza acustica: i bambini ne vanno matti. S’impara come si creavano artigianalmente le campane con forme d’argilla, mentre nella “sala del suono” le vibrazioni diventano, oltre che udibili, anche “visibili”. Il museo è aperto da maggio a settembre, da lunedì a sabato, dalle 9 alle 17 e costa per bambini fino ai 14 anni 3 euro (per adulti 5 euro).
Al Tiroler Landesmuseum, il Ferdinandeum, sono in esposizione raccolte di storia dell’arte, di archeologia, storia, scienze naturali e musica. Il Ferdinandeum è aperto da martedì a domenica dalle 9 alle 18. Per adulti 8 euro, per bambini 4.

Settimane di famiglia in estate
Innsbruck ed i suoi paesi di vacanza hanno offerte speciali dal 1° giugno al 12 settembre. Ad esempio, per 2 adulti e 2 bambini fino ai 10 anni, 7 pernottamenti con mezza pensione in un albergo di 3 stelle costa a partire da 987 euro. Inclusi sono il “Paradiso delle vacanze del Natterer See” e un programma di escursioni.
Info: Innsbruck Tourismus, Tel. +43-512-59850,
office@innsbruck.info, www.innsbruck.info.
 
"La Stampa", 17-06-09

 

Le Pensioni? Sempre più leggere! Allegria!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 16 giugno 2009


Pensioni, da luglio le “quote”
E da gennaio ... pensioni sempre più leggere

Tra pochi giorni entreranno in vigore le quote previste dalla legge 247. Per andare in pensione si dovrà toccare “quota” 95: almeno 60 anni e 35 anni di contributi. E dall’inizio dell’anno prossimo entreranno in vigore i nuovi coefficienti per il calcolo della pensione. Riduzioni stimate tra il 6 e l’8 per cento. INTERATTIVO PENSIONE: CALCOLA QUANDO E QUANTO. TABELLA: i requisiti minimi

Mancano pochi giorni e per andare in pensione si dovranno rispettare le “quote”. Da luglio prenderà via il meccanismo delle quote per l’accesso al pensionamento di anzianità definito dalla legge 247 del 24 dicembre del 2007 che prevede la necessità di soddisfare il requisito relativo alla somma data dall’età anagrafica e dall’anzianità contributiva.

Le norme introdotte dalla legge Damiano prevedono che a partire dal primo giorno di luglio potranno andare in pensione coloro che hanno compiuto almeno 59 anni e abbiano 36 anni di contributi. Il meccanismo delle quote fa sì quindi che si potrà andare con 35 anni di contributi ma solo se si sono compiuti almeno i 60 anni d’età. Fino alla fine di giugno 2009, i requisiti minimi rimangono di 58 anni con 35 anni di contributi.

Le condizioni fissate a “quota” 95, qualora non vengano introdotte novità, saranno quelle che avranno validità anche per il 2010. A partire dal gennaio 2011 invece, per andare in pensione di anzianità, si dovrà toccare quota “96”: ovvero potrà andarci chi avrà compiuto 60 anni di età e avrà 36 anni di contributi o 61 anni con 35 anni di contributi. Di seguito la tabella con la somma di età anagrafica e anzianità contributiva e l’età anagrafica minima secondo la legge 247 (vedi tabella).

L’altra novità prenderà il via a gennaio 2010 quando entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione delle pensioni (vedi tabella). Ovvero quei parametri che vengono utilizzati per calcolare il valore della pensione. Secono le stime effettuate dal Nucleo valutazione spesa previdenziale la riduzione varrà, a seconda dell’età, tra il 6,38 per cento e l’8,41 per cento.

Per calcolare la data di pensionamento e l’importo della pensione netta annua (vedi dettaglio) è possibile utilizzare lo strumento del Calcola Pensione che dà la possibilità anche di scoprire quanto vale la pensione netta in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto.

Per utilizzare il calcolatore si dovrà specificare la data di nascita, il sesso, il codice di avviamento postale, la data di inizio di iscrizione alla previdenza obbligatoria, la categoria, la professione, e il reddito annuo. E' utile precisare che, per una corretta lettura delle previsioni, l'importo del reddito da lavoro dell'anno in corso va imputato al netto di tasse e contributi. Sarà inoltre sempre l'utente a definire l'ipotesi del percorso di carriera - assestato, medio o brillante - da qui alla data di pensionamento.

INTERATTIVO:
Calcola Pensione

TABELLE:
Le "quote"
I coefficienti

DOCUMENTI:
La legge 247 del 2007

"la Repubblica", 16-06-09

La Riforma della Giustizia nell'Italia del 2009!?
post pubblicato in Le vignette, il 13 giugno 2009


"Corriere della sera", 13-06-09

Sembra di entrare tra le pagine di un romanzo e, invece, ciò succede a Marinaleda!
post pubblicato in Notizie ..., il 12 giugno 2009


C’è casa e lavoro per tutti. Stesso stipendio per manager e operai

Falce e flamenco

Mentre in Spagna le gru si fermano, a Marinaleda, in Andalusia, i cantieri aprono

L'ultimo cantiere è stato aperto in Avenida de la Libertad, a ridosso di calle de la Solidaridad, tra plaza de Salvador Allende e corso Ernesto Che Guevara. Sono venti case, duemila metri quadri, un investimento di mezzo milione di euro. E quindi? Be’, fino a qualche mese fa la notizia sarebbe stata la toponomastica d’antan, quegli omaggi insistiti da disneyland della nostalgia. Anche perché a Marinaleda, paesino andaluso di tremila abitanti, gli adolescenti frequentano l’istituto José Saramago - grande romanziere ma soprattutto inossidabile comunista -, le serate si passano al bar del “Sindacato dei lavoratori della terra”, dove risuona il flamenco e i muri bianchissimi ospitano graffiti che a tinte forti annunciano “Guerra social contra el capital”. E allora? Be’, da qualche mese l’ironia ha ceduto il passo allo stupore, dal folklore ideologico si è passati alla sostanza economica, e la notizia vera sono diventati i cantieri. Mentre a Madrid, Malaga o Siviglia le gru si fermano, le vendite di prime case dimezzano e le statistiche registrano la cifra record di quattro milioni di disoccupati, a Marinaleda il trentaquattrenne Eladio Romero passa le giornate tra mattoni e cemento, e non si allontana dalla betoniera nemmeno per parlarci del suo paese speciale: «Siamo molto preoccupati perché tutt’attorno impazza la crisi economica. Ma quanto a Marinaleda, per il momento non ne abbiamo risentito».

È piccolo, ordinato, tranquillo. Ma fa notizia perché è un paese diverso, probabilmente quanto di più diverso si possa trovare all’interno dei confini liberali e liberisti dell’Unione europea. Si potrebbe dire che la differenza è quel 60 per cento di consensi che da trent’anni va alla stessa formazione di sinistra anticapitalista. Ma si sbaglierebbe a cominciare da partiti ed elezioni. Meglio partire dal cantiere di Eladio. Se il nostro interlocutore ha ancora le mani sporche di malta è perché, al contrario dei colleghi della costa e della capitale, sta tirando su casa propria: «Questa più grande sarà la stanza dei bimbi, quest’altra è per me e per mia moglie» ci dice mentre con la carriola raggiunge i compagni alle prese con la posa del pavimento. «Nel nostro cantiere si fa solo autocostruzione». Sui media spagnoli Marinaleda fa sensazione per una cifra che sembra contrastare ogni ortodossia economica: qui la casa non te la compri con l’abituale investimento di nove anni di stipendio, ma con 420 giornate di lavoro in prima persona e un mutuo di quindici euro al mese da estinguere nei prossimi 133 anni. In sostanza a Marinaleda una casa se la comprano (e se la costruiscono) tutti: «Vivo da sola con i miei tre bambini» ci dice Ana Gomez, che ha ventiquattro anni e un bel sorriso messo in ombra dalla mattinata in cantiere. «Ora stiamo con i miei genitori ma entro fine anno una di queste casette sarà nostra». Ovviamente Ana aggiunge che la sua fortuna è vivere nel Comune dei miracoli: «Come noi non c’è nessuno. In qualsiasi altro paese continuerei semplicemente a stare con mamma e papà». Il trucco c’è, ed è la comunità più rossa d’Europa. Con lo stesso sistema hanno già trovato casa 350 famiglie, altre duecento lo faranno nei prossimi tre anni: «Il terreno ce lo dà gratis il Comune» spiega Eladio. «E sempre il Comune ci fornisce il progetto, i materiali e la consulenza di un architetto e di un paio di operai. Per il resto facciamo tutto noi, e tutto per bene perché fino al sorteggio finale nessuno sa quale di queste venti case toccherà alla sua famiglia». Cristobal è giovanissimo, ha tre figli, faceva il muratore a Malaga, ora è disoccupato e occupatissimo a tirare su casa sua; Oscar ha 29 anni, lavorava nei cantieri dei dintorni, ma da quando c’è’ aria di crisi fatica solo per sé: «Il nostro è un sistema molto bello, molto originale» ci dice mostrandoci la t-shirt di Marinaleda, “terra di lotta e diritti”. «Ma soprattutto molto semplice. C’è da chiedersi perché non lo si replichi altrove ». Oscar fa finta di concentrarsi sull’interrogativo ma non ha problemi a trovare la risposta: «Sulla costa il terreno serve a speculare, qui è messo a disposizione del popolo». Mentre tutta la Spagna è ferma, rimbambita dalla crisi finanziaria, incrinata dal crollo immobilare, a Marinaleda continuano a macinare centimetri di “utopia verso la pace” - come recita lo stemma comunale. Sono trent’anni che mantengono il ritmo, e i vecchi del paese dicono che i segreti dell’avanzata sono due: “la lotta” e “il nostro alcalde”. Per capire l’una e l’altro incontriamo Juan Manuel Sanchez Gordillo, sindaco del paese dal lontano 1979, ovvero dalle prime elezioni del dopo Franco. Alla domanda se la sua barba si ispiri più a Fidel Castro o a Che Guevara, il capopopolo risponde secco che «Gesù Cristo in realtà era un comunista ». Quando gli chiediamo come si sia formata quest’insolita oasi di anticapitalismo andaluso risponde parlando di “solidaridad, libertad e lotta dura senza paura”.

Siamo in un altro tempo, un altro mondo, una dimensione parallela che affonda le radici nella miseria nera dei jornaleros, i braccianti a giornata, e la ricchezza immensa dei terratenientes, i possidenti che fino a qualche anno fa facevano il bello e il cattivo tempo anche a Marinaleda. Alla metà degli anni Ottanta un paese intero decide che i 1.200 ettari del Duque del Infantado, latifondista quattro volte Grande di Spagna, vanno strappati alla loro pigra produzione di grano e girasole e messi a disposizione del popolo per creare lavoro, ricchezza, progresso. Sanchez Gordillo è ovviamente in testa a tutti, ma a seguirlo sono centinaia di compaesani che invadono le cascine, occupano i campi, vengono respinti dalla Guardia civil, tornano la mattina dopo, vengono respinti di nuovo, tornano per dieci giorni, l’anno dopo per un mese, l’anno dopo ancora per due, finché all’ottavo anno lo Stato capitola ed espropria la terra del duca per consegnarla al lavoro del popolo. Anche questa è Spagna: sembra una storia dei tempi di Garcia Lorca, si è svolta mentre in tutta Europa furoreggiavano Spandau Ballet e Duran Duran.

Da quest’improbabile epopea sono nate una cooperativa agricola, un oleificio, una fabbrica di conserve, e lavoro per 300 persone dove prima in quattro braccianti curavano gli interessi di un solo padrone. Ma è nato soprattutto un paese diverso, che mentre la Spagna cresceva a dosi massicce di mercato e movida, ha mantenuto il suo passo lento garantendo 49 euro a giornata per tutti, dal contadino all’operaia al manager. È socialismo? È comunismo? Qualcosa del genere. O più semplicemente un paese di uguali, con un leader che prova a non essere troppo più uguale degli altri. Gli oppositori dicono che sia il nuovo duca, altri affermano che si sia montato la testa, che quando ogni sabato pomeriggio prende la parola a Linea Directa - programma cult di Marinaleda Tv - si senta il presidente venezuelano Hugo Chavez che indottrina il suo popolo dagli schermi di Ola Presidente. Lui non si scompone, si dice fiero che anche il New York Times abbia voluto conoscerlo, rilancia affermando che in fondo Chavez non è che un moderato: «Si accontenta di gestire il capitale, mentre io voglio un paese in cui tutti partecipano a tutto. Per questo facciamo 40 assemblee all’anno, presentiamo in piazza il bilancio comunale, decidiamo tutti assieme anche dove si va in gita la domenica». Nel frattempo in Avenida de la Libertad tutti assieme stanno tirando su 20 case. Al di là dei ricordi di lotta e delle trappole dell’ideologia è questa oggi la scena che conta: nei campi si lavora, nei cantieri si costruisce. Parlando alle Cortes sullo stato della nazione il primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero ha assicurato che il peggio della crisi è alle spalle. Meglio così. Perché se dura ancora un po’ c’è il rischio che in tanti comincino a porsi la domandina di Oscar: «Qui facciamo cose utili e facili. Come mai non si replicano altrove?»

Raffaele Oriani (da «Io donna»)
11 giugno 2009(ultima modifica: 12 giugno 2009)

"Corriere della sera", 12 Giugno 2009

Sinistra ed Europa e ... Italia!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 giugno 2009


La Sinistra che non riconosce al suo interno le differenze crolla; mantiene i suoi adepti che, però, devono riprendere il cammino, tenendosi per mano! E ... speriamo che il PD - che si dichiara progressista - sia capace di creare le condizioni del dialogo e chieda a noi di Sinistra quell'alleanza che, invece, contraddicendosi, ha fornita soltanto all'IdV!?

Le idee della Sinistra non possono continuare a restare fuori dai Parlamenti italiano ed europeo! Non dimentichiamo che Antonio Gramsci, nel 1924, ebbe a fondare un giornale che portava il titolo de l'Unità!

Una Sinistra unita nelle differenze e, dunque, coraggiosa e aperta al dialogo, oggi, conterebbe e renderebbe liberi i suoi elettori di lottare insieme ai Parlamentari delle Sinistre Europee che, oggi, invece, si trovano impoveriti dell'apporto delle idee degli Italiani di Sinistra!
I.L.

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il cantiere della Sinistra continua i lavori News

8 giugno 2009 Sinistra e Libertà è un… leggi »

SINISTRA E LIBERTA'
post pubblicato in Messaggi, il 5 giugno 2009


SINISTRA E LIBERTA'

 

 

in Italia e in Europa

www.sinistraeliberta.it

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2009


Per un futuro di democrazia e libertà

in Italia e in Europa!
 

 

 


 

 

"Sinistra e Libertà"
 

Il Discorso di Barack Obama all'Università del Cairo - 4 Giugno 2009 -
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 giugno 2009


IL DISCORSO

"Con l'Islam un nuovo inizio"

di BARACK OBAMA

 

Il presidente Obama ha tenuto il suo storico discorso all'Islam nella Grand Hall dell'Università del Cairo, davanti a una platea di studenti, le massime autorità politiche e religiose egiziane, accademici, membri dell'ala più intransigente come i Fratelli musulmani
 
 
Ecco la traduzione integrale del discorso del presidente americano Barack Obama all'Università del Cairo.

SONO onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.

Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.

Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.

Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.

Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.

Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.

Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.

In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.

Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.

So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.

Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.

Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".

Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.

E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.

Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.

Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.

Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.

Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.

Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.

Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.

Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.

Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.

Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.

Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.

Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".

Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.

E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.

L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.

La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.

Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.

Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.

D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.

Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.

Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.

I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.

È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.

Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.

Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.

Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.

L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.

Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
       
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.

Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.

Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.

Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.

Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.

La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.

Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.
       
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.

La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.

Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.

È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
       
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.

Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.

So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.

Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.

Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
       
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.

I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.

So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".

Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.

È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.

Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".

Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.


(Traduzione di Anna Bissanti)

("la Repubblica", 4 giugno 2009)


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permalink | inviato da Notes-bloc il 4/6/2009 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lavoro, crescita economica e rispetto dell’ambiente - ovvero: SINISTRA E LIBERTA'
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 giugno 2009


UN NEW DEAL VERDE PER L’EUROPA

Monica Frassoni ci spiega concretamente quali siano le proposte di Sinistra e Libertà per dare avvio ad un New Deal Verde. Lavoro, crescita economica e rispetto dell’ambiente possono andare di pari passo in Europa e in Italia.

La crisi finanziaria ha posto al centro dell’attenzione gli errori delle attuali politiche economiche e sociali e messo in luce il più generale fallimento del sistema su cui si basano.  Ci troviamo di fronte a un’erosione decisiva delle risorse, provocata dal rovinoso ipersfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili, e sta scadendo il tempo a nostra disposizione per evitare una crisi climatica totale. Le crisi dovrebbero essere viste come un’opportunità per trasformare i nostri sistemi economici e sociali in un modello che ci offra un futuro basato su stabilità, autosufficienza e sostenibilità. Un modello in cui ci sia una più equa ripartizione della ricchezza.

Il New Deal verde dovrà mirare a creare un’economia guidata dalla prosperità a lungo termine e non dal profitto a breve, dovrà scoraggiare le speculazioni azzardate che ci hanno intrappolato in un dannoso circolo vizioso tra boom e recessione, dovrà favorire lo sviluppo etico e sostenibile nel quale la prosperità venga vista come benessere per tutti.
Siamo alla vigilia di una nuova rivoluzione economica. Se vogliamo passare al più presto a una società e a un’economia più verde e sostenibile, dovremo aumentare i nostri sforzi. E questo significa non solo fare il necessario per mettere a punto un giusto contesto normativo e gli incentivi necessari a stimolare i settori economici sostenibili, ma anche incoraggiare investimenti in grado di accelerare la transizione. In questo modo favoriremo  l’occupazione e ci renderemo più autosufficienti, riducendo la nostra dannosa dipendenza dalle importazioni di energia.
Non esiste una definizione soddisfacente di economia verde, ma il termine comprende settori come l’efficienza energetica, la produzione e distribuzione di energia rinnovabile, il trasporto sostenibile, la fornitura di acqua, la depurazione, la gestione dei rifiuti, e l’agricoltura sostenibile, oltre a industrie che usino le risorse in modo efficiente, tecnologie intelligenti e servizi sostenibili (incluse le banche etiche).

L’ONU prevede che il mercato globale dei beni e servizi ambientali raddoppierà entro il 2020, passando dagli attuali 1,37 a 2,74 trilioni di dollari. Per quel che riguarda l’occupazione in Europa, uno studio della Commissione europea stima che le ecoindustrie (in particolare i settori della gestione dell’inquinamento e delle risorse) diano già oggi lavoro a circa 3,4 milioni di persone, mentre il settore delle energie rinnovabili occupa oltre 400.000 persone. Si tratta di due aree dell’economia verde.
Il New Deal verde dovrà essere ambizioso e galvanizzare gli sforzi, in modo da massimizzare il potenziale economico e occupazionale dell’economia verde. In tale ottica, è assolutamente indispensabile combinare un pacchetto d’incentivi ambizioso e ben mirato con un corretto mix normativo. Noi vogliamo che in Europa venga lanciato senza indugi un New Deal verde, in modo da creare 5 milioni di colletti verdi nei prossimi 5 anni.
In tutto il mondo i governi stanno annunciando pacchetti fiscali per stimolare le loro economie e rispondere così alle attuali crisi finanziaria ed economica e stanno iniettando nel settore economico un’enorme quantità di fondi pubblici. L’UNEP (United Nations Environment Programme, Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha calcolato che nell’arco dei prossimi 12/24 mesi il totale ammonterà a 2 o 3 trilioni di dollari. Buona parte di questa somma è destinata alle istituzioni finanziarie, ma ci si aspetta che gl’investimenti verdi rappresentino una quota importante dei pacchetti d’incentivi economici più generali. Una ricerca dell’UNEP ha calcolato che almeno il 33% di tali pacchetti sarà destinato ai settori verdi.

Per quel che riguarda l’Europa, esiste il rischio che, invece di stimolare i settori tecnologici verdi orientati al futuro e in grado di creare le basi della nostra rinascita economica, i politici della UE stiano semplicemente cercando di far passare per verdi i loro pacchetti d’incentivi, che in realtà sostengono le cosiddette industrie al tramonto.
Fornire aiuti diretti a industrie obsolete e non sostenibili, e cercare di etichettare tali aiuti come verdi, non solo è un insulto ai cittadini europei ma rischia anche di far perdere il treno alla UE. Il mondo sta passando dall’attuale modello, non più sostenibile e con un uso inefficiente delle risorse, all’economia verde di domani. L’Europa ha la possibilità di essere in prima linea nella nuova rivoluzione economica. Ma per esserlo veramente dobbiamo scegliere il giusto obiettivo per i nostri pacchetti d’incentivi e per la nostra legislazione. Ed è proprio questo che si propone il New Deal verde.

È necessario fissare principi guida ben chiari per i pacchetti d’incentivi. Dobbiamo:
• fare in modo d’investire in settori con un impatto tempestivo sull’economia e l’occupazione, operativi nei prossimi due anni, e in settori con buone possibilità di creare nuovi posti di lavoro;
• agire in quei settori che potranno consentirci di diversificare e abbandonare le risorse finite, in particolare i combustibili fossili, i cui prezzi estremamente volatili hanno contribuito al terremoto economico;
• incrementare l’uso efficiente delle risorse, con l’effetto di ridurre i costi di funzionamento dell’economia e di aumentare quindi la competitività;
• dare la priorità ad azioni locali e alla creazione di occupazione, assicurando così un recupero economico molto più sostenibile;
• evitare la trappola di destinare fondi a infrastrutture con più elevato consumo energetico e/o emissione di gas a effetto serra, cosa che ritarderebbe il passaggio alla nuova economia verde.

Il New Deal verde dovrà inoltre usare strumenti finanziari che abbiano un reale effetto moltiplicatore (ad esempio, garanzie sui prestiti o fondi di capitale di rischio), ricorrendo a tal fine alle istituzioni appropriate (ad esempio la Banca Europea per gli Investimenti - BEI). Grazie all’effetto moltiplicatore, sarà così possibile  generare un’elevata massa globale d’investimenti con una quantità relativamente limitata di fondi pubblici.

Vogliamo che agl’investimenti nell’economia verde siano destinati 500 miliardi di euro. Dobbiamo incoraggiare un sistema bancario socialmente responsabile e sostenere le istituzioni finanziarie etiche. È quindi necessario creare norme a livello europeo  affinché in futuro la sostenibilità diventi un principio guida nel settore finanziario, sia per quel che riguarda il modo in cui opera che per le attività economiche che sostiene e favorisce.

Il New Deal verde non si limita però solo a creare il contesto economico e normativo più favorevole. Il passaggio alla futura economia verde sarebbe impossibile senza un’ampia mobilitazione, e questo significa lavorare con i partner sociali per accelerare il passaggio. La formazione di una forza di lavoro verde dev’essere un punto centrale del New Deal verde. Non si tratta solo di formare nuovi lavoratori, ma anche, ed è fondamentale, di riqualificare i lavoratori già attivi, soprattutto a quelli delle industrie al tramonto, fornendo loro le nuove conoscenze necessarie per svolgere un ruolo ben preciso nei settori emergenti al centro della nuova economia verde. Il New Deal verde dovrà essere messo a punto e portato avanti cooperando con i partner del cambiamento (ad esempio città, istituzioni finanziarie sostenibili, aziende a tecnologia verde, sindacati), facendoli partecipare alla sua formulazione e realizzazione.

Trasformare il nostro sistema di produzione e fornitura energetica, attualmente basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse, con conseguente produzione di carbonio, è un aspetto fondamentale del New Deal verde. Attualmente solo il 9% dell’energia che usiamo proviene da fonti rinnovabili, ma la UE si è impegnata ad arrivare al 20% entro il 2020. Questo ridurrà di 300 milioni di tonnellate all’anno il consumo di combustibili fossili e diminuirà di quasi 900 milioni di tonnellate all’anno le emissioni di biossido di carbonio, come se 450 milioni di autovetture smettessero di circolare sulle strade. Vogliamo che la UE vada ancora oltre e passi ad un’economia interamente basata sulle energie rinnovabili. A tale fine, dobbiamo sviluppare la nostra infrastruttura energetica per potere fare il miglior uso delle energie rinnovabili. Creare una super smart grid elettrica per connettere l’Europa ci aiuterà a sfruttare l’enorme potenziale delle turbine per la produzione d’energia eolica offshore, come nel Mare del Nord, o delle fattorie solari nel Mediterraneo e in Africa del Nord. Ma dobbiamo anche promuovere la produzione energetica decentrata, come l’energia solare, più vicino al consumatore. Con una strategia avanzata per le energie rinnovabili che comporti ambiziose politiche e obiettivi, entro il 2020 si potrebbero creare fino a 2 milioni di nuovi posti di lavoro in questo settore.

Il passo più efficiente e immediato che possiamo compiere nel quadro di un New Deal verde è quello di smettere di sprecare energia. Se la UE s’impegna ad un obiettivo vincolante di riduzione del consumo d’energia di almeno il 20% entro il 2020, ogni anno si risparmieranno miliardi e miliardi di euro. Questo significa rendere più efficienti le nostre case, quelle già costruite e quelle ancora da costruire, per esempio rinnovandole in modo da ridurre lo spreco d’energia e di calore. Gli elettrodomestici, i veicoli e qualsiasi prodotto che usi energia dovranno essere progettati in modo da farlo con la maggiore efficienza possibile. Tutto ciò contribuirà a ridurre le fatture energetiche e di combustibile, oltre a creare milioni di nuovi posti di lavoro. Esistono già buoni esempi. Nel 2006, il programma della Germania per ammodernare gli edifici in modo da migliorarne l’efficienza energetica ha dato luogo a 342.000 ammodernamenti ed alla creazione di 145.000 posti di lavoro supplementari. E, sempre in Germania, sono stati  175.000 i nuovi posti di lavoro creati nel 2007 nella cosiddetta bio-edilizia. Secondo le Nazioni Unite, gli investimenti per migliorare l’efficienza energetica degli edifici potrebbero generare, solo in Europa e negli Stati Uniti, dai 2 ai 3,5 milioni di posti di lavoro verdi supplementari.

Un New Deal verde significa anche trasformare il nostro attuale sistema di trasporti inquinante e fonte di sprechi: trasportare le merci su binari elettrificati invece di utilizzare il trasporto su strada, che inquina; ampliare i trasporti pubblici ed elettrificare autobus, tram e ferrovie e renderne l’uso più agevole facendone un’alternativa più attraente delle modalità di trasporto inquinanti; incentivare il car sharing, l’andare a piedi e la bicicletta; promuovere vetture con maggiore efficienza energetica e meno inquinanti. Per il trasporto dei passeggeri, il treno offre un’efficienza energetica 4 volte superiore a quella della vettura più sobria in circolazione. Passare al verde significa una fattura energetica più leggera. Significa diminuire la nostra dipendenza dal petrolio prima che le risorse comincino a calare e i prezzi vadano alle stelle, per non parlare della riduzione del danno causato alle nostre economie dall’asservimento a importazioni improntate all’instabilità. Si creerà inoltre occupazione: ogni nuovo posto di lavoro nel trasporto pubblico in Europa ha un effetto moltiplicatore del 2,5. Attualmente i lavoratori del trasporto pubblico in Europa sono circa 900.000.

L’efficienza delle risorse è il nucleo centrale del New Deal verde e contribuirà a migliorare la competitività della nostra economia. La UE è la regione del mondo che delocalizza la maggior percentuale d’estrazione di risorse. Le possibilità di ridurre i costi grazie all’ottimizzazione dell’efficienza sono ampie, e chi decide dovrebbe  dunque mirare a massimizzarla. Il miglioramento dei processi di produzione e dell’efficienza delle risorse avrà anche effetti trainanti sull’occupazione: la riduzione del consumo energetico di appena il 10% nel settore manifatturiero creerebbe 137.000 posti di lavoro. Nel settore agricolo vi sono incredibili possibilità di creare occupazione con l’agricoltura biologica. Secondo l’UNEP, nel Regno Unito, per esempio, un aumento del 20% della quota di coltivazioni biologiche porterebbe ad un aumento di 73.200 posti di lavoro. Con lo stesso aumento percentuale, in Irlanda si creerebbero 9.200 nuovi posti di lavoro. In tutta Europa, sono attualmente 213.000 le persone che lavorano nell’agricoltura biologica, ma il biologico rappresenta solo il 5% circa di tutta la produzione agricola europea. Portare questa percentuale al 20% in tutta l’UE significherebbe creare centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Il New Deal verde intende incoraggiare il passaggio ad un’economia verde in settori che vanno oltre l’energia, i trasporti, la manifattura e l’agricoltura. Include l’approvvigiona- mento idrico, la depurazione delle acque e la gestione dei rifiuti più efficienti, oltre a tecnologie intelligenti e servizi sostenibili, anche nei settori finanziario, del dettaglio e del turismo.

Creare in 5 anni 5 milioni di posti di lavoro in questi settori non è un sogno ma un obiettivo politico realistico. In Europa abbiamo potenzialità altissime e non dobbiamo assolutamente lasciarci sfuggire l’opportunità di capitalizzarle. I cittadini, le città e i paesi, e le imprese sono tutti partner del nostro New Deal verde.

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