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di Ignazio Licciardi
Lasciare ampio spazio a voci e personalità provenienti dalla società, donne e uomini fortemente impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili, dell’ambiente, della libertà e della centralità del lavoro
post pubblicato in Notizie ..., il 30 aprile 2009


 

 

2009 Aprile 30

Le Liste
di "Sinistra e Libertà"

Autore: redazione

Le liste di ‘Sinistra e Libertà’ per le prossime elezioni europee sono state composte sulla base di un criterio fortemente innovativo: quello di lasciare ampio spazio a voci e personalità provenienti dalla società, donne e uomini fortemente impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili, dell’ambiente, della libertà e della centralità del lavoro, limitando al massimo la componente proveniente dai partiti. Questo criterio risponde nei fatti all’esigenza, avvertita da tutti dopo le ultime elezioni politiche, di uscire dalle stanze chiuse dei partiti politici per iniziare a ricostruire una sintonia politica e, persino emotiva, con la società italiana e con il vastissimo popola della sinistra, oggi privo di rappresentanza nel Parlamento nazionale.
A parte i parlamentari europei uscenti (Alessandro Battilocchio, Monica Frassoni, Josef Kusstatshcer, Pia Locatelli e Roberto Musacchio) alcuni leader delle diverse forze politiche, a partire da Nichi Vendola, candidato in tutte le circoscrizioni, Claudio Fava in 3 circoscrizioni, Marco di Lello al sud e Umberto Guidoni al centro, che hanno dato vita al progetto di Sinistra e Libertà, nelle liste non figurano dunque esponenti di partito, ma figure importanti del pacifismo  come Lisa Clark (Beati i costruttori di pace) e Giuliana Sgrena (giornalista de il Manifesto), del movimento gay, come Imma Battaglia e Alessandro Zan (ArciGay), del vasto fronte che in Italia ed in Europa si batte in difesa delle garanzie e contro la tortura e gli abusi, come Mauro Palma (presidente del Comitato Ue contro la tortura, già presidente di Antigone), del movimento che, sin dallo scorso autunno contrasta la controriforma della scuola progettata dal ministro Gelmini come Simonetta Salacone, e di quello che si batte per fermare la deriva integralista in cui è scivolato il nostro paese come l’endocrinologo Carlo Flamigni.
L’ex sindaco di Cosenza Eva Catizzone è scesa in campo con sinistra e libertà per restituire centralità nella sinistra italiana nel Meridione, che è, probabilmente, la principale risorsa del nostro paese, ed in particolare dal puntoi di vista delle donne del Sud; il leader del ‘Partito pirata’ Alex Bottoni, infine, rappresenta il vasto e crescente movimento che si è costituito nella rete ed intorno alla rete contro il copyright. Abbiamo cercato di dare rappresentanza diretta alla migliore cultura di questo paese con la candidatura della scrittrice per l’infanzia Bianca Pitzorno, del direttore di Linus Michele Dellai, di Bebo Storti e dell’ex rettore dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia, Mario Folin.
Particolarmente significativa è infine la presenza del disegnatore Sergio Staino, che ha accettato di candidarsi nelle nostre liste come gesto a favore non solo di Sinistra e Libertà ma della ricostruzione di un vasto fronte democratico e di sinistra.

Elenco candidati - Formato: application/vnd.ms-excel

Da sinistraeliberta.it www.sinistraeliberta.it
Da Blog di Nichi Vendola

Il canto del vecchio Bob: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita»
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 29 aprile 2009


 

Una sferragliante sinfonia blues per Bob Dylan

di Roberto Brunelli

Una voce piena di sangue, uscita dalle viscere della terra. Intorno, una sferragliante sinfonia blues speziata di fisarmonica e trombe, violini e mandolini, intrisa di dolente elettricità e dolorosa saggezza. Bob Dylan nel 2009 canta ancora il suo personalissimo e magico viaggio verso la morte: perché le sue, a quasi cinquant’anni dall’esordio, sono ancora canzoni di amore perduto, di desiderio e struggimento. Certo, è beffardo fino all’ultimo, l’uomo che scelse di chiamarsi Dylan come il poeta Thomas: domenica sera, a Londra, la mitica Roundhouse era stipata all’inverosimile, tra le prime file c’erano Roger Daltrey degli Who e Bill Wyman dei Rolling Stones, c’erano i bellocci Clive Owen e Jude Law. Lui era attesissimo: tutti si aspettavano che suonasse le sue nuove canzoni, quelle di Together Through Life, da venerdì scorso nei negozi, nuovo e inaspettato album di colui che ancora è preso come un vate ma che preferisce raffigurarsi come un suonatore di strada.

ROCK’N’ROLL SURREALISTA
Un suonatore di quelli che attraversano il paese in lungo e largo a cantare di gente che ha perso il lavoro, di pietre che rotolano via e di amori bastardi. E infatti i pezzi erano ancora quelli vecchi - per quanto ontologicamente alterati - da Don’t think twice a I dont’ believe you passando per Tangled Up in Blue, più quelle della sua «rinascita» in terza età, da Aint’ Talking, la sua personalissima Divina Commedia, al rock’n’roll surrealista di Tweedle Dee & Dweedle Dum.
«Un magnifico rottame», definisce un giornale inglese il ruvido vocalizzo di mr. Tambourine Man. «I’ve got the blood of the land in my voice», canta lui: «Ho il sangue della terra nella mia voce». In effetti, Together through Life è l’ennesimo epitaffio blues sul presente. In Modern Times, lo stupefacente disco del 2006 che sbaragliò le classifiche come non mai dai tempi di Desire (1976), cantava «il mondo è diventato nero davanti ai miei occhi». Oggi il vecchio (sta per compiere 68 anni) sceglie un gioco d’amore sul bordo dell’apocalisse: «Mi muovo dopo mezzanotte, lungo viali di macchine rotte. Non so cosa farei senza questo nostro amore. Oltre a qui non giace niente... niente, a parte la luna e le stelle». Questa è Beyond Here Lies Nothin’, che apre l’album ed è forse uno dei suoi pezzi più forti: il benvenuto lo dà la tagliente chitarra di Mike Campbell, fedelissimo di questo suo ultimo tratto di strada, e subito dopo fa il suo malioso ingresso la fisarmonica di David Hildago, preso in prestito dai Los Lobos, e la tromba di Donny Herron.

UN NUOVO CAMBIAMENTO
Immediatamente capisci che sei in un territorio altro, ancora una curva - l’ennesima - nella vita e nella carriera di Dylan. Un gioco a scacchi con la storia fatto di sapori tex-mex, sogni perduti di un passato più metaforico che reale, fotografie in bianco e nero di marginalità e passioni proibite: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita» è il ritornello di I Feel a Change Coming On, scambiata per canzone della speranza obamiana. Nessuna speranza. O perlomeno, non è certo quella la parola più adatta a descrivere l’ultimo Dylan. È che anche questa volta, anche questo suo ennesimo e sorprendente album è un curioso gioco di mistificazioni: come sempre prodotto da Jack Frost (che altri non è che Bobby medesimo), Together Through Life è specie una scatola magica per entrare tra i solchi di un vinile dei primi anni cinquanta, quelli della Chess record, o della Sun, la casa discografica che dette i natali musicali ad un tipetto con la banana chiamato Elvis, modificando però a quella leggenda sonora geneticamente i connotati.

IL GHIGNO BEFFARDO
In It’s All Good Bob tuffa il blues delle origini in una fiera di paese ironizzando sul quel «va tutto bene»: e subito vedi dipingersi sul volto del vecchio Bob quel ghigno beffardo solcato di rughe che è oramai il suo ultimo lasciapassare verso la storia. Come sempre il Dylan più verace è quello paradossale: «Quella porta è stata chiusa per sempre, semmai là ci sia mai stata una porta», sibilla rauco in Forgetful Heart, un altro blues crepuscolare cadenzato dal passo del viandante. Del suonatore di strada, quello che non si ferma mai. Quello che ha fatto un patto col diavolo, quello sgorgato dalle viscere della terra.


"l'Unità", 28 aprile 2009

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Record di ripetenti e fuori corso all'università!
post pubblicato in Notizie ..., il 23 aprile 2009


Il numero di chi termina gli studi cala per la prima volta dopo anni
Le facoltà più colpite medicina, giurisprudenza, veterinaria, scienze della formazione

Atenei, il 2008 "annus horribilis"
meno lauree e record di fuori corso

di SALVO INTRAVAIA


Atenei, il 2008 "annus horribilis" meno lauree e record di fuori corso

Record di ripetenti e fuori corso all'università. Il 2008 è stato "l'annus horribilis" per gli studenti degli atenei italiani: calo dei laureati e aumento della dispersione. Il dato è stato reso noto dallo stesso ministero dell'Università attraverso l'annuale rilevazione degli iscritti e dei laureati. Il numero di studenti in ritardo con gli studi ha raggiunto la percentuale più alta degli ultimi trent'anni e coloro che tagliano il traguardo subisce un brusco passo indietro. Dopo anni in cui il numero dei laureati è cresciuto a ritmi serrati comincia la fase discendente. Ma l'esigenza dell'Europa e dell'economia è di avere un numero sempre maggiore di giovani in possesso di un titolo superiore.

Tanto per dare un'idea delle sempre maggiori difficoltà che incontrano i ragazzi italiani a tenere il passo con appelli ed esami basta dare un'occhiata ai numeri diffusi qualche giorno fa dal ministero. Su oltre 1 milione e 776 mila studenti iscritti nell'anno accademico in corso quelli in regola con il precorso di studio scelto sono appena 945 mila. La restante parte è fuori corso o ripetente. Si tratta di 831 mila ragazzi e ragazze che con tutta probabilità hanno incontrato difficoltà o dopo essersi iscritti hanno deciso di abbandonare l'università. Con aggravio sulle casse dello Stato per circa 5 miliardi di euro l'anno. Il costo sostenuto dalla collettività per uno studente universitario si aggira infatti attorno agli 8 mila euro l'anno.

Nel 2008/2009 ripetenti e fuori corso sono 47 su 100. Nel 1980/1981 erano il 27 per cento e 10 anni dopo il 31 per cento. Quando nel 2000 venne istituito il 3 più 2 il tasso di studi irregolari viaggiava sul 44 per cento per scendere nel 2006/2007 al 42 per cento. Evidentemente un certo beneficio le lauree triennali lo hanno portato ma la luna di miele sembra già conclusa. La lista delle facoltà con oltre la metà di studenti in difficoltà è lunghissima e piena di sorprese. Perché tra i corsi di studio "difficili" ne compaiono alcuni con pochissimi studenti: Scienze ambientali, Studi arabo-islamici del mediterraneo e Musicologia che annoverano, per ogni facoltà, meno di 500 appassionati in tutta Italia. Tra le facoltà più ostiche c'è Ingegneria ma anche Psicologia, Lettere e Filosofia e Scienze politiche. Gli studenti di Medicina e quelli di Farmacia sono tra i più virtuosi: 26 e 31 per cento di "irregolari" a testa.


Ma le cattive notizie dal mondo universitario arrivano anche sul fronte dei laureati. Nell'anno solare 2008 sono riusciti a fregiarsi del prestigioso titolo in 293 mila, quasi 6 mila in meno rispetto al 2007. E' la prima volta da quattro anni a questa parte che si registra un calo così vistoso: meno 2 per cento. Dal 2005 al 2007 si è sempre superata la soglia delle 299 mila unità. Dal 2000 ad oggi si è registrata una vera e propria impennata di giovani e meno giovani laureati: da 160 mila a 293 mila appunto. Ma il calo registrato nell'ultimo anno lascia intravedere una inversione di tendenza. Un calo vistoso di laureati tocca i camici bianchi di Medicina e dei colleghi di Veterinaria: meno 6 per cento e 7 per cento. Ma anche Giurisprudenza (meno 5 per cento) e Scienze della formazione, con 4 laureati su 100 in meno di 12 mesi fa.
("la Repubblica", 23 aprile 2009)




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Milioni di individui nel regno del silenzio e dell’efficientismo tecnologico!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 21 aprile 2009


M. Augé torna sul metrò: il nuovo saggio
dello studioso dei "non luoghi"

di Roberto Bertinetti

ROMA 
«Lo spazio sotterraneo, grazie forse a un particolare effetto ottico, offre un’immagine ingrandita delle evoluzioni lente o accelerate dell’intera società in movimento». Così nel 1986 Marc Augé spiegava la sua scelta di dedicare un’indagine ai comportamenti osservati nella metropolitana di Parigi aprendo Un etnologo nel metrò, un volume diventato in fretta un classico dell’antropologia contemporanea.

Vent’anni dopo lo studioso francese celebre per le sue analisi dei “non luoghi” è tornato a tuffarsi nel sottosuolo della capitale per capire che cosa è cambiato da allora e lo racconta in Il metrò rivisitato proposto in Italia da Raffaello Cortina (82 pagine, 8 euro).

Il mutamento più significativo, a giudizio di Augé, è costituito dalla progressiva perdita di importanza del metrò come spazio di socializzazione. Se in passato, precisa, non era infrequente trovare passeggeri impegnati a conversare tra loro, oggi quasi nessuno parla: moltissimi ascoltano musica dalle cuffie, altri leggono. Si tratta di un effetto indiretto che si è prodotto, secondo Augé, a causa dell’organizzazione stessa del lavoro nel metrò.

Scrive in proposito: «Con il passare degli anni, il passeggero del metrò ha perduto ogni possibilità di scambiare due parole con il venditore di biglietti, il controllore, il capotreno o il capostazione. Ci sono gli schermi che lo tengono informato. Messaggi registrati, poi, gli raccomandano di prestare attenzione alla sicurezza, di segnalare pacchi sospetti. Ciò che gli viene suggerito è che la sorte di tutti è nelle mani di ciascuno, ma nessuno parla con nessuno e questo messaggio resta anonimo. Il viaggiatore del metrò si sente sempre meno a casa propria».

L’antropologo è inoltre colpito dalla diffusione della stampa gratuita e dall’utilizzo che ne viene fatto. Molti lettori che vanno di fretta, racconta, si procurano una copia di uno dei tanti quotidiani messi loro a disposizione all’ingresso delle stazioni prima di salire sul treno. Una volta arrivati a destinazione se ne liberano abbandonandola su una panchina oppure gettandola nei cestini dei rifiuti dove spesso la recuperano altri viaggiatori. Per Augé si tratta del simbolo di una società di consumo che produce sempre più rifiuti e non riesce a garantire una vera informazione, visto che la stampa gratuita è povera di notizie e ricca in particolare di informazioni pubblicitarie.

Dal 1986 ad oggi, inoltre, sono sensibilmente aumentati a giudizio di Augé i segni della povertà causata dalla vita della metropoli che si possono osservare all’interno dei vagoni. «La povertà - afferma - era evidente anche allora ma la scena tipica dell’elemosina era quella dell’ingresso nelle vetture di cantanti e musicisti più o meno dotati e si riduceva a una rapida prestazione seguita da una questua. Oggi, invece, gli interventi sono quelli di individui che enunciano, a voce più alta possibile, la loro età e la loro situazione familiare prima di reclamare un po’ di soldi o un buono pasto. Molto spesso la gente reagisce con fastidio a queste richieste. Sottoterra, nello spazio del vagone dove bisogna alzare la voce per farsi sentire, le crudeltà della vita sociale sono sotto gli occhi di tutti e proprio per questo gli sguardi si distolgono infastiditi, esasperati e magari un po’ imbarazzati».

Il metrò nel quale Augé torna in veste di antropologo a vent’anni di distanza dal primo viaggio (pur avendo continuato a utilizzarlo nei panni del semplice cittadino) è, dunque, un luogo in cui milioni di individui sempre più isolati l’uno dall’altro condividono una porzione della giornata senza interagire tra loro, o facendolo solo in caso di necessità, è il regno del silenzio e dell’efficienza tecnologica.

Insomma la sintesi perfetta della nostra epoca in cui, osserva concludendo la sua indagine, «il computer, le cuffie, il walkman e il telefono portatile sono gli strumenti, ogni giorno sempre più elaborati, di questa intima espulsione da sé che caratterizza l’individualità contemporanea».

"Il Messaggero", 21 Aprile 2009

Il popolo italiano vuole i responsabili in galera. Siano essi imprese, costruttori, architetti, tecnici e politici (questi ultimi, siano essi di sinistra, di destra, di centro, di sotto o di sopra)!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 aprile 2009


  Vigili del fuoco: sarebbe bastata una scossa di media intensità per farla crollare 

Chiusa la scuola con le fondamenta marce

Catania: dopo una serie di esposti e segnalazioni, posti i sigilli a un istituto che aveva travi e pilastri rovinati

Guarda le foto, cliccando su:

http://www.corriere.it/gallery/Cronache/vuoto.shtml?2009/04_Aprile/scuola_catania/1&1

Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce   Ecco la scuola dalle fondamenta marce

CATANIA – Bella all’esterno e marcia nelle fondamenta. Così una delle più affollate scuole di una delle città a più alto rischio sismico d’Italia. A Catania gli interventi di manutenzione nell’istituto comprensivo "Angelo Musco" venivano eseguiti per abbellire la facciata esterna e pavimentare gli spazi all’aperto mentre pilastri e travi continuavano a marcire. Una situazione che si trascina da anni. Fino a quando non è intervenuta la magistratura che due giorni fa ha disposto il sequestro della scuola ed ordinato il trasferimento degli oltre 500 alunni che la frequentano.

GLI ESPOSTI E L'INDAGINE- I vigili del fuoco hanno stabilito che sarebbe bastata «una sollecitazione di tipo orizzontale», dunque una scossa di media intensità, per far crollare la scuola. L’indagine della Procura di Catania è scattata dopo l’ultima di una lunga serie di esposti e segnalazioni presentati prima dalla preside della scuola e poi da un’impresa, la Pozzobon Spa, che ha eseguito lavori per l’adeguamento alla normativa antincendio. «Passando i cavi nel piano cantinato –spiega il direttore tecnico dell’impresa Carlo De Leonardis- ci siamo accorti che pilastri e travi sono completamente corrosi. In alcuni pilastri mancavano persino le staffe. Quando gli alunni si agitavano più del normale avevamo la sensazione che tutto potesse crollare da un momento all’altro. Abbiamo fatto diverse segnalazioni ma non è successo nulla». Fino all’ultima denuncia inoltrata alla Procura della Repubblica il 27 marzo scorso, nove giorni prima del terremoto in Abruzzo. Probabilmente è stata la scossa all’Aquila a rendere più sensibili anche i magistrati che, oltre a sequestrare la scuola, stanno per notificare una raffica di avvisi di garanzia a quanti sapevano e non sono mai intervenuti per mettere in sicurezza la scuola. Anche perché agli esposti presentati dalla Pozzobon erano state allegate le stesse foto che potete vedere nella gallery e che parlano da sole.

EDIFICATA IN UNA ZONA ARGILLOSA - I problemi della scuola "Musco" vengono da lontano in quanto è stata edificata in una zona argillosa con notevoli infiltrazioni d’acqua. In inverno gli scantinati si allagano e questo spiega la progressiva corrosione delle strutture in cemento armato. Allarmati i genitori degli alunni: «Perché hanno speso tanti soldi solo per mettere il belletto alla scuola?». Passa al contrattacco la preside Cristina Cascio: «Ci dispiace che per affrontare un problema a lungo segnalato si debba aspettare l’intervento della Procura e mi dispiace anche che la procura si sia mossa oggi e non a seguito della nostra segnalazione del maggio 2006». Sconcertato anche l’assessore comunale alla Pubblica Istruzione Sebastiano Arcidiacono: «Non capisco come questa situazione sia potuta durare tutto questo tempo». Insomma neanche al comune si sentono responsabili per il rischio con cui hanno dovuto convivere per anni i 500 alunni della “Musco”. Eppure non c’era bisogno del terremoto in Abruzzo per sapere che Catania è forse l’area a più alto rischio sismico d’Italia e sono decine le scuole della città che attendono di essere messe in sicurezza.

Alfio Sciacca
"Corriere della sera", 16 aprile 2009

Via i delinquenti di ogni tipo dalle nostre terre, dalla nostra cultura, dalle nostre vite!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 aprile 2009


 IN ABRUZZO


Onna, le case
a norma ancora
in piedi - Foto

18:49  CRONACHELe poche abitazioni anti-sismiche non hanno ceduto alla violenza del terremoto di lunedì scorso

IN ABRUZZO

Ricostruzione,
l'allarme di Grasso:
«Attenzione agli appalti pubblici»

18:01  CRONACHEIl procuratore nazionale antimafia mette
in guardia sul rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata
nelle operazioni di ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto

"Corriere della sera", 13 Aprile 2009

Nasce "Sinistra e Libertà", mentre la terra trema in Abruzzo e i ministri corrono lì ... perché si avvicinano le Elezioni Europee e non solo ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 9 aprile 2009


 

2009 Aprile 7

Rimettere in piedi un cantiere

Autore: redazione

Il video con tutti gli interventi della convention di presentazione di Sinistra e Libertà - Bari 5 aprile 2009


VERGOGNA!!!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 aprile 2009


Sulla linea 24 mezzi diversi per gli stranieri. Il tragitto
porta dal cuore della città al Centro di accoglienza

Foggia, bus solo per immigrati

L'ira di Vendola: "Aboliteli subito"

di PIERO RUSSO


Foggia, bus solo per immigrati L'ira di Vendola: "Aboliteli subito"
FOGGIA - Un autobus per i bianchi, uno per i neri. Non è un revival anni '50, ambientato in Alabama, né la storia di Rosa Parks, la donna di colore che si rifiutò di far sedere dei bianchi al suo posto; non è neanche una storia di Apartheid in Sudafrica. È quello che accadrà da lunedì a Foggia, nel 2009. L'azienda municipalizzata dei trasporti, infatti, ha istituito una linea differenziata della vecchia "24", che collega la città alla borgata di Mezzanone, che ospita il Cara, centro di accoglienza richiedenti asilo, e che sarà utilizzata esclusivamente dagli extracomunitari.
Un'iniziativa che il governatore regionale pugliese Nichi Vendola ha subito bocciato: "Credo che l'amministrazione di Foggia debba al contrario, se c'è richiesta, moltiplicare i servizi ordinari per tutti. E che la linea per gli extracomunitari di Foggia, che ha il sapore della separazione, debba essere abolita al più presto".

Le due 24 non avranno la stessa fermata: per gli immigrati sarà possibile salire al centro di accoglienza e giungere al capolinea della stazione ferroviaria di Foggia, mentre i residenti di Borgo Mezzanone saliranno nel centro abitato e scenderanno in via Galliani, a circa trecento metri e nei pressi della villa comunale. L'iniziativa segue quella istituita il 19 marzo per i collegamenti del Cara di Bari, che serviva ad evitare agli immigrati un tragitto di quasi tre chilometri per raggiungere la prima fermata utile. A Borgo Mezzanone la situazione è differente: il centro di accoglienza, che dovrebbe ospitare 550 persone, ne accoglie circa 800 e più volte si sono verificati episodi d'intolleranza da parte degli abitanti della borgata, stanchi di furti e molestie da parte degli immigrati. Più volte, gli autisti degli autobus sono stati aggrediti e hanno fatto richiesta di automezzi della polizia a scorta dei pullman di linea.

Le linee diverse sono state istituite per motivi di ordine pubblico. Polemica l'Acsi, l'associazione delle comunità straniere in Italia, a Foggia presieduta dal tunisino Habib Ben Sghaier: "L'integrazione non si fa così. Non posso credere che la prefettura abbia avallato una decisione simile. Questo è razzismo. Forse l'istituzione della nuova linea giunge perché gli abitanti di Mezzanone sono elettori e a giugno ci sono le amministrative". Borgo Mezzanone, però, è una frazione di Manfredonia, seppur più vicina a Foggia, dunque l'elezione del sindaco di Foggia c'entra poco. E proprio il primo cittadino Orazio Ciliberti chiarisce: "Non parliamo di razzismo, ma di opportunità di creare un servizio migliore. Nessuno impedisce agli immigrati del centro di accoglienza di percorrere due chilometri in più, arrivare nella frazione di Borgo Mezzanone e prendere il bus che parte di lì e arriva in centro. Alla base della decisione - continua Ciliberti - ci sono gli attriti tra immigrati e residenti a Mezzanone".

("la Repubblica", 3 aprile 2009)
E non è un PESCE D'APRILE!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 aprile 2009


Una proiezione elaborata dal sindacato sulla base dei tagli imposti con la Finanziaria
L'anno prossimo il blocco in 17 atenei su 57, nel 2011 si salirebbe a 37!

Cgil, nel 2010 niente assunzioni
in quasi un terzo delle università

di SALVO INTRAVAIA


 

Cgil, nel 2010 niente assunzioni in quasi un terzo delle università Il ministro Gelmini

Blocco delle assunzioni più o meno in un terzo degli atenei. Nel 2010, secondo una proiezione elaborata dalla Flc Cgil sulla base del taglio operato dal governo attraverso la Finanziaria sui fondi destinati alle università italiane, 17 atenei su 57 non potranno effettuare nuove assunzioni. Sarebbe proprio questo per la Cgil l'effetto della cura dimagrante imposta alle casse universitarie. Entro il 2013 il cosiddetto Fondo per il finanziamento ordinario degli atenei subirà un taglio del 7 per cento circa. Nel frattempo, gli stipendi di professori, ricercatori e personale amministrativo cresceranno e parecchi atenei supereranno il tetto stabilito dal ministro Mariastella Gelmini per individuare le università virtuose: quelle che appunto potranno permettersi di assumere nuovo personale.

La scorsa estate, l'esecutivo ha tagliato il Fondo per il finanziamento ordinario degli atenei: meno 455 milioni entro il 2013. E a gennaio, per spingere le università a spendere in modo più oculato i fondi statali, è stato varato un provvedimento che blocca le assunzioni negli atenei in cui il rapporto fra spesa per il personale e Fondo per il finanziamento ordinario supererà il 90 per cento. La Cgil sulla base dei dati disponibili ha effettuato una proiezione su 57 università.

"La tabella - spiegano da via Serra - è necessariamente indicativa ma è costruita in modo da presentare una lettura prudenziale: eventuali scostamenti possono solo essere in peggio".
Diciassette atenei (Firenze, Pisa, Tor Vergata, Perugia, Pavia, Siena, Trieste, Modena, Udine, L'Aquila, Insubria, Tuscia, Orientale di Napoli, Basilicata, Cassino, Molise e Mediterranea) sforeranno il tetto. Altre due (Camerino e Genova) "si avvicinano pericolosamente al limite".

E dopo un anno la situazione peggiorerà considerevolmente. Gli atenei "spendaccioni" saliranno a 37 travolgendo l'intero sistema universitario che, "in assenza di correttivi sostanziali, nel giro di pochissimo tempo, si troverà nell'impossibilità di rinnovare il proprio personale che cesserà dal servizio". La previsione è che "un'intera generazione di studiosi verrà bruciata e il Paese verrà condannato a una marginalità sullo scenario internazionale ed europeo".

Per salvarsi dal blocco del turn-over i singoli atenei dovranno sperare che tanti docenti vadano in pensione. In effetti l'età media di prof e ricercatori universitari è piuttosto elevata (51 anni), soprattutto se confrontata con quella degli altri Paesi europei. Sono i docenti all'apice della carriera (i professori ordinari) che, carta d'identità alla mano, fanno registrare il record. In Italia, metà degli ordinari ha superato i 60 anni e quasi otto docenti su 100 hanno spento almeno 70 candeline. Nei prossimi anni parecchi di loro andranno in pensione e le relative università potranno ritornare virtuose. Ma non potranno rimpiazzare chi si è ritirato se non in parte, pena l'inclusione nel girone degli "spendaccioni".

("la Repubblica", 31 marzo 2009)

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