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di Ignazio Licciardi
E il Sud che fa? Ringrazia ... oppure s'inc...?
post pubblicato in Notizie ..., il 29 settembre 2008


Con i criteri di calcolo del Piano programmatico del ministri
7.000 delle 14.000 cattedere da eliminare sono nel Meridione

Maestro unico, toccherà il Sud il 50% dei tagli della Gelmini

di SALVO INTRAVAIA


Maestro unico, toccherà il Sud il 50% dei tagli della Gelmini Una manifestazione di docenti

Sarà il Sud a pagare il prezzo del "maestro unico" reintrodotto dalla Gelmini. Negli ambienti politici e sindacali la voce circola da giorni e basta fare due conti per rendersi conto che, in effetti, usando gli stessi criteri di calcolo contenuti nel Piano programmatico messo a punto dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e dal collega dell'Economia, Giulio Tremonti, saranno le regioni meridionali a rimetterci di più in termini di posti di lavoro e servizio scolastico.

Se, come è scritto nel Piano che taglierà 87.000 posti di lavoro in tre anni, il ridimensionamento colpirà le sole classi a tempo normale, il Sud dovrà dire addio a 7.000 delle 14.000 cattedre messe in conto dal governo: il 50 per cento. Nell'Italia centrale Toscana, Lazio, Umbria, Marche sacrificheranno sull'altare delle economie 2.250 cattedre e le sei regioni settentrionali 4.700: un terzo dell'intero balzello.

Domani mattina, in aula alla Camera approda il decreto-legge 137, quello che ha reintrodotto il maestro unico e i deputati del Pd stanno affilando le armi.

"Il duo Tremonti-Gelmini - dichiara Alessandra Siragusa, deputato siciliano del Partito democratico - mira a distruggere la scuola del Sud: secondo i numeri in nostro possesso, in Sicilia e Campania il giochetto del maestro unico costerà 4 mila dei 14 mila posti che il governo intende tagliare. E a parte il taglio dei posti di lavoro la manovra determinerà una contrazione del servizio scolastico. Con 24 ore di lezione in sei giorni i bambini della scuola elementare uscirebbero ogni giorno alle 12.30: non so se le famiglie sono a conoscenza di tutto questo".


Il dibattito parlamentare si annuncia lungo e acceso. "Presenterò tre emendamenti - aggiunge la parlamentare dell'opposizione - che mirano ad allungare il tempo scuola nelle zone in cui la dispersione scolastica è elevata e nelle realtà dove le carenze degli edifici scolastici non consente il tempo pieno".

Secondo i calcoli contenuti nel Piano-Gelmini il maestro unico colpirà soprattutto le 103 mila classi che in Italia funzionano a tempo normale (27 ore a settimana). Tempo normale alla scuola primaria che, per ragioni spesso legate a carenze strutturali determinate dalla mancanza di locali idonei per essere adibiti a refettori/mense, è parecchio diffuso al Sud e molto meno al Nord. Tanto per non restare sul vago, regioni come Lombardia, Piemonte e Emilia Romagna viaggiano con tassi di tempo prolungato (di 40 ore a settimana), che per stessa ammissione del ministro Gelmini non verranno "toccati", variabili tra il 45 e il 39 per cento. Sicilia e Campania sono attorno al 4 per cento.
("la Repubblica", 28 settembre 2008)




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Vade retro, Gelmin-Berlusca!
post pubblicato in Notizie ..., il 26 settembre 2008


1.
La Crui: "Gli atenei rischiano di non poter pagare neppure le retribuzioni"
Se il Governo non fa dietrofront saranno possibili azioni di protesta

Università, in arrivo nuovi tagli

I rettori bocciano la Finanziaria


Università, in arrivo nuovi tagli I rettori bocciano la Finanziaria

ROMA - La casse delle università italiane rischiano di andare in rosso. A lanciare l'allarme è la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) che in una nota, approvata all'unanimità, ha duramente criticato la nuova Finanziaria presentata dal Governo.

Nel documento , indirizzato al ministro Maria Stella Gelmini, i rettori hanno ricordato che i nostri atenei "sono strangolati e rischiano di non poter pagare neppure le retribuzioni del personale". Pur ribadendo "l'incondizionato impegno a operare per il rinnovamento e la riqualificazione funzionale di aspetti centrali della vita universitaria" la conferenza dei rettori ha però pesantemente contestato l'operato del Governo.

Nel mirino "dopo le misure previste dalla manovra triennale approvata dal Parlamento prima della pausa estiva" sono soprattutto le nuove misure della legge Finanziaria "che prevede per il 2010 una diminuzione del Fondo di finanziamento delle università addirittura di 700 milioni (più del 10% dell'attuale Fondo) e tagli drastici per le università non statali. Non è più sopportabile - proseguono - l'azzeramento dei finanziamenti per l'edilizia universitaria che impedisce sia l'avvio di nuove realizzazioni, funzionali alla didattica e alla ricerca, sia - concludono - la semplice manutenzione delle strutture esistenti".

Una bocciatura senza appello che potrebbe provocare anche clamorose manifestazioni di protesta: "Deve essere sin d'ora chiaro - avvisano i rettori - che in assenza di provvedimenti adeguati, operativi entro il 2009, non ci resterà che trarre le uniche conseguenze possibili e coerenti con le loro responsabilità di fronte ai rispettivi atenei e al Paese. Il tempo a disposizione è brevissimo".

("la Repubblica", 25 settembre 2008


2.
E' stata presentata ai sindacati una bozza della riforma messa in campo dal governo
Nel documento non c'è neppure un accenno alla questione del tempo pieno

Maestro unico, trenta per classe
ecco il decalogo della Gelmini

Molti condizionali, ma proviamo a fare il punto su come potrebbe cambiare la scuola

di SALVO INTRAVAIA


Maestro unico, trenta per classe ecco il decalogo della Gelmini

Classi più numerose: fino a 29 alunni all'asilo, fino a 30 nelle prime di medie e superiori. Lo prevede la bozza di regolamento per la riorganizzazione della rete scolastica presentata ieri dal Ministero dell'Istruzione ai sindacati di categoria. Non ancora il piano programmatico promesso dal ministro Maria Stella Gelmini. E in più i sindacati, che hanno visionato il documento, fanno sapere che non c'è nessun accenno alla questione del tempo pieno.

Il documento contiene i nuovi criteri per la formazione delle classi, l'accorpamento degli istituti, l'impiego del personale in esubero. "Il piano deve essere definito nei dettagli con il ministro dell'Economia", è stato spiegato ai sindacati.

E infatti la riforma parte proporio dalla attuazione della manovra economica estiva. Comunque tra mille illazioni, polemiche e incertezze ("assurde", dicono i sindacati) proviamo a fare il punto su quali dovrebbero essere - il condizionale è d'obbligo - le norme che in pochi anni dovrebbero cambiare volto alla scuola italiana.

Due parole d'ordine, "essenzialità" e "continuità": la seconda con le riforme precedenti, compresa quella del Centro-sinistra, e la prima per semplificare e rendere più efficiente l'intero sistema-scuola. Il Piano si muove su tre direttici: Revisione degli ordinamenti scolastici, Dimensionamento della rete scolastica italiana e Razionalizzazione delle risorse umane, cioè tagli.

Scuola dell'infanzia. L'organizzazione oraria della scuola materna rimarrà sostanzialmente invariata. Saranno reintrodotti gli anticipi morattiani (possibilità di iscrivere i piccoli già a due anni e mezzo) e nelle piccole isole o nei piccoli comuni montani l'ingresso alla scuola dell'infanzia potrà avvenire, per piccoli gruppi di bambini, anche a due anni. L'esperienza delle "sezioni primavera" per i piccoli di età compresa fra i 24 e i 36 mesi sarà confermata.


Scuola primaria. E' il ritorno al maestro unico la novità che ha messo in subbuglio la scuola elementare. Già dal 2009 partiranno prime classi con scansione settimanale di 24 ore affidate ad un unico insegnante che sostituisce il "modulo": tre insegnanti su due classi. Le altre opzioni possibili, limitatamente all'organico disponibile, saranno 27 e 30 ore a settimana. La Gelmini "promette" anche di non toccare il Tempo pieno di 40 ore settimanali che potrebbe essere addirittura incrementato ma, su questo punto, pare che il ministero dell'Economia non sia d'accordo. E l'insegnamento dell'Inglese sarà affidato esclusivamente ad insegnanti specializzati, non più specialisti, attraverso corsi di 400/500 ore.

Scuola secondaria di primo grado. La scuola media è al centro di un autentico tsunami che si pone come obiettivo quello di scalare le classifiche internazionali (Ocse-Pisa) che vedono i quindicenni italiani agli ultimi posti. L'orario scenderà dalle attuali 32 ore a 29 ore settimanali. Per questo verranno rivisti programmi e curricoli. Il Tempo prolungato (di 40 ore a settimana) sarà mantenuto solo a determinate condizioni, in parecchi casi verrà tagliato. Per cancellare l'onta dei test Pisa, si prevede il potenziamento dello studio dell'Italiano e della Matematica. Stesso discorso per l'Inglese, il cui studio potrà essere potenziato solo a scapito della seconda lingua comunitaria introdotta dalla Moratti.

Secondaria di secondo grado. La scuola superiore, rimasta fuori da riforme strutturali per decenni, vedrà parecchi cambiamenti. Gli 868 indirizzi saranno ricondotti ad un numero "normale". I ragazzi che opteranno per i licei (Classico, Scientifico e delle Scienze umane) studieranno 30 ore a settimana. Saranno rivisti, anche al superiore, curricoli e quadri orario. Al classico saranno privilegiati Inglese, Matematica e Storia dell'Arte. Allo scientifico, in uno o più corsi, le scuole autonome potranno si potrà sostituire il Latino con lingua straniera. I compagni degli istituti tecnici e professionali saranno impegnati per 32 ore a settimana. Stesso destino per i ragazzi dei licei artistici e musicali.

Riorganizzazione rete scolastica. Attualmente, la scuola italiana funziona attraverso 10.760 istituzioni scolastiche che lavorano su 41.862 "punti di erogazione" del servizio: plessi, succursali, sedi staccate, ecc. Secondo i calcoli di viale Trastevere, 2.600 istituzioni scolastiche con un numero di alunni inferiore alle 500 unità (il minimo stabilito dalla norma per ottenere l'Autonomia) o in deroga (con una popolazione scolastica compresa fra le 300 e le 500 unità) dovrebbero essere e smembrate e accorpate ad altri istituti. Dal ondata di tagli della Gelmini si salverebbero soltanto le scuole materne. Dovrebbero, invece, chiudere i plessi e le succursali con meno di 50 alunni: circa 4.200 in tutto. In forse anche i 5.880 plessi con meno di 100 alunni. Ma l'intera operazione, che il ministro vuole avviare già a dicembre, dovrà trovare il benestare di Regioni ed enti locali.

Razionalizzazione risorse umane: i tagli. Il capitolo dei tagli è lunghissimo. Alla fine del triennio 2009/2010-2011/2012 il governo Berlusconi farà sparire 87.400 cattedre di insegnante e 44.500 posti di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata): 132 mila posti in tutto. Il personale Ata verrà ridotto del 17 per cento. Il rapporto alunni/docente dovrà crescere di una unità. Maestro unico, soppressione di 11.200 specialisti di Inglese alle elementari, contrazione delle ore in tutti gli ordini di scuola, compressione del Tempo prolungato alla scuola media, rivisitazione delle classi di concorso degli insegnanti e ulteriore taglio all'organico di sostegno contribuiranno alla cura da cavallo che attende la scuola italiana. L'intera operazione dovrebbe consentire risparmi superiori a 8 miliardi di euro che in parte (30 per cento) potranno ritornare nelle tasche degli insegnanti, ma solo dei più meritevoli.

("la Repubblica", 25 settembre 2008)

Superman o Pinocchio? Clicca e ...
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 16 settembre 2008


 La Scienza della Comunicazione di Silvio Berlusconi


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E noi? Vegetiamo in un mondo di Istituzioni Formative che "democraticamente" stanno trasformando gli Ordini del giorno - O.d.g. - delle varie riunioni in Ordini di lavoro da eseguire e, pure, senza fiatare!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 settembre 2008


 
La crociata della ministra Gelmini contro l'istruzione pubblica e contro gli insegnanti
Tre «mission»:
Premiare il merito - Abbattare la scuola - Cancellare il '68

Rina Gagliardi
Lì per lì, bisogna confessarcelo, abbiamo tutti preso la Maria Stella Gelmini un po' sottogamba - sembrava, anzi era, un'avvocata della stirpe lombardo-rampantina, una miracolata dal Cavaliere (oltre che dall'università calabra che le regalò a modico prezzo l'abilitazione), insomma una signorina-nessuno. Invece, adesso, va detto che la ragazza ci ha preso gusto. Le piace da morire comparire ogni giorno sui giornali, essere al centro della ribalta e delle polemiche, sproloquiare di temi di cui, in tutta evidenza, non sa nulla, come i sistemi scolastici (alla faccia del "merito" e della competenza, ma tant'è). La solletica molto, specie dopo l'avvento della "pitbull col rossetto", l'idea di apparire una tosta, una grintosa, una che non ha paura di nulla - ieri, dopo il dibattito al liceo Newton, è arrivata a dire che no, non vuole polizia contro chi fischia e che ai "facinorosi" ci pensa lei, direttamente. E, soprattutto, la affascina una missione (speriamo impossibile): passare alla storia (si fa per dire) come colei che ha fatto definitivamente a pezzi il sistema nazionale dell'istruzione. Il sistema in tutte le sue articolazioni, dall'asilo all'università, senza trascurare le medie e le medie superiori. Non è mica un'ambizione da nulla. E non serve, per un'impresa destruens di questa portata, alcuna speciale competenza: basta un'accetta bicipite. Una molto, sia pur bassamente, ideologica, che asseconda il peggio dello "spirito del tempo". E una politica, di politica economica, di scelte concrete. Attenzione, c'è poco da scherzare.
La Maria Stella Gelmini, dicevamo, tolta i "simboli" dei grembiulini, del voto di condotta e del ritorno agli anni '50, ha due chiodi fissi: il primo è che gli insegnanti sono "troppi" e vanno dunque e comunque diminuiti; il secondo è la priorità della valorizzazione del "merito", dei talenti finora repressi, delle eccellenze, della qualità, e così via. Da Sarkozy, ha copiato, in proposito, il refrain della demonizzazione del Sessantotto, che sarebbe alla radice di tutti i mali (della scuola e non solo) e che quindi va - come si può dire? - "sradicato", assassinato, seppellito, dimenticato. Si badi bene: su questi cavalli di battaglia della Maria Stella, concorda in parte sostanziale anche l'opposizione piddina. Nella sinistra moderata, non trovi più nessuno - a cominciare da Walter Veltroni - che non voglia "premiare il merito", che non sogni una società finalmente meritocratica, che non pensi in cuor suo che gli insegnanti sono davvero tanti, troppi e sostanzialmente di scarsa qualità. Tutta questa tiritera, poi, viene alimentata con l'uso politico, strumentale e politically incorrect, delle statistiche europeee - tipo l'ultimo rapporto Ocse.
Ma che cosa vuol dire che gli insegnanti sono "troppi"? Qual è, o quale dovrebbe essere, la "giusta dose" di prof nelle complesse società del XXI secolo? E sulla base di quali criteri andrebbe stabilita? E qual è il rapporto ottimale docentialunni per classe? Proviamo a partire dalle cifre reali: secondo le rilevazioni ufficiali del 2006, in Italia ci sono 688.643 insegnanti in "organico di diritto", più 48.607 insegnanti di sostegno, più 201.038 precari a vario titolo. In questo "esercito", andrebbero (vanno) per altro conteggiati 25.679 insegnanti di religione cattolica, per lo più sacerdoti pagati dallo Stato e scelti dalle Curie, di cui - chissà perché - (quasi) nessuno lamenta il costo o discute l'utilità e la legittimità costituzionale, in una società che sta diventando sempre di più multietnica e multireligiosa. Troppi rispetto ai 7.717.907 scolari e studenti che compongono, più o meno, la popolazione scolastica? O alle circa 42 mila scuole della Repubblica, parecchie delle quali sparse in isole, isolette o zone alpestri? O alla media dei 20,68 alunni per classe, che nella realtà della scuola reale, per ciascun prof, sono molti di più? O al tempo pieno (e prolungato) che caratterizza una parte a tutt'oggi consistente del sistema scolastico di base? In realtà, quando si dice e si ripete quell'aggettivo - "troppi" - si allude a tutt'altro: alla natura improduttiva e parassitaria non solo di tutto ciò che è pubblico, ma di tutto ciò che non genera profitto. La formazione, e la formazione di base in specie, universale e perciò obbligatoria, diritto-dovere qualificante di ogni democrazia che si rispetti, è percepita come un puro costo, senza riscontri e senza ritorni: ecco la contraddizione insolubile in cui si dibattono il liberismo (pur in crisi), il primato dell'economia (e della quantità) su ogni altra dimensione. Ecco perché la Maria Stella Gelmini può consentirsi di sfasciare la riforma delle elementari che tutto il mondo ci invidia: "troppi" maestri rappresentano ai suoi occhi un assurdo economico, non un'idea avanzata di educazione e formazione. Ma, poiché le esigenze di bilancio e di risparmio non rendono la controriforma del tutto convincente, la signora è costretta a "prendere a prestito" (secondo una modalità tipica del capitalismo e del neoliberismo) un argomento culturalmente arcaico e reazionario: il maestro, anzi la maestra unica, come benefico prolungamento della mamma - e di mamma, come si sa, ce n'è una sola. Quando invece è evidente che oggi, ai fini della crescita culturale, intellettuale e democratica di ogni ragazzino e ragazzina, è essenziale il confronto con una pluralità di punti di vista - e di "formatori" e di esperienze - ed è all'opposto disutile, se non nocivo un riferimento autoritario. Perfino Bossi è arrivato a capire questa - per altro semplicissima - verità. La Gelmini, invece, va come un carro armato: perché il suo obiettivo, come dicevamo, è quello tipico delle guerre contemporanee: la "pulizia etnica". Dalla scuola elementare, con l'obbligo ridotto a 14 anni, si passerà a "tagliare" un anno secco di scuola superiore - un altro considerevole risparmio, un altro massiccio beneficio di bilancio, un'altra drastica diminuzione di cattedre. Ma non è solo una faccenda di ordine sindacale o di posti di lavoro (anche, certamente): è lo sterminio etnico, dicevamo, di una generazione di lavoratori intellettuali. Qui il cerchio si chiude e si capisce finalmente perché sia evocato il fantasma del '68: come se non fossero passati quarant'anni esatti da quella felice stagione, come se quel movimento fosse ancora qui, tra di noi. Ma basta, ancora, dare un'occhiata a quello che accade nella vicina Francia sarkozyzzata: "di che cosa è il nome il Sessantotto",come scrive Alain Badjou? Ma di tutto ciò che è all'opposto di quella società senza scuola pubblica, senza cultura diffusa, senza diritti universali, senza sviluppo democratico, che sta nelle corde della destra europea oggi al potere. Il 68 è il nome di quella cultura politica e civile nella quale sono cresciuti tanti insegnanti, oggi in una cattedra di liceo o all'università o in un istituto di ricerca - o che comunque ha influenzato e spesso egemonizzato singoli, generazioni, classi. E di quella speranza, oggi sconfitta ma non domata (scusate la retorica), di abbattere "definitivamente" le piramidi gerarchiche, le disuguaglianze, le caste, la società di classe e di censo. Sì, da questo punto di vista c'è qualcosa di malefico e di geniale nella giovane avvocata bresciana: è l'unica, nel suo governo, ad aver capito che, per procedere sulla strada della Restaurazione, si comincia da lì, dal fondamento - dalla scuola. Tre piccioni con una sola fava (l'accetta): risparmio strutturale di risorse pubbliche, così i tecnocrati della Ue sono contenti; spazio gigantesco per la privatizzazione (attraverso le fondazioni) e l'iniziativa privata, che potrà fiorire davvero soltanto quando, domani, non ci sarà più una scuola pubblica degna di questo nome; fine di quel resta della agibilità della sinistra e - perché no? - della cultura democratica. Tutto il resto - il "merito", la valutazione, le classifiche, i premi, l'inglese - sono in realtà chiacchiere (le esamineremo in un prossimo articolo). Lei, la Maria Stella, ha capito tutto. E noi?


"Liberazione", 14/09/2008


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da "la Repubblica" del 15 settembre 2008:

"Quando la scuola imita le aziende"    

Marco Lodoli
 
I grembiulini per tutti alle elementari, il sette in condotta per arginare
i bulli, l´abbandono dei giudizi, spesso prestampati, per tornare alla
sincerita' del voto: sono scelte che si possono tranquillamente
condividere, che forse avrebbe dovuto fare il governo precedente e chissà
perché non ha fatto. Ma la questione di fondo della scarsa autorevolezza
culturale della scuola temo rimanga irrisolta, e credo anche di sapere
quale sia la sua doppia radice.
Da un lato, come è ormai chiaro a tutti, l´incidenza crescente dei valori
sociali nella scuola fu una battaglia degli studenti più aperti e
generosi, i quali capirono -)che non bastavano Carducci e Rosmini per
affrontare le straordinarie contraddizioni del mondo, -)che bisognava
necessariamente portare nuovi autori e nuovi temi dentro un sapere
accademico e ammuffito. Ma una volta spalancata quella porta, non c´è stata
più la possibilità di frenare gli ospiti: e così oggi la scuola, visto che
il tempo scorre e le cose cambiano, si ritrova a subire e a patire i nuovi
valori – denaro, successo, aggressività, narcisismo – e non sa più in che
modo convincere gli studenti che solo attraverso l´applicazione, il
sacrificio, la concentrazione, la solitudine potranno imparare qualcosa di
utile per loro stessi e per la società. Il mondo peggiore è entrato e la fa
da padrone. Ma su questo già molto è stato scritto ed è un problema ormai
così evidente che quasi non serve ragionarci sopra. E´ lo stato delle cose,
la piaga in cui il dito sta girando da molto e invano.
L´altro aspetto che invece non è stato ancora sufficientemente preso in considerazione è forse ancora più fondante, o più franante: mi riferisco all´autonomia scolastica,
che ancora passa come una conquista meravigliosa e che invece a mio avviso
ha ridotto le scuole a negozietti con la merce sempre in saldo, con le
svendite costanti e la qualità ridotta al minimo.
Prima, tutte le scuole dipendevano allo stesso modo dal ministero, avevano
programmi unificati, facevano scelte coerenti. L´idea di fondo era che i
ragazzi dovevano essere preparati ed educati secondo linee comuni, secondo
i valori basilari della conoscenza e dell´uguaglianza. Da Ragusa al
Brennero si condividevano metodi e aspettative, in un orizzonte democratico
e popolare, magari un po´ noioso ma rassicurante per chi insegnava e per
chi imparava. A un certo punto però si è deciso che ogni preside e ogni
collegio dei docenti potevano gestire come meglio credevano le offerte e i
percorsi formativi. Ogni scuola oggi elabora dunque il suo Pof, cioè il
Piano di Offerta Formativa, e i ragazzi si iscrivono a questo o a
quell´istituto leggendo depliant quanto più possibile accattivanti. Viene
proposto il corso di teatro e quello di ping pong, la settimana corta e la
settimana bianca, il cineforum e la gita fuori porta. La vetrina deve
essere splendida splendente, altrimenti si rischia che i potenziali clienti
non vengano dentro neppure a dare un´occhiata. Chi perde studenti, perde
quattrini: il budget si assottiglia, la scuola arranca e rischia, se
continua l´emorragia, di finire accorpata con qualche altra che invece ha
la fila davanti al portone. Anche per questo, soprattutto per questo, a
fine anno le bocciature sono ridotte al minimo: una scuola che promuove
significa una scuola che va bene, che mantiene i suoi iscritti i quali,
arcicontenti, ne parleranno bene in giro. Insomma, l´autonomia scolastica
ha messo le nostre scuole in competizione tra di loro, esattamente come fa
il libero mercato: ma il risultato non è stato un miglioramento
dell´istruzione, così come la moltiplicazione delle televisioni non ha reso
i programmi migliori e gli italiani più svegli e più colti. I presidi ormai
si sono elevati – o abbassati – al livello di manager, difficilmente
tengono d´occhio l´andamento generale degli studenti, cosa succede in
classe, quali sono i problemi dei professori, tanto sono presi dalla
preoccupazione di far quadrare i conti e non perdere la clientela. E i
clienti, si sa, hanno sempre ragione, quindi è inutile, anzi nocivo,
difendere i professori-commessi dell´emporio, che devono soltanto
soddisfare le aspettative dei giovani seduti al di là del bancone. Pardon,
volevo dire della cattedra. Probabilmente, in qualche scuola virtuosa, questa
raggiunta autonomia ha prodotto risultati eccezionali, ma direi che
nell´insieme ha soltanto inoculato il virus dell´inadeguatezza nei
professori, ha depotenziato il loro insegnamento, costringendoli a
retrocedere al ruolo di intrattenitori, di venditori di pentole, di
spaventati amiconi dei ragazzi. Non credo si possa tornare indietro, ma
credo che andare avanti in questa direzione significhi soltanto rendere le
nostre scuole simili ad aziendine traballanti, pronte a tutto pur di non
perdere la loro misera quota di mercato."

==========================
= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU" 
= per leggere i documenti dell'ANDU: www.bur.it/sezioni/sez_andu.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.php?name=News&file=categorie
s&op=newindex&catid=66
= per iscriversi all'ANDU: http://www.bur.it/sezioni/moduliandu.rtf
== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 15.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.


Sì, Sabina, bisogna mettere un freno all'incompetenza di chi ci "governa" e all'incapacità assoluta di una inesistente e poco chiara "opposizione"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 settembre 2008


 

Sabina Guzzanti: «Onorata per la denuncia
Stiamo tornando al fascismo, complimenti al Pd»

Sabina Guzzanti (foto Lapresse)

ROMA (12 settembre) - «Sono onorata per questa denuncia, certo Alfano potrebbe non autorizzare ma mi pare che possa ben sperare». Parole di Sabina Guzzanti,c he commenta così la decisione  della Procura di Roma di avanzare al ministro della Giustizia la richiesta di procedere nei suoi confronti per vilipendio alla religione, dopo gli insulti al Papa pronunciate durante la manifestazione di Piazza Navona dell'8 luglio scorso.

«Non vi fate spaventare - scrive ancora la comica in un intervento sul suo sito www.sabinaguzzanti.it - sono gesti intimidatori perché non pensiate che si possa dire impunemente quello che si pensa. Invece si può e perderanno loro. Invece si può e la soddisfazione che si prova è impareggiabile». Per Guzzanti «stiamo tornando a un regime fascista. Complimenti D'Alema, complimenti Veltroni, complimenti Finocchiaro e company. Siete davvero dei portenti. Complimenti anche ai loro indegni supporter supportati che scrivono sui giornali. Avete sostenuto tutte le campagne contro la giustizia, contro le istituzioni democratiche e ora finalmente siamo in una dittatura. I primi a rimetterci sarete voi. Ma non voglio anticiparvi nulla - conclude Guzzanti -. Non vedete a un palmo dal vostro naso e il mondo per voi deve essere una continua sorpresa o spavento».
"Il Messaggero", 13-09-08

Il Maestro unico!?
post pubblicato in Notizie ..., il 3 settembre 2008


 
Annunciato in punta di piedi, nel tragitto dalla presidenza del consiglio al Quirinale il decreto si è arricchito della novità che rappresenta la cancellazione di migliaia di cattedre e di posti di lavoro
Colpo di mano sulla scuola:
per decreto il maestro unico

Laura Eduati

Il maestro unico? Doveva rimanere per il momento «un indirizzo politico» del governo da concretizzare nei prossimi tempi, ed eccolo invece comparire lunedì nella Gazzetta Ufficiale all'interno del decreto legge Gelmini, accanto al ripristino del voto in condotta, l'educazione civica e il voto numerico per tutte le materie. Una sorpresa amara che suscita lo sdegno dei sindacati, e non solo.
Soltanto giovedì scorso la ministra della Pubblica Istruzione, dopo l'approvazione del decreto legge sulla scuola da parte del Consiglio dei ministri, aveva promesso di «dettagliare in altre sedi» la reintroduzione del maestro unico e il blocco quinquennale dei libri di testo, punti che poi sono stati introdotti successivamente al riparo da occhi indiscreti.
E così, a partire dall'anno scolastico 2009/2010, i bambini delle elementari troveranno un solo insegnante, un cambiamento che riguarderà soltanto gli alunni della prima classe.
L'orario scolastico scenderà da trenta a ventiquattro ore comprese le due ore di religione che restano invariate. Il testo di legge non fa chiarezza sul destino del tempo pieno, usufruito specialmente dalle mamme che lavorano. Sembra ormai assodato che il ritorno al maestro unico non nasca da una esigenza pedagogica bensì dal bisogno dei tagli alla spesa pubblica imposto da Tremonti. Secondo il governo verranno cancellate circa 42mila cattedre, i calcoli del Cesp toccano le 83mila unità. 
Il caos provocato dalla notizia inattesa ha costretto la ministra Gelmini a puntualizzare che il rientro dell'insegnante unico sarà graduale e che per il momento, appunto, riguarderà soltanto la prima classe delle elementari. Precisazione che forze attenua la preoccupazione degli insegnanti di ruolo, non certo dei precari che saranno i primi a perdere il posto o comunque il sogno di una stabilizzazione.
Con la perdita del modello a più maestri e con la riduzione dell'orario scolastico, la scuola elementare italiana potrebbe perdere gli insegnamenti specifici come l'inglese e l'aiuto degli insegnanti di sostegno. Inoltre scompare la compresenza e cioè le ore di lezione tenute contemporaneamente da più insegnanti. Ciò che realmente imbestialisce la categoria degli insegnanti è che una riforma così profonda avvenga per decreto, senza la normale discussione parlamentare e il confronto con le parti sociali.
«Si tratta di cambiamenti che non considerano affatto il notevole aumento degli alunni per classe, la presenza massiccia di studenti stranieri e l'incremento di allievi disabili» denuncia il sindacato Gilda, preoccupato che il taglio degli insegnanti vada a formare classi più numerose a scapito dell'apprendimento. I bambini delle elementari rimarranno a scuola soltanto 24 ore, ma il contratto degli insegnanti del primo ciclo ne prevede 22. Secondo il testo di legge, le due ore mancanti verranno pagate come straordinari ai maestri che decideranno di farsene carico.
Ma il punto, per il segretario generale della Cgil scuola Enrico Panini, è un altro: questo progressivo impoverimento di orario e maestri riuscirà a «distruggere la quinta scuola per qualità al mondo», un attacco senza precedenti al «diritto dei bambini» di avere una istruzione - finora - d'eccellenza. Un balzo all'indietro che, dopo il recupero del grembiule e del voto in condotta, fa temere il peggio.
Gelmini controbatte, numeri alla mano. E spiega che l'introduzione dei tre insegnanti alle elementari non corrispondeva a esigenze pedagogiche ma è servito unicamente a «fare aumentare il numero degli insegnanti». Cosa che, alla ministra, pare «illogica» in quanto il numero degli alunni è diminuito per il calo delle nascite, dimenticando il massiccio afflusso di nuovi studenti stranieri, nati in Italia o all'estero. La Pubblica Istruzione, continua la ministra, spende il 97% del proprio bilancio in stipendi: «Vorrei avere meno insegnanti ma meglio pagati». Purtroppo nel decreto legge non c'è traccia di aumenti di stipendio.
I Cobas della scuola aderiscono alla campagna contro il maestro unico organizzata dal Cesp, firme da inviare direttamente al ministero della Pubblica Istruzione per fermare una riforma che mira a «mettere in crisi un settore della scuola pubblica a vantaggio del mercato e delle scuole private».
L'autunno caldo della scuola è cominciato.


"Liberazione", 03/09/2008




permalink | inviato da Notes-bloc il 3/9/2008 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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