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di Ignazio Licciardi
Ehi, perché si dice in giro che ci sarà un autunno caldo? Leggi un po' ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 28 agosto 2008


 

Mai più una scuola di massa e di qualità come perno della democrazia. Fondazioni invece di istituti. Così vuole Gelmini. Un programmino di classe niente male, che attacca al cuore l'idea di fondo che ha finora retto il nostro sistema scolastico: una scuola di massa, e di qualità, per tutti, come perno della nostra democrazia

Il Pd d'accordo sulla privatizzazione. Oggi il governo vara il 7 in condotta A morte la scuola pubblica!
Più classe, disciplina e risparmi

Rina Gagliardi
Notizie dal meeting ciellino di Rimini: stavolta la Maria Stella Gelmini fa sul serio e annuncia, oltre al ritorno del voto di condotta (sarà approvato dal Cdm di oggi con apposito decreto legge), un progetto organico di rifacimento del sistema scolastico. Fondazioni private, drastica riduzione dei prof e dei lavoratori (in tre anni meno 120mila) e loro prossima "liberalizzazione", e poi i noti valori del merito, gerarchia, disciplina, ne sono i perni - idee non nuove, ma stavolta prospettate con grande determinazione e supportate da una intensa campagna mediatica (vedi il Corriere della sera , a partire dall'articolo con cui Galli della Loggia ha decretato l'inutilità assoluta della scuola attuale). Del resto, si era mai visto un ministro della Pubblica Istruzione che, quasi ad ogni giorno che passa, getta quintalate di fango sulle istituzioni - delicatissime anzi centrali - che è chiamata a dirigere? Che, pur essendo in tutta evidenza del tutto ignara dei problemi della formazione e del sapere, spara sciocchezze di continuo, e a volte si tratta di sciocchezze razziste, come quelle sugli insegnanti meridionali? Il fatto è che la Maria Stella vuole passare alla storia (si fa per dire) come colei che ha definitivamente distrutto la scuola pubblica italiana. Quod non fecit Laetitia fecerunt Gelminini. Ognuno, è noto, ha le ambizioni che si merita. E quella della rampante avvocata bresciana, cresciuta in scuole cattoliche e poi fulminata in giovanissima età dal Cavaliere (oggi per la verità da un noto immobiliarista), è, appunto, la demolizione della scuola repubblicana e la sua sostituzione con un sistema modellato su quello americano. Da una parte, pochi e selezionatissimi istituti di "eccellenza", tanto nella scuola superiore che nell'Università, privatizzati o comunque gestiti proprio come aziende private (ma con lo Stato che s'incaricherà di ovviare alle eventuali perdite); dall'altra parte, la scuola "per tutti" (si fa per dire), sempre più dequalificata e privata di risorse, destinata a parcheggiare giovani, o a sfornare manodopera a basso costo. Un perfetto sistema duale, con una serie A e poi una serie B, C, D - fino ai gironi infernali delle più desolate scuole di periferia, collocate (com'è logico che sia, direbbe Alemanno) "in luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini".
Un programmino di classe niente male, che attacca al cuore l'idea di fondo che ha finora retto il nostro sistema scolastico: una scuola di massa, e di qualità, per tutti, come perno della nostra democrazia. Oggi, certo, per una tale controriforma (o peggio controrivoluzione), il clima appare assai più propizio. Lo diceva a suo modo Tullio De Mauro proprio sul Corriere di ieri: non si intravede una vera alternativa, da sinistra, a questa ebbrezza americanizzante. In effetti, proprio lì a Rimini, la shadow ministra del Pd, Maria Pia Garavaglia, non ha obiettato quasi nulla allo show gelminiano. Ed è parsa consentire, in particolare, alla proposta-clou della ministra: la trasformazione delle scuole pubbliche (sull'onda di quanto già è stato deciso nel Dpf per l'Università) in "Fondazioni di diritto privato", grazie alla quale gli istituti che lo vorranno potranno usufruire dei finanziamenti privati che vogliono, dotarsi, al posto del Consiglio di Istituto, di un vero e proprio Cda, gestirsi come aziende, con tanto di sponsor, preside-manager e privatizzazione dei rapporti di lavoro.
In effetti, ci aveva già provato, durante il governo Prodi, il ministro Fioroni, che però era stato costretto a "più miti consigli" (a limitare cioè il ruolo delle Fondazioni al regime fiscale) dalla resistenza dei futuri partiti extraparlamentari. Che dire? Meno funzionano, e più diventano di moda, a destra e a sinistra, queste benedette Fondazioni. Tutti hanno sotto gli occhi il disastro di quelle lirico-sinfoniche, realizzate in pompa magna proprio dal centrosinistra, ma nessuno se ne dà per inteso - non hanno un pensiero di ricambio al posto della pur agonizzante ideologia neoliberale. E la Gelmini ha avuto anche il coraggio di dire che, le Fondazioni realizzate nelle scuole paritarie sono un esempio da imitare, «giacché riducono il costo-alunno sotto il livello di quello delle scuole statali». Ed ecco, finalmente, l'assillo autentico del ministro: risparmiare, ridurre, tagliare.
Ma si può pensare ad una buona scuola, per di più restaurata, come vuole la destra, nella sua più arcaica ideologia di luogo deputato alla trasmissione delle gerarchie e dell'autorità, a forza di massacri e di demolizioni? Certo che si può: basta rinunciare all'ambizione - tipica non del socialismo, ma delle democrazie avanzate - del diritto allo studio per tutti. Basta guardare agli Stati Uniti, dove le uniche scuole decenti, superiori e universitarie, sono private, cioè si pagano a carissimo prezzo - e dove le scuole pubbliche ci sono sì, ma sono destinate alle classi dominate, lavoratori poveri, immigrati, chicanos , neri. Basti pensare ad alcune teorie sociologiche in voga da quelle parti, che teorizzano la convenienza "ottimale" di un sistema scolastico non solo censitario, ma castale, funzionale cioè alla autoriproduzione delle classi dirigenti (la diffusione eccessiva di alte qualifiche, nelle classi subalterne, creerebbe, secondo questo pensiero regressivo, disordine sociale e relazionale, e renderebbe intellettualmente troppo povero e pochissimo creativo il lavoro esecutivo, o subalterno). Insomma, com'è ovvio, la privatizzazione della scuola non concerne soltanto la scuola: è in perfetta coerenza con un'idea di società chiusa e con quella tentazione a-democratica che i vari capitalismi perseguono dai tempi della Trilateral (la troppa democrazia e il surplus di aspettative e di domande). Un'idea che fa a pugni con un'intera tradizione liberal e liberale, e con la stessa nozione di "società aperta". Oddio, direbbe la Gelmini, i "capaci e meritevoli", anche se poveri, troveranno sempre il modo di affermarsi, avranno le dovute borse di studio e potranno magari arrivare al Nobel, se se lo sono "meritato". Appunto, qualche eccezione alla regola è sempre consentita, insieme alla carità e alla filantropia, opportunamente detassate, secondo i dettami del "capitalismo compassionevole" - purché s'intende, il povero o il negro siano eccezionalmente dotati e quasi altrettanto eccezionalmente fortunati. Ma l'idea essenziale, appunto, è quell'altra.
Quanto consenso sono destinate ad avere le idee della Maria Stella? Nel mondo della scuola, che è già in notevole ebollizione, quasi nessuno. E tuttavia bisogna sapere che, questa volta, la battaglia sarà molto più difficile. Perché una parte consistente della sinistra moderata (del Pd) o condivide, nella sostanza, questi progetti o è scettica o è comunque incerta. Perché anni di furiose e possenti campagne hanno costruito un'immagine distorta - e di comodo - della scuola reale, e diffuso un pericoloso senso comune regressivo su tutto ciò che è pubblico (i "fannulloni"). Perché si tenterà di dipingere i movimenti di protesta - che noi speriamo di vedere nascere e crescere in autunno - come "corporativi" o "conservatori". Perché è troppo tempo che, a sinistra (sinistra-sinistra), le questioni della scuola e della formazione sono sottovalutate nel loro valore essenziale e generale. Noi, naturalmente, contiamo di essere smentite, al più presto…
“Liberazione”, 28/08/2008

La "politica" della Corte Reale Siciliana!?
post pubblicato in Notizie ..., il 27 agosto 2008


L’aumento negli ultimi anni dell’era Cuffaro documentato da un rapporto della Corte dei Conti

Sicilia, aumenti del 115% agli assessori

In tre anni stipendi raddoppiati e infornata di precari:
conti a rischio con il federalismo

ROMA — C'è un numero che da solo spiega perché il federalismo fiscale e la Regione siciliana non possono andare d'accordo. Si trova a pagina 57, riga 6, di un rapporto appena sfornato dalla Corte dei conti dove si denuncia che nel triennio 2005-2007 l'indennità di carica per i componenti della giunta regionale è aumentata del 114,77%. C'è scritto proprio così: +114,77%. Mentre nel Paese infuriava la bufera sui costi della politica, mentre a Roma si cercava di salvare la faccia proponendo sforbiciate qua e là, mentre Romano Prodi tagliava del 30% il suo stipendio e quello dei suoi colleghi, la spesa per l'indennità degli assessori siciliani magicamente più che raddoppiava. Con il risultato che oggi un componente della giunta regionale guadagna più di un ministro. Chi è assessore e deputato regionale porta a casa più di 14 mila euro netti al mese. Gli assessori esterni se ne devono invece far bastare 11 mila o giù di lì. Il loro stipendio è infatti di 18.120,70 euro lordi al mese: 217.448 l'anno. Circa 15 mila più di un ministro non parlamentare. Va da sé che con la riforma federalista questo andazzo non potrà continuare. Ma i sacrifici a cui saranno chiamati gli assessori faranno ridere rispetto al resto dei problemi. Il personale, per esempio. La relazione della Corte rivela che nel triennio 2005-2007 la spesa per gli stipendi è aumentata del 18,1%, il triplo dell'inflazione.

Nel 2007 i dipendenti sono costati 714 milioni, il 37% più del 2001. All'esplosione ha contributo, spiegano i magistrati contabili, «il notevole ampliamento del numero di dipendenti a tempo determinato a seguito della decisione assunta dalla giunta regionale di procedere alla contrattualizzazione» di alcuni precari. Quanti erano? 3.496. Più o meno come tutti i dipendenti della Regione Lombardia e degli enti collegati, che secondo il conto annuale del Tesoro sono 3.961. Per inciso, la Lombardia ha 9 milioni e mezzo di abitanti contro i 5 milioni della Sicilia. La mega infornata di precari risale alla fine del 2005, pochi mesi prima delle elezioni regionali che avrebbero confermato Salvatore «Totò» Cuffaro alla presidenza della Regione. Come se non bastasse, sottolinea il rapporto della Corte dei conti, l'amministrazione regionale ha poi provveduto a «stabilizzare» altri 130 precari l'anno successivo e ancora altri 197 nel 2007.

Non c'è perciò da stupirsi che la bulimica macchina regionale si sia gonfiata all'inverosimile: alla fine del 2006 si contavano 20.448 dipendenti, di cui 14.291 a tempo indeterminato, 5.455 ex precari stabilizzati e 702 lavoratori socialmente utili. I dirigenti sono ben oltre duemila, con un aumento inarrestabile della spesa per le retribuzioni «di posizione di risultato», determinato dal «notevole incremento del numero degli uffici di massima dimensione e delle strutture intermedie». Ma siccome è regola che non ci siano figli e figliastri, pure i dipendenti «a tempo» hanno avuto la loro parte. E poco importa che l'aumento del «trattamento accessorio» per questo personale sia stato concesso, dice la Corte dei conti, «in violazione delle disposizioni normative e contrattuali». Perché il 6 febbraio scorso, una decina di giorni dopo le dimissioni di Cuffaro e un paio di mesi prima delle elezioni che avrebbero incoronato Raffaele Lombardo, la Regione ha approvato per legge una tanto scontata quanto provvidenziale sanatoria. Per non parlare dei consulenti.

Le norme fissano in tre il numero massimo per ogni assessorato più un consulente per il servizio «controllo strategico»? Ebbene, nel 2007 gli incarichi di consulenza affidati da 10 dei 12 assessori, più il presidente, erano 51, di cui 5 per il cosiddetto controllo strategico. E che dire della spesa per le pensioni? Nel 2007 è arrivata a 538 milioni, il 31,6% in più rispetto al 2001, con una crescita del 7,8% soltanto nell'ultimo anno. Il motivo? L'aumento del 51,6% dei dipendenti della Regione che se ne sono andati in pensione: 413 persone in dodici mesi. Inevitabili, a fronte di questa situazione, gli interrogativi. Perché Lombardo è potente alleato di Silvio Berlusconi, che a lui deve la schiacciante e decisiva vittoria del centrodestra nei collegi elettorali dell'isola. Ma sa benissimo che la riforma, pure «a misura di Sicilia» come lui stesso ha chiesto, potrebbe rivelarsi un massacro se venissero tagliati massicciamente i trasferimenti alle Regioni meno virtuose. Anche perché i segnali di una svolta, in Sicilia, mancano del tutto. La Regione ha varato un piano di riorganizzazione che dovrebbe comportare un risparmio di circa 1,6 milioni di euro l'anno negli stipendi dei dirigenti dal 2008 al 2010.

A parte le considerazioni circa l'entità dell'economia prevista, considerando che il monte «salari» dei dirigenti, salito fra il 2001 e il 2005 di oltre il 45%, supera ormai i 160 milioni di euro, i magistrati contabili arrivano a mettere in discussione che il modestissimo risparmio possa essere conseguito, anche perché «emerge in maniera evidente che l'attuazione delle misure proposte non prevede una diminuzione delle strutture burocratiche». Se infatti il numero delle aree e dei servizi viene ridotto da 546 a 403, quelle delle unità operative aumenta da 1.184 a 1.329. Ma in discussione, sanità a parte, è anche l'intera struttura delle uscite regionali. A una fortissima crescita della spesa per stipendi e pensioni ha fatto riscontro, negli ultimi tre anni, un calo dei trasferimenti alle famiglie (-9,8%) e alle imprese (-42,9%). E se la Regione, dice la Corte dei conti, spende troppo poco per le opere pubbliche e il turismo, sulla formazione professionale corrono fiumi di denaro. L'anno scorso, 432 milioni di euro. Ma senza che se ne vedano risultati, se è vero, come sottolinea il rapporto, che «la disoccupazione giovanile, alla quale dovrebbe prevalentemente rivolgersi la spesa per la formazione professionale, nel 2005 è stata del 40,6% per gli uomini e del 52,1% per le donne».

Sergio Rizzo
"Corriere della sera" del 27 agosto 2008


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permalink | inviato da Notes-bloc il 27/8/2008 alle 11:12 | Versione per la stampa
Questi "governanti" - "scelti" da una "maggioranza" di Italiani, grazie ad una infame Legge Elettorale - non sanno quel che fanno, non sanno quel che dicono! Insomma, non sanno proprio nulla, eppur ... "governano"!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 24 agosto 2008


 Il ministro Gelmini a tre settimane dalla ripresa scolastica
"Taglieremo 85mila docenti e abbatteremo gli sprechi"

"Scuola del Sud abbassa la qualità
Corsi agli insegnanti meridionali"


"Scuola del Sud abbassa la qualità Corsi agli insegnanti meridionali"

Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione

CORTINA D'AMPEZZO (Belluno) - "Nel Sud alcune scuole abbassano la qualità della scuola italiana. In Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata organizzeremo corsi intensivi per gli insegnanti". La risposta alle parole di Bossi arriva dal ministro dell'Istruzione. E' passato un mese da quando il leader del Carroccio, dal palco del congresso nazionale della Liga Veneta a Padova, gridò nel microfono che era l'ora di finirla di far "martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord". A tre settimane dall'inizio delle lezioni, Mariastella Gelmini annuncia alla platea di Cortina d'Ampezzo che l'ha invitata ad un dibattito pubblico, la strategia per migliorare la scuola italiana: corsi ai prof del Sud; taglio di 85 mila insegnanti; riduzione degli sprechi.

"La scuola deve alzare la propria qualità abbassata dalle scuole del Sud", ha detto il ministro bresciano. "Organizzeremo dei corsi intensivi per gli insegnanti del Meridione". Sembra che un test elaborato da Ocse-Pisa - l'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione - vede la nostra scuola al 37esimo posto con un trend decrescente di anno in anno. "E' una realtà - ha detto il ministro - a cui bisogna porre rimedio".

E il "rimedio", il ministro all'Istruzione lo pone con i corsi agli insegnanti del Sud e il taglio di 85 mila docenti tra il 2009 e il 2011. "Chi critica la riduzione dei professori, indichi una strada diversa". La Gelmini vuole anche aumentare le ore: "E' giusto dare agli insegnanti gli strumenti per svolgere il proprio ruolo e un riconoscimento sociale. Reinvestiremo i soldi recuperati dagli sprechi e dal taglio sulle spese per il personale, premiando chi raggiungerà i migliori risultati".

("la Repubblica", 23 agosto 2008)
In Italia oggi tuo figlio può inciampare in una tagliola del "sorvegliare e punire"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 agosto 2008


 

La tagliola del sorvegliare e punire

di

Nichi Vendola

La società del divieto s'interseca alla società dei consumi. Le alchimie dell'ideologia dominante sono anche fabbriche di paradossi: stimolano e poi reprimono, eccitano e poi puniscono, e con speciale accanimento (terapeutico, s'intende) precipitano sulle vite, sui corpi, sui desideri delle giovani generazioni. Tutto è plausibile nel circuito onnivoro della mercificazione, ma molto di quel tutto è localizzato oltre quella soglia che indica i fascinosi territori del proibito. Un ragazzino che varchi quel confine rischia molto, molto più del sette in condotta. Mai l'Italia repubblicana era apparsa, come in questa cupa stagione delle destre, una terra così livida, così povera di libertà, così avara di trasgressioni, così marzialmente ossequiosa ad ogni sorta di conformismo. Vedo un cerchio incantato che si chiude sulla coscienza civile di un Paese per metà bulimico e per metà anoressico, adrenalinico nelle sue pulsioni perbeniste ma indolente ad ogni richiamo di legalità, garantista con chi è già garantito e giustizialista per chi è già giustiziato (ma è solo una questione di stile, diciamo una "questione di classe"). Tutto e tutti sembrano arruolati, soldati al servizio dell'ordine costituito. Anche quel giudice che, terminale intelligente di un complesso dispositivo di legge e ordine, si occupa di un adolescente e lo scippa alle cure materne che non ne avevano interdetto la militanza in Rifondazione, quel giudice che somiglia un po' ai versi di Fabrizio De Andrè, anche lui è un eroe del nostro tempo. Si comincia a intravedere il disegno generale di chi governa: e non solo Palazzo Chigi!

Ecco la filigrana di un'egemonia culturale che affida alla paura le incombenze del riordino simbolico e materiale della nostra esistenza. All'inizio furono i poveri: scandalo per antonomasia in una società che ha fatto dell'opulenza il proprio credo e la propria legge. E siamo scivolati in questo Medioevo postmoderno in cui si combatte il povero (non la povertà), il precario (non la precarietà), il clandestino (non la clandestinità). In tutte le epoche di transizione e di crisi si preparano sventure per i border-line, per gli out-sider, per i poveri cristi di cui neanche la Chiesa ufficiale ha mai voglia né tempo di occuparsi. Ma al centro di ogni egemonia c'è la "questione giovanile" che non è banalmente la storia del conflitto tra generazioni (conflitto quasi abolito dall'assenza di relazione tra vecchi e giovani): ma è il tema persino drammatico del futuro, della sua preparazione o della sua profanazione, e di come il futuro vive il suo rapporto col passato (e col nostro presente) dentro gli apparati della formazione-informazione, dentro i gangli vitali (o mortali) della produzione di coscienza, dentro i flussi di immaginario organizzati, persino nelle loro apparenti spontaneità o nella loro irruenza scenografica, da un'industria culturale largamente televisiva e nordamericana. Come nel american way of life anche i nostri adolescenti vivranno appesi tra l'hot dog gigante e il salutismo paranoico. Negli Usa uno studente di liceo rischia la galera se beve o si fa uno spinello ma non ha molta difficoltà a comperarsi al supermercato un'intera artiglieria e a fare la sua spettacolare strage nella sua domestica scuola. Ubriachi e disidratati. Spinti a godere della velocità senza limiti della secolarizzazione, salvo restare impigliati in un autovelox, in una pattuglia, in una ronda, in una tele-predica. In Italia oggi tuo figlio può inciampare in una tagliola del "sorvegliare e punire" e rischiare la vita. Punirne uno per educarne mille. Punirli a scuola, in discoteca, per strada, punirli ora ma anche in prospettiva, precarizzati e incastrati in una lunga teoria di divieti. Tra non molto tempo dovremo occuparci - con più competenza, come chiede giustamente don Gino Rigoldi - della solitudine giovanile, dei giovani, anzi di una gioventù in oscillazione permanente tra le lusinghe del consumare tutto e subito (quello che non hai, quello che vorresti avere, quello che occulta la tua noia o il tuo dolore, quello che ti appaga, quello che ti dona una momentanea sazietà) e le forche caudine di un proibizionismo globale. Abitiamo questo tempo paradossale, appunto: siamo tutti giovanilisti, siamo tutti assassini di giovani. Non riuscendo ad essere più genitori o maestri, siamo diventati i cannibali dei nostri figli. Questa è la polpa succosa della egemonia vittoriosa della destra, che ha vinto a destra ma anche a sinistra.


“Liberazione”, 22/08/2008

"La qualità delle relazione è la qualità della vita, è il luogo non solo del benessere ma anche della creatività, della partecipazione della responsabilità" (Don Gino Rigoldi)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 21 agosto 2008


"La più grande,

la più importante,

la più utile regola

di tutta l’educazione

è non di guadagnare tempo

ma di perderne"

(Jean-Jacques Rousseau)

°°°

Un paese che odia i giovani?

Don Gino Rigoldi
Che in Italia un adolescente possa essere tolto alla madre perché iscritto ad un partito della sinistra alternativa sembra incredibile ma questa è una nazione piena di scelte incredibili per chi ha una cura competente dei giovani ed un convinto sentire democratico. Il pudore chiederebbe di non giudicare indizio di colpa o di sicura criminalità l'appartenenza a un movimento comunista ma occorre appunto aver conservato il pudore. Per uno che come me da molti anni si occupa, sta, guarda con cura e un po' di competenza il mondo giovanile, questo esempio di violenza si aggiunge a tutta un'altra serie di preoccupazioni.
La retorica corrente dice che i giovani sono il nostro futuro, che la nostra vita di adulti deve essere dedicata alla cura ed alla costruzione di un futuro per i giovani che - si dice - sono appunto il futuro dell'Italia. Farei una grande festa con vino salumi e cotillons se su giornali o riviste di grande diffusione trovassi scritto che anche i giovani stranieri residenti o addirittura nati in Italia sono il nostro futuro. Ma forse è chiedere troppo. Mi basterebbe che le scelte che in grande la politica nazionale e ciascuno nel suo territorio gli amministratori pubblici ma anche più in generale i media iniziassero a parlare dei giovani con una qualche competenza e magari con un po' di simpatia.
Chi come me incontra almeno due volte la settimana insegnanti genitori, preti, amministratori, trova un impressionante analfabetismo educativo. Se educazione significa soprattutto addestrare a una sana, chiara,decisa, costruttiva capacità di relazione con le persone, oggi, il primo danno, la vera corruzione dei giovani, arriva attraverso l'affermazione di un individualismo sospettoso, egoista, discriminatorio e talora anche razzista. Unica alternativa a un modo di vivere muscolare e difensivo sarebbe lo stupido "buonismo".
La qualità delle relazione è la qualità della vita, è il luogo non solo del benessere ma anche della creatività, della partecipazione della responsabilità. I giovani vivono e crescono nella relazione con gli adulti e tra di loro.

"Liberazione", 21/08/2008




permalink | inviato da Notes-bloc il 21/8/2008 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
L'arte dell'inganno in 100 giorni!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 agosto 2008


Come ingannare un intero popolo!
Leggi:
 
http://www.unita.it/documenti/centogiorni.pdf

Il neoliberismo ... all'italiana!?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 7 agosto 2008


 

Estratto da: La comunità ritrovata. Civitavecchia: la politica difficile, a cura di

Patrizio Paolinelli, Teseo Editore, Roma, 2008.

Tu vuo fa l’americano

Patrizio Paolinelli

Prerequisiti del berlusconismo

Politica-spettacolo, populismo, telecrazia. Ecco tre modelli di interpretazione critica del berlusconismo. In effetti la rapidità di produzione-trasmissione della cultura post-moderna ci ha abituati a dare senso e significato all’attualità quasi in tempo reale. E oggi possiamo dire che del berlusconismo conosciamo bene le sue principali caratteristiche. La parabola del Cavaliere è stata studiata in Italia e all’estero con molto interesse per le numerose novità che ha introdotto nel modo di fare e di intendere la politica. Ciò non toglie che la conoscenza abbia faticato e stia ancora faticando parecchio per contribuire a tenere a bada un fenomeno potenzialmente degenerativo per la democrazia. Infatti: la politica-spettacolo svilisce il concetto a favore dell’immagine; il populismo sfocia spesso in autoritarismo plebiscitario; la telecrazia sostituisce la partecipazione attiva della cittadinanza con l’inclusione passiva del pubblico. In tutti questi casi il linguaggio della politica si rovescia tout-court nelle pratiche del potere postmoderno. Un potere che aggiorna vecchie forme di sudditanza e genera nuove costrizioni sociali attraverso il partito-azienda.

Il berlusconismo costituisce una modalità di legittimazione del potere fondata sulla personalizzazione del rapporto leader-popolo tramite la mediazione televisiva. Va tuttavia precisato che tale modalità non nasce per moto proprio. La stella del Cavaliere non avrebbe brillato così intensamente e così a lungo senza il concorso di diversi fattori esogeni. Ne elenchiamo alcuni: 1) la rivoluzione restauratrice portata avanti dal neoliberismo dalla fine degli anni ’70 ad oggi; 2) il crollo del socialismo reale; 3) la perdita di centralità della grande industria; 4) la conseguente nascita di un’economia fondata sui servizi e la conoscenza; 5) l’ascesa della figura dell’imprenditore nell’immaginario collettivo; 6) il declino storico dei partiti di massa; 7) il ritorno in grande stile del populismo; 8) l’avvento della neotelevisione (zapping, numerosità canali, canali tematici ecc.).

Berlusconi ha saputo approfittare prima di altri moderati di parecchie circostanze favorevoli che gli hanno permesso di trasformare radicalmente una società in transizione che chiedeva a gran voce il cambiamento. Da buon populista ha offerto agli italiani una via d’uscita per il malcontento nei confronti del sistema dei partiti, della deindustrializzazione, della disoccupazione. Insomma ha venduto un sogno: uscire dalla Prima Repubblica, realizzare il “miracolo economico”, liberare il paese dalle scorie del passato e prospettargli un futuro. Tutte buone intenzioni politicamente riassunte nel celebre “contratto

con gli italiani”. Formula magica copiata pari pari dai neoconservatori statunitensi e che segna la definitiva rottura semantica con il tradizionale linguaggio della politica italiana.

Sul piano delle relazioni tra sistema politico e sistema economico il berlusconismo attecchisce e vince in virtù di tre fattori interagenti: la frantumazione delle classi provocata dall’avvento del modo di produzione postfordista; l’aumento della complessità sociale in un mondo del lavoro che vede crescere costantemente il numero delle professioni e delle specializzazioni; la colonizzazione della vita quotidiana da parte dei mezzi di comunicazione di massa. L’interazione di tali fattori suggerisce che il berlusconismo vada ben oltre la persona di Berlusconi esattamente come il nazismo e il fascismo non si esauriscono nelle figure di Hitler e Mussolini. E qui occorre una precisazione.

Il paragone con le dittature degli anni ’30 del secolo scorso è quasi istintivo per molti osservatori del berlusconismo. Noi compresi. Ci siamo spesso interrogati su questo collegamento spontaneo. E’ forse dovuto alla nostra scarsa simpatia verso il personaggio? No. Se così fosse avremmo smarrito il necessario distacco che si deve all’oggetto di osservazione per quanto poco possa piacerci.

Non resta allora che osservare Berlusconi in quanto attore sociale, tentando di comprendere il suo punto di vista e il suo agire secondo la lezione di Weber. E cosa vediamo osservando da vicino questo fondatore di una nuova lingua politica? Vediamo un individuo che non ama la discussione, non ama essere contraddetto, non ama perdere e per questo non ammette mai la sconfitta anche quando è palese. Allo stesso tempo Berlusconi piace perché è uno che va per le spicce. Piace perché ragiona per stereotipi. Piace perché offre alle masse televisive mete a buon mercato. Piace perché si presenta come un capo-branco. Piace perché ragiona in termini assai semplificati di amico-nemico: o con me o contro di me. Tutti ingredienti che non ne fanno un liberale nel senso classico del termine. Si potrebbe dire che ne fanno un post-liberale. Meglio ancora: un alfiere dell’antipolitica.

L’altro passo che avvicina il Cavaliere alla figura del dittatore consiste nel privilegiare il culto della visibilità. Un culto che si traduce nella sua ossessiva presenza mediatica realizzata sia in prima persona sia dai dipendenti delle sue reti televisive. Il culto della visibilità ha questo di specifico: tradisce il desiderio e la volontà di non cedere mai il potere mediatico utilizzando tutti i mezzi, leciti e illeciti. Precisiamo subito che gli illeciti di Berlusconi riguardano il suo linguaggio. Ossia: portare alle estreme conseguenze i difetti della politica italiana. E per estreme conseguenze si deve intendere principalmente, anche se non esclusivamente, portare sullo schermo televisivo un’immagine. Si pensi solamente al Berlusconi vittima perseguitata dalla diabolica magistratura milanese.

Bastano questi pochi elementi per giustificare il paragone tra Berlusconi e Mussolini. Paragone che intende semplicemente segnalare una tendenza. Perché a differenza di Mussolini, Berlusconi è un dittatore virtuale senza dittatura reale. Le circostanze storiche gli impediscono di realizzarla, posto che l’idea gli abbia mai sfiorato la mente. La dittatura virtuale non richiede la sospensione della democrazia (libertà di stampa, di associazione, pluralismo politico ecc.) ma la sua dequalificazione. Richiede insomma un’idea aziendale della politica, della cultura, della vita della nazione. La consistenza di questa ipotesi possiamo misurarla passando da Berlusconi al berlusconismo. Un concetto che da solo non è tuttavia sufficiente per comprendere come mai un imprenditore in crisi economica sia riuscito a tenere sotto scacco un’intera nazione dal 1994 ad oggi inventando dal nulla un partito e facendo dell’antipolitica un linguaggio di governo. Occorre allora affiancargli un’altra nozione. E questa nozione è l’americanismo.

Il volo dell’anatra zoppa

L’americanismo rappresenta tante cose intrecciate tra loro: è spirito di frontiera, società plurale, potenza militare, fascino culturale, mitologia dei consumi, progresso scientifico, sguardo rivolto al futuro, spettacolarizzazione della vita. Per sua stessa ammissione Berlusconi ama, a prescindere da qualsiasi considerazione, tutto ciò che proviene da oltreoceano.

Coerentemente, sul piano della gestione della cosa pubblica, il Berlusconi premier è un buon interprete della rivoluzione neoconservatrice affermatasi da Reagan in poi. Ma l’Italia non è gli USA e l’azione di governo del Cavaliere deve fare i conti con diverse criticità ereditate dalla storia del nostro Paese: proliferazione di partiti, alleanze di governo dalla forte conflittualità interna, il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica nella realtà italiana, la tradizione clientelare nella gestione del potere, la forte presenza dei sindacati, una sinistra ancora consistente nonostante l’implosione dell’URSS e dei suoi satelliti. Per comprendere quanto l’americanizzazione dell’Italia sia un processo lungo e tortuoso a questi fattori, che per così dire provengono da quello che ormai appare un lontano passato, si aggiungano eventi più recenti quali l’avvento di un robusto movimento di contestazione della globalizzazione neoliberista e il crescente attivismo dei corpi intermedi nel tessuto sociale.

Il Berlusconi politico è dunque un’anatra zoppa che non può applicare come vorrebbe tutto il suo americanismo. Una disposizione che nella realtà politica degli states si traduce nel bipolarismo perfetto. Bipolarismo reso ancora più stabile dalla comune e indiscussa fede all’ideologia del mercato dei due partiti che si alternano alla guida del Paese. En passant annotiamo che tanta compattezza fa dire a Gore Vidal che il sistema politico statunitense è formato da due destre e che de facto non esiste una vera alternanza di governo.

Volendo calcare la mano si può osservare che persino quando appare una terza forza di destra come quella che fece capolino con il populista miliardario Ross Perrot (19% nelle elezioni presidenziali del 1992 e 8% in quelle del ’96) l’establishment politico statunitense riesce in qualche modo a neutralizzarla.

In ogni caso, l’osservazione di Vidal pare assai utile sia per non cadere nella trappola dei cosiddetti partiti post-ideologici, sia perché ci permette di tornare alla nostra anatra zoppa. Una volta “sceso in campo” l’uomo di Arcore emula Ronald Reagan: attacco frontale allo Stato sociale e ai diritti dei lavoratori, smantellamento sostanziale di alcuni principi costituzionali legati ad una visione solidaristica del ruolo dello Stato, lotta senza quartiere contro sindacati e sinistra, richiamo diretto al popolo saltando a piè pari tutte le mediazioni istituzionali. In questa strategia pienamente neoliberista rientra anche lo sdoganamento della destra di ascendenza fascista. La quale, tra molte incertezze, abiura parte del suo passato in camicia nera per rendersi presentabile ai moderati europei e di oltrealtlantico. L’operazione riesce e più di un commentatore nota che molte scelte politiche di Berlusconi sono in sintonia con il programma della P2 di Licio Gelli.

Tralasciando questo aspetto oscuro, nei cieli della politica italiana Berlusconi è forse il premier meno europeista e meno europeo che il nostro Paese abbia avuto dal Secondo dopoguerra in poi. Ma se si può essere incerti su questi primati, sicuramente il Cavaliere è stato l’alfiere di una nuova fase di americanizzazione della politica italiana. E’ il primo a introdurre il marketing elettorale. E’ il primo ad utilizzare con estrema disinvoltura i mass-media per orientare il voto. Entrambe le azioni sono affermate nel panorama politico statunitense già dall’era dei fratelli Kennedy. In Italia arrivano ai primi degli anni ’90 grazie al Cavaliere. E in questo senso Berlusconi è un grande innovatore. Tuttavia, tale innovazione non va verso un ampliamento della democrazia. Per Berlusconi i partiti costituiscono un ingombro, i corpi intermedi della società un ostacolo, il popolo una platea televisiva da imbonire con messaggi semplici e manichei. Nella sua visione dell’azienda-paese la democrazia è un impedimento al decisionismo del capitano d’impresa.

Per affermarsi politicamente l’anatra zoppa fa più fatica del previsto: è costretto a patteggiare con il senso dello Stato di Alleanza Nazionale, deve fare i conti con l’ostilità di larghi settori della società, subisce ripetute sconfitte elettorali. Evidentemente le tecniche made in USA di manipolazione dell’opinione pubblica non garantiscono sempre il successo. Ma c’è un secondo livello di competizione grazie al quale l’anatra zoppa spicca il volo aprendo come un nuovo Icaro inedite rotte per l’esercizio del potere: dove l’americanismo non riesce a passare tramite l’azione di governo dilaga come stile di vita. Dilaga insomma nella sfera della riproduzione sociale senza incontrare alcuna resistenza.

Le Tv commerciali nate e prosperate sotto il segno del berlusconismo sono le grandi promotrici di un nuovo modo d’essere e di vivere che senza parlare direttamente di politica fanno molta più politica dei partiti. Soprattutto nella prima fase di ingresso sul mercato televisivo gran parte della programmazione di Mediaset è di provenienza americana (Dallas, Magnum P.I., General Hospital ecc.). Anche successivamente il modello resta Hollywood. Soap opera, sit-com, telequiz, giochi a premi, donne nude, calcio in diretta, talk-show e milioni di ore di pubblicità determinano una vera e propria rivoluzione culturale portatrice di un modello di vita forse più californiano che americano: etica del successo, morale del divertimento, culto del corpo.

L’adesione della Rai alla linea editoriale di Mediaset costituisce un evento cruciale per la formazione della coscienza collettiva degli italiani. Un evento negativo. Si tratta di una vera e propria Caporetto culturale che non si riduce affatto al costume. Meglio: ciò che troppo spesso e con sufficienza è chiamato costume costituisce parte integrante e decisiva nella formazione della coscienza. Codici e contenuti della TV commerciale hanno offerto a un paio di generazioni di italiani ideali condivisi, modelli di comportamento, usi del tempo libero. Hanno motivato l’azione sociale tramite l’ideologia del consumo mobilitando masse umane sotto forma di pubblico e depotenziando giorno dopo giorno la capacità di attrazione delle idee di cambiamento sociale alternative alle logiche aziendaliste. In poche parole: hanno creato un sistema di valori politicamente funzionale al neoliberismo.

Famiglia particolarista

In Italia il berlusconismo è la locomotiva della cultura di massa. Per milioni di giovani e meno giovani valori e senso della vita trovano la propria ragion d’essere nei programmi della Tv commerciale. Questo fenomeno è noto tra gli esperti di comunicazione come “effetto dei media“. Esistono diverse tesi in proposito. Una sostiene che i mass-media non generano i comportamenti delle persone. Si limitano a trasmettere quel che è autonomamente prodotto dalla società, ovvero si collocano in un contesto culturale preesistente. Nelle sue conseguenze politiche questa presa di posizione è conservatrice e tende a velare il potere dei media adeguandosi al detto: la Tv dà al pubblico ciò che il pubblico chiede. Niente di più falso ovviamente perché la comunicazione tra Tv e spettatori è unidirezionale. Perciò la “cabina di regia” sta dalla parte dei produttori di contenuti televisivi. I quali impongono un’agenda, una lettura del mondo e persino un’estetica aderente alle logiche politico-economiche dominanti. Qualsiasi siano le tendenze di tali logiche la Tv, e i mass-media in generale, si presentano come strumenti di potere. Allo stato attuale il governo dei palinsesti non è il risultato di un processo democratico. Gli utenti sono destinatari delle trasmissioni e non protagonisti. Sono, appunto, spettatori. Come se non bastasse a questi spettatori è narrata una realtà selezionata e preconfezionata che esclude temi decisivi nella vita individuale e collettiva come ad esempio il lavoro. In questo senso la Tv si configura come “un’arma di

distrazione di massa”. Efficace formula che purtroppo riguarda anche l’informazione.

Per quando sospettabile di connivenza con il potere, la tesi secondo cui la Tv riproduce la struttura preesistente delle relazioni sociali non è da cestinare del tutto. Nel caso italiano il berlusconismo ha davvero fatto leva su alcuni portati antropologici tipici della nostra società. Primo fra tutti l’individualismo. Un individualismo specifico, molto differente da quello anglosassone e in continuità con il “familismo amorale”. Con questa categoria è stata descritta una tendenza della cultura meridionale italiana nel secondo dopoguerra in virtù della quale gli individui cercano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. Il familismo è "amorale" perché i principi di bene e di male sono applicati soltanto nei rapporti familiari. L'amoralità non riguarda i comportamenti interni alla famiglia, ma l'assenza di ethos comunitario esterno della famiglia.

Senza entrare nel merito della lunga discussione sociologica intorno a questa categoria l’idea di familismo si è estesa nel tempo per spiegare vari fenomeni della nostra società: lo scarso spirito civico, la prolungata convivenza dei giovani italiani con i genitori, lo sviluppo della piccola e media impresa.

Contrariamente a quanto alcuni studiosi si aspettavano il familismo amorale non ha impedito la modernizzazione. Al contrario, si è adattato a innovazioni e trasformazioni sviluppando uno specifico particolarismo capace di rispondere ai mutamenti sociali. Esempi: la famiglia è passata dall’etica del risparmio a quella del consumo, costituisce un’occasione di lavoro in relazione allo sviluppo della piccola e media impresa, è un potente ammortizzatore sociale che supplisce agli enormi deficit del welfare italiano. Senza il sostegno della famiglia oggi milioni di persone verserebbero nell’indigenza e il sistema di potere che regge il nostro Paese sarebbe probabilmente saltato da lungo tempo.

E’ proprio sull’idea della “famiglia particolarista” che si fonda uno dei pilastri del berlusconismo. Si può affermare che gran parte dell’attività del Cavaliere imprenditore e del Cavaliere uomo politico è destinata alla famiglia. Le sue reti televisive sono costruite intorno a target precisi raccolti intorno alle mura domestiche: Italia 1 per i giovani, Rete 4 per casalinghe e pensionati, Canale 5 proprio per le famiglie. Ma con il berlusconismo è la televisione in quanto mezzo a mutare funzione. Non è più solo un elettrodomestico. E’ anche un neo-oggetto chiamato appunto neotelevisione e caratterizzato dal flusso continuo di trasmissioni. Oggi i telespettatori non guardano un programma: si immergono e nuotano in un fiume di immagini, sensazioni, significati.

Sotto un profilo più pratico, la neotelevisione è un mezzo di sopravvivenza familiare quando non si ha molto da dirsi o si devono “parcheggiare” i bambini. Gli anziani poi trovano davanti al piccolo schermo un modo per vincere noia e solitudine. Gli adolescenti invece acquistano modelli di comportamento e di consumo, visioni del corpo e della sessualità. In definitiva: famiglia e televisione si sostengono a vicenda nel loro lavoro di riproduzione della società.

Di questa inedita alleanza approfitta Berlusconi presentandosi agli italiani ormai orfani di idee e di ideologie come il loro tutore. Un tutore assai originale però. Un tutore estremamente permissivo. La famiglia particolarista ottiene dal Berlusconi imprenditore intrattenimento non-stop e dal Berlusconi uomo politico la possibilità di continuare a pensare solo al proprio tornaconto.

Con la sua azione politica Berlusconi dice a un popolo senza più genitori di non pagare le tasse più di tanto, di ostentare la ricchezza, di pensare prima di tutto a se stessi. Un populista come Reagan, per diversi aspetti simile al Cavaliere, non si sarebbe mai sognato di veicolare questo tipo di messaggi perché sarebbe andato contro la storia civica del proprio Paese. Berlusconi invece fa leva con tutte le sue forze proprio sui difetti della società italiana trasformandoli in virtù. Con il Cavaliere a capo del governo e con le sue Tv alla guida della cultura di massa il familismo particolarista conquista nuovi spazi. Il primo terreno di aggressione è l’etica politica. Condoni, leggi ad personam, conflitto di interessi, premi di fedeltà ai propri sodali, attacco a testa bassa contro la magistratura trovano agguerriti sostenitori tra i moderati e nei dibattiti televisivi tanto da farne agli occhi di vasti settori dell’opinione pubblica un modello che si giustifica per il solo fatto di realizzarsi. In questa circostanza la dittatura virtuale esprime tutta la sua forza. Il secondo fronte di attacco sono i legami sociali. Arricchimento personale, mitologia dell’imprenditore di se stesso, declino del senso del noi, trionfo di un narcisismo voyeuristico che fa di veline e calciatori punti di riferimento dell’immaginario collettivo sono tutti fattori che minano la coesione di un Paese storicamente fragile dal punto di vista identitario.

La combinazione tra declino dell’etica politica e indebolimento dei legami sociali ha dato modo al berlusconismo di sopravvivere alle sconfitte elettorali di Berlusconi affermandosi come un’ideologia. L’antipolitica del Cavaliere non si esaurisce nell’outsider che si presenta all’elettorato autocandidandosi direttamente come premier. Non si esaurisce nell’ostilità verso l’iperpolitica dei partiti storici e un linguaggio da opposizione permanente anche quando è al governo. L’antipolitica di Berlusconi è una concezione del mondo che non ha la grandezza del nazionalismo di De Gaulle o la potenza di una retorica della superiorità morale statunitense come in Reagan. Il linguaggio di Berlusconi è quello della Tv commerciale. Più in là non è ancora andato. Esattamente come la pubblicità Berlusconi parla alle famiglie in quanto piccoli gruppi solitari, chiusi nei salotti dei loro appartamenti davanti alla Tv. Esattamente come la pubblicità il linguaggio di Berlusconi è verosimile ma non vero, promette quello che non può obiettivamente mantenere, seduce più che convincere razionalmente. Ecco perché Berlusconi lascia spesso stupefatti per le palesi menzogne che propina a intervistatori ed elettori (ad esempio che i media sono contro di lui, che gli italiani stanno economicamente bene o che mai sotto il suo Governo potrebbero passare leggi favorevoli alle sue aziende).

Anche se l’antipolitica in salsa berlusconiana manca di progetto, di strategia, di un’idea forte dell’interesse nazionale, non si può accusare chi crede realmente nelle proprie menzogne di essere un bugiardo. Tutti sanno che la pubblicità mente. Ma tutti (o quasi) ne sono conquistati. A partire dal boom dei consumi negli anni ’60 la pubblicità ha cambiato la struttura del sentire degli italiani. In un’epoca in cui è tramontata l’ideologia del progresso e non si può promettere né benessere generalizzato, né piena occupazione Berlusconi offre una seconda giovinezza al linguaggio della politica trasferendovi le tecniche della pubblicità.

Il popolo va osservato con lo stesso sguardo con cui il marketing prevede, orienta e misura i consumi delle famiglie: che acquistino lavatrici o le ragioni dell’uomo di Arcore non fa differenza. A uscirne a pezzi è lo stesso popolo in quanto entità civica, è la società in quanto reti di relazioni, è la politica in quanto progetto.

Forza della società, debolezza della politica

“La società non esiste” ebbe a dire una volta Margaret Thatcher. Per l’ultralibersita inglese esistevano solo gli individui. A quanto ci risulta Berlusconi non ha mai fatto un’affermazione simile. Ma tutto il suo agire va in questa direzione. Siccome è a capo del più votato partito italiano e orienta la produzione culturale di massa la guerra contro il suo potere simbolico sembrerebbe perduta. In realtà non è così. Settori della scuola pubblica, parte della Chiesa cattolica e di altre confessioni, numerosi attori del mondo dell’associazionismo, il movimento contro la globalizzazione neoliberista hanno resistito allo sfilacciamento dei legami sociali prodotto dal berlusconismo. Il familismo particolarista sotto tutela del Cavaliere ha il suo antidoto in istituzioni e corpi intermedi che veicolano, seppure con profonde differenze e finalità talvolta opposte, i valori della solidarietà, della cooperazione, del civismo, dell’impegno politico, dell’anticonsumismo.

Mentre la società riesce in parte a resistere al berlusconismo la politica intesa come comunità di professionisti è travolta. Il berlusconismo sovrappone lo spazio mediatico a quello politico: chi tiene la scena sul piccolo schermo conquista il potere, per meglio dire: conquista il cuore delle famiglie e da lì i loro voto, i loro soldi, il loro tempo... la loro vita insomma. In questa modalità di appropriazione biopolitica dell’esistenza il berlusconismo impone soprattutto un linguaggio: fuori il dibattito su concetti, idee, valori e porte spalancate alla contrapposizione frontale, all’arte dell’inganno, alla demonizzazione dell’avversario. Torna il codice della pubblicità: il mio prodotto è il migliore, compratemi e proverete il più grande dei piaceri, provatemi e sarete come io sono: ricco, forte, potente, sempre giovane, sempre primo, sempre in prima pagina. L’immagine prevale sulla parola, sulla scrittura, sul concetto. Il grande comunicatore è prima di ogni altra cosa un grande seduttore. E in questo senso

Berlusconi è la pubblicità fatta persona e il berlusconismo la realtà riprodotta sotto forma di spot.

Forte del vantaggio di riuscire a far giungere i propri messaggi con più rapidità ed efficacia di tutti gli altri attori politici, nel confronto con i suoi avversari la strategia di Berlusconi consiste essenzialmente in due azioni: tenere sempre alto il livello dello scontro; dettare l’agenda degli eventi di cui i media informano e discutono. Con la prima azione la politica del centrodestra si è trasformata in una guerra permanente sia che si trovi in maggioranza, sia che si trovi all’opposizione. Con la seconda, Berlusconi tiene sempre il banco e si presenta al pubblico televisivo come l’uomo della novità, del cambiamento, della rottura degli schemi: il Cavaliere ha sistematicamente un nuovo prodotto da vendere: l’abolizione dell’Ici come l’esibizione della bandana; la vittoria del Milan come l’editto di Sofia; l’insulto agli avversari politici come agli elettori del

centrosinistra; le grandi opere come i litigi con la moglie; lo sdoganamento dell’MSI come la chiusura della Casa delle Libertà. Questo deflagrare del discorso politico in narrazione di un marchio, il marchio Berlusconi, raggiunge diversi obiettivi: rafforza l’identificazione dell’elettore con i valori della cultura di massa prodotti dalle Tv commerciali; allontana le persone dalla presa di coscienza delle cause reali dei propri problemi; impedisce di affrontare l’anomalia di un leader politico allo stesso tempo proprietario di un impero mediatico. Conclusione: categorie sociali che non hanno alcun interesse per votare a destra danno il loro consenso a Berlusconi. Votano cioè per il personaggio da cui la famiglia particolarista si sente maggiormente tutelata.

Votano per chi si è presentato sin dall’inizio con la veste del tutore: non il padre della patria alla De Gaulle, non il reazionario restauratore dei valori originari americani alla Reagan, ma il protettore di una famiglia chiusa nel suo egoismo, nel suo interesse, nel suo particolare… e al diavolo il resto. Il volto meno nobile dell’identità italiana ha trovato nella sorridente maschera di Berlusconi la sua più efficace rappresentazione.

L’avversario con cui la società italiana si è dovuta confrontare dai primi anni ’90 ad oggi è il fondamentalismo liberista o neoliberista che dir si voglia. Ossia l’idea che il mercato costituisca il regolatore della società. Ovviamente nessun capitalista con un po’ di sale in zucca crede in questa favola. Non lo ammetterà mai pubblicamente, ma per sua esperienza sa bene che lo scambio non è libero e che le cosiddette “leggi dell’economia” sono sottoposte a pressioni esterne di ogni tipo: in primis, l’uso della forza, dell’inganno della corruzione.

L’importante però è che l’ideologia del mercato sia trasformata in senso comune perché permette l’accettazione del darwinismo sociale che permea lo stile di vita statunitense. L’ubriacatura privatizzatrice dei governi Berlusconi ha avuto questo obiettivo, senza raggiungerlo appieno come abbiamo visto.

Tuttavia una serie di successi intermedi gli vanno senz’altro assegnati. Ad esempio la spallata finale al partito di massa della tradizione novecentesca e la sua sostituzione con il nuovo modello realizzato dal partito-azienda.

Ma che cosa è andato esattamente perduto con l’eclissi dei partiti di massa?

Sicuramente una serie di pratiche sociali e di valori che hanno fatto della società italiana non una sommatoria di individui isolati tenuti insieme dalla

necessità ma una comunità nazionale. Prima di degenerare nella partitocrazia i partiti di massa hanno svolto un ruolo decisivo nei processi di coesione sociale del Paese. Non solo: hanno garantito l’esercizio della democrazia parlamentare, funzionato come strumenti per la selezione della classe politica, alimentato la partecipazione civile, reso protagoniste attive masse enormi di persone, educato i cittadini ad esprimere la loro volontà e a confrontarsi con altri. Con l’eclissi dei partiti di massa questa cultura politica emigra in una certa misura nella società. Ma perde di forza perché solo il partito in quanto tale garantisce: a) un rapporto stabile tra sovranità popolare e istituzione rappresentative; b) il diritto dei cittadini a partecipare alla vita sociale. Il partito-azienda di Berlusconi non è interessato a queste funzioni essendo fondato sull’antipolitica e il populismo. Non è interessato al partito come pratica collettiva da cui far emergere la volontà generale. In Forza Italia quella che importa è la volontà del capo. Mutatis mutandis si realizza anche in Italia ciò che è già avvenuto da lungo tempo negli USA: i partiti di fatto non esistono, non hanno radicamento sul territorio, in vista delle elezioni si costituiscono in comitati cerca voti per poi scomparire dopo il voto e le decisioni sono prese negli esclusivi salotti delle élite. Che a votare poi vada meno della metà degli aventi diritto è un dettaglio trascurabile. In Italia non si è arrivati ad una tale disaffezione ma da anni siamo su questa strada. Ossia sulla strada che dalla democrazia rappresentativa ci sta conducendo alla democrazia plebiscitaria: direzione opposta a quella pensata dalla nostra Costituzione. Per chiudere: con la fine dei partiti di massa ciò che stiamo perdendo sono gradi e livelli di sovranità popolare. Con questo non li si vuole certo idealizzare. Perché come abbiamo più volte osservato i partiti di massa sono stati fagocitati dalla partitocrazia (costituita come noto da una serie di elementi interagenti: notabili di vecchio e nuovo tipo, clientelismo, gruppi di pressione, rapporti malsani tra impresa e politica ecc. ecc.). Tuttavia, mai come forse in questo caso insieme all’acqua sporca si è gettato via anche il bambino.

Proliferazione dell’antipolitica

La messa in scena del berlusconismo come piattaforma politica e come fenomeno culturale ha goduto e continua a godere di grande popolarità. In tal senso una realtà periferica come Civitavecchia permette forse più che altrove di osservare quasi in vitro l’ascesa della politica-spettacolo, del populismo, della telecrazia. Va ricordato però come a Civitavecchia questa velenosa miscela produca i suoi effetti più tardi rispetto ad altre città. Ad esempio l’avventura di Giancarlo Cito a Taranto. Vediamola per un attimo. Cito è un ex missino proprietario dell’emittente televisiva Antenna Taranto 6 e il fondatore della lista AT6-Lega d'Azione Meridionale. Nel ’93 riesce a diventare Sindaco di Taranto. La parabola di Cito si esaurisce nel giro di un mandato, lui stesso finisce per quattro anni in carcere, ma risorge alle amministrative del 2007 riportando la Lega d'Azione Meridionale ad essere il partito di maggioranza relativa della città (15,42%). Un successo che tuttavia non gli basta per andare al ballottaggio. La meridionalizzazione della politica civitavecchiese giunge dunque con una decina d’anni di ritardo rispetto a Taranto. Ma giunge.

La recente affermazione di Moscherini alle elezioni amministrative del maggio 2007 avviene nel momento in cui la crisi del locale sistema dei partiti ha toccato il suo apice. Due giunte comunali cadute prematuramente, i relativi commissariamenti della città, le laceranti guerre intestine nei partiti del centrosinistra e del centrodestra hanno spianato la strada all’uomo di Molo Vespucci così come a suo tempo il dissolvimento del pentapartito e lo scandalo di Tangentopoli spianarono la strada all’uomo di Arcore. Moscherini e Berlusconi si presentano sulla scena politica come leader capaci di risolvere problemi concreti uscendo dai bizantinismi e dall’inconcludenza dei partiti. Entrambi dicono basta al voto di appartenenza e inaugurano le stagioni del voto di opinione.

Populismo puro come si vede giacché per raggiungere il potere sia Moscherini che Berlusconi non possono fare a meno dei partiti e di personaggi politici del passato. Populismo che tuttavia sfonda elettoralmente anche grazie alla complicità pressoché totale dei mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia Moscherini è un berlusconiano senza Berlusconi. Non fa parte di Forza Italia, non è iscritto ad alcun partito, organizza per le elezioni amministrative una sua lista che si piazza prima nello schieramento del centrodestra (17,9% contro il 9,8% di Forza Italia che si colloca il secondo posto). E’ evidente nei civitavecchiesi una gran voglia di leadeship. E Moscherini è apparso ai più l’uomo giusto al momento giusto così come lo fu Berlusconi nel 1994 e nel 2001.

Come Berlusconi anche Moscherini è un uomo economicamente ricco, ideologicamente liberale, politicamente moderato, caratterialmente decisionista. Peculiarità che ne fanno la controfigura perfetta del presidente di Forza Italia. Ma c’è un però. Quando l’antipolitica sfugge di mano ai suoi creatori l’incertezza prevale. In altre parole: Forza Italia si allea con Moscherini per le amministrative del 2007 ma allo stesso tempo colui che da lì a breve diventerà Sindaco di Civitavecchia costituisce anche per il centrodestra una preoccupante deriva dell’antipolitica. Presentarsi come un outsider anche se non lo si è, autocandidarsi alla carica di primo cittadino, trasferire sic et simpliciter modalità aziendaliste nella gestione della cosa pubblica, far leva sul superamento delle ideologie sono tutte mosse che hanno permesso a Moscherini di sottrarre alla locale Forza Italia gran parte della sua potenza retorica. Insomma, seppure in piccolo il berlusconismo si ribella al suo padre fondatore. Certo, non per fare la rivoluzione. Dove sta allora il problema? Il problema sta nel fatto che Moscherini gioca da solo, gioca per sé e non per Forza Italia.

Per comprendere meglio il fenomeno Moscherini è necessario approfondire la nozione di carisma. Il primo volto del carisma di Moscherini è sicuramente berlusconiano e lo abbiamo visto. Il secondo è localistico. E per decifrarlo dobbiamo ricorrere ad una analogia. Quella con Giorgio Guazzaloca, primo Sindaco di Bologna a capo di una coalizione di centrodestra dal 1999 al 2004. Come noto Guazzaloca si candida per un secondo mandato ma è sconfitto da

Sergio Cofferati. La politica insomma torna a vincere sull’antipolitica. E in maniera antipolitica Guazzaloca si presenta agli elettori bolognesi. Esattamente come farà Moscherini a Civitavecchia. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto il contesto. Bologna è una città in crisi. Soffocata dal traffico, con evidenti segni di degrado urbano e alle prese con problemi di sicurezza non è più la città-vetrina vanto del modello emiliano. I bolognesi sono insomma fortemente delusi dalle ultime amministrazioni e chiedono un cambiamento di rotta che l’onnipotente sinistra non sembra in grado di offrire. Mutatis mutandis, anche la Civitavecchia del 2007 è una città in crisi con i propri amministratori e soffre di annosi problemi che nessuno è stato in grado di affrontare e risolvere, in primis la disoccupazione e il rapporto con le servitù energetiche. A questa insofferenza della società va aggiunto che in entrambe le città la sinistra è dilaniata da laceranti lotte intestine per il potere, le poltrone, la visibilità dei singoli esponenti.

Stabilito un contesto sociale e territoriale differente ma unificato dal concetto di crisi ecco apparire gli uomini della salvezza. Guazzaloca a Bologna e Moscherini a Civitavecchia. Il loro agire è straordinariamente simile e si muove all’insegna dell’antipolitica. Guazzaloca debutta con un appello al sistema politico cittadino “a 360 gradi”. Lo stesso farà Moscherini. Ed entrambi finiranno però per allearsi con il centrodestra. Sia l’uno che l’altro sono comunque personaggi estremamente noti in città: Guazzaloca perché presidente della locale e potentissima associazione dei commercianti (Ascom), Moscherini in quanto presidente dell’altrettanto potentissima Autorità Portuale.

In campagna elettorale i due candidati utilizzano la medesima strategia comunicativa: riposizionare sul campo politico l’immagine positiva già conquistata in campo economico. I due insomma si presentano all’elettorato come outsider. Outsider però in grado di raddrizzare la situazione grazie alla loro capacità decisionale ormai smarrita da partiti abituati a continui compromessi. La formula funziona e verranno eletti all’insegna del cambiamento.

Altre analogie tra i due candidati alla prima poltrona di cittadino. Entrambi si autocandidano saltando a piè pari qualsiasi mediazione. Vendono innanzitutto la loro credibilità pre-politica. Poi si rivolgono direttamente ai cittadini legittimandosi come candidati della società civile (anziché come espressione di poteri consolidati in città) e costruendo un rapporto di fiducia diretta con gli elettori. I mass-media in questo senso avranno sia Bologna che a Civitavecchia un ruolo decisivo per il successo del centrodestra. Infine, la personalizzazione della politica, incentivata dall’elezione diretta del Sindaco, raggiungerà il suo culmine in entrambi i casi. Allo scopo sia Guazzaloca che Moscherini prenderanno le distanze dalle tradizionali distinzioni politiche presentandosi come uomini al servizio della città.

Sia a Bologna che a Civitavecchia la strategia dell’antipolitica ha funzionato eleggendo personaggi in guerra con i partiti tradizionali. Tuttavia, alla prova dei fatti l’amministrazione Guazzaloca ha fortemente scontentato i bolognesi.

Che infatti non l’hanno confermata preferendo tornare a misurarsi con i pregi e i difetti della politica di cui i patiti sono espressione secondo il dettato costituzionale. Checché ne dicano i numerosi commentatori di centrodestra la vittoria di Moscherini a Civitavecchia non è stata né bulgara né travolgente. Anzi, al di sotto delle aspettative viste le spese faraoniche per la campagna elettorale del centrodestra e la cooptazione nell’alleanza di elementi provenienti dalla sinistra. Anche in questo caso i cittadini sono tornati a riappropriarsi dei valori della politica e hanno limitato i danni derivanti dall’irruzione sulla scena politica locale di un uomo forte. E poi nei suoi primi sei mesi di vita l’amministrazione Moscherini non ha certo brillato, anzi ha segnalato forti malumori all’interno della maggioranza. E’ ovvio che dare oggi un giudizio è prematuro. Tuttavia non è stato un bell’avvio quello della Giunta Moscherini. In ogni caso, quel che è certo è che nelle democrazie mature il carisma del decisionista costituisce più un rischio che una soluzione.

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post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 4 agosto 2008


 

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Addio a Solgenitsin, testimone e narratore del Gulag

Alexander Solgenitsin, lo scrittore russo e dissidente sovietico, premio Nobel per la letteratura, è scomparso all'età di 89 anni. Secondo il figlio Stepan la morte è avvenuta per «un improvviso arresto cardiaco». L'autore di Arcipelago Gulag e di Una giornata di Ivan Denisovic, vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1970.

"l'Unità", 04-08-08


Un omaggio:

Qualcuno era comunista

- Giorgio Gaber & Sandro Luporini
(da "E pensare che c'era il pensiero", 1995) 

http://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ


Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, ... La mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto un'educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima...) era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano... (!)

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona...

Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo...

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l'operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l'aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?... oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!

Qualcuno era comunista perché... "la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!"...

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare TUTTO!

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini...

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c'era il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d'Europa!

Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l'Uganda...

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant'anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!...

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!

Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l'uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.


- Giorgio Gaber & Sandro Luporini
(da "E pensare che c'era il pensiero", 1995)

http://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ

 




permalink | inviato da Notes-bloc il 4/8/2008 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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