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di Ignazio Licciardi
Sì, ricominciamo con Ferrero! Alta complessità e nessuna divisione. E, siccome si può dialogare solo a Sinistra, andiamo per la nostra via! Con tutto ciò che Sinistra non è, v'è ... soltanto "bassa complessità"!
post pubblicato in Messaggi, il 29 luglio 2008





Intervista al nuovo segretario di Rifondazione comunista. Noi estremisti? Per Veltroni è estremista anche Rosy Bindi. Vendola? Il pluralismo è un arricchimento, il correntismo è un impoverimento
Ferrero: «Chiedo a tutto il Prc di sostenere la svolta a sinistra».

«Ora gestione unitaria. Il Prc non guarda indietro»

 

Romina Velchi

Se gli chiedi se ha il torcicollo, Paolo Ferrero sgrana gli occhi come chi non ha capito la domanda. Perché il neosegretario di Rifondazione comunista, ovviamente, respinge al mittente le critiche di chi ritiene che sia finita la storia del Prc e che, dopo il congresso di Chianciano, il partito nato diciassette anni fa stia facendo un salto all'indietro. «Se c'è una cosa finita è questa parentesi di collaborazione organica con il Pd. Per me il vero strappo con la storia di Rifondazione comunista è stato andare al governo con forze moderate come l'Udeur o fare l'accordo al primo turno con Rutelli a Roma. Proseguire con questa linea politica sarebbe stato il suicidio del Prc. Il problema non è più ricostruire un centrosinistra, ma, attorno e con Rifondazione comunista, una sinistra in grado di rappresentare l'opposizione sulle questioni sociali, democratiche e morali».
Dicono di lui che è spartano, anche a causa della sua fede valdese. E subito penso che esagera quando mi riceve, al terzo piano dello stabile che ospita la direzione del partito, in una piccola stanza senza aria condizionata e con sulla porta la targa con un altro nome. Questo vuol dire essere un «valdo-marxista», come qualche giornale ti ha ribattezzato? «Mah - si schermisce - sono credente, nato in una famiglia valdese e di sinistra "non targata". Sono diventato marxista, e poi comunista, sui banchi di scuola, nel '76-'77, come molti della mia generazione».

Per la cronaca, il neosegretario di Rifondazione comunista, piemontese, ha 48 anni, due figli, suona il pianoforte e non ama, dicono, borse e vestiti di marca. Nel '79, appena uscito dall'istituto tecnico, entra nella Fiat come operaio metalmeccanico e nell'80 è obiettore di coscienza: «La nonviolenza l'ho scoperta un po' di anni fa; per me, è un valore da sempre».

Hai detto che andrai meno in tv...
Il problema non è andare meno in televisione, ma non pensare che il rapporto tra noi e la nostra gente passi esclusivamente per la comunicazione televisiva. La tv è necessaria, nessuno pensa il contrario. Ma c'è un altro lavoro da fare: stare tra la gente in carne ed ossa e misurarsi con i problemi reali del vivere quotidiano. La tv è un pezzo della propaganda e il nostro lavoro non si può ridurre ad essa. Dobbiamo affrontare problemi concreti e costruire risposte a questi problemi; dobbiamo evitare che la politica si riduca a presenza nelle istituzioni e mera propaganda, ma sia lavoro sul territorio, nei luoghi di lavoro, come ha sempre fatto il movimento operaio, come abbiamo fatto da Genova in poi. Dobbiamo migliorare quel modello.

Ma come si fa a fare il segretario di un partito spaccato a metà?
Si fa lavorando onestamente per una gestione unitaria del partito. Domenica ho proposto che il tesoriere del partito, che ha votato la mozione Vendola, resti al suo posto e sono contento che abbia accettato: domani avremo un primo incontro. A settembre proporrò anche a tutte le mozioni di entrare in segreteria. Che non è un invito a sedersi su uno strapuntino, ma ad assumersi responsabilità concrete. E si fa mettendo in campo con determinazione nettissima la linea politica decisa al congresso, dopo mesi di discussioni interne e un lungo periodo di progressiva passivizzazione. Insomma, facendo uscire il partito dalle sue stanze. Il congresso ha deciso una linea chiara, ne propongo la gestione unitaria.

Ma Vendola ha già detto che non entrerà in nessun organismo dirigente. La "Rifondazione per la sinistra" sarà una spina nel fianco?
Vedremo nel concreto. Io considero il pluralismo una ricchezza, se non è correntismo. Il partito nel partito, al contrario, lo giudico un impoverimento. Sarei perplesso se chi vuole l'unità della sinistra poi, per esempio, proponesse una manifestazione solo della sua corrente.

Dicono che in realtà volevi fare il segretario fin dall'inizio; che sei stato «furbetto» e hai impedito l'accordo con la mozione che aveva il 47% dei voti.
Ho sempre detto che prima bisognava discutere di politica e non fare una sorta di primarie. Sarebbe stato un plebiscitarismo, questo sì, sbagliato. Quanto all'accordo, ci è stata proposta come base la relazione di Nichi Vendola. Che è legittimo, ma non era una posizione condivisibile e non diceva una parola sulla necessità di una svolta a sinistra dopo l'esperienza del governo Prodi. Erano linee politiche diverse e c'era un rischio che andava evitato a tutti i costi: produrre un documento ambiguo in cui non si capiva niente, lasciando Rifondazione nel pantano. Nessuna delle mozioni ha avuto la maggioranza assoluta e compito del congresso era determinare una sintesi. Questo è stato possibile con le altre mozioni ma non con la due.

Ma è vero o no che la maggioranza che ha vinto il congresso è eterogenea? Quale progetto politico la tiene insieme?
Intanto ricordo che questa maggioranza è meno eterogenea di quella che sostenne Bertinotti contro Cossutta nel '98: c'era, per esempio, l'area di Sinistra critica che oggi è fuori dal Prc. Ma, battute a parte, le quattro mozioni si sono ritrovate su un progetto politico chiaro, che nel documento votato dal congresso si articola in tre punti fondamentali. Il primo: si riparte da Rifondazione comunista, come partito (le tesi della conferenza di organizzazione di Carrara) e come progetto politico (il tema della rifondazione comunista e della trasformazione radicale della società). Il secondo: rilancio a partire da un nuovo lavoro nel sociale. La Sinistra arcobaleno ha perso perché era un'unità di ceti politici fuori dalla società. Il che significa riscoprire il senso pieno della parola politica: non solo stare nelle istituzioni, ma costruire lotte e mutualismo, come era nel movimento operaio. E terzo: svolta a sinistra. Cioè riprendere piena autonomia dal Pd. Non vogliamo essere l'estrema sinistra di un partito liberale, ma il partito di un nuovo movimento operaio che si pone il problema della trasformazione della società. Il nodo deve essere la costruzione dell'opposizione a Berlusconi e Confindustria a partire dalla difesa del contratto nazionale di lavoro. E in questo lavoro di costruzione, fondamentale è tenere insieme questione sociale, questione morale, questione democratica.

Ti riferisci alle polemiche su Di Pietro che hanno tenuto banco nel dibattito congressuale?
Il mio lavoro è far sì che sia il Prc a convocare una piazza e non partecipare alla manifestazione di altri con cui non si condividono molte questioni. Dire che sono un giustizialista è una stupidaggine. Semplicemente penso che la sinistra non può stare a guardare, deve muoversi e giustamente mostrare la propria indignazione contro le leggi vergogna di Berlusconi. Meglio Piazza Navona che niente. Ripeto: il nostro vero problema è farla noi la manifestazione. E ne approfitto per respingere l'accusa di essere un plebeista. Dico solo che non si può separare la politica dal sociale. Questa sì sarebbe una visione subalterna. Bisogna socializzare la politica per politicizzare il conflitto sociale.

Che vuoi dire?
A noi serve una politica nell'accezione più larga, che sappia padroneggiare la complessità dell'agire politico. Per noi comunisti politica vuol dire trasformazione della realtà, sia quando lavoriamo nelle istituzioni, che quando lavoriamo nella società. Considero pericolosa l'autonomia della politica (tipica della sinistra moderata), dove i ceti dirigenti si sentono liberi di fare quello che vogliono. La politica come arte della governabilità, come fatto separato dalla società, non c'entra niente con il comunismo. Cos'era il Pci quando aveva due milioni di iscritti? Non era certo quello degli eletti, ma quello che lavorava nei quartieri, nelle fabbriche. I consiglieri erano i terminali della lotta che si faceva sul territorio (mi viene in mente la battaglia contro la legge truffa). Non è quello che abbiamo fatto dopo Genova? Invece, gli ultimi due anni hanno indotto nel Prc modifiche non consapevoli di cultura politica. E' vero che la critica alla casta è egemonizzata dalla destra e dalla Confindustria, ma non possiamo far finta di niente. O facciamo nostra la critica, da sinistra, o siamo muti. Non a caso proponiamo di attuare le decisioni prese a Carrara, come la rotazione delle cariche e la non cumulabilità degli incarichi.

Il Pd è preoccupato. Veltroni dice che hanno vinto «le posizioni più estreme». Vuoi far cadere tutte le giunte di centrosinistra?
Hanno vinto posizioni di sinistra. Non c'è nulla di estremista. Chiediamo cose semplici come la giustizia sociale, la liberà, il rispetto dell'ambiente e l'allargamento dei diritti. Mi viene da dire che chi ha iniziato la legislatura con l'abbraccio a Berlusconi dovrebbe considerare estremista pure Rosy Bindi e la dottrina sociale della Chiesa. Ed è una stupidaggine l'idea che faremo cadere tutte le giunte locali. Sono boatos frutto di una campagna tesa a deformare la nostra posizione, come quasi su tutto. Quello che diciamo è che, nel rispetto dei livelli locali di decisione, occorre fare una ricognizione della nostra attività istituzionale, per verificare se è coerente con la nostra linea politica. Cioè se dà risposte alla domanda sociale, visto che gli enti locali sono il primo interlocutore del cittadino (si pensi alla casa, agli asili nido, alle rette, ecc) e il loro potere è via via aumentato con il federalismo. Per come la vedo io, le giunte di centrosinistra si devono distinguere nettamente da quelle di destra. In alcune questa differenza è esigua. Lunga vita, quindi, alla giunta pugliese, ma ritengo sbagliato rientrare nella giunta della regione Calabria.


“Liberazione”, 29/07/2008

 




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DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DELL'UNIVERSITA' et alia, rivolti soprattutto agli Studenti e alle loro Famiglie, perché sappiano cosa riserba loro il prossimo futuro!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 22 luglio 2008


DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DELL'UNIVERSITA'
indetta da ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL-UNIVERSITA', CNRU, CNU,
CONFSAL FED. SNALS-CISAPUNI, FEDERAZIONE CISL-UNIVERSITA',
FLC-CGIL, RNRP, SUN, UDU e UILPA-URAFAM


Roma, 22 luglio 2008

L'Assemblea nazionale, tenutasi il 22 luglio 2008 nell'Aula Magna
dell'Universita' La Sapienza di Roma, indetta dalle Organizzazioni e
Associazioni della Docenza e degli Studenti, ha discusso la gravissima
situazione venutasi a determinare a seguito dell'emanazione del D.L. 112 e
dei provvedimenti governativi in materia finanziaria e di pubblico impiego.

L'Assemblea nazionale assume il documento di denuncia e di protesta delle
Organizzazioni sindacali e delle Associazioni del 10 luglio 2008 e
condivide i contenuti delle numerosissime prese di posizione degli Organi
accademici, che in questi giorni si sono espressi duramente, protestando
contro la linea governativa di strangolamento dell'Universita' pubblica.

L'opinione pubblica deve sapere che, attraverso la riduzione dei
finanziamenti, il blocco del turn over, gli espliciti intenti di
privatizzazione, l'attacco ai diritti degli studenti, dei docenti e dei
tecnico-amministrativi (senza contratto da oltre 31 mesi e con retribuzioni
insufficienti), produrra' il progressivo svuotamento degli Atenei,
l'impossibilita' per un'intera generazione di giovani e di precari di
entrare nei ruoli dell'Universita', difficolta' per gli studenti di
accedere alla formazione universitaria a causa dell'aumento delle tasse e
delle crescenti barriere formali e sostanziali, la possibile alienazione
del patrimonio delle Universita' come scelta imposta per far fronte alla
mancanza di finanziamenti, la diminuzione dei servizi agli studenti e il
rischio della perdita dell'autonomia, la penalizzazione, in particolare,
degli Atenei del Mezzogiorno, gia' oggetto di pesanti tagli.
In una parola, scomparira' l'Università italiana come luogo pubblico di
ricerca, di creazione e di trasmissione della conoscenza come bene comune.
Sara' cancellato il ruolo dello Stato nell'alta formazione, sancito e
garantito dal titolo V della Costituzione.

Gli interventi governativi non sono un fatto casuale e congiunturale: essi
disegnano un modello che si dispieghera' nel lungo periodo attraverso
ulteriori interventi legislativi destinati a colpire e a ridimensionare lo
Stato sociale nel suo complesso. Inoltre, un ulteriore impoverimento del
sistema-paese deriverebbe dal fatto che, mancando i concorsi per i giovani,
gli aspiranti ricercatori saranno costretti a migrare verso altri Paesi
piu' ricettivi, contribuendo cosi' paradossalmente a renderli piu'
competitivi rispetto al nostro.
Contro questo disegno l'Assemblea nazionale protesta decisamente,
denunciando i guasti che deriverebbero all'intera comunita' nazionale dalla
sua attuazione.

La classe politica deve ascoltare la nostra protesta e prendere atto che
essa e' fortemente congiunta alla volonta' di cambiamento delle
Universita'. Occorre offrire soluzioni credibili per far crescere e
migliorare il sistema pubblico della formazione.

Pertanto, l'Assemblea nazionale:

-        chiede al Governo l'immediato stralcio di tutte le norme
sull'Universita' contenute nei provvedimenti governativi;

-        chiede al Governo che si inverta la manovra economica,  destinando
alle Universita' nuove risorse economiche anche al fine di bandire concorsi
per giovani, avviando cosi' la soluzione del grave problema del precariato;

-        invita gli Atenei a sospendere l'avvio del prossimo anno
accademico, informando e discutendo con gli studenti e con il personale
tutto adeguate forme di mobilitazione;

-        invita le Universita' a non approvare i propri bilanci preventivi
in mancanza delle adeguate risorse economiche;

-        chiede alla CRUI, al CUN, al CNAM e al Consiglio nazionale degli
studenti una presa di posizione forte ed esplicita per l'apertura di un
confronto inteso a promuovere i veri interessi della comunita' universitaria;

-         preannuncia, a partire da settembre, un calendario di iniziative
di mobilitazione nazionali e locali, per preparare una seconda
manifestazione nazionale e arrivare, se necessario, allo sciopero di tutte
le componenti universitarie e alla sospensione di ogni attivita' didattica;

-        invita tutti i lavoratori e gli studenti delle Universita' a
mobilitarsi congiuntamente, nella consapevolezza della gravita' della
situazione attuale e delle prospettive future.


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UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PALERMO

Mozione approvata nel corso della riunione congiunta di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione del 18 luglio 2008

 

Gli Organi Collegiali di Governo dell’Università di Palermo – Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione – in piena sintonia con quanto deliberato il 3 luglio dall’Assemblea Generale della CRUI ed il 16 luglio dall’Assemblea di Ateneo, esprimono estrema preoccupazione per l’attacco che il D.L. 112/08 porta al sistema universitario nazionale, ed in particolare alle università statali. Le sottrazioni di risorse, le limitazioni pesantissime al turnover tanto della docenza che del personale tecnico amministrativo, se attuate come prefigurato nel decreto, impediranno nel giro di pochi anni a questa, come alla maggior parte delle Università italiane, di svolgere adeguatamente i compiti istituzionali loro assegnati dalla Costituzione e dalle leggi vigenti.

Quanto previsto nel decreto legge non è un mero intervento di ristoro della finanza pubblica: è un intervento coerente con obiettivi politici di lungo termine, che avrebbero dovuto essere oggetto di precise esposizioni durante la campagna elettorale, e che adesso il Governo dovrebbe pubblicamente chiarire e sottoporre ad un approfondito dibattito sia nel Paese che in Parlamento. In linea con quegli obiettivi è la proposta, che appare improvvisata e volta principalmente a disaggregare il sistema universitario nazionale, della trasformazione delle università in fondazioni. È inaccettabile che ipotesi di cambiamento di questa ampiezza e radicalità trovino posto in un decreto legge cui il Parlamento può dedicare, per consolidata ed infelice tradizione, un dibattito soffocato dall’urgenza e limitato in ogni possibilità di approfondimento.

Costringere gli atenei ad occuparsi quotidianamente di pressoché insolubili problemi di bilancio, mortificarne il personale, soprattutto il più giovane, con retribuzioni ben al di sotto della media europea, frustrarne le potenzialità formative e di ricerca con la progressiva riduzione delle disponibilità finanziarie avrà come ricaduta il ripiegamento su se stesso del sistema universitario nel suo complesso. La trasformazione avviata con questo decreto, al di là dell’immediato gravissimo danno che ricevono ricerca e alta formazione, porterà all’affievolimento del contributo delle voci autonome delle università al dibattito, ed alla tenuta democratica, del Paese.

Non si può peraltro non rilevare l’incompatibilità tra le linee guida ministeriali sui requisiti di qualità dei corsi di laurea e di laurea magistrale e le restrizioni del turnover. Chiedere da un lato una ampia copertura con docenti di ruolo, con una quota significativa di docenti di prima fascia, e di fatto impedire il ricambio dei tanti professori vicini al pensionamento, avrà come conseguenze a breve termine non solo una surrettizia introduzione del numero chiuso, ma anche l’impossibilità, per molte Facoltà, di assicurare la continuità didattica aderendo a criteri di qualità che nel loro complesso erano stati condivisi dalla collettività accademica, dagli studenti e dalle loro famiglie. A cominciare dall’A.A. 2009-2010 il ridimensionamento quantitativo dell’offerta didattica sarà affidato non alla programmazione, sulla quale gli Atenei sono attivamente impegnati nel quadro dell’adozione del DM 270/04, ma solo alla casualità dei pensionamenti del personale docente.

Gli Organi di Governo, alla luce delle precedenti considerazioni,

condividono le ragioni della proclamazione dello stato di agitazione delle componenti dell’Ateneo palermitano,

uniscono la loro alla generale indignazione del mondo accademico per l’inaccettabile attacco all’autonomia universitaria rappresentato dalle norme del DL 112/08 e si riservano di partecipare alle azioni di protesta che dovessero attuarsi su scala nazionale,

danno mandato al Rettore di riferire quanto deliberato nel corso sia dell’Assemblea di Ateneo che della presente seduta alla CRUI, ai rappresentanti siciliani nel Governo e nel Parlamento Nazionale, al Presidente dell’Assemblea Regionale ed a tutti i Componenti del Parlamento Siciliano, al Presidente ed ai Componenti della Giunta di Governo della Regione siciliana,

invitano i Presidenti degli Organi di Governo periferici dell’Ateneo, Presidi, Presidenti di Corso di Laurea, Direttori di Dipartimento a dare lettura sia di questo documento che di quello approvato dall’Assemblea di Ateneo in apertura della prima seduta utile dei rispettivi organismi. Invitano altresì i Presidenti delle Commissioni di esami di profitto e di laurea a dare lettura degli stessi documenti a docenti e studenti che prenderanno parte alle prossime sessioni.

 

Palermo, 18 luglio 2008


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= Riceviamo dall'ANDU e riportiamo:

1.     l'articolo di Benedetta P. Pacelli "La Finanziaria spacca il mondo
accademico", apparso su ItaliaOggi del 22 luglio 2008;
2.     l'intervento di Alberto Burgio "Vacanza universitaria", apparso sul
Manifesto del 22 luglio 2008.

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= 1. Articolo di Benedetta P. Pacelli "La Finanziaria spacca il mondo
accademico", su ItaliaOggi del 22 luglio 2008

"La Finanziaria spacca il mondo universitario

C'e' la mannaia della Finanziaria da una parte, il mondo accademico
dall'altra e quello universitario, delle istituzioni, da un'altra ancora.
La manovra economica che prevede tagli per circa 1,4 miliardi al Fondo di
funzionamento ordinario per i prossimi cinque anni ha non solo fatto alzare
le barricate in tutti gli atenei italiani ma, anche spaccato il mondo
accademico. Che, con la tregua stabilita da Cun e Crui dopo l'annuncio di
un tavolo di consultazione tra gli organi competenti e la promessa del
ministro dell'istruzione Maria Stella Gelmini di qualche spicciolo in piu'
nella prossima finanziaria, puntano il dito proprio contro i due organi
consultivi accusati di avere ceduto alle lusinghe senza troppo combattere.
E, tra il silenzio del ministro che, nella giornata di ieri non ha voluto
rilasciare dichiarazioni in merito, promettono invece battaglia. "Non e' un
tavolino che puo' risolvere problemi epocali", ha dichiarato Nunzio
Miraglia presidente dell'Andu, che partecipera' oggi insieme a tutte le
rappresentanze universitarie all'assemblea nazionale a Roma. "Quello che e'
chiaro da tempo che a decidere sull'universita' e' il ministro
dell'economia perche' quello dell'universita', la Gelmini ora, non ha
nessun potere in merito. Il sistema nazionale" ha tuonato ancora, "non ha
un vero organo di rappresentanza e di autogoverno valido in grado di
contrastare gli attacchi che da anni stanno subendo le universita'". Gli fa
eco Marco Merafina coordinatore nazionale dei docenti universitari che
accusa il Cun e la Crui "di aver ceduto alle promesse in maniera troppo
ingenua. Questa manovra porta via soldi senza restituirli e soprattutto
senza reinvestirli nel settore. In questo modo o le universita' annunciano
bancarotta o dovranno aumentare le tasse degli studenti". A nulla e'
servito, quindi, per calmierare gli animi l'ordine del giorno annunciato
dalla Gelmini che promette di restituire agli atenei quei finanziamenti
sottratti perche', e' la protesta, "il ministro fa promesse senza avere
nessuna carta in mano".
E nel frattempo da settimane proseguono le proteste negli atenei: alcuni si
preparano a una mobilitazione a oltranza, mentre si allunga l'elenco dei
professori che minacciano di attuare il blocco totale degli esami. Si
mobilita La sapienza di Roma che, in un comunicato, addirittura annuncia
che "in queste condizioni non sara' possibile dare inizio al prossimo anno
accademico". Vota una mozione durissima il senato accademico di Firenze che
insieme ad altri atenei toscani chiede lo stralcio dal decreto delle norme
che si riferiscono alle universita', in vista di una discussione piu'
approfondita. Interviene anche Aquis, l'Associazione per la qualita' delle
universita' italiane statali, che sottolinea come ogni intervento sulle
universita' dovra' puntare "a una riqualificazione della spesa degli
atenei, ma non a fare cassa per il bilancio dello stato a spese dei bilanci
delle universita'. Si dovrebbe piuttosto avviare un processo di
riqualificazione della spesa non tagliando i finanziamenti, ma dettando
regole per comportamenti virtuosi". Riuniti, poi, ieri per la prima volta
anche gli stati maggiori di tutti gli atenei dell'Emilia Romagna che oltre
a stigmatizzare la manovra che "mortifica l'intero insieme delle
professionalita' e competenze", bocciano anche la via d'uscita proposta dal
governo, cioe' la trasformazione delle universita' pubbliche in fondazioni:
"Un provvedimento ancora confuso e inadeguato nel suo articolato che non
motiva in nessun modo la convenienza a muoversi verso tale trasformazione".
Si ribellano infine compatte le universita' del Friuli-Venezia Giulia
contro "il disimpegno dello stato" dall'universita'."

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= 2. Intervento di Alberto Burgio "Vacanza universitaria", sul Manifesto
del 22 luglio 2008.

"La destra attacca a testa bassa. La sceneggiatura inventata qualche mese
da Walter Veltroni per aprire la crisi di governo non lo prevedeva.
Fantasticava di una destra ormai civilizzata. Come stessero in realta' le
cose e' oggi sotto gli occhi di tutti: razzismo di stato; leggi ad personam
come a bei vecchi tempi; attacco contro quanto resta dell'unita' sociale e
istituzionale del paese; guerra senza quartiere contro il lavoro pubblico e
privato, e una politica economica fatta di frodi sull'inflazione reale e di
tagli alla spesa e alle retribuzioni. Come sempre. Solo che adesso si
infierisce su un popolo di poveri gia' super-indebitati.
Difficile dire che succedera' alla ripresa autunnale. C'e' da augurarsi
che, incalzata dalla sinistra sindacale, la Cgil dia finalmente segnali di
resipiscenza, ma dovra' vedersela con le altre confederazioni, tentate da
una replica in pejus del famigerato Patto per l'Italia. Per parte sua, il
Partito democratico si interroga se perseverare nella ricerca del dialogo o
impegnarsi nell'opposizione, naturalmente "costruttiva". Intanto vengono
giu' interi pezzi della Costituzione materiale e formale della Repubblica,
trascinando con sé le sorti della nostra democrazia. Un'ennesima picconata
la da' in questi giorni il decreto legge 112, la "lenzuolata" scritta da
Tremonti in combutta con Sacconi e Brunetta sulla quale il governo ha posto
la fiducia temendo di non ottenerne, altrimenti, la conversione in legge
entro il 24 agosto. Tra privatizzazioni, tagli alla spesa e agli organici
pubblici, nuove misure precarizzanti e ricatti contro i "fannulloni" del
pubblico impiego, il provvedimento contiene misure devastanti in materia di
scuola e di universita'. Il manifesto ha gia' messo in evidenza i pericoli
che incombono sul sistema scolastico, gia' stremato da una politica di
lesina che da anni colloca l'Italia agli ultimi posti in Europa quanto a
spesa per l'istruzione pubblica. Sara' ulteriormente ridotto l'organico
docente e ausiliario e si ridurra' il tempo pieno. Al contempo si
riprendera' il progetto morattiano del doppio binario (scelta tra
istruzione e formazione professionale gia' a 14 anni) teso a reintrodurre
la logica classista dell'"avviamento" cancellata nei primi anni Sessanta
con l'istituzione della scuola media unica. Dopotutto, non aveva detto
chiaramente Berlusconi che non sta né in cielo né in terra che il figlio
dell'operaio possa avere le stesse ambizioni di quello dell'imprenditore o
del professionista? L'universita' non e' messa meglio. Le Disposizioni per
lo sviluppo economico (questo il titolo del dl nella beffarda neolingua
governativa) prevedono tagli alle gia' misere retribuzioni del personale
docente e amministrativo; tagli agli stanziamenti (in aggiunta ai 500
milioni gia' decurtati nello scorso triennio); limiti al turn over (nella
misura massima del 20% dei pensionamenti per il trienno 2009-2011);
massicci trasferimenti a favore di pretesi "centri di eccellenza" (a
cominciare dall'Istituto Italiano di Tecnologia, guarda caso presieduto dal
Direttore generale del Ministero dell'Economia) e, dulcis in fundo, la
possibilita' che le universita' pubbliche si trasformino in fondazioni,
spianando anche di diritto la strada a un processo di privatizzazione
dell'universita' italiana che da anni - grazie alle sciagurate riforme
uliviste - marcia gia' speditamente di fatto. Si presti molta attenzione.
Quest'attacco brutale non colpisce soltanto chi lavora nell'universita' né
solo chi vi trascorre alcuni anni della propria vita, peraltro pagando
tasse sempre piu' salate in cambio di un sapere sempre piu' parcellizzato e
disorganico. Il progetto del governo ha un respiro ben piu' complessivo,
una portata in senso proprio costituente. Ridurre al minimo il reclutamento
di nuovi ricercatori significa precarieta' a vita per quasi tutti coloro
che ancora attendono di entrare in ruolo ed esasperazione delle logiche
oligarchiche e baronali. Privatizzare il patrimonio degli atenei significa
consolidare le propensioni e le pratiche neofeudali di ristretti gruppi di
potere, sempre piu' insofferenti al controllo democratico. E significa
accrescere il potere di condizionamento del capitale privato (impresa e
credito) sui percorsi di ricerca e sulla stessa didattica. Destinare
risorse crescenti ai sedicenti centri di eccellenza significa promuovere un
sistema di universita' di serie A (per chi potra' permettersele) e di serie
B (per tutti gli altri), secondo il pessimo modello castale degli Stati
Uniti. Per l'ennesima volta la nostra "classe dirigente" conferma la
propria levatura strapaesana, non esitando a sacrificare le prospettive di
sviluppo del paese all'interesse di chi gode di posizioni privilegiate. Ma
in questo caso l'attacco colpisce un fondamento della cittadinanza
democratica. La scuola, l'istruzione, la cultura e la critica sono
strumenti essenziali di partecipazione e di mobilita' sociale. Per questo
la Costituzione ne preserva liberta' e pubblicita'. E per questo la destra
al governo intende cancellarne il carattere di massa. Viene insomma al
pettine uno dei nodi della primavera vissuta anche in Italia tra gli anni
Sessanta e Settanta. C'e' chi, per fortuna, se n'e' accorto in tempo. Nelle
universita' si moltiplicano in questi giorni agitazioni, appelli alla
mobilitazione e assemblee di studenti, docenti e precari. Ma non e' ancora
abbastanza. Occorre saldare al piu' presto un fronte ampio che coinvolga
massicciamente il corpo docente e tutti i dipendenti del sistema
universitario pubblico. Questa controriforma non deve passare: dov'e'
scritto che agosto non possa essere tempo di lotta?"

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= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU"

= per leggere i documenti dell'ANDU:
www.bur.it/sezioni/sez_andu.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.php?name=News&file=categorie
s&op=newindex&catid=66
= per iscriversi all'ANDU:
http://www.bur.it/sezioni/moduliandu.rtf
== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 15.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.


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Università, senza soldi stop alla ricerca e aumenti delle tasse


 

statua della Minerva dell'università La Sapienza di Roma, foto Ansa
Sono tutti riuniti a Roma, preoccupati e arrabbiati. Sono i docenti delle Università italiane che, dopo le notizie sui tagli all’istruzione previsti dalla manovra finanziaria, minacciano un’agitazione nazionale. E a settembre potrebbero decidere di bloccare lezioni ed esami, insomma, l’intera attività universitaria. Lunedì il prorettore della Sapienza, Luigi Frati, aveva già minacciato di non approvare il bilancio del prossimo anno dell’ateneo romano, ora le associazioni dei docenti spiegano chiaro e tondo che «tagliare circa 500 milioni di euro all'Università italiana significa inevitabilmente aumentare le tasse per gli studenti, scaricando su di loro e sulle loro famiglie gran parte del costo dell'operazione».

Insomma, se già oggi studiare è un diritto non proprio a costo zero, dal prossimo anno potrebbe diventare una possibilità riservata a pochi. «Cosa dovrebbe spingere gli studenti ad iscriversi? Cosa dovrebbero aspettarsi da un sistema martoriato?», si chiedono i docenti. Tempi duri anche per la ricerca: «Si tratta - ha sostenuto in un intervento un ricercatore precario - di un vero e proprio attacco al sistema universitario da parte del Governo. Sarà difficile se non impossibile – aggiunge – riuscire a fare ricerca quando il 90% del budget disponibile dovrà essere investito solo per gli stipendi. È una farsa politica che per molti docenti precari si trasformerà però in tragedia».

Tra le misure di protesta che si stanno organizzando c’è anche l’ipotesi delle dimissioni di massa: «Nella riunione della Crui (la Conferenza dei Rettori, ndr) del prossimo giovedì – annuncia il rettore dell'Università dell'Aquila, Ferdinando Di Iorio – proporrò le dimissioni di tutti i rettori. Lo abbiamo già fatto in passato per problemi finanziari – ricorda – stavolta in gioco c'è qualcosa di più strategico: l'assetto dell'università pubblica. Certo – aggiunge – sarà difficile convincere i 22 atenei privati».

Sulla vicenda martedì è intervenuto anche il segretario del Pd Walter Veltroni, che ha inviato una lettera all’assemblea riunita alla Sapienza: «È compito primario dello Stato – scrive Veltroni – sostenere la formazione superiore e la ricerca libera», in quanto «beni pubblici che svolgono un servizio nell'interesse del paese». «La competizione internazionale tra sistemi economici – prosegue nella lettera il leader Pd – richiede all'università italiana un nuovo protagonismo nell'interesse di tutta l'Italia. Spetta al governo dare modo a questo attore sociale di potersi esprimere al meglio. Dare fiducia all'università – conclude Veltroni – significa dare fiducia al futuro. Ne abbiamo tutti assoluto bisogno».

"l'Unità", 22 Luglio 2008



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Ma questi so' proprio matti! Tutti i cittadini, a cominciare dal Presidente della Repubblica, devono far in modo che cessi tale becera follia! Walter, non si può attendere OTTOBRE!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 luglio 2008


Bossi: un gestaccio sull'inno
e guerra ai professori del sud

Dossier Così la scuola al nord
Il Senatur: "Altro che schiavi di Roma". E mostra il dito medio. "Dopo il federalismo, la scuola. Non possiamo far martoriare i nostri figli da gente non del nord". Duri Pd e Udc: "Non si tratta". Pdl critico. La Russa duro: ora deve chiedere scusa di SALVO INTRAVAIA
"Tesi su Cattaneo? Come quella del figlio del Senatùr"
MATTINO DI PADOVA: LA SEQUENZA / VIDEO DAL TG3

"la Repubblica", 21-07-08



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8° Edizione del Festival della filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo
post pubblicato in Notizie ..., il 18 luglio 2008


 
La fantasia è rivoluzionaria
Filosofia e utopia
al Festival di Modena

Tonino Bucci

Ne hanno calcolati milleduecento in Italia e pare che la stima sia per difetto. Tanti sono i festival sparsi per tutto il territorio nazionale. Accanto al sublime troviamo l'infimo, le sagre locali, l'apoteosi delle piccole patrie sparse per la penisola. Il Festival della filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo tira ormai da otto anni. Forse fa meno scalpore della megakermesse sulla letteratura di Mantova. A Modena l'attrattiva non la fanno le lettero-star o i grandi nomi dell'establishment dello spettacolo, ma "normalissimi" docenti universitari. Mantova chiama a raccolta il grande pubblico senza poterlo accogliere, si mostra persino riottosa alla ricettività turistica (pochi alberghi, camere prenotate con un anno di anticipo, bar con scorte esaurite, ristoranti che sbarrano la porta). Modena ha lo stile di vita emiliano, è mondana, accoglie e strizza l'occhio ai turisti. Quest'anno, poi, il Festival propone come incentivo un pacchetto a 45 euro che comprende pernottamento e colazione in hotel a tre stelle, oltre al rimborso fino a sette euro sul costo del viaggio. E gli incontri non sono a pagamento come a Mantova. L'ottava edizione (19-21 settembre) è dedicata alla fantasia. Lezioni, mostre, spettacoli, cinema, letture e giochi per bambini. Remo Bodei alla presentazione del festival, ieri, ha tracciato una mappa. «Un primo blocco di interventi è riservato alla natura dell'immagine, al materiale della produzione estetica. Ne parleranno Jean-Luc Nancy, Georges Didi-Huberman, Giulio Busi e Maria Bettetini. Poi segue un altro blocco di appuntamenti sui territori dell'immaginazione. Per la scienza Giacomo Rizzolatti racconterà della sua scoperta, i neuroni a specchio. Isabelle Stenger, collaboratrice del premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, descrive la scienza come un'avventura dell'immaginazione creatrice. Il sociologo Domenico De Masi ci spiegherà, invece, come l'immaginazione entri anche nell'organizzazione dell'impresa. Sentiremo poi Aldo Giorgio Gargani. E io parlerò del paesaggio del sogno». Ma l'altro punto forte è il legame politico tra immaginazione, futuro e utopia. Qui i nomi sono quelli di Giacomo Marramao, Marcel Detienne, Marc Augè, Roberto Esposito, Franco Cassano, Silvia Vegetti Finzi e lo stesso Remo Bodei. «Poi - continua Bodei - avremo un quarto blocco, quello dedicato alla second life, al ruolo antropologico che la finzione ha nella costruzione del Sé. Ne parlano Pietro Montani e Umberto Galimberti. Infine, c'è la sezione più filosofica sul rapporto tra verità e finzione, tra essere e apparenza. Lo affronteranno Sergio Givone, Salvatore Natoli, Maurizio Ferraris, Emanuele Severino». Da ricordare anche la presenza del critico letterario inglese Terry Eagleton. Parlerà della crisi dei generi narrativi che un tempo costruivano i mondi della finzione. Sono stati sostituiti da un unico mezzo, quello televisivo.


"Liberazione", 18/07/2008

Date: Fri, 18 Jul 2008 19:04:12 +0200 
From:
"Notiziario Fondazione San Carlo" <notiziario@fondazionesancarlo.it>        
To: licciard@unipa.it
Subject: NewsWeb festivalfilosofia N. 1
All headers
 
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festivalfilosofia - Fondazione Collegio San Carlo di Modena
NewsWeb 1 - Luglio 08

festivafilosofia sulla fantasia
Modena, Carpi, Sassuolo 19-20-21 Settembre 2008
Gentili utenti,
vi informiamo che sul sito
www.festivalfilosofia.it è in linea il programma del festivalfilosofia edizione 2008 sulla fantasia. Vi invitiamo a visitare periodicamente il sito per tenervi al corrente dei continui aggiornamenti al programma.
www.festivalfilosofia.it

Per informazioni:
Fondazione Collegio San Carlo - via San Carlo 5 - 41100 Modena
tel. 059.421210/207
fax 059.421260
e-mail: info@festivalfilosofia.it


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Intervista a Kwame Anthony Appiah
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 luglio 2008


 
«Nazionalismo e cosmopolitismo
non sono divisi, sono stati inventati insieme»

Giuliano Battiston

Nato a Londra, cresciuto tra il Ghana e l'Inghilterra per poi finire ad insegnare negli Stati Uniti, presso la Princeton University, Kwame Anthony Appiah oppone una certa resistenza all'idea di essere definito un intellettuale pubblico. Eppure soprattutto negli Stati Uniti questo brillante filosofo non solo partecipa attivamente ai dibattiti sulle diverse forme che assumono o dovrebbero assumere le relazioni interculturali, ma ha fortemente contribuito a metterne in questione i presupposti impliciti: cosa crea un'identità? Cosa intendiamo parlando di differenza? È possibile distinguere tra fatti e valori? Occorre condividere gli stessi valori per andare d'accordo? Nell'itinerario compiuto per rispondere a queste domande Appiah ha incontrato lo studioso Henry Louis Gates Jr., con il quale ha dato vita a un fortunatissimo sodalizio intellettuale, ha pubblicato diversi libri, tra i quali In My Father's House , The Ethics of Identity e Cosmopolitismo (Laterza, 2007), e soprattutto si è convinto che le relazioni più produttive siano quelle costruite «non attraverso l'identità ma malgrado la differenza». Lo abbiamo incontrato a Genova, dove ha partecipato a "Meetix", la rassegna sul dialogo interculturale organizzata dal Comune di Genova in collaborazione con le riviste Internazionale , Limes e Reset .

Con la pubblicazione di "In My Father's House", lei ha dedicato gran parte della sua attività a dimostrare che «la purezza culturale è un ossimoro»: sarebbe d'accordo nel presentare il suo lavoro come una sfida a ciò che in "The Ethics of Identity" definisce come sindrome della Medusa, quella di chi tende a cristallizzare le identità?
Direi di sì; forse non l'ho mai pensato in modo così esplicito, ma credo che l'orientamento del mio pensiero derivi da una forma generale di scetticismo filosofico che si applica a tutte le forme di essenzialismo. Nel caso delle identità, basterebbe ricordare che quando Darwin cercava di spiegare l'origine delle specie tendeva a sottolineare che non erano emerse in un momento preciso e che si era trattato piuttosto di un processo, attraverso il quale le popolazioni si erano poi separate. Non c'è stato dunque nessun "primo uomo", e l'idea stessa che ci sia un'essenza umana è un'illusione. Mi sembra importante ricordare invece che moltissime delle cose che ci riguardano e che riteniamo importanti sono state prodotte nel corso di lunghi processi storici, e se è vero che sono i processi storici a dare luogo agli oggetti storici è altrettanto vero che tali oggetti non possiedono delle essenze trans-storiche. Posso immaginare che ci sia qualcosa di rassicurante nell'idea di avere a che fare solo con persone simili a noi, ma personalmente credo non solo che sia molto più interessante interagire con persone diverse, ma che sia anche utile, perché le interazioni attraverso le differenze sono molto più produttive.

Negli Stati Uniti, negli anni Novanta c'è stato un acceso dibattito intorno alle sue tesi sulle "identità razziali". In "My Father's House", "Color Conscious" e in altri saggi lei sostiene che tali identità non hanno alcuna base biologica, ma che tuttavia sono socialmente importanti. Ci vuole spiegare meglio la sua posizione?
Alcuni classificano gli esseri umani in una serie di "razze", e suppongono che tutti i membri di una determinata "razza" possiedano un tratto pertinente comune, diverso dal tratto comune a ognuna delle altre. Tuttavia nessuno sarà mai in grado di individuare un elemento che sia davvero biologicamente pertinente. Basterebbe guardare all'incredibile variabilità genetica all'interno di una delle cosiddette "razze" per accorgersi poi che le variazioni e le differenze sono molto più ampie all'interno di una popolazione che non tra l'una e l'altra. Possiamo anche ammettere che le "razze" a cui crediamo di appartenere siano importanti, ma quando lo si fa in ragione di un presunto fattore biologico condiviso si commette un grosso errore. D'altronde, anche se si definissero le "razze" attraverso le apparenze e se si desse per scontato che le apparenze siano perlomeno parzialmente determinate da fattori biologici, e che dunque ci sia qualcosa di biologicamente rilevante nelle "razze", le differenze biologiche non sarebbero comunque in grado di spiegare le altre differenze. Tantomeno quelle culturali. Considerati i grandi movimenti migratori e le interazioni che gli uomini hanno sempre avuto, mi sembra irragionevole supporre che esista un nucleo biologico distinto per ogni gruppo.

Come scrive nell'introduzione di "Cosmopolitismo", in questa nozione «vi sono due fili che si intrecciano. Il primo è l'idea che abbiamo dei doveri morali nei confronti degli altri, il secondo è invece il rispetto per le differenze. Per evitare «la doppia trappola del parrocchialismo e della falsa universalità» dovremmo prendere ad esempio ciò che definisce come "cosmopolitismo radicato"?
Tra i due, il filo universalista è quello che possiamo legittimamente aspettarci che tutti accettino, perché è alla base di una moralità comune: con il nostro comportamento influiamo sulle vite di altre persone e dunque abbiamo delle responsabilità nei loro confronti. Non esiste alcun serio codice morale che neghi quest'idea. L'altro filo invece si riferisce a una sorta di attrazione, di sensibilità per le differenze: non si tratta solo del fatto che le differenze ci sono e che in qualche modo dobbiamo averci a che fare, ma del fatto che siamo grati che ci siano. E' da tempo che sto cercando di persuadere le persone che ciò è vero, ma ammetto di non aver trovato ancora un argomento del tutto convincente. So che ci sono persone che non trovano affatto attraenti le diversità, che preferiscono vivere in piccoli villaggi, con quanti meno stranieri possibile, e penso che ne abbiano tutto il diritto. Non tutti dobbiamo avere una disposizione al cosmopolitismo, ma credo che il mondo moderno abbia bisogno che almeno una parte significativa della popolazione abbia tale disposizione: se non ci fossero cosmopoliti ci troveremmo in guai seri.

Per rimanere sulla questione del "cosmopolitismo radicato": come dimostra il caso di suo padre di cui parla nel saggio "Cosmopolitan Patriots", nazionalismo e cosmopolitismo non solo sono compatibili, ma possono addirittura rafforzarsi reciprocamente…
Le moderne forme di nazionalismo e cosmopolitismo sono state inventate insieme, e anche coloro che consideriamo i padri del nazionalismo europeo frequentavano più universi culturali. Mazzini per esempio era un nazionalista ma allo stesso tempo anche un cosmopolita; secondo Mazzini infatti, la nazione rappresentava la più piccola unità all'interno della quale si potesse avvertire e praticare il dovere cosmopolita verso l'umanità. E lo stesso Herder ha sostenuto in modo esplicito l'importanza degli obblighi del cosmopolitismo. Ma anche Gandhi e Nehru in India o Nelson Mandela erano persone che hanno unito il loro essere profondamente ancorati a una particolare nazione con un'apertura all'umanità intera, intesa non solo come una necessità politica ma come una scelta culturale. Anche mio padre era abituato a sentirsi parte di tre mondi diversi: quello dell'Africa, del Ghana e degli Ashanti, il gruppo etnico da cui proveniamo (e oltretutto ha sposato un donna inglese), senza che abbia mai pensato che ci fosse una contraddizione tra queste diverse "identità". Ciò che faceva mio padre è ciò che a ben vedere fanno normalmente molti degli abitanti di questo mondo: noi tutti abbiamo a disposizione differenti livelli di identità, e ciascun livello conta diversamente ed è rilevante a seconda dei contesti. A dispetto di questo molteplicità, c'è però chi tenta di imporre ciò che definisco come imperialismo dell'identità, con il quale si tenta di persuadere le persone che uno, e soltanto uno di questi livelli sia il livello, quello con il quale ci si deve identificare abbandonando gli altri. In questo modo non si rafforza l'identità, come si pretende di fare, ma la si appiattisce, eliminando quella complessità che la rende unica.

Non crede che per coloro che non hanno l'opportunità, o meglio il privilegio della mobilità, in senso geografico, economico, sociale e culturale, "cosmopolitismo" non sia altro che l'ennesima definizione per indicare ciò da cui sono esclusi?
Non c'è dubbio che avendo a disposizione molti soldi sia più facile essere cosmopolita. Ma se si hanno molte risorse è più facile essere qualunque cosa. D'altra parte proprio il primo filo del cosmopolitismo ci esorta a rispettare il nostro obbligo morale di fare in modo che tutti abbiano soldi a sufficienza per vivere una vita dignitosa e significativa. E' però vero che ci sono moltissime persone che non hanno soldi sufficienti neanche per immaginare l'esistenza del cosmopolitismo, o che esso sia interessante. Ed è certamente terribile. Ma è terribile non perché il cosmopolitismo richieda dei soldi, ma perché queste persone non hanno soldi a sufficienza per alimentare il loro interesse cosmopolita. Inoltre, molti di coloro che ho avuto modo di conoscere come fortemente cosmopoliti non avevano grandi risorse a disposizione, mentre molti di quelli che hanno grandi risorse sono quanto di più lontano ci possa essere dal cosmopolitismo. Dunque, non esiste una connessione semplice e diretta tra ciò che si ha e quanto cosmopoliti si è. Rimane però vero che avendo più soldi diventa più facile assecondare la propria disposizione al cosmopolitismo.


"Liberazione" del 16/07/2008, pag.15.




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!? La distruzione dell'Università pubblica!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 luglio 2008


Si moltiplicano le critiche alle misure inserite nel dl che anticipa la Finanziaria
Chieste modifiche immediate, mentre c'è chi minaccia drastiche contestazioni

Università, la protesta dilaga: "Via i tagli o stop alle lezioni"

di ANDREA BETTINI


ROMA - Contestazioni, minacce di bloccare lezioni, esami e sessioni di laurea, allusioni nemmeno troppo velate allo stop del prossimo anno accademico. Chi si attendeva un'estate di transizione ed un eventuale autunno di proteste, a quanto pare, era troppo ottimista. In molte università italiane è già iniziata la mobilitazione contro i tagli decisi dal governo il 25 giugno con il decreto che anticipa la manovra Finanziaria. Una protesta che sta dilagando e che, con toni e modalità diverse, coinvolge rettori, docenti, ricercatori e personale amministrativo.

Le spiegazioni e le rassicurazioni del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, che di fronte alle prime polemiche ha parlato di "scelte dolorose ma indispensabili" e di "tagli sulla base di indicatori di merito", sembrano non essere riuscite a fermare le critiche. Mentre si moltiplicano le assemblee e gli allarmi per il futuro dell'università, la richiesta dei contestatori è sostanzialmente unanime: stralciare dal decreto alcune delle principali novità oppure modificarle durante l'iter parlamentare per la conversione in legge. Una posizione che sarà probabilmente ribadita il 22 luglio a Roma, quando alla Sapienza si svolgerà un'assemblea nazionale dei rappresentanti di tutte le componenti universitarie.

I punti contestati. A preoccupare il mondo accademico sono diversi provvedimenti. Il più criticato è la graduale riduzione, collegata ad una forte stretta sulle assunzioni, del Fondo di finanziamento ordinario, con risparmi di circa 1,5 miliardi di euro fino al 2013. Contestate anche le misure sugli stipendi, con scatti di anzianità dei docenti che da biennali diventeranno triennali ed una riduzione del Fondo di contrattazione integrativa del personale amministrativo. Molta perplessità, infine, anche sulla possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato.


"Interventi inaccettabili". Dopo la bocciatura unanime da parte della Conferenza dei rettori, secondo la quale i tagli porteranno inevitabilmente il sistema al dissesto, dai vertici delle università continuano a piovere critiche nei confronti del decreto legge. Una mozione approvata ieri dai Senati accademici degli atenei toscani definisce interventi gravi e "inaccettabili" la riduzione dei trasferimenti statali e la limitazione "improvvisa, indiscriminata e pesante" del turnover dei dipendenti e chiede lo stralcio dal decreto delle norme che si riferiscono all'università. Venerdì scorso, invece, i quattro rettori delle università dell'Emilia-Romagna hanno denunciato che la "riduzione drastica delle risorse finanziarie e umane, oltre a mortificare l'intero insieme di professionalità e competenze all'università, mette a serio rischio la funzione didattica e nel contempo la sostenibilità delle attività di ricerca" e hanno convocato per il 21 luglio una riunione straordinaria congiunta dei quattro Senati accademici e dei consigli di amministrazione.

La mobilitazione. In molte università si stanno già mettendo a punto forme concrete di lotta. Ieri un'assemblea generale dei lavoratori e degli studenti degli atenei napoletani, indetta da Flc Cgil, Cisl Università e Uil Pa-Ur, ha deciso, tra l'altro, l'astensione "a tempo indeterminato dei docenti e ricercatori dalla partecipazione a organi collegiali" ed il ritiro della "disponibilità a ricoprire incarichi didattici per il prossimo anno accademico". Il 9 luglio, invece, l'assemblea del personale delle università "Cà Foscari" e Iuav di Venezia ha ipotizzato "il rifiuto di svolgere carichi didattici superiori alle richieste di legge, il blocco degli esami, delle sessioni di laurea e delle lezioni". Lo stesso giorno, all'università di Sassari, l'assemblea dei docenti ha invece dichiarato lo stato di agitazione dell'ateneo e non ha escluso "per quanto con doverose riserve ed a fronte di un ulteriore irrigidimento della controparte, il ricorso ad azioni più eclatanti quali la possibilità del blocco degli esami di profitto e di laurea".

"A rischio il prossimo anno accademico". Una delle prese di posizione più nette nei confronti delle decisioni del governo è quella del Senato accademico dell'università "La Sapienza" di Roma. Martedì 8 luglio, prospettando un "danno grave per l'avvenire dei giovani e per lo sviluppo del Paese", ha chiesto lo stralcio della parte del decreto relativa all'università e ha indetto una giornata nazionale di protesta dicendosi consapevole "che in queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico".

La petizione online. Il Coordinamento Giovani Accademici, intanto, ha pubblicato sul proprio sito internet una petizione in cui denuncia tra l'altro che la stretta sugli stipendi ridurrebbe i compensi annui lordi a fine carriera di 16mila euro per i professori ordinari, di 11mila euro per gli associati e di 7mila per i ricercatori. Il documento, che chiede un nuovo approccio nei confronti dell'università italiana, è già stato sottoscritto da più di 3.100 tra docenti, ricercatori e studenti preoccupati per il proprio futuro e per quello degli atenei.
("la Repubblica", 15 luglio 2008)

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ADI, ANDU, APU, CISAL-UNIVERSITA', CNRU, FEDERAZIONE CISL-UNIVERSITA', FLC-CGIL, RNRP, SUN, UDU, UILPA-URAFAM

I contenuti del Decreto-Legge 112/08:

1. limitazione al 20 % del turn over, per gli anni 2009-2011, del personale
docente e tecnico-amministrativo, dopo due anni di blocco dei concorsi;
2. ulteriori drammatici tagli al Finanziamento pubblico dell'Universita';
3. la prospettiva della privatizzazione degli Atenei attraverso la loro
trasformazione in Fondazioni;
4. taglio delle retribuzioni dei docenti e del personale tecnico e
amministrativo

determineranno la scomparsa in breve tempo dell'Universita' italiana, come
sistema pubblico nazionale, previsto e tutelato dalla Costituzione, il cui
mantenimento deve essere a carico dello Stato e non a carico degli studenti
e delle loro famiglie.
E saranno soprattutto gli studenti ad essere danneggiati perche' non sara'
piu' garantita una offerta formativa di qualita', che puo' essere fornita
solo da Atenei in cui i docenti possano svolgere - inscindibilmente -
ricerca e didattica di alto livello.

Il blocco del turn over, riducendo drasticamente il numero dei docenti in
ruolo,  impedisce il necessario ricambio generazionale, aggravando
ulteriormente il problema del precariato, e non consente il giusto
riconoscimento del merito a quanti operano nell'Universita'.

Il mondo universitario e il Paese non possono accettare che venga
smantellata l'Universita' pubblica, che invece va riformata e rilanciata
nel suo ruolo - riconosciuto a parole da tutti - di promotrice dello
sviluppo culturale ed economico nazionale.

L'Universita' non intende sottrarsi a qualsiasi tipo di valutazione che
porti alla valorizzazione del merito, alla esaltazione dei risultati e
all'ulteriore miglioramento del Sistema.

Per rilanciare il Sistema Universitario Nazionale e' tuttavia
indispensabile prevedere:
- maggiori finanziamenti per l'Alta formazione e la Ricerca pubbliche,
adeguandoli agli standard internazionali, allo scopo di consentire a tutti
i docenti di svolgere adeguatamente le loro attivita' di ricerca e di
insegnamento;
- maggiori risorse per un reale diritto allo studio;
- la riforma dell'Organizzazione del Sistema Universitario Nazionale;
- il superamento dell'inaccettabile fenomeno del precariato, attraverso
procedure di reclutamento che premino il merito;
- la riforma del dottorato di ricerca, quale terzo livello dell'Istruzione
universitaria, qualificandone l'accesso e il percorso formativo;
- la riforma della docenza, distinguendo nettamente il reclutamento
dall'avanzamento di carriera, prevedendo per i neo-assunti una retribuzione
piu' elevata e una reale autonomia scientifica, anche al fine di arginare
la "fuga dei cervelli".

Per impedire la demolizione del Sistema Universitario pubblico e'
proclamato lo stato di agitazione.
In tutti gli Atenei saranno promosse Assemblee Generali per discutere sui
contenuti, il significato e gli effetti dei provvedimenti governativi e
sulle piu' adeguate iniziative di mobilitazione.
Si invitano tutti i professori e i ricercatori a non assumere carichi
didattici non espressamente previsti dalla legge.
Si invitano tutti gli Organi collegiali (Senati Accademici, Consigli di
Amministrazione, Consigli di Facolta', di Corso di Studio e di
Dipartimento) a pronunciarsi sui provvedimenti in corso.

E' indetta per martedì 22 luglio 2008 alle ore 10.30 alla Sapienza di Roma
un'Assemblea nazionale aperta a tutte le componenti e a tutte le
rappresentanze universitarie.

Si auspica l'apertura di un confronto di merito su tutte le questioni
universitarie e, in questa direzione, si chiede un incontro con i Ministri
competenti.

10 luglio 2008

==========================
= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU"

= per leggere i documenti dell'ANDU: www.bur.it/sezioni/sez_andu.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.php?name=News&file=categorie
s&op=newindex&catid=66
oppure
http://unimoreinform.blogspot.com/search?q=andu
= per iscriversi all'ANDU: http://www.bur.it/sezioni/moduliandu.rtf
== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 15.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.

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Da "la Repubblica" di Napoli del 14 luglio 2008:

La distruzione dell'Università pubblica
di FULVIO TESSITORE

Devo iniziare con qualche premessa, onde evitare qualche malevola
valutazione di quanto mi accingo a osservare. Ricordo, quindi, che sono un
vecchio professore, che puo' vantare quasi cinquant' anni di insegnamento
ed e' in procinto di andare in pensione (per di piu' anticipata di un paio
d' anni, grazie a un demagogico provvedimento del ministro Mussi, che puo'
vantarsi di aver aperto la strada a quella che ormai viene comunemente
indicata come l' Universita' di Tremonti). In sostanza non ho interessi
personali da difendere. Posso sbagliare (e spero che qualcuno me lo
dimostri, per restituirmi serenita' e fiducia), ma parlo solo in difesa di
cio' che resta della nostra gloriosa universita' e dei giovani, i quali -
se ne dica quel che si vuole da parte di disinformati o frustrati - hanno
sempre e solo trovato nelle universita' il luogo della loro formazione
culturale e preparazione professionale. Il decreto 112 del 25 giugno
scorso, collegato alla manovra finanziaria, prevede una serie di norme
destinate a cambiare radicalmente, a mio credere a stravolgere
definitivamente il nostro sistema di formazione e istruzione superiore, in
assoluto dispregio della Carta costituzionale.
Secondo una tecnica e una vocazione consolidata delle forze di destra,
anche questo provvedimento (come la immonda legge elettorale che ci
governa) se non incostituzionale, certamente e' anticostituzionale, nel
senso che, forse, non viola il dettato formale della legge costituzionale,
ma certamente ne viola e offende lo spirito costituente. Di che cosa si
tratta? Detto in breve della privatizzazione del sistema universitario. Non
mi fermo su norme che pur metteranno in condizione di non operare le nostre
universita', perche' prevedono (articolo 66) la riduzione in tre anni del
fondo di finanziamento ordinario (Ffo) di 500 milioni; la drastica
limitazione del turnover, in misura pari al 20 per cento del personale
cessato; la trasformazione degli scatti biennali in triennali, ossia della
sola forma di aumento delle retribuzioni, in tal modo ridotte (si badi non
solo bloccate) per circa 500 milioni, destinati a un non meglio precisato
fondo del bilancio statale, da utilizzare, se del caso, per placare i
camionisti e per tenere in vita artificialmente l' Alitalia, dopo averne
impedita la vendita ad Air France (come si vede il mercato e' bello e buono
quando risponde agli interessi di qualcuno, non in tutte le occasioni in
cui puo' agire da riparatore di un disastro finanziario dell' allegra
finanza pubblica); il taglio (articolo 74) delle piante organiche nella
misura del 10 per cento; la rottamazione (si' "rottamazione") dei docenti
anziani, che l' amministrazione, puo', a suo libito, congedare e via di
questo passo. Naturalmente, in controtendenza, l' Istituto italiano di
tecnologia di Genova, costituito nel quinquennio di governo 2001-2006 della
destra, viene impinguato dei fondi e delle dotazioni patrimoniali della
soppressa Fondazione Iri. E sara' bene ricordare che questo istituto - che
avrebbe dovuto costituire il corrispondente italiano del Mit americano,
secondo quanto sostenuto dai soliti corifei provinciali nostrani - per
quanto ben dotato finanziariamente con un milione all' anno, finora non ha
fatto altro che il restauro degli edifici assegnatigli per sede. Lo ripeto,
non voglio fermarmi su questi punti allarmanti. Credo sia oggi
indispensabile fare un altro discorso, molto semplicemente e, se possibile,
pacatamente, non prima di aver detto che non mi curo dell' accusa che
potra' essermi fatta di conservatorismo, di incapacita' di cogliere i
processi di modernizzazione, di incapacita' di capire i processi di
omogeneizzazione del nostro Paese alle grandi democrazie occidentali. E non
mi curo di queste accuse perche' la piu' parte di quelli che possono
pronunciarle e che le hanno pronunciate in passato godono della mia
disistima, siano di destra o di sinistra. Sono dei provinciali alla
rovescia, che parlano senza sapere cio' di cui parlano. E torno a
domandarmi, di che si tratta? Semplicemente di una rozza, ottusa, criminale
rottura della nostra identita' nazionale, che e' fatta di cultura, quella
cultura di cui le universita' e gli enti di ricerca sono stati fino a oggi
gli artefici e i garanti. Quali le conseguenze di queste norme sciagurate e
ipocrite? Semplice, la drastica riduzione del nostro sistema universitario
a 13/14 sedi in grado di trasformarsi in fondazioni di diritto privato,
lasciando tutte le altre a vivacchiare, finche' potranno (ecco l'
ipocrisia), perche' nessuno le obbliga a trasformarsi in fondazioni. Questo
non e' il peggio della situazione, Prescrivere quanto s' e' detto senza
tener conto delle diverse condizioni socio-economiche del Paese significa
provocare una doppia discriminazione. Una discriminazione tra le parti
ricche e quelle povere del Paese. Una discriminazione tra giovani ricchi e
giovani poveri. Le zone ricche potranno garantire le condizioni di vita
delle universita'-fondazione, quelle povere no e si badi che cio' potra'
riguardare anche una universita' antica e gloriosa, come ad esempio la
Federico II. I giovani ricchi potranno accedere alle universita' private,
che potranno garantirsi l' autofinanziamento piu' o meno agevolmente, senza
piu' temere la contestazione giovanili, tanto i contestatori potranno
sempre accedere alle universita' di serie B, dove si paga poco, si studia
meno e peggio, si ha piu' tempo per il tempo libero. E non e' tutto cio' un
profilo esaltante e liberatorio del privato contro l' oppressione
conservatrice del pubblico? Di certo ci penseranno i patrocinatori della
"societa' civile" (che rispetto molto piu' io che loro) a metterlo in
evidenza. Che cosa significa tutto questo, facendo un piccolo passo avanti?
Significa mettere in discussione la identita' statale del nostro Paese,
privata dell' alimento che le viene dalla identita' nazionale, che e' fatto
di cultura. Vuol dire tutto questo che nulla va mutato nel nostro sistema
universitario? e' vero proprio il contrario. Ma riformare, trasformare
radicalmente si puo' a condizione di sapere qual e' il passato da
modificare, qual e' il presente che si vive e il futuro che si deve vivere.
E si tratta di questioni di cultura, non di economia e neppure di politica,
o meglio, di economia e di politica in quanto queste siano non fini a se
stesse ma strumenti di evoluzione e di progresso culturale e civile.
Significa smetterla di crogiolarsi da provinciali con il vezzo di
raccattare le idee che non si hanno, la conoscenza di cui non si dispone da
qui e da li'. Il modello che sta dietro al decreto sullodato, se modello
e', e' una incolta utilizzazione del modello americano, applicato a una
struttura sociale, culturale, economica del tutto diversa da quella
americana (e non dico nulla sul vero e proprio incubo che per le famiglie
americane sono i costi della formazione nelle grandi e vere universita',
che si traducono in debiti, spesso da saldare in anni e anni, se si ha
fortuna professionale). Sono convinto che le nostre universita', i nostri
docenti, i nostri studenti debbono insorgere, si' insorgere e far sentire
la propria voce. e' il momento di azioni drastiche e decise. Perche' la
Conferenza dei rettori non propone alle sedi la chiusura, con il blocco
delle attivita'? Si vedra' allora se le universita' contano qualcosa in
piu' dei camionisti, se un ministro tracotante vale piu' di una intera
classe di scienziati ed educatori, che all' universita' hanno dedicato la
vita. Non c' e' piu' tempo. Bisogna agire."

Arte di incanto a Palermo, grazie a Vanessa Beecroft
post pubblicato in Foto da copertina, il 14 luglio 2008


 Lo Spasimo di Vanessa Beecroft con le sculture viventi
Clicca sull'immagine per andare avanti 

D'Accordo sulle proposte di Niki Vendola, ma su Piazza Navona non è giusto soffermarsi soltanto sui contenuti dei comici - che, per fortuna, sono ancora liberi! - e non rispettare i cittadini e gli altri oratori e partecipanti!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 luglio 2008


 
Lettera aperta al mio partito su come evitare che prevalga lo spirito di dissoluzione e su come ricostruirci
Il cattivo congresso e la buona politica

Nichi Vendola

Quando avremo guadagnato una sufficiente distanza critica dalla nostra incandescente vicenda congressuale, forse riusciremo a leggere nelle nostre stesse parole e nei nostri stessi gesti quei sintomi che dicono chiaramente di una crisi profonda: che è della politica, della società, della cultura, del costume. Una crisi di cui noi siamo parte, anche se spesso ci riteniamo immuni e brandiamo i termometri con cui misuriamo la febbre degli altri. Anche la nostra febbre è alta. La malattia è anche dentro di noi. Riguarda la frattura di tutte le forme di comunità, così come si sono concretamente prodotte nella storia novecentesca. Riguarda l'implosione degli alfabeti della vita pubblica: un poderoso processo di "privatizzazione della politica" (e di americanizzazione della società) che ha travolto tutto e tutti, anche qualcosa della nostra coscienza e del nostro immaginario. Varrà la pena di tornare più approfonditamente, in futuro, a riflettere su di noi con spirito di verità e con sguardo impietoso. Oggi, ora, a questo punto del processo congressuale, e dei suoi persino nevrotici guazzabugli procedurali e statutari e politici, è possibile evitare che prevalga quello spirito di dissoluzione che tutti, a parole, dicono di voler bandire, e che invece rischia di prodursi come una dinamica fatale? Si può distillare, dalla contesa in corso, un succo politico, una cifra progettuale, un'idea rifondativa di noi stessi e della sinistra? E si può dunque disincagliare il partito dalle secche di una rissosità che ormai ha superato ogni soglia di razionalità e di decenza?
Penso di non aver sbagliato a proporre, come tema di ricerca, la questione dell'odio. L'odio come confine che separa, irreparabilmente, gli uni dagli altri, che li contrappone con virulenza marziale e persino belluina, che alimenta passioni livide. Siamo diventati una comunità povera di sentimenti e ricca di risentimenti. Ci si accusa reciprocamente delle cose più inverosimili. Ci si delegittima, ci si inchioda a sentenze inappellabbili, ci si annulla (come persone prima che come voti congressuali).
Eppure attorno a noi accadono cose terribili, per le quali dovremmo insieme rimetterci tutti e tutte in cammino: una girandola di pulizie, etniche e classiste, lega una dirompente domanda di giustizia sociale con un rischio crescente per le libertà individuali. Mentre la destra prende le impronte ai piccoli rom, noi ci prendiamo le impronte tra di noi? Mentre il lavoro regredisce a merce povera e disperata, mentre la precarietà scandisce la vita del mercato e il mercato della vita, mentre si cerca di rinserrare il cerchio della maledizione sulla sofferta libertà delle donne, noi ci chiudiamo in un congresso? In un congresso che ci chiude?
I nostri compagni si chiedono e ci chiedono se arriveremo a Chianciano. Bisogna dire con chiarezza che andremo a Chianciano per ricominciare, per ricostruire questo nostro partito, questa nostra comunità e la sua efficacia come strumento di rappresentanza politica di interessi oscurati ed esclusi: per riaprire il cantiere dell'innovazione. Perchè questa è stata Rifondazione: una scommessa sul futuro e mai un'ipoteca sul passato.
Possiamo fermare la deriva in corso? Possiamo archiviare la brutta pagina della soluzione burocratico-autoritaria della contesa congressuale? Lo dico con sincerità a nome mio e della mozione che rappresento e che ha la maggioranza dei consensi: si può immaginare che su quello zero virgola qualcosa che fa la differenza tra una maggioranza relativa ed una assoluta si celebri un'ordalia?
Io non sento sulle mie spalle una responsabilità al 50% (virgola più o virgola meno): penso a tutto il partito e a tutto ciò che, fuori da noi, attende un esito che non sia la stupida dissipazione di un patrimonio. A noi si chiede di essere capaci di mettere in campo un percorso alternativo alla gazzarra confusa e regressiva di Piazza Navona: di essere capaci di spargere semi buoni, di quella buona politica che non altera il proprio volto con rancori giustizialisti o con conati di volgarità sessista. La buona politica mette al centro la vita e il lavoro, i singoli e i corpi sociali, e cerca di mordere alla radice quei rapporti di potere che mercificano, avvelenano, corrodono il senso medesimo del "bene comune". Ho detto buona politica, mentre vivo un cattivo congresso. Dico buona e penso alla politica dei comunisti di questo nuovo millennio. (La "cattiva politica" invece è quella che introietta il cannibalismo della società del frammento, dei surrogati identitari, delle fobie collettive).
E allora chiedo al mio partito: si può, anche dopo una sconfitta e uno schianto che non è solo elettorale, ritrovare il filo rosso della buona politica? Non vale la pena provarci?
"Liberazione", 11-Luglio-2008

 




permalink | inviato da Notes-bloc il 11/7/2008 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mentre Walter prepara il Festival della "protesta", noi ascoltiamo un Poeta della Protesta! Fai con calma, Walter, l'Italia può ... aspettare!?
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 9 luglio 2008


 
LE "POESIE INCIVILI" DI CAMILLERI



RITA BORSELLINO: "BISOGNA ESSERCI TUTTI UNITI IN PIAZZA"

da "la Repubblica", 09-07-08

Studenti e Insegnanti, Volete rinnovare il SITO WEB EUROPEO SULL'AMBIENTE che si rivolge ai giovani con età compresa tra 8 a 16 anni? Sì? Bene! Leggete e partecipate in massa ...
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 7 luglio 2008


Carissime/i,
ecco l'indirizzo dove poter accedere al questionario
http://eye.eun.org/index_it.html

Ricordo che possono partecipare:

Docenti (dalla primaria alla secondaria di secondo grado)
Studenti (dagli 11 ai 16 anni)

Fatemi sapere se occorre altro.

A presto, Linda

qui di seguito copio&incollo i comunicati per docenti e per studenti

Emacs!

(INSEGNANTI)
Rinnovamento del sito web europeo sull’ambiente che si rivolge ai giovani con età compresa tra 8 a 16 anni – è richiesto un tuo suggerimento.
 
Il prossimo 7 Luglio  verrà lanciato un sondaggio per rivedere il layout, la struttura ed i contenuti del sito 
Environment for Young Europeans (EYE) http://ec.europa.eu/environment/youth/index_it.html
 
Le attività del progetto sono coordinate e dirette dalla Direzione Generale “Ambiente” della Commissione Europea. I ragazzi dei paesi europei ed i loro insegnanti sono caldamente invitati a dare il loro contributo per ricostruire il sito web europeo sull’ambiente che si rivolge direttamente ai giovani con età compresa tra gli otto ed i sedici anni.
 
Il progetto di analisi,  finalizzata al rinnovamento del sito EYE, è stato inaugurato nel Febbraio 2008. Da allora la Commissione Europea ha raccolto i suggerimenti di più di 1000 studenti  e 100 insegnanti in rappresentanza di 10 nazioni europee. Sulla base di questi risultati, sarà lanciato un nuovo sondaggio nella prossima estate per saggiare come sono state valutate  le raccomandazioni  da parte  degli studenti e degli insegnanti.
 
Il questionario “on line”  sarà accessibile attraverso una varietà di siti  nazionali dedicati ai giovani  che richiameranno  la seguente area  blog :
http://www.eyeproject2008.blogspot.com/
 
Si impiegheranno meno di dieci minuti per riempire il questionario.  I promotori hanno  predisposto una serie di domande, rivolte agli studenti (8-16 anni) ed agli insegnanti,  per valutare le ultime proposte riguardanti la struttura, i contenuti, l’interattività, gli strumenti ed i giochi del sito web.
 
I risultati di quest’ultimo sondaggio saranno utilizzati per realizzare un nuovo sito EYE, in modo da corrispondere ai bisogni ed alle aspettative del suo bacino di utenza, costituito da studenti ed educatori europei.
 
Oltre ad avere voce in capitolo sul futuro del progetto EYE ed a prendere parte ad un progetto di rilevanza europea, gli studenti partecipanti avranno la possibilità di vincere uno dei seguenti premi:
 

·        Un telescopio

·        La possibilità di adottare un‘area di foresta pluviale

·        Un abbonamento alla rivista National Geographic - in lingua italiana -

·        E molti altri fantastici premi !
 
Tutti gli insegnanti e gli studenti compresi tra gli 11 ed i 16 anni sono invitati a partecipare al  sondaggio ed a  fornire il loro contributo! Il questionario sarà accessibile fino al 30 Luglio 2008. 
 
Grazie, Linda Giannini e Carlo Nati
Coordinatori nazionali del progetto
Environment for Young Europeans website


 
 

(STUDENTI)
Partecipa alla costruzione del sito web sull’ambiente dedicato alla gioventù europea
 invia il tuo parere
 
Sapevi che in Luglio gli studenti con età compresa tra  11 e 16 anni possono prendere parte, attivamente, alla realizzazione di un nuovo sito web sull’ambiente  dedicato alla gioventù europea?
 
La Commissione Europea vuole rinnovare il suo spazio web 
Environment for Young Europeans (EYE) invitando la gioventù europea  partecipare al sondaggio “valuta EYE”. Nel questionario viene richiesta la tua opinione sulle strade da seguire per  migliorare il  sito,   quali servizi ed informazioni dovrebbe contenere  e come potrebbe diventare  più divertente ed utile:
http://ec.europa.eu/environment/youth/index_it.html
 
E…puoi vincere un premio!
Ogni studente che parteciperà al sondaggio avrà la possibilità di vincere uno dei seguenti premi:
 

·        Un telescopio

·        La possibilità di adottare un‘area di foresta pluviale

·        Un abbonamento alla rivista National Geographic - in lingua italiana -

·        E molti altri fantastici premi !
 
Rilassati, non dovrai dedicare più di 10 minuti del tuo tempo, ma il tuo parere è realmente importante.
I risultati del sondaggio verranno usati per creare  un sito sulle tematiche ambientali,  dedicato ai giovani studenti europei e  realizzato seguendo i  tuoi  suggerimenti.
 
Il questionario “on line”  sarà accessibile attraverso una varietà di siti  nazionali dedicati ai giovani  che richiameranno  la seguente area  blog :
http://www.eyeproject2008.blogspot.com/
 
Si tratta di una grande opportunità  per esprimere la tua opinione su di uno spazio web esistente e fornire indicazioni su come vorresti che diventasse.
I contenuti del questionario si basano sui suggerimenti di più di 1000 studenti  e 100 insegnanti in rappresentanza di 10 nazioni europee, che hanno espresso la loro valutazione sul sito nel corso della prima fase del sondaggio svoltasi all’inizio di quest’anno.
 
Dal 7 Luglio,  tu , i tuoi compagni di classe, i tuoi amici  di età compresa tra 11 e 16 anni  ed i tuoi stessi insegnanti  siete invitati a collegarvi al seguente indirizzo:
http://www.eyeproject2008.blogspot.com per riempire il questionario.
 
La Commissione Europea, gli organizzatori e tutti i futuri utenti del sito web hanno veramente bisogno del tuo contributo.
 
Il questionario sarà accessibile fino al 30 Luglio 2008. 


Grazie, Linda Giannini e Carlo Nati
Coordinatori nazionali del progetto
Environment for Young Europeans website
I givani, per fortuna loro, in un modo o in un altro, riescono ancora e sempre ad organizzarsi; sono gli adulti il problema, ché sanno soltanto obbedire al Sistema! Beh, allora, giovani, insegnateci qualcosa di veramente sorprendente!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 luglio 2008


In Italia sono cinque milioni i nati fra il 1977 e il 2002
Figli dell'insicurezza economica e di internet, difficili da catalogare

Tutti web, mamma e iPod
è la generazione senza nome

Fratelli minori della Generazione X: il Washington Post riapre il dibattito
di PAOLA COPPOLA


Tutti web, mamma e iPod è la generazione senza nome

Giovani su un muretto a Roma

CERCASI nome per una generazione. "Y" non basta più. Definizione troppo stretta per i giovani nati tra il 1977 e il 2002. I fratelli minori di quelli descritti nel celebre libro di Douglas Coupland, "Generazione X", musica grunge e sit-com. La lettera che viene dopo non racconta le loro identità multiple, mutanti. E in tanti sarebbero pronti a prendere le distanze dalle altre espressioni usate di volta in volta per descrivere quelli che hanno tra i 16 e i 30 anni: millennium, echo boomers, technosexual, i-Pod generation, VR (che sta per "Realtà virtuale") generation, e via dicendo. Il Washington Post suggerisce di riaprire il dibattito perché alle etichette finora inventate la realtà sfugge.

"Che viene dopo la generazione X?", chiede il quotidiano. Le risposte sono affidate alle voci di alcuni intervistati per un documentario dedicato al tema.
Negli Stati Uniti sono più di 70 milioni, in Italia circa 5 milioni. Ognuno pronto a raccontare la "sua" generazione. Perché questi giovani connessi h24, protagonisti nelle comunità on line, dotati di io-virtuale su Second life, non hanno smarrito la voglia di partecipare, ma in gruppi ristretti, in piccole tribù nomadi.

"Sfuggono alle classificazioni perché rispetto ai fratelli più grandi o ai genitori hanno un ventaglio maggiore di possibilità, così ognuno costruisce un percorso personale fatto di passioni e interessi", racconta il sociologo dei consumi Vanni Codeluppi. "A differenza dei baby boomers, sono nati in una società che non promette loro un futuro, vivono in uno scenario cupo, crescono in una situazione di crisi delle prospettive, ma cercano soluzioni di reazione, conservano un atteggiamento pragmatico, ottimista. Sono pronti a impegnarsi nel volontariato o su temi ambientali".

Alcuni si riconoscono nelle rivisitazioni dei punk o degli hippies. Altri si identificano nelle marche dei vestiti. T-generation, (dalle magliette indossate) andrebbe bene per gli eredi dei "paninari" degli anni '80: loro furono i pionieri, oggi le scarpe Converse, Adidas o le infradito o altri marchi d'abbigliamento identificano dei gruppi. "Questi giovani non risentono della crisi, resta la tendenza a coccolarli e accudirli, vivono in famiglia e continuano a spendere, sono consumatori privilegiati", continua Codeluppi. Il mercato non li perde mai d'occhio, cerca di conquistarli, di accaparrarseli.


Quanto alla musica, piace soprattutto quella pop, d'evasione che si può scaricare gratis dalla rete: così ecco che "generazione Mtv", abbraccia quelli che non ascoltano generi di nicchia o cercano etichette indipendenti o hanno fatto propria la musica ereditata dai padri.

Passando alle serie tv, "Lost-generation" funziona se si pensa al successo della serie televisiva importata dagli Stati Uniti. "Il telefilm è stato un fenomeno trasversale che ha catturato moltissimi giovani: dalla tv si è spostato in rete, e intorno alla sua trama (i sopravvissuti di un incidente aereo si ritrovano su un'isola tropicale) ha creato dei gruppi di discussione. Forse per la sua trama estrema, una vita da reinventare", azzarda Codeluppi. Quanto al cinema, non c'è un solo genere, e "Indiana Jones" è stato un successo di botteghino come "Juno". Blockbuster e film indipendenti piacciono allo stesso modo. Forse alla ricerca di una definizione per questi giovani bisognerebbe di volta in volta fare appello alle tante sottoculture e dimenticarsi di spiegare le contraddizioni possibili dell'era delle identità molteplici.


("la Repubblica", 7 luglio 2008)

Ma i problemi di competenza dei politici sono e devono essere ben altri!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 luglio 2008


 

IL CASO

<b>Grembiule in classe?<br/>Gelmini: "Perchè no"</b>

Grembiule in classe?
Gelmini: "Perchè no"

Il ministro possibilista: "E' una proposta interessante, basta alla guerra delle griffe". Gli pisocologi concordano: "Cancella la competizione sugli abiti firmati"
"la Repubblica", Luglio 2008




permalink | inviato da Notes-bloc il 5/7/2008 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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