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di Ignazio Licciardi
Frammento ...
post pubblicato in Frammenti di esistenza, il 31 marzo 2007


24.
“Oggi, ho sentito per ben due volte il senso della tenerezza” diceva un signore ad una signora  - erano entrambi seduti accanto a me, sulla stessa panchina d'un giardino -. “Una ragazza, m’ha detto - continuava a raccontare quel signore - : «mi scusi, non per far polemica, ma penso che così facendo lei escluda alcuni e privilegi altri, utilizzando Internet pur sapendo che molti non potranno, per mancanza dello strumento, venir dietro ai suoi e ai pensieri degli altri che lo strumento posseggono»! Risposi qualcosa, ma mentre rispondevo avvertivo soltanto la tenerezza della domanda”.

“E la seconda volta”? – domandò l’altra -.

E lui: “… sì, alla fine della lezione, quando rimasi solo nell’aula con i miei libri e i miei strumenti da riordinare; quando, ricomparve un’altra ragazza che mi disse: «professore, oggi, non ho firmato, perché non condivido alcune cose che lei ha programmato e organizzato ... Volevo che lei lo sapesse»! Io, istintivamente, mi complimentai con lei per il suo atto di denuncia, ma lei mi disse: «no, non è un atto di denuncia il mio; è sol perché io non condivido alcune cose che …» e andò via! Rimasi più a lungo del tempo che mi serviva … in quell’aula, forse, a pensare! Sì, mia cara, ho toccato con mano la tenerezza, oggi, per ben due volte! E’ stata una sensazione, al tempo stesso, triste e gaia, sai? Sì, so bene che questa è soltanto una mia personale lettura dell'accadimento, ma ... Beh, andiamo via, adesso …”?

Io smisi di leggere il giornale, restando seduto su una panchina d’un giardino … in un giorno di fine Marzo!

Palermo, 31/03/2007




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"È impossibile pensare a una democrazia se i giovani non hanno voglia di entrare in politica".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 marzo 2007


MARIO BAUDINO intervista  George Steiner

TORINO
«So che ogni lettura è sempre falsa, ma vorrei che almeno si potesse, per usare una frase di Beckett, "fallire meglio". E questo sarà il mio scopo», dice George Steiner in attesa della lectio magistralis che terrà oggi, invitato come uno dei «nove maestri», per Torino capitale del libro. Parlerà di Dante, anzi di «Un verso di Dante». Quale? Aspetti e vedrà, risponde con la sua gentilezza ironica. Ma la citazione non è un gioco di understatement molto inglese, molto in sintonia con l’anziano maestro professore emerito al Churchill College di Cambridge, dopo aver insegnato nelle più prestigiose sedi accademiche del mondo, fino a diventare, di libro in libro - il più recente si intitola Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, edito come tutti gli altri Garzanti -, un’incidiscusse coscienza critica della nostra cultura.

Quello della lettura è uno dei grandi temi cui si è applicato Steiner, studioso dei classici, in aperta contrapposizione con il decostruttivismo e tutte le teorie post-moderne sull’infinità dell’interpretazione. Lui è convinto - ce lo ha spiegato per esempio in Vere presenze - che ci sia un limite invalicabile nell’ascolto dei testi. «In questo caso voglio spiegare come si legge un verso, anche un singolo verso, e qual è la storia della sua lettura. Ne prenderò uno dove è impossibile andare "contro" Dante».

Quant’è importante Dante Alighieri, professore?
«Molto. Però sta diventando un autore ristretto a un ambito specialistico. Purtroppo i giovani non lo leggono, e questa è una catastrofe, anche peggiore del post-strutturalismo e del proliferare delle interpretazioni»

In Italia però hanno avuto successo le pubbliche letture della Commedia: prima quelle di Vittorio Sermonti, poi i brani recitati in tv da Roberto Benigni.
«Sermonti lo conosco. Benigni no. Ma queste letture restano una goccia nel mare. Ci sono cose che hanno infinitamente più successo, dal calcio allo strip-tease. E c’è una tv, soprattutto in Italia, veramente deplorevole».

Dove un Dante in più o in meno non fa differenza? Ma perché allora insistere?
«Le faccio un esempio: pensi a Primo Levi. I sommersi e i salvati ha Dante come tessitura interna, Dante che gli permetteva di sopravvivere al Lager. O pensi al racconto Nella colonia penale di Franz Kafka, dove è presente tutto l’avvenire, il nazismo, il sadismo, i lager appunto. In quel testo, come nelle Metamorfosi la parola chiave è «ungeziefer», insetto dannoso, pulce: lo stesso termine che avrebbero usato i nazisti per definire le loro vittime. Un grande scrittore anticipa il futuro».

Dante ha anticipato l’inferno?
«Viviamo in un mondo infernale, di delitti e di stragi. Voltaire si augurò che in Europa non tornasse mai più la tortura. Oggi Amnesty calcola che siano 109 i Paesi in cui viene praticata ufficialmente»

A proposito di inferno: è stato evocato di recente dal Papa, che ha descritto l’Europa come un continente che va alla rovina. Lei, proprio nel suo «Una certa idea d’Europa» vede al contrario motivi di speranza proprio nella perdita d’influenza del cristianesimo.
«Benedetto XVI sarà ascoltato in Italia. Forse in Polonia. In Inghilterra le Chiese sono vuote. E poi a me non interessa, forse interessa a lei? A me pare che in Europa il problema vero non sia il magistero di questa o quella Chiesa, visto che poi la gente va in Piazza San Pietro, ma nella vita privata si comporta come gli pare. Piuttosto, non nascono bambini, altro che Papa. E soprattutto la noia dei giovani di fronte alla politica. È impossibile pensare a una democrazia se i giovani non hanno voglia di entrare in politica. Vent’anni fa, i miei studenti di Oxford e Cambridge sognavano il Parlamento. Oggi pensano alla banca, agli hedge funds».

Ma questo non riguarda forse un’élite?
«Mica tanto. I numeri sono impressionanti. Aristotele disse che quanti desiderano rimanere nelle loro case e non andare nell’agorà, poi non hanno il diritto di lamentarsi per le decisioni che si prendono in piazza. È questa la nostra colpa: se ci chiudiamo nel privato, comandano i gangster. Io sono enormemente preoccupato per quanto avviene in Medio Oriente».

Dove secondo lei l’Europa è impotente?
«L’Europa? È un magnifico posto dove vivere. Per esempio Torino, con le memorie di Primo Levi, o di Nietzsche. Ma non penso che a Bush tutto ciò interessi molto. E in Inghilterra l’antieuropeismo è profondo e radicato»

Ma allora quanto conta la cultura?
«I sintomi sono incoraggianti. Tanti giovani nei musei, ai concerti di musica classica: sono ottimista per la diffusione della cultura. E l’Italia è in una situazione magnifica. Solo a Milano ho visitato cinque o sei librerie di livello mondiale. Siete il Paese dove la gioia dell’arte, della musica e del testo è più diffusa. Ma nello stesso tempo non c’è una sinistra, proprio come in Francia, non c’è un principio-speranza. Senza la possibilità di un’utopia messianica, senza quel che definirei "l’errore dell’alba", manca un contrappeso alle degenerazioni commerciali del capitalismo».

Anche in Germania c’era una grande cultura, prima dell’avvento del nazismo.
«Un Paese che ha cacciato e ucciso i suoi ebrei non ritrova più la sua tradizione spirituale. Comunque sia, è vero. Ho scritto 15 libri intorno alla questione essenziale del perché la cultura non abbia potuto resistere alla barbarie, e ancora non ho trovato la risposta. Penso che non la troverò mai»

"La Stampa", 29-03-2007



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La Rubrica "Tavola rotonda su ..." si è trasferita in ben altro magico luogo!
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 29 marzo 2007


La Rubrica
"Tavola rotonda su ..."
si è trasferita in
"HumanitatisArx"

Notes-bloc


N.B.: chi volesse iscriversi alla Tavola Rotonda "HumanitatisArx"
dovrà rivolgersi a
magic@technologeek.net
oppure
magic.moment@email.it


link




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Dobbiamo essere contenti?
post pubblicato in Notizie ..., il 28 marzo 2007


Missioni, c'è il sì del Senato
Favorevoli 180, contrari 134

D'Alema: «La missione non cambia»

Afghanistan, il Senato dà il suo voto favorevole sul decreto che rifinanzia le missioni militari italiane all'estero. A favore del governo sono stati espressi 180 "sì", solo 2 i "no", 132 gli astenuti. Concessi più mezzi per i soldati con voto unanime all'odg Calderoli. Respinto quello di FI, che modificava lo scopo della missione. Massimo D'Alema: «Voto sicuramente positivo»

"l'Unità", 28-03-07




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Miiiii ... mi l'avianu cuntatu ca ... ma nun ci vulia criiri!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 24 marzo 2007


Correzioni in pochi minuti: ombre e dubbi sul concorso
16-03-2007

Decine di elaborati scritti a mano esaminati nel giro di poche ore, compiti dei vincitori infarciti di errori di ortografia: è bufera sulla selezione per dirigenti scolastici che si e’ svolta in Sicilia

http://www.media.rai.it/mpelenco/0,,RaiTre-Mimandaraitre%5E28380,00.html



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Cu parro'? Anonimu sugnu!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 marzo 2007


Gli Usa a testa bassa contro D’Alema: «Sbagliato trattare, no al tavolo di pace»

Il giorno dopo la liberazione del giornalista Mastrogiacomo arriva la scomunica del Dipartimento di Stato (Negroponte?). Londra e Berlino lo seguono.
Emergency dall’Afghanistan chiede il rilascio del mediatore e dell’interprete detenuti dei servizi segreti di Karzai. Ma intanto in tutta l’area cresce la tensione

Il morto che tira per i piedi il vivo: metafora valida per molti esercizi di potenza in questo nostro tempo, e anche per molta della politica attuale. Ma ieri l’immagine si è presentata con una nitidezza esemplare. E con la sua maggiore minacciosità. Perché il morto che ieri ha tirato per i piedi il vivo è la politica di George W. Bush, per la precisione il settore dell’Amministrazione statunitense più vicino al presidente e con lui più responsabile della fallimentare politica bellica, insieme all’alleato internazionale più fedele e altrettanto volto al tramonto, il governo britannico di Tony Blair. E il vivo tirato per i piedi è la migliore politica accennata dal procelloso governo italiano attuale, l’inizio di smarcamento dall’escalation bellica in Afghanistan, dopo la fuoriuscita da quella in Iraq. Anche qui, per la precisione, qualcosa di più concreto: le «modalità» della liberazione di Daniele Mastrogiacomo (perché solo della sua, purtroppo, ad oggi si può parlare), cioè quella trattativa che l’ha consentita. E che, in verità, non è stata frutto tanto della diplomazia italiana quanto della sua umiltà nei confronti dell’esperienza di dialogo di chi agisce dal basso - e contro la guerra.
Umiltà che è atto politico, comunque. E così intesa è stata oggetto della reazione di ieri. Scagliata con perfida tempestività, mentre il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema rientrava dagli States, dopo aver pronunciato pubblicamente il suo appello ad avviare il processo d’una conferenza internazionale di pace per l’Afghanistan e, prima ancora, aver incontrato la stessa segretaria di Stato Usa, Condoleezza Rice, ricevendone un «cauto apprezzamento». Invece ieri un «importante funzionario dell’Amministrazione», meglio un «alto rappresentante» dello stesso Dipartimento di Stato, protetto da un anonimato esplicitamente richiesto, ha esternato in simultanea su tutte le agenzie di stampa italiane la sua scomunica. Diretta, come detto, alla gestione della vicenda Mastrogiacomo. Ma, incidentalmente, anche contro il logico completamento della prospettiva d’una conferenza di pace, quello evocato a sequestro ancora in corso dal segretario dei Ds (la maggiore forza politica di governo in Italia), Piero Fassino: ossia l’ipotesi d’una futura e finale negoziazione politica - che di per sé comporta la richiesta di deposizione delle armi - con la guerriglia «nemica» cioè i Taleban.
Con qualche fondamento, crediamo, ci sorge il dubbio che l’«alto rappresentante» del Dipartimento di Stato altro non sia che - di persona o per interposto portavoce - il suo attuale segretario aggiunto, secondo (ma non tanto) solo a Rice: cioè John Negroponte, che da “zar” di tutte le agenzie d’intelligence Usa è stato chiamato ad occupare tale carica da Bush in persona il 12 febbraio scorso. D’altra parte, è lui con questo incarico a centralizzare la rappresentazione e la rappresentanza del governo degli Stati Uniti «overseas», all’estero. E quanto ad interventi da superpotenza che detta legge, non è proprio uno di primo pelo: avendo cominciato la sua carriera ai Foreign Affairs nel 1960 sotto “Ike” Eisenhower, per continuarla in Vietnam e poi nell’America Latina degli anni 70 e 80, per finire con l’Iraq e appunto con il coordinamento dell’intelligence nella “War on Terror” di questi anni e delle «extraordinary renditions» (Abu Omar, tanto per dire). Un uomo ammiratissimo da Bush jr, e dall’occhio sicuro: ne sarebbe solo una conferma il siluro scagliato ieri, peroprio quando la discussione finale sul decreto di rinnovo delle missioni italiane è approdata all’aula dell’incerto Senato.

Cosa ha detto, in concreto, l’«anonima» fonte della leadership Usa ieri? Che i vertici dell’Amministrazione statunitense sarebbero stati «colti di sorpresa» dalle «concessioni» fatte «ai terroristi Talebs» a conclusione del sequestro di Mastrogiacomo. Che esse «aumentano i rischi per le truppe della Nato e dell’Afghanistan e per lo stesso popolo afghano». Che, sul terreno pratico, con lo scambio per il giornalista de la Repubblica sono stati rimessi «in circolazione» cinque «pericolosi operativi Talebs», ovviamente rielencati per nome e cognome: con il curioso particolare che la «fonte» accredita ciò che in Afghanistan non riesce a verificare nessuno, ossia l’identificazione di Mansur Ahmad in un fratello del mullah Dadullah, di cui tutti ignoravano l’esistenza.
Quanto alla proposta italiana della conferenza internazionale per l’Afghanistan, la voce «anonima» ma ascoltatissima da tutti i media mostra un aplomb diplomatico al limite della sfida ad ogni logica umana: perché dice che si tratta d’una idea meritevole di «considerazione», che dovrà essere esaminata «nel merito». Visto che gli obiettivi «comuni» sono «democrazia, sicurezza e stabilità» per il martoriato Paese centroasiatico, «se» l’iniziativa avanzata dall’Italia «può contribuire», si giudicherà di conseguenza. Ma, ragiona con spiazzante agilità, di certo la «liberazione di pericolosi attivisti Talebani» non va in questo senso: il che equivale a suggerire che la proposta politica è già screditata dall’azione concreta. E qui il ragionare si fa circolare: perché per l’«alta fonte» sarebbe anche «una pessima idea» quella, marcata da Fassino, di prevedere al tavolo finale d’un processo negoziale chi a questi tavoli di solito dà qualche utilità: ossia «il nemico», i medesimi «Talebs».
Per di più, questa bordata non risparmia gli aspetti specifici della gestione della liberazione di Mastrogiacomo: si ricorda, pesantemente, che l’autista Agha è finito decapitato e che dell’interprete Nashkabandi «non si hanno più notizie». Strano lo confermi chi ha la migliore intelligence del mondo e insiste in questi giorni nel dire che le mosse dei «Talebs» sul fronte di Helmand sono costantemente «sotto controllo», a partire dalla ricognizione satellitare. Ed è strano anche che si indichi, di seguito, la «manifestazione dei parenti di Agha contro l’ong Emergency a Lashkargah», che l’altro ieri è stata il contesto del fermo - ancora inconcluso - del responsabile dell’ospedale e mediatore per Gino Strada, Ramatullah, da parte della polizia afghana istruita e “guidata” dagli alleati occidentali, in testa gli Usa. E infine: si osservano gli «effetti negativi» comportati dalle «limitazioni delle regole d’ingaggio» dei militari italiani nell’Isaf, che si sarebbero rivelati nel particolare del trasferimento, «molto pericoloso», di Mastrogiacomo da Lashkargah a Kabul su un aereo «non dello Stato italiano ma di una Ong». Sembra la fotocopia dei brontolii dei nostrani servizi segreti riportati ieri dai “retroscena” di alcuni grandi giornali.
Naturalmente, la «fonte» precisa subito che il problema delle regole d’ingaggio non riguarda solo «gli italiani», ma anche «altre forze alleate»: come, a titolo d’esempio, Germania e Spagna. E conclude che, in ogni caso, un «contributo» italiano al «rafforzamento numerico» della coalizione militare internazionale in Afghanistan sarebbe «certamente gradito».
Com’era ovvio prevedere, la Farnesina ha ieri sera reagito: dicendo che non è «uso» del Ministero degli Affari esteri «commentare dichiarazioni anonime», come pure che «nulla di quanto riferito dall’anonimo funzionario» è «trapelato» nella cena tra Condi Rice e D’Alema a Washington o in «posizioni ufficiali». Ma il vaso di Pandora era stato ormai aperto: e, se la «voce» statunitense aveva precisato che il «disappunto» era stato espresso alla Farnesina stessa come al «governo afghano» responsabile della liberazione dei cinque Taleban, già altre «fonti anonime» del Foreign Office britannico avevano diffuso «preoccupazioni analoghe» sull’implicazione dello scambio di prigionieri con Mastrogiacomo. Seguite da quelle del governo tedesco di grande coalizione, a sua volta pressato dall’incalzare statunitense degli ultimi mesi, che a Der Spiegel quello stesso scambio commentano come «un enorme sbaglio». E dall’unica presa di posizione ufficiale, quella del ministro degli Esteri dei Paesi Bassi, che in visita a Kabul ha dichiarato la contrarietà «per principio» a «negoziare con sequestratori».
Tant’è. Ed è quanto basta ora a Silvio Berlusconi per impugnare l’arma politica del «danno d’immagine per l’Italia»: con l’occhio al Senato e al 27 prossimo.

Anubi D’Avossa Lussurgiu ("Liberazione", giovedì 22 marzo)



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E se ... ci incontrassimo tutti lì ...
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 20 marzo 2007


"Lezioni di volo":
in sala con Giovanna Mezzogiorno

da balarm.it

La locandina del film

La locandina del film 

La vulnerabilità fanciullesca, incosciente e priva di stimoli o di desideri nel cambiare il mondo sono da sempre alcuni dei temi maggiormente affrontati da Francesca Archibugi nelle sue produzioni cinematografiche. Su questi la regista ritorna dopo sei anni in “Lezioni di volo”, uscito nelle sale italiane lo scorso 16 marzo, interpretato da Giovanna Mezzogiorno e prodotto da Cattleya e Rai Cinema. Alle 10,30 di mercoledì 21 marzo la pellicola verrà proiettata presso il cinema Aurora (via Tommaso Natale 175) e successivamente discussa alle ore 12 alla presenza dell’attrice e della regista, in un incontro con gli studenti moderato dal docente di Storia e Critica del Cinema Sandro Volpe; alle ore 20,30 dello stesso giorno la regista e la protagonista saluteranno il pubblico dell’Aurora. Il film ruota intorno alla vita e alle avventure di Pollo (Andrea Miglio Risi)  e Curry (Tom Angel Karumathy), due compagni di scuola inseparabili, come i loro stessi nomi lasciano intuire, che passano molto tempo insieme e poco a scuola.

Bocciati alla maturità, i due partono per una vacanza in India, non per ricercarvi quella spiritualità in genere osannata da alcuni occidentali, ma per trovare una via di fuga ad una vita troppo vuota, cercando un pretesto per la partenza nell’improvvisa crisi d’identità che affligge Curry, ragazzo di origini indiane adottato da una instabile coppia italiana e desideroso di ritrovare la propria madre naturale. Il piano riesce, i due giovani partono per l’India e, dopo una serie di imprevisti che rendono il viaggio del tutto dissimile da quello che avevano immaginato, si ritrovano nel deserto del Thar a riscoprire interesse per la vita: Pollo si innamora di Chiara (Giovanna Mezzogiorno), coraggiosa ginecologa di una Onlus internazionale, Curry scopre l’India, prima con un sentimento di rifiuto e poi restandone affascinato. È una storia che non si discosta dalla poetica dell’adolescenza comune alla regista, ma è pur vero che il film stupisce proprio perché unico rimasto a raccontare con credibilità e verosimiglianza la nuova generazione e ciò che la riguarda, il suo linguaggio e i suoi gesti, la sua sfacciataggine e la sua abulia latente.

Quelli della Archibugi sono personaggi veri che, in quanto tali, chiedono solo del tempo per capire chi sono, cosa vogliono e dove sia giusto cercarlo: sia che essi siano ragazzini che adulti. Se i primi hanno il grave compito di crescere, ai genitori va il demerito di aver allevato figli immaturi che dalla vita pretendono poco o nulla, abbandonando se stessi all’irresponsabilità e all’inconcludenza, mentre l’occhio della regista guarda i loro movimenti senza giudicarli, casomai cercando di comprenderli. La lontananza da genitori iperprotettivi e dal loro tentativo di riparare i propri figli da tutto, porta i due giovani protagonisti ad apprendere la vita, i suoi doveri e le sue sfide da una giovane donna, nel cuore pulsante dell’India, lì dove mai avrebbero pensato di risentirsi vivi.

da balarm.it 19/03/2007



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Bisogna avere il coraggio di dire che la violenza fa parte del sistema scolastico, oggi profondamente in crisi!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 17 marzo 2007


Alain Touraine:

«La scuola? Deve ...»


Rassegna Nazionale flcgil  del 17 Marzo 2007 

Il sociologo francese, a Roma per un convegno alla Terza Università, affronta il problema del bullismo nelle aule.
«La violenza non viene dall'esterno - afferma -, bisogna avere il coraggio di dire che fa parte del sistema scolastico, oggi profondamente in crisi»

in http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2007/marzo/manifesto_touraine_la_scuola_deve_
tornare_a_puntare_sull_individuo

 

Cinzia Gubbini

Roma Il sociologo francese Alain Touraine si trova a Roma per il trentaseiesimo convegno nazionale «Scommettere sulla scuola per una scuola di tutti e di qualità», del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti (Cidi). Una tre giorni alla Terza università che si concluderà domani. Touraine che ha sempre individuato nella scuola repubblicana, pubblica e laica, un potente strumento di integrazione oggi non nasconde la profonda crisi del sistema scolastico, e parla esplicitamente di un contesto di «forte disintegrazione e regresso». Ma mette sul tavolo anche proposte concrete: educazione individualizzata, valutazione delle scuole, formazione degli insegnanti e la sperimentazione di vere e proprie «discriminazioni positive».
Professore, il fenomeno del «bullismo» ha occupato anche il dibattito francese. Lei cosa ne pensa?
Bisogna essere onesti, in qualsiasi comunità ci sono dei problemi e delle riflessioni da fare. In Francia, nelle nostre banlieues, dove si vivono situazioni di segregazione e discriminazione, ci sono studenti che si dedicano a traffici illegali, che hanno comportamenti molto violenti. Io credo che la scuola debba farsi carico di questi problemi, anche se a volte le cause sono esterne.
Non ha senso pensare che tutto possa essere risolto con l'intervento della polizia, per intenderci. Contemporaneamente non si deve far finta che non esista un aumento della violenza: è un atteggiamento che non ha nulla di progressita, è soltanto un atteggiamento laissez faire che ha effetti negativi sui più deboli.
Il nostro ministro dell'Istruzione pensa di sanzionare chi ha comportamenti violenti. E' d'accordo?
Io credo che non si debba punire o escludere. Piuttosto, se uno studente non lavora, non frequenta, insomma si pone su un piano di rottura, la scuola dovrebbe rapportarsi in un altro modo, studiando nuovi metodi didattici, creando corsi e progetti che possano rispondere alle esigenze della persona. Insomma, io credo che la scuola dovrebbe sentirsi interamente responsabile. Cominciare ad ammettere che le cause della violenza non vengono tutte da fuori - come si è a lungo sostenuto - ma hanno radici anche nella scuola.
Nei rapporti tra compagni e, anche se meno di frequente, nella relazione tra insegnante e studente. Una relazione che attualmente è negativa.
Perché?
La scuola è stata concepita come uno strumento di integrazione sociale e di formazione del cittadino, soprattutto in Francia, ma in realtà in tutti i paesi europei. Per molto tempo è stato un modello positivo: non si può negare che, rispetto a prima della seconda guerra mondiale, tutti hanno potuto accedere a un qualche livello di istruzione. Ma la verità è che è servito a ben poco. Per cui, oggi, i ragazzi che provengono dagli strati sociali più bassi si sentono, di fatto, prigionieri della scuola. Sia chiaro, ci sono sempre stati studi che hanno denunciato la trasmissione delle differenze sociali anche all'interno del sistema scolastico. Ma se questo era vero in passato, oggi lo è molto di più.. E' come se la scuola si fosse chiusa in un atteggiamento orgoglioso, che rifiuta tutto ciò che viene da fuori. Per esempio nei confronti dei ragazzi di origine straniera. Potrei citare episodi molto concreti: l'insegnante che dice «non capisco bene quello che stai dicendo», «sei lento», «dai fastidio ai tuoi compagni, perché non esci dalla classe?». Allora la grande scoperta della sociologia dell'educazione è che la relazione tra insegnante e alunno cambia tutto.
Ha ancora senso oggi parlare di classi sociali?
L'origine sociale è sempre importante, ma ovviamente aumenta quella dell'origine etnica. Che, banalmente, ha un'influenza maggiore sul sistema di comunicazione. Fosse anche solo per la competenza linguistica. E allora l'unico modo per superare queste differenze è puntare sull'individualizzazione: occorre guardare il ragazzo, e la ragazza, nella sua realtà. Diciamo così: il sistema scolastico è tanto più democratico quanto più riesce a farsi carico della maggior parte degli aspetti dello studente. E' questo l'unico modo per superare le differenze culturali. Ma c'è bisogno che gli insegnanti siano informati sul contesto culturale dal quale provengono i loro alunni. E avere ben chiaro che siamo in un contesto di regressione, non di progresso.
E' solo una questione di metodo?
Ci sono certamente anche interventi nuovi, sperimentazioni da mettere in campo. Negli Stati uniti si parla molto di «discriminazioni positive». Ora, diversi tentativi sono stati un vero e proprio fallimento. Il discorso è complesso, ma in Francia ci sono sperimentazioni interessanti. Ad esempio quello dell'università di Scienze politiche di Parigi, una scuola pubblica ma di livello sociale piuttosto elevato e relativamente cara. Da tre anni inserisce, gratuitamente, studenti provienienti da licei malfamati - e quelli malfamati sono semplicemente quelli dove ci sono molti arabi - ottenendo così un doppio risultato: permettere a studenti capaci di accedere a una scuola di qualità e contemporaneamente dare nuovo lustro a quei licei discriminati per la loro composizione sociale.
E' soltanto un tentativo, ma sembra che vada piuttosto bene.
Cosa ne pensa della proposta di pagare di più gli insegnanti più impegnati?
Non mi sembra la forma migliore ma ci sono cose che possono essere fatte senza grande sforzo. La prima è che bisognerebbe concepire in modo diverso il tempo di lavoro, in modo da permettere la costruzione di percorsi individualizzati. In secondo luogo, ed è una cosa molto buona, in Francia si stanno valutando le scuole, crecando di individuare chi riesce a ottenere un valore aggiunto. In terzo luogo sarebbe giusto garantire avanzamenti di carriera agli insegnanti che gestiscono bene situazioni difficili. Io ho fatto parte di un'istituzione caricaturale: all'inizio, quando ero all'Ecole des hautes etudes i professori delle università ci trattavano come dei giovani inferiori e ci avrebbero lasciato a livello più basso per tutta la nostra vita. C'è stato un anno in cui i peggiori professori di Francia, cioè quelli che erano a livello più basso, eravamo io e il mio amico Le Goff (il medievalista, ndr), solamente perché l'unico criterio era l'anzianità. E' assurdo. I metodi per scegliere possono essere molti. Ma bisogna finirla con questo egualitarismo stupido.




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La formazione di base si riduce all’immagazzinamento di una formazione manualistica minimale
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 13 marzo 2007


L’università del sapere pesato e venduto un tanto al chilo

di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova



Aa.Vv., Studiare con lentezza. L’università, la precarietà e il ritorno delle rivolte studentesche, Edizioni Alegre, Roma 2006, pp. 142, euro 10,00)
è un libro prezioso per comprendere l’università-azienda, i suoi effetti sul soggetto sociale studentesco, le forme di lotta, le eventuali alternative. Lo studente è oggi «precario in formazione dentro una catena di montaggio che nega qualsiasi richiesta di criticità» (p. 21). E’ dai processi di alienazione e di massificazione a cui è soggetto lo studente-massa dell’università riformata che si deve ripartire. L’alienazione svuota gli aspetti della condizione studentesca che ostacolano l’approdo all’unica destinazione consentita: divenire un precario in formazione. Svaniscono studio approfondito, criticità del sapere, auto-organizzazione di tempi e modi dello studio. La massificazione serve per subordinare l’università, luogo di “fabbricazione” di quella merce particolare che è la forza-lavoro, alle esigenze della produzione capitalistica. Entrambi i processi si traducono nell’espropriazione del tempo di vita dello studente, grazie alla nuova organizzazione della didattica che impone ritmi di studio pensati come ritmi di lavoro: moltiplicazione di corsi, verifiche, esami; scansione in trimestri e semestri; una media di 30/40 ore di lezione a settimana e di 15 esami all’anno. Strumento principale della taylorizzazione dello studio/lavoro universitario è il “credito formativo universitario”, che converte il tempo di lavoro da tempo di formazione critica in tempo di lavoro alienato. La segmentazione disciplinare è la tecnica produttiva a disposizione di questo neo-taylorismo, che permette di sciogliere, ricostruire o sostituire moduli di studio, nella nuova catena di montaggio della produzione flessibile.

L’origine del “3+2” sta nel tentativo di armonizzare l’istruzione superiore in Europa. I Rettori si trasformano in manager, Senati Accademici e Consigli di Facoltà in Consigli di Amministrazione. Ogni risultato è valutato in termini di “produttività” settoriale, secondo un linguaggio adatto alla produzione di un tempo o alla finanza dei nostri giorni. In contrasto con la retorica sulla “società della conoscenza”, si produce un impoverimento e irrigidimento della conoscenza trasmessa, se non addirittura neo-analfabetismo. Si afferma l’obsolescenza della teoria marxiana del valore, esattamente quando ciò che si dice non misurabile – lo studio e la conoscenza – viene misurato, pesato e venduto un tanto al chilo nella “nuova” università. Non stupisce che, pur in un tessuto produttivo che non eccelle, si faccia difficoltà ad assorbire laureati triennali di povera qualità. I dati nel libro chiariscono bene la tendenziale proletarizzazione e precarizzazione dei nuovi laureati, che si limitano a spiazzare sul mercato del lavoro i diplomati. La gamma di posizioni lavorative dei laureati triennali è ampia, come lo è il ventaglio salariale, e all’estremo più basso si guadagna come un metalmeccanico.


Visto che non ci si può aspettare da questa università né mobilità sociale né alti livelli di qualificazione, i governi, neo-liberisti o social-liberisti, risolvono la difficoltà nel modo più semplice: abbassando speranze e cultura dei laureati. L’istruzione universitaria non può anticipare figure professionali o specialistiche di domani. Si dovrebbe semmai puntare su una formazione “generalista” e “critica”, a cui avrebbe diritto il cittadino in quanto tale, quali che siano le esigenze della produzione. Nulla a che vedere con la professionalizzazione prematura o la specializzazione esasperata che dovrebbero fornire quella pletora di corsi di laurea esplosi nelle varie sedi, per compiacere le imprese-acquirenti, ingannare gli studenti-utenti, accontentare gli appetiti dei docenti. Il paradosso è che proprio una formazione culturale più ampia eviterebbe alle imprese la caduta della produttività tipica di un universo di lavoratori usa e getta, che sono stati prima studenti-clienti, perché darebbe loro maggiore versatilità e polivalenza. Certo, quel tipo di formazione creerebbe i presupposti di una maggiore autonomia dei lavoratori laureati, nella misura in cui non li riduce a costo di produzione o a capitale umano. Con il rischio però che i lavoratori, da meri portatori di forza-lavoro, si convertano in soggetti di un conflitto, se non un antagonismo, che torna a interrogarsi sul “cosa” e sul “come” produrre.

L’università-azienda restringe spazi e tempi dell’approfondimento. I percorsi di studio sono organizzati per fornire conoscenze e competenze “in tempo reale”: valide, forse, oggi; ma già obsolete domani. La formazione di base si riduce all’immagazzinamento di una formazione manualistica minimale. La compressione del tempo a disposizione per l’acquisizione e l’elaborazione dei saperi cancella la possibilità che vi sia un momento in cui ci si chiede le ragioni di ciò che si studia: non solo il come, ma anche il perché. “Studiare con lentezza” vuol dire «rovesciare il meccanismo cronologico taylorista di un sapere che va accreditato in ogni suo aspetto (lezione frontale, studio a casa, approfondimento, perfino creatività)» (p. 85). Su cosa far leva per trasformare l’università? Si deve costruire un “sapere negativo” che si oppone a quello esistente, con al centro i bisogni dello studente-massa: un diritto allo studio, che sia diritto a studiare.  Questo non può che nascere da forme di auto-organizzazione studentesche: dalla capacità di mobilitare tutti i soggetti coinvolti, di esprimere i propri bisogni, di agire concretamente per soddisfarli; mettendo in piedi collettivi in ogni Facoltà, creando vertenze quotidiane sui bisogni reali e mobilitazioni di massa su problemi concreti. Una condizione necessaria ma non sufficiente per far ripartire il movimento. La “soggettività politica organizzata” non può sostituirsi ai soggetti sociali, ma deve mettersi a disposizione del movimento, favorendo l’emergere di nuove conflittualità, di forme originali di democrazia partecipativa, di un rinnovato incontro tra generazioni politiche. L’intervista a Daniel Bensaïd, posta a conclusione del libro, fa conoscere come si sono mossi gli studenti francesi negli ultimi anni, e come queste problematiche si sono manifestate nella viva realtà di un conflitto vincente.

Nel suo Progetto di una università per il governo di Russia Diderot la voleva aperta indistintamente a tutti. Indistintamente, perché sarebbe stato “crudele” condannare all’ignoranza le “condizioni subalterne della società”. Una scelta non “senza conseguenze”, sosteneva: perché genio, talento e virtù li si trova più tra il “popolo” che tra gli aristocratici, nel rapporto con cui diecimila abitazioni popolari stanno a un palazzo signorile. Ingenuità di illuminista, si dirà. Certo è che le ricorrenti riforme che affliggono l’università sono parte di una tendenza che fa di nuovo della conoscenza un privilegio di classe. Una discriminazione non meno canagliesca perché dissimulata, dentro un processo che mira alla costruzione di quell’ossimoro che è un lavoratore “competente” ma sempre più povero di “conoscenza”. Tranne felici eccezioni – come questo volume, o un recente fascicolo di Inchiesta (n. 150, 2005) – la sinistra, tutta, pare avere di ciò ben pallida coscienza, e mette regolarmente l’università al fondo della sua agenda. Crede di salvarsi l’anima chiedendo, senza ottenerli, più soldi. Di un progetto culturale, che dia nerbo ad un progetto riformatore, neanche l’ombra. Al più, l’elogio beota della meritocrazia, o del ringiovanimento della docenza. Lo studente è immancabilmente considerato un terminale passivo, o al più soggetto da difendere “sindacalmente”. Eppure la riforma dell’università, come quella della scuola, sarebbe, per riprendere un bell’articolo di Lucio Magri (rivista del manifesto, n. 5, 2000), la “madre di tutte le riforme”. Senza riprendere questa sfida, lo stesso movimento degli studenti finirebbe, alla fine, con il ripiegare. La miopia della sinistra, non ci vuol molto a capirlo, è un errore che verrà pagato caro.

(da Liberazione del 14/02/2007)


 
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Dalle lotte studentesche al rapporto tra atenei e mercato del lavoro: per le edizioni Alegre, «Studiare con lentezza», un volume scritto a più mani

di Anna Carola Freschi

Dedicato a una lettura delle proteste studentesche che si sono svolte durante l'anno 2005, e articolato in almeno quattro passaggi cruciali, il libro titolato Studiare con lentezza (scritto da Aringoli, Calella, Corradi, Giardullo, Gori, Montefusco, Montella) per le edizioni Alegre, porta nutrimento al dibattito sulle trasformazioni del rapporto fra precarietà e sapere nel capitalismo odierno. Il primo dei passaggi affrontati può essere sintetizzato in chiave simbolico-linguistica: una ricostruzione della vicenda dei movimenti studenteschi che privilegi gli elementi di continuità, evidenzia, infatti, come alle esigenze di un capitalismo in trasformazione abbia corrisposto, nel corso degli anni '90, l'autentico stravolgimento di alcune parole d'ordine: autonomia, anti-statalismo, flessibilità, a esemplificare quel rovesciamento di significato tipico della retorica neoliberista, che si è attuato a cominciare dall'uso della stessa parola libertà. Sono infatti la subordinazione della ricerca al mercato, la frantumazione dei saperi, la precarizzazione della vita e del lavoro di studenti e ricercatori, i frutti più avvelenati della traduzione aziendalistica di quegli imperativi applicati a una università impastata di residui feudali, nel governo delle carriere, dell'offerta didattica, dello sviluppo della ricerca. In questo scenario simbolico e pratico prende forma la figura dello studente come precario in formazione, preparato a inserirsi nel mercato flessibile non in base alle competenze acquisite, bensì in virtù del training cognitivo e comportamentale azionato dal potente dispositivo della didattica «veloce».
Si impara il ritmo, l'essere misurati e misurare, l'acquisire ciò che è appena sufficiente: la riduzione del sapere in quantità discrete agisce su studenti, docenti, ricercatori, limitando i loro percorsi, livellando i tempi, ponendo l'accento sul momento della verifica piuttosto che sul processo di apprendimento. Funzioni cruciali nel nuovo capitalismo, l'apprendere e l'insegnare sono posti, attraverso il meccanismo dei crediti, sotto l'ombrello disciplinare della calcolabilità e della standardizzazione, pronti ad essere automatizzati. Così, forma e contenuto, processo e prodotto arrivano a coincedere. Gli autori, inoltre, mostrano come la frantumazione del processo di apprendimento conduca anche alla frammentazione del soggetto studentesco: «non c'è un generico intellettuale massa. Non c'è un'indistinta moltitudine. La precarietà si traduce in una pluralità di soggetti sociali sfruttati». In più, guardando alla diffusione e alla dispersione sociale dei precari, è evidente che questi fenomeni non possono essere letti come capaci «di produrre spontaneamente conflitto e trasformazione sociale». Non ci sono avanguardie su questo fronte dei precari, non ci sono maestri, ma solo una capacità di «riflessione concreta» da coltivare collettivamente: vanno ricostruiti, perciò, tempi e spazi adeguati a un apprendimento critico, a un rapporto nuovo fra il dentro e il fuori dalle università, che oggi non trova nessuna soluzione di continuità semplicemente perché il mercato è dappertutto e il resto sistematicamente cancellato, sebbene continuamente riemerga, in una pluralità di reazioni impreviste. Nonostante questa incombente presenza del mercato, infatti, la razionalità aziendale assume, nell'università, i connotati di una burocratizzazione senza precedenti, e paradossalmente, anche priva di certezze.
Non solo, ma il successo della domanda di lauree specialistiche sembra essere risuonato alle orecchie dei soliti riformatori come un allarme, piuttosto che come un segnale positivo, a fronte del problema relativo allo sfoltimento dell'offerta di lavoro qualificato. In questo quadro, i richiami alla meritocrazia diventano via via sempre più sinistri, e d'altronde - sottolineano gli autori - le riforme non hanno affatto messo in discussione il finanziamento pubblico dell'Università. Ne hanno favorito, piuttosto, «l'uso privato» immediatamente funzionale a un orizzonte in cui è sempre più ridotta tanto l'autonomia dei saperi quanto l'obiettivo di estendere a tutti le opportunità di emancipazione sociale.

da "il manifesto" 




permalink | inviato da il 13/3/2007 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
Tavola Rotonda su "Ma le nuove tecnologie cosa andranno a rafforzare?" ...aperta non soltanto ai Corsisti di ...
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 11 marzo 2007


Nel 1995, Derrick De Kerckhove rilasciava questa intervista su “La mente umana e le nuove tecnologie della comunicazione” http://www.mediamente.rai.it/HOME/BIBLIOTE/intervis/d/dekerckh.htm

 

Derrick De Kerckhove e Pierre Lévy li ritroviamo a confronto in una intervista del 1998

http://www.mediamente.rai.it/HOME/BIBLIOTE/intervis/d/dekerc05.htm

 

Luca Toschi sostiene, oggi: “Pierre Lévy e Derrick De Kerckhove, pur nelle diversità… s’incontrano. … Leggere, studiare, conoscere questi due autori serve soprattutto a recepire il loro invito a immaginare, a rompere con una logica oramai ingannevole, a dare vita ad una ‘poetica’ dell’azione individuale, a una ‘poetica’ della società”.

“Le nuove tecnologie aprono grandi possibilità … purché si ragioni non in termini di ‘impatto’ bensì di ‘progetto’ ...”(D. De Kerckhove, Antonio Tursi, Dopo la democrazia?, Apogeo, Milano, 2006, p.112).

 

Ma “progettare” è ancora ‘intercultura’? è ancora ‘democrazia’?

 

Varie le posizioni da ascoltare, comprendere e ri-disegnare e definire, frequentando i vari box di cultura, presso i quali di tal fatti si può sentir parlare:

Pierre Lévy: verso la ciberdemocrazia;

Alberto Abruzzese: innovazione tra post-democrazia e post-umanità

Derricck de Kerckhove: dalla democrazia alla ciberdemocrazia

Franco Berardi Bifo: democrazia e mutazione

Luca Toschi: maschere e luoghi della politica in rete

Antonio Tursi: proliferazione della discussione, necessità della decisione

Stefano Rodotà: dieci tesi sulla democrazia continua

Sara Bentivegna: a che punto è l’e-democracy

Michele Prospero: la solitudine del cittadino virtuale

Derrick de Kerckhove e Antonio Tursi: un punto interrogativo: una nuova avventura del linguaggio?


E noi? Che diciamo? Che posizione assumiamo? Ascoltiamo e attendiamo? Ascoltiamo con ordine le varie proposte? Ci incontriamo nell’agorà virtuale, dopo aver ascoltato nei vari box di cultura le plurime posizioni e ce le scambiamo? E, poi? Ci sediamo intorno alla Tavola Rotonda? Oppure …



permalink | inviato da il 11/3/2007 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (467) | Versione per la stampa
Waaaaaoooo! Lo dicevo proprio oggi ad una mia allieva diessina Consigliera comunale!
post pubblicato in Notizie ..., il 9 marzo 2007


La sinistra Ds: «Non andiamo col Pd, ci interessa la proposta di Bertinotti»

Fabio Mussi per la prima volta prende posizione a favore del “cantiere” ipotizzato dal presidente della Camera: «Certe divisioni hanno fatto il loro tempo.
Non accetto l’idea che la sinistra possa ridursi a fare la corrente di minoranza di un partito di centro». Cesare Salvi: «Idea nuova e buona»


«La politica è fatta così, in certi momenti si deve accelerare». Ma forse Fausto Bertinotti non si aspettava che la sua proposta di un «cantiere che cominci a discutere della sinistra» andasse così veloce. O forse sì. Sarà stata la mezza crisi di governo, fatto sta che qualcosa si muove. E per la prima volta Fabio Mussi, leader del correntone Ds nonché ministro dell’Università, prende posizione pubblicamente: «Sì, mi interessa. Il cantiere di cui parla Bertinotti è una discussione che coinvolge anche noi. Certe divisioni hanno fatto il loro tempo».
Mancava solo lui. E chissà che adesso il “cantiere” non abbia le gambe per camminare. Ci voleva qualcuno che lo nominasse e le parole del presidente della Camera, in questo senso, hanno dato la carica ad un’operazione di cui in tanti, a sinistra, sentivano la necessità. Ora c’è una prospettiva diversa da quella del Partito Democratico, perché chi parteciperà al cantiere avrà come obiettivo quello di discutere di «contenuti» e non di «contenitori». Cioè, come dice Aldo Tortorella (tra i primi ad apprezzare la proposta) «di rivisitare la tradizione di sinistra». E magari, come osserva Pietro Folena, «la Sinistra europea potrà essere una prima parte di questo processo, ma solo una prima parte verso un orizzonte più ampio». Le parole di Mussi hanno «un grande significato per me - aggiunge Folena - che sono impegnato da tempo nella costruzione di un ponte verso un “nuovo socialismo”».

Nell’intervista all’Espresso in edicola oggi, Mussi, riferendosi ai Ds, afferma che «un’impresa comune è sull’orlo di finire. Non accetto l’idea che la sinistra possa ridursi a fare la corrente di minoranza di un partito di centro». Lascia quindi intendere che all’indomani della nascita del Partito Democratico la sinistra sarà chiamata a riorganizzarsi, o meglio «cercherà di ritrovarsi. A prescindere perfino dalle volontà di ciascuno di noi, qualcosa di nuovo nascerà». Con l’occasione, il ministro si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «Il partito si è indebolito. In questi anni c’è stata una mutazione dei nostri iscritti. Ci siamo trasformati in un’agenzia di promozione del ceto politico locale». E il guaio, attacca Mussi, è che il nuovo partito non ha ancora né una identità né una collocazione internazionale: «Fassino dice in giro che il Pd deve stare nel Partito socialista europeo. I nostri amici della Margherita, invece, ripetono tutti i giorni che il Pd non potrà aderire al Pse. Risultato: questo Pd è un partito homeless, alla ricerca di un tetto, una roba che non esiste in Europa». Per la cronaca, giusto ieri è andato in scena uno psicodramma seguito alle affermazioni del capogruppo del Pse all’Europarlamento, Martin Schulz, secondo il quale il Pd sarà sotto il tetto del Pse e anche Francesco Rutelli «è il benvenuto», ma se non vuole entrare «tanto peggio per lui».
Tant’è. Per Mussi Rutelli «fa il suo. Però...». Però, «Rutelli dichiara che in Francia voterebbe il centrista Bayrou, per i Ds invece la candidata di riferimento è Ségolène Royal. E se si va al ballottaggio Sarkozy-Royal e Bayrou decide di appoggiare Sarkozy, che facciamo? Come può stare in piedi un partito così?». E ora che l’alternativa c’è - un tavolo a cui far sedere tutti quelli che si dicono di sinistra magari per dar vita ad un «nuovo grande partito» - vale la pena approfittarne. Perché altrimenti «l’Italia diventerà l’unico paese europeo senza un grande partito di sinistra che si richiama al socialismo».
«Riflessioni interessantissime - secondo Giovanni Russo Spena - che vanno nella nostra medesima direzione». Ovvero: quando Bertinotti parla di «massa critica» «pensa alla costruzione di un partito che contenga in sé in maniera plurale l’esperienza comunista, quella socialista e quella cattolico-democratica. Le discriminanti - aggiunge Russo Spena - devono essere la pace, l’antiliberismo e la costruzione di un nuovo spazio pubblico come rapporto tra istituzioni e movimento. Su queste basi - conclude il presidente dei senatori comunisti - si può dare vita ad una confederazione di forze che possano lavorare insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico».
Ma non c’è solo Mussi. Al richiamo di Bertinotti - che poi è anche del segretario del Prc, Franco Giordano, che domenica scorsa al Teatro Eliseo ha parlato di «una sfida» che è a tutta la sinistra, perché «la prospettiva del socialismo è viva» e perciò occorre «un’innovazione culturale per sfidare sul terreno della sinistra il Partito Democratico - ieri in varie interviste ha risposto di nuovo Cesare Salvi. «Rispetto all’impressionante debolezza del manifesto per il Partito democratico - dice il senatore diessino - è un’idea nuova e buona». Aggiunge Salvi: «Continuo a sperare che i Ds, alla fine, decidano di non rinunciare alla propria identità di sinistra. Se non lo faranno, è ragionevole immaginare che una forza esplicitamente di sinistra, socialista e, aggiungo io, riformista, possa ottenere forti, fortissimi consensi».
E’ chiaro che in questa operazione c’è spazio per tutti i Ds scontenti. Ed è chiaro che è al “dopo” che tutti guardano. Non solo dopo-Pd, ma anche dopo-Prodi. Non è così remoto il rischio di ritrovarsi con una sinistra magari più ampia ma emarginata dalle forze centriste del futuro Pd e della Casa delle Libertà. Non per nulla Antonio Polito e Nicola Rossi, parlamentari dell’Ulivo, ieri, dalle colonne del Corriere della sera hanno ufficialmente chiesto a Marco Follini, neoacquisto dell’Unione al Senato, «di partecipare alla costruzione del Partito Democratico». «Vorrebbe dire che l’Italia di mezzo, quella fascia di elettori mediani per classe sociale e per orientamento politico interessa moltissimo anche a un partito del centrosinistra a vocazione maggioritaria». Appunto.

Romina Velchi ("Liberazione", venerdì 9 marzo)

 Fabio Mussi, Ds (ansa)

Ds, Mussi apre a Bertinotti: «Non entriamo in un Pd moderato»

Rachele Gonnelli

«Il cantiere di cui parla Bertinotti è una discussone che riguarda anche noi». Fabio Mussi lancia una corda verso il varco aperto da Rifondazione per una riunificazione dei pezzi della sinistra. Giordano plaude. II e III mozione Ds: «Non faremo la sinistra di un partito moderato».
Nigra: «La scissione? Prematura»

"l'Unità", 09-03-07



permalink | inviato da il 9/3/2007 alle 19:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Beh, l' "uomo" è troppo rincoglionito! Penso che dovremmo passare la manno alle Donne!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 9 marzo 2007


L'agenzia immobiliare sbarca su Second Life
Gabetti, l'affare-mattone si fa virtuale
Sempre più realistico il gioco online dove si vive una seconda vita e tutto funziona come in quella reale. Soldi e business compresi
 
Il vostro agente di fiducia: Morris Gabetti
Il vostro agente di fiducia: Morris Gabetti
MILANO - «Marketing, per ora è solo marketing e comunicazione. Poi però non si può mai dire...». Maurizio Monteverdi, ceo di Gabetti, è divertito nel presentare l'idea che l'agenzia immobiliare italiana ha avuto: costruire e vendere case in Second Life, il videogioco di massa online più chiacchierato degli ultimi mesi.

Solo pubblicità, quindi. Ma lo stesso Monteverdi - il cui avatar nel gioco è chiamato Morris Gabetti - non pone limiti. Perché in un ambiente, pur virtuale, in cui tutto come nella nostra realtà è basato sul commercio e l'uso di denaro - i Linden Dollars, acquisibili tramite il cambio con real dollars, cioè dollari americani con un tasso di 1 a 260/270 - anche un'impresa faceta può portare a seri guadagni.
Dalla Gabetti Island, l'isola acquistata nel gioco, ben 5 agenti immobiliari reali - impegnati dalle 2 ore al giorno in su in Second Life - si metteranno a progettare e a vendere ai cittadini virtuali del gioco delle case sempre più belle. Facendo girare il marchio in rete e approfittando della situazione per recepire i gusti virtuali, ma anche tremendamente reali, dei potenziali clienti, sia online sia offline a questo punto. E dato che per avere i Linden dollars bisogna pagarne di quelli veri, niente impedisce di sviluppare guadagni anche alla versione digitale dell'immobiliare Gabetti.
L'esempio della Anshe Chung Studios è illuminante: con un investimento iniziale di 9,95 dollari - il costo di iscrizione nel 2004 - questa azienda virtuale che in Second Life si occupa di disegnare, realizzare e vendere qualunque tipo di oggetto acquistabile nel gioco, è riuscita in tre anni a guadagnare milioni di dollari. Veri.

Si può quindi ben comprendere perché dicevamo che il gioco è chiacchierato. Perché nella comunità dei gamers «SL» - come lo chiamano gli amici - viene assai poco considerato: niente draghi, nessun sistema di gioco, niente quest, gilde, territori da conquistare etc e «solo» 4,1 milioni di iscritti (ma gli attivi sono molto meno). Per i veri giocatori il prodotto della Linden Lab è troppo realistico, troppo simile alla vita reale per essere un rilassante (o al contrario, eccitante) divertimento. Le stesse caratteristiche però hanno invece fatto di Second Life il videogioco meglio capito dai non giocatori. E dunque ne è stato fatto un «territorio di conquista» con le stesse modalità della vita reale: ambasciate di Paesi, sedi di partiti politici (Di Pietro ha la sua su un'isola), agenzie immobiliari dunque. E anche corrispondenti giornalistici: ogni sabato, per esempio, l'inviato virtuale di Radio24, Toto Pessoa, intrattiene i propri ascoltatori raccontando le ultime news dal gioco. Insomma, se una sola vita non vi basta...
Federico Cella
"Corriere della sera", 08 marzo 2007

Lo studio condotto da scienziati dell'Università di Manchester
«L'amicizia femminile? Più vera»
«Le donne stabiliscono legami profondi. Quelli degli uomini sono basati soprattutto sull'interesse»
 
MANCHESTER (INGHILTERRA) - Quante volte abbiamo sentito dire che le donne tra loro si sentono sempre in competizione e non riescono ad essere amiche? Sembra che sia tutto falso. Almeno secondo un lungo studio di scienziati dell'Università di Manchester che afferma invece che le donne sono il genere che meglio riesce a costruire vere e spassionate amicizie. Infatti i legami creati dagli uomini hanno un solo fine: l'interesse

Simbolo: le quattro amiche della serie tv Sex and the city (Reuters)
Simbolo: le quattro amiche della serie tv Sex and the city (Reuters)
STUDIO - Lo studio, condotto su un campione di 11.000 uomini e donne, si basa su sondaggi e quiz condotti nell'arco di dieci anni (tra il 1992 e il 2002) e ogni persona sottoposta allo studio ha risposto ad un complesso questionario sullo stato delle proprie relazioni amichevoli. Il professore Gindo Tampubolon, ordinario dell'Università "School of Social Sciences", afferma che il 75% delle persone tende a costruire le più strette amicizie con persone dello stesso sesso e sottolinea: «L'amicizia tra donne sembra essere molto differente dall'amicizia tra gli uomini. Questa è molto profonda e si basa su aspetti morali. Essa è considerata un valore centrale della propria vita».

BARRIERE SOCIALI E GEOGRAFICHE - Secondo il professore l'amicizia tra donne supera le barriere sociali e geografiche: «Le donne, quando costruiscono un'amicizia, non hanno pregiudizi sociali o geografici e la loro visione del rapporto ha qualcosa a che fare con la loro personalità e identità. Gli uomini, invece, sono molto più inconstanti con le loro amicizie e quando costruiscono un legame del genere sono interessati a sapere quale interesse possono trarre da questo rapporto».

RAPPORTO - Secondo le statistiche il 47% delle donne sente quotidianamente la sua migliore amica contro il 36% degli uomini. Meno netta la differenza in percentuale con i rispettivi secondi migliori amici e amiche: il 33% delle donne sente queste quotidianamente, mente solo il 28% degli uomini fa la stessa cosa. La causa di tutto ciò potrebbe essere spiegata attraverso l'analisi della natura maschile e femminile: gli uomini tendono a costruire relazioni con le persone che hanno i loro stessi interessi. Le donne invece sono molto più aperte e alla ricerca di amicizie innovative

INTERNET E NUOVI RAPPORTI - Lo studio ha cercato di comprendere anche se la natura dei rapporti di amicizia sia cambiata negli ultimi anni con l'avanzare della moderne tecnologie. La risposta è negativa: Internet, la telefonia e le nuove tecnologie non hanno mutato l'idea che le persone hanno dell'amicizia e anche il modo di costruire tali relazioni. «Nulla è mutato, perchè se in passato le persone scrivevano agli amici attraverso le lettere postali, oggi lo fanno con la posta elettronica, o chattando oppure parlando con il telefono portatile» spiega il professore Tampubolon che sottolinea che negli ultimi anni sono cambiati solo i mezzi di comunicazione e non i sentimenti delle persone
Francesco Tortora
"Corriere della sera", 08 marzo 2007



permalink | inviato da il 9/3/2007 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Riceviamo da Alessandro Iskandar e pubblichiamo!
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 7 marzo 2007


Iskandar


From: serenachimenti@hotmail.it
Subject: date uno sguardo
Date: Wed, 7 Mar 2007 09:07:00 +0000
 
Ciao a tutti
 
 
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From: Giovanna Marletta [mailto:giomarly@hotmail.com]
Sent: Friday, March 02, 2007 1:02 PM
Subject:
 

Vorrei segnalarvi una situazione di cui siete gia' certamente al corrente,
ovvero la lotta portata avanti dai cittadini (e non solo) della Val di Noto
in Sicilia contro le programmate trivellazioni da parte della Panther Co.
(Texas) www.panthergas.com/Eureka.htm
Il Val di Noto e' una zona classificata UNESCO World Heritage
http://whc.unesco.org/sites/1024rev.htm ; nella zona sono presenti 3 riserve
naturali: Riserva Naturale Orientata di Vendicari, Riserva Naturale
Orientata “Macchia foresta del Fiume Irminio” , Riserva Naturale Orientata
“Biviere di Gela” www.wwf.it/Sicilia/news/1242005_6609.asp . Lo sforzo di
quanti si oppongono alle trivellazioni e' a volte visto come una "stupida 
lotta contro il progresso" da chi non conosce la zona, ma non vedo perche' 
non si invece possa investire in energie alternative ed evitare di 
ditruggere una zona di alto interesse naturalistico e culturale...
 
Vorrei chiedere il vostro appoggio, firmando la petizione
www.petitiononline.com/sicily/petition.html
e facendo spargere la voce...
Maggiori informazioni sono presenti sul sito www.notriv.it
Guardate il trailer di un film che hanno fatto in riguardo! 
www.malastradafilm.com/variazioni/
 
Grazie mille in anticipo!!!



permalink | inviato da il 7/3/2007 alle 12:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bedda matri santissima! Ma allora Pippubaudu ragggggiuuuuuni avìa: 'a politica m**** è!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 6 marzo 2007





permalink | inviato da il 6/3/2007 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Discutere per ... costruire la Sinistra europea
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 marzo 2007


Giordano: «Una crisi per impedire la partecipazione. Il Prc riparte da lì»

Intervista al segretario di Rifondazione comunista: «No ad una legge elettorale che cancelli le forze politiche,
ma neanche una via refrendaria per la nascita di nuovi soggetti politici». Oggi alla Camera il voto di fiducia al governo Prodi


A Caserta – chi ricorda quel vertice? - si disse che aveva vinto la sinistra dell’Unione. Col «sì» alla base di Vicenza, poi, si scrisse tutto il contrario: che la sinistra aveva perso. E adesso? Insomma, Rifondazione è più forte o più debole dopo la fiducia al Senato? Franco Giordano è nel suo ufficio a Viale del Policlinico. La domanda non gli piace. «Scusa se lo dico ma è molto riduttivo mettere così la questione. Perché è una domanda che ci costringe sempre dentro l’annosa querelle del rapporto fra le due sinistre. Antagonisti contro moderati. E’ un criterio che ci impedisce però di capire quel che è accaduto».


Perché, cosa è accaduto?

La verità è che tutta l’Unione ha subito una battuta di arresto. Mi chiedi cosa è successo? In due parole: proprio mentre la maggioranza produceva il massimo di innovazione sulla politica internazionale, cercando e trovando una sintonia col proprio popolo, col movimento pacifista, curiosamente ci siamo accorti che nel «Palazzo» non c’erano i numeri.

I numeri non ci sarebbero stati comunque. Anche con i due sentori dissidenti.

E io non ho mai detto che tutto questo è avvenuto perché due senatori hanno scelto la strada dell’isolamento, la strada solitaria che li ha portati ad abbandonare un percorso comune. Però quel comportamento ha reso invisibili le reali intenzioni di chi ha messo in minoranza il governo. Ha impedito di leggere immediatamente quel che si giocava su quel voto.


E cioè?

In aula abbiamo misurato il peso delle resistenze a quel processo di innovazione.


Ora si ricomincia. Come?

Fra le tante cose che ha detto Prodi una cosa mi ha colpito: la sua insistenza sulla collegialità della coalizione, sulla maggiore compattezza. E anche, lasciamelo dire, la sua insistenza nel rapporto diverso che vuole stabilire col nostro popolo.


Parli spesso di popolo dell’Unione. Ma in realtà un po’ tutti gli analisti dicono che questo governo da tempo è in calo di consensi. Non è la tua impressione?

Anch’io ho visto le difficoltà di questi mesi. Ma in questi giorni ho visto anche come quelle stesse persone ci hanno chiesto – e con che forza – di continuare l’esperienza del governo Prodi. E attenzione: non ce l’hanno chiesto per ragioni di “emergenza democratica”. Non c’è solo la paura che torni Berlusconi. Le nostre persone ci chiedono una cosa semplice: che quella straordinaria stagione che abbiamo chiamato dei movimenti, quella che ha permesso di sconfiggere le destre, vada fino in fondo. Arrivi a compimento, insomma.


Tu dici che il paese reale più che la politica ha salvato Prodi? E’ così?

Io dico che Prodi ha sollecitato quello che m’è sembrata una vera e propria irruzione del sociale nella politica. Ha parlato di povertà, di precarietà, ha parlato di pensioni minime, di valori ambientali. Ha parlato della casa, delle case che mancano. Ha parlato di pace, di rispetto della Costituzione.


Ha parlato anche di riforma elettorale.

Noi dirigenti politici siamo accusati spesso di non essere molto chiari. Io, invece, lo voglio essere. E ti dico che siamo consapevoli, come tutti, delle difficoltà determinate da questa brutta legge elettorale, alla quale ci siamo opposti. Non è un mistero che siamo a favore d’un sistema proporzionale alla tedesca. Certo, so anche bene che siamo parte di un’aggregazione composita, per cui dovremo arrivare ad un accordo che tenga insieme due esigenze. Il rispetto della rappresentanza e l’attenzione all’efficacia dell’azione di governo. Ma una cosa deve essere chiara: che ci opporremo a qualsiasi tentativo di cancellazione delle forze politiche.


Insomma, Rifondazione non ci sta alle spinte ipermaggioritarie?

Tutti dovremmo imparare dalla lezione che ci viene dall’ultima legge. Una legge fatta su misura per qualcuno, fatta da metà del Parlamento contro l’altra. Insomma, la prossima riforma elettorale non potrà essere fatta per interessi privati.


Che vuol dire?

Che non si può fare una riforma per far nascere nuovi soggetti politici. Inventandosi, magari, una via referendaria ai nuovi partiti. Ecco, questo sarebbe inaccettabile.


Il concetto è chiaro. Ma questo, al di là della riforma elettorale, questo che significa? Che Rifondazione non si sente più nell’angolo? Che ha ancora la forza di porre i suoi temi?

Io sono convinto che chi ha provocato la crisi avesse come obiettivo prioritario quello che chiamiamo modello partecipativo. Un’idea della politica, insomma, aperta alla società, ai movimenti. Quella che tenacemente abbiamo provato ad imporre. Su questo però non possiamo in alcun modo farci intimidire. Dobbiamo insistere. E’ il nostro compito, il nostro obiettivo. Dobbiamo far entrare dentro l’Unione i temi sociali.


Dentro l’Unione, insisti. Dentro le scelte del governo Prodi. Parli come se sapessi che questo governo duri a lungo. Invece molti già disegnano scenari futuri, con altre maggioranze.

Per noi, invece, non ci sono alternative a questa coalizione. E credo che qualsiasi tentativo di governo istituzionale o di larghe intese farebbe solo tornare indietro le lancette dell’orologio sociale. Oltre che essere devastante dal punto di vista democratico.


Ma se così è, se a Prodi non c’è alternativa, che fine faranno i “dico”?

L’iter parlamentare è avviato. E Rifondazione si batterà con tutte le sue forze per la loro approvazione. Con una annotazione.


Quale?

Che molti osservatori ci invitano ad approdare al tema della modernità. Loro con questa parola intendono altro – politiche economiche e sociali regressive – però questo ci dicono. Bene, mi chiedo: è concepibile che ci chiede di diventare moderni poi cancelli dal linguaggio della politica il tema dei diritti civili? Chi è che si deve modernizzare?


Ancora. Molti sostengono che comunque dopo una fiducia con Follini questo governo s’è spostato al centro...

Una lettura davvero troppo semplicistica. Che resta sempre dentro l’autonomia della politica. Come se un senatore – che ha un progetto diverso dal mio ma di cui ho sempre apprezzato il suo ancoraggio ai valori democratici – come se un senatore, dicevo, spostasse equilibri. Che dipendono, invece, dai movimenti, dai conflitti, dal sociale.


Comunque, molti lo sostengono. E fra questi, Diliberto, che dice: Prodi si sposta al centro, uniamo tutta la sinistra per compensare questo scivolamento.

Io credo che debba essere accolto bene qualsiasi cosa che vada nella direzione di sgombrare gli elementi competitivi fra le forze della sinistra. E’ importante. Ma insisto a costo di sembrare monotematico: sono convinto che le novità non si giocano nel rapporto fra stati maggiori. Ma nel rapporto fra politica e società, fra politica e movimenti. Ecco come immagino una nuova dialettica a sinistra.


E’ più o meno quel che sollecitava l’intervista a Liberazione del Presidente della Camera, no?

La condivido integralmente. E non c’è dubbio che Bertinotti scarti ogni ipotesi di semplificazione organizzativistica, eviti con cura ogni semplificazione legate a nuovi contenitori. O a modelli che siano la semplice somma di quel che c’è. No, Fausto ci ha chiesto un’altra cosa: di promuovere una vera e propria offensiva culturale, a cominciare proprio da quale idea abbiamo del socialismo. Una discussione a tutto campo, capace di incalzare tutta la sinistra, anche quella tradizionale. Vogliamo discutere, insomma, sottraendoci ai limiti imposti dalle vicende politiche di tutti i giorni. Questo per noi è la costruzione della Sinistra europea.


C’è chi ragiona in un altro modo. E vede un legame fra progetti e contingenza politica. «Europa», per esempio, il giornale di Rutelli, scrive che il partito democratico va fatto prima del previsto perché c’è il rischio che Prodi cada. E una crisi senza partito riformista sarebbe pericolosa. Come commenti?

Che non sono d’accordo. Soprattutto sulla filosofia che c’è dietro queste parole. Può dirle solo chi tende a far coincidere nuovi soggetti politici con l’idea del governo. Ma non credo che sia la strada giusta. Un partito, una formazione si costruisce con un’idea del mondo, con una percezione, un angolo di visuale della società. Questo è il nostro metodo.


L’ultima cosa. La crisi, la sua nascita e la sua conclusione, come la racconti tu è molto diversa dalla crisi raccontata in questi giorni dai quotidiani. Dai grandi quotidiani nazionali. Che idea ti sei fatta dei media in questo passaggio?

Non credo di dire nulla di originale se spiego che i media, i grandi quotidiani registrano soggettività politiche precise. Quelle di chi, da tempo, chiede di ridimensionare il nostro ruolo, il nostro peso. Ci hanno provato anche stavolta, mi pare evidente. Ma - come dire? - Rifondazione ha davvero la pelle dura.

Stefano Bocconetti ("Liberazione", venerdì 2 marzo)



permalink | inviato da il 5/3/2007 alle 19:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tavola Rotonda su "Libertà, Responsabilità ..." aperta non soltanto ai Corsisti di Scienze Umane e Motorie
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 4 marzo 2007


Proviamo a riflettere sul tema della libertà e della responsabilità nel tempo delle tecnologie imperanti?


Beh, io proporrei di leggere una recensione ad un libro di Magnani:
http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2006-01/magnani.htm ;

 

poi il Manifesto di Oxford del 1997:

http://www.fondazione-einaudi.it/Pagine/base.asp?key=17 ;

 

e, poi, perché non rileggere di Ivan Illich, Descolarizzare la società? (mi soffermerei sull’ultimo capitolo sull’uomo epimeteico):

http://www.altraofficina.it/ivanillich/Allegati/Descolarizzare%20la%20societ%C3%A0.rtf ;

 

e, infine, seguire un Seminario della CGIL:

http://www.audiovideo.cgil.it/seminarioricerca20061124/showmovie.asp?M=8_GiuseppeNardulli&T=Giuseppe%20Nardulli

 

e, poi … a Voi la scelta di continuare a ricercare e a leggere!

 

Il moderatore?


Beh, inizia Re Riccardo XXXVII A, ma ... intravedo che altri - soprattutto donne! – vorranno destituirlo!
Sì, prevedo una bella lotta!
Beh … incrociamo le dita!!!




permalink | inviato da il 4/3/2007 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (131) | Versione per la stampa
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