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di Ignazio Licciardi
Ma la politica riguarda la "città" o ... un piccolo quartiere ben protetto e recintato e ... fuori porta per chi sta in pantofole?!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 novembre 2007


 news/notizie
Welfare: "Ora si apre un problema politico"


di Danilo Giorgi

Esiste un problema "laicità" di questo governo. Non solo verso il Vaticano, ma anche verso Confindustria. Il testo del protocollo su welfare e lavoro, su cui è stata imposta la fiducia, ritorna alla sua forma originaria, su cui si era votato con un referendum tra lavoratori e pensionati. Anzi, peggiorata:  la possibilità di trasformare i contratti a  tempo determinato in tempo indeterminato dopo 36 mesi, è affidata alla contrattazione delle parti sociali. Vale a dire che non è più un diritto soggettivo.

Un testo che da subito si era attirato l'ostilità di alcuni pezzi imoprtanti di questa Italia sempre più precaria e della "terza settimana". Si torna a quel testo che riduce quasi a zero le modifiche chieste da Rifondazione e da tutta la sinistra. Grazie al ricatto di Dini - che subito aveva interpretato i sentimenti del ventre molle del padronato italiano. Ma lo schiaffo non è a Rifondazione. Lo schiaffo lo prendono in faccia il milione di persone che il 20 ottobre animarono una Roma senza molti vaffanculo grilliani, ma con tanta voglia di politica, di partecipazione e di contare. Di quella politica che potrebbe incidere positivamente nelle condizioni di vita delle persone in carne ed ossa e che ci si aspetterebbe da un governo come quello dell'Unione. Ed è inutile richiamare il programma con cui questo governo si è fatto eleggere. Quel governo non esiste più. Esiste un governo sensibilissimo alla necessità del padronato italiano di mantenere sotto il tallone di ferro i lavoratori e scongiurare ogni forma di redistribuzione di reddito innanzitutto, ma anche di futuro visto che 4 milioni di precari continuano a non poter contare sulla certezza della loro condizione lavorativa. La possibilità di utilizzare il lavoro a chiamata anche solo per lo spettacolo e il turismo è un'altro schiaffo in pieno volto a chi è costretto a legare la propria possibilità di lavoro ai picchi stagionali.


Si aprirà a gennaio - assicura Giordano - la verifica sul governo. Intanto rimane l'onta della fiducia per un provvedimento che poteva riaprire una discussione sulle condizione di vita di molte persone in questo paese.
Con il mal di pancia evidente grazie a quei 10 deputati che avevano espresso la loro contrarietà alla richiesta di fiducia al ddl, rifondazione ancora una volta si fa carico di mantenere in piedi il governo Prodi. "Abbiamo deciso di restare legati ad un vincolo con il nostro elettorato, altrimenti a gennaio entrerà in vigore lo scalone Maroni» spiega Elettra Deiana. Boselli annuncia «da domani mani libere» ed esprime la sua insoddisfazione per quanto uscito dall'incontro con Prodi. E aggiunge: «il governo si è rimangiato l’impegno assunto al Senato sull’indennità di disoccupazione ai co.co.pro.».
«Ancora un tradimento nei confronti dei lavoratori. Siamo insoddisfatti. L’accordo sul welfare è un passo indietro», dice Pino Sgobio capogruppo del Pdci a Montecitorio. Augusto Rocchi, capogruppo di PRC in Commissione Lavoro alla Camera, dice che «ora si apre un problema politico". Si apre però anche un problema sociale.

28 novemmbre 2007


La dichiarazione di voto di F. Giordano

"E' l'ultima occasione"


Signor Presidente, voteremo a favore della fiducia solo per non far «scattare» la mannaia dello «scalone» Maroni, che impone a molte lavoratrici e a molti lavoratori un salto brusco di tre anni nell’attesa della pensione. Voteremo, dunque, per un vincolo sociale.
Altri hanno giocato sulla pelle dei lavoratori con i loro intrighi di palazzo e di potere. Noi siamo anche moralmente diversi da loro. Non votiamo per un vincolo politico: quel vincolo si è dissolto da quando il Governo ha scelto di seguire poteri esterni alla sua maggioranza, fino a creare un’imbarazzante quanto inaudita messa in mora del Parlamento.


Perché questa fiducia? Siamo stati e siamo critici in merito alla proposta di riforma dello «scalone», perché alla fine è stata accettata la filosofia della destra sull’aumento dell’età pensionabile. Siamo stati ancora più critici sul tema della precarietà. Eppure, signor Presidente, abbiamo rispettato il responso del referendum e, con responsabilità, abbiamo lavorato per migliorare quel testo su entrambi i fronti. Vi è stato un voto comune unitario di tutta la coalizione. Avete cambiato il testo in cui si tutti riconoscevano con un gesto autoritario, figlio di una cultura neocorporativa.


Lei pensa che saranno contenti quei lavoratori che hanno votato «sì» al referendum, pensando di essere compresi, facendo tre turni, tra i lavoratori usuranti, mentre scopriranno di essere stati beffati? Chi manda a spiegarglielo in un ospedale, in una fonderia o alla Mirafiori? Ci va lei, Ministro Damiano? Ci va il senatore Dini? Pagherei il biglietto per assistere! La verità è che lì non vi sarà il pubblico di Ballarò ad applaudire.
Chi manda a spiegare alle ragazze e ai ragazzi che, durante la campagna elettorale, hanno investito con tanto entusiasmo su un’alternativa al modello di precarietà di Berlusconi, che non c’è praticamente limite ai contratti a termine e che, tra un contratto a termine, un contratto interinale e altre «diavolerie», essi possono trascorrere tutta la vita senza essere mai stati stabilizzati? Glielo spiega Bombassei? Luca Cordero di Montezemolo?


Signor Presidente, lei forse ha equivocato le nostre parole, quando abbiamo affermato che il presidente di Confindustria guadagna almeno quanto mille dei suoi dipendenti: non volevamo certo affermare che il suo voto vale più di quello di tutti i lavoratori italiani.
La malattia di questo Governo non risiede solo nella risicatezza dei numeri al Senato, ma in una perdita di autonomia verso Confindustria: lo si è visto a proposito del cuneo fiscale, dell’IRAP, dell’IRES e, oggi, della precarietà. Non siete liberi: quando la politica non è libera, è una politica morta.
Dove sono in quest’aula tutti coloro che, quando difendevamo gli interessi previdenziali dei lavoratori, ci dicevano che le priorità erano i giovani? Il Partito Democratico ha qualcosa da affermare in proposito e sul futuro dei giovani?
Non vi dice nulla quanto sta succedendo in Francia? È coerenza quella delle forze sindacali che oggi chiedono l’accettazione integrale del Protocollo e domani sono pronte a negoziare proprio su quel testo? Il modello di sviluppo che propone Confindustria porta questo Paese in un vicolo cieco: bassi salari, bassi livelli formativi, precarietà generalizzata. Inseguire loro nella contrazione del costo del lavoro e nella competitività di prezzo ci consegna una marginalità e non crea un’alternativa economica di qualità e di valorizzazione ambientale, mortificando risorse intellettuali e condannando i giovani a una precarietà esistenziale.


Presidente Prodi, non si occupi di Rifondazione Comunista e della sua unità: su questo tema ha già avuto modo di sbagliarsi nel passato.
Si occupi del fatto che, negli ultimi cinque anni, i lavoratori dipendenti hanno perso ogni anno 1.900 euro, in media, del loro potere di acquisto. Si occupi dei sette milioni di lavoratori sotto i mille euro, la maggior parte precari. Si occupi dei centomila giovani che, ogni anno, migrano dal sud ai tanti nord del Paese, in situazioni di totale precarietà e di insicurezza nelle loro prospettive: altro che retorica sulla famiglia!
Faccia rinvenire un po’ di risorse finanziarie con il recupero del fiscal drag e, a proposito di tasse, detassi gli aumenti contrattuali, così da facilitare lo sblocco dei contratti nazionali, che proprio Confindustria si ostina a non chiudere.


Nel Paese vi è una crisi sociale che non vedete, per inseguire le giravolte dei voltagabbana di turno. Così non si può andare avanti. Vi chiediamo formalmente tutti quanti, tutta la sinistra, per gennaio, una verifica politico-programmatica.
Il programma con cui ci siamo presentati alle elezioni non esiste più: è pura archeologia industriale.
Il 20 ottobre un milione di giovani e di lavoratori vi hanno chiesto di cambiare, con uno spirito unitario e una passione straordinaria: quel popolo e quei giovani non si meritano ciò che accade.


Da quella verifica impegnativa dipenderà la nostra collocazione politica: non illudetevi, al primo posto di tale verifica vi è proprio il tema della lotta alla precarietà, vi sono le questioni dirimenti della pace e della guerra, il tema del disarmo, la formazione, la ricerca, l’alternativa ambientale, i diritti civili - che, in virtù di veti di settori della coalizione, sono passati nel dimenticatoio - i diritti dei migranti, quelli della democrazia e, in particolar modo, della democrazia parlamentare, che oggi subisce uno smacco bruciante.
Ella lo ha sentito: lo chiede tutta la sinistra, un terzo della sua coalizione.
Si è definitivamente chiusa una fase.Bisogna cambiare, cambiare l’agenda e le priorità del lavoro e del Governo.


È l’ultima, e neanche certa, possibilità per ricostruire un rapporto con quella parte del Paese che non ce la fa più. Basta uscire fuori da questo palazzo o da quello qui a fianco per capire che il problema non è la tensione tra diplomazie della politica (sarebbe ben poca e misera cosa); è un problema di rapporto con una parte significativa e dolente della società, quella che non riuscite a vedere: i precari, la condizione operaia e tanta parte del lavoro dipendente.
Noi non sprecheremo più un’occasione, cercate di non sprecarla voi, perché questa è proprio l’ultima.


Franco Giordano


www.rifondazione.it


                                       Unità di Base

    U d B SettoreUniversità   
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Precariato, tra Finanziaria e Protocollo.

Un passo avanti e due indietro.

Lo avevamo detto in tempi non sospetti: il vero fulcro della “manovra” del Governo per il 2008 (e, date le circostanze, per il futuro anteriore) era rappresentato dal Protocollo Welfare e Pensioni, e la stessa Finanziaria sarebbe invece stata il “collegato” che usualmente accompagna la manovra di bilancio. Facile profezia? Nostre insospettate capacità divinatorie? Ai lettori la scelta. Di certo si è verificato che la pagina più brutta che questa precaria compagine governativa abbia mai scritto l’abbiamo letta ieri, col voto di fiducia sul “ddl welfare”. Un voto praticamente estorto a chi pure aveva fatto un lavoro di mediazione in Commissione Lavoro, attenuando – non “cancellando” – i tratti più scabrosi dell’accordo del 23 luglio siglato tra Governo e CGIL/CISL/UIL e restituendo alcuni elementari diritti e garanzie ai lavoratori più deboli, i precari. Di più, un voto che risulta la vittoria di quel manipolo di parlamentari alle dirette dipendenze di Montezemolo & co. e che, sebbene esigui in termini numerici, riescono a tenere in ostaggio l’intero Governo. Insomma, piange la sinistra – e, cosa molto più grave, soprattutto i lavoratori - e ride Confindustria ed il capitale finanziario (di centrodestra o di centrosinistra, non fa differenza).

Peccato, perché almeno l’articolo inserito in Finanziaria, relativo alla stabilizzazione di una vasta platea di precari della pubblica amministrazione – anche se ancora non tutta -, oltre a dimostrarsi un buon passo avanti lasciava aperta anche la speranza di un decente (buono sarebbe dir troppo) compromesso sul protocollo relativo al welfare ed ai lavoratori precari del settore privato. Con il testo approvato si è invece sancito il destino di milioni di lavoratori che saranno ancora condannati ad un futuro di precarietà e con la prospettiva di una misera e finanche irraggiungibile pensione.

Il ricatto espresso da Dini ed i suoi 2 (DUE!) seguaci di non votare la fiducia in Senato (laddove anche un solo voto può, talvolta, determinare la caduta del Governo) ha fatto si che il testo licenziato dalla Commissione Lavoro (quello di compromesso, appunto) fosse cassato e che si proponesse alla fiducia della Camera il testo originale del 23 luglio con qualche risibile modifica dettata dallo stesso Governo.

Da segnalare la scandalosa e decisiva pressione, in aiuto di Dini & Confindustria, esercitata dai sindacati firmatari dell’accordo, gli ineffabili CGIL/CISL/UIL.

La lettura delle dichiarazioni di Bonanni, segretario generale CISL, riportate sul loro stesso sito (e già da noi segnalate in altre occasioni) confermavano una volontà a parer nostro vessatoria nei confronti dei precari e di chi sarà (se lo sarà) pensionato.

Di nuovo affermava che erano pronti ad azioni conseguenti (un nuovo sciopero, come precedentemente minacciato…?) dei tre confederal/concertativi se NON fosse passato il testo originale del 23 luglio e SENZA MODIFICHE (quelle, appunto, appena un po’ migliorative introdotte in Commissione Lavoro).

In tale squallido contesto, dove nani politici e lacchè furoreggiano, giganteggiano le dimissioni dalla carica del Presidente della Commissione Lavoro, Gianni Pagliarini, in aperta polemica per la dignità calpestata degli organi parlamentari che si vorrebbero invece costituzionalmente “sovrani”. Peccato solo che non servano a lenire le profonde ferite inferte a soggetti già moribondi…

Organizzarsi col sindacalismo di base è quanto mai urgente e necessario.

Non si deve perdere altro tempo. Sostenere, aderire, creare UdB in ogni possibile luogo di lavoro è creare le premesse di un doveroso cambio di marcia.

Bologna, 30.11.07                                                         UdB Università


Ma ... stamo a corre' verso i tempi del Veltrusconismo???!!!



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E' uno dei gruiformi più rari, con meno di 2000 individui in natura.
post pubblicato in Foto da copertina, il 26 novembre 2007


 

Una gru della Manciuria.  E' uno dei gruiformi più rari, con meno di 2000 individui in natura. La macchia di pelle sul capo assume una colorazione rosso vivo quando si arrabbia o si eccita (Desirée Astrom)

Una gru della Manciuria.
E' uno dei gruiformi più rari, con meno di 2000 individui in natura.
La macchia di pelle sul capo assume una colorazione rosso vivo quando si arrabbia o si eccita (Desirée Astrom)
"Corriere della sera", 26-11-07



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Ma qual è il significato di "democrazia"?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 novembre 2007


 

Unità di Base

U d B Settore Università www.unitadibase.it

 

Lavoratori francesi in piazza

È battaglia dura su pensioni e salari

Articolo tratto da Le Monde, mercoledì 21.11.07

 

«Insieme per i salari, l’occupazione e i servizi pubblici». Erano oltre 700 mila le persone che hanno sfilato dietro questo striscione, ieri pomeriggio, a Parigi in un corteo promosso da otto organizzazioni sindacali della funzione pubblica. Fermi gli uffici statali, le scuole, gli ospedali, le poste, le telecomunicazioni, settimo giorno consecutivo di sciopero per i lavoratori delle ferrovie e del trasporto autobus e metropolitano, nessun quotidiano nazionale in edicola, una quarantina di università occupate

E non è finita, la Francia non intende lasciar passare nessuno dei provvedimenti che stanno scardinando le basi del suo sistema democratico, basti pensare alla riforma della Carta giudiziaria, che sopprimerà circa duecento fra preture e tribunali, contro la quale protesteranno magistrati e avvocati il 29 novembre prossimo. Ma Sarkozy, dopo una settimana di silenzio, ha ribadito la volontà del governo di proseguire in questo cammino di riforme di cui «il Paese ha bisogno per rispondere alle sfide che il mondo gli impone».

E ancora, rivolgendosi ai ferrovieri, si è permesso di citare il segretario del Partito Comunista, Maurice Thorez, in una celebre frase pronunciata in occasione degli scioperi del giugno 1936: «Bisogna saper terminare uno sciopero quando è stata ottenuta soddisfazione»

Le manifestazioni di protesta si moltiplicano e si allargano ad altre categorie perché sotto attacco sono i diritti conquistati in anni di dure lotte che si vogliono cancellare per i lavoratori arrivati alla pensione e, peggio, rimuovere dalla memoria delle generazioni di lavoratori futuri. Tutto per il bene del Paese, per il suo sviluppo, per la sua competitività, per la sua tenuta sul mercato internazionale. È il prezzo che una moderna e compiuta democrazia deve saper pagare, o meglio deve esser capace di far pagare ai propri cittadini, uomini e donne, vecchi e giovani.

E la politica del governo Sarkozy si è fatta interprete e, al tempo stesso, carico, di questo compito con un penalizzante progetto di riforma delle pensioni e delle università, i cui atenei godranno di un’autonomia finanziaria diseguale, dal carattere classista e liberista.

Nessuna concessione viene fatta alla pubblica amministrazione, per la quale si prevede la soppressione di posti di lavoro previsti per il 2008 e si nega la possibilità di aumenti salariali.

E pensare che in Italia i sindacati concertativi continuano a battersi affinché ci sia una FORTE AUTONOMIA delle Università…

Chi sarà mai a sbagliare, i “nostri” CGIL/CISL/UIL o i milioni di francesi che invece l’Autonomia Universitaria la combattono…?

Bologna, 22.11.07                                  UdB Università

Violenza
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 21 novembre 2007




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In dodici mesi un milione di donne ha subito violenze
Per le più giovani ancora oggi è questa la prima causa di morte

Violenza sulle donne
La strage delle innocenti

L'ultimo stupro ieri, a Pordenone, in pieno centro: lei ghanese, lui italiano


 

<b>Violenza sulle donne<br>La strage delle innocenti</b>

Un manifesto contro la violenza

di ANNA BANDETTINI
MILANO - I loro nomi, le loro storie restano come memorie, la prova di una verità odiosa, crudele: Hina accoltellata a Brescia dal padre, Vjosa uccisa dal marito a Reggio Emilia, Paola violentata a Torre del Lago, Sara colpita a morte da un amico a Torino... L'ultima è stata resa nota ieri: una ventenne originaria del Ghana, costretta ad un rapporto sessuale in pieno centro a Pordenone.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale, dove c'è povertà, ignoranza, non da noi.

Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all'anno scorso, secondo l'allarme lanciato lo scorso giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora all'esame in commissione Giustizia.

"È un femminicidio", accusano i movimenti femminili, "violenza maschile contro le donne": così sarà anche scritto nello striscione d'apertura del corteo a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall'Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un'ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna.

Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come spiega Lea Melandri, saggista e femminista.

L'indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia "Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c'è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. "All'interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti - spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l'anno - Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l'uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine".

In Italia, l'indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. "Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto positivamente l'approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia, del testo base sui reati di stalking e omofobia.

Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato nervoso"...", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all'interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di sabato a Roma vuole spezzare proprio questo silenzio. "Una occasione per prendere parola nello spazio pubblico", come dice Monica Pepe del comitato "controviolenzadonne" che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea Melandri: "Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri forzati, e che per vincerla va fatta un'azione a largo raggio". Va fatta una legge, concordano tutti. "Speriamo di arrivarci in tempi brevi - promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità - Oggi abbiamo finalmente le risorse per lanciare l'osservatorio sulla violenza e in Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza".

"Serve una legge che non cerchi scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza - dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal silenzio" - Una legge come quella spagnola, la prima che il governo Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia, responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell'agenda politica dei governi.

Chiediamo un provvedimento che dia risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il modello "fedele e sexy". E chiediamo agli uomini di starci accanto, di fare battaglia con noi".

Qualcuno si è già mosso. Gli uomini dell'associazione "Maschileplurale", per esempio, che aderiscono alla manifestazione romana. "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne - dice Clara Jourdan, della "Libreria delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano - Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l'altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.

("la Repubblica, 21 novembre 2007)

Una commissione di inchiesta, per conoscere la verità!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 18 novembre 2007




Genova, lungo corteo senza incidenti
"Ancora nascosta la verità sul G8"

Clicca sull'immagine per andare avanti 
LA CRONACA.

La manifestazione per chiedere una commissione d'inchiesta sui fatti del 2001. Lo striscione "La storia siamo noi". L'omaggio a Guliani in piazza Alimonda. Gli organizzatori: siamo 50mila. Qualche slogan contro la polizia
LE FOTO 1 - 2

REPUBBLICA TV: VOCI E COLORI DEL CORTEO


"la Repubblica", 17 Novembre 2007

Ideogramma di Franco Cambi
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 16 novembre 2007


 
Ideogramma tratto da: F.CAMBI, Manuale di Filosofia dell'educazione,
Roma-Bari,  Laterza, 2000, p.7


Ritalin? Ma va fan...
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 novembre 2007


 

E' presente un nuovo articolo sul blog di troviamoibambini:

PERICOLO - Non cadete nelle trappole subdole…
http://www.troviamoibambini.it/index.php/pericolo-non-cadete-nelle-trappole-subdole/

Il video di Beppe Grillo

IL COMITATO

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vedi pure in
"Infanzia didaweb"


 http://www.descrittiva.it/calip/0607/mona/DDAI-Albano.pdf

Dal 12 Dicembre via alle iscrizioni al Master "Pemì"!
post pubblicato in Notizie ..., il 14 novembre 2007


  www.unipa.it/segunipa/settore_postlauream.html PEMÌ)”  

A V V I S O

 

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Il 12 dicembre 2007 verrà pubblicato sul sito

http://

il bando di concorso per l’ammissione al Master di I livello in

“PROGETTISTA ESPERTO NELLA MULTIMEDIALITÀ

PER UNA FORMAZIONE ALL’INTERCULTURA
(

 

Coordinatore scientifico: Prof. Ignazio Licciardi

(Comitato scientifico: Proff. I.Licciardi - A.Borruso - D.Oliveri)

Info segreteria scientifico-didattica: Prof. D.Costantino

3382402805 (attivo dal 12.12.2007)

E.mail: info@studipedagogici.it

A cosa pensano i giovani francesi e ... a cosa "pensano" i giovani italiani!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2007


 France

Les représentants d'une trentaine d'universités entendent amplifier le mouvement de contestation dans les facultés et opérer la jonction avec la mobilisation des cheminots.
Panorama | Eclairage | Les faits
Plusieurs centaines d'étudiants de lettres et sciences humaines sont rassemblés, le 8 novembre 2007 dans le hall de l'université Aix-Marseille I, après avoir voté le blocage de leur faculté. | AFP/ANNE-CHRISTINE POUJOULAT


Italie

Papa Wojtyla li chiamava fratelli
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 novembre 2007


 

Chiesa Usa, foto Unità

 

Integrazione, nel trevigiano l'oratorio diventa moschea

Il parroco di Paderno di Ponzano Veneto (Treviso) ha concesso l'oratorio della parrocchia ai fedeli musulmani per le preghiere del venerdì. «Papa Wojtyla li chiamava fratelli, non dobbiamo chiudere le porte in faccia». Ma la Lega protesta.

"l'Unità", 10-11-07




permalink | inviato da Notes-bloc il 10/11/2007 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
Grazie a Stella, riportiamo un saggio di Ademar Bogo su Paulo Freire
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 novembre 2007


 
Documenti: sul MST e lotte per la terra Movimento Sem Terra
www.comitatomst.it

Paulo Freire: Il pedagogista della speranza e della libertà

03/05/2007, Di Ademar Bogo*
Traduzione di Benedetta Malavolti

Paulo Freire è uno di quegli esseri umani che entrano nella storia per non uscirne più. Per la semplicità, la dedizione, la persistenza e l'impegno con i quali si è occupato di educazione, continua ad essere presente in tutti i luoghi nei quali si discute di trasformazione della realtà.

La sua grande scoperta, già verso la fine degli anni '50, è consistita nel comprendere che si apprende a leggere il mondo che ci circonda, ancora prima di imparare parole e frasi. [1]. Partendo da ciò divenne il grande pedagogo, militante e amico delle lotte sociali.

Il cammino indicato per apprendere a leggere il mondo a partire da un'ottica politica è quello della lotta, per questo non solo ha dichiarato che "tutti sappiamo alcune cose" ma ha risvegliato nella generazione del suo tempo e in quelle successive la speranza di cambiare il mondo. Ha coniugato, come se fossero verbi, le parole "speranza e libertà" e le ha messe in relazione nella pratica rivoluzionaria di ogni giorno.

Perspicace come educatore e come militante, ha compreso che il mondo delle necessità contiene in sè i problemi e, allo stesso tempo, le soluzioni. L'organizzazione e la lotta ci rendono soggetti della storia. Così è avvenuto con il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra.

Il problema sociale è il mondo immediato di ogni essere sociale che affronta la vita con la volontà di divenirne soggetto. Leggere l'esistenza dello sfruttamento e del latifondo è stata una forma embrionale di presa di coscienza, che ha permesso ai lavoratori senza-terra, dispersi, di cercare un luogo in cui denunciare quanto sapevano; questo perché, nella lotta sociale, in un primo momento, il sapere si manifesta nella forma della protesta.

La protesta, una volta trovato il luogo in cui potersi esprimere, si trasforma in "denuncia". Nasceva dal confronto tra persone che pur essendo titolari degli stessi diritti vivevano in condizioni molto diverse.

A sua volta, la denuncia si è trasformata in "critica" e questa, sempre spontaneamente, si è trasformata in ribellione. La ribellione è stata il primo segnale che l'organizzazione di classe si andava configurando.

Ora esisteva perchè era visibile e disturbava.

La lettura del mondo ha risvegliato l'"immaginazione" che, in fondo, è desiderio di cambiamento. Era la speranza che sbocciava, come il risveglio della primavera che non si può contenere.

Dopo la lettura del mondo, sono venuti i documenti, le piattaforme di rivendicazioni, le notizie sui giornali che qualcuno che aveva appena imparato a leggere (probabilmente senza aver ancora capito bene in che mondo viveva) riferiva di fronte ad attenti ascoltatori, per sapere se le parole scritte rappresentavano in maniera fedele ciò che avevamo fatto.

In questo modo, il MST, nel suo nascere e crescere, non ha fatto niente di più che riaffermare attraverso la pratica ciò che Paulo Freire aveva descritto nelle sue riflessioni.

La pratica insegna, diceva Paulo Freire, ma questa conoscenza non basta "è necessario conoscere meglio le cose che già conosciamo e conoscerne altre che ancora non conosciamo" [2]. Conoscere, allora, è più di una curiosità, è apprendere la realtà come se questa ci appartenesse.

È attraverso questo cammino che Paulo Freire ci ha preso per mano; facendoci appassionare alla conoscenza e alla umanizzazione, poichè conoscevamo il latifondo per la sua estensione prima dell'occupazione, ma questo non era tutto, le lettere e i numeri riportavano, con precisione, il nome, la dimensione e il proprietario di quel territorio senza fine.

Venendo a conoscenza di queste caratteristiche, abbiamo compreso le classi sociali, abbiamo capito il motivo del nostro stare su lati opposti e il perché del nostro essere nemici. Non lo abbiamo capito tramite testi teorici, ma perché abbiamo visto il proprietario che, da solo, possedeva un'enorme proprietà che non adempiva alla sua funzione sociale. Per questo non c'era terra disponibile nel nostro paese per chi volesse lavorare per sopravvivere.

Il conflitto, secondo questa lettura del mondo e dei testi, si è trasformato nella via d'uscita per dare risposta a quelle necessità che motivavano la lotta. Per questo lottare è bene, è un piacere perché ci insegna a leggere meglio il mondo e a descriverlo come se fosse nostro.

"Stare nel mondo e con il mondo"

Paulo Freire ci ha insegnato il cammino per la formazione della coscienza nella sua forma politica. Ci ha insegnato che "stare nel mondo e con il mondo" non è solo apprendere a leggere la realtà, ma proporsi di modificarla, poiché trasformiamo noi stessi nella misura in cui provochiamo un cambiamento. Freire sosteneva che "il mondo non é, il mondo si sta facendo"

Prima di dedicarsi alla lotta per la terra, le persone "sono nel mondo", ma si comportano come se ne fossero fuori. Vedono i problemi, ma se ne disinteressano. Apparentemente, la fame, la mancanza di lavoro e di abitazioni, ecc., non hanno una causa, e, non avendo cause, non richiedono forme di lotta.

Forse nessuno ha compreso e applicato tanto bene quanto Paulo Freire la terza tesi su Feuerbach, in base alla quale Karl Marx e Friedrich Engels, spiegavano che, "lo stesso educatore deve essere educato" [3]. Ossia, educare significa ricercare i modi per modificare le circostanze in cui viviamo per modificare insieme noi stessi. Separare i soggetti dalle circostanze in cui vivono significa allontanarli dall'impegno. E non può esistere un movimento sociale senza impegno.

Paulo Freire ha compreso che i problemi sociali non sono solo una creazione umana che diminuisce l'umanizzazione, ma sono anche la porta della conoscenza. Allora, nel legame tra l'essere e le circostanze, i problemi si trasformano in temi generatori della stessa conoscenza.

"La lettura del mondo", secondo Paulo Freire, non è niente di più di una lettura di noi stessi e delle situazioni che ci circondano. Attraverso questa lettura riconosciamo che, ciò che sembrava stare solamente fuori di noi, sta anche dentro, sotto forma di cicatrici. L'educatore ci ha aiutato a scoprirci, perché lui si è già scoperto precedentemente e, in sé, ha realizzato il cambiamento in quanto pedagogista.

Per questo, il "professore" della tesi di Marx e di Engels, nel movimento sociale, può essere inteso come leader. Organizzare la lotta significa possedere una conoscenza politica che ha bisogno di abilità, intelligenza e astuzia. Naturalmente, la formazione politica richiede la combinazione di forme e contenuti. Così, si raggiunge il livello di leader quando il fare e il dire non sono in disaccordo; quando le relazioni esprimono la logica delle combinazioni e delle contraddizioni. In questa prospettiva Freire afferma che:

"A partire dalle relazioni dell'uomo con la realtà, risultanti dallo stare con essa e dallo stare in essa, attraverso atti di creazione, ri-creazione e decisione, egli rende dinamico il suo mondo. Domina la realtà. La umanizza. Apporta ad essa qualcosa di cui egli stesso è il creatore. Va temporalizzando gli spazi geografici. Fa cultura..." [4]

Il processo di creazione delle relazioni politiche tra le persone e di queste organizzate con la realtà, che è sostenuto da Paulo Freire, è la base fondante della proposta pedagogica del MST, così per il Movimento, fare un'occupazione o costruire una scuola sono attività di uguale importanza.

Lasciare luoghi inospitali, gli accampamenti e gli insediamenti, per costruire, attraverso il lavoro volontario, la scuola Nazionale Florestan Fernandes, in Guararema, nello Stato di San Paolo, per poi, dopo aver preparato lo spazio, partecipare ai corsi di formazione per militanti, è una dinamizzazione del mondo, che viene ora creato e ri-creato attraverso l'azione delle nuove relazioni sbocciate dall'affermazione di auto-stima. È il valore della salidarietà che eleva l'essere umano verso una nuova categoria, quella del soggetto del vecchio mondo, ma letto e interpretato con gli occhi del nuovo sogno.

Allora stare nel mondo significa volerlo e desiderarlo. Gli occhi che vedono e descrivono, ora sentono che, nel leggere il mondo, saltavano dei pezzi nella lettura, perché non comprendevano la totalità del messaggio offerto per le contraddizioni della realtà. Essere militante è leggere il mondo nella sua interezza. È relazionarsi con il mondo attraverso l'economia, la politica, l'ideologia, la cultura, l'arte, ecc.

Il filo che lega i passi di questa conoscenza è il tema generatore, che appare con facilità, come se ci venisse incontro nel cammino che si fa a piedi. La differenza è che, quanto più si avanza nella militanza, senza abbandonare i temi iniziali, quelli che appaiono sono ogni volta più complessi e sorprendenti. Ossia, se il primo tema stimolatore di discussione e apprendimento era il latifondo, uno spazio determinato, ora è l' imperialismo, spazio mondiale, che ha il volto duro della guerra. Leggerlo, significa interpretarlo, mai temerlo.

Abbiamo imparato con Paulo Freire e nella lotta che la lettura critica del mondo allarga il nostro mondo. E leggerlo in maniera cosciente, ci evita di cadere in inganni e commettere sciocchezze.

La pratica politica e la democrazia.

Nei principi organizzativi ricavati dall'esperienza della lotta di classe nella storia, la democrazia e la partecipazione hanno una grande importanza.
Paulo Freire non ha mai smesso di percepirlo e raccomandarlo. Per lui, il settarismo, oltre ad essere una malattia, è un atto di disamore. "Il popolo non conta e non ha peso per il settario, se non come supporto per i suoi fini...".[5]

Non è possibile organizzare un movimento sociale imponendo ideali e screditando le idee amiche. Un movimento sociale è figlio della solidarietà politica della società. Dimenticare questo dettaglio significa isolarsi e provocare la propria sconfitta. Un movimento sociale è un'opera collettiva, sia di coloro che direttamente partecipano, sia di coloro che ne ammirano la costruzione. Una lettura favorevole dei fatti crea le circostanze per i passi successivi. L'occhio amico è sempre una trincea di autodifesa.

È questo il senso che si può estrarre dalle parole di Paulo Freire, quando afferma che la forza non deve mai mancare di rispetto all'intelligenza. In opposizione al settario pone il radicale. Mentre il primo si considera l'unico creatore della storia, il radicale "rigetta l'attivismo e sottomette sempre le sua azione alla riflessione".[6], per questo non detiene previene la storia. Il settario allontana, non accetta che gli si avvicinino e non desidera aiuto. Per questo "non crea nulla, perché non ama".
Studia, ma non impara niente. Fare politica è un esercizio affettivo. La creatività dipende dall'affettività e dal rispetto. La rabbia e l'arroganza possono solo tornare utili ai nemici, poiché entrambi sono forze che ci distruggono da dentro.

Il settarismo si può manifestare in qualunque aspetto della convivenza sociale e politica. Percepire le sue caratteristiche significa mettere a freno in tempo la disarmonia interna.

In questo senso, abbiamo imparato che tutte le manifestazioni culturali, siano esse artistiche o religiose, sono ideali e pratiche che, invece di essere discriminate, represse e proibite, devono essere interpretate e incentivate. Le feste e l'allegria non possono essere separate dalle attività politiche, perché la società che vogliamo costruire non può essere triste e grigia.

Nel contesto della lotta contadina, una lettura corretta del mondo ci permette di vedere che la società si organizza e si divide in classi sociali, non in fedi religiose né tanto meno in etnie o generi.
E che nei movimenti sociali,la partecipazione è motivata dalla condizione e dalla posizione di classe. Donne e uomini appaiono come soggetti creatori dell'opera di emancipazione. È attraverso la partecipazione politica che impariamo a leggere il mondo dal punto di vista politico.

Nel lavoro quotidiano, constatiamo che i testi più difficili da leggere nella lotta sociale sono quelli prodotti dai settari, perché ci forzano a rompere con i sentimenti che dovrebbero essere preservati.
La democrazia, allora, non è altro che permettere a ciascuno di leggere il mondo con i propri occhi affinchè si proponga, insieme con gli altri membri della classe, di trasformarlo.

L'esempio dell'etica rivoluzionaria.

Paulo Freire pensava che la più grande preoccupazione circa la trasformazione del mondo, è se questa contribuisca o meno all'emancipazione e all'umanizzazione. Affermava che "anche se non ce ne accorgiamo, la nostra prassi, come educatori, è per la liberazione degli esseri umani, per l'umanizzazione, o per l'addomesticamento, la dominazione".[7] Lui ci ha sfidato a seguirlo, non soltanto nell'educazione, ma anche nelle attività politiche e nelle lotte sociali. Freire ci ha spinto ad essere agenti di trasformazione.

Ma essere agenti di trasformazione richiede una riflessione su quale contenuto debba essere sviluppato perché le persone si trasformino insieme e in meglio. Questo si può ritrovare negli scritti di Paulo Freire, che non fa altro che dichiarare che tutti siamo capaci e che abbiamo dentro di noi la capacità di far-ci diversi da quello che siamo. Ma, proprio per questo, è necessario fare attenzione a renderci diversi dagli oppressori.
Non ci separa da loro solo una differenza di classe ma, soprattutto, una profonda differenza di carattere e di comportamento rispetto alla classe borghese. Su questo tema Freire ci ha allertati:
"È necessário che i rivoluzionari diano testimonianza, sempre di più, della radicale differenza che li separa dalle forze reazionarie". [8]

E questa testimonianza è "il fare" propriamente detto della liberazione. Tuttavia, la testimonianza non si dà senza conflitto, così l'etica diviene necessaria perché si possano valutare i metodi utilizzati nelle relazioni politiche interne o nel modo di relazionarsi con i nemici.

È in questo contesto che si può estrarre dal pensiero di Paulo Freire l'importanza data alla cultura. Per lui le azioni si trasformano in cultura nel senso che, nel fare storico, la realizzazione del possibile di oggi deve rendere possibile per domani l'impossibile di oggi. Voler invertire o imporre un'inversione di questo ordine significa attentare alle possibilità storiche. L'impossibile di oggi dovrà divenire il possibile di domani. È necessario lavorare per questo, con un piede nel presente e un altro che pone le basi per il futuro, perché i sogni non si stanchino o si addormentino.

Nella sua relazione con il MST, Paulo Freire non ha mai nascosto il suo entusiasmo perché percepiva che l'opera di alfabetizzazione, iniziata da lui negli anni 50 nel Nordeste del Brasile, continuava a vivere nel quotidiano della lotta per la terra, per la scuola e per la dignità; e nella formazione politica dei nostri militanti.
Ha esternato la sua contentezza in una dichiarazione registrata in un vídeo, nel novembre del 1996, che dedicò agli educatori e alle educatrici del MST, dicendo, a chiusura del suo discorso: "Vivano per me, poiché non posso vivere l'allegria di lavorare con i giovani e gli adulti che, con la loro lotta e con la loro speranza, stanno riuscendo a diventare se stessi e se stesse".[9]

La pertinacia di Paulo Freire e la sua profonda fede nel popolo, nella capacità di organizzarsi e trovare le forme per la propria liberazione, fa di lui un grande punto di riferimento per i movimenti sociali che hanno imparato, più che ad imitarlo, a tenerlo come compagno nella formazione politica.

Nel MST, sono innumerevoli gli omaggi fatti a Freire, sia nel cambiamento dei nomi delle antiche fazende in nuovi insediamenti, sia nei centri di formazione o nelle scuole di base. La sua opera è letta in tutti i corsi di formazione per educatori, dall'insegnamento medio fino all'università, e in quelli di formazione politica; il suo volto appare nei murali e nelle pitture fatte da artisti che lottano per la terra e per l'emancipazione di tutta la classe lavoratrice; i suoi insegnamenti compaiono nelle parole d'ordine, nelle mistiche e nelle musiche fatte per gli studenti della terra di tutti i luoghi del Brasile.

Non è, ma potrebbe essere di Paulo Freire, la celebre frase "Proletari di tutto il mondo, unitevi", poiché questo era il suo sogno, ancora vibrante in tutti i paesi in cui ha militato e insegnato.

Per tutta la sua traiettoria storica e politica, gli educatori e le educatrici del popolo e dei movimenti sociali, ricordano Paulo Freire come pedagogo, ma soprattutto come militante della speranza e della libertà.

Testo pubblicato nella Cartilha Paulo Freire Vive! Hoje, 10 anos depois...

*Membro del coordinamento nazionale del MST.

Bibliografia
1.
FREIRE, Paulo. A importância do ato de ler. 41.ed. São Paulo: Cortez, 2001
2. FREIRE, Paulo. Ação cultural para a liberdade. 6.ed. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1982.
3. MARX, Karl e ENGELS, Friedrich. A ideologia alemã. São Paulo: Centauro, 2002, pag. 108.
4. FREIRE, Paulo. Educação como prática da liberdade. 15.ed. São Paulo: Paz e Terra, 1983, pag. 43.
5. Ibid, pag. 52.
6. Ibid, pag. 50.
7. FREIRE, Paulo. A importância do ato de ler. 41.ed. São Paulo: Cortez, 2001, pag. 69.
8. FREIRE, Paulo. Ação cultural para a liberdade. 6. ed. Rio de Janeiro: Paz e Terra,1982, pag. 79.
9. Paulo Freire em MOVIMENTO DOS TRABALHADORES RURAIS SEM TERRA. Paulo Freire: um educador do povo. São Paulo: Associação Nacional de Cooperativa

(Traduzione Benedetta Malavolti)


in http://www.comitatomst.it/mst0507a.htm




permalink | inviato da Notes-bloc il 9/11/2007 alle 23:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
Ma ... è possibile che non si riesca a capire che la scuola non serve per misurare, ma per valutare e cioè per crescere e far crescere grazie al progettare insieme???
post pubblicato in Notizie ..., il 6 novembre 2007


 <b>Bocciati o promossi?<br/>Così si recuperano i debiti</b>
Bocciati o promossi?
Così si recuperano i debiti

Sospensione di giudizio a giugno e decisione finale dopo la verifica a settembre. Previste attività di recupero durante tutto l'anno con più interventi dei docenti di SALVO INTRAVAIA
REPUBBLICA TV: INTERVISTA AL VICEMINISTRO BASTICO

"la Repubblica" Novembre 2007

Giustizia e non vendetta per ... perdonare! Forse!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 1 novembre 2007


 Nemesi

Non dimenticare

Non dimenticare mai

Non devi dimenticare


( AlekosPanagulis )

Carcere di Boiati
Isolamento, marzo 1972
scritta dopo una bastonatura
particolarmente selvaggia
e durante uno sciopero
della fame

da "Liberazione" del 31-10-07

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