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di Ignazio Licciardi
La Signora Veronica, moglie del Leader dell'opposizione, lancia un messaggio alle Donne: State in guardia! V'è il Patriarca!
post pubblicato in Notizie ..., il 31 gennaio 2007


Veronica Berlusconi
lettera a Repubblica
"Mio marito si scusi"

Dopo le parole del Cavaliere ai Telegatti la durissima reazione della moglie dell'ex premier. "Devo dare alle mie figlie l'esempio di una donna che tutela la propria dignità". "E aiutare mio figlio ad avere rispetto per le donne"
Il Cavaliere e le donne: dieci anni di gaffe
COMMENTA LA NOTIZIA SU NEWS CONTROL

"la Repubblica", 31 Gennaio 2007




permalink | inviato da il 31/1/2007 alle 10:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
Riceviamo dal C.S.R. Eros e Logos
post pubblicato in Dal Centro Studi e Ricerche "Eros e Logos", il 31 gennaio 2007


Messaggio N°47 31-01-2007 - 09:54

Lettere spedite all'Editore ... con qualche omissis [...]

Chiedo scusa soprattutto alla Dottoressa Elisabetta Di Giovanni, per i gravi ed inopportuni errori presenti in Notes-bloc 2006. ...
Ignazio Licciardi
----- Original Message -----
From: iafus
Sent: Tuesday, January 30, 2007 10:17 AM
Subject: Fw: ERRATA CORRIGE!

Confermo l' ERRATA CORRIGE già inviatavi, perché non ho più continuato a leggere!
Per l'indice, potete affidare l'Errata Corrige al primo bimbo che passa!
Saluti,
Ignazio Licciardi
 
----- Original Message -----
From: iafus
Sent: Wednesday, January 24, 2007 11:01 AM
Subject: ERRATA CORRIGE!

Carissimo Dott. Roberto Giannotti,
Ti scrivo perché urge una ERRATA CORRIGE da allegare NECESSARIAMENTE a Notes-bloc 2006:
 
p.V
ERRATA Sergio Licciardi e Luca Papa, Annotazioni
CORRIGE Elisabetta Di Giovanni, Annotazioni
 
p.VI
ERRATA Stanza di pensiero, curata da Nadia Grande
CORRIGE Stanza di pensiero, curata da Nadia Grande e Giorgia Gambino

p.3

ERRATA Il corsivo Annotazioni che segue è di Sergio Licciardi e Luca Papa, laureandi in "Beni demo-etno-antropologici" nell'Università degli Studi di Palermo:

CORRIGE Il corsivo Annotazioni che segue è di Elisabetta Di Giovanni, ricercatrice di Antropologia nell'Università degli Studi di Palermo:

p.4

ERRATA significato generale" (Sergio Licciardi e Luca Papa)

CORRIGE significato generale" (Elisabetta Di Giovanni)

Faccio notare che nell'indice sono presenti degli errori materiali incredibili e che, nel testo, alcune intitolazioni non sono state ridotte a spaziatura minima; ne è derivato che certi Titoloni hanno occupato addirittura mezza pagina!!!

Ma perché non ci avete inviate neppure le prime bozze di stampa?

E, poi, la quarta di copertina non ha lo scritto giustificato ed il riquadro neppure ben centrato!

E non ho ancora letto tutto! Anzi, credo proprio che non leggerò più nulla di questa specie di testo "pubblicato"!

Comunque, quell'Errata/Corrige è assolutamente indispensabile e va assolutamente inserita in ogni volume.

Infine: il Dipartimento Fieri attende ancora le copie di "biblion", I, n.2! Ma state facendo, forse, una ristampa?

E poi: Ma perché non risulta nessuna pubblicizzazione del testo né sul sito né sui fascicoli informativi? [...]

Si prega di contattare, per eventuale Vostra risposta, esclusivamente il Prof. Alfonso Sciara telef. [...]

Saluti,

Ignazio Licciardi




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Su segnalazione di Linda Giannini - "La Scatola delle Esperienze" - andiamo a Blog OneMoreBlog
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 29 gennaio 2007


Ciao,
vi giro la segnalazione (di Giorgio F.) dell'intervista a Nedo Fiano,
uno degli ultimi superstiti della shoah:

http://www.onemoreblog.it/archives/014211.html

Buona giornata, Linda

La scatola delle esperienze di Linda


Da:
OneMoreBlog

27 Gennaio 2007

Incontro con Nedo Fiano

Sezione “memoria

incontro con Nedo Fiano





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Riceviamo da Irene di Alghero nel "Giorno della memoria". Grazie, Irene e Oliver!
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 27 gennaio 2007


DA TEREZIN

Chi s'aggrappa al nido non sa
che tutti gli uccelli sanno
e non sa perché voglio cantare
il creato e la sua bellezza.

Quando all'alba il raggio del sole illumina la terra
e l'erba scintilla di perle dorate,
quando l'aurora scompare e i merli fischiano tra le siepi,
allora capisco come è bello vivere.

Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza
quando cammini tra la natura
per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:
anche se le lacrime ti cadono
lungo la strada, vedrai che è bello vivere.

                                                         1941 ANONIMO DA TEREZIN


La poesia per il weekend 363 proviene da Terezin, il campo di concentramento
dove furono internati più di 15.000 bambini. Ci restano di loro 66 poesie e
4.000 disegni.
Testi e immagini su
http://freeweb.supereva.com/teatroecontorni.freeweb/terezin/ .

Irene (insegnante 1° Circolo di Alghero)



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Grazie, Presidenti!
post pubblicato in Notizie ..., il 27 gennaio 2007


 

Presidente coraggioso. Il governo capirà?

Piero Sansonetti

Il Presidente della Repubblica ha inviato, alla Conferenza di Napoli sul lavoro, un messaggio molto importante e molto bello, del quale gli siamo sinceramente grati. Ha parlato senza rispettare i protocolli - come molti anni fa faceva un suo predecessore, un certo Sandro Pertini - e senza tanti giri di parole ha indicato i colpevoli di una situazione - tragica e di ingiustizia - e cioè l’aumento delle morti e degli infortuni sul lavoro, che indebolisce la civiltà nel nostro paese. Chi sono i colpevoli? Quelli che hanno imposto il precariato per diminuire i diritti dei lavoratori, per abbassare il costo del lavoro e per aumentare i profitti. Napolitano non ha ripetuto quelle frasi che spesso leggiamo sui giornali (fatalità, destino, prezzo da pagare...) e che servono a negare la realtà delle cose: che il capitalismo italiano oggi è guidato da una classe imprenditoriale che punta tutte le sue carte solo sulla marginalizzazione del lavoro e sull’aumento dello sfruttamento. Le morti ”bianche” (più di mille ogni anno: molte più di quelle registrate in Irak tra i soldati americani) sono causate solo da questo. Basta esaminare l’andamento dei dati statistici dell’ultimo ventennio. Dall’inizio degli anni 80 ad oggi, nonostante l’enorme uso di nuove tecnologie, non c’è stato nessun aumento della sicurezza: i morti e i feriti sul lavoro sono gli stessi di vent’anni fa. Nello stesso periodo di tempo, il monte profitti e rendite, in Italia, è aumentato del 50 per cento, e del 50 per cento è diminuito il monte salari-stipendi. Parallelamente a questo, è aumentato esponenzialmente - specie negli ultimi 10 anni - il lavoro precario, che viene svolto a salario molto basso e in una condizione di annullamento di tutti i diritti collettivi.
Fausto Bertinotti ha messo sotto accusa proprio questo decennio-nero, nel quale il lavoro - che era considerato una volta uno dei pilastri della vita civile italiana - è finito nel dimenticatoio.
Napolitano e Bertinotti hanno chiarito una cosa: il lavoro, la sua protezione, la sua riforma, la sua rivalutazione, e quindi la modifica dei rapporti di forza con l’impresa, non solo sono all’ordine del giorno, ma sono una assoluta emergenza per l’Italia. Una chiarissima priorità su tutto. Il governo capirà? Riuscirà a modificare l’asse del riformismo che Confindustria e giornali vorrebbero imporgli? Il riformismo di Confindustria consiste in una ulteriore umiliazione del lavoro; il riformismo indicato da Napolitano nell’esatto contrario. Bisogna scegliere, non si può fare un po’ e in po’.

"Liberazione", 26 gennaio 2007
Napolitano: il precariato uccide.
Bertinotti: la politica è colpevole

Si aperta a Napoli la Conferenza nazionale sulla sicurezza del lavoro. Clamorosi interventi delle massime autorità
Il capo dello Stato: non basta indignarsi. Il presidente della Camera: “in questi anni il lavoro è stato devastato e reso invisibile”

Bagnoli (Na) - «Gli infortuni sul lavoro sono una piaga da estirpare, non un prezzo inevitabile da pagare come in ogni Paese con milioni di lavoratori». E «la precarietà e la mancanza di garanzie sono le cause principali delle morti sul lavoro». «I minori e gli immigrati sono le vittime più colpite da questo sistema».
Altro che messaggio formale di saluti alla seconda Conferenza nazionale sulla sicurezza sul lavoro. Le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scuotono la platea della città della scienza di Bagnoli, che forse si aspettava di ascoltare solo le solite “buone intenzioni”. Invece il messaggio di Napolitano quasi rimbomba fra le pareti. Indica il peccato e il peccatore e, rispettando il timbro della sua presidenza da subito caratterizzata dalla lotta per il lavoro giusto e il diritto alla sicurezza, Napolitano va oltre, additando la precarietà come principale virus, e spronando tutti a svolgere i suoi compiti: la politica («Spero che le leggi per la sicurezza vedano presto la luce»); i media («Si elevi il livello di informazione e il comune senso di sensibilità sociale») e le istituzioni («I controlli vengano compiuti sistematicamente»).

Andrea Milluzzi ("Liberazione", venerdì 26 gennaio)



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«a scontare la pena non c’è solamente chi sta dentro ma anche quelli che aspettano a casa».
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 gennaio 2007


Pianeta carcere, 20mila bambini dietro le sbarre

Davide Madeddu


Quando varca la soglia del carcere e poi quella della sala colloqui per incontrare il papà, Marco diventa scuro in viso. Ha nove anni e la tristezza gliela si legge negli occhi. Davanti ai cancelli che si aprono e chiudono e ai chiavistelli si irrigidisce. Ha paura. Ai ritmi del carcere, i controlli all’ingresso, i registri e la trafila per incontrare il padre che manca da casa sua quattro anni, non si è ancora abituato. E non si vuole abituare. In carcere non ci vorrebbe più andare ma per vedere il papà a casa dovrà aspettare ancora una decina d’ anni. Marco è uno dei 20mila «innocenti del carcere». Tanti sono i bambini, in tutta Italia, che ogni giorno devono fare i conti con la prigione perché hanno un genitore che sconta una condanna. Perché «a scontare la pena non c’è solamente chi sta dentro ma anche quelli che aspettano a casa».

Lillo Di Mauro, rappresentante della Consulta penitenziaria del comune di Roma e volontario proprio a Rebibbia non usa giri di parole. «C’è poco da dire, per ogni detenuto dietro le sbarre c’è almeno un bambino a casa che soffre, che piange e si dispera, e nessuno fa nulla per aiutarlo, per evitare che, una volta adulto si rovini». È drammatica l’altra faccia delle prigioni d’Italia e riguarda ventimila bambini. «Prima dell’indulto c’erano nelle carceri quasi 60mila detenuti e quarantamila bimbi a casa - spiega - adesso, invece ci sono 40mila persone dietro le sbarre e 20mila bimbi».

I piccoli fuori dalle sbarre che almeno una volta alla settimana si devono confrontare con l’ingresso in carcere, seguire la trafila dei controlli prima di entrare nelle sale colloqui e ancora i ritmi imposti da spazi piccoli e ristretti. Senza dimenticare poi quelli che hanno invece reazioni violente. «La maggior parte dei bambini che entrano in carcere per incontrare i parenti detenuti hanno problemi di natura psicologica - aggiunge - il contatto con le strutture detentive per loro è traumatico».   «Molto spesso capita che i bimbi cerchino di emulare le gesta del genitore detenuto - aggiunge - e anche in questo caso ci si trova a situazioni disperate cui non si riesce a far fronte». Risultato? «Devianza giovanile, dispersione scolastica sono solamente alcune delle conseguenze - chiarisce - e naturalmente violenza che può esplodere tra le mura domestiche o con i coetanei».

Il popolo degli innocenti riguarda poi anche i figli esclusi. Quelli che in carcere non ci vanno perché non vuole il genitore rimasto a casa. «Il fatto vero però è che sino a oggi poco si è fatto per queste categorie - aggiunge - per questo motivo assieme alle associazioni di volontariato carcerario stiamo portando avanti una serie di iniziative che abbiano uno sviluppo legislativo e possano aiutare i figli dei detenuti». E rendere meno drammatica l’altra faccia del carcere.

"l'Unità", 25-01-07

Pubblicato il: 24.01.07
Modificato il: 25.01.07 alle ore 9.28




permalink | inviato da il 25/1/2007 alle 16:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La famiglia "sta evaporando" e, comunque, non è soltanto “continuità biologica al di là del singolo”
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 gennaio 2007


La famiglia non è sacra - L’articolo 29 della Costituzione è contro la Costituzione

Lea Melandri

La famiglia sta conquistando spazi sempre più ampi, nell’informazione, nel dibattito politico, nelle pubblicazioni e nelle aule parlamentari, il che fa sperare che sia uscita definitivamente da quell’idea fuorviante di “privato” che l’ha tenuta tradizionalmente nell’ambigua posizione di “cellula primaria”, fondante della società, e, insieme, appannaggio di un potere patriarcale considerato, come ha scritto Rossana Rossanda, “libertà naturale”. Avanza portandosi dietro l’ombra inquietante della cronaca nera, dagli omicidi pressoché quotidiani tra congiunti al massacro di Erba, in cui l’effetto di chiusura, isolamento, del nucleo famigliare, invece che esplodere al proprio interno, si potenzia nell’aggressione al vicino, dirottamento reso più facile dal fatto che, in questo caso, il vicino era effettivamente anche lo “straniero”, vissuto come pericoloso in quanto tale.
A stanare ciò che non si sa o non si dice degli interni delle case, del modo di vivere delle persone, ci pensano poi, sempre più insistentemente, i rapporti statistici, gli studi sociologici, da cui apprendiamo, per esempio, che le single americane superano oggi le coniugate, che la senescenza della società italiana aumenta, sia come vissuto soggettivo -“giovani” fino a 80 anni e finchè non si muore-, e come età media di chi riveste ruoli di potere. Ma dove il problema famiglia si impone con un massimo di visibilità mediatica e di attenzione politica, è nelle aule parlamentari, nella discussione in corso sui progetti di legge riguardanti le unioni civili.
Prese separatamente, le notizie che arrivano al cittadino sulla realtà che lo tocca più intimamente e materialmente, non possono che generare un effetto disperante, come tutto ciò che non lascia intravedere vie d’uscita: in famiglia si continua a uccidere; aumenta il numero delle coppie senza figli, e così pure le persone che vivono sole; i giovani ritardano sempre più l’uscita dalla famiglia d’origine; gli anziani al potere non danno segno di voler arretrare, e, da ultimo, il Card. Ruini, che rispetto alle questioni legislative, non essendo parte del governo o del parlamento, parla evidentemente da cittadino -un parere tra gli altri-, pur tuttavia ottiene titoli di prima pagina nei maggiori quotidiani nazionali. Per riassumere: una società di potenziali assassini, una gioventù irresponsabile, una caparbia senilità, e uno Stato confessionale. Per aprire uno spiraglio dentro questo orizzonte asfittico, che ci viene descritto dai media ogni giorno, basterebbe fare lo sforzo di collegare aspetti che nella realtà annodati, rilevare le contraddizioni che li attraversano, mostrare i segnali di nuove incoraggianti prospettive, che ci sono e che vanno nominate, sostenute, sottratte al quadro sinistro in cui rischiano di eclissarsi.

Una prima, evidente contraddizione, emerge dalla lettera che Rosy Bindi ha pubblicato giorni fa su “Repubblica” (19.1.07): una visione lucida, appassionata, dei molteplici mali che minacciano il benessere, l’autorevolezza e persino la sopravvivenza della famiglia -dal carico di incombenze che la società rovescia su di essa agli episodi violenti di cui sono vittime soprattutto le donne. Una descrizione, si potrebbe dire, realisticamente impietosa, che elenca: “degrado materiale e morale”, “soprusi economici”, “ricatti psicologici”, “abbandoni”, “aggressività”, “abusi sessuali sulla donna, sui vecchi e persino sui bambini”. Sorprendente è invece la conclusione: la famiglia resta, tuttavia, “un organismo sano e vitale”, “culla naturale della formazione degli affetti e palestra dei rapporti tra le persone”. Ma, se è così “sana”, da dove viene allora l’insidia? Quale demone si annida nell’animo dei suoi componenti? Con quali mezzi impedirgli di nuocere?
E’ a questo punto che, invece di indagare le ragioni di una “ambivalenza” che è tutto fuor che “naturale” -frutto evidente di condizioni storiche e culturali, come la divisione dei ruoli sessuali, i postumi psicologici di un millenario dominio maschile, e così via-, si torna, come sempre a rispolverare un armamentario antico, il foucaultiano “sorvegliare e punire” che, depurato “degli accenti autoritari”, diventa “vigilare e riparare”. Quello che in un precedente documento di Rosy Bindi sulla famiglia appariva come un malato grave, a cui il governo e le massime cariche dello Stato erano chiamate a portare le dovute, responsabili cure, qui è il germe minaccioso che, crescendo insieme agli affetti, alla solidarietà tra congiunti, ha bisogno di un occhio esterno, capace di vigilare, “intercettare”, intervenire al momento opportuno. Naturalmente: “senza intrusioni”!
Servizi territoriali, consultori, agenzie, figure e associazioni del volontariato, sono chiamati a formare, attorno alla famiglia, una cerchia investigativa e protettiva, da affiancare a interventi più precisi, come la punizione, la “riabilitazione del carnefice”, il dovuto soccorso alla vittima. Se Massimo Ilardi, su “Liberazione” (16.1.07) lamentava la “militarizzazione del territorio”, in cui vengono fatte intervenire la Chiesa, la scuola, la famiglia, qui la “militarizzazione” si fa totale, e non si sa più chi sorveglia chi.
Quello che emerge in modo evidente, ma su cui si stenta a fermare l’attenzione senza che questo significhi abbandono di ogni speranza o rimpianto del passato, è che l’istituzione considerata finora “cellula basilare” per la società e per la stessa sopravvivenza della specie, è in declino, attraversata da convulsioni interne, da vistosi mutamenti e da una crisi “valoriale” che solo la retorica nazionalista, religiosa o interessata dei nuovi credenti riesce malamente a nascondere. La famiglia, così come l’abbiamo conosciuta - scrive Roberto Volpi nel suo libro La fine della famiglia (Mondatori 2007)- sta “evaporando”, e, se c’è ancora, non è più quella. Famiglia ha voluto dire finora “continuità biologica al di là del singolo”, quindi genitori e figli, coppie che affidavano alla prole “l’ampliamento della loro visuale sul mondo”, mentre oggi la coppia, che già stenta a formarsi, “vede in se stessa le aperture, cerca e persegue per se stessa i traguardi, non demanda ai figli né le une né gli altri”. Il “mondo dei senza figli”, la società che assiste al “trionfo dei celibi”, e dove sempre più persone “dirottano risorse e tempo” in direzione di “cose belle della vita”, meno impegnative dei figli, non sono solo il portato di difficili condizioni socio-economiche, della carenza di adeguate politiche famigliari, ma di una “rivoluzione dei costumi”, un cambiamento profondo dei paradigmi culturali che data dalla metà degli anni ’70, dalle leggi sul divorzio e sull’aborto. Del femminismo, dei gruppi omosessuali e lesbici, del movimento non autoritario, non viene fatta parola, protagonisti, per molti evidentemente ancora innominabili, della rivoluzione più temuta, benché pacifica, dell’ultimo secolo. Pur essendo attraversato da una nota di ricorrente allarmismo, che gli impedisce di vedere nelle nuove forme di convivenze prospettive inedite e liberatorie, riguardo alla socializzazione, al rapporto tra i sessi, il desiderio di figli, il libro di Volpi, sottolinea due aspetti significativi del cambiamento: la centralità che assume l’individuo all’interno delle nuove formazioni sociali, e lo scarto, la discontinuità, che esse rappresentano, ragione per cui non avrebbe più senso chiamarle famiglie.
Alcuni dei progetti di legge sulle unioni civili, attualmente in discussione alla Camera, presentati da parlamentari della maggioranza, donne e uomini, si muovono dentro contraddizioni, avanzamenti e arretramenti analoghi. Importante è non toccare l’art.29 della Costituzione, la famiglia intesa come “società naturale fondata sul matrimonio”, che resta pertanto modello di riferimento imprescindibile, quanto a legittimità e valore riconosciuto. Limitarsi a insistere affinché il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto sia “equiparato”, e abbia “pari dignità” rispetto allo statuto matrimoniale, non può che avvalorare l’idea di “famiglie di serie B”, con vincoli più “leggeri”, meno impegnativi, e quindi con tratti di instabilità e scarsa garanzia per i figli. Per non mettere in discussione un principio costituzionale, già problematico all’origine, in quanto improntato a un assunto biologistico e religioso di matrice cattolica non da tutti condiviso, gli si fa attorno una sorta di accerchiamento, citando altri articoli, l’art. 2 e l’art.3, che non lo completano ma lo contraddicono: si invoca l’“uguaglianza”, che significa la non discriminazione della coppie dello stesso sesso, si fa riferimento al “diritto dell’individuo” di scegliere liberamente le forme di convivenza in cui sviluppare la sua personalità. Ma, in questa direzione, l’idea di famiglia come “società naturale” - sessi diversi, finalità procreative -, ha ragione Volpi, “evapora” davvero.
Più complesso è il tentativo, che si legge nel progetto presentato dalla senatrice Maria Luisa Boccia, e da altre/i firmatari, di muoversi sul piano della “non discriminazione”, del riconoscimento giuridico, ma anche del riconoscimento sociale delle convivenze non tradizionali, in quanto portatrici di “valori propri e autonomi”. Nel momento in cui si sottolinea l’impostazione “personalistico-solidaristica” che c’è già nel diritto di famiglia -la convivenza vista come unione finalizzata al naturale sviluppo e alla libera autorealizzazione del singolo”, si esce dall’arroccamento difensivo e si apre l’orizzonte a nuove progettualità, possibilità finora sconosciute di ripensare il rapporto tra individuo e collettività, a partire da quella individualità ancora da riconoscere e far vivere appieno, che è l’esistenza femminile svincolata dal destino di moglie e madre. Non si tratta solo di colmare una “lacuna normativa”, di “adeguare” la disciplina giuridica a una “realtà sociale” – 1.200.000 coppie di fatto -. Se nel dato di realtà si ravvisasse qualcosa di aberrante, non si penserebbe certo a darvi una valenza giuridica. Ciò a cui si vuole venga dato il giusto riconoscimento simbolico con una legge è il “pluralismo” nelle relazioni affettive, e questo comporta una messa in discussione di quell’aggettivo, “naturale” che, come si legge nel progetto di legge Boccia, dovrebbe semplicemente riferirsi a “formazioni naturali e sociali”, inevitabilmente destinate ad evolversi.
Il compromesso che si profila attraverso gli accordi tra le ministre Bindi e Pollastrini (“Repubblica” 23.1.07) è lontano da tutto questo, così come è lontana l’idea che “natura”, per chi ha voluto l’art.29 della
nostra Costituzione, significhi una realtà storica, sociale e culturale, soggetta a mutamento, che il diritto dovrebbe solo “registrare e regolamentare”.
La discussione sulla famiglia, da quel che si vede, è solo all’inizio.

"Liberazione", 25 gennaio 2007



permalink | inviato da il 25/1/2007 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Ma il programma dell’Unione non diceva che le decisioni sarebbero state prese col consenso delle popolazione interessate?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 23 gennaio 2007


Giordano: «Così il governo appanna la sua immagine pacifista»

Intervista al segretario di Rifondazione


Aghanistan e base di Vicenza. Innanzitutto, i due temi si tengono assieme?

«No, non esiste un nesso diretto, è evidente. Di più: trovo sbagliato l’atteggiamento di chi pensa di usare la vicenda della nostra missione in quel paese dove è iniziata la “guerra preventiva” come ritorsione per la decisione sulla base Nato. No, non c’è un nesso fra i due argomenti. Anche se...». Anche se cosa? «Mi sembra innegabile che tutto testimoni che si è dentro un clima. Un brutto clima». Franco Giordano, segretario di Rifondazione, quel clima lo definisce un «appannamento dell’identità pacifista» che pure dovrebbe essere la filosofia che ispira il governo dell’Unione.


Partiamo comunque dagli ultimi sviluppi. Domenica sera c’è stato un vertice con Prodi, D’Alema e Parisi proprio sull’Afghanistan. Com’è andata davvero?

Abbiamo avviato un confronto. Potrà sembrarti una frase diplomatica...


Sì, un po’ lo sembra.

E invece ti assicuro che il senso di quell’incontro è stato proprio questo. L’avvio di un confronto, nulla di più. Che non cancella le difficoltà che abbiamo di fronte per costruire, se ci riusciamo, un provvedimento che segni una discontinuità col decreto di sei mesi fa.


Come si fa può fare?

Costruendo un’intesa su due temi. Primo: dobbiamo impegnare il nostro paese a promuovere una conferenza internazionale nell’area. E all’esito di quella conferenza dobbiamo legare la prospettiva di chiudere il ciclo militare. Sì, chiediamo di lavorare per costruire una conferenza internazionale. Non mi pare comunque che ci siano alternative, visto che anche il nostro governo, in diversi sedi, sostiene che la via militare non ha portato ad alcun risultato.


Conferenza a cui dovrà partecipare anche l’Iran?

L’Iran e il Pakistan. Dobbiamo impegnarci a fondo, sapendo che le resistenze – soprattutto dal lato americano – saranno fortissime.


Secondo tema?

Un incremento, un aumento notevole del nostro impegno per la cooperazione civile. Penso a finanziamenti mirati: soprattutto per incentivare la sostituzione delle colture di oppio con altre alternative. Di più, come ci suggerisce l’Organizzazione mondiale della sanità: impegnandoci ad acquistare una parte della produzione di oppio per fini terapeutici.


Questi due obiettivi non sembrano lontanissimi. I giornali di ieri, le dichiarazioni di ieri, raccontano di aperture della maggioranza alle proposte della sinistra dell’Unione.

Proposte da inserire in un apposito ordine del giorno.
E non è un’informazione esatta. Per quanto ci riguarda preferiamo che gli impegni siano messi nel decreto. Nello stesso decreto. Per questo ti dico che la discussione nella maggioranza non dovrà essere frettolosa. Deve coinvolgere i gruppi, deve arrivare ad una scelta chiara.


Ma se ci fossero quei punti cambierebbe l’atteggiamento di Rifondazione sull’Afghanistan?

Mi chiedi della missione? No, per noi quella è e resta una guerra. L’Afghanistan resta uno scenario di guerra dal quale l’Italia si deve ritirare. Tutta la strategia della “guerra preventiva” parte da lì. Ma da lì dobbiamo anche partire per imporre le condizioni che portino alla pace.


Obiettivi di lunga portata, insomma?

No, non credo di parlare di chissà quale futuro. Ma, insomma, ragioniamo sulla politica estera del nostro paese. Ci sono stati gesti politici che hanno segnato una forte discontinuità col passato: il ritiro dall’Iraq, prima di tutto. Ma penso anche all’iniziativa italiana in Libano. In questa occasione, l’Italia ha avuto un ruolo importante per mettere un freno ai tanti teorici di una Nato sempre più autonoma dalle organizzazioni sovranazionali. In questa occasione, nella crisi del Libano, l’Italia ha avuto una funzione importante nel ridare slancio e ruolo all’Onu. C’è però una contraddizione fra quell’impostazione e poi la scelta, in Afghanistan, di restare subalterni all’alleanza occidentale. Su quella contraddizione dobbiamo lavorare.


Dalla Nato alla base di Vicenza il passo è breve.

E ti ripeto: con il via libera al raddoppio della base il governo rischia di offuscare la sua identità pacifista.


E se così è, che si deve fare?

Per noi, una cosa sola: investire, tornare ad investire sul movimento. Sui movimenti. Perché vedi c’è una cosa che mi ha colpito in questa vicenda....


Quale?

Non credo di svelare chissà quale segreto se ti racconto che al vertice dell’altra sera, io ho fatto una domanda. Che è rimasta senza risposta. Ho chiesto ai miei interlocutori: ma se la gente di Vicenza trova le strade per arrivare al referendum, voi ne terrete conto? Nessuno, ma dico proprio nessuno, sapeva cosa dirmi.


Questo che vuol dire?

Non mi hanno risposto perché non hanno considerato la possibilità che una scelta di questo genere sia fatta sulla base della democrazia e della partecipazione. C’è un bellissimo slogan di un nostro manifesto che mi è piaciuto molto. Dice così: consultate la base, invece di fare le basi. Ecco, io credo che anche questa vicenda ci permetta di rovesciare la situazione. Di mettere in campo – se ci pensi esattamente come a Scanzano, a Melfi o in Val di Susa – la partecipazione della gente. Della gente più diversa. Perché vedi, il no alla base viene prima di tutto da noi, per il rifiuto a qualunque strumento possa servire alla guerra. A qualsiasi guerra. Ma il no alla base viene da vastissimi settori della popolazione che la rifiutano per il deterioramento del territorio, per ragioni economiche, per mille motivi diversi. Il rifiuto della base viene da settori, magari fino a ieri egemonizzati da una cultura di destra. Noi invece vogliamo ripartire da loro, da questa comunità. L’unica in grado di imporre il rispetto di quell’impegno che c’era nel programma dell’Unione in base alla quale qualunque decisione sarebbe stata presa col consenso delle popolazione interessate.


Vicenza come Scanzano, Melfi. Vedi affinità fra queste vertenze?

A me pare che il movimento di Vicenza pone dei problemi interessantissimi. Per dirna una, vedo che lì, per la prima volta, si esce dalla logica dell’”identità territoriale” che si contrappone a tutto il resto e si schiera dentro una cultura progressista.


Stai dicendo che sta cambiando un pezzo dell’elettorato leghista?

Io vedo che ci sono parti di quel movimento che magari hanno cominciato su un’istanza localista. Poi, via via, quella vertenza ha assunto i connotati di una battaglia pacifista, ambientalista. E proprio per questo, è importante tenere unito questo movimento.


Rifondazione, insomma, sosterrà la vertenza di Vicenza in ogni modo, è questo che vuoi dire?

Sì, e se il movimento deciderà di dar vita ad una manifestazione nazionale noi ci saremo. Ci saremo tutti.


E qualcuno magari riaprirà la polemica su Rifondazione un po’ al governo, un po’ all’opposizione, come quando c’è stata la manifestazione dei precari?

Era una polemica sciocca allora, sarà ugualmente sciocca se qualcuno la riproporrà. E risponderemo allo stesso modo: che a ben vedere chi difende l’impostazione unitaria siamo noi.


Perché dici così?

Perché ricordo a tutti che c’era un impegno forte alla collegialità delle decisioni quando abbiamo sottoscritto il patto di governo. E ti assicuro che non è ”collegialità” una comunicazione poco prima di rendere pubblica la disponibilità all’ampliamento della base. Collegialità, insomma, non è una telefonata preventiva. Ma questo conta poco oggi. Conta soprattutto far pesare la gente. Noi, investiamo su di loro.

Stefano Bocconetti ("Liberazione", martedì 23 gennaio)



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Frammento ...
post pubblicato in Frammenti di esistenza, il 23 gennaio 2007


23.
A volte, vorresti frenar la lingua, ma se essa è ... pure strumento del pensar tuo autentico … non puoi far nulla perché essa  ... non dica!

Palermo, 23/01/2007
  




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I poveri sono più soli!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 23 gennaio 2007


EMMAUS
Abbé Pierre, una vita in aiuto dei poveri

Nel 1938 viene ordinato sacerdote, assistito dal padre Henri De Lubac, uno dei grandi teologi francesi del Novecento, rinnovatore della vita della Chiesa e padre del Concilio Vaticano II. L'anno successivo, per motivi di salute, lascia la vita monastica e viene incardinato nella Diocesi di Grenoble. In seguito viene nominato vicario della cattedrale.
"La Stampa", 23-01-07
Le président de la fondation Abbé Pierre pour le logement des défavorisés et compagnon depuis plus de 40 ans du fondateur d'Emmaüs revient sur les bonheurs et les regrets du prêtre.

Nécrologie | Revue de web | Les faits

"Le Monde", 22-01-07

Texte de l'appel, lancé en février 1954, sur les ondes de Radio-Luxembourg en faveur des sans-abri
http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3226,36-857902@51-857899,0.html
"Le Monde", 22-01-07




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Anno Sociale 2007 C.S.R. Eros e Logos
post pubblicato in Dal Centro Studi e Ricerche "Eros e Logos", il 21 gennaio 2007


 

C.S.R. Eros e Logos

foglio informativo del Centro Studi e Ricerche
Creato da ux0 il 18/11/2005
C.S.R. Eros e Logos
foglio informativo del Centro Studi e Ricerche
 


- I locali del C.S. e R. "Eros e Logos" di Monreale

E' nelle Librerie il volumetto della nuova Collana Editoriale biblion 
IGNAZIO LICCIARDI-ALFONSO SCIARA(a cura di),
Notes-bloc 2006. C'era una volta "biblion". Ricerche di Pedagogia e di Scienze dell'educazione, Franco Angeli, Milano 2006, pp.XV - 182.

Anno Sociale 2007 del Centro Studi e Ricerche "Eros e Logos"



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O si va a Sinistra oppure ... non cambierà mai nulla!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 gennaio 2007


Base Usa a Vicenza: via libera da Prodi

Prc contro.
Bertinotti: sono pacifista

Il premier da Bucarest fa sapere che non si opporrà: non è un «problema politico», tutt’al più di «natura urbanistica e territoriale».
Franco Giordano rilancia il referendum: «Si devono pronunciare i cittadini». Ieri sera fiaccolata e presidio davanti all’aeroporto Dal Molin


Non si opporrà a che venga ampliata la base Usa di Vicenza, fa sapere Prodi. E lo manda a dire da Bucarest. Curiosa ironia della geopolitica che una decisione così grave per l’ex Mitico Nordest italiano venga annunciata proprio dal luogo in cui quel Nordest ha delocalizzato il suo modello di fabbrica diffusa dopo aver desertificato il proprio territorio. Esulta la destra ma soprattutto la locale confindustria che ha barattato con l’ambasciatore Usa i cantieri del Dal Molin in cambio dell’abolizione del dazio per l’import-export di oro da Vicenza. Affari grossi ma anche politica, e tanta, dietro quello che suona come un via libera di Palazzo Chigi al progetto tanto avversato dai residenti - secondo un autorevole recente sondaggio almeno il 70% di no - e dal popolo della pace che ora si appresta a fare quello che in Valsusa hanno fatto le genti No Tav. Mentre “Liberazione” va in stampa una fiaccolata, da Porta Castello, ha raggiunto i cancelli del settore civile dell’aeroporto Dal Molin dove funzionerà un presidio come quello montato a Venaus.
Bucarest, così vicina a Vicenza, sembra lontana anni luce da Caserta dove la maggioranza sembrava aver trovato un modus vivendi. E strana giornata quella di ieri: iniziata proprio con Prodi che in mattinata dava per imminente una risposta all’ultimatum dell’ambasciatore Usa a Roma che era volato di recente a Vicenza. Però il presidente del Consiglio aveva premesso che non gli pareva il caso di darla dalla Romania. Nel tardo pomeriggio il colpo di scena: «Sto per comunicare all’ambasciatore Usa che il mio governo non si opporrà alla decisione presa dal governo precedente e dal comune di Vicenza». E l’impegno di Palazzo Chigi di tener conto del parere della comunità locale sembra assolto, nelle parole di Prodi, sulla delibera di Giunta che spianava la strada alla nuova base dello Zio Sam. Parlare di ampliamento di quella esistente, quasi interamente sotto il comando Nato, è fuorviante. Quello che sta per varare la finanziaria di Washington è un progetto da 300 milioni di dollari in favore di quella che è la seconda industria cittadina. Prodi spiega di «non avere ragioni per opporsi» perché non sarebbe affare del governo. Non ci sarebbe un «problema politico» ma tutt’al più di «natura urbanistica e territoriale». Se voleva essere l’accantonamento di un problema appare fin dai primi lanci d’agenzia come la madre di tutti i problemi. Per gli osservatori è uno spiazzamento della sinistra radicale, per i comitati popolari è un tradimento del programma elettorale laddove prometteva la ridiscussione di basi e servitù militari nel Paese.
Durissima la prima reazione di Rifondazione e verdi, di Pdci, sinistra ds e Fiom. «Siamo contrari, noi siamo con il popolo della pace e vogliamo che sulla questione si pronuncino i cittadini», ripete Franco Giordano, segretario del Prc riprendendo la parola d’ordine del referendum sostenuta nelle ore precedenti anche da Piero Fassino. E chi aveva chiesto lumi al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, s’era sentito dire che era una domanda nemmeno da porre a un pacifista.

Olol Jackson, figlio di un militare Usa ma dirigente regionale dei Verdi è tra i primi vicentini ad arrivare in Piazza Castello da dove partirà la fiaccolata che porterà diecimila persone (ultimo aggiornamento alle 21) alla tensostruttura di fronte al Dal Molin. Appena saputo della sortita di Prodi, Jackson s’è autosospeso dal Sole che ride: «Non tollero che il mio partito appoggi un governo che decide di costruire una nuova base sulla testa dei cittadini». Intorno a lui un sacco di persone uscite di casa col certificato elettorale. Domattina sciopereranno gli studenti di tutta la città.
Il caso ha voluto che le parole del presidente Prodi si siano sovrapposte con perfetta sincronia a quelle del comitato centrale della Fiom che, all’unanimità, s’è schierato con la gente di Vicenza contro un progetto di supporto alla guerra permanente e contro il ricatto occupazionale degli Usa. Niente giri di parole nemmeno per Giorgio Cremaschi: «E’ una rottura di fondo con i movimenti. Prodi cede di fronte alle pressioni poteri forti, crolla ogni qual volta parta il “Corriere della Sera”. Un film che rivedremo spesso: dalle pensioni alla Tav». «L’Italia è una colonia dove gli Usa fanno e disfano!», sbotta Tiziana Valpiana, deputata veronese del Prc che stamattina alle 11 incontrerà il sottosegretario Letta assieme ai suoi colleghi veneti: «Non si tratta così un territorio e la sua popolazione». «Se la decisione non spetta al governo centrale non c’è altra strada che un referendum popolare che dia voce alla popolazione», insiste il capogruppo al Senato del Prc, Giovanni Russo Spena, in buona compagnia dei suoi colleghi verdi, Cento e Bonelli, di Cesare Salvi, del ministro Ferrero: «Il ricorso alla democrazia è la strada maestra». Al radicale Capezzone, pasdaran di ogni referendum, stavolta sembra surreale che si pronuncino i cittadini e, surrealmente, per la prima volta in vita sua (assieme ai surrealisti della gioventù di Forza Italia) si schiera, dice lui, dalla parte dei 700 lavoratori, unici supporter della base, oggi a Roma.
A Vicenza, intanto, sotto Palazzo Trissino, sede del consiglio comunale, il cacerolazo si trasforma in rogo delle tessere elettorali. «La fiaccolata che doveva chiedere coraggio al governo s’è trasformata in una fiaccolata di sdegno», spiega a “Liberazione”, Cinzia Bottene, dell’assemblea permanente contro il Dal Molin. Antiamericanismo? «No - risponde - è solo buon senso. La mobilitazione continua. La porteremo in tutta Italia». A Roma, i gruppi parlamentari del Prc si riuniscono per fare il punto. «E’ uno schiaffo, quello di Prodi, al movimento pacifista e a buona parte della sua maggioranza - considerano Franco Turigliatto e Salvatore Cannavò, parlamentari della Sinistra critica del Prc - una decisione che svincola i parlamentari pacifisti sui temi della politica estera a partire dall’Afghanistan». «Così si concede parte del territorio italiano ai nordamericani che lo utilizzeranno per proseguire la guerra permanente», avverte Claudio Grassi, senatore Prc e portavoce di Essere comunisti.
Washington gongola, Berlusconi pure, Casini si gasa incontrando Rudolph Giuliani, Spogli, l’ambasciatore, ringrazia, dice che la nuova base migliorerà la vita. «Ma se da lì potrebbe partire un attacco all’Iran che potrebbe rispondere con una rappresaglia su Vicenza!», ribatte la senatrice Prc Lidia Menapace. Galan passa e chiude: «Tutto è bene quel che finisce bene». Ne è sicuro governatore?

Checchino Antonini ("Liberazione", mercoledì 17 gennaio)



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Io proporrei di multare tutti quei politicanti che sostengono che un Paese non va avanti se si mettono da parte Scuola Università e Ricerca!
post pubblicato in Notizie ..., il 16 gennaio 2007


Università: niente soldi, niente festa

Paola Zanca


 

studenti università
L´ultima puntata della saga delle Università in subbuglio per i tagli della Finanziaria arriva da Firenze. Martedì mattina il personale dell´ateneo toscano ha ricevuto un´insolita lettera firmata dal rettore Augusto Marinelli: «In questo particolare momento ritengo che non sia appropriato celebrare ufficialmente l´inaugurazione dell´anno accademico. Quest´anno perciò – scrive il rettore – non si svolgerà la cerimonia che tradizionalmente scandisce l´inizio delle attività universitarie. La rinuncia a programmare questo appuntamento è un gesto altamente simbolico, con il quale intendo segnalare la situazione di difficoltà e la preoccupazione per il futuro dell´Università, per mantenere alta l´attenzione e lanciare un pressante invito al Governo, perché metta in agenda al più presto i problemi dell´Università e della ricerca». Nessuno spazio per equivoci o per trovare altre motivazioni. Il nodo della questione è chiaro: non è tempo di festeggiamenti, l´Università è a lutto.

Quella di Firenze è solo l´ultima in ordine di tempo tra le soluzioni fantasiose ingegnate dagli atenei per arginare l´emorragia finanziaria. C´è chi ha già deciso di aumentare le tasse e chi invece ha pensato a provvedimenti meno impopolari, su tutti, la vendita degli immobili di proprietà degli istituti universitari. Anche a Firenze hanno ovviato così al problema delle tasche che si svuotano: «Anche quest´anno – spiega Marinelli nella lettera – il pareggio del bilancio è stato raggiunto con la previsione della vendita di beni del patrimonio. In particolare, è stata prevista la vendita della villa La Quiete delle Montalve alla Regione Toscana, sulla base di uno specifico protocollo d´intesa, che contiene anche un progetto di utilizzo congiunto dell´immobile». Ma è lo stesso rettore a precisare che «queste misure eccezionali non possono costituire una soluzione per il bilancio dell´Università».

Insomma, i rettori italiani recitano in coro che «non si può andare avanti così». E Marinelli non è l´unico ad aver preso carta e penna. Ha scelto la strada della missiva anche il rettore dell´Università di Padova, Vincenzo Milanesi, per comunicare al suo ateneo la decisione di intraprendere la strada della "disobbedienza fiscale". Ovvero, si rifiuterà «di trasferire all'erario, su disposizione del decreto Bersani-Visco, il 20% delle spese amministrative intermedie dello scorso anno».

Il tour del ministro Mussi negli atenei italiani si accompagna ormai a un sottofondo di fischi nemmeno troppo velati, e solo lunedì la visita all´Università di Pavia non ha avuto esito migliore. Dal canto suo il titolare del ministero dell´Università e della Ricerca rimette ogni decisione alla cosiddetta "fase 2": dopo Caserta, spiega Mussi, «nel decalogo di priorità del governo Università e ricerca sono risalite al primo posto e a questo seguiranno decisioni anche sul piano finanziario». E precisa: «Fare le riforme è una delle condizioni per avere i soldi. Due riforme sono urgenti: quella sulla docenza e la governance dell'Università. Significa che ci vuole una netta separazione tra docenti full-time e quelli che fanno part-time. E bisogna introdurre la terza fascia docenti-ricercatori, occorre che i docenti delle Università statali abbiano l'esclusiva. Il nostro problema – conclude il ministro – è che abbiamo il corpo docente più vecchio del mondo, ci vogliono i giovani».


"l'Unità", 16-01-07
Pubblicato il: 16.01.07
Modificato il: 16.01.07 alle ore 18.00



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Lo struzzo ha tirato fuori la testa dalla sabbia!!!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 14 gennaio 2007


13/1/2007 (19:49)
Strage nazista di Marzabotto: la scheda
  • Un'immagine della strage nazista di Marzabotto
  • Dieci condanne e sette assoluzioni. Si è concluso così davanti al Tribunale militare della Spezia il processo a 17 ex ufficiali nazisti, tutti ultraottantenni e contumaci, per l’eccidio di Monte Sole, o strage di Marzabotto come viene ricordata dal maggiore dei comuni colpiti, la sanguinaria rappresaglia eseguita dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, per far «tabula rasa» dei partigiani.

    Era il 1944: il feldmaresciallo Albert Kesselring, scoperto che a Marzabotto agiva con successo il gruppo della Stella Rossa, decise di infliggere un duro colpo all’organizzazione, che riceveva l’appoggio e la collaborazione di numerosi civili. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così drammatiche come quella di quell’autunno di fine guerra. Capo dell’operazione fu nominato Walter Reder, il cosiddetto ’moncò per aver perso un bracciosul fronte, capo del 16a battaglione Ss della 16,Ss-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division ’Reichsfuhrer SS’, già noto per la strage di S. Anna e sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss.

    La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia Ss che soldati della Wermacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. Quindi, presero ad assalire e razziare le abitazioni, le cascine, le scuole, facendo terra bruciata di tutto ciò che incontravano sul cammino.

    Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa, raccogliendosi in preghiera. Ma i tedeschi fecero irruzione, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il prete, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, nascoste nel cimitero, furono mitragliate: 147 vittime,tra le quali 50 bambini. Fu solo l’inizio della strage .

    Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. Dopo sei giorni di rastrellamenti e violenze il bilancio delle vittime era cresciuto spaventosamente: 770 morti. Al termine della guerra Walter Reder fu processato e nel 1951 condannato all’ergastolo, ma in seguito graziato su intercessione del governo austriaco.

    Nel 2002 le indagini sulla strage di Marzabotto furono inaspettatamente riaperte: si scoprì che ex ufficiali e sottufficialidelle Ss che avevano preso parte all’eccidio erano ancora vivi. Tra essi, il sergente Albert Meier, 79 anni, di Essen, il sergente Albert Piepenschneider, 78 anni, di Braunschweig, il caporale Franz Stockinger, di Mauth/Heinrichsbrunn. I tre sottoufficiali furono individuati e intervistati dalla televisione pubblica Ard, ma almeno due dichiararono di non ricordare nulla. Sia la procura militare dellaSpezia che quella tedesca di Ludwigsburg aprirono dei fascicoli d’inchiesta.
    "La Stampa", 14-01-07



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    Umberto Galimberti: "evitare che l'intelligenza si sviluppi disancorata dal sentimento "
    post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 gennaio 2007


    IL COMMENTO/

    Quando l'odio
    è senza controllo

    di UMBERTO GALIMBERTI


    PERCHE' ci spaventa la strage di Erba, dove una coppia di vicini uccide una madre, il suo bambino, la nonna e la signora della porta accanto? Lo spettacolo è truce, ma forse quel che più ci angoscia non è tanto la sua truculenza, quanto sapere se noi siamo del tutto immuni dai moti d'animo che hanno provocato questa tragedia.

    Del tutto immuni no. E il nostro linguaggio lo rivela quando si abbandona a espressioni che, senza freni, tradiscono i nostri vissuti carichi di odio. Ma dal linguaggio solitamente non passiamo all'azione. A fermarci non è tanto l'uso della ragione, già messa fuori gioco dall'odio, ma quella "dimensione sentimentale" che registra la differenza tra il bene e il male, tra la gravità di un'azione e la sua irrilevanza.

    Questa dimensione antecede persino i sentimenti d'amore e odio con cui conduciamo la nostra vita emotiva. Ed è grazie a essa che impediamo al nostro amore di soffocare e al nostro odio di uccidere. Ma quando questa dimensione non c'è? Quando nessuna risonanza emotiva avverte il nostro cuore della differenza tra un gesto innocuo e un gesto truce?

    Allora siamo alla "psicopatia". Un termine coniato dalla psichiatria dell'800 per designare una psiche apatica, incapace di registrare, a livello emotivo, la differenza tra ciò che è consentito e ciò che è aberrante, tra un'azione senza conseguenze e un'azione irreparabile. Una psiche priva di quella risonanza emotiva che ciascuno di noi registra quando compie un'azione, dice o ascolta una parola.

    E sì, perché la psiche non è una dote naturale che uno possiede per il solo fatto d'esser nato e cresciuto. La psiche è qualcosa che si forma attraverso quel veicolo, così spesso trascurato, che è il sentimento. Ora capita spesso che ai bambini insegniamo a mangiare, a dormire, a parlare. Ammiriamo i loro sprazzi di intelligenza, le loro intuizioni, ma poco ci curiamo della qualità del sentimento che in loro si forma e talvolta, a nostra insaputa, non si forma.

    Il sentimento è l'organo che ci consente di distinguere cos'è bene e cos'è male, per cui Kant arriva a dire che è inutile definire cos'è buono e cos'è cattivo, perché ognuno lo "sente" naturalmente da sé. Questo criterio, che valeva al tempo di Kant, oggi vale molto meno. E la ragione va cercata nel fatto che i bambini di oggi sono sottoposti a troppi stimoli che la loro psiche infantile non è in grado di elaborare. Stimoli scolastici, stimoli televisivi, processi accelerati di adultismo, mille attività in cui sono impegnati, eserciti di baby-sitter a cui sono affidati, in un deserto di comunicazione dove passano solo ordini, insofferenza, poco ascolto, scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando.

    Quando gli stimoli sono eccessivi rispetto alla capacità di elaborarli al bambino restano solo due possibilità: o "andare in angoscia", o "appiattire la propria psiche" in modo che gli stimoli non abbiano più alcuna risonanza. In questo secondo caso siamo alla psicopatia, all'apatia della psiche che più non elabora e più non evolve, perché più non "sente".

    L'appiattimento del sentimento di solito non è avvertito, perché l'intelligenza non subisce per questo alcun ritardo. Anzi, si sviluppa con una lucidità impressionante, perché non è turbata da interferenze emotive, come tutti noi possiamo constatare, quando di fronte a una prova, come un esame, le nostre prestazioni sono sempre inferiori alla nostra preparazione, per interferenza dell'emozione.

    Nessuna meraviglia quindi di fronte alla freddezza e alla lucidità con cui la coppia di Erba conduce, per un mese, la sua vita normale come se nulla fosse accaduto, senza lasciar trapelare emozioni. Nessun stupore di fronte all'indifferenza al momento dell'arresto e di fronte all'ostinazione con cui, per un paio di giorni, i due sostengono il loro alibi, crollando solo dopo 10 ore d'interrogatorio, quando ormai anche le forze fisiche cedono.

    La complicità nell'esecuzione della strage accomuna marito e moglie in una "follia a due", come la psichiatria francese definisce casi di questo genere. Accomunati dall'odio per i vicini di casa, dopo la strage i due si accomunano nell'amore reciproco, con un legame che il sangue versato rende saldissimo, nella vicendevole difesa di un vincolo di solidarietà che nulla riesce a scalfire, perché la loro psiche è piatta, non registra né pentimenti né ripensamenti. Solo alla fine, per sfinimento, una fredda confessione, senza manifestare il minimo senso di colpa, come se il loro cuore non fosse mai stato sfiorato da quel "sentimento di base" che sa distinguere immediatamente, e prima dell'intervento della ragione, cos'è bene e cos'è male.

    Quando i giudici, appurate le prove, condannano tali imputati, sono soliti appurare la loro facoltà di "intendere" e "volere" che ovviamente funziona benissimo. Bisognerebbe però anche valutare la loro capacità di "sentire". E qui si scoprirebbe la radice di certe condotte che risultano aberranti a noi tutti che viviamo sostenuti dal nostro sentimento, ma che non acquistano alcuna rilevanza per chi il sentimento non l'ha mai conosciuto, perché a suo tempo non è stato raccolto, ascoltato, coltivato.

    Gli psicopatici sono un caso limite dell'umano, ma la psicopatia come tonalità dell'anima a bassa emotività e a scarso sentimento è qualcosa che si va diffondendo tra i giovani d'oggi che, nella loro crescita, acquisiscono valori d'intelligenza, prestazione, efficienza, arrivismo, quando non addirittura cinismo, nel silenzio del cuore. E quando il cuore tace e più non registra le cadenze del sentimento, il terribile è già accaduto anche se non approda a una strage.

    Illustrare questi casi è opportuno, non per sollecitare la nostra curiosità morbosa, ma per capire dove può arrivare la nostra condotta quando non è accompagnata dal sentimento, e quindi richiamare l'attenzione sui processi di crescita dei nostri figli, onde evitare che l'intelligenza si sviluppi disancorata dal sentimento e diventi intelligenza lucida, fredda, cinica, e potenzialmente distruttiva.

    ("la Repubblica", 12 gennaio 2007)




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    Equità sociale e innovazione? Ma, allora, si comincia a ragionare per davvero!
    post pubblicato in Notizie ..., il 12 gennaio 2007


    Se Ds e Prc si “capiscono” l’Unione è più forte e più di sinistra
    red

    Sembra di capire che l’incontro fra il segretario dei Ds Piero Fassino e Franco Giordano sia stato piuttosto importante. E abbia cambiato un po’ lo scenario dentro il quale si terrà - a partire da oggi - il vertice dell’Unione a Caserta. Ha rasserenato il clima e ha posto le basi per una soluzione unitaria. Tutto questo per varie ragioni. La prima è che l’intesa tra Ds e Rifondazione - che sembravano le due componenti più conflittuali della coalizione in materia di politica economica - modifica oggettivamente tutto il panorama, dando molta più forza alla sinistra all’interno dell’Unione. Nei mesi scorsi i Ds avevano dato l’impressione di volere assumere una collocazione “centrista” all’interno del centrosinistra, entrando in competizione con la Margherita sugli obiettivi più moderati - diciamo così: liberali - e combattendo per una marginalizzazione di Rifondazione, e dunque dell’anima più radciale e più sociale dell’Unione. Questa scelta aveva due conseguenze: la prima era un indebolimento della sinistra, all’interno dell’alleanza di centrosinistra; per la semplice ragione che lo scontro tra i due partiti con più forti radici di sinistra dava molto spazio alla componente liberale e a quella cristiano-moderata. La seconda conseguenza era quella dell’instabilità. La contrapposizione tra la richiesta ds di privilegiare politiche liberali e quella del Prc di privilegiare politiche socialiste, era diventata una minaccia alla definizione di una politica economica forte, e quindi a una visione della società davvero riformatrice, di trasformazione.
    Il secondo motivo - quello essenziale - per il quale l’incontro e l’accordo tra Fassino e Giordano sblocca l’impasse, è più direttamente legato alle scelte alle quali l’Unione è chiamata. Se avete letto il comunicato diffuso alla fine della riunione, si parla di due obiettivi: equità sociale e innovazione. C’è una bella differenza con i tanti discorsi sulla fase - due che erano stati il ritornello di queste ultime settimane di schermaglie politiche. Se i ds e il Prc si presentano a Caserta su questa liena, tutto diventa più semplice, l’asse dell’Unione oggettivamente si colloca su una posizione più naturale e più di sinistra, e il governo viene messo in grado di avviare una politica seria sul piano sociale. Con lo scopo di affrontare la questione salariale, di migliorare il regime delle pensioni, di allargare i diritti del lavoro, di combattere la precarietà.
    La discussione sul vertice di Caserta si era avviata giorni fa col caso Rossi. Cioè con lo strappo dell’economista ex-ds che accusava il suo partito di essere scarsamente liberale. L’incontro di ieri sembra avere chiuso il caso Rossi, con la scelta, da parte di Fassino, di rinunciare alla rincorsa a destra. Rossi è un po’ più lontano dal cuore dei ds e, forse, Rifondazione è più vicina. E’ chiaro che lo stato di salute dell’Unione, in queste condizioni migliora.

    "Liberazione", 11 gennaio 2007




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    Anche Piero Sansonetti dà i ... numeri!!!
    post pubblicato in Notizie ..., il 11 gennaio 2007


    Lo capiranno i nostri riformisti?

    Piero Sansonetti

    L’eroe muscoloso, il simbolo della destra americana - sicuro anticomunista, sicuro liberale - Arnold Schwarzenegger, è giunto - dopo cinque anni di governo della California, che è il regno della modernità capitalistica - ad una conclusione semplice: non è vero che il mercato può decidere tutto; ci sono alcune questioni che riguardano le relazioni tra gli uomini - questioni fondamentali di civiltà - che vanno risolte con una politica dei diritti e non con una politica dei profitti. Perché se tutto viene affidato al mercato, non solo ci si scontra con i principi “egualitari” della sinistra, ma si va contro le leggi fondamentali della politica: cioè le compatibilità di un governo democratico della comunità.
    Non è che Schwarzenegger è diventato un progressista. Resta quel signore lì, un po’ poliziesco, buffo, molto conservatore che è sempre stato, e che ne ha fatto una delle stelle del partito repubblicano, cioè della destra americana. Semplicemente Schwarzenegger ha fatto i conti con la politica vera, concreta, e con i suoi compiti di governo, e si è reso conto che per fare politica - e non pura amministrazione, o business, o spettacolo - occorre fissare una griglia essenziale di diritti e trovare i mezzi per rispettarli e imporli. E tra questi diritti c’è il diritto ad essere curati. La forza della riforma sanitaria che ha proposto Schwarzenegger alla California sta nel rovesciamento dei vecchi principi del welfare americano. Il welfare, in America, si è sempre basato su principi di assistenza e di beneficenza: “Se sei povero ti aiuto”. Qual è la differenza con il welfare europeo? Che in Europa il welfare (il migliore come il peggiore) si basa, appunto, sul riconoscimento di un certo numero di diritti: alla sanità, all’istruzione di base, eccetera eccetera. Recentemente Chirac (oddio: di nuovo un esponente della destra...) ha dichiarato che la Francia deve impegnarsi a riconoscere la casa come diritto universale.
    Schwarzenegger, riconoscendo il diritto alla salute - dodici anni dopo il disperato e fallito tentativo di Hillary Clinton del 1994, che costò al marito una barca di voti - rovescia alcune delle idee di fondo del liberismo. Lui ha detto: non dobbiamo discutere se sia possibile o no estendere a tutti l’assistenza sanitaria (compresi i “perfidi” immigrati clandestini); dobbiamo discutere come fare questo, cioè dove trovare le risorse, i soldi. Non vi sembra un ragionamento interessante, specie se viene da destra? La destra ha sempre detto: prima si cercano le risorse e poi si valuta la politica sociale. Qui è il contrario: la ricerca delle risorse diventa una subordinata dei diritti. Lo stesso mercato accetta di farsi subordinare a un interesse superiore sul quale non ha nessun controllo.
    Siccome mi sembra che questo concetto - curiosamente - sia un po’ ostico a una parte del nuovo riformismo italiano, il quale da un po’ di tempo ha assunto i parametri della destra anni-ottanta, e cioè l’idea che la politica sociale e dei diritti sia una subordinata del mercato, allora mi viene da rivolgermi proprio a questi riformisti, un po’ impudentemente, per consigliar loro - Dio mi perdoni - di dar retta a Schwarzenegger... Soprattutto in vista dell’ormai imminentissimo vertice di Caserta. Sarebbe suicida se proprio ora che ogni persona ragionevole si accorge che il liberismo è inservibile, e proprio ora che la destra stessa capisce che deve rivedere la sua religione di santificazione del mercato, sarebbe suicida se la sinistra non trovasse il coraggio per dare uno strappo, per far prevalere la propria “visione”, e candidarsi - da posizioni forti, radicali - alla guida di questa fase di superamento dell’ideologia del profitto.

    "Liberazione", 10 gennaio 2007



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    Body mass index nella scheda di valutazione degli USA
    post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 9 gennaio 2007


    In America si sperimenta, fra le proteste, la valutazione
    della massa corporea. Nelle nostre scuole campagne educative

    Stati Uniti, l'obesità finisce in pagella
    Ma gli esperti italiani frenano

    Nel nostro paese: "Punire gli studenti è inutile e dannoso"
    di ALESSANDRA RETICO


    <B>Stati Uniti, l'obesità finisce in pagella  <br>Ma gli esperti italiani frenano</B>

    ROMA - In matematica 6, in inglese 8 e in indice di massa corporea 80esimo percentile. Con una pagella così non è chiaro come andrà a finire: tutti a mangiare una pizza per festeggiare la promozione o ci si attacca al telefono per cercare un buon professore per le ripetizioni di anatomia, alimentazione o quel che significa quell'80esimo lì.

    Alcuni bambini americani, le loro famiglie, in questa confusione sono caduti da quando insieme ai voti classici nelle varie materie di studio si ritrovano nella scheda di valutazione BMI (il body mass index), un numero che esprime l'indice di massa corporea e cioè se si è grassi, magri o nella norma. Un voto ai chili insomma. Che è una delle misure che dall'amministrazione centrale Usa a quelle locali sono state prese per combattere l'obesità, ormai definita epidemia da quelle parti visto che le percentuali di sovrappeso e obesi oltreoceano si aggirano sul 67%, di cui 9 milioni sono ragazzini.

    Karlin Dunbar, 6 anni, l'ha preso proprio male quel voto che non capisce. Non sa che i bambini come lei che ottengono tra 5 e 85esimo percentile sono supernormali. Ma a scanso di equivoci ha smesso di mangiare. "È impaurita, crede che la maestra la stia sgridando perché è grassa" ha raccontato sua madre Georgeanna al New York Times. "Non mi stupisce la reazione" commenta la psicologa Tilde Giano Gallino. "Le paure nei bambini sono un po' sempre le stesse, dai fantasmi alla non accettazione. Il problema è la responsabilità degli adulti e delle scuole sulla nascita nei bambini di un comportamento alimentare corretto.

    La pagella con l'Bmi? Direi che andrebbe spiegato: in molte scuole anche materne italiane ci sono già da tempo campagne di educazione al cibo dove vengono coinvolti genitori e insegnanti".

    In Pennsylvania dove Karlin fa le elementari invece è arrivato il voto di stato. Con le conseguenti polemiche di esperti pro e contro, con le non marginali piccole o grandi depressioni dei piccoli alunni. Nella scuola di Karlin, la Southern Tioga School District, c'è una curiosa politica: a merenda servono torte stracaloriche, pizza e coca cola e ginnastica si fa solo per metà dell'anno; però poi mandano a casa la pagella corporea. Un numero e basta, senza spiegazioni, senza regole o suggerimenti alle famiglie a un'educazione alimentare.

    Amanti dei numeri come tutti gli americani, gli amministratori del distretto si sono spaventati per quelli di un report sulla popolazione scolastica locale che risale al 2003-4: il 34 per centro degli studenti è sovrappeso o a rischio. Dunque giù punizioni con il Bmi. "Che è un indice astratto e senza alcuna base scientifica" spiega il nutrizionista Eugenio Del Toma. "Inventato dalle compagnie di assicurazioni statunitensi, è stato importato nel grande business delle diete".

    In Italia siamo considerati anche dalle statistiche tra i più longilinei al mondo, però le nuove generazioni meno: se un adulto su 3 è in sovrappeso (33,4 %) e il 9,1% obeso, il 13% dei bambini e degli adolescenti sono proprio obesi. E non è tanto per colpa della merendina globale che è meno cibo spazzatura di qualche anno fa o perché in calorie superi il pane e salame di altre epoche, "ma perché è l'intero contesto sociale che è degradato - aggiunge Del Toma - : i ragazzi non mangiano di più o peggio, ma si muovono di meno".

    Perché le città sono meno "giocabili", prima si stava nei cortili e nelle piazze con un pallone per ore, adesso dove stanno gli spazi e poi c'è la tv e la playstation. Negli Usa le case automobilistiche sono state costrette a fare seggiolini extralarge, le corporation degli hamburger e delle soda a venire a patti con il governo visti i costi sanitari dell'obesità: 117 miliardi di dollari all'anno. Ora arriva la pagella, meglio il terrore prima che le spese dopo. Eppure basterebbe mandarli a piedi a scuola i bambini piuttosto che scaricarli in aula direttamente dal Suv. Una bella passeggiata fa bene al corpo e alle testa di più.

    ("la Repubblica", 9 gennaio 2007)




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    il 6 gennaio 1907 la prima "Casa dei Bambini"
    post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 8 gennaio 2007


    Il 6 gennaio del 1907 nasceva la prima "Casa dei Bambini" nel quartiere
    San Lorenzo della capitale. Con un metodo che si è diffuso in tutto il mondo

    Cento anni fa il primo
    asilo Montessori

    Roma ricorda
    la grande pedagogista


    <B>Cento anni fa il primo asilo Montessori<br>Roma ricorda la grande pedagogista</B>

    ROMA - Maria Montessori non era una donna comune. Quando fondò la prima "Casa dei bambini" era già nota per essere una delle prime donne laureate in medicina in Italia, per le sue lotte femministe e per il suo impegno sociale e scientifico a favore dei bambini disabili. Oggi ricorre il centesimo anniversario proprio di quella prima scuola che la pedagogista creò nella capitale, nel quartiere di San Lorenzo. E Roma celebra l'evento con una convention internazionale di due giorni in corso all'Auditorium, che raduna montessoriani di tutto il mondo. Perché i metodi della Montessori furono fermamente combattuti sia dal regime fascista che da quello nazista, costringendola all'espatrio e aiutandola così a diffondere anche all'estero le sue teorie innovative.

    "La scuola italiana ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Maria Montessori, esemplare figura di educatore che ha precorso i tempi ed ha avuto il coraggio di avviare un progetto pedagogico innovativo, basato sulla centralità dell'alunno e sull'idea del bambino come persona completa". Così la ricorda il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni nell'anniversario della prima "Casa" sottolineando come il principio ispiratore, e la grande novità, delle sue teorie fu quello di "conoscere e valorizzare gli spontanei interessi del bambino come leve prioritarie per il suo apprendimento".


    Due volte candidata al premio Nobel per la pace, Maria Montessori nacque a nacque a Chiaravalle (Ancona) il 31 agosto 1870. Trascorse infanzia e giovinezza a Roma dove decise d'intraprendere studi scientifici per diventare ingegnere. Ma questa strada era preclusa alle donne. Le fu però concesso di iscriversi alla facoltà di Medicina e chirurgia dove si laureò nel 1896 con una tesi in psichiatria, diventando assistente della cattedra universitaria di medicina. Intorno al 1900 cominciò un lavoro di ricerca presso il manicomio romano di S. Maria della Pietà dove, tra gli adulti malati di mente, si trovavano bambini con difficoltà o con turbe del comportamento.

    Erano rinchiusi e trattati alla pari degli altri, in stato di grave abbandono affettivo. Generosa ed energica, Montessori decise di dedicarsi al loro recupero e ottenne, con l'aiuto di materiali adatti, risultati inaspettati. Con calore si battè per i loro diritti nei congressi di quegli anni e al tempo stesso cominciò a studiare i bambini normali, per i quali il 6 gennaio 1907 aprì appunto la prima "Casa dei Bambini" creando una scuola armoniosa e a misura del fanciullo, anche nell'arredamento - con i piccoli banchi bianchi fra pareti colorate, librerie e lavandini ad altezza di bambino - e introducendo nuovi materiali di sviluppo. Nel 1924 fondò l'Opera Nazionale Montessori per l'attuazione e la tutela del metodo ma nel 1936, ostile al regime fascista che tentò di farne uno strumento di propaganda politica, lasciò l'Italia per seguire lo sviluppo delle scuole montessoriane in diverse parti del mondo, in particolare negli Stati Uniti.

    Al rientro in patria, nel 1947, la Montessori si preoccupò innanzi tutto di ricostruire l'Opera. Nel 1952 morì in Olanda, a Noordwijk, dove si era ritirata. E sempre in Olanda, 14 anni fa, morì il suo unico figlio Mario. Se infatti molti ricordano il suo volto stampato sulle vecchie mille lire, quando sostituì l'immagine di Marco Polo e dove rimase fino all'avvento dell'euro, pochi sanno che la Montessori ebbe una relazione con un suo giovane assistente di psichiatria all'università, Giuseppe Montesano, da cui nacque un bambino che la pedagogista fu costretta a dare in affido per evitare lo scandalo. Alla sua storia, le sue ricerche scientifiche, è ispirata una miniserie in onda nei prossimi mesi su Mediaset dove la parte della pedagogista è interpretata da Paola Cortellesi.

    ("la repubblica", 6 gennaio 2007)

    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

    Una ricerca compiuta da due studiose dell'università della Virginia lo conferma
    A confronto studenti di 5 e 12 anni appartenenti a scuole diverse

    'Science' promuove il metodo Montessori
    "Studenti più creativi, abili e corretti"


    <B>'Science' promuove il metodo Montessori<br>"Studenti più creativi, abili e corretti" </B>

    Due alunni di una scuola Montessori

    Sono più preparati, più creativi e hanno un maggiore senso di correttezza e di giustizia. Merito del metodo Montessori. Secondo uno studio americano, pubblicato sulla rivista "Science" e realizzato dalle ricercatrici dell'università della Virginia, Angeline Lillard e Nicole Else-Quest, gli alunni delle scuole che seguono i precetti della studiosa Maria Montessori hanno una marcia in più.

    Il metodo Montessori. Basato sul principio della libertà dell'allievo e sulla collaborazione, il metodo Montessori utilizza uno speciale materiale didattico di riferimento, per consentire la migliore educazione sensoriale e motoria del bambino. Applicato per la prima volta a Roma proprio un secolo fa, in una scuola del quartiere San Lorenzo, la sua popolarità è cresciuta notevolmente, tanto da essere utilizzato con ampio consenso anche all'estero. Oggi negli Stati Uniti più di tremila scuole, tra cui 300 publiche, utilizzano il programma Montessori. In Italia sono più di 250.

    Obiettivi e criteri della ricerca. Le studiose americane hanno voluto confrontare questo metodo con quelli utilizzati nelle scuole che non lo applicano, per vedere il diverso impatto sulla formazione degli alunni. Lo studio è stato condotto prendendo in considerazione due gruppi di bambini, il primo formato da piccoli di 5 anni, il secondo da bambini di 12. Tutti provenienti da ambienti sociali omogenei. Di ogni gruppo facevano parte sia alunni di una scuola Montessori di Milwaukee, nel Wisconsin, sia studenti con un diverso tipo di formazione. In particolare del gruppo di bambini di 5 anni facevano parte 25 alunni di scuole diverse dalla Montessori (gruppo di controllo) e 30 da essa provenienti. Del secondo, su 57 bambini, 28 frequentavano scuole del gruppo di controllo. Ai bambini di ogni gruppo sono stati somministrati test volti ad individuare sia le capacità teorico cognitive sia quelle sociali e comportamentali.


    I risultati. Gli alunni della Montessori sono risultati "vincenti" sulle prove cognitive basate su tre dei WJ tests, ovvero Woodcock Johnson tests, considerati dagli studiosi uno dei principali strumenti per individuare eventuali difficoltà di apprendimento. Si trattava di dimostrare la propria abilità matematica, di decodificazione e nell'individuare lettere e parole. Nessuna differenza è emersa per il vocabulary test. Per quel che riguarda le prove sociali e di comportamento i bambini della Montessori hanno dimostrato un maggiore senso di correttezza e di giustizia e una spiccata preferenza per i giochi paritari e pacifici, mostrandosi poco interessati ai giochi violenti.

    Per i ragazzi di 12 anni la prova teorico-cognitiva consisteva nel completare una storia già iniziata. Gli studenti della Montessori sono risultati molto più creativi degli altri, usando strutture semantiche più corrette e armoniose. Gli elaborati sono risultati invece simili tra i due gruppi di studenti dal punto di vista dell'ortografia e della punteggiatura, cosa che ha sorpreso le studiose americane.
    La prova sociale e di comportamento consisteva invece nel leggere sei storie con problematiche quotidiane, come ad esempio non essere stati invitati a una festa, dovendo poi scegliere una tra quattro soluzioni possibili. Anche in questo caso, come per i bambini di 5 anni, gli studenti della Montessori hanno dato risposte che dimostravano una maggiore postività negli atteggiamenti e un più spiccato senso comunitario. Molti hanno scelto infatti di manifestare apertamente il proprio sentimento di dispiacere per non essere stati invitati.

    Vantaggi del metodo Montessori. Sulla base dell'analisi svolta, le ricercatrici considerano il metodo Montessori in grado di favorire abilità teorico e comportamentali superiori rispetto ai programmi applicati nelle altre scuole. In generale dalla fine dell'asilo fino ai dodici anni tutti i montessoriani presi in esame hanno dimostrato maggiore abilità sia nelle prove logico-matematiche sia negli esercizi di reading. Il tutto associato a una maggiore positività e cratività nell'affrontare i problemi pratici. In particolare si sono mostrati maggiormante preoccupati e predisposti a mettere in pratica sentimenti di giustizia e corretezza.

    ("la repubblica", 28 settembre 2006




    permalink | inviato da il 8/1/2007 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
    Riceviamo da Alessandra Siragusa! Andiamo a sentire cosa ha da proporre?
    post pubblicato in Riceviamo da ..., il 8 gennaio 2007


    ----- Original Message -----
    From: Alessandra
    To:
    Sent: Sunday, January 07, 2007 10:14 PM
    Subject: assemblea con preghiera di diffusione

    Domenica 14 alle 10,30
    al cinema Metropolitan
    ci sarà la manifestazione inaugurale
    della mia campagna elettorale delle primarie. Sarà l'occasione per parlare della nostra città e di quello che vogliamo.
    E' molto molto importante essere in tanti.
    Vi prego di passare parola ad amici ed amiche
    un abbraccio
    Alessandra Siragusa
     



    permalink | inviato da il 8/1/2007 alle 0:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    CAOS CONTABILE NELLA C R O C E R O S S A!!!
    post pubblicato in Notizie ..., il 7 gennaio 2007


    Dopo i berluscones , conti in rosso per la Croce Rossa

    Fabio Amato


     croce rossa, scelli
    «Prassi illegittime», «equilibrio finanziario insussistente». Luogo di «deresponsabilizzazione diffusa». Questa è la Croce rossa scorrendo le 72 pagine di relazione ispettiva dedicata dal ministero delle Finanze agli anni della gestione Scelli. Oppure, per dirla con il presidente Massimo Barra, che quella situazione ha trovato in eredità dalla fine del 2005, un animale «con la coda di elefante, la testa di cigno e i piedi di giraffa». Un mostro, insomma, con un bilancio da 500 milioni di euro da «moralizzare».

    CAOS CONTABILE Senza mezzi termini il relatore, dottor Mario Guida, descrive la «radicale illegittimità degli atti adottati in un triennio da parte dei responsabili dell´ente» e la loro «pervicace volontà di trascurare ogni intralcio formale». Così il fondo accessorio per i lavoratori viene bloccato a metà 2006, perché i soldi sono stanziati con conteggi grossolani e prelevati dai capitoli di spesa sbagliati. Allo stesso modo arranca la riscossione dei crediti - per milioni di euro - dalle Asl e dal ministero degli Esteri, che ancora deve approvare spese già sostenute dall´ente a Baghdad.

    Al contrario non sembra esserci giallo dietro i 14 milioni di euro anticipati dalla Difesa per la missione a Nassiriya. Molte le illazioni che li vogliono usati per i riscatti dei connazionali rapiti, ma per il presidente è «impossibile. La Croce rossa - replica - ha una cassa unica. Non si possono prendere 14 milioni senza seminare tracce in tutti i passaggi necessari». Comunque sia, per la relazione quei soldi, avanzati e mai chiesti indietro dal ministero, sono finiti nella cassa dell'ente e spesi - discutibilmente - per altro rispetto alla missione.

    SPESE INUTILI Oggi - dice il presidente - «la Croce rossa deve dare l´esempio di una gestione austera», e Barra per primo si è privato di tutte le consulenze, a causa di una eredità di bilancio «difficile» persino nella pratica. Nel 2004, infatti, la Croce rossa decide di esternalizzarne la gestione, ma 199 comitati continuano a far di conto in autonomia, interpretando alla lettera la nota del comitato centrale che «invita» a dotarsi dei servizi di Infocamere Srl. Questa riceve ugualmente 5,1 milioni di euro, contro i 2,7 stimati per il lavoro effettivamente svolto.

    INTERNET E FLOTTA Allo stesso modo naufragano i contratti - 22 milioni - per il sistema informatico, firmati «senza alcuna effettiva copertura di bilancio». E sempre nel 2004 arriva il progetto «Flotta moderna» per mettere ordine tra i 9.500 mezzi dell´ente. La società che ha fornito le consulenze - fondata tre mesi prima del varo del progetto - vanta ancora crediti per 185mila euro senza che agli atti risulti mandato per la sua opera. E i problemi con le macchine continuano. Negli ultimi due anni - in violazione delle leggi sulla riduzione delle spese per vetture di servizio - il comitato centrale ha acquistato auto, anche «di lusso», mentre il 48% delle ambulanze ha più di vent´anni e 250mila chilometri percorsi.

    SISE Fondata nel 1998, la Siciliana Servizi Emergenza gestisce il servizio di 118 della regione. Il suo capitale sociale - 103mila euro - è in mano al comitato Cri siciliano, anche se per errore risulta intestato ad un sottocomitato della provincia di Cuneo. Ha dato lavoro a circa 3.360 dipendenti «assunti senza procedura selettiva» - 2.420 dei quali a ridosso delle elezioni regionali - cioè il doppio dei 1.650 complessivi della stessa Croce rossa, e solo per il 2006 ha avuto dalla Regione 76 milioni di euro per la convenzione. Ciascuna delle 160 ambulanze prese a noleggio per cinque anni, unico caso nel vasto orizzonte della Croce rossa, alla fine sarà costata 100mila euro.

    Acquistarla, rileva la relazione, ne costerebbe 50mila. Quel che più conta però, è che la Sise è una Spa, cioè una macchina economica, a tutti gli effetti creata da un ente che per statuto dovrebbe essere «disinteressato«. Ad oggi due interrogazioni parlamentari - Verdi e Rifondazione comunista - hanno chiesto chiarimenti sull'ente e sui rischi di «privatizzazione» di una attività pubblica, che - parole di Emilio Pomo, presidente delle Pubbliche assistenze siciliane - è «la morte del volontariato». Nel frattempo la Sise ha ottenuto la convenzione anche per l'anno prossimo e nel 2005 ha fondato una seconda società, la Sissa Srl, con cui approntare altri servizi socio-sanitari. «Io non avrei fatto una Spa - dice Barra - ma distinguiamo il merito dal metodo: c'è un servizio che prima non c'era, che si occupa del malato e ha dato lavoro».

    Tuttavia, mentre alla Sise lavorano, i più infuriati sono proprio i dipendenti della Croce rossa. Soprattutto i 2.400 precari che da mesi chiedono di essere stabilizzati e protestano. Molti di loro rischiano il posto, se al 31 dicembre le convenzioni dell'ente non saranno rinnovate. Altrove invece si replica il caso siciliano. A Venezia, per esempio, dove il comitato provinciale figura nel capitale della Trasporti Sanità Spa.

    da "l'Unità"
    Pubblicato il: 07.01.07
    Modificato il: 07.01.07 alle ore 12.43



    permalink | inviato da il 7/1/2007 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    Pure la Befana è ... senza idee!!!
    post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 6 gennaio 2007


    "La Sicilia", Gennaio 2007



    NOTIZIE SU ... La Befana, tratte da "La Stampa", 6-1-07

     
    GIUSEPPE CASSIERI
    Indagine antropologica sulla buona vecchietta: dietro c’è il mito arcano della strega.
    DOSSIER Festività



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    2005: dal 2 Gennaio al ... 2 Gennaio 2007 (pagg.22)
    post pubblicato in Caro papà, ..., il 5 gennaio 2007


    Caro papà,

    no … non Ti ho scordato, ma … Tu, come se avessi ascoltato e ... compreso, hai voluto che io trovassi, tra le altre, anche un Tuo Quaderno di Appunti e … lì ho letto, come prima tra tutte, una citazione tratta da George Bernard Shaw che vado a riportare.

    Anzi, sai che Ti dico, papà, d’ora in poi … andrò a ricopiare quanto Tu, nelle Tue pause d’ “otium”, andavi  via via annotando …

    Grazie, papà, d’esser sempre presente …

                                                                         Ignazio

    Palermo, 2 Gennaio 2007


    Sebbene al giorno d’oggi tutti sembrino conoscere l’x y z di tutte le cose, nessuno conosce l’a b c di nessuna cosa” (G.B.Shaw)




    permalink | inviato da il 5/1/2007 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
    L'eredità lasciata dalla Moratti ... a Mussi! Cosa ci attende? Vedremo!!!
    post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 4 gennaio 2007


    Lauree on line, affare anche per docenti pubblici

    R A S S E G N A   W E B
     
    Gli articoli di Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere della Sera il 29 e 31 dicembre scorsi sottolineano la massiccia presenza di docenti pubblici nelle università telematiche. Mussi promette di cambiare le regole
       
     
    Corriere della Sera
    del 31 dicembre 2006
     
    GLI SPRECHI DEGLI ATENEI. GLI ATENEI ON-LINE
    I docenti pubblici e l’ affare delle lauree online
    Undici le università su Internet e dietro l’ ultima nata si nasconde il Cepu
    Slogan ingannevoli e denunce. Ma il boom conquista i professori celebri


    «Dottor Figus, lei dove ha studiato?». «Al Cepu». «Chiaro! Come mai non si sveglia, il paziente?» La scenetta di Tel chi el telùn era solo una delle tante in cui Aldo, Giovanni e Giacomo hanno scherzato per anni sul più famoso centro che «aiuta» gli studenti a studiare. Anche nell’ultimo film dei tre, Anplagghed, i protagonisti sono «un robot, un terrone e un ingegnere positronico laureato al Cepu». Un gioco: non ci si laureava, lì. Fino a ieri, però: dietro una delle 11 università telematiche autorizzate da Letizia Moratti, alcune un attimo prima di lasciare il ministero, c’è infatti (sorpresa!) anche una creatura clonata dalla società diventata celebre grazie a un martellante spot con Alex Del Piero. Che tra poco, se il ministro Fabio Mussi non si metterà di traverso, potrà finalmente far tutto in casa: lauree comprese. Capiamoci: non è che il Cepu sia il primo centro del genere a portare a compimento il «ciclo produttivo». L’aveva già fatto «Universitalia», che campeggia su Internet e sui giornali con slogan che ricordano i «sette chili in sette giorni». Questo diceva infatti uno spot: «Dieci esami in dieci mesi!» Poi corretto (massì, abbondiamo) in un trionfante: «Undici esami in dieci mesi!». Per essere ancora più «gajarda», la home-page del sito mostra anzi una bella ragazza che impugna bellicosamente i guantoni e colpisce con un sinistro la scritta: «Esami, usa il metodo forte». Il tutto in linea con uno dei protagonisti, Stefano Bandecchi, ex paracadutista, amministratore unico della Edizioni Winner che della Universitalia è azionista al 50%.
     
    Metodi forti, metodi spicci. Basti ricordare che poche settimane fa Sara Nardi, una dei responsabili dell’istituto, è stata rinviata a giudizio dal pm romano Giuseppe Corasaniti per aver ingannato una ragazza con la proposta contrattuale «soddisfatto o rimborsato». Seccante. Come seccante fu il coinvolgimento due anni fa nell’inchiesta della procura di Verona su un giro di "diplomi facili", di Alfredo Pizzoli, oggi amministratore unico dell’Isfa, uno dei soggetti che controllano il Consorzio Risorse Umane, da cui è stata originata, appunto, la Unisu: Università telematica delle Scienze umane. Tutto corretto? Sotto il profilo legale magari sì. Ma anche uno dei docenti, Giuseppe Castorina, ordinario di Inglese alla Sapienza e presidente del comitato tecnico organizzatore dell’ateneo, ha detto al Corriere dell’Università e del Lavoro: «Sapevo che Winner fosse tra i finanziatori del Consorzio ma non che Winner fosse anche Universitalia. Il conflitto d’interessi? Indubbiamente la situazione è equivoca». Dotata di un comitato tecnico organizzatore presieduto da Umberto Margiotta, ordinario di pedagogia alla Ca’ Foscari, la Unisu ebbe il via libera dalla Moratti il 10 maggio scorso, un mese dopo la sconfitta della destra e pochi giorni prima che Letizia passasse le chiavi del ministero al successore. Nella banca dati del ministero, per quanto quei numeri vadano presi con le pinze, non risulta avere neppure un docente di ruolo. Zero carbonella, per dirla alla romana. Le facoltà tuttavia sono quattro: Giurisprudenza, Economia, Scienze politiche e Scienze della formazione.
     
    Un miracolo? No. Almeno sulla carta. Nell’Università italiana (a differenza che negli ospedali) non esiste infatti alcuna norma che regoli le pretese di un docente di un ateneo pubblico di lavorare anche per uno privato. Certo, Mussi ha già annunciato di volere cambiare al più presto queste regole perché «non sta né in cielo né in terra che un dirigente della Fiat possa lavorare anche per la Renault o la Bmw». Ma per adesso la situazione è questa: centinaia di docenti sono a carico dello Stato (dallo stipendio agli assegni familiari, dalle ferie ai contributi pensionistici per una media da 150 a 180 mila euro l’anno lorde, un ordinario) come dipendenti pubblici e arrotondano con le accademie private. In particolare le telematiche. Una delle quali, la Uninettuno, che peraltro passa per essere una delle più serie (Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Lettere e Psicologia e un assetto societario che vede in prima fila il Consorzio Nettuno di cui fanno parte anche l’ex ministro dell’Istruzione Giancarlo Lombardi e l’ex direttore generale della Rai Franco Iseppi) ha un docente pubblico addirittura come rettore: Amata Maria Garito. Ordinaria di psicologia alla Sapienza e grande amica di Prodi, che proprio a casa sua attese il 10 aprile i risultati elettorali.
     
    Il fatto è che nell’affare delle università telematiche hanno tentato di buttarsi in tanti. Ovvio: gli studenti fanno tutto in Internet (lì scaricano le lezioni registrate dei docenti, lì trovano le esercitazioni da fare, lì partecipano ai forum didattici, lì "chattano" con la controparte) e possono teoricamente vedere questo o quel «prof.» solo il giorno dell’esame. Quindi basta una sede neppure troppo grande, un po’ di professori part-time, uno staff che abbia dimestichezza con Internet ed è fatta. Senza alcuna necessità di investire decine di milioni di euro. Ed ecco la Telematica universitas mercatorum, costituita a novembre del 2005 per iniziativa dell’Unioncamere (Presidente è Andrea Mondello, che guida l’associazione): una facoltà (Economia) e due corsi di laurea triennale, Management delle risorse umane e Gestione d’impresa. E poi la Pegaso (due facoltà, Giurisprudenza e Scienze umanistiche, zero docenti di ruolo in banca dati) che ha come azionisti Danilo, Raffaele e Angelo Jervolino, che già hanno interessi in vari istituti scolastici privati partenopei. E poi la Giustino Fortunato (solo Giurisprudenza, nessun docente di ruolo in banca dati) che fa capo alla fondazione Efiro di Benevento, presieduta da Angelo Pasquale Colarusso, già noto nel Sannio per una scuola privata che da molto tempo aiutava nelle rimonte scolastiche. E poi ancora la Leonardo da Vinci, zero docenti di ruolo (per la banca dati), tre facoltà (Scienze dei Beni culturali, Scienze della Formazione e Scienze manageriali) e un legame strettissimo con l’Università Gabriele D’Annunzio" di Chieti-Pescara (nota anche per un gran numero di speedy-lauree) il cui patriarca indiscusso è Franco Cuccurullo, ex-presidente del Comitato etico nazionale nominato da Rosy Bindi per esaminare il protocollo Di Bella, presidente del Comitato di indirizzo di valutazione sulla ricerca e futuro presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. E poi ancora la Unitel (zero docenti fissi in banca dati, tre facoltà: Agraria, Architettura e design industriale e Scienze motorie ma con un solo corso di laurea attivato: design della moda) che appartiene a una società di cui fanno parte la Fondazione Renato Dulbecco (28%), l’Associazione centro interdisciplinare studi biomolecolari (12%), Mediolanum comunicazione (8%), Fininvest Servizi (8%) e sbloccata dalla Moratti l’8 maggio scorso, nove giorni prima che si insediasse il nuovo governo. Per finire con la Iul (ancora zero docenti ufficiali, una facoltà, proprietà di un consorzio con l’Università Bicocca di Milano, l’Università di Firenze, di Macerata, di Palermo e la Lumsa…), la Tel.Ma. (un docente di ruolo, Donato Limone, e due facoltà, voluta a quanto pare dal Formez e dall’Anci).
     
    Voi chiederete: ma perché questa corsa? Il miele che attira le api, quelle buone e quelle meno buone, è la possibilità di rastrellare una quantità mai vista prima di «aspiranti dottori». Merito di quella riformetta che permette un po’ a tutti di «mettere a frutto il proprio lavoro». Facendosi riconoscere, sulla base dell’esperienza accumulata come ragionieri o guardie forestali, giornalisti o vigili del fuoco, impiegati catastali o brigadieri dei carabinieri, una gran quantità di crediti formativi universitari (fino a 140, prima che Mussi imponesse un tetto massimo di 60 su 180) così da poter puntare a una laurea con pochi esami. È vero: l’hanno fatto un sacco di atenei, anche tra quelli additati come «più seri». Ma alcuni ci hanno dato dentro alla grande. Come la telematica «Marconi», che risulta avere fatto la bellezza di 30 bandi di gara per docenti ma di averne a carico due soli: il ricercatore Umberto Di Matteo (nemmeno confermato, pare) e l’ex senatore democristiano e poi aennino Learco Saporito, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Berlusconi. Rettore: Alessandra Spremolla Briganti, fino a qualche mese fa ordinario a Roma Tre. Proprietà: la Fondazione Tertium. Facoltà: Lettere, Giurisprudenza, Economia, Scienze e tecnologie applicate, Scienze della formazione, Scienze sociali. Amatissime, stando alla raffica di convenzioni sbandierate su Internet, da un sacco di associazioni di categoria. «Avevamo la fila alla porta di gente che voleva laurearsi e ci proponeva mille o duemila iscritti a botta», spiega Francesco Paravati, responsabile del marketing della Uninettuno che quasi si vanta di avere solo 600 iscritti contro gli oltre quattromila della Marconi. Il delegato di un gruppo di agenti di custodia, racconta, "arrivò a dire chiaro e tondo: la laurea ci serve solo per passare di grado. Non daremo fastidio a nessuno, non faremo danni usandola. Le altre ci riconoscono cento, centodieci crediti… Perché voi no?».
     
    Restava il giallo su chi stesse dietro l’undicesima università telematica, la E-Campus, approvata il 30 gennaio scorso. Di chi poteva essere? E perché la proprietà aveva ritenuto opportuno starsene nell’ombra dietro due finanziarie? Finché, passin passino, siamo arrivati a capo del mistero: dietro c’è, come dicevamo all’inizio, il gruppo di Francesco Polidori, fondatore del Cepu. Come mai tanta riservatezza? Chissà, perché forse qualcuno al ministero avrebbe potuto ricordare non una ma quattro sentenze dell’Autority per pubblicità ingannevole. L’ultima è di tre anni fa.
     

     
    Corriere della Sera
    del 29 dicembre 2006
     
      
    Siete divorati dal desiderio di sapere cos’è «l’approccio slow all’economia distribuita e alla sensorialità sostenibile?» Peccato, avete perso l’occasione per dibatterne, al seminario organizzato qualche settimana fa e promosso dal Politecnico di Milano, da Slow Food, dall’Istituto europeo di design e dalla Domus Academy. Appassionante. Come un mucchio di altre iniziative nate dalla fantasia di quel mondo effervescente che si è sviluppato negli ultimi anni a cavallo tra università pubbliche, private, semi-pubbliche, quasi-private. Mondo che solo recentemente, dopo l’esondazione di nuovi atenei e nuove facoltà e nuovi corsi di laurea, Fabio Mussi ha deciso di arginare piantando finalmente dei paletti. Anzi, tra le tante, l’Università degli studi di Scienze gastronomiche, che come soci fondatori ha lo SlowFood, la regione Emilia-Romagna e il Piemonte, non è neppure delle più strampalate: è o non è la buona tavola una delle roccaforti dello stile e dell’economia italiani? Prosit.

    FINANZIATE DALLO STATO - Certo è che a passare al setaccio il mondo universitario non statale, finanziato comunque dallo Stato con 133 milioni di euro l’anno (più i 30 dati da una misteriosa manina in Finanziaria ai collegi universitari ecclesiastici) c’è di tutto. Su 94 riconosciuti dal ministero, gli atenei di questo tipo sono 28. Dalle strane accademie spuntate dal nulla e dal profilo ambiguo, con docenti non sempre all’altezza, ai luoghi di assoluta eccellenza come la Bocconi o la Cattolica, da sempre fucine della classe dirigente del Paese. Quelli promossi da enti pubblici sono quattro, da soggetti privati 13. Più le università telematiche (undici, ma il nuovo governo ne ha bloccate altre cinque in dirittura d’arrivo) delle quali diremo più avanti. Quanti siano gli studenti, vista la contrapposta inaffidabilità delle banche dati del ministero, preferiamo lasciar perdere: troppo casino. Quanto ai docenti, che risultavano essere 2.022 al 31 dicembre 1998, sarebbero oggi (meglio: al 31 maggio 2006) 2.734. Con un aumento di 712 persone: 361 ordinari, 256 associati e 95 ricercatori. Un incremento del 35,2%. Nettamente inferiore, comunque, all’aumento esponenziale di atenei, facoltà e corsi.

    UNIVERSITA’ TAROCCATE - Non bastassero, nel caos hanno finito per inserirsi un bel po’ di università taroccate. Creature virtuali, aperte come si apre un supermarket o una concessionaria. E metodicamente bastonate dall’Antitrust di Antonio Catricalà, che negli ultimi due anni ha messo sotto inchiesta una ventina di atenei impegnati nel «gioco del dottore», condannandone diversi per pubblicità ingannevole. Come la Libera Privata Università di Diritto Internazionale dell’Isfoa, che sbandierava sul sito di diffondere «i principi dell’Open University, programma di matrice anglosassone» e diceva di avere sedi nella Quinta Strada a New York e nel Principato di Monaco e addirittura a Nauru, in Polinesia ma poi aveva il cuore nella sgarrupata Tirana. Oppure la Cetus, allestita al piano terra di un palazzone della periferia palermitana da un «rettore» che, irritato col Corriere per una denuncia, protestò inviando una lettera così spassosamente sgrammaticata che, per la delizia dei lettori, i correttori di bozze si astennero dal metterci mano. O ancora la «Nuova Università del Cinema e della Televisione», colpita pochi mesi fa perché prospettava falsamente «la possibilità per il consumatore, di studiare presso un’università riconosciuta, con la possibilità di poter perseguire, a seguito della frequenza dei corsi pubblicizzati, un titolo quale la laurea». Alla larga.

    CAMPUS-IPERMERCATO - Anche tra quelle legalmente riconosciute, tuttavia, non mancano casi da fare arricciare il naso. Come la Lum di Casamassima, un paesotto vicino a Bari, che a dispetto del nome gonfio di maiuscole (Libera Università Mediterranea «Jean Monnet») è l’unico esempio di ateneo nato grazie a un ipermercato. La sede è infatti in un Campus (due facoltà: giurisprudenza ed economia) all’interno del Baricentro. Una cittadella commerciale costruita anni fa da Giuseppe Degennaro, esponente di una di quelle famiglie baresi che s’imposero negli anni Settanta e Ottanta con lo sviluppo violento dell’edilizia. Finanziato negli anni ruggenti della ex Cassa del Mezzogiorno, assessore ai trasporti del comune, deputato Dc, presidente della Confcommercio pugliese, coinvolto in un’inchiesta per voto di scambio (un anno e quattro mesi in primo grado), eletto senatore nel 2001 con Forza Italia, Giuseppe Degennaro era, della sua creatura, anche il rettore. Morto lui un paio di anni fa, la carica è passata al figlio Emanuele. Erede pure del collegio elettorale, della presidenza del consiglio di amministrazione dell’Università, della guida dell’Interporto regionale della Puglia…

    POLITICI DOCENTI - Una storia non meno interessante è quella della UKE, acronimo di Università Kore di Enna. Fortissimamente voluto da Vladimiro «Mirello» Crisafulli, l’uomo più potente dei diessini siciliani non scalfito neppure dall’inchiesta sul suo incontro filmato con un mafioso e così sicuro di sé da dire che lui, a Enna, vince «col proporzionale, col maggioritario e pure col sorteggio», l’ateneo forse non trabocca di luminari internazionali, ma di politici sì. Politico è Mirello, che sta nel Cda con la sua «licenza media inferiore», politico è il presidente Cataldo Salerno che guida pure la Provincia, politici altri due membri del consiglio quali Carmelo Tumino (deputato regionale della Margherita) ed Edoardo Leanza (idem, per Forza Italia) e politico infine è Salvo Andò, che ai bei tempi socialisti fu ministro della difesa e adesso della Kore è il Rettore. Le facoltà sono cinque: beni culturali, economia, giurisprudenza, ingegneria, scienze della formazione. Più un po’ di master. Tipo: «Valutazione e autovalutazione sistemica nei processi formativi della comunicazione». Gli studenti per ora sono (mai fidarsi dei siti ministeriali) un paio di migliaia ma l’Università ha l’ambizione di arrivare l’anno prossimo a 10.500 con 174 docenti. Alla faccia di chi ha la puzza sotto il naso. Accentuata dal fatto che tre su sette dei membri del Cda (più l’Ad) sono insieme ai vertici della Ennaeuno, la municipalizzata per lo smaltimento dei rifiuti. Va da sé che, al di là delle chiacchiere sul «privato», i soldi vengono dalla Provincia, dalla Camera di commercio, da alcuni comuni, dalla Regione. Un dettaglio comune a molti altri atenei, dalla Calabria (dove la Libera Università della Sibaritide doveva nascere anni fa coi soldi «privati» della Regione, della Provincia, delle Comunità montane di Trebisacce, Rossano e Acri e di 33 comuni quali Calopezzati, Amendolara, Mandatoriccio) all’Alto Adige, dove è appunto nata la Libera Università di Bolzano per diretto interessamento della Provincia. O alla toscana Lucca, dove per iniziativa di Marcello Pera, che irrideva ai nemici bollandoli come invidiosi («abbiamo più successo della Normale e del collegio Sant’Anna») è nato a tempo di record l’Imt, una cosa un po’ privata e un po’ pubblica, finanziata coi soldi dell’Università di Pisa, del ministero, del Comune, della Provincia…
     
    CONVENZIONI - Tutto bene, per carità. Tutto corretto. Tutto legale, come le convenzioni firmate da un sacco di università, da Siena alla romana Pio V°,da Chieti amille altre, con un mucchio di associazioni e corporazioni e sindacati, dai vigili urbani ai dipendenti ministeriali, dalle guardie carcerarie ai giornalisti, che prevedevano riconoscimenti di crediti così generosi (stoppati da Mussi: non più di 60) da permettere speedy-lauree guadagnate con una manciata di esami in un solo anno. Da segnalare, in questo caravanserraglio di cose serie e insieme di bizzarrie, la politica di immagine della milanese IULM che, fondata dalla Libera università di lingue e comunicazione, conta tra i soci la Provincia, la Camera di commercio, l’Assolombarda, il Centro Turistico Studentesco… C’è di tutto. Il concorso per il progetto «Who’s that girl» per dare un nome all’avatar dell’Ufficio relazioni pubbliche della Provincia. La sfida su Odeon Tivù fra la squadra IULM e una della Statale. L’accordo con Mediaset (si chiama Campus Multimedia In-formazione) per lo sviluppo della cooperazione fra Università e imprese. E la vendita online di berretti, magliette, T-Shirt col nome dell’amato ateneo. Come a dire: fatti una laurea. O almeno una felpa.
      
    Gian Antonio Stella
    Sergio Rizzo
     
     


    IN RETE
     

    - Corriere della Sera
      
     



    permalink | inviato da il 4/1/2007 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
    "Il merito è mio"! "No, è mio"! Insomma, del Paese non importa un fico secco a nessuno!!!
    post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 gennaio 2007


    Silvio Berlusconi al comizio, foto Ap

    Berlusconi: «Eredità coi fiocchi»
    Prodi: falso, numeri gravissimi

    Un fax arriva a Palazzo Chigi firmato Berlusconi. Rivendica di aver lasciato «un'eredità coi fiocchi». Lui e Tremonti sarebbero i veri artefici del risanamento «fin dal 2005». Prodi, stavolta, abbandona il fair play: «I numeri con cui siamo entrati al governo erano e sono gravissimi. Così si segue il consiglio di Napolitano?» « Il viceministro Visco: solo il rigore e la fermezza dle governo Prodi ha fatto aumentare il gettito fiscale da maggio.

    da "l'Unità", 4-1-07




    permalink | inviato da il 4/1/2007 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
    Il Manifesto politico e civile del Presidente in un'Italia allo sbando
    post pubblicato in Messaggi, il 3 gennaio 2007


    Bravo Napolitano, sa vedere l’Italia reale

    Rina Gagliardi

    Può succedere - è spesso successo - che il tradizionale discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica si risolva in una sequenza di ritualità, tanto ecumeniche quanto povere di contenuti. Ma il “debutto” di Giorgio Napolitano, la sera del 31 dicembre 2006, ha costituito una felice eccezione proprio da questo punto di vista: il capo dello Stato ha svolto cioè una riflessione di alto profilo istituzionale, come si usa dire, certo non di parte o faziosa, ma anche e soprattutto significativamente legata all’Italia del presente. Un ragionamento rivolto agli uomini e alle donne reali di questo Paese, nient’affatto circoscritto nei recinti dei palazzi - del massimo Palazzo - della politica.
    E proprio alla possibile e necessaria “nobiltà della cosa pubblica”, Napolitano ha dedicato il primo passaggio della sua prolusione. «Non allontanatevi dalla politica», non rinchiudetevi nell’orizzonte o nella nicchia della vita privata, non rinunciate, in sostanza, alla possibilità di mutare, in meglio, lo stato delle cose presenti: questo il senso di un messaggio di grande valore etico e civile, non solo di un’esortazione, che il riferimento alla Resistenza antifascista ha ancorato alla stagione fondativa della Repubblica. Tanto più che il Presidente della Repubblica ha evitato di cadere nella trappola - sempre in agguato - dell’invocazione bipartisan: ha chiesto dialogo e confronto tra i poli, sì, ha riproposto la necessità di un confronto vero, come oggi certo non avviene, nel merito dei problemi italiani, sì, ma non ha certo invocato un clima politico “indifferenziato” o un generico embrassons-nous in cui si annullano identità diverse e anzi lontane. Come dargli torto, però, quando ha denunciato, con la sua proverbiale pacatezza, il limite attuale della politica, il suo ridursi a “politica gridata” o a mero esercizio di contrapposizione? Come non convenire con lui che qui - non nella rigorosa distinzione e anzi distanza delle idee e delle proposte che caratterizzano partiti e schieramenti - si annida un pericolo serio proprio per il rapporto tra cittadini e politica?
    Il secondo e più corposo passaggio del suo discorso, Napolitano l’ha dedicato alla questione principe della società italiana: il venir meno della coesione sociale. Una crisi che, del resto, va di pari passo con la crisi della politica - e che forse, anzi, ne costituisce la radice più seria e profonda. Una crisi che però non si può pensar di risolvere, e nemmeno di affrontare, se non la si connette organicamente ai problemi di ingiustizia e iniquità sociale che affliggono l’Italia: in poche battute, parlando di disuguaglianze salariali da colmare, di occupazione da promuovere, di risorse (intellettuali femminili, giovanili) da valorizzare, di un Mezzogiorno che non può rimanere l’eterna cenerentola del paese, il Capo dello Stato ha lanciato una sorta di manifesto politico e civile, sul quale è difficile che non convenga la stragrande maggioranza del popolo italiano.

    Inconfondibile e rigorosa la sua ispirazione “socialdemocratica”, progressista, razionale: un tempo l’avremmo forse giudicata prudente e financo “moderata”; oggi, nella confusione ideologica che ci sovrasta e nel clima di regressione che attanaglia il mondo, ci appare come una posizione - una proposizione - molto avanzata, forse (suo malgrado) perfino un po’ “eversiva”. Come è francamente “eversivo”, nel (dis)ordine attuale, la puntuale denuncia che il primo cittadino d’Italia compie (e ha compiuto anche l’altra sera) dell’ecatombe quotidiana degli infortuni sul lavoro.
    Meno forte e riconoscibile, invece, nel messaggio presidenziale, l’accento laico che forse molti si aspettavano: il Presidente ha preferito non entrare nel merito e non esprimere alcuna posizione propria, forse per uno scatto di prudenza, forse per mantenere intatto il suo profilo di imparzialità, anche rispetto al pluralismo che attraversa l’Unione. Ma anche qui, guardando al testo con attenzione, un’indicazione chiara e netta c’è: sulle questioni oggi impropriamente definite come “eticamente sensibili”, ha detto Napolitano, la discussione e la decisione spettano comunque al parlamento - non ad altre autorità esterne, per quanto autorevoli possano essere. E a voler usare un po’ di malizia, si può dire che l’omaggio doveroso a Benedetto XVI è rimasto circoscritto alle sole questioni della pace, del Medio Oriente, della ricerca del dialogo interreligioso.
    Insomma, lo pensavamo prima e oggi ne siamo ancor più persuasi: questo presidente della Repubblica, al di là dei suoi meriti personali, è un garante serio dell’equilibrio democratico di questo paese. Non ne siamo persuasi soltanto noi, che lo abbiamo votato, ma perfino Roberto Calderoli…

    "Liberazione", 2 gennaio 2007



    permalink | inviato da il 3/1/2007 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
    WiMAX
    post pubblicato in Notizie ..., il 3 gennaio 2007


    Addio cavo: con WiMAX saremo sempre online

    Toni De Marchi


    Wimax wimax wi-max 220 INTERNET
    A Kinshasa c´è già. E anche a Medellin, in Colombia. C´è pure a Kiev, in Ucraina. Solo per l´Italia il WiMAX sembrava un sogno impossibile. Fino a due giorni fa, quando dopo un braccio di ferro durato anni, i militari hanno finalmente accettato di liberare un po´ delle frequenze che occupano da sempre. Un accordo tra il ministro della Difesa e quello delle Comunicazioni ha sbloccato una imbarazzante impasse e messo in movimento un volano che potrebbe far partire molte cose.

    Non a caso Prodi ne ha parlato anche nella conferenza stampa di fine d'anno. È un po' come lo sbarco di Armstrong sulla Luna, «un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità». Perché, fuori di retorica, il WiMAX promette di essere l'anello mancante per giungere all'uomo wired, in rete, sempre connesso, sempre capace di interagire in remoto con l'ufficio, la casa, i passatempi.

    Il WiMAX, che non è un prodotto, né una tecnologia, ma piuttosto una serie di norme per la creazione di reti senza fili, nasce dall'idea di trovare un sostituto a basso costo per il cosiddetto «ultimo miglio». Quel pezzo di cavo fondamentale per portarvi a casa, oltre al telefono e connessi, anche la cosiddetta banda larga, l'Internet veloce.

    L'ultimo miglio, ai tempi della liberalizzazione, è diventato un terreno di scontro feroce tra i vecchi monopolisti delle telecomunicazioni (leggi Telecom Italia e omologhi nel resto del mondo)e le new entry (leggi le varie Tele2, Infostrada eccetera). Chi possiede il doppino che porta la banda larga dalla centrale telefonica alle case o alle imprese ha in mano il mercato. Il WiMAX promette di far dimenticare tutto ciò. Sulle onde radio, Internet, e non solo, può arrivare nelle case e nelle aziende dove oggi la banda larga è solo un miraggio: nelle valli delle Alpi piuttosto che in qualche paese dell'Appennino. Ma anche nelle città, dove chiunque (ammesso che abbia comperato la licenza dal Governo) potrà offrirvi l'equivalente di una Adsl senza fili. Una sola antenna può servire un´area vasta decine di chilometri quadrati. Con una qualità, si dice, simile a quella del cavo.

    Incubo o sogno, fate voi. Il WiMAX è qui per restare. E presto - diciamo all'orizzonte del prossimo quinquennio - potrebbe essere così pervasivamente dentro le nostre vite da chiederci come potevamo fare prima. Avete presente il telefonino? Dal nulla all'indispensabile. Il WiMAX potrebbe ripetere la storia e farcelo dimenticare, più in fretta di quanto non lo abbiamo desiderato. Ma proprio perché il WiMAX non è una tecnologia, non è un hardware specifico, ma un cappello sotto cui ci possono stare molte cose anche diverse, le possibilità di sviluppo sono limitate solo dall'immaginazione. D'altronde le avvisaglie ci sono già oggi. Per un po' Vodafone vi ha proposto di «staccare la spina» e di mettere il vostro numero di casa sul cellulare. Ha smesso perché Telecom le ha fatto causa. Ma la strada è quella.

    Il WiMAX, che ha bisogno di pochi trasmettitori e dunque ha costi di gestione relativamente bassi potrà arrivare nelle case, ma anche direttamente sul vostro computer, in macchina o in ufficio, o sul successore del telefono-telefonino. Ma sarà anche una straordinaria occasione per superare quel digital divide, quel fossato digitale che separa chi ce l´ha da chi non ce l´ha, la banda larga. Non solo da noi (adesso ben il 20% degli italiani non può avere Internet veloce) ma soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ecco perché a Kinshasa c´è, a Roma non ancora.

    da "l'Unità"
    Pubblicato il: 29.12.06
    Modificato il: 29.12.06 alle ore 8.45




    permalink | inviato da il 3/1/2007 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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