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di Ignazio Licciardi
Caro Nichi, "il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 febbraio 2011


 

IL POLITICISMO DI VENDOLA

- editoriale di Paolo Ferrero su "Liberazione" -

 

 
Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta. Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche. E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale, visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale, visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
 
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra, non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci. Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero
Segretario PRC
"Liberazione" del 17-02-2011

 


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Intervista a Nichi Vendola
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 9 febbraio 2011


L'intervista Vendola: “Ora tocca all’opposizione” 8 febbraio 2011 -

È l’uomo della “narrazione”, delle “fabbriche”, del “cantiere” programmatico, Nichi Vendola, il leader di “Sinistra, ecologia e libertà” (Sel). Con queste metafore ed immagini, Vendola disegna scenari politici suggestivi, affascina l’interlocutore, conquista le piazze. È un grande affabulatore che realmente è un competitore forte e credibile per Berlusconi sul piano mediatico e popolare. Nel messaggio inviato a “Libertà e Giustizia” per la manifestazione al Palasharp di Milano, Vendola dice che “c’è tutta un’Italia che non ne può più. La Nazione è tramortita, il paese è in ginocchio. Ciò che condannerà Berlusconi non sarà la triste e squallida vicenda di Ruby e delle altre ragazze ai festini; chi lo condannerà saranno i coetanei di Ruby, quei ragazzi e ragazze che oggi non hanno un futuro. Ecco, pensare che un’intera generazione per immaginare il proprio futuro debba prostituirsi: questo è il vero scandalo del berlusconismo!”.

Vendola è nato a Bari il 26 agosto 1958, è stato deputato ed è governatore della Puglia dal 2005. Scrittore e anche poeta. Mi dice: “Abbiamo visto a Milano migliaia di persone che hanno un sentimento sparpagliato, a volte caotico, alla ricerca di un orizzonte e di una bussola, che dovrebbe essere il compito della politica e del centrosinistra in particolare. Per liberarci di Berlusconi dobbiamo capire bene cosa è il berlusconismo: in questi anni c’è stata una mutazione culturale, evidenziata con la marginalizzazione del valore sociale della scuola, della conoscenza e del sapere. La Tv commerciale ha sostituito gli apparati della formazione ed ha diffuso l’idea che non esiste la società ma il mercato, non siamo cittadini ma clienti, utenti, pubblico. Anche il centrosinistra è stato complice di questa regressione culturale”.

L’attacco alla democrazia, secondo Vendola, si manifesta nella critica alla Costituzione, agli articoli 1 e 3 (uguali di fronte alla legge) e poi 21 (sulla libertà di stampa): “Il bavaglio sulla bocca di Santoro è grave quanto il bavaglio all’operaio di Pomigliano o Mirafiori. Oggi la modifica dell’articolo 41 è il momento di massima aggressione della destra (e di subalternità della sinistra). Se cambi quell’articolo, che prevede la responsabilità sociale e ambientale dell’impresa, vuol dire che vuoi ‘costituzionalizzare’ il metodo Marchionne, cioè l’irresponsabilità dell’industria verso la società.

“Ecco perchè dico che le forze di opposizione devono ora costruire una storia, una ‘narrazione’, un cantiere programmatico che abbia la capacità di legare insieme diritti sociali e civili, diritti umani e ambiente. Voglio voltare davvero pagina. Non trovarmi con il berlusconismo senza Berlusconi. Vorrei vivere in un paese non berlusconiano, con Berlusconi che fa il nonno”. Ma lei con la ‘narrazione’ e le ‘fabbriche’ può anche raccogliere tra gli elettori tanti consensi da portare alla vittoria il centrosinistra? D’altronde Giovanni Bachelet al ‘Palasharp’ ci ha ricordato che “in democrazia non basta avere ragione, ma dobbiamo anche convincere il 51% ad essere d’accordo con noi”.

“Nel passato, candidati del centrosinistra, icone del moderatismo, hanno preso schiaffi e sono stati sconfitti (un esempio, Rutelli). Io ho vinto due volte in una regione che è sempre stata percepita come una fucina politica per l’Italia (ricordo Moro e, sull’altro versante, Tatarella), e, in tempi recenti, come la cassaforte elettorale del centrodestra (Fitto). Secondo i campioni della tattica e della realpolitik del Pd per vincere bisogna trasferire tanti frammenti di idee e proposte dell’avversario nel proprio campo; poi fare un discorso che non turbi il perbenismo piccoloborghese che si suppone essere la cifra dell’opposizione: quindi non si deve essere comunisti, nè credenti alla mia maniera, ma essere neosagrestani. Ma i ceti medi di oggi sono diversi da quelli di una volta: perdono la fiducia nel futuro, sono angosciati dalla precarizzazione del lavoro, un giovane su due nel mezzogiorno non ha prospettive di impiego. Noi dobbiamo interpretare questa paura. L’Italia è finita nel pantano non perché qualcuno si è presentato come estremista, ma perché la politica è diventata una melassa informe.

Se Marchionne vuole stracciare 100 anni di storia industriale e sindacale, dobbiamo reagire e non tacere”.

Quindi, Vendola candidato alle primarie del Pd – se ci saranno davvero- per quali obiettivi di governo immagina di battersi? ” Non sto giocando una partita per la mia carriera….intendo invece combattere per destrutturare il centrosinistra com’è adesso, per poter aprire il ‘cantiere’ di un nuovo centrosinistra. Finora esso si è sempre presentato come un compromesso precario e forzoso tra cosiddetti radicali e i riformisti. Ma così non si è mai entrati nel merito vero dei problemi. Finora una parte del centrosinistra ha pensato a come guadagnare la vittoria elettorale, certo importante, ma non ha lavorato per raggiungere il mutamento sociale e culturale. Per cui si può anche vincere alle elezioni, e insieme perdere la società. Al centrosinistra è accaduto più volte. Quindi le primarie per me sono il momento della discussione sulla coalizione e sul programma, compiuta….all’aria aperta. Discutere nel chiuso degli organi direttivi significa condannarsi ad un avvitamento continuo”. Il segretario Pd Bersani, all’Assemblea nazionale, ha detto che siamo “in una emergenza democratica, economica, sociale, morale” e, per andare oltre Berlusconi, ha riproposto un’alleanza elettorale di “tutte le forze di opposizione responsabili” e poi un “governo costituente” per affrontare i problemi più urgenti e gravi. Le pare una via percorribile? “Francamente spero che nessuno insista ancora sulla proposta del governo costituente, perché sarebbe un contributo alla campagna elettorale di Berlusconi. Si pensa ad un accordo con Fini e senza Di Pietro. E perché? Casini poi non andrebbe mai insieme a quello o a quell’altro. È il gioco dei veti e delle interdizioni. Una coalizione così non si può fare. Io non ho pregiudizi verso gruppi o persone, ma chiedo: posso fare un accordo con chi ha considerato giusta la riforma Gelmini? Che è il cuore del berlusconismo. Ma di cosa stiamo parlando? Fini cosa vuole fare? Lo ha detto chiaramente: rifondare il centrodestra; mentre io voglio rifondare il centrosinistra. Come possiamo stare insieme? A meno che non si dica: alle elezioni andremo con un accordo perché vogliamo liberarci di Berlusconi e subito dopo il voto, modificheremo la legge elettorale, faremo una legge sul conflitto di interessi e poi torneremo di nuovo alle urne”. Non è un obiettivo programmatico di poco conto fare un governo per cambiare la legge elettorale…. “Ma è credibile e serio chiedere ora il voto per indire altre elezioni dopo sei mesi? Tolta la possibile intesa sulle regole, non è pensabile, dopo, giocare la partita nel campo della destra; né posso pretendere che un uomo di rango come Fini venga a giocarla in compagnia del centrosinistra. È autolesionismo puro: ogni volta che si parla di alleanza da Vendola a Fini la pattuglia parlamentare di ‘Futuro e Libertà’ rischia di perdere pezzi…

Mentre è tempo di aprire il ‘cantiere’ del centrosinistra senza vincoli: la questione morale, il modello sociale, la libertà delle donne, la questione dell’immigrazione. Discutiamo dell’Italia che vogliamo, c’è un’Italia migliore di quella volgare che abbiamo sulle spalle ancora adesso”.

Ma lei ritiene che siamo alla vigilia di elezioni generali? “I fatti politici e giudiziari si sviluppano in modo imprevedibile. Gli ingredienti decisivi variano di momento in momento. Oggi è Berlusconi che appare il più preoccupato per il ricorso alle urne. Sta vivendo queste settimane barricato nel Palazzo, come un qualunque ‘rais’ nordafricano. È attaccato alla poltrona. D’altronde la crisi del centrodestra è irreversibile, strutturale, non si capisce come si potrà ricomporre un quadro di stabilità. Anche la credibilità di quella classe dirigente è crollata.

Adesso conterà molto la capacità che avrà il centrosinistra di mettere in campo una ipotesi di alternativa possibile e realizzabile”. Vendola ci ha così portato a sognare un’Italia davvero diversa e migliore, con una politica pulita e carica di progetti. La sua ‘narrazione’ è importante: finchè Berlusconi e il berlusconismo non saranno sconfitti, saremo immersi nell’incubo. Dimissioni del premier, anzitutto. Arrivederci a domenica 13 febbraio, in piazza con le donne.

www.libertaegiustizia.it


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Niki Vendola su primarie e democrazia partecipata.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 dicembre 2010


Due o tre domande al compagno Niki Vendola su primarie e democrazia partecipata.

 


 

I)Le primarie e la crisi della rappresentanza.

Attorno a Niki Vendola si è venuto formando un movimento per il rinnovamento della rappresentanza che si caratterizza, in primo luogo, come tentativo di usare la forma delle elezioni primarie per scegliere i candidati della coalizione di centro–sinistra, tanto a livello nazionale che locale.

Va da se che questo movimento non è stato partorito dalla facoltà d’affabulazione del Nostro; piuttosto è il risultato del lavoro collettivo, minuto ma certo non privo di passione civile, di un ceto politico che si raccoglie attorno al governatore delle Puglie. Questo personale proviene, per la parte più consistente e significativa, da Rifondazione o meglio da una sua costola, quella modellata da Fausto Bertinotti; tuttavia, ultimamente, ha subito un tumultuoso accrescimento, immettendo al suo interno esperienze tra loro un po’ eterogenee se non incompatibili: si va dai “furiosi assertori della legalità a tutti i costi”, che per tempo hanno opportunamente lasciato cadere in dimenticanza il conflitto sociale tra le classi, per divenire fautori di una allucinata soluzione finale, della repressione della criminalità a mezzo di leggi e carceri speciali; ai militanti di quei centri sociali che, giusto fino all’altro ieri, avevano denunciato solennemente lo stato agonico della socialdemocrazia, anzi dell’intera sinistra, apprestandosi ad eseguire una pubblica ricognizione di quel cadavere.

Mette conto qui precisare, a scanso di equivoci, che non riteniamo di per sé negativa questa convergenza da traiettorie diverse; al contrario, essa testimonia di una capacità d’attrazione di soggettività smarrite che è il punto di forza, l’unico per il momento, della proposta di Vendola.

Infatti, i veri ostacoli nonché i pericoli davvero attuali sono altri. Cerchiamo di recensirli brevemente. Intanto le primarie come forma della democrazia rappresentativa: ognuno sa che si tratta di una tradizione nord-americana legata allo specifico processo di costruzione storica degli USA, irreversibilmente caratterizzata dalla struttura politica irrigidita di quella costituzione, formale e materiale, che non a caso risulta essere la più vecchia di tutto l’Occidente. Insomma, qualcosa di totalmente estraneo al passato ed al presente delle istituzioni rappresentative dell’Italia o, per meglio dire, dell’Europa. Ed è proprio questa estraneità a spiegare l’aspetto levantino, spesso farsesco, molte volte cerimonial-rituale, quasi sempre di delega ad un capo senza carisma che le primarie hanno assunto nel nostro paese: dalla intronizzazione di Prodi che aveva come “finto competitor” Bertinotti, al triste plebiscito per Veltroni giù giù fino ad Agazio Loiero, scelto come candidato a governatore delle Calabrie da una riunione di boss in miniatura, mascherati da delegati ma in realtà intenti a spartire famelicamente, tra le rispettive cosche d’appartenenza, i fondi europei destinati alla eterna, non so dire se più commedia o tragedia,modernizzazione del Mezzogiorno.

E tuttavia, poiché non v’è il male assoluto e ogni ignominia contiene latente nel suo seno una promessa di riscatto, anche le primarie, nella situazione italiana, presentano un vantaggio evidente se comparate al metodo alternativo che affida la scelta alle esangui burocrazie di partito ovvero a procedure di designazione del candidato comune secondo criteri non-pubblici se non addirittura inconfessabili.

D’altronde, l’introduzione delle primarie come di altri costumi americani nella prassi politica del centro-sinistra italiano è avvenuta nell’estremo tentativo di far fronte alla crisi della rappresentanza, restaurando un qualche rapporto tra rappresentanti e rappresentati; anzi, può dirsi di più: questa iniezione tardiva d’americanismo è un velo che copre pudicamente quella rottura, che, per altro, si fa valere inesorabilmente con il minaccioso ingrossarsi, elezione dopo elezione, del numero di coloro che si astengono dai riti della democrazia rappresentativa.

Del resto, se si esaminano i pochi casi nei quali le primarie hanno disfatto i piani della malconcia burocrazia di centro sinistra, si può agevolmente costatare che questo è accaduto solo laddove la detta burocrazia o ha fatto l’errore di presentare un candidato diversamente inabile, come è avvenuto nelle Puglie, con lo scolorito Boccia contrapposto impietosamente al colorito Vendola; o, ed è il caso di Milano, non è neppure riuscita ad individuare un solo attore in grado di reggere il palcoscenico, e, nella frantumazione delle candidature, ha finito con l’imporsi la onestà ben temperata del compagno Pisapia.

Ancora, mette conto ricordare che v’è una altra pesante ipoteca che, nella situazione italiana, la forma “primarie” porta con sé: l’interiorizzazione inconsapevole e di massa di una sorta di “presidenzialismo carismatico” dove, per via di una omologazione mediatica, il partito politico diviene “partito del leader”. Valgano, a suffragare questa considerazione, le bandiere agitate dai militanti-seguaci, sulle quali compare il nome del capo: si va da Berlusconi a Fini e poi a Casini degradando fino a Di Pietro; e da qualche mese, lo diciamo con amichevole raccapriccio, anche il nome di Niki Vendola ha trovato posto sui drappi del suo partito. Il messaggio pubblicitario che viene in questo modo veicolato finisce col promuovere la delega, la singolarità piuttosto che la comunanza, la fiducia primitiva nelle capacità del leader di affrontare e risolvere i problemi delle moltitudini informi, insomma “ ghe pensi mi”.

Da questo punto di vista le esperienze delle “Fabbriche di Niki”, così come dei “meet-up” di Beppe Grillo, sono indicative di come la degenerazione peronista abbia appesantito le tradizionali storture della stessa rappresentanza . Così, se è vero che questi percorsi intercettano energie spontanee, passione di partecipazione e una legittima indignazione popolare, tuttavia purtroppo le attitudine libertarie restano imbrigliate una verticalità decisionale che definisce sostanzialmente in modo centralistico l’adesione, i confini, i contenuti e l’agenda politica.

L’uso intensivo di strategie di comunicazione digitale, in grado di catturare e valorizzare la comunicazione orizzontale dentro “format” verticali, come mostra il successo del blog di Grillo ma anche il record del numero dei “fans” di Niki Vendola su Facebook, tutto questo è particolarmente significativo proprio perché questa dimensione virtuale, pur essendo sostitutiva della presenza, si traduce in improbabili sentieri di una presunta democrazia partecipata.

Insomma, si parte dal legittimo rifiuto della necropolitica dei comitati centrali, ma si finisce per legittimare una tendenza plebiscitaria che mortifica gli sforzi di chi, nei movimenti sociali, da decenni, si adopera per il superamento della rappresentanza e della pratica della delega che essa implica.

Se le cose stanno così, è inevitabile che le primarie, per la loro natura d’invenzione astratta della politica politicante, si risolvano non già in un rimescolamento delle carte, con la conseguente rinascita della partecipazione democratica; ma piuttosto in un riaffiorare del naufrago, della storica tendenza della socialdemocrazia italiana a rinunciare alla propria autonomia politico-sociale, inclinando verso la subalternità trasformistica; ovvero proponendo, per conseguire un consenso elettorale maggioritario, la decrepita strategia della alleanza con il ceto politico moderato, con il così detto centro; il quale, per altro, si mostra perfino recalcitrante, forse per alzare il prezzo di un eventuale compromesso. Di tutto questo v’è già una traccia, dirò così precoce, tanto nelle dichiarazioni di Vendola e di Pisapia quanto in quelle di Casini e Rutelli.

Anche qui, per evitare ingenuità e malintesi, va da sé che il proposito di allargare il consenso elettorale è del tutto ragionevole, non fosse altro che per fuoriuscire dalla dimensione di setta nella quale è precipitata, ormai da qualche anno, la socialdemocrazia di sinistra e di estrema sinistra.

Ma perché questa apertura sia davvero trasformativa e non regredisca rapidamente ad artifizio macchiavellico tutto interno alla “governamentalità”, dovrebbe mettere in comunicazione la strategia politica con la conservazione ed il risarcimento dei “beni comuni”. In altri termini, bisogna sì puntare ad accrescere il consenso e perfino coinvolgere il tradizionale elettorato di destra; ma non certo inseguendo, compromesso dopo compromesso, il ceto politico sul suo terreno; piuttosto collocandosi apertamente fuori e contro, marcando quella giusta distanza che permette di osservare dall’esterno il sistema dei partiti per potere esercitare la facoltà di giudizio —il che significa saper guardare con gli occhi di coloro che si astengono dalla pratica del voto.

Ecco allora che perseguire un programma capace di incrociare l’autenticità dell’astenersi, comporta l’assunzione di un punto di vista comune: ovvero, facendo a meno di Casini, ci si può assicurare una presenza ad angolo giro nel corpo elettorale.



II)La politica dei beni comuni.

Ora, è del tutto evidente, che, in Italia, tra i beni comuni, nessuno è più comune, per potenza ontologica, della passione civica: riappropriarsi delle città ossia autogovernarsi.

Ed a questo proposito, bisogna notare fin da subito che, nei discorsi di Vendola come di Pisapia, non v’è neppure l’eco della critica alle istituzioni rappresentative, alla costituzione formale e materiale del nostro paese – malgrado che la volontà d’impotenza segni non da oggi il sistema economico-politico italiano e sia drammaticamente amplificata dal dissesto finanziario provocato dalla globalizzazione, dissesto destinato a perdurare nel lungo presente, per anni e anni a venire.

Né questa assenza di critica, questo acquattarsi retorico dietro la carta costituzionale, riguarda solo il leader; tutti abbiamo costatato, seguendo le assise fiorentine della S.E.L., come nella piattaforma programmatica elaborata al termine dei lavori, dove si parla giustamente dell’innesto di altre culture e variopinte pulsioni sulla venerabile tradizione del movimento operaio, non v’è neppure un punto, uno solo, che affronti la questione della crisi delle istituzioni repubblicane e l’urgenza del loro superamento; nella prospettiva, qui ed ora, d’innescare un processo di deperimento e estinzione della “forma stato”, tanto nella versione di corpo separato dalla nazione quanto in quella, a livello europeo, di macchina burocratica sovranazionale.

Questi argomenti, così cari alla tradizione libertaria del movimento operaio,non appaiono nella piattaforma di S.E.L, neanche nei modi edulcorati e sostanzialmente innocui del decentramento amministrativo, dove si tenta di promuovere la partecipazione attraverso l’istituzione di municipi di quartiere.

Su questi temi, l’unica nota, risuonata in quel congresso e minimamente pertinente, appare essere la riottosa accettazione del rachitico federalismo regionale -- fantasia senza immaginazione, topolino partorito da quella montagna improbabile che si chiama “pensiero padano”.

Così, attenti anche al dibattito fiorentino che ha preceduto l’intervento conclusivo di Vendola, ciò che ci ha consegnati interi al nostro malessere è l’assenza di ogni riferimento al movimento reale, sia pure in corso di farsi, per la sovranità comunale ovvero la prospettiva dell’autogoverno delle città d’Italia. S’intende qui le città propriamente dette e non la loro degenerazione nella figura delle megalopoli. Infatti, le comunità urbane-- a partire da quelle rurali del Mezzogiorno che hanno, in generale, conservato un rapporto produttivo tra città e campagna-- costituiscono il filo di una soggettività che permane, dipanandosi con continuità lungo tutta la storia della penisola, assai prima che l’episodio unitario desse luogo allo stato nazionale. Per dirla in altri termini, in Italia la dimensione minima della soggettività agente non è il cittadino o l’associazione di cittadini; bensì sono le città. Si è liberi solo se la città dove si abita è libera.

Queste considerazioni valgono in particolare per il Sud, teatro del succedersi, negli ultimi anni, di lotte che hanno spesso finito con l’assumere i modi propri dell’insurrezione urbana-- gli unici in grado di strappare la tela della “governance”; scompaginare, ridicolizzandolo, il ceto politico; e rendere manifeste, agli occhi di tutti, la perdita di autorevolezza e l’incapacità di mediazione della rappresentanza.

Le insurrezioni meridiane, malgrado il loro effimero tempo di vita, hanno posto tuttavia, implicitamente o esplicitamente, la questione della sovranità comunale declinandola, nell’agire, come sovranità sul ricambio organico, sull’energia e sulla mobilità urbana.

Si badi: non è in gioco qui il tema illanguidito della partecipazione; piuttosto si tratta della volontà di essere protagonisti, del cittadino attivo e consapevole che non sopporta più il ruolo di suddito consumatore con diritto di scegliere periodicamente coloro ai quali dovrà obbedienza—rivendicando la sovranità comunale si riappropria così della sua potenza di individuo sociale, capace non solo di partecipare ma di decidere, in risonanza col genius loci, le forme più adeguate e compatibili di socialità urbana, quelle che permettono al numero di cittadini più grande possibile non già di arricchirsi bensì di realizzarsi, di menare una buona vita, secondo la parola del filosofo antico.



III)La transizione italiana e la democrazia diretta.

Le considerazioni che siamo venuti svolgendo, malgrado siano formulate come affermazioni, sono, in verità, delle domande, domande rivolte a Niki Vendola, a Pisapia, ai compagni che collaborano con loro e a quelli tra noi che avvertono in quel che è accaduto alle primarie, a Bari come a Milano, il riapparire, forse, dell’occasione, del tempo giusto per agire tutti insieme. Certo è che le parole di Vendola, perfino quei suoi costrutti letterari quando non barocchi, generano entusiasmo; e questo entusiasmo, raffrontato alla noia che procura l’anodino argomentare di tanti esponenti del centro-sinistra, è un segno che in Niki si riflette, dirò così per fortuna o per destino, una verità comune che spartiamo tutti noi, la cifra che attesta l’autenticità della avventura.

Certo, le nostre non sono le uniche domande che legittimamente possono esser poste al movimento per le primarie; né i temi da noi censiti sono gli unici sui quali quel movimento presenta una pericolosa reticenza—valgano come esempi, la questione del reddito di cittadinanza garantito o , per la formazione universitaria, l’accettazione, conformista e sprovveduta, del rapporto presunto salvifico con l’innovazione e la Big Science.

Noi abbiamo inteso, con questo testo, rispondere all’ appello lanciato da Vendola in qualità di portavoce del movimento per le primarie; e lo facciamo mettendo i piedi nel piatto, introducendo nel dibattito la questione della transizione italiana dalla rappresentanza alla democrazia diretta comunale -- organizzata nella forma consiliare dei delegati con mandato revocabile. Insomma, l’Italia come confederazione delle cento città.



Giso Amendola, Nicola Carella (Centro sociale Mercato Occupato – Bari), Francesco Caruso, Elisabetta Della Corte (Radio Ciroma - Cosenza), Don Vitaliano Della Sala, Francesco Ferri (Centro sociale Cloro Rosso – Taranto), Roberta Moscarelli (Aracne - Napoli), Carmine Pace (centro sociale Depistaggio – Benevento), Carlotta Pascale (Cantiere SPA – Salerno), Francesco Pennella (Rouge SPA – Avellino), Franco Piperno, Pietro Sebastianelli (Laboratorio Sociale Millepiani – Caserta).

www.controlacrisi.org


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"Siamo in trecentomila"
post pubblicato in Notizie ..., il 11 novembre 2010


Nichi Vendola - Lettera ai sostenitori di Facebook: "Siamo in trecentomila"

http://www.youtube.com/watch?v=NCm2aOshTUE&feature=player_embedded


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Nichi Vendola al Convegno "Nati per leggere" - Bari 1 e 2 Ottobre 2010 -
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 ottobre 2010


Nichi Vendola al Convegno “Nati per leggere” :

I bambini e il libro

1° parte

http://www.youtube.com/watch?v=LCCN4_32n8A&NR=1

2° parte

http://www.youtube.com/watch?v=WdNvXOzUSus

Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere.
post pubblicato in Notizie ..., il 15 agosto 2010


Vendola: transizione?

"Non per continuare
la macelleria sociale"

di Concita De Gregorio

È un lungo monologo, questo di Nichi Vendola. Possiamo parlare, per prima cosa, del clima di veleni del livello dello scontro? avevo chiesto. Non si è interrotto più. Ha detto di Tremonti e di Prodi, di elezioni anticipate e di Cln, di governi tecnici, di istituzioni a rischio e coalizioni possibili, di sinistra soprattutto, citando - al principio - le parole scritte da Alfredo Reichlin per l’Unità . Di come «liberare il castello dalla presenza di un sovrano ingombrante senza colpi di palazzo o di teatro, misurandosi piuttosto col guasto morale che infetta tutto il regno». Ascoltiamo.

«C’è un clima pazzesco, un’aria irrespirabile. Non pongo la premessa come clausola di stile, ma come problema di cultura politica. Non solo a destra, anche a sinistra quando si manifestano posizioni forse discutibili, magari eccentriche rispetto alla realpolitik si scatena l’intolleranza. Da quando ho posto il tema – ho accettato di assumere su di me la proposta che correva di bocca in bocca, di sguardo in sguardo – parlo della mia candidatura alle primarie, sono stato oggetto di attacchi con risvolti psicanalitici, psichiatrici, sociologici, molti si sono improvvisati miei biografi in un coro tutto sopra le righe, fuori asse. È un problema generale, di tutta la politica, e riguarda il modello di relazioni umane che abbiamo in mente. Discutiamo politicamente delle nostre idee senza dedicare tempo al gioco al massacro, alla brutalizzazione.

Capisco che un gruppo di cattolici integralisti faccia tiro a segno nei miei confronti ma capisco meno una parte della sinistra che si comporta così. Chiedo: chi ha paura del popolo democratico? Il mio invito a non mollare le primarie significa questo: investire sul popolo di centrosinistra del quale i militanti del Pd sono la parte più importante e generosa. Non propongo furbate o giochi d’azzardo. In fondo ogni volta che il ceto politico ha deciso di cedere una quota del proprio potere in favore del processo democratico è stato un fatto straordinario e sorprendente, anche quando l’esito sembrava predefinito. Capisco che ci sia chi preferisce mantenere le rendite di posizione. Due sono le paure che mi pare di scorgere: quella della detronizzazione, e il fatto che la costruzione dei programmi esca così dai circuiti ristretti e diventi collettiva. In parte questo è già accaduto con la Fabbrica del Programma di Romano Prodi. Il politicismo è asfissiante. Se potessimo invece dare parola ai saperi, ai talenti per far parlare la realtà della vita: che modello di ricostruzione si è applicato all’Aquila dopo il terremoto; che intendiamo fare delle risorse idriche; i processi di desertificazione dei bacini del mediterraneo; mettere a confronto modelli formativi... parlare di tv non solo come lotto politico da occupare ma come veicolo della costruzione delle coscienze e dell’immaginario collettivo. Vedo invece un balletto di formule ereditate pari pari dalla prima Repubblica.

Siamo di fronte ad una crisi mondiale, europea e alla dissoluzione del nostro paese. Abbiamo il dovere di alzare lo sguardo, di fare una discussione non legata al culto della contingenza. Se anche un grande realista come Alfredo Reichlin invita a un nuovo, più alto orizzonte, a una nuova antropologia e ci domanda se interessi ancora la sinistra come nicchia e bottega o se non di debba piuttosto riprendere in mano la missione per il destino di un paese... E invece qual è la discussione oggi: chi tra i protagonisti della politica sia vecchio e chi nuovo? La domanda è un’altra: come si fa a liberare il castello dalla presenza ingombrante del sovrano senza misurarsi col guasto morale che infetta tutto il regno? E come si chiude il ciclo del berlusconismo: con un colpo di palazzo o di teatro, o piuttosto con un rendiconto, anche aspro, su ciò che è accaduto nella società? La diatriba su voto subito o governo tecnico, certo. Io non sono in Parlamento, non ho deputati e senatori, faccio un ragionamento politico: se ci fossero le forze e il coraggio per mettere in campo una transizione capace di liberarci di un’ipoteca come la legge elettorale non potrei che brindare e compiacermi del pentimento di chi diceva che il proporzionale è la panacea di tutti i mali.

Ma non accetto l’idea di un governo di transizione che prosegua nel solco di chi ha operato la macelleria sociale di Tremonti. Un patto col diavolo? Il problema è intenderci sulla missione. Bisogna anche considerare il livello del danno, per dirla con Josephine Hart: “Ci si vergogna solo la prima volta”. Questo è un regime che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi del potere a colpi di dossier, di violenza verbale, di menzogne. È il sintomo di una decadenza gravissima: deposita nel Paese uova di serpente. Dunque, il diavolo. Parliamo dell’ipotesi di una grande aggregazione in funzione antiberlusconiana, dunque anche di un cartello elettorale? È in corso lo squagliamento del centrodestra come lo abbiamo conosciuto. Fini è pure espressione di una destra: democratica, sì, europea. Il Cln mi pare un’elucubrazione estiva. Di fonte allo spettacolo del dissolvimento del fronte avverso cosa fa la sinistra intesa come luogo del nesso lavoro-libertà-conoscenza? Lo chiedo con affetto a Bersani. Abbiamo interesse a mettere in campo, dentro questa sinistra, un’agenda di temi e di processi che lasci da parte i giochi delle belle statuine delle tante sinistre, i riformisti e i radicali, gli antagonisti e i moderati? Un gioco che avvantaggia certo le rendite di posizione ma produce paralisi del sistema: è il male che ha già divorato l’Ulivo, non ripetiamolo. La grande alleanza non deve essere l’Arca di Noè che consenta a ciascuno di salvarsi: non lavoriamo per il ceto politico ma per il Paese.

Ho grande affetto per Prodi, temo che in politica non si diano mai secche repliche del passato ma le suggestioni del prodismo, pur con tutti gli errori commessi, ha portato una politica con grandi potenzialità espansive. Se Berlusconi è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva, della deresponsabilizzazione di massa il rovesciamento del sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande protagonismo democratico. Sono mortalmente stufo delle diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra: non hanno più tempo né luogo. Io non mi batto per una sinistra minoritaria, mi batto per vincere. Non bisogna avere paura della nostra gente, allora. È con la nostra gente che vinceremo, insieme a loro e grazie a loro».

"l'Unità", 15 agosto 2010

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Nichi Vendola al Paese
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 luglio 2010


Cinque risposte da Nichi Vendola

di Camilla Furia

1. Manovra economica
In Italia abbiamo toccato quota 120 miliardi di euro di evasione fiscale e 60 miliardi di corruzione. E il Governo si accanisce sul mondo degli invalidi e su chi si stava affacciando alla finestra per andare in pensione.

2. Lavoro pubblico

Il Governo si accanisce sui lavoratori statali che prendono 1.200 euro al mese. Si accanisce sul welfare. Mette le dita negli occhi dei più poveri.

3. Recessione
Questa manovra è terribilmente iniqua e recessiva perché non chiama in causa i grandi patrimoni, le grandi rendite.

4. Crisi
Questa crisi che il Governo Berlusconi nasconde da due anni, ma che l’Istat ha ben fotografato, quando terminerà avrà lasciato sull’asfalto una vittima; un’intera generazione che rischia di non trovare più una collocazione nel mondo produttivo.

5. Deporre le armi
Le dispute introspettive all’interno delle tante sinistre non hanno più senso. Bisogna deporre le armi di una contesa intestina e nevrotica per armarsi d’intelligenza e capire il perché della sconfitta civile, culturale e sociale della sinistra per mettere in piedi il cantiere dell’alternativa a un berlusconismo che declina ma che può fare ancora molti danni al Paese.

"l'Unità", 05 luglio 2010

 

Nichi Vendola: "Vogliono lasciare intatta la vita dei ricchi e dei potenti e vogliono colpire la vita dei poveri. Il doppio codice, appunto".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 31 maggio 2010


Nichi Vendola: «Giusta la pratica della disobbedienza. È battaglia di civiltà»

di Paola Natalicchio

Le intercettazioni? Sono strumenti investigativi considerati pericolosi non perché violano la privacy ma perché violano i santuari del potere». Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola non ha dubbi sullo scopo reale del disegno di legge che limita l’uso delle intercettazioni telefoniche. È già ora di pranzo mentre esce dalla libreria Feltrinelli di Bari dove ha trascorso la mattinata con Lorella Zanardo, per presentare - in una sala gremita - il libro “Il corpo delle donne”. Ma non è solo una domenica di fine maggio in cui tirare il fiato. Siamo a poche ore dall’inizio della battaglia parlamentare sulla legge-bavaglio.

I giornalisti dell’Unità hanno deciso di disobbedire alla nuova legge sulle intercettazioni. Se passerà in Parlamento noi non la rispetteremo. Cosa pensa di questa iniziativa?
«Dobbiamo iniziare a immaginare la diffusione di una pratica di disobbedienza civile a fronte di leggi che hanno un tasso di violenza istituzionale così evidente, così palpabile e così insopportabile. Il punto è uscire dallo schema consueto di una battaglia di opposizione il cui punto fondamentale è l’emendamento. Dobbiamo invece provare a riconnettere il senso di quello che accade nelle istituzioni alla sensibilità del Paese. Abbiamo bisogno davvero di ricostruire un elemento di indignazione nei confronti delle molteplici e organiche aggressioni al diritto di libertà, al diritto di essere informati e a una serie importanti di diritti costituzionali».

Pochi giorni fa lei stesso ha dichiarato che senza questa legge non avrebbe potuto mandare via i suoi assessori dalla vecchia giunta...
«È così. Le intercettazioni telefoniche servono non solo come strumento di contrasto ma anche come strumento di difesa. Certo, vanno usate in maniera ben vincolata e fuori da qualunque abuso. E non c’è dubbio che l’abuso c’è stato in questi anni. Ma sono uno strumento fondamentale, tanto più perché i fenomeni criminali reali hanno un carattere transnazionale e riguardano la criminalità economica e la criminalità mafiosa. Il problema è che in questo paese ormai il concetto di criminalità è applicato solo a tutta la sfera della marginalità sociale. Si sta lavorando alacremente per rimettere in pista il “doppio codice”».

In che senso? Cosa intende per doppio codice?
«Da un lato c’è il codice penale per i galantuomini, cioè i colletti bianchi, i ricchi e i potenti, che sono dentro una specie di ontologica innocenza. Dall’altro il codice per i briganti che oggi sono i nuovi poveri, prevalentemente stranieri, sempre e comunque colpevoli. L’immunità per le classi dirigenti e la criminalizzazione e la colpevolizzazione della povertà. Le intercettazioni non servono a catturare e colpire un clandestino extracomunitario. Servono per andare a vedere cosa c’è dietro la patina di perbenismo, dietro la retorica pubblicitaria che cinge le “magnifiche sorti e progressive” di questa classe dirigente».

Con che conseguenza?
«Ci sono i fasti e i nefasti. I fasti li vediamo dalla mattina alla sera in tv; i nefasti forse li possiamo ascoltare con un’intercettazione ambientale o telefonica. Si vuole impedire di conoscere i nefasti».

Per molti anni, come parlamentare, lei è stato in prima linea nella lotta alla mafia. L’impegno in Commissione antimafia le è costato minacce, è stato messo sotto scorta... Questa legge colpisce anche la lotta alla mafia: siamo davanti a un cambiamento radicale?
«Non lo dico io. Lo dicono tutti i procuratori antimafia. Lo dice il procuratore generale Grasso. Lo dice l’amministrazione nordamericana, i cui apparati repressivi di intelligence e di contrasto restano a bocca aperta dinanzi al fatto che noi stiamo praticando questa specie di “harakiri”, cioè l’impedimento al contrasto più raffinato».

Disobbedire però è possibile. E sono con noi in questa battaglia anche personalità del mondo della cultura e dell’arte: Dario Fo, Francesco Guccini, Ascanio Celestini e molti altri. Quanto sono importanti i poeti e gli artisti nel contrastare questa legge? Possono servire a creare un movimento di opinione più vasto?
«A condizione che questa battaglia si connetta con l’altra battaglia: quella per la questione sociale. Lo dico con una battuta: non ci vuole un’intercettazione telefonica per conoscere le intenzioni del ministro Sacconi sullo statuto dei diritti dei lavoratori. Se non si coglie la connessione tra l’attacco ai diritti di libertà, l’attacco ai diritti sociali e l’attacco ai diritti umani che si sono impastati in questi ultimi anni, facendo quel “pane cattivo” del berlusconismo che mangiamo tutti i giorni, la battaglia diventa difficile. Se quella degli strumenti di indagine diventa una battaglia elitaria e autoreferenziale è una battaglia perduta. Dobbiamo farne una grande questione di giustizia sociale. Vogliono lasciare intatta la vita dei ricchi e dei potenti e vogliono colpire la vita dei poveri. Il doppio codice, appunto. Quindi anche le questioni della giustizia hanno a che fare con una problematica gigantesca di giustizia sociale e di equità sociale. Solo così possiamo fare questa battaglia in maniera credibile e forte».

"l'Unità", 31 maggio 2010
Nichi Vendola: "È più utile per l’Italia comprare aerei da combattimento per 17 miliardi di euro o investire nell’università e nella ricerca?"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 maggio 2010


S.O.S. Università | Caterina Perniconi

La riforma uccide la ricerca
Gelmini: 'Gli studenti sono con me'

 

"il fatto quotidiano", 19-05-2010


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permalink | inviato da Notes-bloc il 19/5/2010 alle 20:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
25 aprile 2010: ascoltiamo l'intervento di Nichi Vendola a Montesole
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 aprile 2010


 1^ PARTE

http://www.youtube.com/watch?v=vW2mMMeRJTw

2^ PARTE

 

http://www.youtube.com/watch?v=IpxBu_m1Dkk

3^ PARTE

http://www.youtube.com/watch?v=wYO7BxILgSg

 

Mentre Bersani lancia il "patto repubblicano", Nichi Vendola: "dobbiamo convocare al più presto gli stati generali dell'alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perchè ormai è chiaro che i partiti da soli non ce la fanno"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 aprile 2010


Da Bersani appello alle opposizioni: «Uniti contro il rischio di deriva». Patto repubblicano anche con Fini

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani chiama all'unità le forze di opposizione: «Le tensione nella maggioranza in futuro sono certe, gli esiti imprevedibili. Le forze di opposizione non possono sottovalutare i rischi che Berlusconi per un verso e la Lega per l'altro possono dare per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare. Per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova». «Serve un impegno più forte - sostiene Bersani - a discutere e concertare l'azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell'alternativa». Per «accelerare» il confronto con le opposizioni, il leader Pd, che nei giorni scorsi ha già incontrato il leader Idv, Antonio Di Pietro, continuerà «colloqui e verifiche» con le altre forze di opposizione dentro e fuori il parlamento. «Siamo di fronte - sostiene Bersani analizzando la tensione nella maggioranza - ad una situazione estremamente confusa. Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici».

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani spiega il senso di un «patto repubblicano» con personalità come Gianfranco Fini che non vuol dire, precisa, «fare governi insieme». «Bisogna rivolgersi - spiega Bersani - ad altri partiti ma anche forze sociali ed economiche perchè reagire ad una democrazia plebiscitaria, che ha dimostrato di non saper decidere, non è solo questione di opposizioni». Sui problemi economici del paese e sulle riforme serve dunque «un patto largo in parlamento» coinvolgendo però anche personalità e forze esterne. Il banco di prova per il leader Pd, potrà avvenire già in tempi ravvicinati: «martedì alla Camera si metterà ai voti la proposta di dare un reddito a coloro ai quali scadono gli ammortizzatori sociali o non hanno ammortizzatori. Il governo si è messo di traverso. Vediamo se su un tema concreto il paese capisce di che cosa parliamo».

Zingaretti, appello al Pd
Il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «È evidente che lo spettacolo che abbiamo visto noi e qualche milione di italiani non è stato edificante. Ma dico al mio partito e al centrosinistra tutto: occhio a fare spallucce, a fare gli scandalizzati e ad assumere l'aria di sufficienza. Quel che è successo in realtà è assai insidioso: il Pdl in quel modo ha occupato e occupa tutto lo spazio politico, fa al contempo la parte della maggioranza e quella dell'opposizione».

«Alla direzione del Pdl abbiamo assistito ad uno scontro tra idee, portato avanti con una schiettezza e una durezza che non turbano la gente, abituata al linguaggio semplificato dell'Isola dei Famosi o dei talk show rissosi- spiega Zingaretti- dobbiamo capire che quella della maggioranza è una forma di comunicazione facilmente decodificabile dai fruitori di televisione. Noi dovremmo avere la stessa forza e la stessa determinazione per imporre la nostra agenda nella vita politica italiana. L'ultima direzione del Pd ha aperto un percorso per la conferenza programmatica che però avrà un senso se ci metteremo l'anima e il cuore. Solo così riusciremo a parlare in modo diretto alla gente e a farci capire».

Vendola: servono subito gli Stati Generali della sinistra
«Se il centrosinistra pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo - ammonisce Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola - le nostre identità non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. E il deficit di 'alternatività del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema». Secondo il leader di Sinistra e Libertà, «la rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd è clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne è un esempio la formazione delle nuove giunte regionali». Quindi, conclude Vendola, «dobbiamo convocare al più presto gli stati generali dell'alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perchè ormai è chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, commenta su "Il Manifesto" il conflitto apertosi dentro il Pdl: «È evidente che esistono due destre. C'è una destra "americana", liberista ma non liberale in cui Berlusconi è il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. E c'è invece un'altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, però è liberale nel senso che almeno rispetta l'Habeas Corpus, vuole l'inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicità della politica. Tra queste due destre si è aperta una partita brutale e di lungo periodo».

"l'Unità", 24 aprile 2010
Interviste a Nichi Vendola e a De Magistris dopo le Elezioni Regionali
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 aprile 2010


 Politica&Palazzo | Marco Lillo

De Magistris: Idv deve unirsi a Vendola
e a Grillo per una vera alternativa

 

   

De Magistris: serve una seconda gamba del centrosinistra accanto al Pd

Una grande conferenza a metà maggio per raccogliere e unire l’antiberlusconismo duro e puro: da Nichi Vendola a Beppe Grillo, dall’Italia dei Valori al popolo viola. È questa l’idea maturata da Luigi De Magistris dopo le elezioni regionali: "Dobbiamo unire le forze del cambiamento e semplificare l’offerta del centrosinistra perché lo vogliono i nostri elettori".

Come si esce dalla batosta delle Regionali?

Il centrodestra ha vinto e bisogna prenderne atto. Il successo della Lega da un lato va rispettato per la sua dimensione, ma dall’altro lascia inquieti per i messaggi di razzismo che in parte lo hanno propiziato. Nel nostro campo vedo invece una netta sconfitta del Pd e un buon risultato dell’Idv, che però non sfonda per colpa della qualità bassa di alcune candidature e delle alleanze sbagliate. Le scelte scellerate, come quella di Loiero in Calabria e di De Luca in Campania, sono costate caro soprattutto al Pd, ma anche noi le abbiamo pagate. Ora bisogna guardare avanti e sto pensando a un cantiere nuovo per ricostruire l’alternativa.

Il centrosinistra sembra più un deserto di macerie che un cantiere. Lei vede motivi di ottimismo?

Per esempio, il 10 per cento di Callipo in Calabria, senza liste forti alle spalle, è stato per me un buon risultato. Poi c’è stata l’affermazione dei grillini in Piemonte ed Emilia Romagna. E soprattutto il successo di Nichi Vendola in Puglia.

Vendola sarà un protagonista nazionale nel centrosinistra del futuro?

Già dalle primarie interne al Pd, io ho puntato su Vendola. La sua storia è esemplare. A sinistra non sono graditi i candidati radicati nella società, ma fuori dal controllo dei partiti. Invece dobbiamo puntare proprio su queste figure. Per costruire il futuro del centrosinistra bisogna partire dalla vittoria di Vendola in Puglia, dal risultato alle Europee dei candidati dell’Idv provenienti dai movimenti o dalla società civile come me e Sonia Alfano.

In Puglia la somma di Idv, lista Vendola e Sinistra e Libertà supera di poco il Pd. Può diventare un modello nazionale?

Dobbiamo favorire la semplificazione del quadro politico. Io sono favorevole a un rapporto molto più stretto tra i movimenti come i grillini e i partiti come l’Idv e Sinistra e libertà.

Come immagina il centrosinistra nel futuro?

Da un lato ci sarà il Pd e dall’altra questo nuovo raggruppamento di movimenti e partiti.

L’Italia dei Valori dovrebbe sciogliersi in questo nuovo soggetto?

No. Non servirebbe a nulla. L’Italia dei Valori deve essere la guida di questo processo di semplificazione. Io non sono favorevole allo scioglimento dell’Idv nell’ennesimo nuovo partito. Anche perché bisogna rispettare l’identità dei movimenti. L’importante è unirsi. Alla fine di questo processo ci potrà essere una federazione, un’unione o un soggetto unitario, poi la formula la si troverà tutti insieme. L’importante è che ci si trovi uniti non solo contro Berlusconi ma anche per un progetto di vera alternativa politica e culturale al berlusconismo.

Uscendo dalle teorizzazioni astratte, alle prossime elezioni nazionali come si dovrebbe presentare il centrosinistra?

Io immagino da un lato il Partito democratico che resterà un nostro interlocutore e che certamente potrà migliorare la sua classe dirigente, ma fino a un certo punto, secondo me. Dall’altro lato vedo questo raggruppamento di partiti, come l’Idv e Sinistra e libertà, ma soprattutto di movimenti. Penso al forum sull’acqua pubblica , al movimento delle agende rosse di Salvatore Borsellino e al Popolo viola. Ma penso anche alle migliori personalità del mondo della cultura e dell’informazione.

Questo fronte antiberlusconiano però potrebbe sembrare ottimo per l’opposizione ma incapace di dare vita a un governo alternativo.

Per questo non bisogna fare solo un’operazione di addizione numerica. Questa cosa nuova deve camminare sulle gambe delle persone. Ci vuole un vero ricambio generazionale con leader giovani in grado di parlare al cuore del popolo e che hanno già saputo trasformare il consenso in voti. Queste elezioni hanno dimostrato che c’è un fortissimo astensionismo di sinistra. Questa federazione di forze può recuperarlo.

Come pensa di concretizzare la sua idea?

Sto pensando a una grande adunata a Firenze per metà maggio di tutte le forze che credono a questo progetto, da Nichi Vendola alle migliori personalità della cultura e dell’informazione.

Quale sarà l’approdo?

Le prossime elezioni politiche. Dobbiamo presentarci con una federazione di partiti e movimenti che - alleata al Pd - sia in grado di guidare il centrosinistra verso la vittoria.

Il programma?

La questione morale è centrale. Bisogna dire basta ai compromessi con i Loiero e con i De Luca. Il nuovo soggetto politico che immagino non inseguirà Berlusconi sul suo terreno. Bisogna riscoprire l’orgoglio della diversità. Ci vuole un’operazione culturale forte contro i valori alla base del berlusconismo. Deve essere chiaro che da questa parte ci sono le regole contro la furbizia, l’essere contro l’avere e l’etica contro l’estetica.

Quale sarà il primo banco di prova della "santa alleanza"?

La difesa della Costituzione di fronte al tentativo neo-autoritario di Berlusconi, che non sta trovando una forte opposizione nel Pd. La difesa dei principi e della seconda parte della Costituzione è il primo punto. La divisione dei poteri e l’indipendenza della magistratura non si toccano. Chi si siede al tavolo con Berlusconi per parlare di riforme non potrà mai essere un nostro alleato.

Da il Fatto Quotidiano dell'1° aprile 2010

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E dal Blog di Nichi Vendola del 31 Marzo 2010

http://www.nichivendola.it/

Interviste rilasciate da Nichi Vendola, all'indomani della vittoria con cui è stato riconfermato, con il 48.7% dei consensi, Presidente della Regione Puglia.
Intervista a
La Repubblica
Intervista a
Il Fatto Quotidiano
Intervista a
l'Unità

"C'è qualcosa di peggio del berlusconismo ed è il berlusconismo addizionato al leghismo"(Nichi Vendola)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 marzo 2010


C'è una "fabbrica" che vota ancora a sinistra: la Puglia di Nichi Vendola

 

Sono stati definiti i numeri relativi ai seggi del prossimo consiglio regionale della Puglia: 46 vanno alla coalizione guidata da Nichi Vendola che ovviamente e' presente come presidente della Regione, 26 vanno alla coalizione di centrodestra a cui si aggiunge il candidato sconfitto Rocco Palese, infine 4 seggi sono stati attribuiti all'Udc che faceva parte della coalizione che ha sostenuto Adriana Poli Bortone che rimane fuori dal consiglio così come la sua formazione politica, Io Sud. In particolare nel centrosinistra 23 sono i consiglieri del Pd,11 di Sinistra, ecologia, liberta', 6 del'Italia dei Valori e 6 della lista la Puglia per Vendola.
...
Questa mattina, Vendola ha dichiarato:
«Non possiamo pensare di vincere se ragioniamo con lo schema Berlusconi-anti Berlusconi, noi possiamo vincere se al berlusconismo contrapponiamo un'idea di partecipazione democratica, di coinvolgimento delle giovani generazioni, cioe' se riusciamo a trasformare la politica che oggi e' percepita soprattutto dalle generazioni piu' giovani come criptica, astrusa, autoreferenziale, cinica, fredda, dobbiamo trasformarla in un principio di speranza, di riorganizzazione della vita, in un programma e in una pratica, il programma talvolta ha una dimensione meramente cartacea e propagandistica, il programma deve essere una bandiera ficcata nella testa delle persone».

Alla domanda se può essere già ipotizzabile una sua leadership del centrosinistra nazionale. Forte della vittoria in Puglia, il presidente della regione e leader di Sinistra Ecologia e Libertà ha affermato: «Sarei più contento di sapere qual è il futuro del centrosinistra in Italia, piuttosto che conoscere in così largo anticipo il nome del leader del futuro centrosinistra. Il problema è che il centrosinistra ancora una volta conosce una sconfitta ed è una sconfitta tanto più pesante perchè avviene nel pieno della crisi del berlusconismo - ha sottolineato - anche di fronte ad un principio di deflagrazione del centrodestra».

Il ragionamento di Vendola si sposta, poi, sul Carroccio, trionfante al nord:
«Il fatto che la Lega riesca a coprire la crisi del centrodestra non è mica un buon segno. C'è qualcosa di peggio del berlusconismo ed è il berlusconismo addizionato al leghismo: questo è accaduto al nord. La leghizzazione del Nord è un fatto drammatico per l'Italia. Il centrosinistra - ha aggiunto - non può semplicemente pensare di guardare l'avversario scrutando nelle rughe l'invecchiamento e i segnali di malattia, ma deve presentarsi con proprie credenziali di fronte al Paese, sapendo indicare una strada di uscita dalla crisi e in grado di attrarre le giovani generazioni».

"Liberazione", 30/03/2010


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Nichi Vendola, il più applaudito a Piazza del Popolo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 marzo 2010


L'INTERVENTO DI NICHI VENDOLA ROMA13MARZO2010

"L'unità", 13 Marzo 2010

Voto plebiscitario per Nichi Vendola. Vai, Nichi!
post pubblicato in Notizie ..., il 25 gennaio 2010


Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

(foto tratta da "il fatto quotidiano" del 25-01-2010)

Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

di Simone Collini

Oltre 200mila elettori del centrosinistra sono andati a votare per decidere con le primarie il loro candidato alla Regione. E Vendola, che a notte fonda viaggia sul 70%, ringrazia: «Di questa contesa resta la passione, ora uniti lavoriamo per sconfiggere la destra». Il candidato del Pd Francesco Boccia: «I pugliesi si sono espressi e i numeri non lasciano spazio ad interpretazioni, Nichi costruisca un'alternativa per allargare la coalizione». Il sindaco Emiliano: «Per il nostro partito dura lezione».
DI' LA TUA

Invece di rafforzare il bipartitismo - votando sì o no all'inutile Referendum -, pensiamo a costruire la Sinistra alternativa ai "governanti" del momento.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


Il dibattito a sinistra...  2

Insieme in un nuovo partito

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

°°°

 

"Caro Nichi, lavoriamo insieme da domani

Caro Nichi,
Desidero scriverti a caldo prima che si depositino nel dibattito politico post-voto le doverose analisi di dettaglio, i distinguo e le sfumature.
In Europa spira un forte vento di destra, è un vento gelido per chi pensava che la crisi del "turbo-capitalismo finanziario" potesse finalmente rompere quell' incantamento collettivo verso le dottrine neoliberiste che hanno dominato negli utlimi anni e che hanno anche contribuito a far smarrire l'identità dell'alternativa possibile .
La verità è che la crisi economica spinge i cittadini europei nel ventre protettivo di forze che tendono a rassicurare, proteggere, a difendere dallo "straniero", e non verso un campo che li sfida sul terreno della creatività sociale economica; sul campo dell'innovazione produttiva e tecnologica, della sfida umana e ambientale. Perché questo campo non c'è, o meglio è ancora in formazione. Ho, a questo proposito, trovato di grandissimo interesse, tanto per citare un dato, il risultato di Cohn Bendhit, cioè quello di un ambientalismo democratico e innovativo che punta sulla fiducia creativa dei cittadini più che sull?evocazione del disastro.
Io penso che i progressisti europei hanno bisogno di una pedagogia del progetto, capace di sostituire la pedagogia dominante della paura.
A questo campo non ideologico, visionario e pragmatico, che sappia tradurre in chiave europea il new deal obamiano, fondato su un modo nuovo di vedere il mondo, secondo me, caro Nichi, appartiene sia il partito democratico che Sinistra e libertà.
E anzi credo che il tuo risultato sia davvero un buon risultato. Un risultato che sancisce finalmente la nascita di una sinistra critica che, però, si misura quotidianamente (come tu fai egregiamente in Puglia) con la fatica quotidiana del governo.
Molto si dirà nei prossimi giorni degli effetti nazionali di questo voto. La buona, ottima notizia, è che Berlusconi si è fermato, il suo sogno plebiscitario ha subito un colpo reale, gli italiani non vogliono che straripi. E se sommiamo tutti quelli che non lo vogliono sono più del 50 % degli elettori. A esso però noi dobbiamo ripartire con un'anima nuova. Con un progetto alternativo per governare questo Paese. E questo progetto va pensato, costruito insieme.
Chi voleva suonare il requiem per il partito democratico si metta l'animo in pace: il Pd, il progetto che ne è alla radice è ancora in campo. Gli dobbiamo fare un tagliando molto serio, sia in termini di modalità di organizzazione e radicamento che in termini di profilo e proposte. Ma possiamo dire a tutti quelli che ci vedevano morti che si erano sbagliati e anche di tanto.
Adesso si apre il cantiere. Un cantiere certamente interno al PD, ma necessariamente anche aperto a tutte quelle forze che, sentendosi alternative a Berlusconi, vogliono costruire un progetto diverso per l'Italia. Un progetto fondato sulla centralità del lavoro e della persona, sul rispetto e la forza creativa di un paese meraviglioso che ha risorse di cultura, bellezza e conoscenza che il modello berlusconiano deprime e soffoca.
Caro Nichi mettiamoci a lavorare insieme. Da domani.

Un abbraccio affettuoso.

Giovanna Melandri

 

 °°°

 

"Cara Giovanna proviamoci insieme

Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l'interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un'alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell'istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l'alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch'esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella sua accezione più “euromediterranea”, come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E' questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama.

Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L'istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo.
Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E' auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell'affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo.
Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di inziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all'inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E' questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell'Italia e dell'Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell'amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un'identità immobile, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate.
Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l'analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza.

E quindi, cara Giovanna,

a presto.

Nichi Vendola

www.altronline.it

 

Sinistra ed Europa e ... Italia!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 giugno 2009


La Sinistra che non riconosce al suo interno le differenze crolla; mantiene i suoi adepti che, però, devono riprendere il cammino, tenendosi per mano! E ... speriamo che il PD - che si dichiara progressista - sia capace di creare le condizioni del dialogo e chieda a noi di Sinistra quell'alleanza che, invece, contraddicendosi, ha fornita soltanto all'IdV!?

Le idee della Sinistra non possono continuare a restare fuori dai Parlamenti italiano ed europeo! Non dimentichiamo che Antonio Gramsci, nel 1924, ebbe a fondare un giornale che portava il titolo de l'Unità!

Una Sinistra unita nelle differenze e, dunque, coraggiosa e aperta al dialogo, oggi, conterebbe e renderebbe liberi i suoi elettori di lottare insieme ai Parlamentari delle Sinistre Europee che, oggi, invece, si trovano impoveriti dell'apporto delle idee degli Italiani di Sinistra!
I.L.

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il cantiere della Sinistra continua i lavori News

8 giugno 2009 Sinistra e Libertà è un… leggi »

SINISTRA E LIBERTA'
post pubblicato in Messaggi, il 5 giugno 2009


SINISTRA E LIBERTA'

 

 

in Italia e in Europa

www.sinistraeliberta.it

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2009


Per un futuro di democrazia e libertà

in Italia e in Europa!
 

 

 


 

 

"Sinistra e Libertà"
 

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 maggio 2009


 


"Sinistra e Libertà"

Lettera
di Nichi Vendola
- SINISTRA E LIBERTA' -
a
:

- Pierferdinando Casini - Leader nazionale UDC
- Lorenzo Cesa - Segretario nazionale UDC
- Antonio Di Pietro - Presidente Italia dei Valori
- Dario Franceschini - Segretario nazionale PD
- Flavia D'Angeli - Portavoce nazionale Sinistra Critica
- Oliviero Diliberto - Segretario nazionale PdCI
- Marco Ferrando - Portavoce nazionale PCdL
- Paolo Ferrero - Segretario nazionale PRC
- Marco Pannella - Leader nazionale Radicali Italiani
- Luciana Sbarbati - Segretaria nazionale Mov. Repubblicani Europei



Carissima, Carissimo

vi sono molti, troppi, inquietanti segnali che indicano che il nostro paese sta attraversando una fase particolare, e per molti versi originale, nella quale il sistema democratico che tutti noi abbiamo conosciuto e nel quale abbiamo vissuto e operato è messo a serio rischio.
Sta crescendo nel nostro paese una vera e propria emergenza democratica rispetto alla quale tutti noi abbiamo il dovere e la necessità di reagire in modo adeguato e tempestivo.
Per questa ragione mi assumo la responsabilità di scrivere a te a ai segretari di tutte le forze dell’opposizione e di proporvi un incontro a brevissimo termine per assumere assieme le iniziative adeguate, come compete ad un’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, come è la forza politica cui appartengo, non certo per sua scelta.

Conviene evitare paragoni con il passato, sempre difficilmente proponibili, ma certamente abbiamo avuto modo, e con noi le italiane e gli italiani, di cogliere nei recenti comportamenti della maggioranza, del governo e segnatamente del Presidente del Consiglio, atteggiamenti, comportamenti, dichiarazioni e atti che entrano in collisione con le regole più elementari di una repubblica democratica e parlamentare.
Non credo sia sfuggito a nessuno il carattere ricattatorio del discorso pronunciato da Silvio Berlusconi di fronte all’assemblea di Confindustria. Un Presidente del Consiglio che controlla direttamente o indirettamente quasi l’intero sistema mediatico minaccia di rivolgersi direttamente al popolo per sovvertire gli assetti costituzionali aggirando o, peggio, ignorando con esplicito disprezzo il Parlamento.
Questo atteggiamento arrogante e, temo, non privo di venature eversive era già evidente nella vicenda apertasi con la sentenza sul caso Mills. Siamo di fronte ad un assurdo: chi è stato destinatario di un atto di corruzione viene condannato dalla Magistratura, mentre il suo eventuale corruttore è protetto da una legge vigente, contro la quale l’opposizione si è fortemente battuta, che lo sottrae a qualunque tipo di giudizio. Non compete a noi entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Così come il Presidente del Consiglio non dovrebbe abbandonarsi ad una pubblica sequela di insulti rivolti alla Magistratura giudicante in ragione di una sua presunta intenzione persecutoria motivata addirittura da una altrettanto presunta collocazione politica dei singoli magistrati.
Ma noi non possiamo assistere impassibili ad una nuova recrudescenza di dichiarazioni e atti che mirano a sottoporre la Magistratura sotto il controllo politico dell’Esecutivo, stravolgendo l’equilibrio dei poteri di uno stato democratico e la sua Costituzione.
E’ da notare come tali comportamenti costituiscano di per sé un motivo di uno scontro ora strisciante, ora esplosivo con le più alte cariche dello stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, i cui ripetuti, ponderati e preziosi interventi a tutela degli equilibri istituzionali e della nostra Costituzione sono stati disattesi e persino svillaneggiati dal Presidente del Consiglio.
La stessa vicenda della oscura relazione tra il presidente del consiglio e la famiglia Letizia non può essere confinata nella sfera del privato, il confine tra pubblico e privato essendo, come segnalano tutti i migliori studiosi delle moderne democrazie, diverso per chi ricopre cariche istituzionali e per il comune cittadino. E di fronte a denunce che partono dagli stessi famigliari del Presidente del Consiglio, non credo si possa tacciare di indebita invasione nel privato la richiesta formale di pubblici chiarimenti da parte di chi un ruolo pubblico riveste.
La mia elencazione potrebbe continuare ma sarebbe superflua poiché già così la misura appare colma. Ad un’emergenza democratica si deve rispondere con un’eccezionale sussulto democratico nel paese e nelle istituzioni. Non credo che il Parlamento possa limitarsi ad attendere che il Presidente del Consiglio decida, a seconda dei suoi desideri e delle sue convenienze, se presentarsi di fronte ad esso o meno. L’opposizione parlamentare è in possesso di precisi strumenti regolamentari per giungere, nel modo e nelle forme opportune, a un dibattito parlamentare la cui urgenza mi sembra ormai massima.

Per questo mi rivolgo a Voi, pur in un momento come l’attuale che ci vede in competizione nella campagna elettorale per le elezioni dei Parlamento Europeo e di molti Consigli provinciali e comunali. L’imminente confronto elettorale non può fare venire meno, neppure per un attimo, il nostro senso di responsabilità verso la Costituzione italiana e l’ordinamento democratico del nostro paese.
Mi auguro quindi che vogliate concordare con la necessità di un’immediata riunione di tutte le forze dell’opposizione, presenti o no nell’attuale Parlamento, per concordare e assumere tutte le iniziative unitarie, nel Parlamento italiano e in quello europeo, nelle Istituzioni locali, nella società civile per fare uscire il nostro Paese indenne dall’attuale emergenza democratica che lo investe.
In attesa di un Vostro tempestivo cenno di riscontro, Vi saluto augurando a tutti noi un presente e un futuro di democrazia e libertà.

Nichi Vendola
Sinistra e Liberta’
in http://www.movimentoperlasinistra.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1074

Roma, 22 maggio 2009 

Nichi Vendola: "... il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 2 maggio 2009


1° Maggio 2009: è stato festeggiato un fantasma!

Autore: Nichi

Oggi si festeggia un fantasma. Quella degli ultimi decenni è la storia di un occultamento e di una rimozione, di un progressivo, inesorabile, slittamento del lavoro dal ruolo centrale che gli assegnava la Costituzione repubblicana a postazioni sempre più periferiche, sino a finire nelle brume di una estrema banlieu, pudicamente celato alla vista. Disincarnato, ridotto a variabile duttile nelle stime dei tecnocrati o nei conti di manager grandi e piccoli, il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta. Nella penombra di quella periferia sociale, si è consumata e quotidianamente si consuma una strage ignorata, tollerata, e oramai persino incentivata. Mentre il proscenio discuteva di veline e si azzuffava su particolari, parlava sempre e comunque d’altro, in quelle tenebre ha avuto libero corso l’imposizione di salari che erano da crisi anche quando la crisi non c’era, si è affermato un nuovo mercato del lavoro modellato sulle vecchissime forme del caporalato, fondato sul ricatto del precariato permanente e della disoccupazione endemica, sulla sottrazione di ogni potere contrattuale dei lavoratori, avvertito ormai come insopportabile pastoia che intralcia la logica sovrana del profitto.

Grazie a quella stessa “invisibilità” del lavoro, oggi, si studiano e allestiscono strategie feroci, che mirano a far pagare per intero i costi della crisi proprio a chi della crisi è vittima principale, i lavoratori dipendenti in cassa integrazione o peggio, i precari a spasso, l’esercito di giovani colti e preparati del sud costretti a una nuova migrazione di massa. Quella degli ultimi decenni è la vicenda di un beffardo slittamento semantico, che ha celato sotto le voci “modernità” e modernizzazione” un gigantesco ritorno al passato, passando per lo smantellamento di tutti i diritti conquistati dai lavoratori nel corso di due secoli di conflitto sociale, che ha ripristinato e restituito legittimità a vere e proprie forme di schiavismo.

Chi può davvero credere che la scomparsa della rappresentanza politica del mondo del lavoro dal Parlamento italiano proprio al termine di questo immenso processo storico sia casuale, frutto di mera coincidenza?
C’è un solo modo, allora, di festeggiare questo primo maggio: farne la stazione di partenza per imboccare un tragitto inverso. Iniziare, da oggi, da subito, qui e ora, da questa campagna elettorale, a restituire realtà, concretezza e visibilità al lavoro. Imporre la sua centralità da subito, a partire dalle strategie per fronteggiare la crisi, sapendo che dalla crisi stessa non si potrà uscire senza restituire carne e sangue a quel fantasma, senza richiamare al centro della scena sociale, politica e persino culturale quel che da troppo tempo ne è rimosso. Questa crisi è frutto della stessa politica, delle stesse politiche, delle stesse logiche che hanno per trent’anni umiliato e assediato il lavoro e i lavoratori. Non si può sperare di risolverla con gli stessi strumenti che l’hanno determinata.
Abbiamo scelto di superare una volta per tutte l’antica e disastrosa separazione tra la difesa dei diritti sociali e di quelli civili. Dobbiamo sapere che i diritti dei lavoratori sono oggi al centro di questo scontro, e se non riusciremo a ripristinarli, a imporne un nuovo rispetto, il prezzo sarà pagato da tutti. Anche da chi, oggi, si batte per difendere il diritto alla propria sessualità, alle proprie scelte, alla libertà del proprio corpo.

Abbiamo scelto di chiamarci Sinistra e Libertà. Dobbiamo ricordare, a noi e a tutte e a tutti, che senza affrancamento dal bisogno, dal ricatto del precariato, dall’assenza di diritti sul lavoro, la parola Libertà è solo un simulacro.

Nichi Vendola

(dal Blog di Nichi Vendola)

Lasciare ampio spazio a voci e personalità provenienti dalla società, donne e uomini fortemente impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili, dell’ambiente, della libertà e della centralità del lavoro
post pubblicato in Notizie ..., il 30 aprile 2009


 

 

2009 Aprile 30

Le Liste
di "Sinistra e Libertà"

Autore: redazione

Le liste di ‘Sinistra e Libertà’ per le prossime elezioni europee sono state composte sulla base di un criterio fortemente innovativo: quello di lasciare ampio spazio a voci e personalità provenienti dalla società, donne e uomini fortemente impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili, dell’ambiente, della libertà e della centralità del lavoro, limitando al massimo la componente proveniente dai partiti. Questo criterio risponde nei fatti all’esigenza, avvertita da tutti dopo le ultime elezioni politiche, di uscire dalle stanze chiuse dei partiti politici per iniziare a ricostruire una sintonia politica e, persino emotiva, con la società italiana e con il vastissimo popola della sinistra, oggi privo di rappresentanza nel Parlamento nazionale.
A parte i parlamentari europei uscenti (Alessandro Battilocchio, Monica Frassoni, Josef Kusstatshcer, Pia Locatelli e Roberto Musacchio) alcuni leader delle diverse forze politiche, a partire da Nichi Vendola, candidato in tutte le circoscrizioni, Claudio Fava in 3 circoscrizioni, Marco di Lello al sud e Umberto Guidoni al centro, che hanno dato vita al progetto di Sinistra e Libertà, nelle liste non figurano dunque esponenti di partito, ma figure importanti del pacifismo  come Lisa Clark (Beati i costruttori di pace) e Giuliana Sgrena (giornalista de il Manifesto), del movimento gay, come Imma Battaglia e Alessandro Zan (ArciGay), del vasto fronte che in Italia ed in Europa si batte in difesa delle garanzie e contro la tortura e gli abusi, come Mauro Palma (presidente del Comitato Ue contro la tortura, già presidente di Antigone), del movimento che, sin dallo scorso autunno contrasta la controriforma della scuola progettata dal ministro Gelmini come Simonetta Salacone, e di quello che si batte per fermare la deriva integralista in cui è scivolato il nostro paese come l’endocrinologo Carlo Flamigni.
L’ex sindaco di Cosenza Eva Catizzone è scesa in campo con sinistra e libertà per restituire centralità nella sinistra italiana nel Meridione, che è, probabilmente, la principale risorsa del nostro paese, ed in particolare dal puntoi di vista delle donne del Sud; il leader del ‘Partito pirata’ Alex Bottoni, infine, rappresenta il vasto e crescente movimento che si è costituito nella rete ed intorno alla rete contro il copyright. Abbiamo cercato di dare rappresentanza diretta alla migliore cultura di questo paese con la candidatura della scrittrice per l’infanzia Bianca Pitzorno, del direttore di Linus Michele Dellai, di Bebo Storti e dell’ex rettore dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia, Mario Folin.
Particolarmente significativa è infine la presenza del disegnatore Sergio Staino, che ha accettato di candidarsi nelle nostre liste come gesto a favore non solo di Sinistra e Libertà ma della ricostruzione di un vasto fronte democratico e di sinistra.

Elenco candidati - Formato: application/vnd.ms-excel

Da sinistraeliberta.it www.sinistraeliberta.it
Da Blog di Nichi Vendola

Nasce "Sinistra e Libertà", mentre la terra trema in Abruzzo e i ministri corrono lì ... perché si avvicinano le Elezioni Europee e non solo ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 9 aprile 2009


 

2009 Aprile 7

Rimettere in piedi un cantiere

Autore: redazione

Il video con tutti gli interventi della convention di presentazione di Sinistra e Libertà - Bari 5 aprile 2009


Nichi Vendola aderisce all'appello per la Sinistra Italiana firmato da Pietro Ingrao e Rossana Rossanda
post pubblicato in Messaggi, il 27 febbraio 2009


Da
 
Il blog di NichiVendola


Nei giorni scorsi sono stati pubblicati due appelli a favore di una lista unitaria della sinistra per le prossime elezioni europee, sottoscritti da alcune delle personalità più specchiate e delle intelligenze migliori della sinistra italiana, a partire da Pietro Ingrao e da Rossana Rossanda. Con un articolo sul “manifesto”, Fausto Bertinotti si è schierato con grande determinazione a favore della stessa proposta.
Credo che i firmatari dei due appelli abbiano ragione. Bisognerebbe avere l’intelligenza politica, la lungimiranza e forse anche l’umiltà di dargli ascolto. Si avvicina una prova elettorale che minaccia di concludersi con una vittoria schiacciante, in tutto il continente, della destra.

Gli effetti di un simile esito sulla definizione delle strategie per fronteggiare la devastante crisi economica indotta dall’orgia neoliberista degli ultimi trent’anni sarebbero drammatici: diventerebbe assai più difficile opporsi al tentativo, già in corso, di trasformare la crisi in lucrosa occasione per gli stessi che l’hanno provocata, facendone ricadere per intero i costi sulle spalle delle fasce più deboli delle popolazioni europee.
In Italia l’eventualità di una definitiva scomparsa della sinistra dal quadro politico non è una spettrale minaccia: è già una concretissima probabilità. Divisa, lacerata dai conflitti interni, esposta alle sirene del richiamo identitario, la sinistra d’alternativa si avvia a confermare, come se nulla fosse, il disastroso risultato dell’aprile scorso. Un esito che non ha portato vantaggi neppure al Pd. La tregua firmata in quel partito dopo le dimissioni di Walter Veltroni, aldilà della sincera stima che nutro per Dario Franceschini, è fragilissima e non reggerà a lungo.
In questo quadro desolato ci sia sta abituando a considerare un ulteriore dilagare della destra berlusconiana e leghista come un fenomeno naturale al quale non ci si può opporre, di fronte al quale si può solo cercare un esile riparo nelle antiche capanne delle certezze identitarie. Come se non fosse tutta e solo nelle nostre mani la responsabilità di contrastare quell’inondazione, di frenare quella nefasta egemonia culturale, di mettere in campo un convincente progetto politico di sinistra, democratico e anticapitalista. Da subito. Dalle prossime elezioni europee.
Dobbiamo dare alla nostra gente, al nostro popolo, ai nostri elettori reali e potenziali, la possibilità di poter dire, con il voto, che la sinistra non deve sparire, che la Costituzione resta la base solida della nostra democrazia, che la crisi non può essere risolta facendone pagare i prezzi a chi li ha già severamente pagati, che il malessere diffuso non può essere affrontato con la cinica costruzione di sempre nuovi capri espiatori.
La soluzione che propone l’attuale direzione del Prc non è convincente e non è sufficiente. Radunare sotto un’unica lista “i comunisti” non è un’operazione unitaria: è la scelta di spaccare la sinistra esponendola, tutta, al rischio di essere esclusa, per la seconda volta in un anno, dalla rappresentanza politica. Invocare l’adesione al medesimo gruppo europeo come condizione imprescindibile per una lista unitaria è solo un alibi, e per di più tra i più fragili: non solo il Pdci, ma anche una parte sostanziale della maggioranza che guida il Prc non hanno mai aderito al progetto della Sinistra europea.
Per queste ragioni, come persona e come esponente del Movimento per la sinistra, mi metto a piena disposizione dei promotori dei due appelli, pronto a incontrarli e a incontrare i segretari di tutte le forze della sinistra, per esperire seriamente e senza alibi la possibilità di dar vita, subito, a un programma comune, tutt’altro che impraticabile, sulla base del quale costruire una lista comune per le elezioni europee. Questo ci chiede la nostra gente. Di questo ha bisogno la sinistra, in Italia e in Europa.

Nichi Vendola

Dal blog di Nichi Vendola
post pubblicato in Messaggi, il 23 febbraio 2009


 

23 Febbraio 2009
Il messaggio di Nichi Vendola all’assemblea regionale del Piemonte
dell’Associazione Per la Sinistra.


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Vai, Nichi! Nessuna ricucitura è possibile, quando lo strappo è profondo!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 gennaio 2009


 All'assemblea della minoranza il governatore ratifica l'uscita dal partito
"Nessuna acrimonia, sono sereno perché faccio ciò che è giusto fare"

Prc, Vendola conferma l'addio
nasce Rifondazione della sinistra


Prc, Vendola conferma l'addio nasce Rifondazione della sinistra

Nichi Vendola e sullo sfondo il simbolo della nuova formazione

CHIANCIANO - E' arrivata al capolinea l'esperienza di Nichi Vendola nel Partito della Rifondazione Comunista. Come ormai annunciato da diverso tempo, il governatore della Puglia ha ufficializzato oggi la sua uscita nel corso dell'Assemblea della minoranza che si è aperta a Chianciano. "Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa e questo addio non è un partire indolore", ha detto Vendola.

Dopo aver fatto gli auguri di rito a chi ha preferito rimanere nel Prc, l'ex candidato alla segreteria sconfitto lo scorso autunno da Paolo Ferrero, ha aggiunto: "A noi, a quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di Rifondazione. E soprattutto ai compagni e alle compagne della nostra area che scelgono di continuare la propria lotta dentro al partito voglio esprimere gratitudine: per aver condiviso una bella battaglia, e perché sono certo che continueranno a battersi perché nasca una sinistra nuova". Non tutta l'area del partito che in occasione dell'ultimo congresso si era riconosciuta nella mozione Vendola ha deciso infatti di seguirlo nella fondazione della nuova formazione Rifondazione per la sinistra. Tra questi: Milziade Caprili, ex vicepresidente del Senato, Giusto Catania, europarlamentare, gli ex parlamentari Augusto Rocchi, Matilde Provera e Luigi Comodi, l'ex sottosegretario Rosa Rinaldi, Raffaele Tecce, responsabile enti locali, Tommaso Sodano, responsabile ambiente, Sandro Valentini della direzione Prc.

Inutile anche l'ultimo appello all'unità rivolto a Vendola da Ferrero. "Invito le compagne e i compagni di Chianciano a ripensarci - ha commentato il segretario da Milano - è una scissione verso destra e verso il Pd con un concreto rischio di subalternità sui contenuti. Ovviamente non mi permetto minimamente di sostenere che Vendola è di destra, sarebbe una sciocchezza. Però dico che era stata fatta chiarezza sulle posizioni di maggioranza e minoranza ed è stata tracciata democraticamente una linea e noi abbiamo fin da subito chiesto una gestione unitaria".

Rispondendo indirettamente a Ferrero, il presidente della Regione Puglia ha sottolineato che "la scissione è già nei fatti, è già avvenuta perché quando in una comunità si rompono i vincoli di solidarietà non è più possibile tornare indietro". "Le nostre linee politiche - ha detto ancora Vendola - si sono divaricate in modo radicale, c'è stata una rottura nella concezione dello stare assieme, come è avvenuto nella vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione. Quella era già la scissione. Gli appelli di oggi - ha concluso Vendola - sono solo esercizi di galateo e lasciano il tempo che trovano".

("la Repubblica",
24 gennaio 2009)

«Le nostre linee politiche si sono divaricate in modo radicale - è secco il governatore - c'è stata una rottura nella concezione dello stare assieme, come è avvenuto nella vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione

«Le nostre linee politiche si sono divaricate in modo radicale - è secco il governatore - c'è stata una rottura nella concezione dello stare assieme, come è avvenuto nella vicenda della cacciata di Piero Sansonetti dalla guida di Liberazione. Quella era già la scissione. Gli appelli di oggi sono solo esercizi di galateo e lasciano il tempo che trovano».
Angela Mauro

Null'altro da aggiungere? Tutto si è già compiuto, ma tanto altro va spiegato per non frustrare le corde dei sentimenti, per elaborare quello che Vendola definisce comunque un addio doloroso. Quindi, spiega Nichi, «io non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perchè faccio quello che è giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo al mio ex partito. E a noi, quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di Rifondazione». A chi di "Rifondazione per la sinistra" ha invece scelto di «continuare la propria lotta dentro il partito voglio esprimere gratitudine: per aver condiviso una bella battaglia e perchè sono certo che continueranno a battersi perchè nasca una sinistra nuova».
Chi resta e chi va. Nessuna tragedia. La sensazione è che ci sia una sorta di divisione strategica dei compiti: chi va al "fronte" per «un nuovo inizio, un altro partire», come lo chiama Vendola; chi, per lo stesso obiettivo di costruzione di una nuova sinistra, resta in retroguardia nel partito, per ora. Poi si vedrà. Anche perchè i processi sono tutti da tracciare. Sinistra Democratica assiste dall'esterno alla kermesse di Chianciano, pochi gli esponenti presenti, scelta di rispetto quasi da nuovo fidanzato che attende il disbrigo degli ultimi atti del divorzio. Ci si ritroverà a febbraio, in un'assemblea pubblica a Roma con pezzi dei Verdi, del Pdci, movimenti e associazioni per cominciare a tracciare il profilo della nuova avventura. Che viaggia verso la tornata elettorale di giugno in mezzo ai venti di burrasca soffiati da Pd e Pdl insieme per introdurre la soglia di sbarramento al 4 per cento per le europee. «Lavoro sporco - lo bolla Vendola - proiezione di quello sbarramento sociale che vuole marginalizzare le culture critiche e le alternative di società». Tutto da tracciare e qualcosa c'è già. Cè l'associazione "Per la sinistra", presentata già prima di Natale, seme preistorico per le liste elettorali unitarie.
Pensieri abbozzati. Lo stesso Nichi non si sbilancia. Serve una «sinistra unitaria», dice a Chianciano, «a condizione che non sia la confezione di un partitino, a condizione che non appaia, così come fu per l'Arcobaleno, un patto di vertice e un manufatto del politicismo dei ceti politici. Serve che tutti e tutte ci facciamo carico di una domanda di partecipazione diretta alle decisioni della politica, la democrazia per noi non può essere nè apparire una questione procedurale, le primarie possono essere la regola e non l'eccezione della vita interna». Primarie anche per la scelta del gruppo dirigente e dei candidati in lista, sembrerebbe questa la direzione, ma la discussione è ancora in corso. Si vedrà. Vendola pensa «ad una sinistra federale, a cantieri aperti, plurali, curiosi, includenti, che abitino nei territori». E cita l'esempio - purtroppo ancora lontanissimo, per carità, di Obama - che ha «già cambiato il mondo» lasciando avvertire da subito una sorta di «congedo liberatorio dall'epoca dell'America texana delle sette evangeliche e dei petrolieri, dei gangster della speculazione borsistica e della bolla immobiliare, della violenza razzista...».
Ma quello che sembrerebbe contare di più nella relazione di Vendola non è tanto l'approdo - da tracciare, si è detto, cercare - quanto il punto di partenza. Si parte, diparte, da Rifondazione, quello che è stata, dal comunismo, come è stato e perchè. «Siamo stati comunisti non per un bisogno di fedeltà al passato, ma per un bisogno di libertà del presente e del futuro. Siamo comunisti non per replicare, nei secoli dei secoli, una storia codificata, una liturgia monotona, una forma statica che contiene una verità rivelata: ma per liberarci dai fantasmi e dai feticci di un mondo che strumentalizza la vita, mercifica il lavoro, distrugge la socialità. Chi pensa che il comunismo sia una declamazione, un percorso provvidenziale che va solo ripulito dalle ombre dell'eclettismo e del revisionismo, chi lo custodisce come una reliquia o come talismano politico, chi lo annuncia come fede e lo vende a buon prezzo come il pane da spezzare per esorcizzare la paura della crisi: chi fa così merita certamente rispetto, ma agisce la politica come fuoriuscita dalla realtà e come rinuncia alla trasformazione dello stato delle cose». Non ci sarà acrimonia, ci sarà pure il rispetto, ma ci sono colpi di fioretto che non perdonano nulla alla nuova maggioranza del Prc. «Comunismo come sviluppo di una domanda piuttosto che come reiterazione ossessiva di una risposta preconfezionata. Comunismo come ricerca e movimento reale piuttosto che come farmacopea o invocazione dottrinaria», elenca Vendola. C'è pure, inevitabile, la polemica sul Muro di Berlino, che ha trovato ampio spazio nelle ultime discussioni pre-divorzio. La Bolognina: «noi difendemmo il Pci perchè consideravamo ingiusto seppellirlo sotto le macerie del Muro di Berlino», dice il governatore. «Ma non stavamo difendendo quel maledetto muro. Noi difendemmo il partito che, dentro un processo lungo e complesso, aveva segnato la rottura del "campo" comunista». Insomma, il partito che con Enrico Berlinguer non aveva avuto reticenze ad ammettere «l'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre».
Omelia? Sarà, ma necessaria per qualunque gruppo si sposti a sinistra, nella sinistra, da che mondo è mondo, in Italia soprattutto. Vendola scava nel «buco nero» in cui è «precipitata la storia di Rifondazione» e ne tira fuori di roba. Nulla finisce "tra parentesi", nemmeno la vicenda vissuta dal quotidiano del partito,«piccola storia ignobile - spiega - del processo sommario e della condanna di un collettivo redazionale e di un direttore che hanno fatto di Liberazione un giornale vivo, luogo della libertà e delle idee, piuttosto che un morto repertorio della linea del gruppo dirigente del partito. Sansonetti non era comunista al punto giusto oppure non lo era affatto? Era stato indicato lui, dopo l'esperienza formidabile di Curzi, perchè Liberazione non fosse specchio del partito ma finestra aperta sul mondo. Questa vicenda evoca troppe ombre di una storia antica e dice di un corto-circuito dentro la nostra comunità politica: non si è rotta solo la politica, è andata in pezzi la comunità».
A Chianciano si litiga, come è avvenuto nel caldo di luglio. A Chianciano si cristalizza e certifica la scissione, come avviene nel gelo di gennaio. Nasce il movimento di Rps, Rifondazione per la Sinistra, con una stellina rossa tra la P e la S, piccolo embrione di un processo costituente che viene annunciato come aperto e il più possibile partecipato. Solo la primavera potrà dire del nuovo inizio.


"Liberazione", 25/01/2009

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