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di Ignazio Licciardi
c'è un altro modo di pensare il futuro che non sia l'uccisione dei nostri diritti?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 dicembre 2010


Gli studenti fanno paura

 

di Massimo Stella, Patrizia Pinotti* (ilManifesto del 26 dic 2010)

Questo movimento degli studenti fa paura a tutti.
Lo si capisce molto bene dalle reazioni immediate ai poli opposti delle appartenenze e dell'opinione: da Saviano a Gasparri. Questi studenti fanno paura tanto a chi auspicava la protesta quanto a chi pensa che non abbia ragione di esistere. Il dibattito sui moti del 14 dicembre è stato monopolizzato da due parole: disagio e violenza. Intellettuali, giornalisti, scrittori, politici non hanno parlato che di disagio e di violenza. E si tratta di due parole assolutamente vuote. Il disagio è evidente ed è di tutti. Quanto alla violenza di piazza, i poliziotti sono pagati per fare un mestiere (come un insegnante o un operaio) e chi va in manifestazione per picchiare o spaccare sa benissimo che compie un atto illegale. Questo è tutto quello che c'è da dire sulla violenza di piazza. Forti di queste due parole vuote, sono tutti pronti, però, a dare il voto in condotta - «ci sono studenti per bene e poi c'è la feccia senza cultura e senza criterio» - cui segue l'immancabile lezione morale - «ragazzi state attenti a non farvi strumentalizzare. Dovete condannare la violenza». Al voto in condotta e alla conseguente lezione morale si aggiunge infine la lezione di economia: «Ma non vi rendete conto che il modello assistenziale da voi sostenuto non è più possibile? Che bisogna incominciare a premiare il merito e l'efficienza?».

Questi studenti non hanno bisogno di alcuna lezione.
Di fronte a questi studenti bisogna fare un passo indietro, chiudere la bocca, una volta tanto, e pensare. Pensare soprattutto a noi stessi e di noi. Perché questi studenti stanno parlando anche di noi. Se mai c'è un'analogia buona a capire, tra tutte quelle completamente sbagliate e velenose evocate in questi giorni - e quella più sbagliata e velenosa di tutte, lo diciamo all'insieme di coloro che l'hanno pensata tra sé o detta e scritta, è la «strategia della tensione» -, se c'è mai un'analogia buona, ci viene dalla storia delle donne: chi, quarant'anni fa, si è sentito addosso lo sguardo di una femminista incazzata, dovrebbe capire, oggi, che genere di sguardo è quello che gli studenti ci stanno puntando addosso. E il vero punto della questione non è certo costituito dalla riforma: da una riforma concepita come il cortocircuito di tutte le possibili istanze in gioco, e che, dunque, costituisce la trappola perfetta per ogni allodola - per i giovani ordinari carrieristi che, magari in quota Pd, si sono gettati a capofitto nella commissione parlamentare gelminiana, per i vecchi ordinari che smaniano di sterminare avversari con le fusioni dipartimentali e dei poli universitari, facendo man bassa di posti, per i ricercatori che aspirano a diventare associati per forza di legge, per gli studenti che si illudono di essere premiati un giorno per merito...

Troppi interessi, come si vede, impossibili a conciliarsi.
E questi studenti lo sanno. Se non lo sanno, perché non conoscono i meccanismi interni, comunque lo intuiscono, come si suol dire, di pancia, perché ormai sono abituati ad essere fregati. Il punto è, piuttosto, che con i moti del 14 dicembre, non si riapre, né si ripete, ma, al contrario si chiude definitivamente un cerchio apertosi quarantadue anni fa. Né sappiamo ciò che potrà succedere in seguito e chiunque abbia previsioni è in cattiva fede, perché, dentro di sé, già spera che tutto finisca il più presto possibile e come sempre. Salvo il numero sempre più esiguo di privilegiati chiusi nel loro sempre più ristretto e diroccato cimitero, ma garantito da ogni governo, gli studenti di oggi, in modo del tutto diverso dagli studenti del '68 e del '77, sentono di vivere già adesso, sentono di essere predestinati in futuro a vivere vite di scarto, vite private di diritti in cui, per troppo poco tempo, sono stati cresciuti.
È la questione della gratuità dei diritti che gli studenti ci stanno sbattendo in faccia oggi, chiedendoci un resoconto. Loro ci chiedono: se vi siete svegliati sul fare del 2000 accorgendovi che i diritti - il diritto all'assistenza sanitaria, il diritto all'istruzione pubblica, il diritto al lavoro, il diritto al riposo, il diritto alla famiglia - accorgendovi che tutti questi diritti costano, e se si è trovata solo una soluzione, tagliarli il più possibile, restringerli fino a far soffocare la società civile, perché siamo noi a doverne fare le spese? Perché dobbiamo pagarlo solo noi tutto questo infinito conto? È una domanda precisa, lucidissima, implacabile. E adesso chi risponde? Il docente universitario che spera di ottenere un ordinariato con qualche università telematica o il barone che imperversa in concorsi in cui si chiacchiera delle commissioni prima dei sorteggi e dei vincitori prima degli esami? Il docente di liceo che deve certificare a livello europeo conoscenze, competenze e abilità, ma continua a dare i voti come negli anni cinquanta? L'imprenditore veneto che non vuole pagare le tasse, ma pretende gli aiuti nazionali per l'alluvione? L'industriale che esporta il lavoro all'estero, togliendo di qua per rapinare meglio di là ed eventualmente ritornare di qua solo se gli si dà la garanzia che i contratti varranno più dei lavoratori? Questa gente si sente di rispondere agli studenti?

Ecco perché gli studenti fanno paura.
Ecco perché si preferisce parlare di disagio e di violenza. Chi è disposto ad assumersi delle responsabilità generazionali? E questo è l'altro punto cruciale. Loro ci dicono: abbiamo capito una legge antica e non scritta che da sempre governa questo paese. È la legge dell'atavico familismo amorale contadino: il vecchio fotte sistematicamente il giovane. Persino l'unico che salva, il figlio, lo salva soltanto perché è sua proprietà. Loro ci dicono: non sono mai stati belli i vecchi di questo paese: da quelle bocche spira un vento di malora e di miseria che ha raggiunto anche noi. Abbiamo letto Pavese e Fenoglio, abbiamo letto Vittorini e Sciascia, abbiamo letto Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Abbiamo studiato la storia dal '43 ad oggi. Tutto lo riconferma. I titoli di quei libri portati in manifestazione non sono una colorata e pacifica ventata di freschezza: quei libri sono lì per inchiodare i vecchi alle loro responsabilità. Hanno riaperto il pozzo della memoria. Hanno rimesso le mani in quell'intreccio di padri, figli, sorelle, fratelli, di letti, di campi, di faide tra parenti. Il campo e il falcetto sono ancora là. Il prete è ancora là nella parrocchia. La cognata è ancora nel letto del suocero. Dall'albero degli zoccoli pende ancora un destino e un auspicio di emigrazione: imparate le lingue e riprendete le vie del mondo, diceva De Gasperi ai giovani nel '49. E mentre i giovani di oggi ci ficcano gli occhi in faccia e nell'anima con giusto furore, dalla loro protesta emerge la domanda che fa più paura di tutte: c'è un altro modo di pensare il futuro che non sia l'uccisione dei nostri diritti?

*Grecisti, precari della ricerca all'Università di Pavia

 
da "il manifesto", 26-12-2010

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permalink | inviato da Notes-bloc il 27/12/2010 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
GENITORI DI TUTTA ITALIA CHE AVETE A CUORE IL FUTURO DEI VOSTRI FIGLI, TUTTI IN PIAZZA SOTTO LA BANDIERA DI CHI NON CREDE ALLA POLITICA DELLO SFASCIO!
post pubblicato in Notizie ..., il 22 luglio 2010


SCUOLA

TAR del Lazio: grandina sulla Gelmini 

Le ordinanze emesse il 19 luglio dal TAR del Lazio con le quali si dichiara l'illegittimità delle circolari ministeriali su iscrizioni ed organici - adottate prima dell'entrata in vigore delle necessarie norme di legge - e si sospende il taglio delle ore negli istituti tecnici e professionali, sono veri e propri macigni sui provvedimenti con i quali i ministri Gelmini e Tremonti stanno devastando la scuola pubblica.
In entrambi i casi, i pronunciamenti della giustizia amministrativa rendono impraticabile l'attuazione dal prossimo 1° settembre del cosiddetto “riordino” della scuola superiore.
Non ci illudiamo che il governo faccia l'unico atto sensato per ridare un minimo di serenità agli studenti, ai genitori e ai lavoratori della scuola: sospendere a tempo indeterminato l'attuazione della controriforma, come richiesto dal vasto movimento di opposizione che si è sviluppato nelle scuole e nel paese.
Occorre quindi riprendere con più forza l'iniziativa, a partire dai primi giorni del prossimo anno scolastico, collegando le tante mobilitazioni locali e dando vita ad un movimento di massa che si ponga l'obiettivo di difendere la qualità della scuola della Costituzione. Da questo punto di vista, la manifestazione di ottobre indetta dalla Fiom può costituire una occasione importante per saldare le lotte del mondo del lavoro in difesa dei diritti con la battaglia di civiltà in difesa della scuola pubblica.
Anche le istituzioni democratiche, a partire dalle Regioni, possono svolgere un ruolo importante, a condizione che superino le esitazioni di quest'ultima fase e assumano come proprio compito la rappresentanza, in tutte le sedi, degli interessi dei cittadini pesantemente colpiti dagli interventi governativi nel fondamentale esercizio del diritto allo studio.
Alle forze politiche spetta invece il compito di sostenere le mobilitazioni e le lotte e di dar voce all'opposizione sociale nel paese e nelle istituzioni, senza ambiguità di sorta. È un impegno che come PRC intendiamo assumere fino in fondo.


Eleonora Forenza, segreteria nazionale Prc-Se
Vito Meloni, responsabile scuola Prc-Se

UNIVERSITA'

notizie dall'Associazione Nazionale Docenti Universitari - ANDU -

Date: Wed, 21 Jul 2010 18:48:56 +0200  
From: ANDU <anduesec@tin.it>   
To: (Recipient list suppressed)
Subject: A Palermo - PD "complice"? - Emendamenti - Rettore contro CRUI
 
 
Sommario:

1. PD "complice"?
2. Emendamenti al DDL
3. Rettore contro CRUI
4. Documento della CGIL
5. A Padova
6. A Palermo
7. A Torino
8. A Messina
9. A Perugia
10. A Napoli

= SEGNALIAMO:

1. PD "complice"? Il Manifesto ospita un intervento di Renato Nicolini che
critica duramente le posizioni del PD sul DDL. Il Manifesto preferisce
titolare l'intevento con "Lo sfascio voluto dalla Gelmini, 'complice' il
PD". Definendo il PD complice (e per giunta tra virgolette) il Manifesto
continua a non volersi arrendere al fatto che il PD (e le sue precedenti
'versioni') ha in prima persona elaborato e applicato negli anni la linea
di demolizione dell'Universita' statale: finta autonomia finanziaria e
statutaria, svuotamento del CUN, finti concorsi locali, disastroso "3 + 2".
Per quanto riguarda il DDL, il PD l'ha costruito 'collaborando' nel 2003
alla stesura della posizione della "lobby trasversale" della
confindustriale Treellle, presentando conseguentemente nel 2006 il DDL
sull'Agenzia di Valutazione e piu' recentemente il DDL che anticipa i
contenuti di quello governativo, attravesro le dichiarazioni
pro-Confindustria del Vice-segretario e quelle 'incolori' del Segretario e
con gli emendamenti e i comportamenti 'responsabili' al Senato.
Per leggere l'intervento di Nicolini (v. Aggiornamento del 21.7.10 a) e le
posizioni e i DDL del PD (v. Aggiornamento del 25.5.10) cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/

2. Emendamenti al DDL. L'Aula del Senato comincerà il 22 luglio 2010 la
discussione del DDL che sara' votato entro il 6 agosto 2010. Sugli
emendamenti del Relatore un articolo sul Sole 24-ore on-line.
Per leggere l'articolo (v. Aggiornamento del 21.7.10 b) cliccare
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/

3. Rettore di Padova contro la CRUI. La CRUI “a detta del rettore Zaccaria,
(e') ’rea’ di aver dato fiducia a 360 gradi al disegno di legge Gelmini e
alla manovra correttiva che ‘rischia di dare il colpo di grazia
all’istruzione e alla ricerca” (dall’ articolo “Bo, il rettore al megafono
‘La protesta continuera'’”, sul Corriere del Veneto del 20 luglio 2010).
Sulla protesta a Padova un ampio articolo sul Sole 24-ore on-line.
Per leggere gli articoli cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/13/a-padova/

4. Documento della CGIL contraria alla messa ad esaurimento dei ricercatori
e al precariato.
Per leggere il documento (v. Aggiornamento del 21.7.10 c) cliccare
http://www.andu-universita.it/2010/04/15/crociata-confindustria/

5. A Padova. Mozione del CDF di Ingegneria del 15 luglio 2010:
"•delibera di sospendere i Manifesti degli Studi già approvati nella seduta
del 29 aprile 2010;
•chiede il rinvio delle pre-immatricolazioni a una data successiva al
Consiglio di Facolta' che sara' convocato in seduta straordinaria
all’inizio di settembre;
•chiede l’abolizione delle prove di accesso già calendarizzate;
•chiede di ritardare l’inizio delle lezioni del nuovo Anno Accademico."
Per leggere la mozione cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/13/a-padova/

6. A Palermo. Mozione del CdF di Ingegneria del 19 luglio 2010: il CdF
“prende atto che l’attuale grado di copertura delle materie – in
conseguenza delle mancate disponibilita' dei docenti in relazione allo
stato di agitazione in atto – non consente il regolare avvio delle attività
didattiche secondo il calendario didattico approvato.”. Esami in strada:
articolo su Repubblica di Palermo del 20 luglio 2010.
Per leggere la mozione e l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/03/18/a-palermo/

7. A Torino. Universita' verso il rinvio dell’inizio dell’anno accademico:
articolo su Repubblica di Torino del 20 luglio 2010.
Per leggere l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/03/a-torino/

8. A Messina. Documento del CdF di Lettere dell’8 luglio 2010. Intervento
della delegata del movimento dei ricercatori alla II Giornata della Ricerca.
Per leggere il documento e l'intervento cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/01/17/a-messina/

9. A Perugia.  “A rischio i corsi in nove facolta'”: articolo sul Corriere
dell’Umbria del 21 luglio 2010. Comunicato stampa sull’Assemblea di Ateneo
del 20 luglio 2010: protesta contro DDL e Manovra finanziaria. Mozione
dell’Assemblea di Scienze del 16 luglio 2010: contro DDL e Manovra
finanziaria verso il blocco degli esami autunnali.
Per leggere l'articolo, il comunicato e la mozione cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/04/29/a-perugia/

10. A Napoli. “Scatta il boicottaggio dei corsi”: articolo sul Mattino del
20 luglio 2010.
Per leggere l'articolo cliccare:
http://www.andu-universita.it/2010/06/28/a-salerno/

===========================
= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU"

== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 16.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.

====== Sito dell'ANDU (www.andu-universita.it):
= le notizie aggiornate sugli Atenei si trovano (in ordine alfabetico)
nella colonna a sinistra della home page del sito;
= e' possibile inviare commenti ai documenti e agli interventi gia'
pubblicati e proporre nuovi interventi;
= per ricevere in tempo reale l'avviso di nuovi articoli o di nuovi
commenti e' sufficiente inserire la propria e-mail nell'apposito spazio (in
alto a sinistra);
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50° Anniversario della battaglia di Palermo
post pubblicato in Notizie ..., il 2 luglio 2010


 

 
 
Il 2-3-8 luglio a Palermo un convegno di due giorni e una manifestazione celebrativa dedicata alla memoria e all’attualità in occasione del 50° anniversario della sollevazione popolare che nel 1960 sconfisse in Italia il tentativo di restaurazione fascista portato avanti dal governo Tambroni. Interverranno tra gli altri i familiari di Francesco Vella, una delle vittime palermitane, i genitori di Stefano Cucchi e Haidi Giuliani.
Il bilancio dell’8 luglio ‘60 a Palermo fu di 4 morti, 400 fermati e 71 arrestati.
 
La manifestazione in occasione del 50° anniversario di quegli eventi è promossa dal circolo “Francesco Vella” di Rifondazione comunista, intitolato alla memoria di uno dei caduti dell’8 luglio 1960. Francesco Vella, operaio edile di 42 anni, iscritto alla Fillea CGIL di Palermo e militante del Partito Comunista si era tra l'altro distinto nel contrasto al caporalato nei cantieri edili, piaga diffusissima in città.
 
Il programma delle iniziative prevede, oltre ad un approfondimento storico attraverso un Convegno che si terrà il 2 e 3 luglio presso la Biblioteca comunale di Palermo (piazza Casa Professa), una speciale rievocazione itinerante dei fatti, l’8 luglio sera, che ha come obiettivo il recupero della memoria e la restituzione ai cittadini di un frammento significativo della storia di Palermo.
Il convegno del 2 luglio avrà come relatori storici (Prof. Giuseppe Carlo Marino, Prof. Tommaso Baris, Prof. Fabrizio Loreto), studiosi, testimoni e persone da sempre impegnate nel recupero della memoria (Nicola Cipolla, Angelo Ficarra, Ottavio Terranova, Francesco Tarantino).
Un momento solenne chiuderà i lavori del 2 luglio attraverso la consegna di una medaglia alla memoria ai familiari di Francesco Vella e l’esibizione del Coro dell’Università e dell’ERSU di Palermo diretto dal Maestro Pietro Gizzi.
Il convegno del 3 luglio “Da Genova a Palermo: lotte sociali e democrazia (1960-2010)” verterà sulla repressione ieri e oggi e avrà tra i relatori: Haidi Giuliani, i familiari di Stefano Cucchi, Fulvio Vassallo Paleologo, Pietro Milazzo, Tony Pellicane, Loriana Cavaleri. Concluderà i lavori del convegno il responsabile dell’osservatorio nazionale sulla repressione di Rifondazione Comunista: Italo Di Sabato       
Durante la manifestazione celebrativa con banda musicale e rappresentazione teatrale itinerante a cura dell’Associazione “Spazio aperto”, regia di Nicola D’Ippolito (concentramento a piazza Castelnuovo, ore 20.00) di giorno 8 luglio verranno deposte delle corone di alloro nei luoghi in cui furono uccisi l’8 luglio 1960 Rosa La Barbera (53 anni), Andrea Gangitano (19 anni), Francesco Vella (45 anni), Giuseppe Malleo (15 anni), e verrà affissa una lapide lungo il percorso del corteo.
Hanno aderito all’iniziativa: ANPI – Palermo; il CEPES; la FILLEA CGIL Sicilia; la FILLEA CGIL Palermo; CGIL FLC Sicilia; la CAMERA DEL LAVORO di Palermo; la FONDAZIONE DI VITTORIO.

 

 

 
Le condizioni dettate dalla "cultura del padron-cino": negazione delle libertà, dei diritti, della dignità degli individui!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 giugno 2010


La lotta di classe
in Italia
 

Dino Greco
 

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall'azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l'operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l'assalto all'arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell'opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell'odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l'ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c'è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli "spiriti animali" del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un'azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l'investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell'alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no "compagni".


"Liberazione", 22/06/2010

Lo Stato si renda garante dell'esigibilità del diritto costituzionale al lavoro!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 maggio 2010


Ripartire dal lavoro per una

sinistra che guarda al futuro

 

Simone Oggionni*


Le cifre pubblicate dall'Istat nei giorni scorsi sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono da allarme rosso ed è bene riportarle e diffonderle il più possibile, perché sono la base oggettiva di ogni ragionamento politico. 28 giovani su 100 tra i 15 e i 24 anni sono disoccupati. Tre punti percentuali in più del rilevamento, già preoccupante, dell'anno scorso.
Addirittura in sei regioni (Sardegna, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Lazio) la percentuale supera il 30%. In Sardegna il tasso di giovani disoccupati è addirittura del 44,7%.
Se prendiamo in esame l'intero quadro europeo (precisamente le 271 regioni dei Paesi europei, analizzate per il 2008), troviamo ben quattro regioni italiane (Campania, Basilicata, Sicilia e Calabria) tra le ultime dieci europee per tasso di occupazione giovanile.
Per non parlare del tasso di abbandono scolastico (tra il 5% annuo dell'Umbria e il 17% della Sicilia) e del lavoro sommerso, che spesso diventa lo sbocco obbligato per chi lascia la scuola perché costretto a guadagnare per integrare il bilancio familiare. Anche su questo le cifre dell'Istat sono inequivocabili: al Sud il tasso di irregolarità del lavoro è sopra il 20% (in Calabria il 27,3%).
Queste cifre - dicevamo - costituiscono il punto di partenza obbligatorio per qualunque ragionamento politico. Sia sul terreno delle politiche del lavoro, sia sul terreno più complessivo delle politiche sociali che una forza di sinistra dovrebbe avanzare per tornare a dialogare con le nuove generazioni.
Che futuro ha una sinistra che non fa politica a partire dalla condizione materiale di una generazione a cui questo sistema economico (e nella fattispecie: quindici anni di legislazione scriteriata, la crisi economica, una cultura liberista che ha inculcato il primato dell'impresa e del profitto e sradicato il valore dei diritti) ha letteralmente sottratto il futuro?
Per questo diventano determinanti le nostre analisi, le nostre proposte politiche e le nostre azioni, anche in relazione alle altre forze sociali e politiche che con noi dovrebbero costruire tasselli di trasformazione. Ci riferiamo innanzitutto alla Cgil, il cui recente congresso ha approvato una piattaforma rivendicativa convincente e che fa del sindacato ad oggi la più grande organizzazione di massa impegnata in una lotta per l'occupazione e il lavoro stabile e sicuro.
A costo di essere ripetitivi, dobbiamo però guardare in casa nostra e riordinare le idee, costruendo una campagna sul lavoro giovanile intorno a tre parole d'ordine: lavoro per tutti, lotta alla precarietà, salario sociale.
L'idea guida è che lo Stato debba riacquisire il ruolo di garante dell'esigibilità del diritto costituzionale al lavoro e possa farlo soltanto attraverso un suo intervento diretto volto a orientare l'economia e la produzione e al contempo ad assicurare livelli di occupazione più europei (la stessa Istat rileva una discrepanza di quasi 8 punti percentuali tra il tasso di disoccupazione giovanile italiano e la media europea), attraverso la nazionalizzazione delle aziende in crisi e attraverso la creazione diretta (nel campo della ricerca e della formazione, della cultura, del turismo, dell'innovazione tecnologica) di nuovi posti di lavoro, in sintonia con la crescita della diffusione dei titoli di studio universitari.
Al contempo, il lavoro deve essere stabile e a tempo indeterminato, forma contrattuale che deve tornare anche sul piano legislativo a costituire la norma a partire dalla quale costruire eccezioni (e non viceversa), contrastando la legge 30 e chiedendone l'abrogazione anche attraverso una proposta di referendum di iniziativa popolare da affiancare a quello sull'acqua pubblica.
E infine, per avanzare una risposta tangibile contemporaneamente al dramma della disoccupazione e a quello dei bassi salari (gli ultimi dati Ocse confermano che i salari italiani sono più bassi anche di quelli greci, con un valore del 16,5% inferiore alla media europea), il salario sociale per tutti i giovani usciti dal ciclo della formazione e che faticano ad inserirsi in quello della produzione e per tutti i disoccupati di lungo periodo (sopra i 12 mesi). Un salario mensile (da sostenere finanziariamente con il prelievo fiscale, la tassazione delle rendite e delle speculazione finanziarie, oltre che con l'introduzione di una tassazione patrimoniale) che produrrebbe, oltre ad una redistribuzione della ricchezza complessiva, anche l'innalzamento generale dei livelli salariali, come dimostra il reddito di inserimento francese.
I Giovani Comunisti sono e devono essere in prima fila, ma è necessario il coinvolgimento e il contributo di tutto il partito e della Federazione della Sinistra.
Proviamo a ritornare a parlare di queste cose? E a misurare il nostro grado di lontananza e vicinanza dalle altre forze politiche (e sociali, come nel caso della Cgil) da queste cose di gran lunga decisive? Il nostro appello è a rimettere il lavoro in cima alle priorità della nostra agenda politica. Perché l'impressione è che buona parte dei nostri mali nasca da qui, dall'incapacità di parlare di ciò che tocca (e trasforma, e a volte rende impossibile) la vita quotidiana di milioni di lavoratori, in primo luogo dei giovani.
*portavoce nazionale Gc


"Liberazione", 18/05/2010


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Flc Cgil: lnvestire sulla Conoscenza, sull'Innovazione e sulla Ricerca invece di investire su faraoniche opere.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 aprile 2010


La Flc Cgil a Congresso: la difesa dei precari per statuto

di Maristella Iervasitutti gli articoli dell'autore

 

Anche la Gelmini al Palariviera di San Benedetto del Tronto. La sua faccia con il naso di Pinocchio dà il benvenuto ai delegati della Flc Cgil riuniti per il secondo congresso nazionale. Slide su tutte le bugie che il ministro dice ogni giorno sulla scuola, l'università e la ricerca. E dal palco Mimmo Pantaleo, segretario generale della Federazione della Conoscenza, le elenca una ad una. Una relazione «ottima e abbondante» è il commento di tutti, che non ha risparmiato critiche al governo come al Pd: «Aberrante la proposta di legge del Pd sul contratto unico», fino al ministro Brunetta: «I veneziani lo hanno forse considerato un fannullone e anche un arrivista che pretendeva di fare contemporaneamente il ministro e il sindaco». Per poi finire con l'autocritica sul sindacato: «Nella Cgil e nella Flc -ha detto Pantaleo – non ci saranno mai pensieri unici, perché serve un forte pluralismo di idee e di sensibilità per rendere sempre più forte la nostra organizzazione». E un invito alla sinistra: "Riproporre un vocabolario troppo facilmente accantonato: classi sociali, interessi del lavoro, classe operaia, borghesia. Siamo proprio di fronte ad un'idea classista di società, che bisogna sconfiggere".

Due ore e la platea lo ascolta in silenzio per poi sciogliersi in un fragoroso applauso. I lavori proseguono fino a sabato. Domani Ermanno Detti intervista Tullio De Mauro, venerdì sera invece, la tavola rotonda sul federalismo e settori pubblici della conoscenza, sarà presente anche il ministro per i rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto.

LA NUOVA Flc-Cgil
Valore al lavoro e sindacato apre ai giovani. «Saremo sempre un'organizzazione aperta. Sono convinto che la Cgil debba conservare quel profilo democratico di una grande organizzazione di massa e per queste ragioni bisogna liberarsi delle inevitabili tensioni del Congresso, predisponendoci al reciproco ascolto delle diverse opinioni. Alla fine quello che deve prevalere – ha precisato Pantaleo – è l'orgoglio di appartenere a questa straordinaria esperienza umana e politica che è la Cgil». Occorrono insomma “profondi cambiamenti culturali “nel nostro modo di interpretare la funzione di rappresentanza sociale, ha esortato Pantaleo. «Siamo stati l'unico soggetto che ha tentato di opporsi alla cancellazione dei diritti a partire proprio dall'istruzione pubblica». Da qui la convinzione del sindacato: per uscire dalla crisi è l'investimento sulla Conoscenza il nodo strategico. «Invece di investire sul nucleare o su faraoniche opere come il Ponte di Messina, investimenti sulla sicurezza degli istituti scolastici, sull'innovazione e la ricerca».

Una identità che la Cgil si è costruita nelle tantissime manifestazioni contro la Gelmini a partire da quella imponente del 30 ottobre del 2008 in piazza del Popolo, e ancora prima con le battaglie contro la riforma Moratti sulla scuola.

Tantissime le iniziative messe in campo: i referendum contro le intese separate sul secondo biennio contrattuale, la scelta di presentare le liste per i rinnovo delle Rsu nella scuola, nonostante il rinvio deciso da Brunetta. «Si può discutere dei tanti limiti e delle cose che andrebbero modificate nel nostro sindacato – ha detto Pantaleo – ma bisogna partire dalla valorizzazione di quelle lotte . In quelle piazze e in quegli scioperi si è ritrovata l'Italia che non abbassa la testa, che non guarda dall'altra parte, che non ha paura». Quelle facce, sono la Cgil.

SINDACATO APRE AI GIOVANI
Un coordinamento dei precari. La Flc-Cgil si assume per Statuto il compito di rappresentare tutti i precari: della scuola, della ricerca, dell'università, e Afam. E il primo risultato sarà una mobilitazione in maggio. Poi l'annuncio degli Stati Generali della Conoscenza, nel mese di settembre. Al centro dell'identità della Flc ci sarà la stabilità del lavoro, ma mutando - ha precisato Pantaleo - il nostro modo di fare sindacato. "Dobbiamo essere in grado di riprodurre meno ritualismi, meno burocrazia e meno onnipotenza dei gruppi dirigenti, che devono avere l'umiltà di ascoltare". Tra gli obiettivi, largo ai giovani. E ancora: un piano straoridinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il 30% degli istituti hanno bisogno di manutenzioni urgenti, 4 scuole su 10 sono prive di strutture per lo sport e molti edifici non sono stati bonificati dall'amianto. Ma la cosa più grave - si legge nella relazione - è che si vuole "occultare questa verità". Il decreto sottoscritto tra Istruzione ed Economia è top secret: non è stato neppure presentato ai sindacati.

LA SCUOLA
Nella società prevale il “censo” ha detto Pantaleo. «Vengono premiati i raccomandati, che atttraverso il rapporto con la politica e i potetati si garantiscono percorsi di carriera facile, stabile e retribuita. La scuola non riesce più a svolgere la funzione sociale. Oggi chi nasce in una famiglia ricca rimane ricco e può affermarsi nel campo delle professioni dei propri genitori, chi nasce in una famiglia povera ha scarse possibilità di realizzare un futuro migliore. Questa è la narrazione della realtà, non quella della ministra Gelmini quando parla di “meritocrazia” o quella di Brunetta quando chiede ai giovani di non essere “bamboccioni”».

Il messaggio di Napolitano e Ciampi: Un congresso, si legge nel messaggio del Quirinale, impegnato a "tracciare il bilancio di un anno certamente impegnativo e a delineare i futuri indirizzi dell'attività dell'organismo di rappresentanza" e dal quale, prosegue, "potranno emergere utili approfondimenti sulle condizioni di lavoro nella scuola, nell'università' e nei diversi enti di formazione e di ricerca". L'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi  avrebbe dovuto tenere una lezione sulla Costituzione: "La ringrazio per il gentile pensiero - scrive Ciampi a Pantaleo - l'ho particolarmente gradito. Peraltro, l'anagrafe ha le sue ferree regole e non mi consente di assumere ulteriori impegni ancorchè interessanti e graditi quale quello prospettatomi, che mi porti fuori Roma".

TUTELA DI TUTTI I PRECARI Uscire dalla logica emergenziale aprendo un tavolo di confronto sul precariato nella scuola. La Flc ribadisce la sua contrarietà al “salva precari”, chiede invece stablizzazioni con piani i reclutamento pluriennali. Un no secco anche all'eventuale cancellazione delle graduatorie ad esaurimento. Il sindacato guidato da Pantaleo ha preso l'impegno di confrontarsi con i diversi comitati dei precari.

ISTRUZIONE LEGHISTA “La cultura della Lega Nord non potrà mai essere la nostra, non è conciliabile con i nostri ideali – sottolinea Pantaleo – perché l'accoglienza, diritti e doveri sono inseparabili ai fini dell'integrazione e del rispetto delle persone”.

 

"l'Unità", 14 aprile 2010
Aiuto! Il Paese muore! Siamo al 28,2 di disoccupazione fra i giovani!
post pubblicato in Notizie ..., il 31 marzo 2010


Sempre più disoccupati fra i giovani
In Italia +7,6% rispetto alla Ue

I dati Istat su febbraio 2010. Il tasso (15-24 anni) schizza al 28,2%, +0,8% rispetto a gennaio e oltre 4 punti in più rispetto allo stesso mese del 2009. Stabile il tasso complessivo a 8,5%. Il mese scorso persi 400 mila posti di lavoro

"la Repubblica", 31-03-10


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I giovani sono abbandonati a se stessi, sono maltrattati , sono usati da un Sistema che vive soltanto di Sé stesso e dei propri malsani interessi! Basta!
post pubblicato in Notizie ..., il 18 marzo 2010


1. Laureati

Laureati, generazione senza prospettive

Indagine AlmaLaurea su oltre 200mila giovani. Il 7% in più senza lavoro. Giù del 37%, nei primi mesi del 2010, la domanda di laureati in Economia e commercio. Stipendi sempre più ridotti di F. PACE / TABELLE 1 - 2
BLOG Quanto costa Oxford di ENRICO FRANCESCHINI

2. Studenti

Primo bilancio: classi in meno disagi e carenze

"la Repubblica", 18-03-2010

Primo bilancio: classi in meno disagi e carenze

Si sta per chiudere il primo dei tre anni di "riordino" voluti da Tremonti. Piccoli smistati, studenti lasciati soli, sostegno dimezzato. E poi lezioni ridotte all'osso, mancanza di docenti di SALVO INTRAVAIA

Intervista a Guglielmo Epifani. "Da oggi il lavoratore sarà completamente solo e nudo davanti al padrone"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 marzo 2010


«Stanno ribaltando i fondamenti del diritto»

Intervista al segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani

Il Parlamento ha varato un disegno di legge governativo che azzera di fatto, più ancora dell’insieme di norme che compone il “diritto del lavoro”, quella conquista dei lavoratori, pagata con anni e anni di lotte, che passa sotto il più ampio concetto di “democrazia del lavoro”. Da oggi il lavoratore sarà completamente solo e nudo davanti al padrone. Da oggi la contrattazione collettiva viene definitivamente sommersa e inficiata non solo da una miriade di contratti aziendali ma, più ancora, da un pulviscolo molecolare di contratti individuali.

Questo disegno di legge mette le mani su una molteplicità di norme che riguardano assetti consolidati, o che credevamo consolidati, di diritto del lavoro, anche se il fuoco è sugli aspetti che riguardano il ricorso all’arbitro al posto del giudice in caso di controversie, i tempi e gli “sconti” alle aziende per la conciliazione. Il governo ha fatto proprie tutte le sollecitazioni e le richieste del padronato italiano che partono da molto lontano.

Abbiamo già assistito al reiterato attacco all’articolo 18 per “liberalizzare” i licenziamenti, alla cosiddetta “riforma Biagi”, alla frantumazione degli accordi collettivi dal primo al secondo livello. E’ questo il disegno? Siamo di fronte alla polverizzazione della contrattazione?
Sì. Siamo di fronte al tentativo più organico mai messo in atto, anche se paradossalmente si esprime in tanti piccoli provvedimenti apparentemente poco coordinati, di ribaltare quello che è l’asse fondamentale del diritto del lavoro che si trova nella Costituzione, laddove si afferma che va tutelata soprattutto la parte più debole dei soggetti in campo.
Con l’insieme di questi provvedimenti: sia quando riguardano l’interpretazione da dare nelle questioni del reintegro per giusta causa, sia quando riducono i tempi per impugnare la fine dei contratti a termine, sia nel caso più discusso di ricorso all’arbitrato, che in prima stesura era addirittura obbligatorio per tutti i nuovi contratti di lavoro, passa la stessa filosofia, e cioè che attraverso questa simmetria fittizia il rapporto di lavoro viene sostanzialmente omologato a un rapporto di tipo commerciale, privato, individuale, in cui le parti sono formalmente sullo stesso piano.

Ma il lavoratore nel momento in cui si appresta a sottoscrivere l’agognata assunzione è del tutto disarmato. E’ evidente che è la parte debole davanti a un datore di lavoro reso più forte da quest’arma di ricatto fornita oggi dal governo Berlusconi. In questo modo l’assunzione non diventa quasi l’estorsione di un rapporto di lavoro sbilanciato?
Infatti, è proprio questo il cuore del provvedimento che noi contestiamo. Naturalmente la parte più visibile è quella che riguarda l’arbitrato e la conciliazione, perché è evidente quello che lì si propone: che in tutti i nuovi rapporti di lavoro - prevalentemente ma non necessariamente solo di giovani assunti, anche di anziani che rientrano in produzione dopo un licenziamento - si esercita un’indebita forzatura, noi crediamo incostituzionale perché costringe la persona a dichiarare che rinuncerà a ricorrere alla magistratura. Una forzatura che segnerà e determinerà la qualità del rapporto di lavoro per tutta la sua durata e perfino al momento della sua conclusione. E’ fin troppo facile prevedere che il lavoratore in quel momento non sarà nelle condizioni di contrattare la sua assunzione, né di decidere liberamente e serenamente, perché in realtà è quasi costretto a sottostare alla clausola dell’arbitrato. E a quel punto, quale che sarà il futuro del suo rapporto di lavoro, quale che sarà il futuro delle vessazioni o di abusi a cui potrebbe essere sottoposto, lui dovrà rinunciare a ricorrere alla magistratura per avere giustizia.

Siamo di fronte a una grave violazione costituzionale, come hanno detto fior di giuslavoristi. Il ministro del Lavoro pensa davvero che norme così possano passare senza contraccolpi?
Siamo di fronte, secondo me, alla configurazione di una palese e ripetuta questione di legittimità costituzionale. In un convegno di qualche settimana fa con i rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati abbiamo discusso e analizzato le materie connesse a questo provvedimento. Noi riteniamo del tutto fondato un ricorso di legittimità, che faremo sicuramente, anche perché questa volta abbiamo il conforto di uno stuolo di giuristi del lavoro: da Ichino a Treu, da Romagnoli a quelli legati a un’interpretazione più di sinistra. Da tutti viene una sola voce che ci dice che si tratta di un provvedimento che non corrisponde al dettato costituzionale.

Queste norme però, al di là del provvedimento specifico, come abbiamo detto, vengono da lontano. Da anni e anni di tentativi del padronato italiano, e dei governi che più lo hanno rappresentato, per cercare di erodere le basi della democrazia del lavoro nel nostro Paese. Perché? qual è la ratio?
E’ esattamente così. Questa norma sta dentro una lunga questione che si ripropone ogni volta che la destra ritorna al governo, anche se questa volta la propone in modo più furbo, in maniera apparentemente più morbida, annegata e confusa in mezzo a molte altre cose. Purtroppo tutto questo, anche se noi abbiamo denunciato a suo tempo quello che si stava preparando, non è riuscito a ottenere dall’opinione pubblica sufficiente attenzione. Adesso ci troviamo di fronte al fatto compiuto: il provvedimento è stato approvato, bisognava bloccarlo prima, ma non siamo riusciti a farlo diventare così evidente da suscitare la reazione del Paese. Se tu mi chiedi qual’è la logica, io devo dire che una logica non c’è: la realtà in questo momento va da tutt’altra parte, perché siamo in presenza di troppa mobilità, di troppa deregolamentazione.

Adesso il sindacato che cosa farà? che ruolo può svolgere?
In questo schema la contrattazione collettiva resta in tutta la sua forza e rappresenta ancora di più il luogo delle tutele. Io chiedo a Cisl e Uil di valutare bene il tipo di reazione a questo provvedimento. Non basta dire che bisognava rispettare l’autonomia delle parti sociali quando di fatto l’autonomia è già stata toccata. Condividiamo la rivendicazione dell’autonomia, ma come si fa a non vedere che questo è un vulnus a una cultura molto cara alla Cisl? Ci aspettiamo una reazione ponderata ma anche determinata: per dire che così non va bene e che il sindacato in questo modo sarà costretto a ricorrere alla Consulta.

La Cgil ha indetto la manifestazione del 12 marzo, seppure con parole d’ordine diverse, come la questione fiscale. In un momento in cui il sindacato non sembra molto aggressivo su tutta questa partita, pensate di riuscire a organizzare una grande manifestazione come quella sull’articolo 18?
Lo sciopero si caratterizzerà, come l’altro sull’articolo 18, su parole d’ordine che riguardano molte cose: il lavoro, l’occupazione, le tutele durante la crisi. Questo provvedimento arriva adesso, dopo due anni che si trascinava in Parlamento, ma sul tappeto c’erano e ci sono anche altri problemi, come la difesa del reddito e la riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, nel momento in cui un governo che dice di voler combattere l’evasione fiscale si inventa uno scudo fiscale al 5% sui capitali. E la politica di accoglienza dei migranti. Tutti temi che richiedono e meritano la più grande mobilitazione. Il provvedimento appena approvato non fa che accentuare il carattere che la manifestazione dovrà avere: difesa a 360 gradi dei diritti del mondo del lavoro.

Gemma Contin

"Liberazione", 05/03/2010

"Basta, la legge deve essere uguale per tutti"
post pubblicato in Notizie ..., il 27 febbraio 2010


Il Popolo viola torna oggi in piazzaper la legalità e la lotta al precariato

Il Popolo viola torna oggi in piazza
per la legalità e la lotta al precariato

di Natalia Lombardo

Tutti in piazza del Popolo oggi a Roma dalle 14,30 per dire: "Basta, la legge è uguale per tutti". Seconda manifestazione del Popolo Viola, con l'adesione di tutti i partiti dell'opposizione, dal Pd all'Idv, alle sinistre. Assente l'Udc.

"l'Unità", 27-02-2010

Il Popolo delle Libertà cambia il significato di Libertà! Così come la Giustizia non è più uguale per tutti, anche la Libertà ...
post pubblicato in Notizie ..., il 11 febbraio 2010


Editoria, governo conferma i tagli
Colpo all'informazione libera

Editoria, governo conferma i tagliColpo all'informazione libera

di Bianca Di Giovanni

Fnsi pronta allo sciopero: in pericolo 4mila posti di lavoro.  Appello Pd, Pdl e Lega per emendamento al milleproroghe.

Regionali, bavaglio alla Rai
Il premier: bene fermare i pollai

Regionali, bavaglio alla RaiIl premier: bene fermare i pollai
Saltano tutti i talk show politici. Il blitz del Pdl (con i radicali) ieri in Vigilanza. Bersani: decisione da rivedere. Protestano i conduttori. L'Usigrai annuncia lo sciopero.

"l'Unità", 11-02-10


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Effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione e all'occupazione giovanile.
post pubblicato in Notizie ..., il 8 febbraio 2010


L'Università torna ad essere un lusso per pochi!
Crollano le iscrizioni tra i ragazzi usciti dalla maturità. Ma sono soprattutto i figli delle classi più deboli a rinunciare
ANDREA ROSSI

lezioe all'universitàTORINO
È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.

La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.

«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».

La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.

L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.

Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.

"La Stampa", 08-02-2010

P.L. Celli, direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss "Guido Carli" scrive al figlio - prossimo alla Laurea -!
post pubblicato in Messaggi, il 30 novembre 2009


LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss
avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito

"Figlio mio, lascia questo Paese"

di PIER LUIGI CELLI


Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore della Lettera è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
("la Repubblica", 30 novembre 2009)

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Che futuro offre l'Italia ai giovani? E' meglio fare le valigie e trasferirsi in un altro Paese? Centinaia i commenti alla lettera inviata dal direttore generale della Luiss a Repubblica

Da "hai ragione" a "sei un ipocrita"
Caro Celli, fuggire o resistere?

Molti condividono l'invito a lasciare l'Italia, qualcuno chiede invece di rimanere per migliorare il proprio Paese, altri ancora criticano l'autore, chiedendogli conto del suo operato e dei suoi privilegi
di ROSARIA AMATO

ROMA - Padri, madri e persino nonne che vivono drammaticamente il problema denunciato da Pier Luigi Celli, e che con la stessa amarezza hanno spinto o stanno per spingere i propri figli a trasferirsi all'estero, a lasciare un'Italia che non offre niente a chi s'impegna negli studi e nel lavoro. Giovani che già hanno fatto le valigie, e che spesso sono soddisfatti, ma a volte soffrono di nostalgia. Qualcuno che è tornato. Qualcun altro che non vuole andarsene, deciso a cambiare le cose da qui, a non arrendersi al malcostume, alla cattiva politica, alla pessima gestione del mondo del lavoro e della società in generale. Tanti che puntano il dito contro lo stesso Celli, chiedendogli conto di quello che lui, personalmente (nella sua posizione di responsabile di una grande università e, prima, di direttore della Rai) ha fatto per cambiare l'Italia, e rinfacciandogli le tante possibilità che comunque è in grado di offrire a suo figlio, possibilità non certo alla portata di tutti.

A tre ore e mezza dalla pubblicazione, la lettera inviata da Pier Luigi Celli a Repubblica, "Figlio mio, lascia questo Paese", aveva raccolto quasi 600 commenti, segno di un'interesse straordinario nei confronti del tema sollevato. In molti casi si tratta di complimenti e di attestazioni di solidarietà, in molti altri di accuse. In tanti si limitano a raccontare la propria esperienza, racconti che si assomigliano tutti, a testimonianza che il problema esiste, e che gli italiani lo vivono sulla propria pelle, spesso con molta sofferenza.


I padri. Tantissimi i padri che s'immedesimano e condividono le parole di Celli. "Ho letto con sempre più commossa partecipazione questa lettera", scrive aaquilas. "Ha saputo dire a suo figlio, con le parole che io non ho, quello che da tempo dico io a mia figlia", scrive pasbill, che però non risparmia un'amara nota polemica: "Io vorrei avere la possibilità di fare studiare mia figlia all'Università dove lui è Direttore, ma non posso anche se la mia figliola è 'eccellente'". "Ai miei figli sto dicendo la stessa cosa da tempo oramai", conferma pgsart. "Lettera amara e pienamente condivisibile, questo derelitto paese pare avviato velocemtne a un declino irreversibile, privo di qualsivoglia speranza per i giovani in gamba" (wreich).

Le madri e le nonne. Il tema coinvolge anche le nonne. "Da madre, da nonna, da italiana (all'estero) - scrive liviale - e da donna vorrei ringraziare Pier Luigi Celli per il coraggio di questa lettera pubblica, per la sincerità, la serietà ed il profondo senso morale delle sue parole. Forse una delle più belle lezioni di generosità e di amore in questo paese devastato". E naturalmente le madri (anche se a scrivere sono stati molto di più i padri, forse per ragioni di 'identificazione' con l'autore della lettera): "Sono mamma di una figlia di 23 anni, licenziata già due volte da lavori in nero mal pagati. Ha deciso di andare all'estero sia per trovare un lavoro pulito e retribuito in maniera corretta. Condivido le sue scelte e condivido l'articolo. Vorrei dire ai giovani: vi trovate in una situazione certamente differente dalla nostra; 40 anni fa avevamo certezze ed ora non ne avete. Se volevamo studiare sapevamo che avremmo trovato un lavoro adeguato, se volevamo lavorare subito, che avremmo trovato un mestiere. Ora no, è tutto confuso, immorale, difficile", commenta amara francescaromana49.

I figli: quelli che partono. A scrivere sono anche tanti figli, già andati via, o in procinto di farlo. Molti soddisfatti, qualcuno nostalgico al punto di essere tornato, naturalmente per pentirsene subito dopo. Come michelep1: "Sono tornato in Italia poco tempo fa e mi pento amaramente della decisione. Io me la posso anche cavare, ma sto avvelenando la mia famiglia. Forse sarebbe bene partire di nuovo". Malacle non ha dubbi, ha già le valigie pronte: "Mi sto laureando con tanti sacrifici, ma so che alla fine dovrò portar fuori le mie esperienze e il mio sapere. Mi piacerebbe poter restare nel mio Paese, dove sono nata e cresciuta, dove ho il mio mondo, le mie radici e i miei affetti ma non sono diposta a mettere a disposizione di quache miserabile il mio ingegno... non sono disposta a lavorare 10 ore al giorno per trovarmi con 100 euro di buoni pasto, non sono disposta a fare stage per poi vedermi rimpiazzare dal successivo stagista perché nessuno ti fa un contratto". "Sono contenta di essere andata via dall'Italia perché cosiì non dovrò scrivere un giorno una lettera del genere a mia figlia!!!", afferma convinta fuzzy75. E come lei tantissimi, tutti entusiasti di Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti: "Vivo a Londra da più di quattro anni ormai, ho un buonissimo lavoro che in Italia avrebbe richiesto qualche decennio di gavetta e di umiliazioni, ho costruito amicizie vere con persone provenienti da tanti Paesi diversi e sono in un luogo dove non sono costretto ad aver paura delle istituzioni o di chi ha in mano il potere, perchè i contropoteri sono forti e in salute...", afferma orgoglioso blackwings.

E quelli che restano, o che tornano. "Io sto per fare la scelta inversa. - scrive luca2479 - Dopo anni all'estero ho deciso di tornare in Italia. E' tutto vero quello che c'è scritto, però certe volte costruire una vita all'estero è difficile. Forse c'è il lavoro ma non tutto il resto, così è nel mio caso. (...) Inizi davvero a sentire la mancanza del tuo paese, dei tuoi "vecchi" e di quegli amici veri con cui hai condiviso quasi tutta la vita e che vedi soffrire nella speranza di trovare un lavoro". E c'è chi proprio non se la sente neanche di provare ad andar via: "Rimpiango di non essermene andato dopo l'università", dice marino76.

I 'resistenti'. La fuga dall'Italia a qualcuno sembra una resa, un modo di rendere il nostro Paese ancora più povero e in declino. "Questo fenomeno ha già per molto tempo privato di giovani e grintose energie il Sud. E adesso sta facendo lo stesso per l'Italia. Ma non è andandosene che si risolverà il problema. E non basterà andare via per essere felici", scrive warriors83. "Mi viene voglia di scrivere "Non avrei potuto trovare parole migliori", ma così accettiamo la sconfitta, e non è giusto. Anzi sono proprio i giovani che hanno la possibilità di cambiare questo mondo marcio che gli stiamo consegnando, vedi i giovani Antimafia. I giovani e noi con loro" (clacampa1). Io non parto, dichiara orgogliosamente giorgioch: "Ho 49 anni, una vita di ricerca spesa tra l'Italia e gli USA. Per 26 anni ho rifiutato l'opzione di andare a lavorare negli USA. In questi anni ho speso la mia carriere aiutando la ricerca in Italia, costruendo realtà e portando know how in Italia. Ho un figlio di 12 anni e l'unica cosa che voglio dirgli è: combatti, e che io combatterò fino alla fine".

Quelli che accusano Celli. Molti commenti sono però estremamente polemici nei confronti di Celli. Gli rimproverano una certa ipocrisia e i privilegi della sua posizione, sostenendo che è inutile criticare un sistema che si è contribuito a creare, e nel quale si occupa un'eccelente posizione. "Sì, ok, se ne vada pure il padre così stiamo più larghi", scrive francopan1965. Parecchi commenti sono più articolati: "Non mi va bene. Questa è la lettera di un padre che ha condiviso e condivide, con lo stesso sistema che egli denuncia, il potere; lo sappiamo che non si diventa direttore generale della Rai o della Luiss per soli meriti professionali, ci vuole qualcos'altro: il compromesso", jackfolla57. E in tanti gli rimproverano anche i privilegi che comunque ha potuto e potrà ancora offrire a suo figlio. "Mi piacerebbe che il sig.Celli spiegasse cosa ha tentato di fare, grazie ai suoi ruoli, per cambiare la situazione", chiede jaakko. "I giovani italiani sono altri - dice tic - cara Repubblica, non pubblicare l'amarezza del direttore generale della Luiss, ma pubblica quella di un professore di liceo, di un operaio, di un impiegato, di un poliziotto, di un precario padre".
("la Repubblica", 30 novembre 2009)

PD, CGIL, STUDENTI e IDV in piazza contro le manovre del Governo
post pubblicato in Notizie ..., il 15 novembre 2009


Manifestazione del sindacato senza Cisl e Uil. Ma il segretario tende la mano:
"Pronti a sciopero generale sul fisco". Nel corteo anche Idv, Pd e studenti universitari

Cgil torna in piazza a Roma
Epifani: "Licenziamenti a valanga"

Bersani: "Serve una svolta nella politica economica, persi 18 mesi preziosissimi"
Il ministro Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico ancorato al '900"
 


ROMA - La Cgil torna in piazza a Roma contro il governo, da cui esige risposte su lavoro e crisi. La manifestazione nazionale è stata indetta per sottolineare che il peggio della crisi non è affatto alle nostre spalle e che la ripresa sarà lunga e difficile. A sfilare a fianco dei lavoratori della Cgil anche Italia dei Valori, Partito democratico e studenti universitari. Il corteo, partito nel primo pomeriggio da piazza della Repubblica, si è concluso in piazza del Popolo con un intervento del segretario generale Guglielmo Epifani.

"E' una piazza straordinaria, grazie a tutti voi che siete qui: queste luci vive permettono anche a chi voleva oscurare le nostre ragioni di vederci chiaro e trasparente": con queste parole il leader della Cgil Guglielmo Epifani ha aperto il suo intervento dal palco di piazza del Popolo.

"Chiediamo che il governo cambi registro per affrontare i nodi della crisi" ha detto il leader della Cgil Epifani, sintetizzando lo spirito del corteo di protesta. "Questa è una manifestazione che vuole chiedere al governo cose precise perchè gli effetti più negativi della crisi arriveranno nelle prossime settimane e investiranno l'occupazione", ha aggiunto. "La crisi avrà gli effetti più negativi sull'occupazione nelle prossime settimane" ha detto ancora il segretario della Cgil, sottolineando come "il governo non stia facendo nulla per sostenere il lavoro e i pensionati".

"In un anno sono stati persi, bruciati, 570 mila posti di lavoro di cui 300 mila di precari: una media di 50 mila posti in meno al mese. Questo il consuntivo di un anno da quando la Cgil lanciò l'allarme valanga disoccupazione", ha denunciato ancora Epifani. "La valanga che avevamo previsto - ha aggiunto Epifani - non ha più neanche la ciambella di salvataggio della cassa integrazione, ma è fatto di mobilità, ristrutturazioni, chiusure e licenziamenti a valanga e ancora di altri precari senza tutela".

Sull'analisi mostra di concordare il segretario del Pd Luigi Bersani, che nel messaggio inviato a Epifani invoca "una svolta nella politica economica del governo". "La vera exit strategy a cui dobbiamo dare priorità oggi è la exit strategy dalla disoccupazione di lunga durata e dalla stagnazione dei redditi da lavoro - ha scritto Bersani - Il governo ha perso 18 mesi preziosissimi, ha lasciato impoverire il nostro migliore capitale sociale e la nostra più innovativa capacità produttiva faticosamente irrobustita negli ultimi anni".

Critico invece il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico che rappresenta un pezzo del Paese, ma rimane ancorato al '900 e alle sue ideologie". Sacconi ha sottolineato tra la Cgil e gli altri sindacati confederali: "Una manifestazione fatta da soli, esaltando in questo modo la separatezza dalle altre organizzazioni sindacali".

Secondo gli organizzatori al termine della manifestazione c'erano 100.000 lavoratori provenienti da tutta Italia. Ad aprire il corteo uno striscione con la scritta "Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte". Tante le bandiere della Cgil, della pace, ma anche di partiti della sinistra come il Pd, l'Idv, dei Comunisti Italiani e grossi palloni colorati con la scritta Flc-Cgil.

Nel corteo anche gli striscioni delle aziende in crisi come l'Eutelia: "Eutelia: come arricchire i padroni depredando i lavoratori. Landi, dove sono finiti i soldi e gli immobili di Getronics e Bull?". I lavoratori hanno raggiunto la capitale con 3 treni e oltre 750 pullman. Tra i partecipanti anche esponenti politici nazionali come Oliviero Diliberto, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero. In testa alla manifestazione la segretaria nazionale della Cgil Susanna Camusso e il segretario regionale del Lazio Claudio Di Berardino.

La Cgil ha deciso di scendere in piazza senza Cisl e Uil, come ha spiegato ieri Guglielmo
Epifani rispondendo alle domande di RepubblicaTv. "Non siamo stati in condizione di fare una manifestazione unitaria sui temi della crisi" ha spiegato il leader della Cgil. "Questo ci è riuscito solo a livello locale, non nazionale. Sarebbe stato meglio farla insieme. Un'iniziativa comune peserebbe di più e i lavoratori, in questo momento, hanno bisogno di tutto il sindacato. Comunque, per riportare al centro i problemi di chi perde il posto, meglio soli che niente". Da piazza del Popolo Epifani ha lanciato tuttavia un appello a Cisl e Uil: "Mando a dire a Cisl e Uil che se si volesse fare lo sciopero generale sul fisco la Cgil ovviamente è pronta ed è in prima fila".

Con la Cgil sono centinaia, fa sapere l'Unione degli universitari, gli studenti in piazza, all'indomani del
primo ok del Senato a una legge finanziaria fortemente contestata anche sui risvolti per ricerca e istruzione. Riguardo alla scomparsa dei fondi destinati ai giovani ricercatori dell'università, il leader della Cgil ha detto "è una finanziaria che non dà nulla al lavoro, agli investimenti e al Mezzogiorno e non c'è soluzione neanche per i precari dell'università". "Manca la promessa di stabilizzare i giovani ricercatori precari", ha spiegato il segretario generale della Cgil, aggiungendo: "gli interventi del governo vanno contro il mondo del lavoro".

("la Repubblica", 14 novembre 2009)

Tra le altre, Epfiani dice a Berlusconi: "Vuoi fare qualcosca per il Sud? La maggior parte dei precari della scuola sono proprio di queste regioni"!
post pubblicato in Notizie ..., il 23 ottobre 2009


Epifani: governo devastante. A dicembre sciopero

di Maristella Iervasitutti gli articoli dell'autore

L’occasione è l’assemblea nazionale a Roma delle rappresentanze sindacali unitaria della Conoscenza. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ascolta tutti gli interventi: i precari della scuola e della ricerca, i collaboratori scolastici e gli amministrativi. Poi non fa in tempo ad avvicinarsi al microfono, che scatta l’applausometro. Epifani tocca tutte le questioni, i “guai” - spiega - in cui “siamo precipitati nel sistema Paese”, analizzando tutti i nodi del “devastante” governo. E a Berlusconi, che rilancia il taglio dell’Irap, replica: “Il primo atto da fare è ridurre le tasse ai lavoratori e pensionati. Questo impone l’equità e la condizione dei consumi”. E sulla scuola dove il malessere è sempre più crescente, il sindacato annuncia la “tabellina” delle mobilitazioni dal 7 al 21 novembre. Fino ad uno sciopero esteso a tutto il pubblico impiego in dicembre.

Crisi e governo “devastante”. In Italia - esordice il segretario della Cgil - ci sono «una crisi devastante e un governo che lo è altrettanto. Ha agito con fubizia - sottolinea -. Ha deciso di galleggiare perché non affronta seriamente nessuno dei grandi problemi. La questione del Mezzogiorno non la risolve il Ponte sullo stretto. Vuoi fare qualcosca per il Sud? La maggior parte dei precari della scuola sono proprio di queste regioni. E’ finita forse la crisi della Borsa e della grande finanza - ha sottolinato Epifani -, mentre c’è un silenzio assordante sulla condizione vera delle persone: sono 570mila i lavoratori che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno”. E il sindacato che aveva previsto l’enorme emorragia è stato detto di essere un “disfattista”. Per il leader della Cgil, la crisi non la si affronta con una finanziaria ordinaria. Occorrerebbe piuttosto “una tassa su tutte le transazioni finanaziarie. Per una questione di giustizia”: non è giusto che paghi chi non è responsabile della crisi.

La questione morale che sta dentro questa crisi - accusa Epifani - “è vergognosamente scomparsa”. Ci sono responsabilità politiche di chi sapeva e non si è posto alcun problema. Sono stati spesi miliardi di euro per sollevare le banche. “Trovo incredibile che quella montagna di debito pubblico creata per salvare le banche - ha detto Epifani - ci venga poi messa davanti quando chiederemo investimenti per la scuola, per le realtà produttive, per i giovani”.

Scuola e ricerca. La Cgil è pronta a mettere sul tappeto anche uno sciopero della scuola se le cose non cambieranno. «C’è un vero malessere nella scuola ha detto Epifani -. La questione dei precari è solo parzialmente risolta. Il fatto che manchino investimenti per avere scuole sicure, per il sostegno, per il tempo pieno, per avere classi meno numerose, il fatto che non si consideri la scuola e la formazione temi centrali in un periodo di crisi fanno sì che ci sia tra i lavoratori della scuola un malessere crescente. In ragione di tutto ciò la Cgil e il sindacato di categoria, la Flc, promuovono una grande manifestazione a Roma per il 21 novembre e, se non cambieranno le cose, pensano anche a uno sciopero». Per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, i precari che restano fuori dal provvedimento di governo sono circa 100mila. Pantaleo insiste sul “flagello dei tagli” per l’istuzione tra scuola e Atenei. E annuncia l’iniziativa del 7 novembre a Roma, in piazza Navona, e in contemporanea in cento piazze d’Italia per la Conoscenza; seguiranno l’iniziativa del 19 novembre: rapporto tra ricerca e politica industriale. Fino allo sciopero di tutto il pubblico impiego in dicembre.

"l'Unità", 22 ottobre 2009

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Ma ... l'Italia è sempre una Repubblica fondata sul lavoro?
post pubblicato in Notizie ..., il 28 settembre 2009


ECONOMIA  La grande crisi - I numeri della recessione

I dati dell'Istituto:
«Boom di assegni
di disoccupazione,
+52% in un anno»

Sono quasi un milione (984.286) le domande di disoccupazione liquidate dall’Inps in un anno, tra l’inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
"La Stampa", 28-09-09

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Enciclica "Caritas in veritate"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 luglio 2009


"l'Unità", 07-07-09

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L'Enciclica: critica sociale, non di sistema
 
 

Luigi Cavallaro
«La religione è lo spirito della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito», scriveva Marx già nel 1843. E di questa condizione, e del sentimento di essa, ci parla appunto l'ultima enciclica di Joseph Ratzinger, apparsa il 7 luglio scorso e intitolata Caritas in veritate .
Secondo il Pontefice, rilevanti sono i guasti prodotti dalla «deregolamentazione generalizzata» che ha preso piede nell'ultimo scorcio del secolo scorso e si è protratta praticamente fino a ieri (nonostante che, precisa Ratzinger, si sia trattato di un fenomeno «non privo di aspetti positivi, perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio di culture diverse»). Guasti connessi anzitutto alla precarizzazione del lavoro: perché «quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi nell'esistenza», e la conseguenza è «il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale».
Emblematica, in tal senso, è la condizione dei Paesi più poveri, dove «permane e rischia di accentuarsi l'estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di alimentazione: la fame miete ancora moltissime vittime», ricorda Ratzinger, e ciò è tanto più assurdo quando si pensi che «la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale». Manca infatti «un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all'acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari»: a tutt'oggi siamo vincolati ad un sistema istituzionale imperniato sulla regola secondo cui l'impresa risponde «quasi esclusivamente a chi in essa investe». E un sistema del genere - specie in un contesto in cui la crescita dimensionale e il crescente bisogno di capitali riducono la presenza e l'importanza di «un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa» - produce «gravi distorsioni e disfunzioni», giacché attenua «il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l'ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità», grazie al «mercato internazionale dei capitali».
Si è così costituita «una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento, costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi».



"Liberazione", 22/07/2009

Lavoro, crescita economica e rispetto dell’ambiente - ovvero: SINISTRA E LIBERTA'
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 giugno 2009


UN NEW DEAL VERDE PER L’EUROPA

Monica Frassoni ci spiega concretamente quali siano le proposte di Sinistra e Libertà per dare avvio ad un New Deal Verde. Lavoro, crescita economica e rispetto dell’ambiente possono andare di pari passo in Europa e in Italia.

La crisi finanziaria ha posto al centro dell’attenzione gli errori delle attuali politiche economiche e sociali e messo in luce il più generale fallimento del sistema su cui si basano.  Ci troviamo di fronte a un’erosione decisiva delle risorse, provocata dal rovinoso ipersfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili, e sta scadendo il tempo a nostra disposizione per evitare una crisi climatica totale. Le crisi dovrebbero essere viste come un’opportunità per trasformare i nostri sistemi economici e sociali in un modello che ci offra un futuro basato su stabilità, autosufficienza e sostenibilità. Un modello in cui ci sia una più equa ripartizione della ricchezza.

Il New Deal verde dovrà mirare a creare un’economia guidata dalla prosperità a lungo termine e non dal profitto a breve, dovrà scoraggiare le speculazioni azzardate che ci hanno intrappolato in un dannoso circolo vizioso tra boom e recessione, dovrà favorire lo sviluppo etico e sostenibile nel quale la prosperità venga vista come benessere per tutti.
Siamo alla vigilia di una nuova rivoluzione economica. Se vogliamo passare al più presto a una società e a un’economia più verde e sostenibile, dovremo aumentare i nostri sforzi. E questo significa non solo fare il necessario per mettere a punto un giusto contesto normativo e gli incentivi necessari a stimolare i settori economici sostenibili, ma anche incoraggiare investimenti in grado di accelerare la transizione. In questo modo favoriremo  l’occupazione e ci renderemo più autosufficienti, riducendo la nostra dannosa dipendenza dalle importazioni di energia.
Non esiste una definizione soddisfacente di economia verde, ma il termine comprende settori come l’efficienza energetica, la produzione e distribuzione di energia rinnovabile, il trasporto sostenibile, la fornitura di acqua, la depurazione, la gestione dei rifiuti, e l’agricoltura sostenibile, oltre a industrie che usino le risorse in modo efficiente, tecnologie intelligenti e servizi sostenibili (incluse le banche etiche).

L’ONU prevede che il mercato globale dei beni e servizi ambientali raddoppierà entro il 2020, passando dagli attuali 1,37 a 2,74 trilioni di dollari. Per quel che riguarda l’occupazione in Europa, uno studio della Commissione europea stima che le ecoindustrie (in particolare i settori della gestione dell’inquinamento e delle risorse) diano già oggi lavoro a circa 3,4 milioni di persone, mentre il settore delle energie rinnovabili occupa oltre 400.000 persone. Si tratta di due aree dell’economia verde.
Il New Deal verde dovrà essere ambizioso e galvanizzare gli sforzi, in modo da massimizzare il potenziale economico e occupazionale dell’economia verde. In tale ottica, è assolutamente indispensabile combinare un pacchetto d’incentivi ambizioso e ben mirato con un corretto mix normativo. Noi vogliamo che in Europa venga lanciato senza indugi un New Deal verde, in modo da creare 5 milioni di colletti verdi nei prossimi 5 anni.
In tutto il mondo i governi stanno annunciando pacchetti fiscali per stimolare le loro economie e rispondere così alle attuali crisi finanziaria ed economica e stanno iniettando nel settore economico un’enorme quantità di fondi pubblici. L’UNEP (United Nations Environment Programme, Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha calcolato che nell’arco dei prossimi 12/24 mesi il totale ammonterà a 2 o 3 trilioni di dollari. Buona parte di questa somma è destinata alle istituzioni finanziarie, ma ci si aspetta che gl’investimenti verdi rappresentino una quota importante dei pacchetti d’incentivi economici più generali. Una ricerca dell’UNEP ha calcolato che almeno il 33% di tali pacchetti sarà destinato ai settori verdi.

Per quel che riguarda l’Europa, esiste il rischio che, invece di stimolare i settori tecnologici verdi orientati al futuro e in grado di creare le basi della nostra rinascita economica, i politici della UE stiano semplicemente cercando di far passare per verdi i loro pacchetti d’incentivi, che in realtà sostengono le cosiddette industrie al tramonto.
Fornire aiuti diretti a industrie obsolete e non sostenibili, e cercare di etichettare tali aiuti come verdi, non solo è un insulto ai cittadini europei ma rischia anche di far perdere il treno alla UE. Il mondo sta passando dall’attuale modello, non più sostenibile e con un uso inefficiente delle risorse, all’economia verde di domani. L’Europa ha la possibilità di essere in prima linea nella nuova rivoluzione economica. Ma per esserlo veramente dobbiamo scegliere il giusto obiettivo per i nostri pacchetti d’incentivi e per la nostra legislazione. Ed è proprio questo che si propone il New Deal verde.

È necessario fissare principi guida ben chiari per i pacchetti d’incentivi. Dobbiamo:
• fare in modo d’investire in settori con un impatto tempestivo sull’economia e l’occupazione, operativi nei prossimi due anni, e in settori con buone possibilità di creare nuovi posti di lavoro;
• agire in quei settori che potranno consentirci di diversificare e abbandonare le risorse finite, in particolare i combustibili fossili, i cui prezzi estremamente volatili hanno contribuito al terremoto economico;
• incrementare l’uso efficiente delle risorse, con l’effetto di ridurre i costi di funzionamento dell’economia e di aumentare quindi la competitività;
• dare la priorità ad azioni locali e alla creazione di occupazione, assicurando così un recupero economico molto più sostenibile;
• evitare la trappola di destinare fondi a infrastrutture con più elevato consumo energetico e/o emissione di gas a effetto serra, cosa che ritarderebbe il passaggio alla nuova economia verde.

Il New Deal verde dovrà inoltre usare strumenti finanziari che abbiano un reale effetto moltiplicatore (ad esempio, garanzie sui prestiti o fondi di capitale di rischio), ricorrendo a tal fine alle istituzioni appropriate (ad esempio la Banca Europea per gli Investimenti - BEI). Grazie all’effetto moltiplicatore, sarà così possibile  generare un’elevata massa globale d’investimenti con una quantità relativamente limitata di fondi pubblici.

Vogliamo che agl’investimenti nell’economia verde siano destinati 500 miliardi di euro. Dobbiamo incoraggiare un sistema bancario socialmente responsabile e sostenere le istituzioni finanziarie etiche. È quindi necessario creare norme a livello europeo  affinché in futuro la sostenibilità diventi un principio guida nel settore finanziario, sia per quel che riguarda il modo in cui opera che per le attività economiche che sostiene e favorisce.

Il New Deal verde non si limita però solo a creare il contesto economico e normativo più favorevole. Il passaggio alla futura economia verde sarebbe impossibile senza un’ampia mobilitazione, e questo significa lavorare con i partner sociali per accelerare il passaggio. La formazione di una forza di lavoro verde dev’essere un punto centrale del New Deal verde. Non si tratta solo di formare nuovi lavoratori, ma anche, ed è fondamentale, di riqualificare i lavoratori già attivi, soprattutto a quelli delle industrie al tramonto, fornendo loro le nuove conoscenze necessarie per svolgere un ruolo ben preciso nei settori emergenti al centro della nuova economia verde. Il New Deal verde dovrà essere messo a punto e portato avanti cooperando con i partner del cambiamento (ad esempio città, istituzioni finanziarie sostenibili, aziende a tecnologia verde, sindacati), facendoli partecipare alla sua formulazione e realizzazione.

Trasformare il nostro sistema di produzione e fornitura energetica, attualmente basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse, con conseguente produzione di carbonio, è un aspetto fondamentale del New Deal verde. Attualmente solo il 9% dell’energia che usiamo proviene da fonti rinnovabili, ma la UE si è impegnata ad arrivare al 20% entro il 2020. Questo ridurrà di 300 milioni di tonnellate all’anno il consumo di combustibili fossili e diminuirà di quasi 900 milioni di tonnellate all’anno le emissioni di biossido di carbonio, come se 450 milioni di autovetture smettessero di circolare sulle strade. Vogliamo che la UE vada ancora oltre e passi ad un’economia interamente basata sulle energie rinnovabili. A tale fine, dobbiamo sviluppare la nostra infrastruttura energetica per potere fare il miglior uso delle energie rinnovabili. Creare una super smart grid elettrica per connettere l’Europa ci aiuterà a sfruttare l’enorme potenziale delle turbine per la produzione d’energia eolica offshore, come nel Mare del Nord, o delle fattorie solari nel Mediterraneo e in Africa del Nord. Ma dobbiamo anche promuovere la produzione energetica decentrata, come l’energia solare, più vicino al consumatore. Con una strategia avanzata per le energie rinnovabili che comporti ambiziose politiche e obiettivi, entro il 2020 si potrebbero creare fino a 2 milioni di nuovi posti di lavoro in questo settore.

Il passo più efficiente e immediato che possiamo compiere nel quadro di un New Deal verde è quello di smettere di sprecare energia. Se la UE s’impegna ad un obiettivo vincolante di riduzione del consumo d’energia di almeno il 20% entro il 2020, ogni anno si risparmieranno miliardi e miliardi di euro. Questo significa rendere più efficienti le nostre case, quelle già costruite e quelle ancora da costruire, per esempio rinnovandole in modo da ridurre lo spreco d’energia e di calore. Gli elettrodomestici, i veicoli e qualsiasi prodotto che usi energia dovranno essere progettati in modo da farlo con la maggiore efficienza possibile. Tutto ciò contribuirà a ridurre le fatture energetiche e di combustibile, oltre a creare milioni di nuovi posti di lavoro. Esistono già buoni esempi. Nel 2006, il programma della Germania per ammodernare gli edifici in modo da migliorarne l’efficienza energetica ha dato luogo a 342.000 ammodernamenti ed alla creazione di 145.000 posti di lavoro supplementari. E, sempre in Germania, sono stati  175.000 i nuovi posti di lavoro creati nel 2007 nella cosiddetta bio-edilizia. Secondo le Nazioni Unite, gli investimenti per migliorare l’efficienza energetica degli edifici potrebbero generare, solo in Europa e negli Stati Uniti, dai 2 ai 3,5 milioni di posti di lavoro verdi supplementari.

Un New Deal verde significa anche trasformare il nostro attuale sistema di trasporti inquinante e fonte di sprechi: trasportare le merci su binari elettrificati invece di utilizzare il trasporto su strada, che inquina; ampliare i trasporti pubblici ed elettrificare autobus, tram e ferrovie e renderne l’uso più agevole facendone un’alternativa più attraente delle modalità di trasporto inquinanti; incentivare il car sharing, l’andare a piedi e la bicicletta; promuovere vetture con maggiore efficienza energetica e meno inquinanti. Per il trasporto dei passeggeri, il treno offre un’efficienza energetica 4 volte superiore a quella della vettura più sobria in circolazione. Passare al verde significa una fattura energetica più leggera. Significa diminuire la nostra dipendenza dal petrolio prima che le risorse comincino a calare e i prezzi vadano alle stelle, per non parlare della riduzione del danno causato alle nostre economie dall’asservimento a importazioni improntate all’instabilità. Si creerà inoltre occupazione: ogni nuovo posto di lavoro nel trasporto pubblico in Europa ha un effetto moltiplicatore del 2,5. Attualmente i lavoratori del trasporto pubblico in Europa sono circa 900.000.

L’efficienza delle risorse è il nucleo centrale del New Deal verde e contribuirà a migliorare la competitività della nostra economia. La UE è la regione del mondo che delocalizza la maggior percentuale d’estrazione di risorse. Le possibilità di ridurre i costi grazie all’ottimizzazione dell’efficienza sono ampie, e chi decide dovrebbe  dunque mirare a massimizzarla. Il miglioramento dei processi di produzione e dell’efficienza delle risorse avrà anche effetti trainanti sull’occupazione: la riduzione del consumo energetico di appena il 10% nel settore manifatturiero creerebbe 137.000 posti di lavoro. Nel settore agricolo vi sono incredibili possibilità di creare occupazione con l’agricoltura biologica. Secondo l’UNEP, nel Regno Unito, per esempio, un aumento del 20% della quota di coltivazioni biologiche porterebbe ad un aumento di 73.200 posti di lavoro. Con lo stesso aumento percentuale, in Irlanda si creerebbero 9.200 nuovi posti di lavoro. In tutta Europa, sono attualmente 213.000 le persone che lavorano nell’agricoltura biologica, ma il biologico rappresenta solo il 5% circa di tutta la produzione agricola europea. Portare questa percentuale al 20% in tutta l’UE significherebbe creare centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Il New Deal verde intende incoraggiare il passaggio ad un’economia verde in settori che vanno oltre l’energia, i trasporti, la manifattura e l’agricoltura. Include l’approvvigiona- mento idrico, la depurazione delle acque e la gestione dei rifiuti più efficienti, oltre a tecnologie intelligenti e servizi sostenibili, anche nei settori finanziario, del dettaglio e del turismo.

Creare in 5 anni 5 milioni di posti di lavoro in questi settori non è un sogno ma un obiettivo politico realistico. In Europa abbiamo potenzialità altissime e non dobbiamo assolutamente lasciarci sfuggire l’opportunità di capitalizzarle. I cittadini, le città e i paesi, e le imprese sono tutti partner del nostro New Deal verde.

www.sinistraeliberta.it

 

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 maggio 2009


 


"Sinistra e Libertà"

Lettera
di Nichi Vendola
- SINISTRA E LIBERTA' -
a
:

- Pierferdinando Casini - Leader nazionale UDC
- Lorenzo Cesa - Segretario nazionale UDC
- Antonio Di Pietro - Presidente Italia dei Valori
- Dario Franceschini - Segretario nazionale PD
- Flavia D'Angeli - Portavoce nazionale Sinistra Critica
- Oliviero Diliberto - Segretario nazionale PdCI
- Marco Ferrando - Portavoce nazionale PCdL
- Paolo Ferrero - Segretario nazionale PRC
- Marco Pannella - Leader nazionale Radicali Italiani
- Luciana Sbarbati - Segretaria nazionale Mov. Repubblicani Europei



Carissima, Carissimo

vi sono molti, troppi, inquietanti segnali che indicano che il nostro paese sta attraversando una fase particolare, e per molti versi originale, nella quale il sistema democratico che tutti noi abbiamo conosciuto e nel quale abbiamo vissuto e operato è messo a serio rischio.
Sta crescendo nel nostro paese una vera e propria emergenza democratica rispetto alla quale tutti noi abbiamo il dovere e la necessità di reagire in modo adeguato e tempestivo.
Per questa ragione mi assumo la responsabilità di scrivere a te a ai segretari di tutte le forze dell’opposizione e di proporvi un incontro a brevissimo termine per assumere assieme le iniziative adeguate, come compete ad un’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, come è la forza politica cui appartengo, non certo per sua scelta.

Conviene evitare paragoni con il passato, sempre difficilmente proponibili, ma certamente abbiamo avuto modo, e con noi le italiane e gli italiani, di cogliere nei recenti comportamenti della maggioranza, del governo e segnatamente del Presidente del Consiglio, atteggiamenti, comportamenti, dichiarazioni e atti che entrano in collisione con le regole più elementari di una repubblica democratica e parlamentare.
Non credo sia sfuggito a nessuno il carattere ricattatorio del discorso pronunciato da Silvio Berlusconi di fronte all’assemblea di Confindustria. Un Presidente del Consiglio che controlla direttamente o indirettamente quasi l’intero sistema mediatico minaccia di rivolgersi direttamente al popolo per sovvertire gli assetti costituzionali aggirando o, peggio, ignorando con esplicito disprezzo il Parlamento.
Questo atteggiamento arrogante e, temo, non privo di venature eversive era già evidente nella vicenda apertasi con la sentenza sul caso Mills. Siamo di fronte ad un assurdo: chi è stato destinatario di un atto di corruzione viene condannato dalla Magistratura, mentre il suo eventuale corruttore è protetto da una legge vigente, contro la quale l’opposizione si è fortemente battuta, che lo sottrae a qualunque tipo di giudizio. Non compete a noi entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Così come il Presidente del Consiglio non dovrebbe abbandonarsi ad una pubblica sequela di insulti rivolti alla Magistratura giudicante in ragione di una sua presunta intenzione persecutoria motivata addirittura da una altrettanto presunta collocazione politica dei singoli magistrati.
Ma noi non possiamo assistere impassibili ad una nuova recrudescenza di dichiarazioni e atti che mirano a sottoporre la Magistratura sotto il controllo politico dell’Esecutivo, stravolgendo l’equilibrio dei poteri di uno stato democratico e la sua Costituzione.
E’ da notare come tali comportamenti costituiscano di per sé un motivo di uno scontro ora strisciante, ora esplosivo con le più alte cariche dello stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, i cui ripetuti, ponderati e preziosi interventi a tutela degli equilibri istituzionali e della nostra Costituzione sono stati disattesi e persino svillaneggiati dal Presidente del Consiglio.
La stessa vicenda della oscura relazione tra il presidente del consiglio e la famiglia Letizia non può essere confinata nella sfera del privato, il confine tra pubblico e privato essendo, come segnalano tutti i migliori studiosi delle moderne democrazie, diverso per chi ricopre cariche istituzionali e per il comune cittadino. E di fronte a denunce che partono dagli stessi famigliari del Presidente del Consiglio, non credo si possa tacciare di indebita invasione nel privato la richiesta formale di pubblici chiarimenti da parte di chi un ruolo pubblico riveste.
La mia elencazione potrebbe continuare ma sarebbe superflua poiché già così la misura appare colma. Ad un’emergenza democratica si deve rispondere con un’eccezionale sussulto democratico nel paese e nelle istituzioni. Non credo che il Parlamento possa limitarsi ad attendere che il Presidente del Consiglio decida, a seconda dei suoi desideri e delle sue convenienze, se presentarsi di fronte ad esso o meno. L’opposizione parlamentare è in possesso di precisi strumenti regolamentari per giungere, nel modo e nelle forme opportune, a un dibattito parlamentare la cui urgenza mi sembra ormai massima.

Per questo mi rivolgo a Voi, pur in un momento come l’attuale che ci vede in competizione nella campagna elettorale per le elezioni dei Parlamento Europeo e di molti Consigli provinciali e comunali. L’imminente confronto elettorale non può fare venire meno, neppure per un attimo, il nostro senso di responsabilità verso la Costituzione italiana e l’ordinamento democratico del nostro paese.
Mi auguro quindi che vogliate concordare con la necessità di un’immediata riunione di tutte le forze dell’opposizione, presenti o no nell’attuale Parlamento, per concordare e assumere tutte le iniziative unitarie, nel Parlamento italiano e in quello europeo, nelle Istituzioni locali, nella società civile per fare uscire il nostro Paese indenne dall’attuale emergenza democratica che lo investe.
In attesa di un Vostro tempestivo cenno di riscontro, Vi saluto augurando a tutti noi un presente e un futuro di democrazia e libertà.

Nichi Vendola
Sinistra e Liberta’
in http://www.movimentoperlasinistra.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1074

Roma, 22 maggio 2009 

"L'istruzione universitaria gioca un ruolo determinante per ottenere un impiego"! Ma ciò non accade! E ... allora? Che femo?
post pubblicato in Notizie ..., il 7 maggio 2009


Sono il 19% dei giovani, il 15 tra gli uomini. La media Ue è del 30
E il rapporto Eurostat conferma: il 91% ha genitori istruiti

Laureati, Italia maglia nera
record negativo in Europa

di SALVO INTRAVAIA


Italia in fondo alla classifica per numero di giovani laureati. Il responso arriva da Eurostat, l'ufficio statistico della Commissione europea, che in tema di lauree assegna anche la maglia nera ai giovani uomini italiani. Ma non solo: la probabilità di conseguire i più alti livelli di istruzione, in Italia, è ancora fortemente legata alle condizioni della famiglia di provenienza. I giovani che vivono in contesti familiari contrassegnati da un livello di formazione basso hanno una probabilità nettamente inferiore di raggiungere l'agognato titolo rispetto a coloro che vivono in famiglie con genitori laureati. Insomma: l'ascensore sociale del nostro Paese sembra proprio bloccato.

L'Italia, nell'Unione europea a 27 paesi, per numero di giovani laureati si colloca alle ultime posizioni. Tra i connazionali di età compresa fra i 25 e i 34 anni, soltanto 19 italiani su 100 risultano in possesso di un diploma di laurea. La media europea si colloca attorno al 30 per cento, con Paesi come Francia, Spagna, Danimarca, Svezia e Regno Unito attorno al 40 per cento. Soltanto Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia fanno peggio di noi.

Ma a tirare in fondo alla classifica il Belpaese sono gli uomini che si beccano la maglia nera. In Italia si contano poco meno di 15 giovani laureati maschi, contro le 23 donne, su 100. A Cipro sono 42 su 100 i giovani uomini laureati. La situazione è bloccata proprio a livello sociale. I laureati fra i 25 e i 34 anni che provengono da famiglie "a basso livello di formazione", in Italia, sono soltanto il 9 per cento: un dato che colloca il nostro Paese al livello di Lettonia e Polonia.

Il tasso schizza al 60 per cento se passiamo a famiglie in cui i genitori sono in possesso della laurea. In buona sostanza, in Italia, i figli dei cittadini più istruiti hanno una probabilità sette volte superiore di raggiungere la laurea rispetto ai coetanei che vivono in contesti più deprivati.

Nei Paesi europei più sviluppati, probabilmente a causa di un sistema di istruzione e formazione più attento ad attenuare le differenze sociali di partenza, questa sperequazione tra "ricchi e poveri di cultura" è di parecchio attenuata. Nel Regno Unito la probabilità di tagliare il traguardo più lontano dell'istruzione è doppia per i figli dei laureati. Gap che aumenta a due volte e mezzo in Francia e Spagna.

L'impietoso quadro del nostro Paese, che ha ripercussioni negative in campo sociale ed economico, emerge dall'ultimo rapporto pubblicato da Eurostat il 28 aprile, dal titolo "Il processo di Bologna nell'educazione universitaria: indicatori chiave della dimensione sociale e della mobilità". E lascia intravedere la necessità di una riforma del sistema universitario e in genere dei sistemi di istruzione nazionali.


Il cosiddetto "processo di Bologna", avviato nel 1999, è un percorso di riforma a carattere europeo che si propone di realizzare entro il 2010 uno "spazio europeo dell'istruzione universitaria". Tra i diversi scopi c'è quello di allargare le possibilità di accesso all'istruzione universitaria per i cittadini europei a fini sociali e occupazionali. "L'istruzione universitaria - si legge nel rapporto - gioca un ruolo determinante per ottenere un impiego". Anche "le differenze di retribuzione dipendono soprattutto dal livello di istruzione: coloro che sono in possesso di un livello di istruzione superiore guadagnano in media il doppio dei lavoratori con un livello di istruzione debole".
L'insegnamento universitario, inoltre, "gioca un ruolo chiave nell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita", condizione necessaria ai futuri lavoratori per cambiare lavoro.

("la Repubblica", 5 maggio 2009)

Nichi Vendola: "... il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 2 maggio 2009


1° Maggio 2009: è stato festeggiato un fantasma!

Autore: Nichi

Oggi si festeggia un fantasma. Quella degli ultimi decenni è la storia di un occultamento e di una rimozione, di un progressivo, inesorabile, slittamento del lavoro dal ruolo centrale che gli assegnava la Costituzione repubblicana a postazioni sempre più periferiche, sino a finire nelle brume di una estrema banlieu, pudicamente celato alla vista. Disincarnato, ridotto a variabile duttile nelle stime dei tecnocrati o nei conti di manager grandi e piccoli, il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta. Nella penombra di quella periferia sociale, si è consumata e quotidianamente si consuma una strage ignorata, tollerata, e oramai persino incentivata. Mentre il proscenio discuteva di veline e si azzuffava su particolari, parlava sempre e comunque d’altro, in quelle tenebre ha avuto libero corso l’imposizione di salari che erano da crisi anche quando la crisi non c’era, si è affermato un nuovo mercato del lavoro modellato sulle vecchissime forme del caporalato, fondato sul ricatto del precariato permanente e della disoccupazione endemica, sulla sottrazione di ogni potere contrattuale dei lavoratori, avvertito ormai come insopportabile pastoia che intralcia la logica sovrana del profitto.

Grazie a quella stessa “invisibilità” del lavoro, oggi, si studiano e allestiscono strategie feroci, che mirano a far pagare per intero i costi della crisi proprio a chi della crisi è vittima principale, i lavoratori dipendenti in cassa integrazione o peggio, i precari a spasso, l’esercito di giovani colti e preparati del sud costretti a una nuova migrazione di massa. Quella degli ultimi decenni è la vicenda di un beffardo slittamento semantico, che ha celato sotto le voci “modernità” e modernizzazione” un gigantesco ritorno al passato, passando per lo smantellamento di tutti i diritti conquistati dai lavoratori nel corso di due secoli di conflitto sociale, che ha ripristinato e restituito legittimità a vere e proprie forme di schiavismo.

Chi può davvero credere che la scomparsa della rappresentanza politica del mondo del lavoro dal Parlamento italiano proprio al termine di questo immenso processo storico sia casuale, frutto di mera coincidenza?
C’è un solo modo, allora, di festeggiare questo primo maggio: farne la stazione di partenza per imboccare un tragitto inverso. Iniziare, da oggi, da subito, qui e ora, da questa campagna elettorale, a restituire realtà, concretezza e visibilità al lavoro. Imporre la sua centralità da subito, a partire dalle strategie per fronteggiare la crisi, sapendo che dalla crisi stessa non si potrà uscire senza restituire carne e sangue a quel fantasma, senza richiamare al centro della scena sociale, politica e persino culturale quel che da troppo tempo ne è rimosso. Questa crisi è frutto della stessa politica, delle stesse politiche, delle stesse logiche che hanno per trent’anni umiliato e assediato il lavoro e i lavoratori. Non si può sperare di risolverla con gli stessi strumenti che l’hanno determinata.
Abbiamo scelto di superare una volta per tutte l’antica e disastrosa separazione tra la difesa dei diritti sociali e di quelli civili. Dobbiamo sapere che i diritti dei lavoratori sono oggi al centro di questo scontro, e se non riusciremo a ripristinarli, a imporne un nuovo rispetto, il prezzo sarà pagato da tutti. Anche da chi, oggi, si batte per difendere il diritto alla propria sessualità, alle proprie scelte, alla libertà del proprio corpo.

Abbiamo scelto di chiamarci Sinistra e Libertà. Dobbiamo ricordare, a noi e a tutte e a tutti, che senza affrancamento dal bisogno, dal ricatto del precariato, dall’assenza di diritti sul lavoro, la parola Libertà è solo un simulacro.

Nichi Vendola

(dal Blog di Nichi Vendola)

I "cugini" Francesi tengono alta la guardia!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 5 marzo 2009


In Francia studenti, ricercatori e professori uniti nella contestazione

Parigi, lanci di scarpe e flash mob
contro la riforma dell'università

L’ex leader sessantottino Daniel Cohn Bendit: «Ogni epoca contesta con i mezzi a disposizione»

Uno studente durante un'assemblea contro la riforma dell'Università (dal sito dell'Unef)
Uno studente durante un'assemblea contro la riforma dell'Università (dal sito dell'Unef)

PARIGI – Finiti i tempi delle barricate e dei cubetti di porfido strappati al selciato per scagliarli contro la polizia. A Parigi, nel quartiere latino, nei dintorni della Sorbona, teatro di scontri del maggio ’68, studenti, ricercatori e professori protestano uniti contro la riforma della ricerca e dell’università lanciando scarpe al ministero, organizzando flash mob in piazza e lezioni in metrò. «Ogni epoca – commenta l’ex leader sessantottino Daniel Cohn Bendit – esprime la contestazione con i mezzi a disposizione».

FLASH – E l’alter-contestazione è cominciata quando i ricercatori universitari, al centro di una riforma che impone tagli di personale e stravolgimenti strutturali, hanno intuito che le manifestazioni non bastavano più. «I nostri comunicati stampa – spiega Isabelle This-Saint-Jean, 45 anni, insegnante di economia e ricercatrice all’Universita di Parigi 13, presidente del collettivo “Salviamo la Ricerca” – erano insufficienti. Così abbiamo trasformato la protesta in happening». Ecco allora il flash mob a Place Saint Michel: tutti per strada a leggere un libro. A voce alta, tra turisti attoniti. Cinque minuti e via tutti. O ancora, appuntamento al ministero della ricerca per il lancio di scarpe vecchie, ispirandosi al giornalista iracheno che prese di mira George W. Bush. Con tanto di declinazione in video-game. Non è finita. Pantheon, a due passi dalla Sorbona: professori, ricercatori e studenti in piazza per leggere passaggi della Divina Commedia, dei libri di Italo Calvino, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Galileo Galilei. In francese e in italiano. Oppure, lezioni improvvisate in stazione o in metrò, dandosi appuntamento sempre via Internet, nei forum, per email o via sms.

I manifesti degli studenti francesi
I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi

GUERRIGLIA – Azioni provocatorie che si consumano in tempi rapidi. Mordi e fuggi. Guerriglia ben diversa da quella praticata 41 anni fa dagli studenti parigini. Li guidava
Daniel Cohn Bendit, oggi europarlamentare: «Ognuno sceglie il modo migliore per contestare il proprio dissenso: lancio di scarpe, flash mob, sono forme di protesta attuali. Anche loro simbolizzano un’epoca, la loro. Non spetta a me giudicare, ma di certo noi non potevamo sfruttare un’arma efficace come Internet». Nel ’68, il dissenso passò così per la violenza. «Il nostro – continua This-Saint-Jean – è un movimento più maturo. Riscopriamo l’impegno collettivo della rivolta idealista e non ideologa. Non credo ci sia spazio per la violenza, ma se il malessere si propagasse ad altri settori della società, come avvenne nel 2006 per i contratti di primo impiego, allora la contestazione potrebbe evolvere».

OCCUPAZIONI – I primi segnali sono già nell’aria. Accanto alle azioni ironiche, continuano scioperi e manifestazioni classiche. Il 26 febbraio, erano in 100mila in piazza, in tutta la Francia. Gli studenti ormai rivendicano il blocco della riforma universitaria. Il 19 febbraio, hanno occupato la Sorbona, per qualche ora, prima dello sgombero delle forze dell’ordine senza incidenti. «Gli happening – spiega Juliette Griffond, 26 anni, studentessa in comunicazione politica, portavoce del sindacato degli studenti Unef – servono a cadenzare un movimento duraturo. Siamo in una società di comunicazione e sfruttiamo i mezzi a disposizione per far passare il messaggio. Ma la manifestazione resta prioritaria per esprimere il dissenso». Insomma, la vittoria mediatica non basta. Appuntamento quindi di nuovo in piazza, il 5 e il 19 marzo. Lo lotta continua.

Alessandro Grandesso

"Corriere della sera", 04 marzo 2009

Mentre il Cavaliere continua a cambiare pelle e da netturbino napoletano si trasforma in promoter finanziario; e mentre Walter dimostra di non saper cosa sia Politica, la Sinistra si ritinge dei colori dell'Arcobaleno e guarda al futuro, facendo Politica!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 ottobre 2008


  

Trecentomila persone trasformano l'11 ottobre nella giornata del rilancio della Sinistra.
Un corteo grandissimo e molto rosso, con diverse componenti ma unito da un'idea: ci siamo e da qui ricomincia l'opposizione

 

Noi siamo qui

 

Ieri per le vie di Roma i tanti no alle politiche di Berlusconi e di Confindustria Claudio ...

Piero Sansonetti
Un bel sospiro di sollievo. E' stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l'opposizione non è morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E' finita la ritirata». Vuol dire che si ricomincia, si torna all'attacco, si torna a far politica.
Qual è l'urgenza, qual è l'obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E' una battaglia dura, complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell'editoriale de il manifesto , e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la sinistra a non restare muta - o tutt'al più sorridente, ma priva di iniziativa - di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi?
Non si può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri c'era. C'era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po' imbarazzato, un po' incerto su stesso. Stupito di essere così grande dopo mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e lacerazioni.
Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime al suo interno. La più forte, la più visibile, era l'anima che chiede una identità sicura alla sinistra, l'anima fortemente «comunista». Però c'erano anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da mettere insieme e mettere a frutto. L'impressione ieri è stata che queste due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di poter lavorare insieme.
servizi alle pagine 2, 3, 4 e 5


"Liberazione", 12/10/2008

Questi "governanti" - "scelti" da una "maggioranza" di Italiani, grazie ad una infame Legge Elettorale - non sanno quel che fanno, non sanno quel che dicono! Insomma, non sanno proprio nulla, eppur ... "governano"!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 24 agosto 2008


 Il ministro Gelmini a tre settimane dalla ripresa scolastica
"Taglieremo 85mila docenti e abbatteremo gli sprechi"

"Scuola del Sud abbassa la qualità
Corsi agli insegnanti meridionali"


"Scuola del Sud abbassa la qualità Corsi agli insegnanti meridionali"

Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione

CORTINA D'AMPEZZO (Belluno) - "Nel Sud alcune scuole abbassano la qualità della scuola italiana. In Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata organizzeremo corsi intensivi per gli insegnanti". La risposta alle parole di Bossi arriva dal ministro dell'Istruzione. E' passato un mese da quando il leader del Carroccio, dal palco del congresso nazionale della Liga Veneta a Padova, gridò nel microfono che era l'ora di finirla di far "martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord". A tre settimane dall'inizio delle lezioni, Mariastella Gelmini annuncia alla platea di Cortina d'Ampezzo che l'ha invitata ad un dibattito pubblico, la strategia per migliorare la scuola italiana: corsi ai prof del Sud; taglio di 85 mila insegnanti; riduzione degli sprechi.

"La scuola deve alzare la propria qualità abbassata dalle scuole del Sud", ha detto il ministro bresciano. "Organizzeremo dei corsi intensivi per gli insegnanti del Meridione". Sembra che un test elaborato da Ocse-Pisa - l'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione - vede la nostra scuola al 37esimo posto con un trend decrescente di anno in anno. "E' una realtà - ha detto il ministro - a cui bisogna porre rimedio".

E il "rimedio", il ministro all'Istruzione lo pone con i corsi agli insegnanti del Sud e il taglio di 85 mila docenti tra il 2009 e il 2011. "Chi critica la riduzione dei professori, indichi una strada diversa". La Gelmini vuole anche aumentare le ore: "E' giusto dare agli insegnanti gli strumenti per svolgere il proprio ruolo e un riconoscimento sociale. Reinvestiremo i soldi recuperati dagli sprechi e dal taglio sulle spese per il personale, premiando chi raggiungerà i migliori risultati".

("la Repubblica", 23 agosto 2008)
Centomila cattedre in meno, quarantasettemila lavoratori tecnici e amministrativi "tagliati" per un totale di centocinquantamila posti di lavoro in meno.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 giugno 2008


 
Nei prossimi tre anni dovrebbero saltare 150 mila posti di lavoro.
Obiettivo: recuperare la cifra record di 8 miliardi di euro.
L'ennesimo provvedimento che spiana socialmente l'Italia
Attacco alla scuola pubblica: mega tagli per docenti e cattedre

Rina Gagliardi

Tocca alla scuola, era prevedibile. Quasi nascoste nel testo del Decreto fiscale presentato dal governo Berlusconi, compaiono "nuove disposizioni organizzative" che, se e quando saranno approvate, si abbatteranno sul sistema pubblico della formazione e dell'istruzione con la violenza di un bulldozer: centomila cattedre in meno, quarantasettemila lavoratori tecnici e amministrativi "tagliati" per un totale di centocinquantamila posti di lavoro in meno. E qualche altra "cosuccia", tipo la pratica abolizione del tempo pieno (un vero e proprio vizio, per il centrodestra), il ripristino del maestro unico nelle scuole elementari e, naturalmente, va da sé, la cacciata definitiva nell'inferno per le centinaia di migliaia di precari che ancora aspettano giustizia. Il tutto dovrebbe realizzarsi nel giro di tre anni, attraverso meccanismi nient'affatto di razionalizzazione dell'esistente, ma di vero e proprio mutamento strutturale - come per esempio l'aumento progressivo del rapporto docenti-alunni (dall'attuale 9,1 al 10), vale a dire classi sempre più affollate, fatiche crescenti per i .poveri prof, qualità per forza ridotta della formazione e dei suoi risultati collettivi. Il tutto, s'intende, serve soprattutto a "risparmiare" risorse: ben otto miliardi di euro, sottratti ad una delle funzioni fondamentali della Repubblica. E magari per consentire nel frattempo al programma del ministro Gelmini ("valorizzazione del merito", rottura dell'unità e solidarietà del corpo docente, introduzione di logiche manageriali e individualistiche in tutto il sistema scolastico) di sbocciare davvero.
Una controriforma in piena regola, non c'è che dire, meno ideologicamente pretenziosa di quella a suo tempo tentata da Letizia Moratti, ma forse perfino più sostanziale - e sostanziosa. Un vero e proprio programma di demolizione della scuola pubblica, di quello che resta, nonostante tutto, un presidio essenziale della democrazia e della crescita civile. E un attacco frontale ai lavoratori, del tutto coerente con quelli già annunciati contro il salario (l'inflazione programmata alla metà di quella reale), contro il contratto nazionale di lavoro, contro i pochissimi diritti conquistati dai precari.
Si noti bene, solo per completezza d'informazione: qualche giorno fa, la Mariastella Gelmini - una berlusconide della prim'ora, sbalzata in una sola mossa dalla responsabilità lombarda di Forza Italia al Ministero di viale Trastevere - aveva bensì spiegato le linee del suo "programma" nella VII Commissione del Senato, ma si era tenuta sul generico e, soprattutto, non aveva fatto parola della tagliola contenuto nel decreto fiscale. Forse, non l'avevano nemmeno informata. Forse, in questo Governo fa tutto Tremonti in nove minuti e mezzo - a parte le leggi sulla giustizia scritte di pugno dal Cavaliere. O forse, ancora, chissà, le "nuove disposizioni" contro la scuola sono state un parto collettivo dei professori del Corriere della sera - quelli che da anni tuonano contro i "fannulloni", cioè i lavoratori pubblici, i ministeriali e i professori, nella loro ottica derubricati senza dubbi di sorta a impiegati parassitari e improduttivi. Un'umanità, una professionalità, un valore sociale incomprensibili per una visione del mondo - neoliberista o populista che sia - di tipo americanizzante, che tutto valuta solo in termini di crescita del Pil, di competizione, di lotta spietata tra singoli individui per il "successo". Ed ecco la novità: alla faccia di chi si era illuso sulla Robin Tax di Tremonti o su qualche propensione popular-populista di questo governo, il programma antipopolare di Berlusconi procede come un carrarmato. Con scelte poco strombazzate o appariscenti, ma non per questo meno efficaci. Con un provvedimento dopo l'altro che, quasi senza opposizione parlamentare, tende a "spianare" socialmente il Paese, demolendone istituzioni democratiche, diritti, capacità di resistenza. Insomma: il Berlusconi 2001-2006 aveva le stesse ambizioni, chiamiamole così, controrivoluzionarie - ma per molte ragioni, non ultima la capacità di opposizione dei movimenti, non riuscì a realizzare risultati stabili, limitandosi a devastare quello che poteva. Ora ci riprova, usufruendo non solo di un successo elettorale (e di un consenso d'opinione) assai più forti, ma di un clima culturale - regressivo e reazionario - molto più favorevole. Di esso, per esempio, fa parte lo scarso prestigio di cui gode la scuola pubblica italiana, costruito in anni di campagne ad hoc e materialmente fondato sulla proletarizzazione dei lavoratori della scuola. Di esso, ha fatto parte, e fa ancora parte, il clima bipartizan - rotto soltanto dalle strilla di Di Pietro e dalla discussione sulla norma "salvaprocessi". Norma iniqua, certo, e da contrastare. Ma non vi pare che sia venuta l'ora di cominciare a costruire un'opposizione più vasta e concreta? Sociale e politica. Di lunga durata. Di grande ambizione.

"Liberazione", 25/06/2008

Ma qual è il significato di "democrazia"?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 novembre 2007


 

Unità di Base

U d B Settore Università www.unitadibase.it

 

Lavoratori francesi in piazza

È battaglia dura su pensioni e salari

Articolo tratto da Le Monde, mercoledì 21.11.07

 

«Insieme per i salari, l’occupazione e i servizi pubblici». Erano oltre 700 mila le persone che hanno sfilato dietro questo striscione, ieri pomeriggio, a Parigi in un corteo promosso da otto organizzazioni sindacali della funzione pubblica. Fermi gli uffici statali, le scuole, gli ospedali, le poste, le telecomunicazioni, settimo giorno consecutivo di sciopero per i lavoratori delle ferrovie e del trasporto autobus e metropolitano, nessun quotidiano nazionale in edicola, una quarantina di università occupate

E non è finita, la Francia non intende lasciar passare nessuno dei provvedimenti che stanno scardinando le basi del suo sistema democratico, basti pensare alla riforma della Carta giudiziaria, che sopprimerà circa duecento fra preture e tribunali, contro la quale protesteranno magistrati e avvocati il 29 novembre prossimo. Ma Sarkozy, dopo una settimana di silenzio, ha ribadito la volontà del governo di proseguire in questo cammino di riforme di cui «il Paese ha bisogno per rispondere alle sfide che il mondo gli impone».

E ancora, rivolgendosi ai ferrovieri, si è permesso di citare il segretario del Partito Comunista, Maurice Thorez, in una celebre frase pronunciata in occasione degli scioperi del giugno 1936: «Bisogna saper terminare uno sciopero quando è stata ottenuta soddisfazione»

Le manifestazioni di protesta si moltiplicano e si allargano ad altre categorie perché sotto attacco sono i diritti conquistati in anni di dure lotte che si vogliono cancellare per i lavoratori arrivati alla pensione e, peggio, rimuovere dalla memoria delle generazioni di lavoratori futuri. Tutto per il bene del Paese, per il suo sviluppo, per la sua competitività, per la sua tenuta sul mercato internazionale. È il prezzo che una moderna e compiuta democrazia deve saper pagare, o meglio deve esser capace di far pagare ai propri cittadini, uomini e donne, vecchi e giovani.

E la politica del governo Sarkozy si è fatta interprete e, al tempo stesso, carico, di questo compito con un penalizzante progetto di riforma delle pensioni e delle università, i cui atenei godranno di un’autonomia finanziaria diseguale, dal carattere classista e liberista.

Nessuna concessione viene fatta alla pubblica amministrazione, per la quale si prevede la soppressione di posti di lavoro previsti per il 2008 e si nega la possibilità di aumenti salariali.

E pensare che in Italia i sindacati concertativi continuano a battersi affinché ci sia una FORTE AUTONOMIA delle Università…

Chi sarà mai a sbagliare, i “nostri” CGIL/CISL/UIL o i milioni di francesi che invece l’Autonomia Universitaria la combattono…?

Bologna, 22.11.07                                  UdB Università

Una commissione di inchiesta, per conoscere la verità!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 18 novembre 2007




Genova, lungo corteo senza incidenti
"Ancora nascosta la verità sul G8"

Clicca sull'immagine per andare avanti 
LA CRONACA.

La manifestazione per chiedere una commissione d'inchiesta sui fatti del 2001. Lo striscione "La storia siamo noi". L'omaggio a Guliani in piazza Alimonda. Gli organizzatori: siamo 50mila. Qualche slogan contro la polizia
LE FOTO 1 - 2

REPUBBLICA TV: VOCI E COLORI DEL CORTEO


"la Repubblica", 17 Novembre 2007

Dal 12 Dicembre via alle iscrizioni al Master "Pemì"!
post pubblicato in Notizie ..., il 14 novembre 2007


  www.unipa.it/segunipa/settore_postlauream.html PEMÌ)”  

A V V I S O

 

***

 

Il 12 dicembre 2007 verrà pubblicato sul sito

http://

il bando di concorso per l’ammissione al Master di I livello in

“PROGETTISTA ESPERTO NELLA MULTIMEDIALITÀ

PER UNA FORMAZIONE ALL’INTERCULTURA
(

 

Coordinatore scientifico: Prof. Ignazio Licciardi

(Comitato scientifico: Proff. I.Licciardi - A.Borruso - D.Oliveri)

Info segreteria scientifico-didattica: Prof. D.Costantino

3382402805 (attivo dal 12.12.2007)

E.mail: info@studipedagogici.it

A cosa pensano i giovani francesi e ... a cosa "pensano" i giovani italiani!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2007


 France

Les représentants d'une trentaine d'universités entendent amplifier le mouvement de contestation dans les facultés et opérer la jonction avec la mobilisation des cheminots.
Panorama | Eclairage | Les faits
Plusieurs centaines d'étudiants de lettres et sciences humaines sont rassemblés, le 8 novembre 2007 dans le hall de l'université Aix-Marseille I, après avoir voté le blocage de leur faculté. | AFP/ANNE-CHRISTINE POUJOULAT


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