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di Ignazio Licciardi
Due Poesie su ADHD
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 13 dicembre 2011


Titolo originale "La complainte de' élève thada (hyperactif)!"

di Yves C.

N

on faccio apposta
a comportarmi "sbagliato",
aver spesso la luna,
tener la penna con la sinistra,
o scrivere come un maiale,
far fatica con la coniugazione,
e neanche a collezionare brutti voti nei dettati,
o prendere note per il mio comportamento,
note per quaderni dimenticati
e compiti non fatti.
Si dice che sono intelligente,
…..
eppure a scuola
….
neanche una considerazione!
Neanche un buon voto !
Non faccio apposta
se non mi controllo abbastanza
quando il canto degli uccelli
mi fa venire in mente che fuori c'è il sole
e che sarebbe bello lanciare un tappo
o stuzzicare il gatto
oppure fare un bel giro in bici.
"Finito!…consegnate i compiti!"
Ma con tutti questi miei pensieri
e la mia attenzione disordinata,
no - non è questa la volta buona
che aumenta la media dei miei voti.
Non sono altro che un alunno solitario
ma non sedentario,
che ha la voglia di riuscire,
ma respinge il momento di agire,
che farebbe di tutto ma non può fare niente
e sbaglia ancora nell'interrogazione.
Si, io vivo l'ora presente
e solo il piacere di quest'istante
conta per me intensamente,
e non capisco questa gente,
che si preoccupa già dell' indomani.
Una psicoterapia?
No nessuna psico,
è mai riuscita!
Essere lento di testa
è considerato una gran difetto.
Bisogna pur che qualcuna mi dica
come faccio a star dietro a questa fretta,
come faccio a non perdere il segno
con questo mio bel dilemma.
E siccome non è scritto
"ATTENZIONE DEFICIT DI ATTENZIONE"
sulla mia fronte,
allora subisco tutti gli affronti:
"Non s'impegna abbastanza!"
Questo si che è il colmo !
Non faccio apposta,
ma non è che ripetere l'anno
mi fate ritrovare la stima in me stesso.
Mi si vuole far imparare l'inglese
che faccio già fatica con l'italiano.
E se i miei professori si disperano
a farmi capire la grammatica,
cosa dire allora dei miei genitori
che si trovano senza aiuto
tra un impulsivo ed un iperattivo,
che si preoccupano troppo della pagella
e fanno una strana faccia
per non far vedere la loro delusione !
Perché capirmi
non è difficile:
è vero, il dettato non è il mio forte,
meglio l'orale, per la mia morale.
Metto da parte i calcoli mentali
che servono solo ad esaurirmi.
La carota?
Non sono certo i voti !
Il bastone?
Neanche questo è buono !
I miei limiti
mi sono già scritti dentro,
ho ormai la pelle così dura
che mi sento corazzato.
Non è complicato andare avanti:
quando uno è differente
s'aspetta incoraggiamenti
e non bocciature.
Signori professori,
non ha detto il ministro:
"Più professionalismo !
Novità senza tregua, rinnovatevi,
applicatevi, sperimentate e perseverate!
Risolvete le difficoltà
che questo è comunque il vostro mestiere !"?
Non sono altro che un alunno spensierato
e indolente
senza dubbio un po' fanatico ai videogiochi
e al computer,
ma che ama troppo la vita.
Ma voi grandi ,
che siete in terapia,
dov'è la vostra volontà
di buttar via la sigaretta?
E cosa vedreste voi senza i vostri occhiali?
Per ritrovare l'attenzione,
riuscire nelle operazioni,
essere bravo con le coniugazioni,
parlare l' inglese
bene quanto l'italiano,
essere in gamba nel dettato,
avere più memoria,
finire i compiti
e ridarmi speranza
a non essere altro che attivo,
lavorare solo al superlativo,
riuscire ad avere il diploma,
non essere mai insopportabile,
e diventare accettabile,
ritrovare il mio controllo,
cambiare il mio ruolo,
e - perché no -
sprigionare onde buone
e fare festa in girotondo
come in un migliore mondo

bisognerebbe inventare
una pillolina ben dosata !
Se calmasse i bollori
sarebbe la pillola del buonumore ?
Se procurasse un voto bello
sarebbe la pillola della successo ?
Tutta la scuola si potrebbe rivivere,
persino fare la maturità.
I genitori
potrebbero dimenticare i loro tormenti,
le fatiche, le delusioni,
vedere la vita più rosa
e uscire da questa situazione.
Ma cosa diranno poi di Rita e di Maria
a chi è già stata prescritta
per uscire dal deficit ?
E se il miope porta gli occhiali
chi ha da ridire se vuole vedere bene?
Ma non sono altro che un alunno ribelle !
Attenzione alla situazione
di frustrazione
che non ti aspetti
quando comincio a bollire:
se rispondo male -
non farci tanto caso,
se urlo e batto i pugni -
non mordo mica,
se questo ti può rassicurare.
E se un giorno sarò curato
e uscirò da questo vicolo cieco
vedo già ora
le mie emozioni,
le mie immaginazioni,
la mia sensibilità
e la mia spontaneità.
Se niente è facile nella vita,
non ho pensieri,
sono solo romantico,
sono solo spensierato,
eppure sono triste già al mattino,
caduto nel più profondo dispiacere
e quando arriva la sera
urlo la mia disperazione.
Una formica, un'ape operaia
volete fare di me?
Io mi vedo di fronte
ad un pubblico venuto in massa
a fare l' illusionista,
l'acrobata o il pianista.
Fin quando di ADHD non si guarisce
bisognerà trovare
una buona ispirazione
ed una buona soluzione
come farmi sentire bravo per il telethon,
ma non farmi correre una maratona.
Che fare d'un alunno amareggiato,
anche un po' arrabbiato
dal cuore così nobile ma anche influenzabile?
E' insopportabile:
nella nostra giungla lui è tutto nudo
e si fa mangiare tutto crudo.
Voi altri, Leonardo, Antoine, Albert, *
mi hanno detto
che voi mi eravate simili.
Illustri contemporanei,
creatori, saggi e scrittori,
Voi sì vi siete realizzati!
Allora, a tutti gli incompresi
grido la mia lezione: vivete la vita !
Il genio
non si presenta oggi,
ma sarà un domani
che tutte le speranze saranno nelle vostre mani.



*Leonardo da Vinci, Antoine de Saint Exupéry, Albert Einstein

 

http://www.aifa.it/poesiascuola.htm

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"IL SORRISO DI UNA MADRE AL FIGLIO ADHD"

 

(dedicata a tutte le madri e ai loro figli ADHD)

Un ritaglio di un giornale
per dirmi che domani sarà un giorno
Uguale a tutti gli altri giorni.
Un ritaglio di speranza per credere
Che mio figlio adhd vedrà un domani.
Un ritaglio di carità da offrire a te che soffri
Un ritaglio di cuore che sanguina rosso
E una madre in un angolo con il volto in pianto
Sparso tra valli, mari e monti come fiume in piena.

Un ritaglio di un paradiso perduto
Un ritaglio di un'innocenza infranta
Un padre che vagabonda per il mondo
In cerca di risposte e di perché.
Un ritaglio di un figlio adhd abbandonato
Dall'egoismo degli uomini 'perfetti'
Che tagliano e vivisezionano la coscienza
E la nostra lotta contro i tabù e i pregiudizi.

Il ritaglio dell'intransigenza e dell'intolleranza
Ed il delirio di un uomo che cerca un sorriso
Da regalare in questo nuovo anno.
Ma il sorriso è scomparso dal volto di ognuno.
Un ritaglio da offrire a ciascuno di voi
Per un fratello che sogna la pace e la serenità.
Solo un ritaglio del nostro essere e dell'avere
Signori e Signore, forza comprate e a buon prezzo...
Un ritaglio di un'esistenza vissuta e pagata
A caro prezzo, libbra del mio sangue
Un ritaglio di esistenza costruita nell'infinito
Per diventare uomo e donna e costruire
Una cellula di gioia e di amore.

Che la misericordia alberghi nel tuo cuore
Che la tenerezza vendemmi un sorriso
Cuore di bimbo che sogni un abbraccio
E che la tua incostanza sfugge quest'attimo
Mentre l'incertezza intreccia il tuo animo
E disperi sconsolato in cerca di sicurezze.

Che il tuo mondo sia quello mio
Che la tua vita affranta sia in quella mia
Che le tue lacrime si mescolino a quelle mie
Che le tue risate si fondino con quelle mie
Che il mio sangue sia quello tuo
Che la mia carne trafitta dal dolore sia quella tua
Che il mio sorriso possa essere il tuo sorriso
Che le mie speranze possano essere quelle tue
Che i miei sogni possano essere quelli tuoi.

Che tu possa trovare un ritaglio di assoluto
In cui costruire la tua esistenza.
Piccolo punto biondo dell'infinito
Che tu possa essere UOMO figlio mio!

 

in AIFAnewsletter

n.145 anno V marzo/2007 n.1
Notiziario sul Deficit d'Attenzione con Iperattività, disturbi e problematiche ad esso correlati, diffuso dall'Associazione Italiana Famiglie ADHD Onlus.

http://www.aifa.it/home.htm

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2^ PROVA IN ITINERE (momento di studio in Aula virtuale)
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 21 novembre 2011


Il presente AVVISO -relativo alla 2^ prova in itinere di Pedagogia generale- vale soltanto per gli Studenti di Scienze dell'educazione della Facoltà di Scienze della Formazione!!!

 

Vi trovate in una Redazione di una Rivista specialistica in "Scienze dell'educazione e della formazione".

Il Capo-Redattore Vi dice di leggere i sotto indicati testi, per realizzarne una Presentazione che metta in evidenza, attraverso i vari contenuti presenti nei libri, la validità/funzionalità di una loro lettura pedagogica.

I testi sono:

1. I. Licciardi(a cura di), Leggere pedagogicamente;

2. I. Licciardi(a cura di), Tra reale e virtuale;

3. I. Licciardi(a cura di), Notes-bloc2006. C'era una volta biblion; e  V. Boffo, Comunicare a scuola (il libro di V. Boffo - insieme al testo indicato per primo al punto 3 - per gli Studenti di Scienze dell'educazione).

N.B.: Visto e considerato che lo spazio del commento accetta fino a n.2.000 battute, chi avesse da pubblicare un commento più corposo, potrà dividerlo in due, tre o più parti, inserendo nel commento plurimo i numeri di pagina, oltre al Cognome, al Nome, etc.

Inserire i vari commenti giorno 05 Dicembre 2011 entro le ore 23.59 (o altra data da Voi proposta!).

 

Non dimenticate di inserire in quest'ordine:
COGNOME-NOME-CORSO DI LAUREA-TITOLO DELLA VOSTRA PRESENTAZIONE.

 Chi lo volesse, potrà inviare - entro giorno 10 Dicembre - in allegato a mezzo mail ( ignaziolicciardi@alice.it ) lo scritto elaborato.

 

 

Università degli Studi di Palermo, 21-11-2011
                                                                                                                                   prof. I. Licciardi

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permalink | inviato da Notes-bloc il 21/11/2011 alle 12:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (283) | Versione per la stampa
La Gelmini: «In Italia non c'è categoria più importante dei ricercatori», ma subito dopo: "mica li possiamo tenere tutti"!?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 ottobre 2010


Mentre migliaia di studenti protestano in tutta Italia, la Gelmini accelera sulla riforma e il Pd apre


 

da www.unita.it:
 
 
Università, Gelmini accelera e Pd apre

L'università è in fermento. Alle prese con l'ennesima riforma annunciata, con le strutturali mancanze di fondi e con tutti i ritardi e le inadeguatezze che si porta dietro. Ma dalla classe politica qualcosa sembra muoversi. Il ministro competente, Mariastella Gelmini, riesce a rimettere insieme i cocci della sua maggioranza traballante ed entusiasta afferma: «Tutti i gruppi della maggioranza hanno mostrato la volontà di accelerare l'iter della riforma, che sarebbe importante per il paese e darebbe una risposta ai ricercatori. Sarebbe un segnale di compattamento della maggioranza - ha aggiunto Gelmini - la legislatura va avanti e non c'è nessuna intenzione di perdere tempo. Mi auguro che il prossimo incontro con i gruppi possa aiutare l'accelerazione dell'iter della riforma. Mi pare che il Parlamento si stia ravvedendo, sono ottimista».

«In Italia non c'è categoria più importante dei ricercatori» ha poi detto il ministro durante il suo intervento al convegno sul trasferimento tecnologico organizzato dall'Acri. «Dalla professionalità di queste persone - ha spiegato - dipende la qualità della ricerca. Va però superata - ha aggiunto – una posizione un po' retriva e cioè pensare che tutti i ricercatori debbano trovare un'occupazione nell'università. Se la società vuole crescere, anche le piccole e medie imprese hanno bisogno, ad esempio, di ricercatori. Non ha senso mantenere i ricercatori precari a vita, occorre, invece, prospettare loro una carriera e questo lo facciamo prevedendo, nella riforma, il meccanismo della 'tenure track'. O si vince il concorso da associato - abbiamo recuperato i soldi per bandire questi concorsi - oppure si può trovare un impiego negli enti di ricerca o nel settore privato». Il ministro si è quindi soffermata sul problema della 'fuga di cervelli'. «Oggi se l'Italia è poco attrattiva per i migliori cervelli e se, anzi, assistiamo a una 'fuga' dei cervelli - ha osservato - il motivo fondamentale non è tanto solo quello delle risorse, ma concerne le regole e i meccanismi di funzionamento. Bisogna snellire le regole, fissando pochi principi da rispettare. Principi però che vanno rispettati da tutti, senza corsie preferenziali».

Altro segnale interessante è la quasi apertura dell'opposizione con il capogruppo Pd Franceschini: «Se verranno accolte le nostre proposte di modifica, possiamo discutere anche subito la riforma. Il Partito democratico non si è mai sottratto a discutere delle riforme che interessano il Paese. Nel merito della riforma universitaria abbiamo sempre avuto un atteggiamento costruttivo, finalizzato ad ottenere un provvedimento nell'interesse degli studenti e dell'intero mondo accademico. In più occasioni abbiamo sottoposto all'attenzione del governo e della maggioranza diverse proposte di modifica, contenute nei nostri emendamenti depositati, fra le quali riteniamo centrali 5 aspetti: l'abolizione dei tagli degli ultimi due anni, pari a un miliardo e 355 milioni di euro, dando invece all'università più risorse per raggiungere in 10 anni la media Ocse; la predisposizione, per gli studenti meritevoli e privi di mezzi, di adeguate borse di studio; per quanto concerne la carriera docente abbiamo detto no al precariato con il contratto unico formativo di ricerca ma sì a norme affinché si arrivi in cattedra in 6 anni; abbiamo inoltre indicato di sostenere un piano straordinario, con selezione, per portare in 6 anni i 15.000 ricercatori, strutturati e precari, nel ruolo di professore. E infine abbiamo proposto l'adeguamento dell'età pensionabile dei docenti alla media europea, con sblocco del turn-over e utilizzo di tutte le risorse liberate per nuovi professori e nuovi ricercatori con contratto tenure track. Vogliamo mantenere questo atteggiamento costruttivo nonostante i tempi necessari per l'approfondimento di un provvedimento così rilevante siano stati sacrificati nel percorso alla Camera per responsabilità del governo e della maggioranza. Per questo condizioniamo all'accoglimento delle nostre proposte la disponibilità ad affrontare la riforma anche durante la sessione di bilancio che comincia il 15 ottobre».

Intanto, studenti e docenti, non sembrano fidarsi delle parole dei politici e in tutta Italia organizzano proteste e iniziative contro la riforma, anche perché, riforma o non riforma, le risorse per l'istruzione sono sempre le prime ad essere sacrificate. Lezione all'aperto con tanto di lavagna sulle scale del rettorato dell'università La Sapienza di Roma per illustrare il ddl Gelmini e spiegare lo stato attuale dell'università italiana. È stata l'iniziativa organizzata oggi dagli studenti di Fisica de La Sapienza contro i «tagli». A tenere la propria spiegazione, davanti a decine di giovani seduti sulle scale del rettorato all'interno della città universitaria e intenti a prendere appunti, è stato il ricercatore di Fisica Leonardo Gualtieri. Tra gli striscioni esposti, quelli con la scritta «Contro questa riforma un'altra rivolta» e «Per un'università pubblica, libera e aperta a tutti». A fare da supporto alla lezione c'erano anche vari cartelli con i grafici sulla spesa per la ricerca nei vari paesi europei. Previste, la prossima settimana, anche lezioni in piazza Montecitorio. Gli universitari hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione a Roma per dopodomani, che partirà da Porta San Paolo ed è organizzata dagli studenti medi contro il ddl Gelmini.

All'Università di Bologna la protesta dei ricercatori va avanti ma il fronte degli 'anti-Gelmini' sembra sfaldarsi. Dopo la settimana di mobilitazione e lo stop delle lezioni decisi dal Senato accademico fino al primo ottobre, nel pomeriggio i ricercatori riuniti in assemblea non hanno deciso forme di protesta comuni: ogni facoltà valuterà se e come continuare l'astensione o riprendere le lezioni. Così fino al 12 ottobre, quando una nuova assemblea discuterà gli emendamenti al ddl Gelmini proposti dall'ateneo e dai ricercatori, e le forme di lotta futura. È l'esito dell'incontro convocato alle 13 e durato quasi tre ore nella sede dell'Università. Ogni facoltà, chiamata all'appello rigorosamente in ordine alfabetico, ha fatto il punto sulle iniziative organizzate nell'ultima settimana attraverso i rappresentanti dei ricercatori. Assenti quelli del blocco più 'politico': economia, scienze politiche, giurisprudenza. Nella maggior parte delle facoltà l'astensione dalla didattica, assieme a discussioni sulla riforma Gelmini aperte anche agli studenti, ha conquistato un gran numero di ricercatori con alcuni picchi (a chimica industriale, veterinaria, scienze della formazione, scienze matematiche e fisiche) e molti distinguo. Diffuso però il timore che a lungo termine quel tipo di protesta sia inefficace o logorante, ma di fatto nessuna decisione è stata presa a fine assemblea. Pochi i fautori di proteste eclatanti almeno fino al 14 ottobre quando alla Camera riprenderà la discussione del ddl. Tra i più naif, un ricercatore di ingegneria che ha proposto ironicamente di mettersi a testa in giù da un elicottero. A chiedere concretezza, con toni abbastanza forti, alcuni dottorandi legati al movimento dell'Onda, favorevoli a organizzare un sit-in davanti al rettorato il 14 ottobre. Idea che però non è stata nemmeno messa ai voti, e quindi accantonata. Alcuni ricercatori hanno proposto di condizionare la ripresa delle lezioni all'approvazione degli emendamenti al ddl, ma altri gli hanno ricordato che gli emendamenti sono oltre 600.

 


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permalink | inviato da Notes-bloc il 9/10/2010 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ma ... non sono in molti ad averlo ancora compreso!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 29 giugno 2010


TECNOLOGIA  
Tre giorni di conferenza al Politecnico per capire come cambieranno
atenei, studio e ricerca nell'era del cyberspazio. Parola agli esperti.

"La Stampa", 28-06-2010

MASTER IN COMUNICAZIONE, EDUCAZIONE ED INTERPRETAZIONE AMBIENTALE
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 marzo 2010


Vi informo di un Master su

"MASTER IN COMUNICAZIONE, EDUCAZIONE ED INTERPRETAZIONE AMBIENTALE"

vedi collegamento in

 www.iafus.splinder.com

(del 9 Marzo 2010)

Formazione - Informazioni - Comunicazione - Dialogo
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 19 marzo 2009


 

Note e Appunti I.L.

per gli studenti universitari che seguono i Corsi
del Prof. Ignazio Licciardi
- Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Palermo -

18 Marzo: SCIOPERO GENERALE DEL MONDO DELL'ISTRUZIONE
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 16 marzo 2009


 Sciopero generale, cortei di universitari, ricercatori e lavoratori precari
Gli studenti: "L'agitazione indetta dalla Cgil è solo una prima occasione di rilancio"

L'Onda pronta a tornare in piazza
la protesta riparte il 18 marzo

di CHIARA BRUSA GALLINA


L'Onda pronta a tornare in piazza la protesta riparte il 18 marzo

Il manifesto dell'Onda
per lo sciopero del 18 marzo

SI sta alzando la marea. L'Onda studentesca si prepara a tornare in piazza dopo i bagni di folla dell'autunno scorso. Sono giorni di organizzazione, questi: assemblee, discussioni e poi la propaganda virale sul web, che fin dall'inizio ha contraddistinto il movimento contro i tagli del governo alla scuola e contro le leggi targate Gelmini. L'occasione per farsi sentire è lo sciopero indetto dalla Flc Cgil per il 18 marzo. Torino, Palermo, Roma. E poi Padova, Napoli, Milano, Genova. Gli universitari ci saranno, insieme ai ricercatori e lavoratori precari degli atenei.

"Lo sciopero lanciato dal sindacato è una prima occasione di rilancio: torniamo in piazza", è l'appello della Sapienza in Onda sul
sito di Uniriot. L'invito è rivolto anche a "precari e studenti medi" perché questo è un momento "decisivo" per il movimento. Che ci tiene a ribadire la sua "autonomia e irrappresentabilità", il suo non essere etichettabile sotto l'egida di un partito o di una confederazione. Si battono per il futuro dell'istruzione. Un futuro che, avvisano, di fatto è un presente: "Le conseguenze dei tagli del governo si vedono già - afferma Alioscia Castronovo dell'Onda di Lettere dell'università romana La Sapienza - è stato annunciato il prossimo aumento delle tasse e del numero chiuso".

"In molte facoltà non usciranno i nuovi bandi di dottorato - dice Isabella, dottoranda in studi politici a Torino - e noi dell'Onda torinese aspettiamo anche l'appuntamento del 24 marzo, quando il senato accademico discuterà il bilancio e si materializzeranno le conseguenze dei tagli".

Dopo l'approvazione della legge 133 e del dl 180, cioè la riforma Gelmini sull'università, si misurano i primi effetti. Ma tra i motivi della protesta c'è anche il ddl 116, meglio conosciuto come norma "ammazzaprecari", che dev'essere approvato dal Senato entro marzo. Dalla scuola al lavoro: "Il tema è anche quello di costruire un nuovo welfare dentro e contro la crisi", chiarisce Andrea Ghelfi, studente di lettere e filosofia di Bologna. Così, tra gli appuntamenti che l'Onda sta segnando in calendario, c'è il 28 marzo, data del G14 sul welfare a Roma e dello sciopero generale dei sindacati di base. E poi ci sono il 4 aprile, manifestazione nazionale della sigla di Epifani, e il 18 e 19 maggio, quando a Torino si terrà il G8 delle università.

"Sarà una primavera di conflitto", prevedono i comitati dell'Onda. Per ora la contestazione è un cantiere in fermento: si stanno decidendo il dove, il come e il quando prima del 18 marzo che, riflettono da Palermo, è "il momento della grande scommessa, il rilancio dell'Onda, il primo degli appuntamenti politici della nuova mareggiata". Roma: ore 9, piazzale della Minerva. Bologna: corteo da piazza Verdi, ore 11. Milano: si parte alle 9 da Porta Venezia. Stessa ora a Genova, da piazza Caricamento. A Padova riunione lunedì per un'assemblea in cui "concretizzare tappe e modalità". E poi Torino, Napoli, Palermo.

Ma si faranno ancora i grandi numeri di ottobre e novembre scorsi? "Sarebbe ingenuo pensare di essere ancora così tanti - dice Dana Lauriola, dell'Onda torinese - ma è importante che scendiamo in piazza insieme a lavoratori e precari". "Il problema non è avere un corteo numeroso come quello di novembre - sottolinea Alioscia - ma rilanciare i temi, risvegliare un livello di consenso". L'Orientale 2.0 di Napoli chiede la costruzione di un'assemblea unitaria delle realtà dell'Onda "per restituire continuità e progettualità all'enorme energia accumulata nelle mobilitazioni dell'autunno".

Non che da allora tutto sia rimasto fermo, come dimostrano le incursioni dei ragazzi alle inaugurazioni dell'anno accademico. "Non eravamo sotto i riflettori, ma abbiamo continuato a lavorare: noi precari delle discipline umanistiche-sociali a Torino ci troviamo settimanalmente", racconta Isabella. "A Bologna stiamo sperimentando un processo di autoriforma, abbiamo ottenuto che vengano riconosciuti con i crediti quattro seminari autogestiti, costruiti con docenti e ricercatori", afferma Andrea. Non solo piazza, cortei e slogan, quindi. "Il lavoro qui è quotidiano, c'è spirito di autoformazione nei dipartimenti. Scrivilo, questo".
("la Repubblica", 16 marzo 2009)

E a Palermo:

Date: Mon, 16 Mar 2009 18:10:14 +0100 
From: "UdU Palermo" <udupalermo@gmail.com>   Import addresses udupalermo@gmail.com  Block email udupalermo@gmail.com
Reply-to: udupalermo@gmail.com
To: licciard@unipa.it
Subject: MANIFESTAZIONE NAZIONALE A PALERMO 18 MARZO ORE 10 TEATRO POLITEAMA
 
 
II governo vuole demolire l'università pubblica...

NOI LA RICOSTRUIAMO!

Mercoledì 18 Marzo 2009 studenti, docenti e personale della scuola e dell'università di tutto il paese scenderanno in piazza per una mobilitazione nazionale. E' la prima volta che tutto il comparto della conoscenza, unitariamente tra scuola e Università, scende in piazza congiuntamente.

L'Unione degli Universitari aderisce e promuove la mobilitazione della CGIL-FLC e sarà in piazza al fianco dei lavoratori di scuola e Università per difendere il carattere pubblico del sistema formativo italiano, perché l'Università non può diventare una fondazione privata, perché lo studio deve rimanere un diritto da garantire e non un debito da contrarre, perché l'Università non può diventare un'impresa privata, perché gli Atenei sono e devono rimanere un ente pubblico autarchico e non economico.

Il 18 Marzo è una tappa fondamentale di un percorso di mobilitazione contro le politiche di questo governo che continuerà con lo sciopero generale il 4 Aprile a Roma quando incroceranno le braccia tutti i lavoratori, non virtualmente ma scendendo in piazza a manifestare.

In programma a Palermo anche un'iniziativa nazionale in cui si discuterà del ruolo dei giovani e dell'istruzione per uscire dalla crisi economica. Noi giovani siamo una risorsa fondamentale per l'Italia e pretendiamo più spazi per mettere al servizio del paese conoscenze e professionalità per far ripartire lo sviluppo sociale ed economico.

18 MARZO 2009

MANIFESTAZIONE NAZIONALE A PALERMO

ORE 10 TEATRO POLITEAMA

"I giovani per il futuro del Mezzogiorno: istruzione e formazione per uscire dalla crisi"

INTERVENGONO: Domenico PANTALEO Segretario Generale FLC CGIL, Andrea Gattuso Esecutivo UdU Palermo

CONCLUDE: Guglielmo EPIFANI Segretario Generale CGIL

Contatti Pasquale Dipollina 3296908783 web: www.udupalermo.it

Andrea Gattuso 3495359502  mail: udupalermo@gmail.com

Marco Sucameli 3208350515

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I "cugini" Francesi tengono alta la guardia!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 5 marzo 2009


In Francia studenti, ricercatori e professori uniti nella contestazione

Parigi, lanci di scarpe e flash mob
contro la riforma dell'università

L’ex leader sessantottino Daniel Cohn Bendit: «Ogni epoca contesta con i mezzi a disposizione»

Uno studente durante un'assemblea contro la riforma dell'Università (dal sito dell'Unef)
Uno studente durante un'assemblea contro la riforma dell'Università (dal sito dell'Unef)

PARIGI – Finiti i tempi delle barricate e dei cubetti di porfido strappati al selciato per scagliarli contro la polizia. A Parigi, nel quartiere latino, nei dintorni della Sorbona, teatro di scontri del maggio ’68, studenti, ricercatori e professori protestano uniti contro la riforma della ricerca e dell’università lanciando scarpe al ministero, organizzando flash mob in piazza e lezioni in metrò. «Ogni epoca – commenta l’ex leader sessantottino Daniel Cohn Bendit – esprime la contestazione con i mezzi a disposizione».

FLASH – E l’alter-contestazione è cominciata quando i ricercatori universitari, al centro di una riforma che impone tagli di personale e stravolgimenti strutturali, hanno intuito che le manifestazioni non bastavano più. «I nostri comunicati stampa – spiega Isabelle This-Saint-Jean, 45 anni, insegnante di economia e ricercatrice all’Universita di Parigi 13, presidente del collettivo “Salviamo la Ricerca” – erano insufficienti. Così abbiamo trasformato la protesta in happening». Ecco allora il flash mob a Place Saint Michel: tutti per strada a leggere un libro. A voce alta, tra turisti attoniti. Cinque minuti e via tutti. O ancora, appuntamento al ministero della ricerca per il lancio di scarpe vecchie, ispirandosi al giornalista iracheno che prese di mira George W. Bush. Con tanto di declinazione in video-game. Non è finita. Pantheon, a due passi dalla Sorbona: professori, ricercatori e studenti in piazza per leggere passaggi della Divina Commedia, dei libri di Italo Calvino, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Galileo Galilei. In francese e in italiano. Oppure, lezioni improvvisate in stazione o in metrò, dandosi appuntamento sempre via Internet, nei forum, per email o via sms.

I manifesti degli studenti francesi
I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi    I manifesti degli studenti francesi

GUERRIGLIA – Azioni provocatorie che si consumano in tempi rapidi. Mordi e fuggi. Guerriglia ben diversa da quella praticata 41 anni fa dagli studenti parigini. Li guidava
Daniel Cohn Bendit, oggi europarlamentare: «Ognuno sceglie il modo migliore per contestare il proprio dissenso: lancio di scarpe, flash mob, sono forme di protesta attuali. Anche loro simbolizzano un’epoca, la loro. Non spetta a me giudicare, ma di certo noi non potevamo sfruttare un’arma efficace come Internet». Nel ’68, il dissenso passò così per la violenza. «Il nostro – continua This-Saint-Jean – è un movimento più maturo. Riscopriamo l’impegno collettivo della rivolta idealista e non ideologa. Non credo ci sia spazio per la violenza, ma se il malessere si propagasse ad altri settori della società, come avvenne nel 2006 per i contratti di primo impiego, allora la contestazione potrebbe evolvere».

OCCUPAZIONI – I primi segnali sono già nell’aria. Accanto alle azioni ironiche, continuano scioperi e manifestazioni classiche. Il 26 febbraio, erano in 100mila in piazza, in tutta la Francia. Gli studenti ormai rivendicano il blocco della riforma universitaria. Il 19 febbraio, hanno occupato la Sorbona, per qualche ora, prima dello sgombero delle forze dell’ordine senza incidenti. «Gli happening – spiega Juliette Griffond, 26 anni, studentessa in comunicazione politica, portavoce del sindacato degli studenti Unef – servono a cadenzare un movimento duraturo. Siamo in una società di comunicazione e sfruttiamo i mezzi a disposizione per far passare il messaggio. Ma la manifestazione resta prioritaria per esprimere il dissenso». Insomma, la vittoria mediatica non basta. Appuntamento quindi di nuovo in piazza, il 5 e il 19 marzo. Lo lotta continua.

Alessandro Grandesso

"Corriere della sera", 04 marzo 2009

Democazia?!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 gennaio 2009


 
Università,
una pessima riforma

Rina Gagliardi
Il decreto Gelmini sull'università da ieri è legge. Noi non abbiamo alcun dubbio che si tratti di un provvedimento pessimo. Esso non solo non risolve ma aggrava, a forza di tagli e accettate, i problemi degli atenei italiani. Esso, soprattutto, conferma la sostanza del disegno strategico del centrodestra: il drastico ridimensionamento, se non la distruzione, del sistema pubblico d'istruzione, l'umiliazione del corpo docente, la volontà di privatizzare e "aziendalizzare" il sapere. Prima ancora, però, dei contenuti di questa autentica controriforma, colpisce il metodo seguito: la frettolosità con cui la questione è stata trattata, senza nemmeno un dibattito o un confronto in parlamento, che ha licenziato il decreto attraverso il solito, l'ennesimo voto di fiducia. Che cos'è se non la prova che siamo di fronte sì a una "filosofia" regressiva e a un provvedimento reazionario, ma siamo soprattutto alla cancellazione di ogni ruolo, degno di questo nome, delle istituzioni rappresentative? Diamine, non c'è nessuno che, a chiacchiere neghi l'importanza, anzi, la centralità del sistema dell'università e della ricerca, e poi si fa una così detta riforma senza nemmeno un dibattituccio parlamentare piccolo così? Diamine, da anni si parla - cioè si chiacchiera - della crisi che grava sui nostri atenei, sulla fuga dei cervelli, sul dramma dei ricercatori giovani sottopagati e supersfruttati, sulle camarille e baronie che imperano, sugli sprechi prodotti dalla moltiplicazione a dismisura delle facoltà, eccetera eccetera, e poi tutto va a finire come fosse una gara di velocità? Come se si trattasse, per il parlamento, di convertire in legge un decretino che regola la pesca di lago?
Il metodo, in questo caso, coincide in tutta evidenza con il merito: "non è una cosa seria", come diceva Pirandello. A questa assenza di serietà, la Mariastella Gelmini aggiunge qualche chilo di ideologia punitiva: ora le università saranno distinte in "buone" e "cattive". Le buone sono quelle che spendono di meno, le cattive quelle che spendono di più - e alle prime verrà destinato nientemeno che il 7 per cento del fondo di finanziamento ordinario. 
A parte il fatto che in questo caso la virtù viene premiata davvero miseramente (vale solo il 7 per cento?), come si fa a stabilire la qualità di un istituto universitario su questi criteri da bottegaio? E come si fa a giudicare il lavoro di un professore universitario sulla sola base del numero di pubblicazioni che egli o ella possono esibire? Un saggio tipo quello che Albert Einstein scrisse sulla relatività generale vale un decimo di dieci articoli sanitari, commissionati dalle multinazionali ai baroni della medicina? Sono solo alcune delle "perle" che il ministro Gelmini esibisce, insieme ai suoi trionfanti sorrisi. Diavolo d'una ministra! Senza sapere nulla né di scuola né di università, senza sprecare tempo (che è notoriamente denaro), senza coinvolgere le istituzioni, e avendo pure avuto contro l'unico grande movimento di questa fase, è riuscita a portare a casa, nientemeno, che la controriforma più dannosa e più inutile di questa fase storica. Merita, lei che discetta ad ogni piè sospinto di "merito", tutti i nostri più fervidi complimenti. Onda, dove sei?

"Liberazione", 09/01/2009




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Perché la protesta nella "Scuola" italiana? Vediamo un po' ... facendo il punto della situazione!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 8 dicembre 2008


 Cosa succede nella "scuola" italiana?

Comunicato Urgente
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 26 novembre 2008


 
Didattica
SOSPENSIONE DELLE LEZIONI GIOVEDI’ 27 NOVEMBRE 2008

ASSEMBLEA DI ATENEO ORE 10.00 AULA MAGNA FACOLTA’ DI INGEGNERIA
Il Coordinamento di Ateneo ha convocato l’Assemblea di Ateneo il 27 novembre 2008 alle ore 10.00 presso l’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria.
Per permettere agli studenti di partecipare all’Assemblea e su invito del Magnifico Rettore, il Preside comunica che le lezioni della Facoltà previste in tutti i plessi e i poli didattici decentrati  saranno sospese giovedì 27 novembre 2008 dalle ore 10.00.
La sospensione delle lezioni è autorizzata limitatamente alla durata dell’Assemblea e dovranno comunque essere recuperate.

D’ordine del Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Palermo
La Segreteria




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L'Italia, oggi, dopo l'approvazione del Decreto "Tagliagola" - cfr. "Nature" 455 del 16 Ottobre 2008 -. Decreto, che - udite udite - è diventato Legge dello Stato Italiano!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 29 ottobre 2008


Scuola proteste studenti Gelmini


Scuola, l'arroganza del governo:
il decreto Gelmini è ormai legge

Il Senato approva, in via definitiva, la conversione in legge del decreto Gelmini sulla scuola con 162 a favore, 134 contrari e tre astenuti. Il provvedimento, approvato il 9 ottobre dalla Camera, non è stato modificato dai senatori e ora è legge. Ma sotto palazzo Madama gli studenti continuano la protesta. Ma il leghista Bricolo li insulta: la ricreazione è finita. Cortei e manifestazioni in tutta Italia alla vigilia del grande sciopero generale della scuola. Intanto Berlusconi annuncia ritocchi in finanziaria per la scuola privata.

Maestro unico e tagli alla scuola: ecco la riforma

Roma, violenti scontri ma il movimento alza le mani di M.Franchi

Pd e Idv: ora avanti con il referendum

Berlusconi: «Soldi alla scuola privata». E Gelmini va alla Luiss

Milano, Dario Fo alla Statale. Come quarant'anni fa

Giovedì 30 lo sciopero generale

"l'Unità", 29-10-08



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Il Decreto "tagliagola", in "Nature" 455, 835-836 (16 October 2008)
http://www.nature.com/nature/journal/v455/n7215/full/455835b.html



Piero Calamandrei - Discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 28 ottobre 2008


 

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.
Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimé. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"

PieroCalamandrei - Discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

 

I testi delle Leggi contestate da studenti, docenti e genitori nelle piazze d'Italia
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 18 ottobre 2008


 LA SCHEDA. Tutti i motivi di una protesta che da settimane
mobilita insegnanti, alunni e genitori. E i testi delle leggi

Dal maestro unico ai precari
le leggi al centro della protesta

di SALVO INTRAVAIA


 

Dal maestro unico ai precari le leggi al centro della protesta

Dal maestro unico ai precari degli enti di ricerca: ecco tutti i motivi di una protesta che da settimane porta in piazza insegnanti, alunni e genitori, tutti contro il ministro dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini.

Il maestro unico. Il ripristino del maestro unico nella scuola primaria sin dal prossimo anno scolastico è uno dei temi che mette d'accordo insegnanti, genitori e buona parte dei pedagogisti. Il team (tre insegnanti che operano su due classi) ha portato la scuola elementare italiana ai primi posti nelle classifiche internazionali. Il nostalgico ritorno al maestro unico, spiegano i sindacati, è dettato soltanto da "necessità di cassa" e accorcerà il tempo scuola a 24 ore settimanali: 4 ore e mezzo al giorno (il testo della legge)

I tagli agli organici della scuola. I pessimisti parlano di smantellamento della scuola pubblica italiana, il governo parla di tagli per eliminare gli sprechi. Sta di fatto che la Finanziaria estiva prevede una autentica cura da cavallo per il personale della scuola. Una serie di "operazioni", come quella del maestro unico o la riduzione delle ore di lezione alla media e al superiore, consentiranno all'esecutivo di tagliare 87 mila e 400 cattedre e 44 mila e 500 posti di personale Ata: amministrativo, tecnico e ausiliario. Saranno i 240 mila docenti precari delle graduatorie provinciali a pagare il salatissimo prezzo della "razionalizzazione" delle risorse e gli 80 mila Ata che ogni anno consentono alle scuole di funzionare (il testo della legge)


Le classi per gli alunni stranieri. La creazione di classi differenziate per gli alunni stranieri, "rei" di rallentare i processi di apprendimento degli alunni nostrani, non era messa in conto. Ma da quando la Lega ha preteso e ottenuto l'approvazione di una mozione che istituisce di fatto le classi "per soli stranieri" la questione si aggiunge al lungo elenco di motivazioni che portano il mondo della scuola a protestare (il testo della mozione)

La chiusura delle scuole. Per rastrellare alcune centinaia di posti di dirigente scolastico e, bidello e personale di segreteria il ministro Gelmini ha imposto alle regioni, che si sono ribellate, di mettere mano ai Piani di dimensionamento delle rete scolastica. Secondo i calcoli effettuati dai tecnici di viale Trastevere, una consistente fetta delle 10.766 istituzioni scolastiche articolate in quasi 42 mila plessi scolastici va tagliata. Così circa 2.600 istituzioni scolastiche autonome rischiano di essere smembrate e accorpate ad altri istituti. Ma quello che preoccupa maggiormente gli amministratori locali è che il ministero vorrebbe cancellare dalla mappa scolastica del Paese circa 4.200 plessi con meno di 50 alunni.

Il contratto dei prof. Non è uno dei punti più indagati dai media ma i sindacati ricordano al governo che maestri e prof hanno il contratto scaduto da 10 mesi. E in tempi di tempeste finanziarie e inflazione galoppante la questione appare di un certo rilievo.

Il provvedimento "ammazza precari" degli enti di ricerca. Il tourbillon tocca anche le università e gli enti di ricerca dove la protesta ha già dato luogo ad occupazioni e manifestazioni che vedono gomito a gomito studenti e professori, a partire dalla legge 133 sui precari (il testo).
In base a un disegno di legge, già approvato dalla Camera, che contiene una norma sulla stabilizzazione dei precari, 60 mila cervelli nostrani che fino ad oggi hanno lavorato presso università ed enti di ricerca rischiano di vedere andare in fumo i loro sogni. Se gli enti da cui dipendono non riusciranno a stabilizzarli entro il 30 giugno 2009 dovranno trovarsi un'altra sistemazione: magari all'estero (il testo del provvedimento)

La privatizzazione delle università. La coppia Tremonti-Gelmini, secondo studenti e mondo accademico, ha messo al collo degli atenei un autentico nodo scorsoio che li metterà nelle mani dei privati. Il decreto-legge 112 prevede la riduzione annuale, fino al 2013, del Fondo di finanziamento ordinario e un taglio del 46 per cento sulle spese di funzionamento. Un combinato che farà mancare l'ossigeno agli atenei e li costringerà, anche attraverso la trasformazione in Fondazioni, a cercare capitali privati.

Il turn over "col contagocce". Ogni cinque professori universitari che andranno nei prossimi anni in pensione gli atenei potranno assumere un solo ricercatore. Quella di entrare stabilmente nel mondo universitario, per migliaia di precari già in forze presso gli atenei, diventa un autentico miraggio. Per questo gli studenti dell'Unione degli universitari hanno coniato lo slogan "sorridi ... se ci riesci".
("la Repubblica", 17 ottobre 2008)

Gemma Santi intervista gli studenti della Facoltà di Agraria e Veterinaria dell'Ateneo di Torino
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 17 ottobre 2008


 commento di   gemmix -   lasciato il 17/10/2008 alle 12:16

Ho realizzato questo servizio sull'occupazione pacifica della facoltà di agraria e veterinaria di Torino
Campeggio di occupazione pacifica contro la legge 133 Gelmini-Tremonti.
Intervista.
L'università è la nostra casa, ci pre-occupiamo per lei
Gli studenti raccontano questa loro iniziativa.
Video realizzato da Gemma Santi, interviste fatte dagli studenti.
Presto in rete il seguito di questa occupazione.



http://it.youtube.com/watch?v=W8NjautQZfI

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Venerdì 17 Ottobre, ASSEMBLEA DELL'ATENEO PALERMITANO
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 16 ottobre 2008


DL112 Legge 1331 
 

COMUNICATO STAMPA

del Consiglio della Facoltà di Scienze della Formazione

dell’Università degli Studi di Palermo
16 ottobre 2008

 

Con riferimento al crescente stato di agitazione espresso, sia a livello nazionale che locale, da tutti gli attori del mondo accademico italiano, il Consiglio della Facoltà di Scienze della Formazione, riunito nella seduta del 15 ottobre u.s., ha ribadito la propria totale contrarietà ai provvedimenti riguardanti la Ricerca e l'Università contenuti nella Legge n.133/2008 “Conversione in legge, con modificazioni, del Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112 - 

[  DL112 Legge 1331 ]

, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributari”.

La Facoltà ritiene inaccettabile che un provvedimento finanziario e amministrativo dello Stato incida così profondamente sul sistema universitario pubblico nazionale, tutelato dalla Costituzione a garanzia della libertà di ricerca e d'insegnamento e degli interessi generali del Paese, costringendolo a ridisegnare radicalmente e negativamente le proprie attività istituzionali di didattica e di ricerca. In particolare, il Consiglio della Facoltà:

- ha espresso forte preoccupazione e disagio per i consistenti e drammatici tagli programmati sul Fondo di Finanziamento ordinario e sui Finanziamenti per la ricerca PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) con le relative e drammatiche conseguenze sullo smisurato aumento delle tasse universitarie, la precarizzazione del lavoro universitario, l’aumento dei corsi di laurea a numero chiuso e la soppressione di altri corsi di laurea carenti di docenza qualificata;

- ha manifestato la propria disapprovazione alla trasformazione degli Atenei in Fondazioni private ed alle relative, rilevanti ripercussioni, soprattutto nel contesto territoriale del Mezzogiorno d’Italia, sugli strumenti di gestione e controllo, sulla privatizzazione dei rapporti di lavoro e sul principio costituzionale del diritto universale allo studio;

- ha condiviso le posizioni della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane delineate nel Documento dell’Assemblea CRUI del 25 settembre 2008 "Linee di intervento della CRUI alla vigilia del nuovo anno accademico".

Il Consiglio di Facoltà ha di conseguenza deliberato di protestare attivamente mediante:

- l’indizione di un’Assemblea generale di Facoltà presso l’Albergo delle Povere il 23 ottobre p.v., con la partecipazione dei docenti, dei ricercatori, del personale tecnico e amministrativo e degli studenti di tutti i propri Corsi di Laurea;

- la destinazione di una parte delle ore di attività didattica alla presentazione agli studenti della Legge n.133/2008, delle sue prevedibili ripercussioni sul sistema universitario italiano e delle ragioni di dissenso della Facoltà.

La Facoltà di Scienze della Formazione chiede al Rettore e agli organi di governo di Ateneo di dare seguito a tutte le possibili iniziative per indurre il Governo e il Parlamento a modificare significativamente la Legge n.133/2008 e ad arrestare la completa dequalificazione del sistema universitario pubblico nazionale.

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 Ai Docenti, ai Tecnico-amministrativi e agli Studenti
dell'Universita' di Palermo

Si ricorda che,

raccogliendo l'Appello (in calce) di
ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL Universita', CNRU,CNU, CISL Universita',
FLC CGIL, RNRP, SUN, UDU, UIL P.A.-U.R.AFAM

e' stata convocata per

VENERDI' 17 ottobre 2008
alle ore 10
nell'Aula del Consiglio della Facolta' di Ingegneria

l'ASSEMBLEA di ATENEO

per discutere su:
- Legge 133/2008. Effetti immediati e di prospettiva sul sistema
universitario nazionale e le ricadute sull'Ateneo.
- Iniziative da assumere.

All'Assemblea parteciperanno:

Giuseppe Silvestri, rettore in carica
e
Roberto Lagalla, rettore dal 1° novembre 2008


ANDU, CISAL Universita', CISL-Universita', CNU, FLC-CGIL,
SNALS-Universita', UDU, UIL P.A.-U.R.AFAM
di Palermo

============

APPELLO a tutti i Docenti delle Universita' italiane

ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL Universita', CNRU,CNU, CISL Universita',
FLC CGIL, RNRP, SUN, UDU, UIL P.A.-U.R.AFAM

Il sistema universitario e' oggetto di provvedimenti che rischiano di
cancellare l'Universita' che abbiamo conosciuto. Il D.L. 112/08 e' stato
convertito in legge (n°. 133/08), ed e' dunque pienamente operativo,
confermando i contenuti sui quali abbiamo gia' a luglio espresso un
giudizio durissimo e avviato prime iniziative di informazione e di
contrasto. Ne ricordiamo punti salienti:
- limitazione al 20% del turn-over, per gli anni 2009-2011 e al 50% per
l'anno 2012 del personale docente e tecnico-amministrativo, dopo due anni
di blocco dei concorsi;
- ulteriori drammatici tagli al Fondo di Finanziamento ordinario, che viene
decurtato di circa il 25% in termini reali entro il 2012; (ma per
quest'anno il finanziamento dei PRIN scende da 160 a 98 milioni di euro):
- la possibilita' di trasformazione degli Atenei in Fondazioni private, con
la privatizzazione dei rapporti di lavoro, il conferimento dei beni
dell'Universita' al nuovo soggetto privato e l'indeterminatezza degli
organi di gestione degli atenei la cui composizione e funzione non viene
per nulla chiarita.
- il taglio delle retribuzioni del personale
Tali provvedimenti vanno ben oltre la congiuntura e una pura manovra di
risparmio, ma determinano invece uno scenario in cui sparisce l'Universita'
italiana come sistema nazionale tutelato dalla Costituzione, in cui il
ruolo pubblico è elemento decisivo di garanzia per la liberta' di ricerca e
d'insegnamento e degli interessi generali del Paese.
Saranno in primo luogo gli studenti ad essere danneggiati, perche' non
sara' piu' garantita un'offerta formativa di qualita' legata
all'inscindibilita' di didattica e ricerca, perche' il taglio dei
finanziamenti condurra' all'aumento senza limiti delle tasse universitarie
e perche' la possibilita' di assumere sempre meno docenti condurra' ad un
ampliamento massiccio dei corsi di laurea a numero chiuso e alla
soppressione di corsi di laurea non gia' sulla base di un'attenta
valutazione della loro efficacia, bensi' per via dell'impossibilita' di
garantire la presenza del personale docente necessario.
Insieme con gli studenti, i primi danneggiati sono i giovani studiosi: il
blocco del turn-over, riducendo drasticamente il numero dei docenti in
ruolo a fronte delle uscite per pensionamento gia' note, impedira' il
ricambio generazionale, aggravando il problema gia' insopportabile del
precariato, e chiudendo le porte dell'Universita' ad intere generazioni. Ma
è l'intero sistema che si ripiega su se stesso, negando ai docenti le
opportunita' di ricerca e di didattica di qualita', appaltando al privato
le scelte fondamentali (un privato che, giova ricordarlo, è tra gli ultimi
al mondo per finanziamento della ricerca). Chi presidiera' le aree piu'
delicate e meno immediatamente redditizie della ricerca? Si vuole importare
un modello che mutua, dal mondo anglosassone, gli aspetti di disuguaglianza
sociale, di sistema di poche Universita' di eccellenza, di riduzione di
diritti ed opportunita', mentre non esistono neppure lontanamente le
condizioni per mutuarne gli aspetti di alta produttivita' scientifica. E a
fronte di una riduzione del 25% dei finanziamenti, anche le Universita' che
oggi si autodefiniscono "virtuose" saranno trascinate nel gorgo dello
squilibrio finanziario strutturale, strette nella forbice dei costi
crescenti e della riduzione delle entrate.
Noi crediamo fermamente che occorra mobilitarsi da subito in modo forte e
convinto per chiedere la cancellazione dei provvedimenti ed arrestare una
deriva che si annuncia completa su tutti gli aspetti del funzionamento
dell'Universita'. Non sfugge a nessuno che all'orizzonte si profilano nuovi
interventi tra cui, verosimilmente, la revisione dello stato giuridico e
l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Il nostro giudizio
negativo e' fortemente ancorato ad elementi di merito.
Conosciamo bene le tante falle e difetti del sistema universitario, e
certo non intendiamo difendere l'esistente; ma è proprio dai difetti che
occorre partire, in modo non ideologico, come abbiamo costantemente fatto:
affrontare i nodi del merito e della valutazione, della qualita'
dell'offerta didattica e di ricerca, del reclutamento dei giovani e della
carriera, e correlatamente del precariato, dei meccanismi di finanziamento,
del diritto allo studio, del dottorato, di un rapporto aperto e trasparente
tra Universita' e societa'. E discuterne con la comunita' universitaria:
fino ad oggi le decisioni adottate sono state prese in modo del tutto
unilaterale, al di fuori di qualsiasi confronto.
Noi non intendiamo accettare questo stato di cose: vi chiediamo,
individualmente e collettivamente di mobilitarvi, ed in questo senso vi
proponiamo un percorso che unifichi ed estenda a tutte le componenti
dell'Universita' le tante iniziative sorte in queste settimane. Nel mese di
ottobre occorre produrre iniziative di informazione e socializzazione in
tutti gli Atenei, in forma di assemblee e momenti di discussione. Ancora
troppi non hanno compreso la portata devastante dei provvedimenti, o
confidano in un "io speriamo che me la cavo". Non sara' cosi': chiunque
operi nell'Universita' sara' esposto a cambiamenti radicali delle sue
condizioni di vita, di lavoro e di reddito.
Vi chiediamo di proseguire con la moltiplicazione delle prese di posizione
in tutti gli organi accademici e di farcele pervenire in modo da
pubblicizzarle sui nostri siti e diffonderle ulteriormente.
Vi chiediamo di riprendere la positiva esperienza delle "lezioni in
piazza": dobbiamo parlare alla cittadinanza, spiegare che questi
provvedimenti non sono un problema dell'Universita', ma disegnano un
modello che riduce diritti e opportunita' sociali, facendo del reddito il
solo discrimine tra chi puo' e chi non puo'; un modello che divide sempre
piu' il Paese tra poveri e ricchi.
Vi chiediamo di rifiutare ogni prestazione non dovuta e attenersi
strettamente ai compiti istituzionali; di utilizzare parte delle lezioni
per spiegare e condividere le ragioni della nostra opposizione.
Per parte nostra parleremo a tutti gli attori istituzionali interessati,
CRUI e CUN, per sollecitare condivisione e prese di posizione. Studieremo
anche forme di comunicazione che ci portino a contatto del piu' grande
numero possibile di persone, a partire dalle famiglie degli studenti
universitari e dalle associazioni dei genitori degli studenti medi, i
possibili universitari del futuro, poiche' ci è chiaro, come gia' detto,
che queste posizioni abbisognano del piu' vasto sostegno degli utenti e
dell'opinione pubblica.
Riteniamo necessario che questa fase di mobilitazione sfoci in una
manifestazione nazionale, indicativamente a fine ottobre, nella quale
tirare le fila delle azioni intraprese e accrescere la pressione sul Governo.
Ognuno di noi in questa difficile fase è chiamato ad una responsabilita'
individuale che non puo' essere ignorata o delegata. Fate circolare questo
messaggio, discutetene con i colleghi che non l'hanno ricevuto,
diffondetelo nelle Facolta' e nei Dipartimenti. Questa volta ci battiamo
per la sopravvivenza stessa dell'istituzione in cui crediamo.

Roma, 2 ottobre 2008

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A difesa della Scuola Pubblica. Discorso di PIero Calamandrei.
http://www.unitadibase.it/index.php

Con elevata probabilità dovremo subire la prepotenza "politica" dei "governanti", ma diciamo almeno che noi non ci stiamo alla distruzione della cultura in Italia!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 ottobre 2008


 

Studenti e professori uniti contro il "programma" distruttivo firmato Gelmini
Rina Gagliardi
No, non è necessario, ogni volta, preconizzare un "nuovo Sessantotto" per affermare che sta succedendo qualcosa di molto importante, forse perfino di entusiasmante, nel mondo della scuola, dell'università e della ricerca. Basti un dato che salta agli occhi: la protesta contro le scellerate politiche del Governo Berlusconi sta dilagando in molte città d'Italia, a ritmo e con intensità crescente. Dopo la giornata studentesca della "80 manifestazioni", dopo le occupazioni di rettorato e la campagna di Sms sul Quirinale, dopo i primi cortei cittadini (particolarmente ricco quello che l'altra sera ha invaso il centro di Firenze), anche la giornata di oggi preannuncia lotte e mobilitazioni, da Milano a Roma, fino a Palermo. Un movimento "in piena regola", una soggettività già strutturata e determinata a durare? Ancora è presto per conclusioni così perentorie - come quelle che tanto preoccupano gli editorialisti del Corriere . Ma è difficile che si tratti di una delle tante "fiammate" che scuotono, per qualche giornata o qualche settimana, la scena sociale - e non soltanto perché sul tappeto c'è già uno sciopero generale, alla fine del mese, proclamato dalle tre confederazioni sindacali.
Il fatto è che siamo di fronte all'attacco più sistematico - e più ideologicamente motivato - al sistema pubblico dell'istruzione, che si sia prodotto nel corso di questi anni. Tutti i governi dell'ultimo ventennio, è vero, sono stati mossi dall'imperativo di ridimensionare, snellire, risparmiare (e comunque mai riformare) il mondo della scuola e della ricerca: è stata, ed è, una delle conseguenze "naturali" della religione neoliberista, che nell'istruzione pubblica e di massa vede sempre e comunque una spesa "improduttiva", uno spreco.
Adesso, però, grazie all'ineffabile ministra Gelmini, il salto di qualità è evidente: dall'asilo all'università. non c'è comparto che possa considerarsi al riparo. Ritorno al maestro, anzi alla maestra unica, nelle elementari, e tendenziale cancellazione del tempo pieno. 150mila prof cacciati via, nelle superiori, a forza di accorpamenti, "dimensionamenti" e altri strumenti amministrativi, con l'annuncio della prossima trasformazione per gli istituti che lo vorranno in "fondazioni" sponsorizzate da privati. Quanto all'Università, come ha detto il preside della Facoltà di Scienze politiche di Roma, la legge 133, approvata in estate, "non è né una riforma né una controriforma: è un omicidio" bello e buono. E' il progetto, tout court, della fine dell'Università come luogo di alta formazione culturale, e di elaborazione di nuovi saperi e nuova criticità. La gran parte dei docenti, vecchi o giovani che siano, che oggi abitano le nostre facoltà si sentono, fondatamente, come gli "ultimi" della loro specie - per legge, non saranno sostituiti, e di loro non resterà traccia forse neppure nella memoria. C'è qualcosa, in questo "programma" distruttivo che procede alla velocità di un bulldozer (e va ben oltre la simbologia dei grembiulini), che ferisce, in profondità, la dignità delle persone, di un lavoro, di una comunità consapevole di essere anche e soprattutto un luogo centrale della democrazia. C'è la percezione di uno spirito vendicativo, e punitivo, che va oltre il disconoscimento . Ma come fa un commentatore dotato di discernimento come Ernesto Galli della Loggia a difendere, quasi a priori, la signora Gelmini e a tacciare il mondo della scuola di "partito preso"? Come fa a non accorgersi, all'opposto, della incredibile incompetenza che muove tutti i passi del Ministero di Viale Trastevere?
Come fa, in ultima analisi, a non capire che il disagio della scuola, questa volta, è diventato insopportabile: studenti destinati alla vita di stenti del precario, ricercatori "a perdere", professori disprezzati o dipinti come parassiti (e addirittura come gente che guadagna "non male", in rapporto a quello che fa), lavoratori a rischio di estinzione, questa volta, per citare un grande classico, hanno da perdere solo le loro catene. Perciò scendono in piazza. Perciò, sono obbligati a costruire il movimento di opposizione che, forse, più di ogni altro, potrà scuotere i cittadini italiani dall'ipnosi berlusconiana. Ma volete, dunque, che nella scuola rimanga tutto così com'è? No di certo - a cominciare dalla stragrande maggioranza degli edfici oggi fuori norma, moltissime cose andrebbero cambiate. Come per esempio quello che accade in una scuola elementare di Roma (a via della Pisana), dove, l'altro giorno, tutti i ragazzini e le ragazzine si son dovuti portare da casa carta igienica, saponette, risme di carta per le fotocopie, Scottex e hanno "dovuto", più o meno, versare ciascuno dieci euro per il fondo cassa delle normali spese scolastiche. Con quale rispetto per l'istituzione cresceranno quegli alunni? Con quale "credo" concreto del diritto allo studio per tutti? Sì, certo, tutta la scuola avrebbe bisogno di tornare davvero al centro delle scelte della nazione. Di una nazione civile, e non in via di imbarbarimento come la nostra.


"Liberazione", 15/10/2008

Magris e Baricco. Esistono ancor coloro che dialogano!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 7 ottobre 2008


 

Il dialogo

La civiltà dei barbari

C'è un cambiamento che non è solo culturale ma anche antropologico e genetico


conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco

Claudio Magris
Claudio Magris

Durante la campagna elettorale del 2001 mi sono accorto che non capivo più il mondo. Un manifesto di Forza Italia mostrava Berlusconi in maglione, con la scritta «Presidente operaio»; un'idea che sarebbe potuta venire in mente a me e ai miei amici per una goliardata che lo mettesse in ridicolo. Sarebbe stato altrettanto comico proclamare Veltroni o Prodi «Presidenti operai». Ma se qualcosa che per me era una caricatura satirica funzionava invece quale efficace propaganda, voleva dire che erano cambiate le regole del mondo, i metri di giudizio, i meccanismi della risata; mi trovavo a un tavolo di poker credendo che l'asso fosse la carta più alta e scoprivo che invece valeva meno del due di picche, come quando il protagonista dell'Uomo senza qualità di Musil, leggendo su un giornale di un «geniale» cavallo da corsa, capisce che le sue categorie mentali sono saltate, non afferrano e non valutano più le cose.

Alessandro Baricco si addentra nel paesaggio di questa mutazione epocale con straordinaria acutezza; con quella profondità dissimulata in leggerezza che caratterizza il suo narrare. Forse Baricco è scrittore dell'Ottocento e del Duemila più che del Novecento, cui pure s'intitola un suo celebre libro. Si muove nel mondo saccheggiato dai barbari, come egli li chiama, con l'agilità di un'antilope in un territorio che non è proprio il suo, ma nel quale non si trova affatto a disagio. I barbari sono tali rispetto a quella che si considera — a noi che ci consideriamo — la civiltà, la quale si sente devastata nei suoi valori essenziali: la durata, l'autenticità, la profondità, la continuità, la ricerca del senso della vita e dell'arte, l'esigenza di assoluti, la verità, la grande forma epica, la logica consueta, ogni gerarchia d'importanza tra i fenomeni. In luogo di tutto questo trionfano la superficie, l'effimero, l'artificio, la spettacolarità, il successo quale unica misura del valore, l'uomo orizzontale che cerca l'esperienza in una girandola continuamente mutevole. Il vivere diventa un surfing, una navigazione veloce che salta da una cosa all'altra come da un tasto all'altro su Internet; l'esperienza è una traiettoria di sensazioni in cui Pulp Fiction e Disneyland valgono quanto Moby Dick e non lasciano il tempo di leggere Moby Dick.

Nietzsche ha descritto con genialità unica l'avvento di questo nuovo uomo e della sua società nichilista, in cui tutto è interscambiabile con qualsiasi altra cosa, come la cartamoneta. Tutto ciò nasce già col romanticismo, che ha infranto ogni canone classico, anzi ogni canone; come ricorda Baricco, la prima esecuzione della Nona di Beethoven venne stroncata dai più seri critici musicali con termini analoghi a quelli con cui oggi si stroncano, accusandole di complicità con i gusti più bassi e volgari, tante performance artistiche o pseudoartistiche. Baricco cerca di descrivere — o, nei suoi romanzi, di raccontare — e soprattutto di capire il mondo, anziché deplorarlo, e sostiene giustamente, nel bellissimo finale de I barbari (Feltrinelli), che ogni identità e ogni valore si salvano non erigendo una muraglia contro la mutazione, bensì operando all'interno della mutazione che è comunque il prezzo, talora pesante, che si paga per un grande progresso, per la possibilità di accedere alla cultura data a masse prima iniquamente escluse e che non possono avere già acquisito una coerente signorilità.
«Se tutto va compreso — gli chiedo incontrandolo nella sua e un po' anche mia Revigliasco— non tutto va accettato. Tu stesso scrivi che occorre sapere cosa salvare del vecchio — che dunque non è tale — in questa totale trasformazione. Questo implica un giudizio, che non identifica dunque, come oggi si pretende, il valore col successo. Anche Il piccolo alpino vendeva un secolo fa tante più copie delle poesie di Saba, ma non per questo chi lo leggeva capiva meglio la vita. Se i giornali — come dici — non parlano di una tragedia in Africa finché non diventa gossip di veline o di sottosegretari, non è una buona ragione per non correggere questa informazione scalcagnata prima ancora che falsa. Del resto è quello che fanno tanti blog, in cui si trova spesso più «verità» che nei media tradizionali. I barbari ci aiutano quindi forse anche a combattere la barbarica identificazione del valore col successo».

Baricco — Certo, non tutto va accettato, hai ragione. Ma capire la mutazione, accettarla, è l'unico modo di conservare una possibilità di giudizio, di scelta. Se si riconosce alla nuova civiltà barbara uno statuto, appunto, di civiltà, allora diventa possibile discuterne i tratti più deboli, che sono molti. D'altronde io credo che la stessa barbarie abbia una certa coscienza dei suoi limiti, dei suoi passaggi rischiosi e potenzialmente autodistruttivi: in un certo senso sente il bisogno di vecchi maestri, ne ha una fame spasmodica: il fatto è che i vecchi maestri spesso non accettano di sedersi a un tavolo comune, e questo complica le cose.

Alessandro Baricco
Alessandro Baricco

Magris — Credo che non esista una contrapposizione fra i barbari e gli altri (noi?). Anche chi combatte molti aspetti «barbarici» non è pateticamente out, ma contribuisce alla trasformazione della realtà. Come nel Kim di Kipling, in cui tutti spingono la Ruota e ne sono schiacciati. Senza pathos della Fine né di un miracoloso e fatale Inizio. La civiltà absburgica, così esperta di invasioni barbariche, non le demonizzava né le enfatizzava; si limitava a dire: «È capitato che...».

Baricco — «È capitato che...», bellissimo. Quando ho pensato di scrivere I barbari avevo proprio uno stato d'animo di quel tipo… Sta capitando che… Non avevo in mente di raccontare un'apocalisse e nemmeno di annunciare qualche salvezza… volevo solo dire che stava succedendo qualcosa di geniale, e mi sembrava assurdo non prenderne atto. Forse ho letto troppi mitteleuropei da giovane e mi son trasformato in un von Trotta. Colpa tua, in un certo senso…

Magris — Tu indaghi splendidamente lo stretto rapporto che c'era tra profondità, rifuggita dai barbari, e fatica, sublimata e cupa moralità del lavoro e del dovere, che spesso conduce a sacrificio e a violenza. Ma la profondità non è necessariamente legata alla falsa etica del sacrificio. Immergersi e reimmergersi in un testo — in un amore, in un'amicizia, anziché toccarli di sfuggita come oggi i barbari — non vuol dire sfiancarsi a scavare come un forzato nella miniera, ma è come scendere ripetutamente in mare, scoprendo ogni volta nuove luci e colori, che arricchiscono quelle precedenti, o come fare all'amore tante volte con una persona amata, ogni volta più intensamente grazie alla libertà dell'accresciuta confidenza.

Baricco — La profondità, quello è un bel tema. Sai, scrivendo I barbari, ho dedicato molto tempo a capire e a descrivere la formidabile reinvenzione della superficialità che questa mutazione sta realizzando. E trovo fantastico ciò che siamo riusciti a fare, riscattando una categoria che ufficialmente era l'identificazione stessa del male, e restituendola alla gente come uno dei luoghi riservati al Senso. Ma mi rendo anche conto che questo non significa affatto demonizzare, automaticamente, la profondità. Tu giustamente parli di amicizia, di amore, e se tu guardi i giovani di oggi, quasi tutti tipici barbari, tu troverai lo stesso desiderio di profondità che potevamo avere noi. O se pensi alla loro domanda religiosa, ci trovi un'ansia di verticalità che non riesci bene a coniugare con la loro cultura del surfing. Alla fine sai cosa penso? Che la mutazione abbia smontato la dicotomia di superficiale e profondo: non sono più due categorie antitetiche: sono le due mosse di un unico movimento. Sono i due nomi di una stessa cosa. Non so, non so spiegarlo meglio, è una cosa che intuisco ma devo ancora pensare: ma credimi, il punto è quello. Ti dirò di più: la superficialità, nelle opere d'arte barbare, non è già più distinguibile come tale, non più di quanto tu possa distinguere cosa è ornamento in un quadro di Klimt, o pura aritmetica in una suite di Bach.

Magris — Pur più allergico di te — anche per ragioni d'età — ai barbari, vorrei difenderli da una loro immagine totalitaria. In Google vedo anche una — pur immensa — reticella simile a quelle con cui i bambini pescano in mare granchi e conchiglie. Non ho bisogno di Google per sapere qualcosa su Goethe, «linkatissimo», perché lo trovo altrettanto facilmente altrove, come in passato. Invece è Google che mi ha dato qualche notizia su un personaggio minimo di cui mi sto interessando, una nera africana del Cinquecento fatta schiava, divenuta dama di corte in Spagna, rapita dai Caraibi e poi loro regina. I blog correggono l'unilateralità barbarica dei media, che parlano solo di ciò di cui si parla e si sa. Non credo che Faulkner possa sparire, meglio allora se sparisse Google; credo che Google possa semmai aiutare a far riscoprire la sua grandezza a molti ignoranti. I barbari che hanno invaso l'impero romano ne sono stati gli eredi, hanno letto e diffuso i Vangeli...

Baricco — I barbari che hanno invaso l'impero romano erano spesso popolazioni già parzialmente romanizzate guidate da condottieri che venivano dalle file degli ufficiali dell'esercito imperiale...

Magris — La profondità, tu scrivi, è spesso fondamentalista, ha condotto, in nome di valori forti, a guerra e a distruzione. Non credo però che la folla barbarica, innocente, pacifista dei consumatori di videogame sia adatta a scongiurare la violenza; la vedo semmai disarmata e ingenua e dunque facile preda di persuasioni collettive che portano alla guerra. Nella tua straordinaria
Postilla a Omero, Iliade tu dici — e concordo pienamente — che la guerra non si sconfigge con l'astratto pacifismo, ma con la creazione di un'altra bellezza, slegata da quella pur altissima ma sempre atroce del passato, come nell'Iliade. Non vedo però nei consumatori di Matrix questi costruttori di pace...

Baricco — Apparentemente è così. Ma ogni tanto mi chiedo, ad esempio, se una delle ragioni per cui, dopo le due Torri, non siamo precipitati in una vera e propria guerra di religione su vasta scala, non sia proprio la barbarie diffusa delle masse occidentali e cristiane: il loro nuovo sospetto per tutto ciò che si dà in forma mitica impedisce di aderire in modo viscerale ai possibili slogan guerrafondai che in passato, e per secoli, hanno fatto così larga breccia tra la gente.

Magris — I barbari di cui parliamo sono occidentali, anche se integrano elementi di altre culture. Oggi la cosiddetta globalizzazione mescola su scala planetaria altre culture, tradizioni, livelli sociali, quasi epoche diverse, e introduce pure valori di profondità e di fatica, Assoluti, fondamentalismi. Una nuova folla di esclusi si affaccia al mercato della civiltà; rispetto ad essi, i nostri barbari sembreranno presto aristocratici di un altro ancien régime. Certo, passerà del tempo prima che i clandestini d'ogni lingua e cultura levino veramente la voce, ma...

Baricco — È vero. Quando parliamo di Umanesimo o di Romanticismo parliamo di mutazioni che riguardavano un mondo piccolissimo (l'Europa, e nemmeno tutta), mentre oggi qualsiasi mutazione si deve confrontare con il mondo tutto, perché con il mondo tutto si trova a dialogare. Sarà un'avventura affascinante. Ci sono intere parti di mondo con cui facciamo affari che nemmeno sono mai passate dall'Illuminismo: non sarà che l'uomo che stiamo diventando riuscirà a dialogare meglio con loro che con i suoi vecchi sacerdoti del sapere?

Magris — C'è un'altra mutazione in atto — non solo culturale, bensì antropologica, genetica, biologica — che potrà generare un'umanità radicalmente diversa dalla nostra, padrona della propria corporeità, capace di orientare a piacere il proprio patrimonio genetico e di connettere i propri neuroni a circuiti elettronici artificiali, portatrice di una sessualità che non ha nulla a che fare con quella che, più o meno, è ancora la nostra. Certo, passerà comunque molto tempo prima che ciò possa avvenire. Ma se quest'uomo o il suo clone sarà veramente «altro» rispetto a noi, non avrà senso chiedersi se sarà orizzontale o profondo, come non avrebbe senso chiederselo per i nostri avi scimmieschi o magari roditori...

Baricco — Tu dici? Non so. A me pare una frontiera assai più vicina, un destino che appartiene all'uomo come lo conosciamo oggi, a quell'animale lì. Perché credo che una delle acquisizioni fondamentali dell'uomo moderno sia stata quella di immaginare e generare una continuità nel suo cammino, una continuità pressoché indistruttibile. Non importa quanto tempo ci vorrà ma quando connetteremo i nostri neuroni con circuiti elettronici artificiali ci sarà ancora, accanto a noi, un comodino e sul comodino un libro: magari sarà in titanio, ma sarà un libro. E quello che facciamo ogni giorno, oggi, magari senza neanche saperlo, è scegliere che libro sarà: riesci a immaginare un compito più alto, e divertente?


"Corriere della sera", 07 ottobre 2008




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Il neoliberismo ... all'italiana!?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 7 agosto 2008


 

Estratto da: La comunità ritrovata. Civitavecchia: la politica difficile, a cura di

Patrizio Paolinelli, Teseo Editore, Roma, 2008.

Tu vuo fa l’americano

Patrizio Paolinelli

Prerequisiti del berlusconismo

Politica-spettacolo, populismo, telecrazia. Ecco tre modelli di interpretazione critica del berlusconismo. In effetti la rapidità di produzione-trasmissione della cultura post-moderna ci ha abituati a dare senso e significato all’attualità quasi in tempo reale. E oggi possiamo dire che del berlusconismo conosciamo bene le sue principali caratteristiche. La parabola del Cavaliere è stata studiata in Italia e all’estero con molto interesse per le numerose novità che ha introdotto nel modo di fare e di intendere la politica. Ciò non toglie che la conoscenza abbia faticato e stia ancora faticando parecchio per contribuire a tenere a bada un fenomeno potenzialmente degenerativo per la democrazia. Infatti: la politica-spettacolo svilisce il concetto a favore dell’immagine; il populismo sfocia spesso in autoritarismo plebiscitario; la telecrazia sostituisce la partecipazione attiva della cittadinanza con l’inclusione passiva del pubblico. In tutti questi casi il linguaggio della politica si rovescia tout-court nelle pratiche del potere postmoderno. Un potere che aggiorna vecchie forme di sudditanza e genera nuove costrizioni sociali attraverso il partito-azienda.

Il berlusconismo costituisce una modalità di legittimazione del potere fondata sulla personalizzazione del rapporto leader-popolo tramite la mediazione televisiva. Va tuttavia precisato che tale modalità non nasce per moto proprio. La stella del Cavaliere non avrebbe brillato così intensamente e così a lungo senza il concorso di diversi fattori esogeni. Ne elenchiamo alcuni: 1) la rivoluzione restauratrice portata avanti dal neoliberismo dalla fine degli anni ’70 ad oggi; 2) il crollo del socialismo reale; 3) la perdita di centralità della grande industria; 4) la conseguente nascita di un’economia fondata sui servizi e la conoscenza; 5) l’ascesa della figura dell’imprenditore nell’immaginario collettivo; 6) il declino storico dei partiti di massa; 7) il ritorno in grande stile del populismo; 8) l’avvento della neotelevisione (zapping, numerosità canali, canali tematici ecc.).

Berlusconi ha saputo approfittare prima di altri moderati di parecchie circostanze favorevoli che gli hanno permesso di trasformare radicalmente una società in transizione che chiedeva a gran voce il cambiamento. Da buon populista ha offerto agli italiani una via d’uscita per il malcontento nei confronti del sistema dei partiti, della deindustrializzazione, della disoccupazione. Insomma ha venduto un sogno: uscire dalla Prima Repubblica, realizzare il “miracolo economico”, liberare il paese dalle scorie del passato e prospettargli un futuro. Tutte buone intenzioni politicamente riassunte nel celebre “contratto

con gli italiani”. Formula magica copiata pari pari dai neoconservatori statunitensi e che segna la definitiva rottura semantica con il tradizionale linguaggio della politica italiana.

Sul piano delle relazioni tra sistema politico e sistema economico il berlusconismo attecchisce e vince in virtù di tre fattori interagenti: la frantumazione delle classi provocata dall’avvento del modo di produzione postfordista; l’aumento della complessità sociale in un mondo del lavoro che vede crescere costantemente il numero delle professioni e delle specializzazioni; la colonizzazione della vita quotidiana da parte dei mezzi di comunicazione di massa. L’interazione di tali fattori suggerisce che il berlusconismo vada ben oltre la persona di Berlusconi esattamente come il nazismo e il fascismo non si esauriscono nelle figure di Hitler e Mussolini. E qui occorre una precisazione.

Il paragone con le dittature degli anni ’30 del secolo scorso è quasi istintivo per molti osservatori del berlusconismo. Noi compresi. Ci siamo spesso interrogati su questo collegamento spontaneo. E’ forse dovuto alla nostra scarsa simpatia verso il personaggio? No. Se così fosse avremmo smarrito il necessario distacco che si deve all’oggetto di osservazione per quanto poco possa piacerci.

Non resta allora che osservare Berlusconi in quanto attore sociale, tentando di comprendere il suo punto di vista e il suo agire secondo la lezione di Weber. E cosa vediamo osservando da vicino questo fondatore di una nuova lingua politica? Vediamo un individuo che non ama la discussione, non ama essere contraddetto, non ama perdere e per questo non ammette mai la sconfitta anche quando è palese. Allo stesso tempo Berlusconi piace perché è uno che va per le spicce. Piace perché ragiona per stereotipi. Piace perché offre alle masse televisive mete a buon mercato. Piace perché si presenta come un capo-branco. Piace perché ragiona in termini assai semplificati di amico-nemico: o con me o contro di me. Tutti ingredienti che non ne fanno un liberale nel senso classico del termine. Si potrebbe dire che ne fanno un post-liberale. Meglio ancora: un alfiere dell’antipolitica.

L’altro passo che avvicina il Cavaliere alla figura del dittatore consiste nel privilegiare il culto della visibilità. Un culto che si traduce nella sua ossessiva presenza mediatica realizzata sia in prima persona sia dai dipendenti delle sue reti televisive. Il culto della visibilità ha questo di specifico: tradisce il desiderio e la volontà di non cedere mai il potere mediatico utilizzando tutti i mezzi, leciti e illeciti. Precisiamo subito che gli illeciti di Berlusconi riguardano il suo linguaggio. Ossia: portare alle estreme conseguenze i difetti della politica italiana. E per estreme conseguenze si deve intendere principalmente, anche se non esclusivamente, portare sullo schermo televisivo un’immagine. Si pensi solamente al Berlusconi vittima perseguitata dalla diabolica magistratura milanese.

Bastano questi pochi elementi per giustificare il paragone tra Berlusconi e Mussolini. Paragone che intende semplicemente segnalare una tendenza. Perché a differenza di Mussolini, Berlusconi è un dittatore virtuale senza dittatura reale. Le circostanze storiche gli impediscono di realizzarla, posto che l’idea gli abbia mai sfiorato la mente. La dittatura virtuale non richiede la sospensione della democrazia (libertà di stampa, di associazione, pluralismo politico ecc.) ma la sua dequalificazione. Richiede insomma un’idea aziendale della politica, della cultura, della vita della nazione. La consistenza di questa ipotesi possiamo misurarla passando da Berlusconi al berlusconismo. Un concetto che da solo non è tuttavia sufficiente per comprendere come mai un imprenditore in crisi economica sia riuscito a tenere sotto scacco un’intera nazione dal 1994 ad oggi inventando dal nulla un partito e facendo dell’antipolitica un linguaggio di governo. Occorre allora affiancargli un’altra nozione. E questa nozione è l’americanismo.

Il volo dell’anatra zoppa

L’americanismo rappresenta tante cose intrecciate tra loro: è spirito di frontiera, società plurale, potenza militare, fascino culturale, mitologia dei consumi, progresso scientifico, sguardo rivolto al futuro, spettacolarizzazione della vita. Per sua stessa ammissione Berlusconi ama, a prescindere da qualsiasi considerazione, tutto ciò che proviene da oltreoceano.

Coerentemente, sul piano della gestione della cosa pubblica, il Berlusconi premier è un buon interprete della rivoluzione neoconservatrice affermatasi da Reagan in poi. Ma l’Italia non è gli USA e l’azione di governo del Cavaliere deve fare i conti con diverse criticità ereditate dalla storia del nostro Paese: proliferazione di partiti, alleanze di governo dalla forte conflittualità interna, il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica nella realtà italiana, la tradizione clientelare nella gestione del potere, la forte presenza dei sindacati, una sinistra ancora consistente nonostante l’implosione dell’URSS e dei suoi satelliti. Per comprendere quanto l’americanizzazione dell’Italia sia un processo lungo e tortuoso a questi fattori, che per così dire provengono da quello che ormai appare un lontano passato, si aggiungano eventi più recenti quali l’avvento di un robusto movimento di contestazione della globalizzazione neoliberista e il crescente attivismo dei corpi intermedi nel tessuto sociale.

Il Berlusconi politico è dunque un’anatra zoppa che non può applicare come vorrebbe tutto il suo americanismo. Una disposizione che nella realtà politica degli states si traduce nel bipolarismo perfetto. Bipolarismo reso ancora più stabile dalla comune e indiscussa fede all’ideologia del mercato dei due partiti che si alternano alla guida del Paese. En passant annotiamo che tanta compattezza fa dire a Gore Vidal che il sistema politico statunitense è formato da due destre e che de facto non esiste una vera alternanza di governo.

Volendo calcare la mano si può osservare che persino quando appare una terza forza di destra come quella che fece capolino con il populista miliardario Ross Perrot (19% nelle elezioni presidenziali del 1992 e 8% in quelle del ’96) l’establishment politico statunitense riesce in qualche modo a neutralizzarla.

In ogni caso, l’osservazione di Vidal pare assai utile sia per non cadere nella trappola dei cosiddetti partiti post-ideologici, sia perché ci permette di tornare alla nostra anatra zoppa. Una volta “sceso in campo” l’uomo di Arcore emula Ronald Reagan: attacco frontale allo Stato sociale e ai diritti dei lavoratori, smantellamento sostanziale di alcuni principi costituzionali legati ad una visione solidaristica del ruolo dello Stato, lotta senza quartiere contro sindacati e sinistra, richiamo diretto al popolo saltando a piè pari tutte le mediazioni istituzionali. In questa strategia pienamente neoliberista rientra anche lo sdoganamento della destra di ascendenza fascista. La quale, tra molte incertezze, abiura parte del suo passato in camicia nera per rendersi presentabile ai moderati europei e di oltrealtlantico. L’operazione riesce e più di un commentatore nota che molte scelte politiche di Berlusconi sono in sintonia con il programma della P2 di Licio Gelli.

Tralasciando questo aspetto oscuro, nei cieli della politica italiana Berlusconi è forse il premier meno europeista e meno europeo che il nostro Paese abbia avuto dal Secondo dopoguerra in poi. Ma se si può essere incerti su questi primati, sicuramente il Cavaliere è stato l’alfiere di una nuova fase di americanizzazione della politica italiana. E’ il primo a introdurre il marketing elettorale. E’ il primo ad utilizzare con estrema disinvoltura i mass-media per orientare il voto. Entrambe le azioni sono affermate nel panorama politico statunitense già dall’era dei fratelli Kennedy. In Italia arrivano ai primi degli anni ’90 grazie al Cavaliere. E in questo senso Berlusconi è un grande innovatore. Tuttavia, tale innovazione non va verso un ampliamento della democrazia. Per Berlusconi i partiti costituiscono un ingombro, i corpi intermedi della società un ostacolo, il popolo una platea televisiva da imbonire con messaggi semplici e manichei. Nella sua visione dell’azienda-paese la democrazia è un impedimento al decisionismo del capitano d’impresa.

Per affermarsi politicamente l’anatra zoppa fa più fatica del previsto: è costretto a patteggiare con il senso dello Stato di Alleanza Nazionale, deve fare i conti con l’ostilità di larghi settori della società, subisce ripetute sconfitte elettorali. Evidentemente le tecniche made in USA di manipolazione dell’opinione pubblica non garantiscono sempre il successo. Ma c’è un secondo livello di competizione grazie al quale l’anatra zoppa spicca il volo aprendo come un nuovo Icaro inedite rotte per l’esercizio del potere: dove l’americanismo non riesce a passare tramite l’azione di governo dilaga come stile di vita. Dilaga insomma nella sfera della riproduzione sociale senza incontrare alcuna resistenza.

Le Tv commerciali nate e prosperate sotto il segno del berlusconismo sono le grandi promotrici di un nuovo modo d’essere e di vivere che senza parlare direttamente di politica fanno molta più politica dei partiti. Soprattutto nella prima fase di ingresso sul mercato televisivo gran parte della programmazione di Mediaset è di provenienza americana (Dallas, Magnum P.I., General Hospital ecc.). Anche successivamente il modello resta Hollywood. Soap opera, sit-com, telequiz, giochi a premi, donne nude, calcio in diretta, talk-show e milioni di ore di pubblicità determinano una vera e propria rivoluzione culturale portatrice di un modello di vita forse più californiano che americano: etica del successo, morale del divertimento, culto del corpo.

L’adesione della Rai alla linea editoriale di Mediaset costituisce un evento cruciale per la formazione della coscienza collettiva degli italiani. Un evento negativo. Si tratta di una vera e propria Caporetto culturale che non si riduce affatto al costume. Meglio: ciò che troppo spesso e con sufficienza è chiamato costume costituisce parte integrante e decisiva nella formazione della coscienza. Codici e contenuti della TV commerciale hanno offerto a un paio di generazioni di italiani ideali condivisi, modelli di comportamento, usi del tempo libero. Hanno motivato l’azione sociale tramite l’ideologia del consumo mobilitando masse umane sotto forma di pubblico e depotenziando giorno dopo giorno la capacità di attrazione delle idee di cambiamento sociale alternative alle logiche aziendaliste. In poche parole: hanno creato un sistema di valori politicamente funzionale al neoliberismo.

Famiglia particolarista

In Italia il berlusconismo è la locomotiva della cultura di massa. Per milioni di giovani e meno giovani valori e senso della vita trovano la propria ragion d’essere nei programmi della Tv commerciale. Questo fenomeno è noto tra gli esperti di comunicazione come “effetto dei media“. Esistono diverse tesi in proposito. Una sostiene che i mass-media non generano i comportamenti delle persone. Si limitano a trasmettere quel che è autonomamente prodotto dalla società, ovvero si collocano in un contesto culturale preesistente. Nelle sue conseguenze politiche questa presa di posizione è conservatrice e tende a velare il potere dei media adeguandosi al detto: la Tv dà al pubblico ciò che il pubblico chiede. Niente di più falso ovviamente perché la comunicazione tra Tv e spettatori è unidirezionale. Perciò la “cabina di regia” sta dalla parte dei produttori di contenuti televisivi. I quali impongono un’agenda, una lettura del mondo e persino un’estetica aderente alle logiche politico-economiche dominanti. Qualsiasi siano le tendenze di tali logiche la Tv, e i mass-media in generale, si presentano come strumenti di potere. Allo stato attuale il governo dei palinsesti non è il risultato di un processo democratico. Gli utenti sono destinatari delle trasmissioni e non protagonisti. Sono, appunto, spettatori. Come se non bastasse a questi spettatori è narrata una realtà selezionata e preconfezionata che esclude temi decisivi nella vita individuale e collettiva come ad esempio il lavoro. In questo senso la Tv si configura come “un’arma di

distrazione di massa”. Efficace formula che purtroppo riguarda anche l’informazione.

Per quando sospettabile di connivenza con il potere, la tesi secondo cui la Tv riproduce la struttura preesistente delle relazioni sociali non è da cestinare del tutto. Nel caso italiano il berlusconismo ha davvero fatto leva su alcuni portati antropologici tipici della nostra società. Primo fra tutti l’individualismo. Un individualismo specifico, molto differente da quello anglosassone e in continuità con il “familismo amorale”. Con questa categoria è stata descritta una tendenza della cultura meridionale italiana nel secondo dopoguerra in virtù della quale gli individui cercano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. Il familismo è "amorale" perché i principi di bene e di male sono applicati soltanto nei rapporti familiari. L'amoralità non riguarda i comportamenti interni alla famiglia, ma l'assenza di ethos comunitario esterno della famiglia.

Senza entrare nel merito della lunga discussione sociologica intorno a questa categoria l’idea di familismo si è estesa nel tempo per spiegare vari fenomeni della nostra società: lo scarso spirito civico, la prolungata convivenza dei giovani italiani con i genitori, lo sviluppo della piccola e media impresa.

Contrariamente a quanto alcuni studiosi si aspettavano il familismo amorale non ha impedito la modernizzazione. Al contrario, si è adattato a innovazioni e trasformazioni sviluppando uno specifico particolarismo capace di rispondere ai mutamenti sociali. Esempi: la famiglia è passata dall’etica del risparmio a quella del consumo, costituisce un’occasione di lavoro in relazione allo sviluppo della piccola e media impresa, è un potente ammortizzatore sociale che supplisce agli enormi deficit del welfare italiano. Senza il sostegno della famiglia oggi milioni di persone verserebbero nell’indigenza e il sistema di potere che regge il nostro Paese sarebbe probabilmente saltato da lungo tempo.

E’ proprio sull’idea della “famiglia particolarista” che si fonda uno dei pilastri del berlusconismo. Si può affermare che gran parte dell’attività del Cavaliere imprenditore e del Cavaliere uomo politico è destinata alla famiglia. Le sue reti televisive sono costruite intorno a target precisi raccolti intorno alle mura domestiche: Italia 1 per i giovani, Rete 4 per casalinghe e pensionati, Canale 5 proprio per le famiglie. Ma con il berlusconismo è la televisione in quanto mezzo a mutare funzione. Non è più solo un elettrodomestico. E’ anche un neo-oggetto chiamato appunto neotelevisione e caratterizzato dal flusso continuo di trasmissioni. Oggi i telespettatori non guardano un programma: si immergono e nuotano in un fiume di immagini, sensazioni, significati.

Sotto un profilo più pratico, la neotelevisione è un mezzo di sopravvivenza familiare quando non si ha molto da dirsi o si devono “parcheggiare” i bambini. Gli anziani poi trovano davanti al piccolo schermo un modo per vincere noia e solitudine. Gli adolescenti invece acquistano modelli di comportamento e di consumo, visioni del corpo e della sessualità. In definitiva: famiglia e televisione si sostengono a vicenda nel loro lavoro di riproduzione della società.

Di questa inedita alleanza approfitta Berlusconi presentandosi agli italiani ormai orfani di idee e di ideologie come il loro tutore. Un tutore assai originale però. Un tutore estremamente permissivo. La famiglia particolarista ottiene dal Berlusconi imprenditore intrattenimento non-stop e dal Berlusconi uomo politico la possibilità di continuare a pensare solo al proprio tornaconto.

Con la sua azione politica Berlusconi dice a un popolo senza più genitori di non pagare le tasse più di tanto, di ostentare la ricchezza, di pensare prima di tutto a se stessi. Un populista come Reagan, per diversi aspetti simile al Cavaliere, non si sarebbe mai sognato di veicolare questo tipo di messaggi perché sarebbe andato contro la storia civica del proprio Paese. Berlusconi invece fa leva con tutte le sue forze proprio sui difetti della società italiana trasformandoli in virtù. Con il Cavaliere a capo del governo e con le sue Tv alla guida della cultura di massa il familismo particolarista conquista nuovi spazi. Il primo terreno di aggressione è l’etica politica. Condoni, leggi ad personam, conflitto di interessi, premi di fedeltà ai propri sodali, attacco a testa bassa contro la magistratura trovano agguerriti sostenitori tra i moderati e nei dibattiti televisivi tanto da farne agli occhi di vasti settori dell’opinione pubblica un modello che si giustifica per il solo fatto di realizzarsi. In questa circostanza la dittatura virtuale esprime tutta la sua forza. Il secondo fronte di attacco sono i legami sociali. Arricchimento personale, mitologia dell’imprenditore di se stesso, declino del senso del noi, trionfo di un narcisismo voyeuristico che fa di veline e calciatori punti di riferimento dell’immaginario collettivo sono tutti fattori che minano la coesione di un Paese storicamente fragile dal punto di vista identitario.

La combinazione tra declino dell’etica politica e indebolimento dei legami sociali ha dato modo al berlusconismo di sopravvivere alle sconfitte elettorali di Berlusconi affermandosi come un’ideologia. L’antipolitica del Cavaliere non si esaurisce nell’outsider che si presenta all’elettorato autocandidandosi direttamente come premier. Non si esaurisce nell’ostilità verso l’iperpolitica dei partiti storici e un linguaggio da opposizione permanente anche quando è al governo. L’antipolitica di Berlusconi è una concezione del mondo che non ha la grandezza del nazionalismo di De Gaulle o la potenza di una retorica della superiorità morale statunitense come in Reagan. Il linguaggio di Berlusconi è quello della Tv commerciale. Più in là non è ancora andato. Esattamente come la pubblicità Berlusconi parla alle famiglie in quanto piccoli gruppi solitari, chiusi nei salotti dei loro appartamenti davanti alla Tv. Esattamente come la pubblicità il linguaggio di Berlusconi è verosimile ma non vero, promette quello che non può obiettivamente mantenere, seduce più che convincere razionalmente. Ecco perché Berlusconi lascia spesso stupefatti per le palesi menzogne che propina a intervistatori ed elettori (ad esempio che i media sono contro di lui, che gli italiani stanno economicamente bene o che mai sotto il suo Governo potrebbero passare leggi favorevoli alle sue aziende).

Anche se l’antipolitica in salsa berlusconiana manca di progetto, di strategia, di un’idea forte dell’interesse nazionale, non si può accusare chi crede realmente nelle proprie menzogne di essere un bugiardo. Tutti sanno che la pubblicità mente. Ma tutti (o quasi) ne sono conquistati. A partire dal boom dei consumi negli anni ’60 la pubblicità ha cambiato la struttura del sentire degli italiani. In un’epoca in cui è tramontata l’ideologia del progresso e non si può promettere né benessere generalizzato, né piena occupazione Berlusconi offre una seconda giovinezza al linguaggio della politica trasferendovi le tecniche della pubblicità.

Il popolo va osservato con lo stesso sguardo con cui il marketing prevede, orienta e misura i consumi delle famiglie: che acquistino lavatrici o le ragioni dell’uomo di Arcore non fa differenza. A uscirne a pezzi è lo stesso popolo in quanto entità civica, è la società in quanto reti di relazioni, è la politica in quanto progetto.

Forza della società, debolezza della politica

“La società non esiste” ebbe a dire una volta Margaret Thatcher. Per l’ultralibersita inglese esistevano solo gli individui. A quanto ci risulta Berlusconi non ha mai fatto un’affermazione simile. Ma tutto il suo agire va in questa direzione. Siccome è a capo del più votato partito italiano e orienta la produzione culturale di massa la guerra contro il suo potere simbolico sembrerebbe perduta. In realtà non è così. Settori della scuola pubblica, parte della Chiesa cattolica e di altre confessioni, numerosi attori del mondo dell’associazionismo, il movimento contro la globalizzazione neoliberista hanno resistito allo sfilacciamento dei legami sociali prodotto dal berlusconismo. Il familismo particolarista sotto tutela del Cavaliere ha il suo antidoto in istituzioni e corpi intermedi che veicolano, seppure con profonde differenze e finalità talvolta opposte, i valori della solidarietà, della cooperazione, del civismo, dell’impegno politico, dell’anticonsumismo.

Mentre la società riesce in parte a resistere al berlusconismo la politica intesa come comunità di professionisti è travolta. Il berlusconismo sovrappone lo spazio mediatico a quello politico: chi tiene la scena sul piccolo schermo conquista il potere, per meglio dire: conquista il cuore delle famiglie e da lì i loro voto, i loro soldi, il loro tempo... la loro vita insomma. In questa modalità di appropriazione biopolitica dell’esistenza il berlusconismo impone soprattutto un linguaggio: fuori il dibattito su concetti, idee, valori e porte spalancate alla contrapposizione frontale, all’arte dell’inganno, alla demonizzazione dell’avversario. Torna il codice della pubblicità: il mio prodotto è il migliore, compratemi e proverete il più grande dei piaceri, provatemi e sarete come io sono: ricco, forte, potente, sempre giovane, sempre primo, sempre in prima pagina. L’immagine prevale sulla parola, sulla scrittura, sul concetto. Il grande comunicatore è prima di ogni altra cosa un grande seduttore. E in questo senso

Berlusconi è la pubblicità fatta persona e il berlusconismo la realtà riprodotta sotto forma di spot.

Forte del vantaggio di riuscire a far giungere i propri messaggi con più rapidità ed efficacia di tutti gli altri attori politici, nel confronto con i suoi avversari la strategia di Berlusconi consiste essenzialmente in due azioni: tenere sempre alto il livello dello scontro; dettare l’agenda degli eventi di cui i media informano e discutono. Con la prima azione la politica del centrodestra si è trasformata in una guerra permanente sia che si trovi in maggioranza, sia che si trovi all’opposizione. Con la seconda, Berlusconi tiene sempre il banco e si presenta al pubblico televisivo come l’uomo della novità, del cambiamento, della rottura degli schemi: il Cavaliere ha sistematicamente un nuovo prodotto da vendere: l’abolizione dell’Ici come l’esibizione della bandana; la vittoria del Milan come l’editto di Sofia; l’insulto agli avversari politici come agli elettori del

centrosinistra; le grandi opere come i litigi con la moglie; lo sdoganamento dell’MSI come la chiusura della Casa delle Libertà. Questo deflagrare del discorso politico in narrazione di un marchio, il marchio Berlusconi, raggiunge diversi obiettivi: rafforza l’identificazione dell’elettore con i valori della cultura di massa prodotti dalle Tv commerciali; allontana le persone dalla presa di coscienza delle cause reali dei propri problemi; impedisce di affrontare l’anomalia di un leader politico allo stesso tempo proprietario di un impero mediatico. Conclusione: categorie sociali che non hanno alcun interesse per votare a destra danno il loro consenso a Berlusconi. Votano cioè per il personaggio da cui la famiglia particolarista si sente maggiormente tutelata.

Votano per chi si è presentato sin dall’inizio con la veste del tutore: non il padre della patria alla De Gaulle, non il reazionario restauratore dei valori originari americani alla Reagan, ma il protettore di una famiglia chiusa nel suo egoismo, nel suo interesse, nel suo particolare… e al diavolo il resto. Il volto meno nobile dell’identità italiana ha trovato nella sorridente maschera di Berlusconi la sua più efficace rappresentazione.

L’avversario con cui la società italiana si è dovuta confrontare dai primi anni ’90 ad oggi è il fondamentalismo liberista o neoliberista che dir si voglia. Ossia l’idea che il mercato costituisca il regolatore della società. Ovviamente nessun capitalista con un po’ di sale in zucca crede in questa favola. Non lo ammetterà mai pubblicamente, ma per sua esperienza sa bene che lo scambio non è libero e che le cosiddette “leggi dell’economia” sono sottoposte a pressioni esterne di ogni tipo: in primis, l’uso della forza, dell’inganno della corruzione.

L’importante però è che l’ideologia del mercato sia trasformata in senso comune perché permette l’accettazione del darwinismo sociale che permea lo stile di vita statunitense. L’ubriacatura privatizzatrice dei governi Berlusconi ha avuto questo obiettivo, senza raggiungerlo appieno come abbiamo visto.

Tuttavia una serie di successi intermedi gli vanno senz’altro assegnati. Ad esempio la spallata finale al partito di massa della tradizione novecentesca e la sua sostituzione con il nuovo modello realizzato dal partito-azienda.

Ma che cosa è andato esattamente perduto con l’eclissi dei partiti di massa?

Sicuramente una serie di pratiche sociali e di valori che hanno fatto della società italiana non una sommatoria di individui isolati tenuti insieme dalla

necessità ma una comunità nazionale. Prima di degenerare nella partitocrazia i partiti di massa hanno svolto un ruolo decisivo nei processi di coesione sociale del Paese. Non solo: hanno garantito l’esercizio della democrazia parlamentare, funzionato come strumenti per la selezione della classe politica, alimentato la partecipazione civile, reso protagoniste attive masse enormi di persone, educato i cittadini ad esprimere la loro volontà e a confrontarsi con altri. Con l’eclissi dei partiti di massa questa cultura politica emigra in una certa misura nella società. Ma perde di forza perché solo il partito in quanto tale garantisce: a) un rapporto stabile tra sovranità popolare e istituzione rappresentative; b) il diritto dei cittadini a partecipare alla vita sociale. Il partito-azienda di Berlusconi non è interessato a queste funzioni essendo fondato sull’antipolitica e il populismo. Non è interessato al partito come pratica collettiva da cui far emergere la volontà generale. In Forza Italia quella che importa è la volontà del capo. Mutatis mutandis si realizza anche in Italia ciò che è già avvenuto da lungo tempo negli USA: i partiti di fatto non esistono, non hanno radicamento sul territorio, in vista delle elezioni si costituiscono in comitati cerca voti per poi scomparire dopo il voto e le decisioni sono prese negli esclusivi salotti delle élite. Che a votare poi vada meno della metà degli aventi diritto è un dettaglio trascurabile. In Italia non si è arrivati ad una tale disaffezione ma da anni siamo su questa strada. Ossia sulla strada che dalla democrazia rappresentativa ci sta conducendo alla democrazia plebiscitaria: direzione opposta a quella pensata dalla nostra Costituzione. Per chiudere: con la fine dei partiti di massa ciò che stiamo perdendo sono gradi e livelli di sovranità popolare. Con questo non li si vuole certo idealizzare. Perché come abbiamo più volte osservato i partiti di massa sono stati fagocitati dalla partitocrazia (costituita come noto da una serie di elementi interagenti: notabili di vecchio e nuovo tipo, clientelismo, gruppi di pressione, rapporti malsani tra impresa e politica ecc. ecc.). Tuttavia, mai come forse in questo caso insieme all’acqua sporca si è gettato via anche il bambino.

Proliferazione dell’antipolitica

La messa in scena del berlusconismo come piattaforma politica e come fenomeno culturale ha goduto e continua a godere di grande popolarità. In tal senso una realtà periferica come Civitavecchia permette forse più che altrove di osservare quasi in vitro l’ascesa della politica-spettacolo, del populismo, della telecrazia. Va ricordato però come a Civitavecchia questa velenosa miscela produca i suoi effetti più tardi rispetto ad altre città. Ad esempio l’avventura di Giancarlo Cito a Taranto. Vediamola per un attimo. Cito è un ex missino proprietario dell’emittente televisiva Antenna Taranto 6 e il fondatore della lista AT6-Lega d'Azione Meridionale. Nel ’93 riesce a diventare Sindaco di Taranto. La parabola di Cito si esaurisce nel giro di un mandato, lui stesso finisce per quattro anni in carcere, ma risorge alle amministrative del 2007 riportando la Lega d'Azione Meridionale ad essere il partito di maggioranza relativa della città (15,42%). Un successo che tuttavia non gli basta per andare al ballottaggio. La meridionalizzazione della politica civitavecchiese giunge dunque con una decina d’anni di ritardo rispetto a Taranto. Ma giunge.

La recente affermazione di Moscherini alle elezioni amministrative del maggio 2007 avviene nel momento in cui la crisi del locale sistema dei partiti ha toccato il suo apice. Due giunte comunali cadute prematuramente, i relativi commissariamenti della città, le laceranti guerre intestine nei partiti del centrosinistra e del centrodestra hanno spianato la strada all’uomo di Molo Vespucci così come a suo tempo il dissolvimento del pentapartito e lo scandalo di Tangentopoli spianarono la strada all’uomo di Arcore. Moscherini e Berlusconi si presentano sulla scena politica come leader capaci di risolvere problemi concreti uscendo dai bizantinismi e dall’inconcludenza dei partiti. Entrambi dicono basta al voto di appartenenza e inaugurano le stagioni del voto di opinione.

Populismo puro come si vede giacché per raggiungere il potere sia Moscherini che Berlusconi non possono fare a meno dei partiti e di personaggi politici del passato. Populismo che tuttavia sfonda elettoralmente anche grazie alla complicità pressoché totale dei mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia Moscherini è un berlusconiano senza Berlusconi. Non fa parte di Forza Italia, non è iscritto ad alcun partito, organizza per le elezioni amministrative una sua lista che si piazza prima nello schieramento del centrodestra (17,9% contro il 9,8% di Forza Italia che si colloca il secondo posto). E’ evidente nei civitavecchiesi una gran voglia di leadeship. E Moscherini è apparso ai più l’uomo giusto al momento giusto così come lo fu Berlusconi nel 1994 e nel 2001.

Come Berlusconi anche Moscherini è un uomo economicamente ricco, ideologicamente liberale, politicamente moderato, caratterialmente decisionista. Peculiarità che ne fanno la controfigura perfetta del presidente di Forza Italia. Ma c’è un però. Quando l’antipolitica sfugge di mano ai suoi creatori l’incertezza prevale. In altre parole: Forza Italia si allea con Moscherini per le amministrative del 2007 ma allo stesso tempo colui che da lì a breve diventerà Sindaco di Civitavecchia costituisce anche per il centrodestra una preoccupante deriva dell’antipolitica. Presentarsi come un outsider anche se non lo si è, autocandidarsi alla carica di primo cittadino, trasferire sic et simpliciter modalità aziendaliste nella gestione della cosa pubblica, far leva sul superamento delle ideologie sono tutte mosse che hanno permesso a Moscherini di sottrarre alla locale Forza Italia gran parte della sua potenza retorica. Insomma, seppure in piccolo il berlusconismo si ribella al suo padre fondatore. Certo, non per fare la rivoluzione. Dove sta allora il problema? Il problema sta nel fatto che Moscherini gioca da solo, gioca per sé e non per Forza Italia.

Per comprendere meglio il fenomeno Moscherini è necessario approfondire la nozione di carisma. Il primo volto del carisma di Moscherini è sicuramente berlusconiano e lo abbiamo visto. Il secondo è localistico. E per decifrarlo dobbiamo ricorrere ad una analogia. Quella con Giorgio Guazzaloca, primo Sindaco di Bologna a capo di una coalizione di centrodestra dal 1999 al 2004. Come noto Guazzaloca si candida per un secondo mandato ma è sconfitto da

Sergio Cofferati. La politica insomma torna a vincere sull’antipolitica. E in maniera antipolitica Guazzaloca si presenta agli elettori bolognesi. Esattamente come farà Moscherini a Civitavecchia. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto il contesto. Bologna è una città in crisi. Soffocata dal traffico, con evidenti segni di degrado urbano e alle prese con problemi di sicurezza non è più la città-vetrina vanto del modello emiliano. I bolognesi sono insomma fortemente delusi dalle ultime amministrazioni e chiedono un cambiamento di rotta che l’onnipotente sinistra non sembra in grado di offrire. Mutatis mutandis, anche la Civitavecchia del 2007 è una città in crisi con i propri amministratori e soffre di annosi problemi che nessuno è stato in grado di affrontare e risolvere, in primis la disoccupazione e il rapporto con le servitù energetiche. A questa insofferenza della società va aggiunto che in entrambe le città la sinistra è dilaniata da laceranti lotte intestine per il potere, le poltrone, la visibilità dei singoli esponenti.

Stabilito un contesto sociale e territoriale differente ma unificato dal concetto di crisi ecco apparire gli uomini della salvezza. Guazzaloca a Bologna e Moscherini a Civitavecchia. Il loro agire è straordinariamente simile e si muove all’insegna dell’antipolitica. Guazzaloca debutta con un appello al sistema politico cittadino “a 360 gradi”. Lo stesso farà Moscherini. Ed entrambi finiranno però per allearsi con il centrodestra. Sia l’uno che l’altro sono comunque personaggi estremamente noti in città: Guazzaloca perché presidente della locale e potentissima associazione dei commercianti (Ascom), Moscherini in quanto presidente dell’altrettanto potentissima Autorità Portuale.

In campagna elettorale i due candidati utilizzano la medesima strategia comunicativa: riposizionare sul campo politico l’immagine positiva già conquistata in campo economico. I due insomma si presentano all’elettorato come outsider. Outsider però in grado di raddrizzare la situazione grazie alla loro capacità decisionale ormai smarrita da partiti abituati a continui compromessi. La formula funziona e verranno eletti all’insegna del cambiamento.

Altre analogie tra i due candidati alla prima poltrona di cittadino. Entrambi si autocandidano saltando a piè pari qualsiasi mediazione. Vendono innanzitutto la loro credibilità pre-politica. Poi si rivolgono direttamente ai cittadini legittimandosi come candidati della società civile (anziché come espressione di poteri consolidati in città) e costruendo un rapporto di fiducia diretta con gli elettori. I mass-media in questo senso avranno sia Bologna che a Civitavecchia un ruolo decisivo per il successo del centrodestra. Infine, la personalizzazione della politica, incentivata dall’elezione diretta del Sindaco, raggiungerà il suo culmine in entrambi i casi. Allo scopo sia Guazzaloca che Moscherini prenderanno le distanze dalle tradizionali distinzioni politiche presentandosi come uomini al servizio della città.

Sia a Bologna che a Civitavecchia la strategia dell’antipolitica ha funzionato eleggendo personaggi in guerra con i partiti tradizionali. Tuttavia, alla prova dei fatti l’amministrazione Guazzaloca ha fortemente scontentato i bolognesi.

Che infatti non l’hanno confermata preferendo tornare a misurarsi con i pregi e i difetti della politica di cui i patiti sono espressione secondo il dettato costituzionale. Checché ne dicano i numerosi commentatori di centrodestra la vittoria di Moscherini a Civitavecchia non è stata né bulgara né travolgente. Anzi, al di sotto delle aspettative viste le spese faraoniche per la campagna elettorale del centrodestra e la cooptazione nell’alleanza di elementi provenienti dalla sinistra. Anche in questo caso i cittadini sono tornati a riappropriarsi dei valori della politica e hanno limitato i danni derivanti dall’irruzione sulla scena politica locale di un uomo forte. E poi nei suoi primi sei mesi di vita l’amministrazione Moscherini non ha certo brillato, anzi ha segnalato forti malumori all’interno della maggioranza. E’ ovvio che dare oggi un giudizio è prematuro. Tuttavia non è stato un bell’avvio quello della Giunta Moscherini. In ogni caso, quel che è certo è che nelle democrazie mature il carisma del decisionista costituisce più un rischio che una soluzione.

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permalink | inviato da Notes-bloc il 7/8/2008 alle 19:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DELL'UNIVERSITA' et alia, rivolti soprattutto agli Studenti e alle loro Famiglie, perché sappiano cosa riserba loro il prossimo futuro!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 22 luglio 2008


DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DELL'UNIVERSITA'
indetta da ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL-UNIVERSITA', CNRU, CNU,
CONFSAL FED. SNALS-CISAPUNI, FEDERAZIONE CISL-UNIVERSITA',
FLC-CGIL, RNRP, SUN, UDU e UILPA-URAFAM


Roma, 22 luglio 2008

L'Assemblea nazionale, tenutasi il 22 luglio 2008 nell'Aula Magna
dell'Universita' La Sapienza di Roma, indetta dalle Organizzazioni e
Associazioni della Docenza e degli Studenti, ha discusso la gravissima
situazione venutasi a determinare a seguito dell'emanazione del D.L. 112 e
dei provvedimenti governativi in materia finanziaria e di pubblico impiego.

L'Assemblea nazionale assume il documento di denuncia e di protesta delle
Organizzazioni sindacali e delle Associazioni del 10 luglio 2008 e
condivide i contenuti delle numerosissime prese di posizione degli Organi
accademici, che in questi giorni si sono espressi duramente, protestando
contro la linea governativa di strangolamento dell'Universita' pubblica.

L'opinione pubblica deve sapere che, attraverso la riduzione dei
finanziamenti, il blocco del turn over, gli espliciti intenti di
privatizzazione, l'attacco ai diritti degli studenti, dei docenti e dei
tecnico-amministrativi (senza contratto da oltre 31 mesi e con retribuzioni
insufficienti), produrra' il progressivo svuotamento degli Atenei,
l'impossibilita' per un'intera generazione di giovani e di precari di
entrare nei ruoli dell'Universita', difficolta' per gli studenti di
accedere alla formazione universitaria a causa dell'aumento delle tasse e
delle crescenti barriere formali e sostanziali, la possibile alienazione
del patrimonio delle Universita' come scelta imposta per far fronte alla
mancanza di finanziamenti, la diminuzione dei servizi agli studenti e il
rischio della perdita dell'autonomia, la penalizzazione, in particolare,
degli Atenei del Mezzogiorno, gia' oggetto di pesanti tagli.
In una parola, scomparira' l'Università italiana come luogo pubblico di
ricerca, di creazione e di trasmissione della conoscenza come bene comune.
Sara' cancellato il ruolo dello Stato nell'alta formazione, sancito e
garantito dal titolo V della Costituzione.

Gli interventi governativi non sono un fatto casuale e congiunturale: essi
disegnano un modello che si dispieghera' nel lungo periodo attraverso
ulteriori interventi legislativi destinati a colpire e a ridimensionare lo
Stato sociale nel suo complesso. Inoltre, un ulteriore impoverimento del
sistema-paese deriverebbe dal fatto che, mancando i concorsi per i giovani,
gli aspiranti ricercatori saranno costretti a migrare verso altri Paesi
piu' ricettivi, contribuendo cosi' paradossalmente a renderli piu'
competitivi rispetto al nostro.
Contro questo disegno l'Assemblea nazionale protesta decisamente,
denunciando i guasti che deriverebbero all'intera comunita' nazionale dalla
sua attuazione.

La classe politica deve ascoltare la nostra protesta e prendere atto che
essa e' fortemente congiunta alla volonta' di cambiamento delle
Universita'. Occorre offrire soluzioni credibili per far crescere e
migliorare il sistema pubblico della formazione.

Pertanto, l'Assemblea nazionale:

-        chiede al Governo l'immediato stralcio di tutte le norme
sull'Universita' contenute nei provvedimenti governativi;

-        chiede al Governo che si inverta la manovra economica,  destinando
alle Universita' nuove risorse economiche anche al fine di bandire concorsi
per giovani, avviando cosi' la soluzione del grave problema del precariato;

-        invita gli Atenei a sospendere l'avvio del prossimo anno
accademico, informando e discutendo con gli studenti e con il personale
tutto adeguate forme di mobilitazione;

-        invita le Universita' a non approvare i propri bilanci preventivi
in mancanza delle adeguate risorse economiche;

-        chiede alla CRUI, al CUN, al CNAM e al Consiglio nazionale degli
studenti una presa di posizione forte ed esplicita per l'apertura di un
confronto inteso a promuovere i veri interessi della comunita' universitaria;

-         preannuncia, a partire da settembre, un calendario di iniziative
di mobilitazione nazionali e locali, per preparare una seconda
manifestazione nazionale e arrivare, se necessario, allo sciopero di tutte
le componenti universitarie e alla sospensione di ogni attivita' didattica;

-        invita tutti i lavoratori e gli studenti delle Universita' a
mobilitarsi congiuntamente, nella consapevolezza della gravita' della
situazione attuale e delle prospettive future.


°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PALERMO

Mozione approvata nel corso della riunione congiunta di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione del 18 luglio 2008

 

Gli Organi Collegiali di Governo dell’Università di Palermo – Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione – in piena sintonia con quanto deliberato il 3 luglio dall’Assemblea Generale della CRUI ed il 16 luglio dall’Assemblea di Ateneo, esprimono estrema preoccupazione per l’attacco che il D.L. 112/08 porta al sistema universitario nazionale, ed in particolare alle università statali. Le sottrazioni di risorse, le limitazioni pesantissime al turnover tanto della docenza che del personale tecnico amministrativo, se attuate come prefigurato nel decreto, impediranno nel giro di pochi anni a questa, come alla maggior parte delle Università italiane, di svolgere adeguatamente i compiti istituzionali loro assegnati dalla Costituzione e dalle leggi vigenti.

Quanto previsto nel decreto legge non è un mero intervento di ristoro della finanza pubblica: è un intervento coerente con obiettivi politici di lungo termine, che avrebbero dovuto essere oggetto di precise esposizioni durante la campagna elettorale, e che adesso il Governo dovrebbe pubblicamente chiarire e sottoporre ad un approfondito dibattito sia nel Paese che in Parlamento. In linea con quegli obiettivi è la proposta, che appare improvvisata e volta principalmente a disaggregare il sistema universitario nazionale, della trasformazione delle università in fondazioni. È inaccettabile che ipotesi di cambiamento di questa ampiezza e radicalità trovino posto in un decreto legge cui il Parlamento può dedicare, per consolidata ed infelice tradizione, un dibattito soffocato dall’urgenza e limitato in ogni possibilità di approfondimento.

Costringere gli atenei ad occuparsi quotidianamente di pressoché insolubili problemi di bilancio, mortificarne il personale, soprattutto il più giovane, con retribuzioni ben al di sotto della media europea, frustrarne le potenzialità formative e di ricerca con la progressiva riduzione delle disponibilità finanziarie avrà come ricaduta il ripiegamento su se stesso del sistema universitario nel suo complesso. La trasformazione avviata con questo decreto, al di là dell’immediato gravissimo danno che ricevono ricerca e alta formazione, porterà all’affievolimento del contributo delle voci autonome delle università al dibattito, ed alla tenuta democratica, del Paese.

Non si può peraltro non rilevare l’incompatibilità tra le linee guida ministeriali sui requisiti di qualità dei corsi di laurea e di laurea magistrale e le restrizioni del turnover. Chiedere da un lato una ampia copertura con docenti di ruolo, con una quota significativa di docenti di prima fascia, e di fatto impedire il ricambio dei tanti professori vicini al pensionamento, avrà come conseguenze a breve termine non solo una surrettizia introduzione del numero chiuso, ma anche l’impossibilità, per molte Facoltà, di assicurare la continuità didattica aderendo a criteri di qualità che nel loro complesso erano stati condivisi dalla collettività accademica, dagli studenti e dalle loro famiglie. A cominciare dall’A.A. 2009-2010 il ridimensionamento quantitativo dell’offerta didattica sarà affidato non alla programmazione, sulla quale gli Atenei sono attivamente impegnati nel quadro dell’adozione del DM 270/04, ma solo alla casualità dei pensionamenti del personale docente.

Gli Organi di Governo, alla luce delle precedenti considerazioni,

condividono le ragioni della proclamazione dello stato di agitazione delle componenti dell’Ateneo palermitano,

uniscono la loro alla generale indignazione del mondo accademico per l’inaccettabile attacco all’autonomia universitaria rappresentato dalle norme del DL 112/08 e si riservano di partecipare alle azioni di protesta che dovessero attuarsi su scala nazionale,

danno mandato al Rettore di riferire quanto deliberato nel corso sia dell’Assemblea di Ateneo che della presente seduta alla CRUI, ai rappresentanti siciliani nel Governo e nel Parlamento Nazionale, al Presidente dell’Assemblea Regionale ed a tutti i Componenti del Parlamento Siciliano, al Presidente ed ai Componenti della Giunta di Governo della Regione siciliana,

invitano i Presidenti degli Organi di Governo periferici dell’Ateneo, Presidi, Presidenti di Corso di Laurea, Direttori di Dipartimento a dare lettura sia di questo documento che di quello approvato dall’Assemblea di Ateneo in apertura della prima seduta utile dei rispettivi organismi. Invitano altresì i Presidenti delle Commissioni di esami di profitto e di laurea a dare lettura degli stessi documenti a docenti e studenti che prenderanno parte alle prossime sessioni.

 

Palermo, 18 luglio 2008


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= Riceviamo dall'ANDU e riportiamo:

1.     l'articolo di Benedetta P. Pacelli "La Finanziaria spacca il mondo
accademico", apparso su ItaliaOggi del 22 luglio 2008;
2.     l'intervento di Alberto Burgio "Vacanza universitaria", apparso sul
Manifesto del 22 luglio 2008.

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= 1. Articolo di Benedetta P. Pacelli "La Finanziaria spacca il mondo
accademico", su ItaliaOggi del 22 luglio 2008

"La Finanziaria spacca il mondo universitario

C'e' la mannaia della Finanziaria da una parte, il mondo accademico
dall'altra e quello universitario, delle istituzioni, da un'altra ancora.
La manovra economica che prevede tagli per circa 1,4 miliardi al Fondo di
funzionamento ordinario per i prossimi cinque anni ha non solo fatto alzare
le barricate in tutti gli atenei italiani ma, anche spaccato il mondo
accademico. Che, con la tregua stabilita da Cun e Crui dopo l'annuncio di
un tavolo di consultazione tra gli organi competenti e la promessa del
ministro dell'istruzione Maria Stella Gelmini di qualche spicciolo in piu'
nella prossima finanziaria, puntano il dito proprio contro i due organi
consultivi accusati di avere ceduto alle lusinghe senza troppo combattere.
E, tra il silenzio del ministro che, nella giornata di ieri non ha voluto
rilasciare dichiarazioni in merito, promettono invece battaglia. "Non e' un
tavolino che puo' risolvere problemi epocali", ha dichiarato Nunzio
Miraglia presidente dell'Andu, che partecipera' oggi insieme a tutte le
rappresentanze universitarie all'assemblea nazionale a Roma. "Quello che e'
chiaro da tempo che a decidere sull'universita' e' il ministro
dell'economia perche' quello dell'universita', la Gelmini ora, non ha
nessun potere in merito. Il sistema nazionale" ha tuonato ancora, "non ha
un vero organo di rappresentanza e di autogoverno valido in grado di
contrastare gli attacchi che da anni stanno subendo le universita'". Gli fa
eco Marco Merafina coordinatore nazionale dei docenti universitari che
accusa il Cun e la Crui "di aver ceduto alle promesse in maniera troppo
ingenua. Questa manovra porta via soldi senza restituirli e soprattutto
senza reinvestirli nel settore. In questo modo o le universita' annunciano
bancarotta o dovranno aumentare le tasse degli studenti". A nulla e'
servito, quindi, per calmierare gli animi l'ordine del giorno annunciato
dalla Gelmini che promette di restituire agli atenei quei finanziamenti
sottratti perche', e' la protesta, "il ministro fa promesse senza avere
nessuna carta in mano".
E nel frattempo da settimane proseguono le proteste negli atenei: alcuni si
preparano a una mobilitazione a oltranza, mentre si allunga l'elenco dei
professori che minacciano di attuare il blocco totale degli esami. Si
mobilita La sapienza di Roma che, in un comunicato, addirittura annuncia
che "in queste condizioni non sara' possibile dare inizio al prossimo anno
accademico". Vota una mozione durissima il senato accademico di Firenze che
insieme ad altri atenei toscani chiede lo stralcio dal decreto delle norme
che si riferiscono alle universita', in vista di una discussione piu'
approfondita. Interviene anche Aquis, l'Associazione per la qualita' delle
universita' italiane statali, che sottolinea come ogni intervento sulle
universita' dovra' puntare "a una riqualificazione della spesa degli
atenei, ma non a fare cassa per il bilancio dello stato a spese dei bilanci
delle universita'. Si dovrebbe piuttosto avviare un processo di
riqualificazione della spesa non tagliando i finanziamenti, ma dettando
regole per comportamenti virtuosi". Riuniti, poi, ieri per la prima volta
anche gli stati maggiori di tutti gli atenei dell'Emilia Romagna che oltre
a stigmatizzare la manovra che "mortifica l'intero insieme delle
professionalita' e competenze", bocciano anche la via d'uscita proposta dal
governo, cioe' la trasformazione delle universita' pubbliche in fondazioni:
"Un provvedimento ancora confuso e inadeguato nel suo articolato che non
motiva in nessun modo la convenienza a muoversi verso tale trasformazione".
Si ribellano infine compatte le universita' del Friuli-Venezia Giulia
contro "il disimpegno dello stato" dall'universita'."

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= 2. Intervento di Alberto Burgio "Vacanza universitaria", sul Manifesto
del 22 luglio 2008.

"La destra attacca a testa bassa. La sceneggiatura inventata qualche mese
da Walter Veltroni per aprire la crisi di governo non lo prevedeva.
Fantasticava di una destra ormai civilizzata. Come stessero in realta' le
cose e' oggi sotto gli occhi di tutti: razzismo di stato; leggi ad personam
come a bei vecchi tempi; attacco contro quanto resta dell'unita' sociale e
istituzionale del paese; guerra senza quartiere contro il lavoro pubblico e
privato, e una politica economica fatta di frodi sull'inflazione reale e di
tagli alla spesa e alle retribuzioni. Come sempre. Solo che adesso si
infierisce su un popolo di poveri gia' super-indebitati.
Difficile dire che succedera' alla ripresa autunnale. C'e' da augurarsi
che, incalzata dalla sinistra sindacale, la Cgil dia finalmente segnali di
resipiscenza, ma dovra' vedersela con le altre confederazioni, tentate da
una replica in pejus del famigerato Patto per l'Italia. Per parte sua, il
Partito democratico si interroga se perseverare nella ricerca del dialogo o
impegnarsi nell'opposizione, naturalmente "costruttiva". Intanto vengono
giu' interi pezzi della Costituzione materiale e formale della Repubblica,
trascinando con sé le sorti della nostra democrazia. Un'ennesima picconata
la da' in questi giorni il decreto legge 112, la "lenzuolata" scritta da
Tremonti in combutta con Sacconi e Brunetta sulla quale il governo ha posto
la fiducia temendo di non ottenerne, altrimenti, la conversione in legge
entro il 24 agosto. Tra privatizzazioni, tagli alla spesa e agli organici
pubblici, nuove misure precarizzanti e ricatti contro i "fannulloni" del
pubblico impiego, il provvedimento contiene misure devastanti in materia di
scuola e di universita'. Il manifesto ha gia' messo in evidenza i pericoli
che incombono sul sistema scolastico, gia' stremato da una politica di
lesina che da anni colloca l'Italia agli ultimi posti in Europa quanto a
spesa per l'istruzione pubblica. Sara' ulteriormente ridotto l'organico
docente e ausiliario e si ridurra' il tempo pieno. Al contempo si
riprendera' il progetto morattiano del doppio binario (scelta tra
istruzione e formazione professionale gia' a 14 anni) teso a reintrodurre
la logica classista dell'"avviamento" cancellata nei primi anni Sessanta
con l'istituzione della scuola media unica. Dopotutto, non aveva detto
chiaramente Berlusconi che non sta né in cielo né in terra che il figlio
dell'operaio possa avere le stesse ambizioni di quello dell'imprenditore o
del professionista? L'universita' non e' messa meglio. Le Disposizioni per
lo sviluppo economico (questo il titolo del dl nella beffarda neolingua
governativa) prevedono tagli alle gia' misere retribuzioni del personale
docente e amministrativo; tagli agli stanziamenti (in aggiunta ai 500
milioni gia' decurtati nello scorso triennio); limiti al turn over (nella
misura massima del 20% dei pensionamenti per il trienno 2009-2011);
massicci trasferimenti a favore di pretesi "centri di eccellenza" (a
cominciare dall'Istituto Italiano di Tecnologia, guarda caso presieduto dal
Direttore generale del Ministero dell'Economia) e, dulcis in fundo, la
possibilita' che le universita' pubbliche si trasformino in fondazioni,
spianando anche di diritto la strada a un processo di privatizzazione
dell'universita' italiana che da anni - grazie alle sciagurate riforme
uliviste - marcia gia' speditamente di fatto. Si presti molta attenzione.
Quest'attacco brutale non colpisce soltanto chi lavora nell'universita' né
solo chi vi trascorre alcuni anni della propria vita, peraltro pagando
tasse sempre piu' salate in cambio di un sapere sempre piu' parcellizzato e
disorganico. Il progetto del governo ha un respiro ben piu' complessivo,
una portata in senso proprio costituente. Ridurre al minimo il reclutamento
di nuovi ricercatori significa precarieta' a vita per quasi tutti coloro
che ancora attendono di entrare in ruolo ed esasperazione delle logiche
oligarchiche e baronali. Privatizzare il patrimonio degli atenei significa
consolidare le propensioni e le pratiche neofeudali di ristretti gruppi di
potere, sempre piu' insofferenti al controllo democratico. E significa
accrescere il potere di condizionamento del capitale privato (impresa e
credito) sui percorsi di ricerca e sulla stessa didattica. Destinare
risorse crescenti ai sedicenti centri di eccellenza significa promuovere un
sistema di universita' di serie A (per chi potra' permettersele) e di serie
B (per tutti gli altri), secondo il pessimo modello castale degli Stati
Uniti. Per l'ennesima volta la nostra "classe dirigente" conferma la
propria levatura strapaesana, non esitando a sacrificare le prospettive di
sviluppo del paese all'interesse di chi gode di posizioni privilegiate. Ma
in questo caso l'attacco colpisce un fondamento della cittadinanza
democratica. La scuola, l'istruzione, la cultura e la critica sono
strumenti essenziali di partecipazione e di mobilita' sociale. Per questo
la Costituzione ne preserva liberta' e pubblicita'. E per questo la destra
al governo intende cancellarne il carattere di massa. Viene insomma al
pettine uno dei nodi della primavera vissuta anche in Italia tra gli anni
Sessanta e Settanta. C'e' chi, per fortuna, se n'e' accorto in tempo. Nelle
universita' si moltiplicano in questi giorni agitazioni, appelli alla
mobilitazione e assemblee di studenti, docenti e precari. Ma non e' ancora
abbastanza. Occorre saldare al piu' presto un fronte ampio che coinvolga
massicciamente il corpo docente e tutti i dipendenti del sistema
universitario pubblico. Questa controriforma non deve passare: dov'e'
scritto che agosto non possa essere tempo di lotta?"

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Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.


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Università, senza soldi stop alla ricerca e aumenti delle tasse


 

statua della Minerva dell'università La Sapienza di Roma, foto Ansa
Sono tutti riuniti a Roma, preoccupati e arrabbiati. Sono i docenti delle Università italiane che, dopo le notizie sui tagli all’istruzione previsti dalla manovra finanziaria, minacciano un’agitazione nazionale. E a settembre potrebbero decidere di bloccare lezioni ed esami, insomma, l’intera attività universitaria. Lunedì il prorettore della Sapienza, Luigi Frati, aveva già minacciato di non approvare il bilancio del prossimo anno dell’ateneo romano, ora le associazioni dei docenti spiegano chiaro e tondo che «tagliare circa 500 milioni di euro all'Università italiana significa inevitabilmente aumentare le tasse per gli studenti, scaricando su di loro e sulle loro famiglie gran parte del costo dell'operazione».

Insomma, se già oggi studiare è un diritto non proprio a costo zero, dal prossimo anno potrebbe diventare una possibilità riservata a pochi. «Cosa dovrebbe spingere gli studenti ad iscriversi? Cosa dovrebbero aspettarsi da un sistema martoriato?», si chiedono i docenti. Tempi duri anche per la ricerca: «Si tratta - ha sostenuto in un intervento un ricercatore precario - di un vero e proprio attacco al sistema universitario da parte del Governo. Sarà difficile se non impossibile – aggiunge – riuscire a fare ricerca quando il 90% del budget disponibile dovrà essere investito solo per gli stipendi. È una farsa politica che per molti docenti precari si trasformerà però in tragedia».

Tra le misure di protesta che si stanno organizzando c’è anche l’ipotesi delle dimissioni di massa: «Nella riunione della Crui (la Conferenza dei Rettori, ndr) del prossimo giovedì – annuncia il rettore dell'Università dell'Aquila, Ferdinando Di Iorio – proporrò le dimissioni di tutti i rettori. Lo abbiamo già fatto in passato per problemi finanziari – ricorda – stavolta in gioco c'è qualcosa di più strategico: l'assetto dell'università pubblica. Certo – aggiunge – sarà difficile convincere i 22 atenei privati».

Sulla vicenda martedì è intervenuto anche il segretario del Pd Walter Veltroni, che ha inviato una lettera all’assemblea riunita alla Sapienza: «È compito primario dello Stato – scrive Veltroni – sostenere la formazione superiore e la ricerca libera», in quanto «beni pubblici che svolgono un servizio nell'interesse del paese». «La competizione internazionale tra sistemi economici – prosegue nella lettera il leader Pd – richiede all'università italiana un nuovo protagonismo nell'interesse di tutta l'Italia. Spetta al governo dare modo a questo attore sociale di potersi esprimere al meglio. Dare fiducia all'università – conclude Veltroni – significa dare fiducia al futuro. Ne abbiamo tutti assoluto bisogno».

"l'Unità", 22 Luglio 2008



permalink | inviato da Notes-bloc il 22/7/2008 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
!? La distruzione dell'Università pubblica!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 luglio 2008


Si moltiplicano le critiche alle misure inserite nel dl che anticipa la Finanziaria
Chieste modifiche immediate, mentre c'è chi minaccia drastiche contestazioni

Università, la protesta dilaga: "Via i tagli o stop alle lezioni"

di ANDREA BETTINI


ROMA - Contestazioni, minacce di bloccare lezioni, esami e sessioni di laurea, allusioni nemmeno troppo velate allo stop del prossimo anno accademico. Chi si attendeva un'estate di transizione ed un eventuale autunno di proteste, a quanto pare, era troppo ottimista. In molte università italiane è già iniziata la mobilitazione contro i tagli decisi dal governo il 25 giugno con il decreto che anticipa la manovra Finanziaria. Una protesta che sta dilagando e che, con toni e modalità diverse, coinvolge rettori, docenti, ricercatori e personale amministrativo.

Le spiegazioni e le rassicurazioni del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, che di fronte alle prime polemiche ha parlato di "scelte dolorose ma indispensabili" e di "tagli sulla base di indicatori di merito", sembrano non essere riuscite a fermare le critiche. Mentre si moltiplicano le assemblee e gli allarmi per il futuro dell'università, la richiesta dei contestatori è sostanzialmente unanime: stralciare dal decreto alcune delle principali novità oppure modificarle durante l'iter parlamentare per la conversione in legge. Una posizione che sarà probabilmente ribadita il 22 luglio a Roma, quando alla Sapienza si svolgerà un'assemblea nazionale dei rappresentanti di tutte le componenti universitarie.

I punti contestati. A preoccupare il mondo accademico sono diversi provvedimenti. Il più criticato è la graduale riduzione, collegata ad una forte stretta sulle assunzioni, del Fondo di finanziamento ordinario, con risparmi di circa 1,5 miliardi di euro fino al 2013. Contestate anche le misure sugli stipendi, con scatti di anzianità dei docenti che da biennali diventeranno triennali ed una riduzione del Fondo di contrattazione integrativa del personale amministrativo. Molta perplessità, infine, anche sulla possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato.


"Interventi inaccettabili". Dopo la bocciatura unanime da parte della Conferenza dei rettori, secondo la quale i tagli porteranno inevitabilmente il sistema al dissesto, dai vertici delle università continuano a piovere critiche nei confronti del decreto legge. Una mozione approvata ieri dai Senati accademici degli atenei toscani definisce interventi gravi e "inaccettabili" la riduzione dei trasferimenti statali e la limitazione "improvvisa, indiscriminata e pesante" del turnover dei dipendenti e chiede lo stralcio dal decreto delle norme che si riferiscono all'università. Venerdì scorso, invece, i quattro rettori delle università dell'Emilia-Romagna hanno denunciato che la "riduzione drastica delle risorse finanziarie e umane, oltre a mortificare l'intero insieme di professionalità e competenze all'università, mette a serio rischio la funzione didattica e nel contempo la sostenibilità delle attività di ricerca" e hanno convocato per il 21 luglio una riunione straordinaria congiunta dei quattro Senati accademici e dei consigli di amministrazione.

La mobilitazione. In molte università si stanno già mettendo a punto forme concrete di lotta. Ieri un'assemblea generale dei lavoratori e degli studenti degli atenei napoletani, indetta da Flc Cgil, Cisl Università e Uil Pa-Ur, ha deciso, tra l'altro, l'astensione "a tempo indeterminato dei docenti e ricercatori dalla partecipazione a organi collegiali" ed il ritiro della "disponibilità a ricoprire incarichi didattici per il prossimo anno accademico". Il 9 luglio, invece, l'assemblea del personale delle università "Cà Foscari" e Iuav di Venezia ha ipotizzato "il rifiuto di svolgere carichi didattici superiori alle richieste di legge, il blocco degli esami, delle sessioni di laurea e delle lezioni". Lo stesso giorno, all'università di Sassari, l'assemblea dei docenti ha invece dichiarato lo stato di agitazione dell'ateneo e non ha escluso "per quanto con doverose riserve ed a fronte di un ulteriore irrigidimento della controparte, il ricorso ad azioni più eclatanti quali la possibilità del blocco degli esami di profitto e di laurea".

"A rischio il prossimo anno accademico". Una delle prese di posizione più nette nei confronti delle decisioni del governo è quella del Senato accademico dell'università "La Sapienza" di Roma. Martedì 8 luglio, prospettando un "danno grave per l'avvenire dei giovani e per lo sviluppo del Paese", ha chiesto lo stralcio della parte del decreto relativa all'università e ha indetto una giornata nazionale di protesta dicendosi consapevole "che in queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico".

La petizione online. Il Coordinamento Giovani Accademici, intanto, ha pubblicato sul proprio sito internet una petizione in cui denuncia tra l'altro che la stretta sugli stipendi ridurrebbe i compensi annui lordi a fine carriera di 16mila euro per i professori ordinari, di 11mila euro per gli associati e di 7mila per i ricercatori. Il documento, che chiede un nuovo approccio nei confronti dell'università italiana, è già stato sottoscritto da più di 3.100 tra docenti, ricercatori e studenti preoccupati per il proprio futuro e per quello degli atenei.
("la Repubblica", 15 luglio 2008)

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ADI, ANDU, APU, CISAL-UNIVERSITA', CNRU, FEDERAZIONE CISL-UNIVERSITA', FLC-CGIL, RNRP, SUN, UDU, UILPA-URAFAM

I contenuti del Decreto-Legge 112/08:

1. limitazione al 20 % del turn over, per gli anni 2009-2011, del personale
docente e tecnico-amministrativo, dopo due anni di blocco dei concorsi;
2. ulteriori drammatici tagli al Finanziamento pubblico dell'Universita';
3. la prospettiva della privatizzazione degli Atenei attraverso la loro
trasformazione in Fondazioni;
4. taglio delle retribuzioni dei docenti e del personale tecnico e
amministrativo

determineranno la scomparsa in breve tempo dell'Universita' italiana, come
sistema pubblico nazionale, previsto e tutelato dalla Costituzione, il cui
mantenimento deve essere a carico dello Stato e non a carico degli studenti
e delle loro famiglie.
E saranno soprattutto gli studenti ad essere danneggiati perche' non sara'
piu' garantita una offerta formativa di qualita', che puo' essere fornita
solo da Atenei in cui i docenti possano svolgere - inscindibilmente -
ricerca e didattica di alto livello.

Il blocco del turn over, riducendo drasticamente il numero dei docenti in
ruolo,  impedisce il necessario ricambio generazionale, aggravando
ulteriormente il problema del precariato, e non consente il giusto
riconoscimento del merito a quanti operano nell'Universita'.

Il mondo universitario e il Paese non possono accettare che venga
smantellata l'Universita' pubblica, che invece va riformata e rilanciata
nel suo ruolo - riconosciuto a parole da tutti - di promotrice dello
sviluppo culturale ed economico nazionale.

L'Universita' non intende sottrarsi a qualsiasi tipo di valutazione che
porti alla valorizzazione del merito, alla esaltazione dei risultati e
all'ulteriore miglioramento del Sistema.

Per rilanciare il Sistema Universitario Nazionale e' tuttavia
indispensabile prevedere:
- maggiori finanziamenti per l'Alta formazione e la Ricerca pubbliche,
adeguandoli agli standard internazionali, allo scopo di consentire a tutti
i docenti di svolgere adeguatamente le loro attivita' di ricerca e di
insegnamento;
- maggiori risorse per un reale diritto allo studio;
- la riforma dell'Organizzazione del Sistema Universitario Nazionale;
- il superamento dell'inaccettabile fenomeno del precariato, attraverso
procedure di reclutamento che premino il merito;
- la riforma del dottorato di ricerca, quale terzo livello dell'Istruzione
universitaria, qualificandone l'accesso e il percorso formativo;
- la riforma della docenza, distinguendo nettamente il reclutamento
dall'avanzamento di carriera, prevedendo per i neo-assunti una retribuzione
piu' elevata e una reale autonomia scientifica, anche al fine di arginare
la "fuga dei cervelli".

Per impedire la demolizione del Sistema Universitario pubblico e'
proclamato lo stato di agitazione.
In tutti gli Atenei saranno promosse Assemblee Generali per discutere sui
contenuti, il significato e gli effetti dei provvedimenti governativi e
sulle piu' adeguate iniziative di mobilitazione.
Si invitano tutti i professori e i ricercatori a non assumere carichi
didattici non espressamente previsti dalla legge.
Si invitano tutti gli Organi collegiali (Senati Accademici, Consigli di
Amministrazione, Consigli di Facolta', di Corso di Studio e di
Dipartimento) a pronunciarsi sui provvedimenti in corso.

E' indetta per martedì 22 luglio 2008 alle ore 10.30 alla Sapienza di Roma
un'Assemblea nazionale aperta a tutte le componenti e a tutte le
rappresentanze universitarie.

Si auspica l'apertura di un confronto di merito su tutte le questioni
universitarie e, in questa direzione, si chiede un incontro con i Ministri
competenti.

10 luglio 2008

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= per ricevere notizie dall'ANDU: inviare una e-mail ad anduesec@tin.it con
oggetto "notizie ANDU"

= per leggere i documenti dell'ANDU: www.bur.it/sezioni/sez_andu.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.php?name=News&file=categorie
s&op=newindex&catid=66
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= per iscriversi all'ANDU: http://www.bur.it/sezioni/moduliandu.rtf
== I documenti dell'ANDU sono inviati a circa 15.000 Professori,
Ricercatori, Dottori e Dottorandi di ricerca, Studenti, ai Presidi, ai
Rettori, al Ministero, ai Parlamentari e agli Organi di informazione.

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Da "la Repubblica" di Napoli del 14 luglio 2008:

La distruzione dell'Università pubblica
di FULVIO TESSITORE

Devo iniziare con qualche premessa, onde evitare qualche malevola
valutazione di quanto mi accingo a osservare. Ricordo, quindi, che sono un
vecchio professore, che puo' vantare quasi cinquant' anni di insegnamento
ed e' in procinto di andare in pensione (per di piu' anticipata di un paio
d' anni, grazie a un demagogico provvedimento del ministro Mussi, che puo'
vantarsi di aver aperto la strada a quella che ormai viene comunemente
indicata come l' Universita' di Tremonti). In sostanza non ho interessi
personali da difendere. Posso sbagliare (e spero che qualcuno me lo
dimostri, per restituirmi serenita' e fiducia), ma parlo solo in difesa di
cio' che resta della nostra gloriosa universita' e dei giovani, i quali -
se ne dica quel che si vuole da parte di disinformati o frustrati - hanno
sempre e solo trovato nelle universita' il luogo della loro formazione
culturale e preparazione professionale. Il decreto 112 del 25 giugno
scorso, collegato alla manovra finanziaria, prevede una serie di norme
destinate a cambiare radicalmente, a mio credere a stravolgere
definitivamente il nostro sistema di formazione e istruzione superiore, in
assoluto dispregio della Carta costituzionale.
Secondo una tecnica e una vocazione consolidata delle forze di destra,
anche questo provvedimento (come la immonda legge elettorale che ci
governa) se non incostituzionale, certamente e' anticostituzionale, nel
senso che, forse, non viola il dettato formale della legge costituzionale,
ma certamente ne viola e offende lo spirito costituente. Di che cosa si
tratta? Detto in breve della privatizzazione del sistema universitario. Non
mi fermo su norme che pur metteranno in condizione di non operare le nostre
universita', perche' prevedono (articolo 66) la riduzione in tre anni del
fondo di finanziamento ordinario (Ffo) di 500 milioni; la drastica
limitazione del turnover, in misura pari al 20 per cento del personale
cessato; la trasformazione degli scatti biennali in triennali, ossia della
sola forma di aumento delle retribuzioni, in tal modo ridotte (si badi non
solo bloccate) per circa 500 milioni, destinati a un non meglio precisato
fondo del bilancio statale, da utilizzare, se del caso, per placare i
camionisti e per tenere in vita artificialmente l' Alitalia, dopo averne
impedita la vendita ad Air France (come si vede il mercato e' bello e buono
quando risponde agli interessi di qualcuno, non in tutte le occasioni in
cui puo' agire da riparatore di un disastro finanziario dell' allegra
finanza pubblica); il taglio (articolo 74) delle piante organiche nella
misura del 10 per cento; la rottamazione (si' "rottamazione") dei docenti
anziani, che l' amministrazione, puo', a suo libito, congedare e via di
questo passo. Naturalmente, in controtendenza, l' Istituto italiano di
tecnologia di Genova, costituito nel quinquennio di governo 2001-2006 della
destra, viene impinguato dei fondi e delle dotazioni patrimoniali della
soppressa Fondazione Iri. E sara' bene ricordare che questo istituto - che
avrebbe dovuto costituire il corrispondente italiano del Mit americano,
secondo quanto sostenuto dai soliti corifei provinciali nostrani - per
quanto ben dotato finanziariamente con un milione all' anno, finora non ha
fatto altro che il restauro degli edifici assegnatigli per sede. Lo ripeto,
non voglio fermarmi su questi punti allarmanti. Credo sia oggi
indispensabile fare un altro discorso, molto semplicemente e, se possibile,
pacatamente, non prima di aver detto che non mi curo dell' accusa che
potra' essermi fatta di conservatorismo, di incapacita' di cogliere i
processi di modernizzazione, di incapacita' di capire i processi di
omogeneizzazione del nostro Paese alle grandi democrazie occidentali. E non
mi curo di queste accuse perche' la piu' parte di quelli che possono
pronunciarle e che le hanno pronunciate in passato godono della mia
disistima, siano di destra o di sinistra. Sono dei provinciali alla
rovescia, che parlano senza sapere cio' di cui parlano. E torno a
domandarmi, di che si tratta? Semplicemente di una rozza, ottusa, criminale
rottura della nostra identita' nazionale, che e' fatta di cultura, quella
cultura di cui le universita' e gli enti di ricerca sono stati fino a oggi
gli artefici e i garanti. Quali le conseguenze di queste norme sciagurate e
ipocrite? Semplice, la drastica riduzione del nostro sistema universitario
a 13/14 sedi in grado di trasformarsi in fondazioni di diritto privato,
lasciando tutte le altre a vivacchiare, finche' potranno (ecco l'
ipocrisia), perche' nessuno le obbliga a trasformarsi in fondazioni. Questo
non e' il peggio della situazione, Prescrivere quanto s' e' detto senza
tener conto delle diverse condizioni socio-economiche del Paese significa
provocare una doppia discriminazione. Una discriminazione tra le parti
ricche e quelle povere del Paese. Una discriminazione tra giovani ricchi e
giovani poveri. Le zone ricche potranno garantire le condizioni di vita
delle universita'-fondazione, quelle povere no e si badi che cio' potra'
riguardare anche una universita' antica e gloriosa, come ad esempio la
Federico II. I giovani ricchi potranno accedere alle universita' private,
che potranno garantirsi l' autofinanziamento piu' o meno agevolmente, senza
piu' temere la contestazione giovanili, tanto i contestatori potranno
sempre accedere alle universita' di serie B, dove si paga poco, si studia
meno e peggio, si ha piu' tempo per il tempo libero. E non e' tutto cio' un
profilo esaltante e liberatorio del privato contro l' oppressione
conservatrice del pubblico? Di certo ci penseranno i patrocinatori della
"societa' civile" (che rispetto molto piu' io che loro) a metterlo in
evidenza. Che cosa significa tutto questo, facendo un piccolo passo avanti?
Significa mettere in discussione la identita' statale del nostro Paese,
privata dell' alimento che le viene dalla identita' nazionale, che e' fatto
di cultura. Vuol dire tutto questo che nulla va mutato nel nostro sistema
universitario? e' vero proprio il contrario. Ma riformare, trasformare
radicalmente si puo' a condizione di sapere qual e' il passato da
modificare, qual e' il presente che si vive e il futuro che si deve vivere.
E si tratta di questioni di cultura, non di economia e neppure di politica,
o meglio, di economia e di politica in quanto queste siano non fini a se
stesse ma strumenti di evoluzione e di progresso culturale e civile.
Significa smetterla di crogiolarsi da provinciali con il vezzo di
raccattare le idee che non si hanno, la conoscenza di cui non si dispone da
qui e da li'. Il modello che sta dietro al decreto sullodato, se modello
e', e' una incolta utilizzazione del modello americano, applicato a una
struttura sociale, culturale, economica del tutto diversa da quella
americana (e non dico nulla sul vero e proprio incubo che per le famiglie
americane sono i costi della formazione nelle grandi e vere universita',
che si traducono in debiti, spesso da saldare in anni e anni, se si ha
fortuna professionale). Sono convinto che le nostre universita', i nostri
docenti, i nostri studenti debbono insorgere, si' insorgere e far sentire
la propria voce. e' il momento di azioni drastiche e decise. Perche' la
Conferenza dei rettori non propone alle sedi la chiusura, con il blocco
delle attivita'? Si vedra' allora se le universita' contano qualcosa in
piu' dei camionisti, se un ministro tracotante vale piu' di una intera
classe di scienziati ed educatori, che all' universita' hanno dedicato la
vita. Non c' e' piu' tempo. Bisogna agire."

Una Scuola che sa soltanto "misurare e ... giudicare" non potrà educare a nulla e nessuno. L'istruzione è e deve esser un aspetto dell'educare e non un mero trasmettere e "sorvegliare e punire [e/o premiare]"!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 25 maggio 2008


 I 10-13 anni di lingua straniera nelle aule non sono sufficienti
L'Italia continua ad essere indietro rispetto agli altri Paesi europei

Per l'inglese la scuola non basta
e i costi arrivano a 20 mila euro

Bisogna svenarsi in corsi, lezioni private, soggiorni all'estero
di SALVO INTRAVAIA


 

<b>Per l'inglese la scuola non basta<br>e i costi arrivano a 20 mila euro</b>

Imparare l'inglese, in Italia, è roba da ricchi. La scuola, sostengono gli stessi italiani nell'ultima indagine Censis, non riesce spesso a fornire neppure una preparazione a livello "di sopravvivenza". E una famiglia che vuole mettere un figlio nelle condizioni di esprimersi correttamente in inglese deve essere disposta a sborsare fino a 20 mila euro.

A scuola, la lingua straniera (in prevalenza l'inglese) si studia per 10 o 13 anni ma evidentemente non basta: nonostante ore e ore di lezione, i nostri giovani restano indietro rispetto ai coetanei degli altri paesi europei che all'estero riescono a comunicare con una certa scioltezza.

Così, chi vuole imparare l'inglese è costretto a rivolgersi ai privati. Ma per mamme e papà che intendono dare ai figli una marcia in più per lo studio, il lavoro o, semplicemente, per comprendere come si "muovono" le cose all'estero, districarsi nella giungla dei livelli europei, delle certificazioni, dei corsi, delle lezioni private, delle vacanze studio all'estero e dell'Europass non è affare semplice.

Cosa significa "conoscere" l'inglese? Quanto deve studiare un ragazzo per raggiungere un livello soddisfacente? Come e dove apprendere la lingua straniera? E quanto costa? Una cosa sembra certa: almeno l'inglese in futuro dovranno conoscerlo tutti. Nel 1998 il Consiglio d'Europa ha introdotto il Pel (il Portfolio europeo delle lingue) che contiene il Passaporto delle lingue. Il documento viene redatto in modalità di autovalutazione in base alle competenze e ai livelli descritti nel Quadro comune europeo di riferimento per le lingue.

Lo strumento viene utilizzato in quasi tutti i paesi europei, ma in Italia non è ancora abbastanza diffuso e applicato. Due anni dopo, nel 2000 a Lisbona, lo stesso organismo ha identificato l'apprendimento/insegnamento delle lingue straniere come uno dei principali temi di sviluppo (economico, sociale, occupazionale e culturale) per l'Europa. E nel 2001, il Consiglio dei ministri europei ha fissato sei livelli di competenza linguistica e comunicativa (dall'A1 al C2). Il primo (A1) è un "livello introduttivo o di scoperta", il successivo (A2) è il livello intermedio o di "sopravvivenza". Ci sono poi due livelli intermedi (B1 e B2) e due livelli avanzati: C1 e C2. Sei le competenze prese in considerazione nel "Quadro comune di riferimento delle lingue": listening (comprendere), speaking (parlare), reading (leggere) e writing (scrivere), interacting (interagire), mediating (mediare).

Ma quanto occorre studiare per raggiungere i diversi livelli? Per Emanuela Sias, del British Council (l'ente internazionale britannico per le relazioni culturali e le opportunità educative) "potrebbero bastare mediamente 120 ore di lezione per ciascun livello". Per raggiungere un livello B2, che consente di "interagire con relativa scioltezza e spontaneità e produrre testi chiari e articolati su un'ampia gamma di argomenti", sarebbero sufficienti in media 480/500 ore di lezione.

Basta dare un'occhiata ai prezzi di mercato delle lezioni private o dei corsi di inglese per farsi un'idea della spesa da affrontare: da 10 a 20 mila euro per lezioni individuali che costano 20/40 euro l'ora o 4.000/7.500 euro per lezioni di gruppo con al massimo 8 persone. Il tutto, per un impegno variabile dai 4 ai 6 anni. E per un livello B2 si può arrivare anche a mille ore, con costi che inevitabilmente lievitano.

Chi se lo può permettere, in estate fa la vacanza studio che per due settimane nei college più prestigiosi può arrivare a sfiorare i 2.500 euro. Chi ha meno disponibilità può optare per la vacanza studio "in famiglia". All'estero è la scuola il contesto privilegiato in cui si imparano le lingue. In Italia, per dimostrare di conoscere l'inglese ci si sottopone all'esame, con costo aggiuntivo, per ottenere una delle tante certificazioni rilasciate dagli enti che fanno capo a istituti britannici o americani (K. E. T, P. E. T., F. C. E., C. A. E., C. P. E., T. O. E. F. L., I. E. L. T. S., Pitman, Cylet, Trinity, E. S. B, per citare le più gettonate). Ogni anno, nel nostro paese, sono circa 230 mila le persone che sostengono l'esame per una certificazione; 100 mila, per lo più ragazzi, si sottopongono a un esame per la certificazione Trinity, divisa in 12 livelli. "Il 70 per cento proviene dalla scuola - dice Claudia Beccheroni, responsabile del Trinity per l'Italia - il 30 per cento ha seguito altri percorsi".

E le mille ore di inglese che si studiano dalle elementari al superiore in Italia? Come mai non riescono a fornire le competenze adeguate? "Le mille ore scolastiche di inglese - continua la Beccheroni - non sono tutte di input attivo. Gli insegnanti si devono occupare anche di altro e le classi sono formate per età anagrafica, non per competenze. Così si demotivano gli alunni e si spreca tempo perché alla fine di ogni ciclo di scuola invece di far tesoro delle competenze acquisite si ricomincia da what's your name?". Ma l'organizzazione, da sola, non basta. Servono anche investimenti per l'aggiornamento dei professori perché una lingua "se non viene esercitata si dimentica o si 'arrugginisce".

All'estero le cose vanno diversamente. "Bisogna fare una distinzione - spiega Claudia Beccheroni - tra insegnamento e apprendimento: il primo è confinato all'ambiente scolastico. Nei paesi dove la lingua inglese è parlata anche dalla popolazione l'apprendimento avviene oltre l'insegnamento formale: dalla televisione e dal cinema senza doppiaggio, ad esempio, che danno una esposizione alla lingua che in Italia è impossibile avere".

E ancora. Libri e giornali in inglese, biblioteche specializzate e internet, che offre anche i corsi on line. Ma soprattutto il Clil (Content and language Integrated Learning): lo studio a scuola di una disciplina in inglese che secondo Linda Rossi Holden, docente di glottodidattica presso l'università di Bologna e curatrice di vari progetti di formazione linguistica a livello europeo, "è il metodo più efficace per imparare una lingua straniera".

Intanto, gli italiani restano indietro. L'ultima indagine Eurobarometro (2006) sulla conoscenza delle lingue straniere condotta dalla Commissione europea è impietosa: l'Italia è al terzultimo posto tra i paesi dell'Ue a 25. Coloro che hanno dichiarato di sapere parlare sufficientemente bene per partecipare a una conversazione in una lingua straniera sono appena 41 su 100. E la lingua più conosciuta è proprio l'inglese.

In paesi come il Lussemburgo, la Slovacchia, la Lettonia e la Svezia le percentuali superano il 90 per cento. In Finlandia sono in grado di sostenere una conversazione in una lingua diversa da quella madre in 7 su 10 e in Francia più della metà dei cittadini. In Italia, la strada per il multilinguismo è lunga: gli italiani che conoscono tre lingue straniere sono 7 su 100, in Danimarca 30 e in Olanda 34 su 100.
("la Repubblica", 24 maggio 2008)




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Il ragazzo ADHD a scuola di Yves C. in "Humanitatis Arx"
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 24 maggio 2008


 

Leggete in "Humanitatis Arx" la Poesia di Yves C.

http://www.technologeek.com/blogs/index.php?blog=36&paged=1&page=1

"La complainte de' élève thada (hyperactif)!" 

[Il ragazzo ADHD a scuola]



e ... 
in questo stesso blog 

la Poesia scritta da una madre al figlio ADHD

"IL SORRISO DI UNA MADRE AL FIGLIO ADHD"
(dedicata a tutte le madri e ai loro figli ADHD)

Un ritaglio di un giornale
per dirmi che domani sarà un giorno
Uguale a tutti gli altri giorni.
Un ritaglio di speranza per credere
Che mio figlio adhd vedrà un domani.
Un ritaglio di carità da offrire a te che soffri
Un ritaglio di cuore che sanguina rosso
E una madre in un angolo con il volto in pianto
Sparso tra valli, mari e monti come fiume in piena.

Un ritaglio di un paradiso perduto
Un ritaglio di un'innocenza infranta
Un padre che vagabonda per il mondo
In cerca di risposte e di perché.
Un ritaglio di un figlio adhd abbandonato
Dall'egoismo degli uomini 'perfetti'
Che tagliano e vivisezionano la coscienza
E la nostra lotta contro i tabù e i pregiudizi.

Il ritaglio dell'intransigenza e dell'intolleranza
Ed il delirio di un uomo che cerca un sorriso
Da regalare in questo nuovo anno.
Ma il sorriso è scomparso dal volto di ognuno.
Un ritaglio da offrire a ciascuno di voi
Per un fratello che sogna la pace e la serenità.
Solo un ritaglio del nostro essere e dell'avere
Signori e Signore, forza comprate e a buon prezzo...
Un ritaglio di un'esistenza vissuta e pagata
A caro prezzo, libbra del mio sangue
Un ritaglio di esistenza costruita nell'infinito
Per diventare uomo e donna e costruire
Una cellula di gioia e di amore.

Che la misericordia alberghi nel tuo cuore
Che la tenerezza vendemmi un sorriso
Cuore di bimbo che sogni un abbraccio
E che la tua incostanza sfugge quest'attimo
Mentre l'incertezza intreccia il tuo animo
E disperi sconsolato in cerca di sicurezze.

Che il tuo mondo sia quello mio
Che la tua vita affranta sia in quella mia
Che le tue lacrime si mescolino a quelle mie
Che le tue risate si fondino con quelle mie
Che il mio sangue sia quello tuo
Che la mia carne trafitta dal dolore sia quella tua
Che il mio sorriso  possa essere il tuo sorriso
Che le mie speranze possano essere quelle tue
Che i miei sogni possano essere quelli tuoi.

Che tu possa trovare un ritaglio di assoluto
In cui costruire la tua esistenza.
Piccolo punto biondo dell'infinito
Che tu possa essere UOMO figlio mio!

in AIFAnewsletter n.145 anno V marzo/2007 n.1
Notiziario sul Deficit d'Attenzione con Iperattività, disturbi e problematiche ad esso correlati, diffuso dall'Associazione Italiana Famiglie ADHD Onlus. 

http://www.aifa.it/home.htm




Intercultura e tecnologia come strumento!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 1 maggio 2008


 

Lab Story, la sit-com sulla scuola multietnica

Massimo Franchi


 

Il set di Lab Story, scuola e interculturalità - foto Unità - 220*165 - 30-04-08
Il set di "Lab Story"
Una sit-com fatta da bambini per spiegare, divertendosi e divertendo, che il mondo è a colori. E visto che ci dobbiamo vivere tutti assieme è giusto conosce e rispettare le abitudini, gli usi le tradizioni di tutti. Si tratta di Lab Story, nove puntate da 15 minuti l'una in onda dal 2 maggio ogni venerdì alle 13,40.

I protagonisti sono 8 bambini tutti di dieci anni che all'interno di un laboratorio di una scuola elementare di Roma imparano a conoscersi. Due sono figli di italiani (Luca, romano e Giuliano, toscano), poi c'è Rebecca (figlia di rumeni), Ivan e Iulia (di polacchi), Nina (di filippini), Nura (di egiziani) e Samuel (di eritrei). Alcuni sono nati in Italia, altri diventeranno italiani fra qualche anno. Ma tutti vanno a scuola e lì diventano cittadini di questo nostro paese.

È il ritratto fedele di una classe delle elementari di una grande città dove la multietnicità è la regola ormai da anni. I bambini parlano tutti l'italiano, chi più e chi meno farcito dall'accento e l'intonazione dei loro genitori.

L'obiettivo è quello di promuovere l'interculturalità: un parolone che i bambini traducono benissimo nel loro vissuto quotidiano. In molti paesi dell'Asia ad esempio il sole è bianco, non giallo e quando lo si guarda il dibattito è assicurato. Oppure il giorno di San Valentino che in Italia è la festa degli innamorati mentre in tanti altri paesi è un giorno qualunque. O ancora quello che si mangia a scuola e che non è quello che molti di loro sono abituati a mangiare a casa.

Le loro storie si sviluppano nell'aula laboratorio, nello sgabuzzino del bidello, nel corridoio e nella zona delle macchinette; s'ingarbugliano tra fraintendimenti linguistici, credenze popolari e bisticci ma in ogni episodio sono proprio i bambini a trovare la chiave di lettura per risolvere il conflitto. Nessuna morale, nessun insegnamento, solo tanta realtà quotidiana.

Mostrando agli spettatori le differenze dei bambini si impara a mettersi nei panni dell'altro e a capire quanto si è fortunati a vivere in un mondo così vario.



 

Il set di Lab Story, scuola e interculturalità - foto Unità - 220*165 - 30-04-08
Tre ragazzi del cast

Tema della prima puntata (in onda venerdì 2 maggio alle ore 13.40 su Rai Tre) e dal titolo Miss perfettissima, e' la gestualità e i diversi modi di esprimere la propria fisicità, per mostrare come i movimenti siano legati ed influenzati dall'ambiente culturale in cui siamo cresciuti.

Ad accompagnare i piccoli in questa avventura e a vigilare su di loro, due maestri, un bidello pasticcione e appassionato di bricolage, che diventano l'esempio e lo spunto per capire come un adulto può interagire con i bambini e guidarli nel gestire la complessità di alcune situazioni. Accanto a loro, anche la tartaruga Achille, raccolta dalla maestra Federica e portata a scuola, che segue talvolta infastidito e talvolta interessato la vita movimentata del lab. Un personaggio speciale, che offrendo di volta in volta il suo insolito punto di vista, offre, con la sua ironia, un ulteriore modo per leggere e affrontare sorridendo, la varietà e la complessità del mondo dei bambini di oggi.

Le 9 puntate di 15 minuti (in onda anche su Rai Edu 1, canale 805 di Sky) sono realizzate con la regia di Daniele Auricchio, story editor Sara Tardelli, protagonisti adulti Paolo Cresta, Ottavia Nigris Cosattini, Andrea Muzzi, la voce di Achille è di Enzo Salomone.

Il progetto televisivo Lab story è nato dalla collaborazione tra Rai Educational di Giovanni Minoli e il Ministero della Pubblica Istruzione. per documentare e promuovere il tema dell'interculturalità, fornendo anche attraverso lo studio della lingua italiana, gli strumenti per favorire la convivenza nella diversità. Un appuntamento tv, in onda da venerdì 2 maggio alle ore 13.40, per rispondere all'esigenza, sempre più avvertita nelle scuole primarie italiane, di promuovere l'intercultura e l'integrazione tra razze diverse presenti all'interno di una stessa classe, fornendo un metodo nuovo d'insegnamento e apprendimento dell'italiano per i bambini stranieri che devono inserirsi nel mondo scolastico e sono sempre più numerosi tra i banchi delle nostre scuole. Obiettivi del progetto, interamente prodotto dalla Rai, sono infatti sposare l'edutainment e l'alfabetizzazione alle lingue: il primo vuole intrattenere il pubblico dei bambini senza tralasciare la linea editoriale educativa, il secondo propone un modello di insegnamento dell'italiano alternativo a quelli strettamente scolastici.

«È la prima volta che Rai Educational produce in proprio una sit com», spiega Mario Orsini, direttore del progetto educativo "IlD" con "Il Divertinglese" e "Il Divertitaliano", programmi con l'obiettivo comune dell'insegnamento delle lingue attraverso la televisione e gli strumenti didattici presenti sul nuovo portale (www.ild.rai.it).

«Lo abbiamo fatto usando come protagonisti dei bambini, una novità assoluta per la tv italiana. Gli attori adulti sono solo delle spalle, dei supporti ai bambini che hanno un copione, ma vanno a memoria con delle improvvisazioni eccezionali».

«Nessun intento di fare una tv didascalica e noiosa. Facciamo intrattenimento e devo dire che siamo molto contenti di come Lab Story è venuto. Ad aiutarci nella scelta degli argomenti abbiamo chiamato degli esperti dell'Università Ca' Foscari di Venezia: non tocchiamo temi religiosi, solo la quotidianità dei bambini», chiude Orsini.

"l'Unità", 01-05-08
Pubblicato il: 30.04.08
Modificato il: 30.04.08 alle ore 18.03
8 Marzo: Donna Arte e Diritti
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 7 marzo 2008


Journée internationale de la femme : 8 Mars 2008 - De l'activisme à travers l'art

2008 marque le 100ème anniversaire de l'action collective des femmes le 8 mars. Pour célébrer cette date-clé, l'Internationale de l'Education a demandé à l'artiste Nora Patrich de créer une affiche commémorative.

Journée internationale de la femme : 8 Mars 2008

Le tableau de Patrich, qui sera dévoilé le 7 mars, représente des femmes issues de diverses cultures portant des livres, symboles de l’éducation, et du pain et des roses, qui symbolisent la Journée internationale de la femme. Ensemble, les femmes franchissent un seuil obscurci pour pénétrer dans la lumière de la solidarité. Le poster est disponible sur : www.ei-ie.org/gender.

Peintre, artiste muraliste et sculptrice ayant un long passé de militantisme, Patrich s’est vue décerner à l’automne dernier le prestigieux prix « Maestro de Vida » de la Confederación de Trabajadores de la Educación de la República Argentina (CTERA), un affilié de l’IE. Ce prix est attribué à des personnes dont la vie et le travail incarnent les valeurs de justice sociale que la CTERA promeut.

L'IE présentera le poster à Bruxelles lors d’un évènement co-organisé avec la Confédération européenne des syndicats et la Confédération syndicale internationale. Cette dernière lancera une campagne sur Travail décent, vie décente pour les femmes et un rapport sur l’écart salarial entre les genres.
Joignez-vous à nous pour la célébration du lancement :

Le 7 Mars à 12.30
Théâtre National
111-115 Blvd Emile Jacqmain
1000 Bruxelles

«Lors de la Journée internationale de la femme et tout au long de l’année, les enseignants travaillent dur pour faire de l’égalité entre les genres une réalité dans les écoles et dans la société», indique la Secrétaire générale adjointe de l’IE, Jan Eastman. “Une éducation de qualité pour toutes les filles et tous les garçons est notre objectif, car elle leur apportera les compétences et la connaissance pour apporter leur meilleure contribution en tant que citoyens du monde ».

En 1908, les membres de l’International Ladies Garment Workers’ Union (Syndicat international des travailleuses de l’habilllement) de New York ont défilé afin de revendiquer le droit de vote et la fin des ateliers de misère et du travail des enfants. Depuis lors, les femmes ont continué de se mobiliser le 8 mars afin de faire valoir l’égalité des droits, de militer en faveur de la paix et de célébrer le progrès. Les Nations Unies ont reconnu cette journée en 1975.

Cette année l’IE appelle ses syndicats membres à soutenir la campagne mondiale visant à mettre fin à la violence à l’encontre des femmes, lancée le 25 février par le Secrétaire général des Nations Unies Ban Ki-Moon. « Il y a une vérité universelle, valable dans tous les pays, dans toutes les cultures et dans tous les groupes », a déclaré Ban Ki-Moon. «La violence à l'égard des femmes n'est jamais acceptable, jamais excusable, jamais tolérable ».

*****

Pour plus d’informations, veuillez contacter Nancy Knickerbocker, coordinatrice Communications de l’IE, au +32 (0) 476 85 07 01 ou Nancy.Knickerbocker@ei-ie.org

 
[2008-03-06] 11:24:03
http://www.ei-ie.org/fr/news/show.php?id=648&theme=gender&country=global


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Unità di Base
U d B   
      
www.unitadibase.it


L’8 Marzo arriva ogni anno...
quest’anno, però, non sarà una festa.
 
Emblematica situazione di donna al lavoro.
Il 2 Febbraio 2008, a una donna peruviana, cassiera al supermercato Esselunga di via Papiniano a Milano, viene negato il permesso di andare in bagno poiché – dicono – non c’era una sostituzione. La donna soffre di problemi renali e non riesce a trattenere l’urina. Dopo essersela fatta letteralmente addosso inizia a star male e, giunta in ospedale, le viene diagnosticata una cistite emorragica e prescritti 15 giorni di malattia. Ritornata al lavoro viene aggredita da uno “sconosciuto” dentro i locali della Esselunga. “Hai parlato troppo” - le viene urlato dall’uomo che la picchia.- “Adesso piscia quanto vuoi” – le urla infilandole la testa nel water.
“In quel momento”-  racconta la donna - “ho visto i miei figli salutarmi per l’ultima volta…”
Piena di lividi, riesce a raccontare dolorosamente la violenza subita.
L’atto è gravissimo e i metodi di dissuasione utilizzati alla Esselunga riportano ai tempi bui.
Tutte le decisioni politiche e le modifiche dei contratti di lavoro che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno peggiorato la situazione di lavoro e di vita delle donne. Lo smantellamento della pubblica amministrazione ha già riportato sulle nostre spalle, magari di precarie o di socie lavoratrici di cooperative, il fardello dell’assistenza ai malati, agli anziani e di tutto il lavoro riproduttivo e, appunto, assistenziale. 
La rete di servizi pubblici deputati all’assistenza è poco strutturata e sempre più precaria!
Oggi qualcosa si deve fare!
La consapevolezza della drammaticità della vita al femminile ha portato tante individualità e tante realtà organizzate a parlare di nuovo di resistenza e di lotta al femminile.
Riprenderci quel che è nostro è il primo obiettivo di tante donne che negli ultimi mesi hanno deciso di ricominciare a discutere e a ricercare momenti comuni, con la volontà, ancora una volta, di lottare.
I frutti della manifestazione del 24 Novembre scorso contro la violenza, e poi dell’assemblea nazionale delle donne del Gennaio 2008, sembrano già indicare una prospettiva importante per il superamento della solitudine, dello sfruttamento e della violenza sul lavoro, così come tra le mura domestiche e nella vita in genere delle donne.
La ripulsa delle donne, partita dalla necessità di rispondere agli attacchi oscurantisti di Ferrara & Co., sta assumendo la forma di un ragionato progetto di riconquista di spazi di libertà, di autodeterminazione e di volontà di lotta.
Dai documenti prodotti a Roma, il 23 e il 24 Febbraio, dove oltre 400 donne a nome proprio o di associazioni e realtà varie si sono confrontate, emerge un forte contenuto alle manifestazioni che sono state indette per Sabato 8 Marzo 2008 in tantissime città italiane:
AUTODETERMINAZIONE!
In barba a tutti i sindacati e i partiti che, nello stesso momento in cui platealmente si dichiarano solidali ai problemi delle donne, si fanno poi complici della situazione di schiavitù in cui siamo ripiombate, le donne si organizzano.           A partire da sé stesse!
UdB, nel far proprie queste parole d’ordine ed indicazioni, invita a visitare il proprio sito - 
http://www.unitadibase.it - dove si possono trovare tutte le informazioni sulle iniziative già indette per l’8 Marzo e i rimandi ai documenti prodotti e alla discussione in corso.   
 
Invitiamo tutte a partecipare alle manifestazioni indette dalle donne in tutte le città per intonare forte e chiaro lo slogan che accomunerà tutte le piazze:
«Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta!».

Bologna,  06.03.08                                      Le Donne di UdB – Unità di Base



permalink | inviato da Notes-bloc il 7/3/2008 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ideogramma di Franco Cambi
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 16 novembre 2007


 
Ideogramma tratto da: F.CAMBI, Manuale di Filosofia dell'educazione,
Roma-Bari,  Laterza, 2000, p.7


Ritalin? Ma va fan...
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 novembre 2007


 

E' presente un nuovo articolo sul blog di troviamoibambini:

PERICOLO - Non cadete nelle trappole subdole…
http://www.troviamoibambini.it/index.php/pericolo-non-cadete-nelle-trappole-subdole/

Il video di Beppe Grillo

IL COMITATO

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vedi pure in
"Infanzia didaweb"


 http://www.descrittiva.it/calip/0607/mona/DDAI-Albano.pdf

Grazie a Stella, riportiamo un saggio di Ademar Bogo su Paulo Freire
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 novembre 2007


 
Documenti: sul MST e lotte per la terra Movimento Sem Terra
www.comitatomst.it

Paulo Freire: Il pedagogista della speranza e della libertà

03/05/2007, Di Ademar Bogo*
Traduzione di Benedetta Malavolti

Paulo Freire è uno di quegli esseri umani che entrano nella storia per non uscirne più. Per la semplicità, la dedizione, la persistenza e l'impegno con i quali si è occupato di educazione, continua ad essere presente in tutti i luoghi nei quali si discute di trasformazione della realtà.

La sua grande scoperta, già verso la fine degli anni '50, è consistita nel comprendere che si apprende a leggere il mondo che ci circonda, ancora prima di imparare parole e frasi. [1]. Partendo da ciò divenne il grande pedagogo, militante e amico delle lotte sociali.

Il cammino indicato per apprendere a leggere il mondo a partire da un'ottica politica è quello della lotta, per questo non solo ha dichiarato che "tutti sappiamo alcune cose" ma ha risvegliato nella generazione del suo tempo e in quelle successive la speranza di cambiare il mondo. Ha coniugato, come se fossero verbi, le parole "speranza e libertà" e le ha messe in relazione nella pratica rivoluzionaria di ogni giorno.

Perspicace come educatore e come militante, ha compreso che il mondo delle necessità contiene in sè i problemi e, allo stesso tempo, le soluzioni. L'organizzazione e la lotta ci rendono soggetti della storia. Così è avvenuto con il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra.

Il problema sociale è il mondo immediato di ogni essere sociale che affronta la vita con la volontà di divenirne soggetto. Leggere l'esistenza dello sfruttamento e del latifondo è stata una forma embrionale di presa di coscienza, che ha permesso ai lavoratori senza-terra, dispersi, di cercare un luogo in cui denunciare quanto sapevano; questo perché, nella lotta sociale, in un primo momento, il sapere si manifesta nella forma della protesta.

La protesta, una volta trovato il luogo in cui potersi esprimere, si trasforma in "denuncia". Nasceva dal confronto tra persone che pur essendo titolari degli stessi diritti vivevano in condizioni molto diverse.

A sua volta, la denuncia si è trasformata in "critica" e questa, sempre spontaneamente, si è trasformata in ribellione. La ribellione è stata il primo segnale che l'organizzazione di classe si andava configurando.

Ora esisteva perchè era visibile e disturbava.

La lettura del mondo ha risvegliato l'"immaginazione" che, in fondo, è desiderio di cambiamento. Era la speranza che sbocciava, come il risveglio della primavera che non si può contenere.

Dopo la lettura del mondo, sono venuti i documenti, le piattaforme di rivendicazioni, le notizie sui giornali che qualcuno che aveva appena imparato a leggere (probabilmente senza aver ancora capito bene in che mondo viveva) riferiva di fronte ad attenti ascoltatori, per sapere se le parole scritte rappresentavano in maniera fedele ciò che avevamo fatto.

In questo modo, il MST, nel suo nascere e crescere, non ha fatto niente di più che riaffermare attraverso la pratica ciò che Paulo Freire aveva descritto nelle sue riflessioni.

La pratica insegna, diceva Paulo Freire, ma questa conoscenza non basta "è necessario conoscere meglio le cose che già conosciamo e conoscerne altre che ancora non conosciamo" [2]. Conoscere, allora, è più di una curiosità, è apprendere la realtà come se questa ci appartenesse.

È attraverso questo cammino che Paulo Freire ci ha preso per mano; facendoci appassionare alla conoscenza e alla umanizzazione, poichè conoscevamo il latifondo per la sua estensione prima dell'occupazione, ma questo non era tutto, le lettere e i numeri riportavano, con precisione, il nome, la dimensione e il proprietario di quel territorio senza fine.

Venendo a conoscenza di queste caratteristiche, abbiamo compreso le classi sociali, abbiamo capito il motivo del nostro stare su lati opposti e il perché del nostro essere nemici. Non lo abbiamo capito tramite testi teorici, ma perché abbiamo visto il proprietario che, da solo, possedeva un'enorme proprietà che non adempiva alla sua funzione sociale. Per questo non c'era terra disponibile nel nostro paese per chi volesse lavorare per sopravvivere.

Il conflitto, secondo questa lettura del mondo e dei testi, si è trasformato nella via d'uscita per dare risposta a quelle necessità che motivavano la lotta. Per questo lottare è bene, è un piacere perché ci insegna a leggere meglio il mondo e a descriverlo come se fosse nostro.

"Stare nel mondo e con il mondo"

Paulo Freire ci ha insegnato il cammino per la formazione della coscienza nella sua forma politica. Ci ha insegnato che "stare nel mondo e con il mondo" non è solo apprendere a leggere la realtà, ma proporsi di modificarla, poiché trasformiamo noi stessi nella misura in cui provochiamo un cambiamento. Freire sosteneva che "il mondo non é, il mondo si sta facendo"

Prima di dedicarsi alla lotta per la terra, le persone "sono nel mondo", ma si comportano come se ne fossero fuori. Vedono i problemi, ma se ne disinteressano. Apparentemente, la fame, la mancanza di lavoro e di abitazioni, ecc., non hanno una causa, e, non avendo cause, non richiedono forme di lotta.

Forse nessuno ha compreso e applicato tanto bene quanto Paulo Freire la terza tesi su Feuerbach, in base alla quale Karl Marx e Friedrich Engels, spiegavano che, "lo stesso educatore deve essere educato" [3]. Ossia, educare significa ricercare i modi per modificare le circostanze in cui viviamo per modificare insieme noi stessi. Separare i soggetti dalle circostanze in cui vivono significa allontanarli dall'impegno. E non può esistere un movimento sociale senza impegno.

Paulo Freire ha compreso che i problemi sociali non sono solo una creazione umana che diminuisce l'umanizzazione, ma sono anche la porta della conoscenza. Allora, nel legame tra l'essere e le circostanze, i problemi si trasformano in temi generatori della stessa conoscenza.

"La lettura del mondo", secondo Paulo Freire, non è niente di più di una lettura di noi stessi e delle situazioni che ci circondano. Attraverso questa lettura riconosciamo che, ciò che sembrava stare solamente fuori di noi, sta anche dentro, sotto forma di cicatrici. L'educatore ci ha aiutato a scoprirci, perché lui si è già scoperto precedentemente e, in sé, ha realizzato il cambiamento in quanto pedagogista.

Per questo, il "professore" della tesi di Marx e di Engels, nel movimento sociale, può essere inteso come leader. Organizzare la lotta significa possedere una conoscenza politica che ha bisogno di abilità, intelligenza e astuzia. Naturalmente, la formazione politica richiede la combinazione di forme e contenuti. Così, si raggiunge il livello di leader quando il fare e il dire non sono in disaccordo; quando le relazioni esprimono la logica delle combinazioni e delle contraddizioni. In questa prospettiva Freire afferma che:

"A partire dalle relazioni dell'uomo con la realtà, risultanti dallo stare con essa e dallo stare in essa, attraverso atti di creazione, ri-creazione e decisione, egli rende dinamico il suo mondo. Domina la realtà. La umanizza. Apporta ad essa qualcosa di cui egli stesso è il creatore. Va temporalizzando gli spazi geografici. Fa cultura..." [4]

Il processo di creazione delle relazioni politiche tra le persone e di queste organizzate con la realtà, che è sostenuto da Paulo Freire, è la base fondante della proposta pedagogica del MST, così per il Movimento, fare un'occupazione o costruire una scuola sono attività di uguale importanza.

Lasciare luoghi inospitali, gli accampamenti e gli insediamenti, per costruire, attraverso il lavoro volontario, la scuola Nazionale Florestan Fernandes, in Guararema, nello Stato di San Paolo, per poi, dopo aver preparato lo spazio, partecipare ai corsi di formazione per militanti, è una dinamizzazione del mondo, che viene ora creato e ri-creato attraverso l'azione delle nuove relazioni sbocciate dall'affermazione di auto-stima. È il valore della salidarietà che eleva l'essere umano verso una nuova categoria, quella del soggetto del vecchio mondo, ma letto e interpretato con gli occhi del nuovo sogno.

Allora stare nel mondo significa volerlo e desiderarlo. Gli occhi che vedono e descrivono, ora sentono che, nel leggere il mondo, saltavano dei pezzi nella lettura, perché non comprendevano la totalità del messaggio offerto per le contraddizioni della realtà. Essere militante è leggere il mondo nella sua interezza. È relazionarsi con il mondo attraverso l'economia, la politica, l'ideologia, la cultura, l'arte, ecc.

Il filo che lega i passi di questa conoscenza è il tema generatore, che appare con facilità, come se ci venisse incontro nel cammino che si fa a piedi. La differenza è che, quanto più si avanza nella militanza, senza abbandonare i temi iniziali, quelli che appaiono sono ogni volta più complessi e sorprendenti. Ossia, se il primo tema stimolatore di discussione e apprendimento era il latifondo, uno spazio determinato, ora è l' imperialismo, spazio mondiale, che ha il volto duro della guerra. Leggerlo, significa interpretarlo, mai temerlo.

Abbiamo imparato con Paulo Freire e nella lotta che la lettura critica del mondo allarga il nostro mondo. E leggerlo in maniera cosciente, ci evita di cadere in inganni e commettere sciocchezze.

La pratica politica e la democrazia.

Nei principi organizzativi ricavati dall'esperienza della lotta di classe nella storia, la democrazia e la partecipazione hanno una grande importanza.
Paulo Freire non ha mai smesso di percepirlo e raccomandarlo. Per lui, il settarismo, oltre ad essere una malattia, è un atto di disamore. "Il popolo non conta e non ha peso per il settario, se non come supporto per i suoi fini...".[5]

Non è possibile organizzare un movimento sociale imponendo ideali e screditando le idee amiche. Un movimento sociale è figlio della solidarietà politica della società. Dimenticare questo dettaglio significa isolarsi e provocare la propria sconfitta. Un movimento sociale è un'opera collettiva, sia di coloro che direttamente partecipano, sia di coloro che ne ammirano la costruzione. Una lettura favorevole dei fatti crea le circostanze per i passi successivi. L'occhio amico è sempre una trincea di autodifesa.

È questo il senso che si può estrarre dalle parole di Paulo Freire, quando afferma che la forza non deve mai mancare di rispetto all'intelligenza. In opposizione al settario pone il radicale. Mentre il primo si considera l'unico creatore della storia, il radicale "rigetta l'attivismo e sottomette sempre le sua azione alla riflessione".[6], per questo non detiene previene la storia. Il settario allontana, non accetta che gli si avvicinino e non desidera aiuto. Per questo "non crea nulla, perché non ama".
Studia, ma non impara niente. Fare politica è un esercizio affettivo. La creatività dipende dall'affettività e dal rispetto. La rabbia e l'arroganza possono solo tornare utili ai nemici, poiché entrambi sono forze che ci distruggono da dentro.

Il settarismo si può manifestare in qualunque aspetto della convivenza sociale e politica. Percepire le sue caratteristiche significa mettere a freno in tempo la disarmonia interna.

In questo senso, abbiamo imparato che tutte le manifestazioni culturali, siano esse artistiche o religiose, sono ideali e pratiche che, invece di essere discriminate, represse e proibite, devono essere interpretate e incentivate. Le feste e l'allegria non possono essere separate dalle attività politiche, perché la società che vogliamo costruire non può essere triste e grigia.

Nel contesto della lotta contadina, una lettura corretta del mondo ci permette di vedere che la società si organizza e si divide in classi sociali, non in fedi religiose né tanto meno in etnie o generi.
E che nei movimenti sociali,la partecipazione è motivata dalla condizione e dalla posizione di classe. Donne e uomini appaiono come soggetti creatori dell'opera di emancipazione. È attraverso la partecipazione politica che impariamo a leggere il mondo dal punto di vista politico.

Nel lavoro quotidiano, constatiamo che i testi più difficili da leggere nella lotta sociale sono quelli prodotti dai settari, perché ci forzano a rompere con i sentimenti che dovrebbero essere preservati.
La democrazia, allora, non è altro che permettere a ciascuno di leggere il mondo con i propri occhi affinchè si proponga, insieme con gli altri membri della classe, di trasformarlo.

L'esempio dell'etica rivoluzionaria.

Paulo Freire pensava che la più grande preoccupazione circa la trasformazione del mondo, è se questa contribuisca o meno all'emancipazione e all'umanizzazione. Affermava che "anche se non ce ne accorgiamo, la nostra prassi, come educatori, è per la liberazione degli esseri umani, per l'umanizzazione, o per l'addomesticamento, la dominazione".[7] Lui ci ha sfidato a seguirlo, non soltanto nell'educazione, ma anche nelle attività politiche e nelle lotte sociali. Freire ci ha spinto ad essere agenti di trasformazione.

Ma essere agenti di trasformazione richiede una riflessione su quale contenuto debba essere sviluppato perché le persone si trasformino insieme e in meglio. Questo si può ritrovare negli scritti di Paulo Freire, che non fa altro che dichiarare che tutti siamo capaci e che abbiamo dentro di noi la capacità di far-ci diversi da quello che siamo. Ma, proprio per questo, è necessario fare attenzione a renderci diversi dagli oppressori.
Non ci separa da loro solo una differenza di classe ma, soprattutto, una profonda differenza di carattere e di comportamento rispetto alla classe borghese. Su questo tema Freire ci ha allertati:
"È necessário che i rivoluzionari diano testimonianza, sempre di più, della radicale differenza che li separa dalle forze reazionarie". [8]

E questa testimonianza è "il fare" propriamente detto della liberazione. Tuttavia, la testimonianza non si dà senza conflitto, così l'etica diviene necessaria perché si possano valutare i metodi utilizzati nelle relazioni politiche interne o nel modo di relazionarsi con i nemici.

È in questo contesto che si può estrarre dal pensiero di Paulo Freire l'importanza data alla cultura. Per lui le azioni si trasformano in cultura nel senso che, nel fare storico, la realizzazione del possibile di oggi deve rendere possibile per domani l'impossibile di oggi. Voler invertire o imporre un'inversione di questo ordine significa attentare alle possibilità storiche. L'impossibile di oggi dovrà divenire il possibile di domani. È necessario lavorare per questo, con un piede nel presente e un altro che pone le basi per il futuro, perché i sogni non si stanchino o si addormentino.

Nella sua relazione con il MST, Paulo Freire non ha mai nascosto il suo entusiasmo perché percepiva che l'opera di alfabetizzazione, iniziata da lui negli anni 50 nel Nordeste del Brasile, continuava a vivere nel quotidiano della lotta per la terra, per la scuola e per la dignità; e nella formazione politica dei nostri militanti.
Ha esternato la sua contentezza in una dichiarazione registrata in un vídeo, nel novembre del 1996, che dedicò agli educatori e alle educatrici del MST, dicendo, a chiusura del suo discorso: "Vivano per me, poiché non posso vivere l'allegria di lavorare con i giovani e gli adulti che, con la loro lotta e con la loro speranza, stanno riuscendo a diventare se stessi e se stesse".[9]

La pertinacia di Paulo Freire e la sua profonda fede nel popolo, nella capacità di organizzarsi e trovare le forme per la propria liberazione, fa di lui un grande punto di riferimento per i movimenti sociali che hanno imparato, più che ad imitarlo, a tenerlo come compagno nella formazione politica.

Nel MST, sono innumerevoli gli omaggi fatti a Freire, sia nel cambiamento dei nomi delle antiche fazende in nuovi insediamenti, sia nei centri di formazione o nelle scuole di base. La sua opera è letta in tutti i corsi di formazione per educatori, dall'insegnamento medio fino all'università, e in quelli di formazione politica; il suo volto appare nei murali e nelle pitture fatte da artisti che lottano per la terra e per l'emancipazione di tutta la classe lavoratrice; i suoi insegnamenti compaiono nelle parole d'ordine, nelle mistiche e nelle musiche fatte per gli studenti della terra di tutti i luoghi del Brasile.

Non è, ma potrebbe essere di Paulo Freire, la celebre frase "Proletari di tutto il mondo, unitevi", poiché questo era il suo sogno, ancora vibrante in tutti i paesi in cui ha militato e insegnato.

Per tutta la sua traiettoria storica e politica, gli educatori e le educatrici del popolo e dei movimenti sociali, ricordano Paulo Freire come pedagogo, ma soprattutto come militante della speranza e della libertà.

Testo pubblicato nella Cartilha Paulo Freire Vive! Hoje, 10 anos depois...

*Membro del coordinamento nazionale del MST.

Bibliografia
1.
FREIRE, Paulo. A importância do ato de ler. 41.ed. São Paulo: Cortez, 2001
2. FREIRE, Paulo. Ação cultural para a liberdade. 6.ed. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1982.
3. MARX, Karl e ENGELS, Friedrich. A ideologia alemã. São Paulo: Centauro, 2002, pag. 108.
4. FREIRE, Paulo. Educação como prática da liberdade. 15.ed. São Paulo: Paz e Terra, 1983, pag. 43.
5. Ibid, pag. 52.
6. Ibid, pag. 50.
7. FREIRE, Paulo. A importância do ato de ler. 41.ed. São Paulo: Cortez, 2001, pag. 69.
8. FREIRE, Paulo. Ação cultural para a liberdade. 6. ed. Rio de Janeiro: Paz e Terra,1982, pag. 79.
9. Paulo Freire em MOVIMENTO DOS TRABALHADORES RURAIS SEM TERRA. Paulo Freire: um educador do povo. São Paulo: Associação Nacional de Cooperativa

(Traduzione Benedetta Malavolti)


in http://www.comitatomst.it/mst0507a.htm




permalink | inviato da Notes-bloc il 9/11/2007 alle 23:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
Beh, ragazzi, alla luce di quanto stiamo dicendo di "educazione", che ne pensate dell'articolo di Hugo Novotny?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 24 ottobre 2007


 

Multiculturalità e nonviolenza: nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, sociali e personali

17 Settembre 2007

Le sfide del nostro tempo, condizionate dal processo di transizione dell’umanità verso un nuovo ciclo della sua spirale evolutiva, hanno una portata inedita. Non ci dilungheremo ora sulla globalizzazione e sulle sue conseguenze, sulle minacce del riscaldamento globale, di una catastrofe ecologia o nucleare, del terrorismo, sebbene in qualche misura tutto ciò sia legato al nostro tema.
La questione che, nascendo dal cuore di questo processo, merita oggi la nostra attenzione, è riferita alle particolari caratteristiche dell’attuale bivio storico e alle possibili strade per il suo superamento; alle premesse per la risoluzione della crisi più profonda mai vissuta dall’umanità in tutta la sua storia.

Il potenziale tecnologico accumulato nel nostro pianeta è tale che non è ammissibile continuare a provocare conflitti e guerre. Se si prosegue su questa strada, della civiltà umana non resterà nulla. La comunità mondiale deve prendere coscienza del fatto che l’espansionismo di alcuni popoli o paesi a costo di altri è arrivato all’ultimo limite. L’espansionismo orizzontale non funziona più. È necessario cominciare a crescere in verticale: verso le profondità oceaniche, verso il cosmo, per mezzo di sforzi congiunti. E utilizzando lo stesso metodo, con sforzo congiunto e non concorrenza, risolvere definitivamente i problemi di povertà, alimentazione, malattie mortali; garantire salute ed educazione a un livello degno per tutti.
Il progresso in questa direzione non implica solo nuovi accordi internazionali sul disarmo, ma anche un cambiamento radicale di mentalità: dalla nota filosofia della violenza verso una nuova cultura della nonviolenza; dal concetto di “scontro di civiltà” verso la convergenza di popoli e culture; dalla società del consumo a una vera società umanista che ponga in primo luogo il pieno sviluppo dell’essere umano (nel corpo, nell’anima e nello spirito); garantendo inoltre che tale sviluppo coinvolga non solo alcuni settori privilegiati, ma la società nel suo insieme.
Sarà utile soffermarci su ciascuno dei cambiamenti necessari. Per iniziare, parleremo della cultura della nonviolenza e della sua metodologia, tanto per la risoluzione dei conflitti quanto per la trasformazione della società.
Nella storia troviamo numerosi esempi di persone che ci mostrano il cammino della nonviolenza.
Mahatma Gandhi e il suo movimento di resistenza al colonialismo inglese non solo diedero all’India l’opportunità di ottenere l’indipendenza mediante un cammino nonviolento, ma dimostrarono al mondo che la nonviolenza non è pacifismo, passività, ma una posizione attiva, una metodologia efficace e di alta qualità morale per il raggiungimento di obiettivi politici.
Da parte sua Martin Luther King, dimostrò l’efficacia della metodologia della nonviolenza a livello sociale, guidando il movimento di neri americani che lottavano contro la discriminazione e l’umiliazione che soffrivano nei formalmente “democratici” Stati Uniti d’America.
Tanto M. Gandhi quanto Luther King basarono la propria azione sulle idee di Leone Tolstoj, che sviluppò il concetto del primo cristianesimo di “non opporti al male con la violenza”. Questo insegnamento morale è espresso nel libro di Tolstoj “Il regno di Dio è in voi”, che fu riconosciuto come fonte di ispirazione da gente di diverse latitudini per tutto un periodo storico.
Proseguendo su questa strada, nella nostra epoca Mario Rodriguez Cobos – Silo, filosofo latinoamericano, fondatore della corrente di pensiero nota come Umanesimo Universalista, pensatore o, come è stato chiamato dai media canadesi: il “saggio delle Ande”, afferma:
“Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri… Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore… Porta la pace in te e portala agli altri”.

Davanti a noi una prospettiva completamente nuova: i nemici non sono fuori, ma dentro l’essere umano e superarli nella propria coscienza, per mezzo della riconciliazione interna, è il compito vitale più importante e, allo stesso tempo, un cammino reale di trasformazione del mondo che ci circonda. In questo modo si elimina alla radice la divisione di confronto tra “noi” e “loro” che ha condizionato per tanto tempo la relazione violenta e discriminatoria verso gli “altri”.
È evidente che in tutte le culture e in tutte le epoche sono esistiti persone e movimenti che hanno lottato per un mondo più umano con metodi nonviolenti. È indispensabile prestare maggiore attenzione, studiare attentamente queste esperienze storiche alla ricerca di mezzi alternativi e di alta qualità morale che aiutino a superare l’attuale crocevia della civiltà. Non si può guardare la storia come una semplice cronologia di guerre e conflitti, come un processo di perfezionamento delle tecnologie di distruzione; al fine di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo successivi dell’umanità è necessaria una nuova visione del mondo, della storia e di conseguenza del futuro. È di massimo interesse l’esempio storico di Federico II, imperatore romano-germanico del sec. XIII la cui saggia politica consentì non solo di recuperare Gerusalemme per il mondo cristiano senza spargere una sola goccia di sangue, grazie a un accordo con il sultano arabo Al-Kamil, ma anche di costruire uno stato multiculturale fiorente. Un’esperienza su cui oggi sarebbe necessario soffermarsi a pensare.
È evidente che nella situazione attuale il concetto di “multiculturalità ha un enorme significato. Presuppone non solo un atteggiamento di rispetto verso i rappresentanti di altre culture (che oggi non è poco), ma anche la creazione di spazi per il dialogo, la collaborazione e la convergenza delle più diverse culture; lo sviluppo di concetti e di procedimenti che rendano possibile tale convergenza, in luogo dell’ancora vigente comportamento bestiale, indegno per l’essere umano del XXI secolo, di aggressione e dominazione di alcuni popoli su altri, giustificato dall’idea dello “scontro di civiltà”.
Credo che sia necessario sottolineare e precisare ulteriormente il concetto enunciato.
Per “multiculturalità” intendiamo non solo il rispetto verso “l’altro”, la tolleranza, ma anche l’interazione costruttiva, la convergenza di culture diverse sulla base del mutuo riconoscimento dei loro momenti umanisti, così come la possibilità di condividere esperienze spirituali profonde tra persone di culture e confessioni diverse, o di convinzioni atee.

Questo ultimo punto è di enorme attualità per il momento che viviamo, quando il confronto tra diverse confessioni religiose è utilizzato da determinati circoli di potere come giustificazione per il conflitto armato. La fede, la religiosità, è una forza potentissima che cresce dall’interno dell’essere umano e può essere indirizzata verso la costruzione o verso la distruzione. Da questa scelta dipende molto il superamento, da parte dell’umanità del XXI secolo, del punto di bivio evolutivo verso un mondo fondamentalmente nuovo, nonviolento; oppure, in caso contrario, la liquidazione totale della specie umana.
In questo senso sono di particolare interesse gli esempi della Russia e, nel secolo scorso, dell’Unione Sovietica, in grado di creare uno stato multiculturale e multiconfessionale; un’esperienza di coesistenza costruttiva tra popoli tanto diversi in un territorio comune. Proprio tali esperienze sono necessarie nel mondo di oggi per avanzare verso la nazione umana universale che già inizia a delinearsi.
E un’altra questione, molto importante per il momento attuale, legata alla visione cosmologica, al concetto del mondo che possa servire da base per una società veramente umanista.
Quando l’essere umano uscì dai limiti della Terra e, con i suoi occhi, navigando vide questa sfera, questa meravigliosa sfera azzurra che fluttuava nel cosmo, comprese che il suo mondo è un’unità, senza frontiere che dividono i popoli; comprese che non è solo nella sua città, nel suo paese, nel suo continente, nel suo pianeta. Quando l’essere umano vide il suo fragile mondo solcando lo spazio tra milioni di stelle e di galassie, sentì, dal profondo del suo cuore, un indescrivibile amore per la vita, per l’umanità, per tutto ciò che esiste… Esattamente questo sentimento è in grado di ispirare nelle persone cambiamenti significativi nella loro visione del mondo e nel loro comportamento, di spingere profonde trasformazioni nella direzione dell’umanizzazione della Terra.
Quindi la nonviolenza, la multiculturalità, l’atteggiamento aperto al dialogo e la riconciliazione, l’esperienza spirituale condivisa; l’amore per l’essere umano, la natura e tutto ciò che esiste; una nuova visione del mondo dal punto di vista del cosmonauta, sono pilastri dell’Umanesimo Universalista e, allo stesso tempo, sono premesse necessarie per il successivo sviluppo dell’umanità nella sua spirale evolutiva.

Abbiamo parlato di concetti, di procedimenti e anche di spazi che possano favorire il processo di convergenza di culture, l’elevazione spirituale e morale dell’essere umano. Nella costruzione di tali spazi lavorano oggi gli umanisti in diversi punti del pianeta. Si tratta dei parchi multiculturali del Messaggio di Silo. Due di essi sono già pienamente funzionanti in America Latina: il Parco La Reja, nei dintorni di Buenos Aires, Argentina e il Parco Manantiales nelle vicinanze di Santiago del Cile. Tra di essi, in piena Cordigliera delle Ande, vicino al monte Aconcagua, all’altezza di 2.700 m si trova il Parco Punta de Vacas, un parco con significato mondiale. All’apertura di questo Parco, il 4 maggio di quest’anno, sono arrivati quasi 10.000 pellegrini e visitatori da tutti i continenti in cerca di ispirazione per il loro lavoro nel campo dell’umanesimo e della nonviolenza. Sono anche iniziati i lavori di costruzione di parchi simili a Caucaia (Brasile), Attigliano (Italia), Toledo (Spagna), California (per l’America del Nord, Bombay (per l’Asia) e Alessandria (per Medio Oriente e Africa). Tutti questi punti hanno un grande significato storico come luoghi di incontro tra popoli, culture e confessioni.
Per terminare, altro sulla diffusione e la realizzazione delle idee espresse. Per una risoluzione delle Nazioni Unite in memoria della nascita di Mahatma Gandhi, il 2 ottobre è stato dichiarato Giornata Internazionale della Nonviolenza. Si tratta di un avvenimento importante: in primo luogo perché implica un riconoscimento della validità universale della nonviolenza; in secondo luogo perché gli eventi che si realizzeranno contemporaneamente quel giorno in tutto il mondo possono influire molto positivamente nella diffusione delle idee e della metodologia della nonviolenza applicate alle relazioni internazionali, sociali e interpersonali. Sarà importante la partecipazione alle attività corrispondenti, non solo da parte di persone e organizzazioni di tutti i paesi, ma anche di diversi strati sociali, di organizzazioni sociali, governative e, in particolare, la più attiva partecipazione da parte di bambini e giovani, come eredi e costruttori del nuovo mondo che sta nascendo sotto i nostri occhi.
In particolare, dal nostro Centro, proponiamo di includere tra le risoluzioni della presente conferenza un punto riferito all’appoggio a tale evento.

Hugo Novotny
CEHM (Centro Mondiale Studi Umanisti)

http://www.terra2.tv/2007/09/13/cosa-e-la-nonviolenza-un-documentario-parte-1-di-4/

N.B.: GLI STUDENTI UNIVERSITARI INTERESSATI SI COLLEGHINO SU sito di ignaziol icciardi

Beh, abbiamo bisogno di una "scuola" laboratoriale e cooperativa e, certamente, critica e creativa!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 12 ottobre 2007


 

PSICOLOGIA

Bambini troppo ansiosi

Paura per il terrorismo, per il riscaldamento globale e per il futuro: i piccoli di oggi non sono spensierati

LONDRA - «Godi fanciullo mio, stagion lieta e soave è cotesta» scriveva Giacomo Leopardi nel Sabato del villaggio, indicando nella giovinezza e nell’infanzia gli unici periodi della vita nei quali la gioia poteva albergare nell’animo umano.

LO STUDIO - Purtroppo, secondo unostudio inglese di recente pubblicazione, non è proprio così. Infatti tra i ragazzini di età compresa tra i sette e gli undici anni sembra che tra i sentimenti regnino sovrani quelli più negativi e più adatti a un adulto. Ansia pervasiva, stress e paura del mondo che li aspetta sono solo alcuni degli stati d’animo più frequenti nei giovanissimi britannici. Lo studio basato su di un campione di 700 individui, composto da bimbi, genitori e insegnanti, ha portato in superficie timori di ogni genere: il terrorismo, il riscaldamento globale e tanta paura per gli esami futuri. I risultati della ricerca dell’università di Cambridge convergono con i dati comparsi su un report dell’Unicef che situava il Regno Unito all’ultimo posto del benessere infantile nel mondo sviluppato. Un altro studio sociale rivela che tra i dieci e i quindici anni il 95 per cento dei giovani inglesi ha commesso almeno un reato.

GLI SBAGLI DEI GENITORI - I genitori pretendono figli studiosi, pagano le loro ripetizioni già prima degli undici anni, ne influenzano le scelte scolastiche, forse prestando più attenzione alle proprie frustrazioni che ai desideri e alle inclinazioni dei figli. I ragazzini, soprattutto quelli che vivono in città, hanno paura di uscire dalla scuola e finire in mezzo a una società violenta e senza rispetto, mentre i loro genitori temono molto di più gli incidenti stradali. Ma non e tutto così drammatico, per fortuna, perché i ricercatori di Cambridge si sono accorti anche del fatto che nelle scuole al cui interno i docenti parlano dei problemi che spaventano i giovanissimi, la situazione è molto più tranquilla e gli alunni più sereni. A dimostrazione che i tabù e i silenzi non sono mai serviti a granché e che anche se l’infanzia e la gioventù sono un periodo bellissimo della vita quasi mai si tratta di una fase esente da paure. Come ricorda il direttore della ricerca inglese, il Professor Robin Alexander: «Ogni generazione ha i propri incubi e problemi con i quali confrontarsi».

Emanuela Di Pasqua
"Corriere della sera", 12 ottobre 2007


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