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di Ignazio Licciardi
Rileggendo Rosa Luxemburg
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 25 ottobre 2011


"La Rivoluzione Russa. Un esame critico" è un breve scritto, redatto nel 1918 in carcere e pubblicato postumo nel 1922. 
ROSA LUXEMBURG.

La Rivoluzione Russa - Un esame critico.


..I Bolscevichi sono gli eredi storici dei Livellatori inglesi e dei Giacobini francesi. Ma il compito concreto loro assegnato nella rivoluzione russa, dopo la presa del potere, si presentava incomparabilmente più arduo di quello dei loro predecessori storici. (Importanza della questione agraria. Già nel 1905. Poi nella III Duma i contadini i contadini di destra! Questione contadina e difesa, esercito).

Certo, la parola d'ordine dell'occupazione e della ripartizione immediata e diretta della terra da parte dei contadini era la formula più rapida, semplice e lapidaria per raggiungere due scopi: distruggere la grande proprietà terriera e legare immediatamente i contadini al governo rivoluzionario.

Come misura politica per il consolidamento del governo proletario-socialista si è trattato di una tattica eccellente. Ma purtroppo essa presentava due aspetti, e il rovescio della medaglia consiste nel fatto che l'occupazione diretta della terra da parte dei contadini non ha pressoché nulla in comune con l'economia socialista.

La trasformazione dei rapporti economici in senso socialista presuppone due misure per quanto riguarda i rapporti agrari. In primo luogo la nazionalizzazione per l'appunto della grande proprietà terriera come soppressione della concentrazione tecnicamente più progredita di mezzi di produzione e di metodi agricoli, la quale sola può servire nelle campagne da punto di partenza del sistema economico socialista.

Mentre naturalmente non occorre togliere al piccolo contadino il suo campicello (e gli si può tranquillamente rimettere la decisione di optare liberamente, in conseguenza dei vantaggi presentati dall'esercizio sociale, per il legame cooperativo in un primo tempo, e da ultimo per l'inquadramento nell'esercizio collettivistico), ogni forma economica socialista della terra non può evidentemente non prendere le mosse dalla grande e media proprietà terriera. In questo campo essa deve innanzi tutto trasferire il diritto di proprietà alla nazione o, se si vuole, allo stato: ciò che fa lo stesso nel caso di governo socialista; poiché soltanto una misura di questo tipo garantisce la possibilità di organizzare la produzione agricola sulla base di punti di vista socialisti organici e generali.

Secondo presupposto di questa trasformazione è poi la separazione dell'agricoltura dall'industria, questo caratteristico aspetto della società borghese, venga eliminato per far posto a una reciproca compenetrazione e fusione, a uno sviluppo tanto della produzione agricola come di quella industriale secondo punti di vista unitari. Come nel particolare possa effettuarsi l'amministrazione pretica: se attraverso comunità urbane, come propongono alcuni, o da un centro statale, in ogni caso è presupposta una riforma unitariamente condotta e introdotta dal centro, la quale a sua volta presuppone la nazionalizzazione della terra. Nazionalizzazione della media e grande proprietà terriera, unificazione dell'industria e dell'economia agricola, ecco due direttive fondamentali di qualunque riforma economica socialista, senza le quali non si dà socialismo. Che il governo sovietico russo non abbia effettuato queste imponenti riforme chi glielo potrebbe rimproverare? Sarebbe un bello scherzo pretendere o attendersi da Lenin e compagni che nel loro breve periodo di potere, in mezzo all'impetuoso vortice di lotte interne ed esterne, assillati tutt'attorno come sono da miriadi di nemici ed opposizioni, potessero risolvere uno dei più ostici, anzi, anzi possiamo tranquillamente affermare: il compito più ostico della trasformazione socialista o anche soltanto affrontarlo! Una volta giunti al potere, anche noi in Occidente e nelle condizioni più favorevoli, avremo occasione di spezzarci parecchi denti su quest'osso, prima di risolvere soltanto le più ordinarie delle mille complicate difficoltà di questo compito immane! A un governo socialista, che sia giunto al potere, spetta in ogni caso un compito: prendere provvedimenti, che siano coerenti con questi fondamentali presupposti di una successiva riforma socialista dei rapporti agrari, ed evitare almeno tutto quanto sbarri la strada a quelle misure. Ora, la parola d'ordine emanata dai bolscevichi: presa di possesso e ripartizione immediata della terra da parte dei contadini, non poteva non agire esattamente nella direzione contraria. Non solo non si tratta di una misura socialista, ma ne sbarra anche la strada, innalzando insuperabili difficoltà davanti alla trasformazione dei rapporti agrari in senso socialista. L'occupazione dei latifondi da parte dei contadini, in conseguenza della breve e lapidaria parola d'ordine di Lenin e dei suoi amici: Andate e prendetevi la terra!, ha portato semplicemente al repentino e caotico trapasso dalla grande proprietà terriera in proprietà fondiaria contadina. Ciò che ne è derivato, non è proprietà sociale, ma nuova proprietà privata, e precisamente smembramento della grande proprietà in possessi di media e minore grandezza, del grande esercizio relativamente progredito in piccolo esercizio primitivo, tecnicamente al livello dei tempi dei Faraoni. Non basta: attraverso questo provvedimento e il modo caotico, puramente fondato sull'arbitrio, della sua attuazione, i divari di proprietà della terra non furono eliminati, ma solo inaspriti. Sebbene i bolscevichi esortassero i contadini a formare dei Comités per fare, in qualche modo, dell'occupazione dei latifondi nobiliari una collettivizzazione, è chiaro che questo consiglio generico non può nulla mutare alla prassi concreta e alle concrete relazioni di forza nelle campagne. Sicuramente, sia con Comités che senza, contadini ricchi ed usurai, che costituivano la borghesia paesana e che in ogni villaggio russo avevano nelle mani l'effettivo potere locale, sono diventati i principali profittatori della rivoluzione agraria.

È aprioristicamente evidente che quale risultato della ripartizione della terra le disuguaglianze sociali ed economiche tra i contadini non sono state affatto eliminate, ma solo accentuate, i contrasti di classe inaspriti. Ma questo spostamento di forze ha avuto luogo a sfavore degli interessi proletari e socialisti. Prima, a una riforma socialista nelle campagne avrebbero offerto resistenza tutt'al più una piccola casta di grandi proprietari terrieri nobili e capitalisti, come pure una piccola minoranza di ricca borghesia paesana, la cui espropriazione da parte di una massa popolare rivoluzionaria è gioco da fanciulli. Ora, dopo l'"occupazione", avversaria di qualunque socializzazione socialista dell'agricoltura, è diventata una massa enormemente accresciuta e forte di contadini possidenti, che difenderà coi denti e con le unghie le proprietà appena acquisite contro ogni attentato socialista. Attualmente, in Russia, la questione della futura socializzazione dell'agricoltura, anzi della produzione in generale, è diventata elemento di discordia e di lotta tra il proletariato urbano e le masse contadine. Quanto aspro si già ora diventato il contrasto, lo dimostra il boicottaggio contadino delle città, alle quali rifiutano i mezzi di sussistenza, per farne speculazioni, esattamente come gli Junker prussiani. Il contadino parcellare francese era diventato il più valoroso difensore della grande rivoluzione francese, dopo che questa gli aveva regalata la terra confiscata all'emigrazione. Come soldato napoleonico egli portò alla vittoria la bandiera francese, attraversò tutta l'Europa e distrusse il feudalesimo in un paese dopo l'altro. Lenin e i suoi amici possono essersi attesi un effetto simile dalla Loro parola d'ordine agraria. Invece il contadino russo, una volta preso materialmente possesso della terra, non si è neppure sognato di difendere la Russia e la Rivoluzione, a cui doveva la terra. Si è tuffato nel suo nuovo possesso ed ha abbandonato la rivoluzione ai suoi nemici, lo Stato alla rovina, la popolazione cittadina alla fame.

[Discorso di Lenin sulla necessaria centralizzazione nell'industria. Nazionalizzazione delle banche, del commercio e dell'industria. Perché non della terra? Qui, al contrario, decentralizzazione e proprietà privata. Il programma agrario peculiare di Lenin prima della Rivoluzione era diverso. Lo slogan desunto dai tanto ingiuriati socialisti-rivoluzionari, o più esattamente: del movimento spontaneo contadino. Per introdurre princìpi socialisti nei rapporti agrari, il governo sovietico ha cercato ora di mettere in piedi coi proletari (per lo più elementi cittadini, disoccupati) delle comuni agricole. Ma è facile profezia che i risultati di questi sforzi, commisurati all'intero ambito dei rapporti agrari, siano inevitabilmente rimasti impercettibili, e per una valutazione della questione assolutamente irrilevanti. (Dopo aver spezzettata in piccoli esercizi la grande proprietà fondiaria, il punto di partenza più appropriato per un'economia socialista, si cerca ora di edificare da piccole fondamenta aziende comuniste modello). Nel sistema di rapporti dato, queste comuni rivestono solo il valore di un esperimento, non di una larga riforma sociale. Monopolio dei cereali con premi. Adesso, post festum, introdurre la lotta di classe nei villaggi!].

La riforma agraria leninista ha procurato al socialismo un nuovo potente strato sociale di nemici nelle campagne, la cui resistenza sarà molto più pericolosa e tenace di quanto non sia stata quella dei grandi proprietari terrieri aristocratici.

Che la sconfitta militare si sia trasformata nel crollo e nella disgregazione della Russia, è in parte colpa dei bolscevichi. Questi si sono da se stessi appesantiti oltre misura le difficoltà obiettive della situazione attraverso una parola d'ordine che hanno spinto in prima linea della loro lotta politica: il cosiddetto diritto di autodeterminazione nazionale, o ciò che in realtà sta sotto questo slogan: la disgregazione statale della Russia. La formula, sempre di nuovo proclamata con dottrinaria cocciutaggine, del diritto delle varie nazionalità dell'Impero Russo a determinare autonomamente il proprio destino "ivi compresa la separazione statale dalla Russia", è stata durante la loro opposizione contro l'imperialismo sia di Miljukow che di Kerenski, ha costituito l'asse della loro politica interna dopo il rivolgimento d'ottobre, e tutta quanta la piattaforma bolscevica a Brest-Litowsk, l'unica arma, che avessero da contrapporre alla posizione di forza dell'imperialismo tedesco. Nella caparbietà e arida coerenza, con la quale Lenin e compagni hanno tenuto duro a questa posizione, ciò che anzitutto colpisce è che essa è in crassa contraddizione sia al loro espresso centralismo politico in altri settori sia anche al comportamento che essi hanno assunto di fronte ad altri princìpi democratici. Mentre dimostravano un freddo dispregio di fronte all'assemblea costituente, al suffragio universale, alla libertà di stampa e di riunione, in breve a tutto l'apparato delle fondamentali libertà democratiche delle masse popolari, che tutte assieme costituivano "il diritto di autodeterminazione" della Russia stessa, attraverso il diritto di autodeterminazione delle nazioni come una pupilla della politica democratica, per amore della quale tutti i punti di vista pratici della critica realistica non avevano che da tacere. Mentre essi non si erano lasciati minimamente mettere in soggezione dalla votazione popolare sulla base del diritto elettorale più democratico del mondo e nella piena libertà di una repubblica popolare, e per considerazioni critiche assai fredde dichiararono nulli i loro risultati, a Brest Litowsk propugnarono il referendum sull'appartenenza statale delle nazionalità non russe dell'impero come il vero palladio di ogni libertà e democrazia, genuina quintessenza della volontà dei popoli e come la suprema istanza in questioni di destino politico delle nazioni.

Questa flagrante contraddizione è tanto più incomprensibile in quanto a proposito delle forme democratiche della vita politica di ogni paese, si tratta, come vedremo ancora più oltre, di validi, anzi indispensabili fondamenti della politica socialista, mentre il famigerato "diritto di autodeterminazione nazionale" non è altro che vuota fraseologia e ciarlataneria piccoloborghese.

In effetti che cosa dovrebbe significare questo diritto? Fa parte dell'ABC della politica socialista combattere ogni specie di oppressione e conseguentemente anche quella di una nazionalità da parte di un'altra.

Se ciò nonostante, in questo caso, politici per il resto così freddi e critici come Lenin, Trotskji e amici loro, refrattari a ogni genere di fraseologia utopistica come disarmo, società delle nazioni, ecc. a cui riservano solo un'ironica alzata di spalle, hanno fatto di un vuoto slogan della stessa, medesima risma, addirittura il loro cavallo di battaglia, questo è dovuto, ci sembra, ad una forma di opportunismo politico.

Lenin e compagni calcolarono evidentemente che non esistesse mezzo più sicuro per legare le molte nazionalità straniere dell'impero russo alla causa della rivoluzione, alla causa del proletariato socialista, che garantire loro in nome della rivoluzione e del socialismo la più illimitata ed estrema libertà di disporre dei propri destini.

Si ripresenta su questo punto un atteggiamento analogo alla politica bolscevica nei confronti dei contadini russi, la cui fame di terra fu soddisfatta dalla parola d'ordine dell'occupazione diretta dei fondi aristocratici che avrebbero così dovuto essere legati alla bandiera della rivoluzione e del governo proletario. In entrambi i casi, purtroppo, i calcoli si sono dimostrati assolutamente errati.

Mentre evidentemente Lenin e compagni, in quanto propugnatori della libertà nazionale, addirittura "sino al separatismo statale", si aspettavano che Finlandia, Ucraina, Polonia, Lituania, Paesi Baltici, Caucasia ecc. diventassero altrettanti fedeli alleati della rivoluzione russa, abbiamo assistito allo spettacolo contrario: l'una dopo l'altra queste "nazionalità" utilizzarono la libertà appena avuta in dono per allearsi, quale nemiche mortali della rivoluzione russa, con l'imperialismo tedesco e sotto la sua protezione portare la bandiera della controrivoluzione nella stessa Russia. L'intermezzo a Brest Litowsk con l'Ucraina, che ha comportato una svolta decisiva di quelle trattative e in tutta la situazione politica interna ed esterna dei bolscevichi, ne è un esempio tipico.

Il comportamento di Finlandia, Polonia, Lituania, Paesi baltici, delle nazionalità del Caucaso è la dimostrazione più convincente che non si è trattato di un episodio eccezionale e casuale, ma di un fenomeno tipico.

Certo, in tutti questi casi a svolgere detta politica reazionaria non sono in realtà le "nazioni", ma solo le classi borghesi e piccolo-borghesi, che nel più marcato contrasto con le proprie masse proletarie stravolgono il "diritto di autodeterminazione nazionale" in uno strumento della loro politica di classe controrivoluzionaria. Ma -- e con ciò arriviamo al punto nodale della questione -- il carattere utopistico piccolo-borghese di questa fraseologia nazionalistica sta appunto nel suo trasformarsi (nella dura realtà della società di classe, particolarmente in un tempo di conflitti inaspriti all'estremo) in un semplice strumento del dominio di classe borghese.

A spese proprie e della rivoluzione i bolscevichi hanno dovuto apprendere che sotto il dominio del capitalismo non c'è posto per nessuna autodeterminazione nazionale. Che in una società classista ogni classe facente parte della nazionalità desidera "autodeterminarsi" in maniera diversa e che tra le classi borghesi i punti di vista della libertà nazionale cedono completamente il passo a quelli del dominio di classe.

La borghesia finnica con la piccola borghesia ucraina erano perfettamente d'accordo nel preferire il dispotismo tedesco alla libertà nazionale, quando questa dovesse essere collegata coi pericoli del "bolscevismo".

La speranza di capovolgere questi rapporti di classe effettivi nel loro contrario, magari attraverso referendum, motivo attorno al quale a Brest Litowsk girò tutto, e di ottenere fidando sulle masse popolari rivoluzionarie un voto di maggioranza per l'unione con la rivoluzione russa, se seriamente nutrita da Lenin e Trotskji, ha rappresentato un ottimismo inconcepibile, e se dovesse essere solo una botta tattica nel duello con la politica di forza tedesca: un giocare col fuoco!

Qualora nei paesi periferici si fosse giunti al famoso referendum, data la mentalità delle masse contadine e di grandi strati proletari ancora indifferenti, la tendenza reazionaria della piccola borghesia e i mille mezzi a disposizione della borghesia per influire sulla votazione, con ogni verosimiglianza esso avrebbe dato ovunque un risultato poco allegro per i bolscevichi anche senza l'occupazione militare tedesca.

In faccende di referendum sulla questione nazionale può dunque valere come regola inviolabile che le classi dominanti o dove non convenga loro lo sappiano impedire o, arrivandoci, sappiano influire sui risultati con tutti i mezzi e mezzucci, che fanno anche sì che alcun socialismo sia introducibile per via di votazioni popolari.

In genere, il fatto che la questione delle aspirazioni nazionali e delle tendenze separatiste sia stata buttata in mezzo alle lotte rivoluzionarie, anzi, attraverso la pace di Brest Litowsk, spinta in primo piano e addirittura elevata a Schibboleth della politica socialista e rivoluzionaria, ha provocato il maggiore smarrimento nelle file socialiste e scosso la posizione del proletariato proprio nei paesi di confine. In Finlandia il proletariato socialista, finché ha combattuto come parte della compatta falange rivoluzionaria della Russia, è giunto a tenere una posizione di forza dominante.

Possedeva la maggioranza della Dieta e nell'esercito, aveva completamente ridotto all'impotenza la borghesia ed era padrone della situazione del paese. A principio del secolo, quando ancora non erano state inventate le buffonate del "nazionalismo ucraino" con le Karbonwentzen e gli Universals e l'ubbia di Lenin di una "Ucraina autonoma", l'Ucraina Russa era la roccaforte del movimento rivoluzionario russo.

Da qui, da Rostow, da Odessa, dal Territorio del Donez fluirono le prime correnti di lava della rivoluzione (già attorno al 1902-1904) e accesero tutta la Russia meridionale di un mare di fiamme, così preparando l'esplosione del 1905, i più forti e i più sicuri focolari rivoluzionari e il proletariato socialista vi ha svolto un ruolo preminente. Come avviene che in tutti questi paesi, improvvisamente, trionfi la controrivoluzione? Il movimento nazionalista ha paralizzato il proletariato appunto staccandolo dalla Russia, e lo ha consegnato alla borghesia nazionale dei paesi periferici. Invece di mirare, giusto nello spirito della pura politica classista internazionalistica, che essi quanto al resto difesero, alla più compatta concentrazione delle forze rivoluzionarie su tutto il territorio dell'impero, di difendere con le unghie e coi denti l'integrità dell'impero russo in quanto territorio rivoluzionario, di contrapporre a tutte le aspirazioni separatistiche nazionalistiche, come supremo comandamento politico, la comunione e la inseparabilità dei proletari di tutti i paesi in seno alla rivoluzione russa, i bolscevichi attraverso la rimbombante fraseologia nazionalistica del "diritto di autodeterminazione sino alla separazione statale" non hanno fatto che prestare alla borghesia di tutti i paesi di confine il pretesto più propizio e più splendido , addirittura la bandiera per le loro aspirazioni controrivoluzionarie.

Invece di mettere in guardia i proletari dei paesi limitrofida un qualunque separatismo in quanto semplice trappola borghese, [e di soffocare in germe le aspirazioni separatistiche con mano ferrea, il cui uso in questo caso avrebbe veramente corrisposto al senso e allo spirito della dittatura proletaria] essi hanno piuttosto sconcentrato le masse di quei paesi con la loro parola d'ordine e le hanno consegnate alla demagogia delle classi borghesi.

Con questa rivendicazione nazionalista hanno causato, preparato, lo smembramento della stessa Russia e hanno così stretto nelle mani dei propri nemici il coltello da piantare nel cuore della rivoluzione russa.

Certo, senza l'aiuto dell'imperialismo tedesco, senza i "calci di fucile tedeschi in pugni tedeschi", come ha scritto la Neue Zeit di Kautsky, i Lubinsky e le altre canaglie ucraine come pure gli Erich e i Mannerheim finlandesi e i baroni baltici non ce l'avrebbero mai fatta contro le masse proletarie socialiste dei loro paesi.

Ma il separatismo nazionale è stato il cavallo di Troia dentro il quale fecero il loro ingresso in tutti quei paesi, baionette in pugno, i "compagni" tedeschi.

I concreti contrasti di classe e i rapporti di forza militari hanno condotto all'intervento tedesco: ma i bolscevichi hanno fornito l'ideologia, che ha mascherato questa campagna rivoluzionaria, hanno rafforzato la posizione della borghesia e indebolito quella del proletariato.

Ne è la miglior prova l'Ucraina, che doveva giocare un così fatale ruolo nelle sorti della rivoluzione russa.

Il nazionalismo ucraino, del tutto diverso da quello per esempio ceco, polacco o finnico, non è stato null'altro in Russia che un semplice ghiribizzo, un'imbecillità di un paio di dozzine di intellettuali piccolo-borghesi, senza la minima radice nella situazione economica, politica o spirituale del paese, senza alcuna tradizione storica, perché l'Ucraina non ha mai costituito una nazione o uno stato; senza alcuna cultura nazionale, all'infuori delle poesie romantico reazionarie di Schewtschenko.

È precisamente come se un bel mattino le popolazioni costiere volessero fondare sulla base di Fritz Reuter una nuova nazione e un nuovo stato bassotedesco.

E questa ridicola posa di un paio di professori universitari e di studenti, Lenin e compagni l'hanno artificialmente gonfiata a fattore politico con la loro agitazione dottrinaria sul "diritto di autodeterminazione comprensiva ecc.". Furono loro ad attribuire importanza alla buffoneria iniziale, sinché questa divenne della più sanguinosa gravità: ma non un serio movimento nazionale, per il quale ora come prima non esistono radici, bensì un'insegna e una bandiera di raccolta della controrivoluzione!

Da questo guscio vuoto uscirono a Brest Litowsk le baionette tedesche!

Nella storia delle lotte di classe questi slogan rivestono a volte importanza molto concreta.

In questa guerra mondiale è fatale destino del socialismo di essere predestinato a fornire pretesti ideologici per la politica controrivoluzionaria. Al suo scoppio, la socialdemocrazia tedesca si affrettò a fregiare di uno scudo ideologico tratto dall'arsenale marxista la razzia dell'imperialismo germanico, spiegandola come la campagna di liberazione contro lo zarismo russo auspicata dai nostri vecchi maestri.

Agli antipodi dei socialisti governativi, era destinato ai bolscevichi di portar acqua al mulino della controrivoluzione con lo slogan dell'autodeterminazione nazionale e di fornire così un'ideologia non solo per lo strangolamento della rivoluzione russa stessa, ma per la progettata liquidazione, in senso controrivoluzionario, dell'intera guerra mondiale.

Abbiamo tutte le ragioni di esaminare molto a fondo sotto questo riguardo la politica bolscevica.

Il "diritto di autodeterminazione nazionale", accoppiato con la Società delle nazioni e il disarmo per grazia di Wilson, costituisce il grido di battaglia sotto il quale dovrebbe svolgersi l'imminente resa dei conti del socialismo internazionale col mondo borghese. È evidente che lo slogan dell'autodeterminazione e l'intero movimento nazionalistico, che presentemente costituisce il maggiore pericolo per il socialismo internazionale, hanno ricevuto uno straordinario rafforzamento proprio dalla rivoluzione russa e dai negoziati di Brest. Di questa piattaforma avremo da occuparci ancora particolareggiatamente.

Le tragiche sorti di questa fraseologia della rivoluzione russa, nelle cui spine era destino che i bolscevichi si impigliassero e si scorticassero, servano di lezione al proletariato internazionale.

Ora, da tutto questo è conseguita la dittatura tedesca. Dalla pace di Brest sino al "trattato aggiuntivo"! Le 200 vittime espiatorie di Mosca. Da questa situazione sono derivati il terrore e il soffocamento della democrazia.

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Per inquadrare il testo ci sembra utile consigliare un bel saggio del 1971 di Lelio Basso su Socialismo e rivoluzione nella concezione di Rosa Luxemburg.



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permalink | inviato da Notes-bloc il 25/10/2011 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Addio, Giovanni Bollea!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 7 febbraio 2011


Morto Giovanni Bollea. Scrisse
"Le madri non sbagliano mai"

giovanni bollea

È morto oggi a Roma Giovanni Bollea, considerato il fondatore della moderna neuropsichiatria italiana. Si è spento al Policlinico Gemelli di Roma dopo un lungo ricovero alle 18 di oggi. La camera ardente sarà allestita in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, martedì 8 febbraio, a partire dalle ore 10. Era nato nel 1914 a Cigliano Vercellese.

Fondatore e direttore dell'Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli nel quartiere di San Lorenzo a Roma, Bollea è stato il primo presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, nonché promotore di innumerevoli iniziative per l'infanzia.

Nel 2003 ha ricevuto la laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione (Università di Urbino) e nel 2004, il premio alla carriera al Congresso mondiale di Psichiatria e psicologia infantile di Berlino. Membro del Comitato d'onore del «Premio Unicef - dalla parte dei bambini» dalla sua istituzione nel 1999, ha pubblicato più di 250 lavori, tra cui il compendio di neuropsichiatria e il bestseller «Le madri non sbagliano mai» (Feltrinelli).

"l'Unità", 6 febbraio 2011

 

La sua «bellezza del vivere insieme»
Addio a Bollea, mago dei bambini

di Manuela Trinci | tutti gli articoli dell'autore
giovanni bollea

È morto ieri al Policlinico Gemelli di Roma il professor Giovanni Bollea, psichiatra e medico, padre della moderna neuropsichiatria infantile. Era nato a Cigliano Vercellese. Aveva 98 anni.

Riceveva ancora lassù, in uno studiolo sospeso fra le cime degli alberi e il cielo, come quello d’ogni mago sapiente, e conservava, Giovanni Bollea, a dispetto dei suoi novantasette anni una lucidità sorprendente e una indomita voglia di lottare e di protestare, sempre, con loro e per loro: bambini e bambine, ragazzine e ragazzini. Il fondatore della Neuropsichiatria infantile in Italia, l’anima di «via dei Sabelli», l’uomo che dagli anni Cinquanta instancabilmente aveva rivolto lo sguardo alle connessioni fra il potenziale innato del bambino e l’ambiente sociale e familiare nel quale questi è inserito, se n’è andato, ma aveva cominciato ad andarsene lo scorso agosto nell’acqua cristallina della sua Sardegna, quando entrò in un coma dal quale non si è più ripreso.

Il «Professore» era anche un fervido ambientalista (nel 1987 aveva fondato l’Alvi, Alberi per la vita), il padre di una legge bella e poetica, pressochè ignorata da cittadini e amministratori: quella che impone di piantare un albero per ogni bimbo che nasce. E con l’entusiasmo che lo caratterizzava si arrabbiava di frequente per la mancanza di spazi verdi e sollecitava le famiglie, a fronte della inamovibile stoltezza degli enti locali, a darsi da fare e ad offrirne loro dieci di alberi. In fondo sosteneva: «qualche gioiellino, qualche confetto in meno per poter regalare al neonato, oltre alla vita, anche il suo bagaglio d’ossigeno».

Un uomo roccioso, essenziale, che dell’infanzia aveva una visione assai diversa da quella nutellosa che pervade la nostra contemporaneità. Per lui era forte il ricordo della propria famiglia, dell’impronta etica che da questa aveva ricevuto e non aveva esitazioni ad affermare che la morale, la sua morale, il suo desiderio di giustizia e di darsi al popolo, era ancorato alle parole di suo padre, quando all’età di otto anni lo aveva portato a vedere la casa del Lavoro di Torino, bruciata, devastata, dai fascisti. «Ricorda Giovanni, ricorda. Ricorda, sempre». Gli aveva gridato. La lotta politica, la ricerca psicologica lungo tutto il pianeta infanzia, l’attenzione ai diritti dei bambini, Bollea la ancorava a questo episodio cruciale. Ma sia chiaro. Della vita, Bollea era un entusiasta. Un giocoso elegante signore che sopperiva a un udito ormai scarsissimo con la vivezza degli occhi, ancora luminosi, come quelli dei bambini. Certo, aveva osservato
ab ovo con preoccupazione e lungimiranza i rischi, per i più piccini, di separazioni o divorzi imperfetti, (e purtroppo valida rimane la sua frase: «La separazione o il divorzio è una storia d’amore che finisce e una storia di soldi che comincia»), così come aveva sottolineato, in tempi non sospetti, il dovere della scuola di educare i giovani (e i loro genitori!) a internet, di occuparsi dei comportamenti devianti, del bullismo…

A lungo aveva poi parlato di sfide medico e sociali, a lungo le ha sostenute. Da quella per gli asili nidi a quella per scuole a misura-bambino, convinto che qualsiasi sfida dovesse comunque essere affrontata, combattuta e vinta dall’alleanza tra genitori consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, e una scuola intesa come un luogo dove si insegnano e si trasmettono valori del merito, della solidarietà di contro all’imperante faciloneria e la creazione di falsi idoli. Ha sostenuto battaglie per la partecipazione dei giovani alla vita pubblica (portando a 16 anni il voto alle elezioni amministrative) e per una televisione da usare senza esserne usati (e da vietare in camera da letto!).

Promotore di innumerevoli iniziative per l’infanzia, Bollea è stato un divulgatore di tono alto che non ha disdegnato di partecipare a trasmissioni televisive e radiofoniche con l’intenzione di combattere il pericoloso riduzionismo orchestrato dai media a proposito del sapere che circonda infanzia e adolescenza.

La sua scommessa, anche politica, è stata quella di uscire dai noiosi luoghi comuni che vogliono i genitori affranti dalle responsabilità, ammorbati dalle colpe e bisognosi di ricette per fare bellissimi figliuoli. Dei genitori di oggi ha colto il disorientamento, il timore di intromettersi nella vita dei figli in nome di libertà e indipendenza. Ma ai genitori ha pure detto di dare dare meno ai figli, che hanno troppo, troppo di tutto. Un troppo, un consumismo - proseguiva lo studioso - che fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia.

Ha detto di non preoccuparsi dei giochi «educativi», quelli più belli passano attraverso la fantasia della madre e le mani del padre: bastano due pezzi di legno…

Ha detto di incoraggiare i ragazzini verso il bello, che i soldi spesi per la cultura sono quelli che rendono di più, nel tempo.

E alle mamme, alle mamme, sempre di corsa e trafelate, ha detto di prendersi, ogni giorno, un tempo solo per sé, per trovare un tempo interiore. Perché la disponibilità sta nell’anima. Educare era per Giovanni Bollea una parola bellissima, satura di fascino. Era andare verso i bambini, ascoltarli, sentirli, lasciare loro il tempo per perdere tempo, ciondolare per casa, bighellonare fra le pagine dei giornalini; era la gioia del vivere insieme. Senza timore di sbagliare, perché, e di questo il grande vecchio era sicuro, «i figli perdonano sempre quando si sentono ascoltati».

 
"l'Unità", 7 febbraio 2011
Domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 febbraio 2011


Vent'anni fa,
Rifondazione comunista
 

Paolo Ferrero

Vent'anni fa, domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci e alla nascita Pds.
Immediatamente convocarono una conferenza stampa in cui Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato e Rino Serri annunciarono la decisione di dar vita ad una formazione comunista.
I cinque, insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono quindi dal notaio per registrare il simbolo del Pci, segnalando anche sul piano legale la volontà di proseguire l'impegno politico in quanto comunisti e comuniste.
Una settimana dopo, al teatro Brancaccio di Roma, migliaia di compagni e compagne parteciparono alla prima assemblea di massa di quello che divenne il Movimento per la Rifondazione Comunista. Al Brancaccio venne esposta una enorme bandiera rossa, realizzata cucendo insieme centinaia e centinaia di bandiere e costruendo così, da basso, la più grande bandiera rossa mai realizzata.
Credo che oggi a quegli uomini e a quelle donne che hanno dato vita a Rifondazione comunista debba andare il nostro ringraziamento. Innanzitutto per il coraggio di andare controcorrente in una fase in cui, dopo la caduta del muro di Berlino, il capitalismo sembrava aver vinto la partita definitiva. Erano gli anni in cui Fukujama proclamava la "fine della storia" e in cui il capitalismo veniva presentato, prima ancora che invincibile, come un dato naturale. Se l'anticapitalismo non è stato soffocato in Italia è stato anche grazie a quella scelta.
Penso che il nostro ringraziamento vada espresso anche per il nome scelto: Rifondazione comunista. Tanti erano i nomi possibili e forti erano le spinte a caratterizzare una nuova formazione comunista semplicemente come la prosecuzione dell'esperienza precedente. Nella scelta del nome vi fu invece una precisa scelta politica che riteniamo valida ancor oggi. Comunista, perché siamo comunisti e comuniste che si battono per una società di liberi e di eguali che si può realizzare solo superando il capitalismo. Rifondazione, perché consapevoli che nella sua storia il movimento comunista ha compiuto molti errori ed in particolare che le esperienze del socialismo reale sono fallite, dando vita a regimi che contraddicevano radicalmente gli ideali comunisti.
Non quindi semplicemente la ricostruzione di un partito comunista, ma Rifondazione comunista nella consapevolezza che i due termini si qualificano a vicenda, e che solo una rifondazione teorica e pratica del comunismo avrebbe potuto porsi efficacemente l'obiettivo di superare "sul serio" il capitalismo. In questo senso rifondazione comunista non ha dato vita solo ad un partito ma ha esplicitato una indicazione generale, chiara, sulla necessità della rifondazione del comunismo.
Accanto ai primi soci fondatori molti e molte altre si aggiunsero nei mesi successivi e Rifondazione divenne un crogiuolo in cui diversi spezzoni ed esperienze politiche della sinistra di classe e comunista confluirono. La costruzione del Movimento prima e del Partito poi, fu una grande esperienze di dialogo e riconoscimento che riguardò in primo luogo decine e decine di migliaia di militanti che provenendo da storie diverse impararono a dialogare, a confrontarsi, a cercare collettivamente nuove strade.
Questo elemento della partecipazione dal basso è un elemento caratterizzante non solo la nascita, ma tutta l'esperienza di Rifondazione. Nel bene e nel male rifondazione non è stato solo un fenomeno politico ma è stata una esperienza di popolo, uno spazio pubblico, si direbbe oggi. Lo voglio ricordare perché la storia di Rifondazione rappresenta l'esemplificazione di uno degli slogan che il movimento si dette sin dall'inizio: liberamente comunisti. Credo che in nessun partito italiano gli iscritti, la cosiddetta base, abbia contato quanto ha contato in Rifondazione. In tutti i momenti di scelta e di scontro - e non sono stati pochi - alla fine ha sempre prevalso l'orientamento dei compagni e delle compagne iscritte anche sulle prese di posizione dei massimi dirigenti. Se vogliamo ricercare una conferma che il termine rifondazione è stato preso sul serio, lo possiamo trovare proprio in questo, nel non identificare il partito con i suoi gruppi dirigenti e nel mettere al centro della vita del partito la partecipazione.
Oggi, a distanza di vent'anni, vedendo come sono finiti il Pds e poi i Ds e poi il Pd, si può apprezzare fino in fondo la giustezza della scelta dei fondatori di Rifondazione. La cui ragione di esistenza non sta però solo nel fallimento delle esperienze politiche nate dallo scioglimento del Pci o nel nostro essere soggettivamente comunisti e comuniste. La ragione di fondo della nostra esistenza la troviamo al di fuori di noi e precisamente nella crisi capitalistica che è li a ricordarci come questo non sia il migliore dei mondi possibili. Il fondamento ultimo della nostra esistenza sta proprio li, nell'incapacità strutturale del capitalismo di dare una risposta ai bisogni dell'umanità e alla coniugazione del vivere civile con la limitatezza delle risorse del pianeta su cui viviamo. La drammatica alternativa tra socialismo e barbarie che si ripresenta oggi, ci dice di come l'esigenza del superamento del capitalismo sia più urgente che mai. Per questo noi, uomini e donne liberamente comunisti, vogliamo proseguire lungo il cammino intrapreso.

"Liberazione", 03/02/2011


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Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il PCI
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 21 gennaio 2011


90 anni fa la fondazione a Livorno. Il grande vuoto lasciato dalla sua fine
 
Sezioni aperte
e intellettuale collettivo
la lezione del Pci
 

Guido Liguori


Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il Pci.
Nasceva da una rottura con la tradizione riformista e per impulso dell'Internazionale, sulla scia lunga dell'Ottobre, nonostante l'avanzare del fascismo e dopo la grave sconfitta subita dalla classe operaia italiana nel biennio precedente. Persisteva in molti la certezza di un'ondata rivoluzionaria destinata presto a sommergere l'Europa. La previsione si rivelò errata.
Dopo pochi anni di direzione bordighiana iniziò ad affermarsi nel partito un nuovo orientamento, a opera di Gramsci. Domani, 22 gennaio, ricorrono i 120 anni dalla nascita di Antonio Gramsci. Non bisogna sovrapporre completamente il lascito del dirigente sardo a quello del partito che contribuì a fondare nel '21 e a ri-fondare nel '24-26 e poi ancora nei Quaderni. Vi sono in Gramsci però alcuni motivi fondamentali per comprendere quello che è stato il Pci, la sua specificità. Gramsci aveva inteso (sulla scorta dello stesso Lenin) che non si poteva più «fare come in Russia», che quel tipo di rivoluzione era stata l'ultima delle rivoluzioni ottocentesche. L'affermarsi della società di massa e il diffondersi degli apparati del consenso mutavano il concetto stesso di rivoluzione. Si trattava non di edificare barricate, ma di costruire contro-egemonia, di divenire dirigenti prima che dominanti, di "tradurre" nella propria lingua nazionale la tensione internazionalista.
Quando nel 1944, dopo quasi vent'anni di lontananza dall'Italia, Togliatti sbarcava a Napoli, già conosceva i Quaderni gramsciani. E conosceva, per altro verso, Stalin e lo stalinismo, sapeva di un mondo che sarà diviso in due. Ha inoltre imparato, col fascismo, il valore della democrazia. "Traduce" l'insegnamento gramsciano, adattandolo alla nuova situazione. Ispirandosi a Gramsci, opera a partire dal '44 la nuova rifondazione del Pci, partito che ha più volte dovuto e saputo rinnovarsi radicalmente, per restare fedele alla realtà che cambiava. Il Pci togliattiano è un partito di massa, che cerca nuove sintesi tra diverse culture, senza ossificarsi in componenti. E' un partito che sposa, con la Costituzione, la democrazia parlamentare, pur cercando di darne a più riprese una interpretazione progressiva in direzione della democrazia diffusa. Ha un forte radicamento di classe, ma cerca l'interlocuzione con altri settori della società, la presenza territoriale, l'alfabetizzazione politica delle masse; e una propria collocazione autonoma e originale nel movimento comunista internazionale.
E' facile vedere oggi come alcuni aspetti di quella "giraffa" togliattiana fossero discutibili: dal permanere di una forma-partito gerarchica alla convivenza col mito sovietico, dall'accettazione del Concordato alla sottovalutazione della persistenza di settori del vecchio Stato. Si è molto parlato di "doppia lealtà". A mio avviso, i comunisti italiani sono sempre stati leali soprattutto alla Costituzione repubblicana. Ma è indubbio che il legame con l'Urss permase ancora a lungo, fino al '68 di Praga, alla presa di posizione dovuta al coraggio di Luigi Longo e poi ai ripetuti "strappi" di Berlinguer.
Non posso qui soffermarmi sui tanti limiti che indubbiamente vi furono, nel leggere ad esempio le modificazioni strutturali della società italiana degli anni '60; oppure nel non saper proporre un modello di sviluppo nuovo, qualitativo e non solo quantitativo. D'altra parte l'Italia rimase a lungo, un paese caratterizzato dalla copresenza di arretratezza e sviluppo, come si vide anche nel "biennio rosso" 1968-1969. Il Pci fu certo colto di sorpresa dal grande sommovimento sociale di quegli anni. La scelta di interloquire coi movimenti permise però al partito di conservare e aumentare i consensi. Anche negli anni '70, qualsiasi cosa si pensi della politica dei comunisti italiani (e dalla politica del compromesso storico continuo a essere non persuaso), il consenso nella società fu grande.
Non è questa la sede per ricordare di nuovo i motivi, vicini e lontani, della fine del Pci, nell'89-91, su cui già ci si è soffermati spesso negli ultimi anni. Va detto però che la scomparsa del Pci ha lasciato un vuoto grande. Anche la recente vicenda della Fiat ha dimostrato cosa significhi il fatto che non sia più in campo un forte e influente partito della classe operaia. E il vuoto non concerne solo l'aggettivo, "comunista", a cui non rinunciamo, perché significa opposizione radicale a questa società e speranza in una società fondata su valori del tutto diversi. Ma anche il sostantivo: "partito".
C'è oggi molto da imparare dal Pci: la capacità di parlare alla gran parte della società; lo sforzo di trovare modi e linguaggi per arrivare ai ceti popolari; la concezione della centralità del Parlamento, di contro alla tesi della "governabilità", che ha sfondato anche a sinistra. Ma c'è anche da imparare per quanto concerne il modo di essere del partito. Nell'epoca in cui sembra non vi siano più leader di partito, ma partiti al servizio dei vari leader, risalta l'esempio di un partito che ebbe alla sua testa grandi personalità, ma che non volle mai dimenticare cosa significhi avere un gruppo dirigente né rinunciare alla tensione a essere "intellettuale collettivo". Che seppe tenere aperte sezioni e non solo comitati elettorali, selezionare quadri e amministratori senza ridurre la politica alle cariche elettive; concepire la partecipazione come faticosa costruzione collettiva di un programma e di una identità e non, come oggi accade, scelta di una leadership attraverso primarie che rafforzano i processi di delega e passivizzazione, limitando la mobilitazione a un breve momento di scelta-identificazione con il "capo". Non si tratta di essere nostalgici, ma di imparare dal nostro passato. E imparare dalla nostra storia è necessario, oggi più che mai, per non fare passi indietro sul terreno stesso della democrazia.


"Liberazione", 21/01/2011


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"Schiavi che combatterono come se fossero liberi, pretendendosi liberi"
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 18 ottobre 2010


Un ritratto del filologo Luciano Canfora ospite di FestivalStoria
 
Tra mito e realtà
i due volti di Spartaco
in lotta per la libertà
 
 

Tonino Bucci


Anche Marx era un estimatore moderno di Spartaco, lo schiavo che sfidò il potere di Roma e riuscì, per tre lunghi anni, a capo di un esercito di schiavi come lui, a tenere in scacco la più potente macchina da guerra del tempo. A dire il vero, in tanti nel corso della storia hanno subìto il fascino di questo mito, simbolo della più importante rivolta schiavile del mondo antico. In una lettera privata a Engels, l'amico di sempre, Marx scriveva col suo abituale tono caustico: «La sera per sollievo leggo le "Guerre civili" di Appiano (lo storico che riporta notizie relative alla guerra di Spartaco, ndr) nel testo greco, libro di grande valore. Costui è un egiziano dalla testa ai piedi. Schlosser (qui entra in polemica con lo storico tedesco Friedrich Christoph, ndr) dice che è senza anima, probabilmente perché sviscera fino in fondo le cause materiali delle guerre civili. Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi, di tutta la storia antica», «fu davvero un grande generale (non un Garibaldi)», «carattere nobile», «vero rappresentante del proletariato antico».
Ma non è Marx l'unico a richiamare la figura di Spartaco come mito funzionale alla storia del movimento operaio moderno. Il suo nome è stato adottato da partiti, comitati, riviste (nel nostro piccolo, anche Liberazione lo utilizzò per uno slogan pubblicitario, "Si incazzerebbe pure Spartaco"), evocato nelle piazze e nei cortei, persino adottato come modello nella rivoluzione fallita degli "spartachisti" Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg in Germania agli inizi del 1919, prima di venire barbaramente uccisi. Di Spartaco si è parlato al Festivalstoria di Torino, diretto da Angelo d'Orsi, oggi alla sua ultima giornata (con appuntamenti tra Saluzzo, Savigliano e Monforte d'Alba). E' toccato, nella fattispecie, al filologo Luciano Canfora il compito di scandagliare il gioco di rimandi tra lo Spartaco storicamente esistito, da rintracciare nelle (poche) fonti storiografiche che ci sono pervenute, e il mito di Spartaco nelle sue tante rielaborazioni e riletture in epoca moderna.
E' soprattutto nello spazio politico che il mito spartachiano offre le "prestazioni" migliori, se non altro per la sua indubbia capacità di generare valori contrapposti, campi semantici conflittuali: da una parte l'eroe in lotta per la giustizia, lo schiavo ribelle, il partigiano della libertà; dall'altra parte della barricata, l'imperialismo, l'ordine, il padrone, la legge a tutela della proprietà e delle gerarchie. Non a caso, il movimento operaio intravede in Spartaco un mito a misura di immaginario di massa. Il suo potenziale simbolico sta soprattutto nel prestarsi a dare un'immagine dei conflitti sociali della modernità. Il mito di Spartaco permette di costruire una tradizione di "parte", di narrare la storia mai narrata e dimenticata degli sfruttati e delle loro rivolte. I partiti socialisti di fine Ottocento avvertono il bisogno di costruire un passato alle spalle di una classe operaia alle "prime armi" e senza storia, alle prese con conflitti inediti. Spartaco è il "passato" da cui provengono idealmente gli operai moderni, che fa del proletariato contemporaneo l'erede delle rivolte degli schiavi antichi.
Anche nel cinema, il mito spartachiano ha ispirato una serie di pellicole, tra le quali non si può non citare il celeberrimo Spartacus del 1960 a firma di Stanley Kubrick, tratto dall'omonimo romanzo di Howard Fast del 1950. Il ruolo dell'eroe protagonista è affidato a Kirk Douglas. Certo, se raffrontato con la realtà storica, il film presenta «qualche imprecisione» - come segnala Canfora -, nell'attribuire con un paio d'anni d'anticipo sulla realtà, la carica di primo console a Crasso, il feroce comandante romano che alla fine sconfisse l'esercito degli schiavi. Ma va ricordata la genialità dello sceneggiatore, Dalton Trumbo, che ebbe modo di sperimentare sulla propria pelle il clima persecutorio del maccartismo nei confronti di tutto ciò che fosse in odore di comunismo. Stessa sorte, del resto, toccò all'autore del romanzo da cui il film fu tratto, Howard Fast, un ebreo comunista. Il film fu ampiamente boicottato, «alla fine ebbe via libera solo perché piacque a Kennedy».
Il mito di Spartaco è viaggiato anche per mezzo di espedienti e fonti immaginarie. Ad esempio, «nell'Enciclopedia italiana - spiega Canfora - la voce "socialismo" del 1932 è scritta da Rodolfo Mondolfo, che da lì a qualche anno lascerà l'Italia per via delle leggi razziali. Mondolfo fa riferimento a un frammento delle storie di Sallustio in cui si narrerebbe della propaganda di Spartaco a favore della creazione di uno Stato nuovo in cui giuste leggi assicurassero un'esistenza felice per tutti. Questo frammento non esiste e non è mai esistito. Ma al di là della "gaffe" filologica c'è un'idea sottostante secondo la quale nel movimento di Spartaco non ci fosse soltanto una ribellione, un'esplosione di cieca violenza, ma anche il proposito di fondare uno Stato nuovo con giuste leggi per tutti. Mondolfo va al di là delle fonti per caricare Spartaco di connotazioni politiche che è difficile sostenere esistessero in lui».
Ma si potrebbero citare anche riletture nel campo opposto dei detrattori, come quella dello studioso di storia romana, Friedrich Münzer, anche lui autore di una voce enciclopedica su "Spartakus". «Münzer - siamo nel 1929 - avverte il bisogno di scrivere: "una triste fama ottenne il nome di Spartaco nella più recente storia tedesca, a partire da quando, nel 1916 Karl Liebknecht adottò il nome di lui come titolo della sua rivista". Il seguito della voce assume toni anche più aspri. Ma quel che sorprende è che a scrivere questa voce è un uomo come Münzer che di lì a non molto morirà ad Auschwitz. Quegli uomini come Liebknecht e Rosa Luxemburg che nel nome di Spartaco si erano lanciati nel 1919 in un'avventura rivoluzionaria, suicida senza dubbio, furono massacrati dalle stesse persone che avrebbero mandato a morte Münzer».
Sul versante del mito negativo si colloca anche il classicista italiano Giorgio Pasquali che nella seconda edizione di un suo libro, Socialisti tedeschi, uscita nel '20, se la prende con lo Spartakusbund di Liebknecht e Luxemburg. Usa «toni sprezzanti soprattutto nei confronti di quest'ultima, alla quale addebita uno stile inutilmente didattico nello spiegare nei suoi libri il pensiero economico di Marx». La schiera dei detrattori arriva fino al 1985, anno di pubblicazione di un libro di Wolfgang Schuller, Spartacus heute (Spartaco oggi) che «gronda sarcasmo e ironia ma, del resto, nella Germania occidentale si provava fastidio per gli studi sulla schiavitù antica condotti nell'altra Germania. In gara con essa si sosteneva che la schiavitù nel mondo romano fosse stata attenuata da un atteggiamento illuminato di "humanitas"».
Ma chi fosse veramente Spartaco è un problema. Lo storico tedesco Mommsen - coetaneo di Marx e da questi citato diverse volte - era convinto che fosse un principe tracio. Ma le fonti superstiti sono davvero poche. «Purtroppo non abbiamo i libri di Tito Livio che, stando ai riassunti che ci sono arrivati, dovevano offrire una narrazione ampia di questa guerra. Non abbiamo neppure le storie di Sallustio». Uno dei pochi testi storiografici che dedichino attenzione all'argomento sono le pagine di Appiano sulle "Guerre civili", lo storico alessandrino citato da Marx, della fine del II secolo d.C.. E poi ci sono le poche pagine di Plutarco sulla vita di Crasso. E quelle di Floro, il cui libro di storia è una sorta di sunto della lezione del maestro Tito Livio. «Floro descrive le guerre servili siciliane della fine del II secolo avanti Cristo. Segue quindi il "Bellum Spartacium", la guerra di Spartaco. Dice di non sapere come definire quella guerra perché - questa è la lettura che ricaviamo da un manoscritto importante conservato a Bamberga - gli schiavi combatterono come se fossero liberi, pretendendosi liberi. La questione fondamentale è che questi schiavi assunsero un atteggiamento da cittadini». Del resto, quando Spartaco, ormai padrone di quasi tutta l'Italia meridionale, dopo aver sconfitto i precedenti comandanti romani, si troverà di fronte Crasso, lo tratterà da pari a pari.
Non fu una guerra regolare, bensì «una guerra militarmente anomala, di agguato», tendente a evitare lo scontro in campo aperto. «Insomma, una guerra partigiana». Non dimentichiamo che dall'altra parte c'era la più potente macchina da guerra del mondo antico e un comandante come Crasso che non esitò a fare uso sistematico del terrore. Non solo nei confronti degli schiavi rivoltosi - nell'ultima battaglia ne morirono, pare, 60 mila, e seimila vennero fatti prigionieri e crocifissi lungo la via Appia - ma anche verso gli stessi soldati romani. Secondo una versione, riferita dallo stesso Appiano, Crasso fece decimare i suoi soldati per terrorizzarli e meglio incitarli allo scontro.


"Liberazione", 17/10/2010


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Il 23 agosto 1927 venivano assassinati Sacco e Vanzetti.
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 24 agosto 2010


KURT VONNEGUT: L'UCCISIONE DI SACCO E VANZETTI

 



Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l'uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l'ex portiere notturno all'Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.
Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand'ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni - pensavo - a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.
Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l'autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.
Perché?
"Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.
Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l'unico che avesse famiglia. L'attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell'inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.
"Viva l'anarchia" disse. "Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici" disse. "Buonasera, signori" disse poi. "Addio, mamma" disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel'ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l'inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.
Ascoltate:
"Desidero dirvi," disse, "che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente". Faceva il pescivendolo, al momento dell'arresto.
"Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto" disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall'Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L'anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.
Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno.
Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell'epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.
Vanzetti dirà in seguito: "Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America".
Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.
I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l'ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l'ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L'agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.
Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c'era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scrisse Vanzetti. "Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me." Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga - andando di porta in porta.
Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O'Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.
Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un'acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor'kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch'era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.
Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi - pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato - che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi. Era chiaro per loro, anche, che l'America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.
Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.
Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un'ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.
Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo - e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione - presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.
Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.
Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti. Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.
Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un'inchiesta sull'arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O'Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.
Ma, ecco, d'un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.
Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: "Quest'uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d'onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell'aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor's Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.
Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l'ho dimenticato.
L'altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell'esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch'era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.
Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
"Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont" mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.
Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull' America. L'indignava che fossero così ingrati verso l'America, quegli immigrati italiani.
Stando a Labor's Untold Story, Capone disse: "Il bolscevismo bussa alla nostra porta... Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall'ideologia rossa e dalle astuzie rosse".
Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l'ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un'alta finestra.
Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: "Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!".
Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.
"Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra," disse Vanzetti, "di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo."
Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.
In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato - composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento - di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.
Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l'ascoltavamo tenendoci per mano.
Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m'iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, "s'intendeva molto di elettricità, se non di altro", era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).
Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell'esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c'erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.
Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.
Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?
Chi è l'uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.
E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.
"La natura si mostrava partecipe" disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.
Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.
La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell'esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov'era la prigione. Fra i dimostranti c'erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.
C'erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C'erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.
Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.
Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.
Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l'appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l'uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?


Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini dal sito Filiarmonici.


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Vittorio Gassman
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 28 giugno 2010


Gassman, l'omaggio al grande Mattatore

 

 Gassman, l'omaggio al grande Mattatore L'attore moriva dieci anni fa. Ne parla il figlio Alessandro, con un documentario pronto per la Mostra del cinema di Venezia. "Papà, grottesco e drammatico". E in tv...
di P. D'AGOSTINI, C. UGOLINI


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permalink | inviato da Notes-bloc il 28/6/2010 alle 18:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
E' morto lo scrittore portoghese. Aveva 88 anni. Nel '98 aveva vinto il Nobel per la letteratura
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 19 giugno 2010


 
 
Addio José Saramago, grande narratore dei semplici
 

Marco Peretti


L'ultima polemica l'ha suscitata con il suo Caino e l'ultima donazione di diritti - ripubblicando in Portogallo la sua Zattera di pietra - l'ha riservata a sostegno del popolo haitiano. È forse questo il modo per comprendere come José Saramago aveva deciso di stare al mondo. È morto ieri alle 13,45 e probabilmente nel cordoglio qualcuno dirà che è morto un poeta. In realtà non è mai stato un grande poeta, come tutti i portoghesi ha cominciato scrivendo versi, ma nelle migliaia e migliaia di pagine con le quali gli studenti di letteratura lusofona si sono cimentati, poche sono dedicate alla sua poesia. Ci ha lasciato un "compagno" diranno i campesinos dell'esercito di Marcos. Se ne è andato uno dei più grandi romanzieri del "lungo" Novecento scriveranno i critici letterari onesti. La sua unica figlia, Violante, tra qualche giorno rileggerà le pagine de La Caverna e anche lì, in Cipriano Algor, ritroverà suo padre, un artigiano che ha speso tutte le sue forze per svelare ai distratti i segreti che si nascondono nel Centro (del potere). Pilar, più di tutti, potrebbe dire che se ne è andato un uomo tenero che a suo modo ha cercato di riscrivere la Storia, come spesso fanno i poeti: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?».
Dei semplici, degli artigiani, dei correttori di bozze, degli impiegati dell'anagrafe, di sterratori e tagliapietre che hanno costruito monumenti visitati ancora dai turisti, ha inventato le storie. Amante della scuola delle Annales ha considerato le vite quotidiane del popolo "minuto" degne di essere sovrapposte alle agiografie dei Dom João e delle loro dinastie, che popolano in modo esclusivo le pagine dei manuali di Storia. Ha "ricostruito" il Convento di Mafra nel Memoriale del convento e da quel momento ha destato l'attenzione degli accademici svedesi. Un Nobel a un aggiustatore meccanico (questa era la professione che frequentando fino al 1940 la Escola Industrial de Afonso Domingues, l'attendeva) è come la presidenza del Brasile a un tornitore. Per arrivarci il cammino non è stato facile, ha lavorato come impiegato per quasi dieci anni e la notte, come l'Autodidatta della Nausea di Sartre, ha divorato, sem orientação , libri nella biblioteca municipale di Lisbona. In quegli anni ha cominciato a scrivere poemi, racconti e testi per il teatro. Il primo romanzo degno di nota, oltre a Manuale di pittura e calligrafia , Una terra chiamata Alentejo , ristagna ancora nelle pieghe del neorealismo, poi è arrivato il Memoriale , L'anno della morte di Ricardo Reis , la Storia dell'assedio di Lisbona , il viaggio a ritroso nel tempo per correggere la Storia, inserendo in quei romanzi le "cartucce" per far esplodere l'indiscutibile, o per sostituirlo con un "altro" passato che avrebbe potuto essere. Le gioie e i dolori son cominciate quando ha deciso di rileggere anche l'indiscutibile Verbo del messaggio divino scrivendo il suo Vangelo secondo Gesù . Con questo si affaccia agli anni '90 e comincia a pensare che ormai la televisione e la fretta dell'uomo per acquisire denaro utile al Consumo nel Mercato, non lascia tempo per cimentarsi con una letteratura che ha bisogno di consultare i libri di Storia. Si affida quindi all'allegoria, sperando che "classici" come la Peste di Camus, o cose note come i labirinti di Kafka o i miti di Platone, nonostante tutto si siano sedimentati nell'immaginario dei suoi potenziali lettori. I romanzi degli anni '90 ( Cecità , Tutti i Nomi , La Caverna ) che porta con sé in Svezia (nell'ottobre 1998) al ricevimento della sudata statuetta, indagano lo smarrimento degli individui di fronte a una "globalizzazione" che li rende anonimi e ciechi, oggetti (come le merci) dei Centri commerciali che diventano città, non-luoghi per non-identità. Il resto è storia del XXI secolo (ai lettori di Liberazione abbastanza nota), di dissidi con editori che non amano gli scrittori impegnati, di un caos che avrebbe bisogno di un ordine. Un secolo tormentato dal sopraggiungere di nuovi esperimenti genetici e de L'uomo duplicato , dello scadimento della democrazia a ancella del voto elettorale (che lo scrittore vorrebbe salvare invitando ad astenersi nel suo Saggio sulla lucidità ) e di un dialogo con la morte che Saramago comincia ad affrontare a cuore aperto ripensando alle madeleine della sua infanzia ( Le intermittenze della morte ) e al caro nonno analfabeta che prima di morire era corso ad abbracciare i suoi amati ulivi.
Con lui aveva passato i primi anni della sua vita, ad Azinhaga, dov'era nato il 16 novembre 1922. Un piccolo villaggio "infinitamente" distante da Stoccolma, una misura colmata però con chilometri di scrittura che rimpiangeremo.

Forse un giorno scriveremo di lui, come lui con fantasia scriveva ad Allende quando la Rivoluzione dei garofani aveva preso altre strade: «Qua va male, compagno. Sono molte le nostre difficoltà e molti i nostri nemici. Anche tu li hai avuti e di loro sei morto. Qui, paese che sembra aver scelto definitivamente il sebastianismo, pensiamo che tutto si sarebbe fatto tra garofani e canzoni. Non sapevamo che il socialismo era difficile e non abbiamo capito niente con la tua morte. Perdonaci per questo. È chiaro che non siamo scoraggiati, tanto meno vinti, ma abbiamo pensato che scrivere questa lettera ci avrebbe fatto bene. E adesso, veramente, sentiamo quella grande serenità di chi sa di stare dalla parte della ragione»[dal Diário de Notícias del 7 agosto 1975].


"Liberazione", 19/06/2010

 

http://quadernodisaramago.wordpress.com/


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Il 20 maggio del 1970 entrava in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 20 maggio 2010


A quarant'anni dallo
Statuto dei lavoratori
 

Roberta Fantozzi


Il 20 maggio del 1970
entrava in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Traduzione della parola d'ordine lanciata da Di Vittorio nel '52 "la Costituzione nelle fabbriche", l'approvazione dello Statuto fu l'esito dello straordinario biennio '68-'69. Delle lotte operaie, del protagonismo di massa e del generale movimento di contestazione che segnò in quegli anni la società. Lo Statuto sanciva l'effettività delle libertà e dei diritti costituzionali per i cittadini-lavoratori e sosteneva l'esercizio dell'attività sindacale nelle fabbriche. L'esigibilità dei diritti conquistata dallo Statuto si incardinò in particolare in due articoli: l'articolo 28 sulla repressione delle condotte che limitino libertà, attività sindacale e diritto di sciopero, e l'articolo 18 sull'obbligo di reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato.

Con il primo si riconosce l'asimmetria di potere esistente tra lavoratori e impresa, con il secondo si nega il potere assoluto dell'impresa nell'organizzazione del lavoro e si costruisce la garanzia per l'esercizio di tutti gli altri diritti. Lo Statuto attuava la Costituzione nel suo senso più profondo: quello del riconoscimento del carattere progressivo del conflitto sociale.


Il quarantesimo compleanno dello Statuto si celebra in un contesto tra i più drammatici. Se i processi di frammentazione delle produzioni hanno reso più acuto il problema dell'esclusione dalle garanzie dell'articolo 18 per i lavoratori delle piccole imprese, se la precarizzazione del lavoro e la legge 30 hanno posto in condizione di ricatto un'intera generazione di donne e uomini, l'attuale governo vuole chiudere il cerchio.

Il quotidiano intervento legislativo nel segno dell'intensificazione della precarietà, si combina con l'attacco portato al contratto collettivo e con la volontà di destrutturare il sistema dei diritti.

E' esplicita la volontà di sancire questo processo con l'approvazione dello Statuto dei Lavori in sostituzione della legge 30. A questo disegno va opposta la costruzione di un movimento ampio di opposizione sociale. Un movimento che rivendichi, a partire dalla lotta alla precarietà, l'universalizzazione dei diritti previsti dallo Statuto.


"Liberazione", 20/05/2010


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Ricordiamo Peppino Impastato
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 11 maggio 2010


«Anche oggi dobbiamo fare quei cento passi»

di Paola Natalicchio

“Contateli, sono cento anche questi”. Carlo Cosmelli insegna nella facoltà di Fisica dell'Università La Sapienza di Roma. Un professore militante, di quelli che nel 2008 firmarono la petizione contro l'ingresso di papa Ratzinger nell'ateneo. È sua e dell'associazione Violaverso (www.violaverso.org) l'idea di tenere aperta la facoltà domenica pomeriggio, 9 maggio, a 32 anni dalla morte di Peppino Impastato, in una giornata finalmente assolata, tra biciclette in festa e bandiere fuori dalle macchine, da penultima giornata di campionato. La gente, però, arriva lo stesso. Chi non è riuscito a partire da Roma per la manifestazione annuale di Cinisi è venuto qui. Giovani, soprattutto. Tanti. A occhio, almeno duecento. Cosmelli li accoglie uno a uno, sotto la statua di Milton e Galileo, a due passi dalla rampa di scale. Indica con il dito i cento passi disegnati che partono dal cortile della facoltà, fino alle aule del primo piano. Orme nere, attaccate al pavimento con l'adesivo, per ricordare la distanza che c'era tra la casa di Peppino Impastato e quella di Don Tano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra che ne ordinò la morte con un attentato dinamitardo sui binari del treno.

Tutt'attorno, sui muri della facoltà, l'elenco con i nomi delle vittime della mafia. E' seguendo quei nomi che si arriva all' “Aula Amaldi” dove, tra panche di legno e ringhiere verdi, ha inizio un evento che sembra un incrocio tra un concerto e una messa. “Cos'ha in comune la fisica con la magistratura che lotta contro la mafia? Il rispetto delle leggi e delle regole”, ripete Cosmelli, introducendo il dibattito e spiegando il perché del luogo prescelto, davanti ai poster di Galileo, Einstein e Copernico, le teche con i modellini dell'atomo e del pendolo di Focault. Intanto suona la musica: dagli altoparlanti, la canzone dei Modena City Ramblers per Peppino, che i ragazzi conoscono a memoria e che fu la colonna sonora del film di Marco Tullio Giordana a cui un'intera generazione (quella di chi oggi ha l'età di Peppino il giorno della sua morte: trent'anni) deve l'incontro con la storia del fondatore di Radio Aut. Partono le registrazioni della satira radiofonica che fece tremare la mafia locale: gli sketch su Don Tano Seduto e Mafiopoli suonano divertenti e lugubri insieme. Mentre si alternano le foto di Peppino sul maxischermo: la barba incolta, i capelli spettinati, i maglioni a collo alto. Poi inizia la lettura intensa e triste dei versi di Umberto Santino, con la voce di Stella Maggi, ripetuti in coro dagli studenti in platea: “Ricordati di ricordare, perché dove non è arrivata la giustizia arrivi la memoria”. Si entra, lentamente, in un'altra dimensione. Di lutto, inevitabile.

Prende posto tra i relatori, intanto, il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, e si fa largo il sollievo di avere ancora qualcuno in carnee ossa con cui parlare del presente e del futuro delle lotte e dei sogni. Scoppia un applauso liberatorio. Accanto a Ingroia c'è Paolo Briguglia, stretto in una felpa nera buttata su un paio di jeans. È lui il giovane attore palermitano che nel film di Giordana interpreta Giovanni Impastato, il fratello di Peppino. Giovanni, quello vero, intanto si collega con “La Sapienza” via Skype dalla manifestazione di Cinisi, quest'anno più intensa e partecipata del solito, perché coincide con l'attribuzione all'Associazione Impastato della casa di Tano Badalamenti, finalmente assegnata a chi di dovere dopo la confisca. “Sono orgoglioso della vostra manifestazione romana”, scandisce . “Bisogna reagire alla rassegnazione. Le persone rassegnate mi fanno paura perché non hanno bisogno della verità. E quando si perde il bisogno della verità si spalancano le porte alla mafia”. Intanto decolla il dibattito sull'attualità di Peppino. È Ingroia che tutti vogliono sentire.“Non ho mai conosciuto Peppino personalmente. Ma ho conosciuto quasi subito suo fratello Giovanni. Ero uno studente di Giurisprudenza, iniziai a occuparmi di mafia e diventai presto socio del Centro Studi dedicato a Peppino, gestito dal fratello, istituito subito dopo l'omicidio”, spiega Ingroia, giacca blu, camicia a righe, con la solita composta e galante passione.

La platea ascolta assorta. Nessuno dice una parola, nessuno si alza dalle panche,nessun telefonino squilla, in molti registrano l'evento con le telecamerine o prendono appunti. “Nel Centro Impastato diventai responsabile del settore cinema. Organizzavamo rassegne, eventi. E con Giovanni Impastato pensammo subito ad un film. Era necessario un film per far conoscere a tutti la storia di Peppino”. Ingroia insiste sugli aspetti unici, irripetibili di questa storia di antimafia: “Peppino non era un uomo delle istituzioni, non era neanche un vero e proprio giornalista. Era un ragazzo che si era costruito un ruolo tutto suo. Aveva messo insieme un gruppo di giovani e una radio. In quegli anni di contestazione divenne un punto di riferimento nell'ambiente degli studenti, che difficilmente avrebbero preso come modello un uomo dello Stato. Prendere come modello un ragazzo come lui, invece, fu naturale. La forza dirompente ed eversiva che ebbe in un ambiente come Cinisi fu questa: non aveva il dovere di ribellarsi al potere mafioso. Anzi, avrebbe dovuto adeguarsi a quell'ambiente, perché veniva da una famiglia mafiosa. Invece divenne un antimafioso. E peraltro un antimafioso innovativo. Non era serioso, ma irridente. Usava la satira, gli sfottò, le provocazioni e questo costituì uno scandalo”.

Ingroia aggiunge che fu proprio questo modo nuovo di fare antimafia che portò i mafiosi a nascondere la matrice del suo omicidio, fino alla costruzione della tesi dell'attentato e del “Peppino terrorista”. “Raramente i mafiosi si pongono il problema di nascondere la propria mano in un omicidio. Quando la mafia uccide si deve sapere. Invece in questo caso hanno simulato un attentato. E questo testimonia che i mafiosi si posero subito il problema che Peppino potesse diventare un simbolo antimafia e creare emulazione. Fin da subito la mafia aveva paura di Peppino da morto, così come ne ebbe paura da vivo”. Le conclusioni del procuratore aggiunto di Palermo sono sul presente: “La mafia non è sconfitta, certo. Ma la Sicilia di oggi non è più quella di allora. Sono stati fatti dei grossi passi in avanti. Oggi i commercianti di Palermo, la capitale del racket, si ribellano contro il pizzo. Ma la mafia si è fatta liquida. E se la Sicilia è meno mafiosa di prima, l'Italia è più mafiosa. Il fenomeno mafioso si è esteso al nord, in Emilia Romagna e nel Lazio. Ma anche all'estero: pensiamo agli attentati della 'ndrangheta a Duisburg. La lotta antimafia si deve attrezzare a questa integrazione e federazione tra le diverse mafie e al carattere transnazionale della mafia”. Ecco l'appello finale di Ingroia, che infiamma la platea di rabbia e speranza. “Serve un modello di cittadino impegnato, come Peppino Impastato, oggi più che mai, in risposta al suddito teledipendente pronto a omologarsi. Servono cittadini attivi, riflessivi. Non solo tifosi, ma giocatori della squadra della legalità. Se i giocatori sono in tanti si evita l'isolamento dei pochi e si può anche vincere qualche partita”. Ingroia riparte per Palermo, firmando autografi e stringendo mani.

Il dibattito, intanto,prosegue con il monito di Antonio Turri, ex poliziotto, minacciato più volte dalla mafia e referente di Libera nel Lazio. “La mafia non è solo al Sud. Ce l'abbiamo anche qui a Roma, o a pochi chilometri da qui, come a Fondi. Come si combatte? Con l'amore per il proprio territorio. La nostra risposta deve essere compatta: non ci dobbiamo disinteressare di quello che ci succede attorno. I mafio sitemono iniziative come questa di stasera. L'antimafia dei ragazzi,dei preti come don Luigi Ciotti”. Si spengono le luci e il proiettore fa partire il film di Giordana. Paolo Briguglia ricorda il set a Cinisi, la notte in cui girarono la famosa scena dei due fratelli sotto il balcone di Badalamenti: “Erano le tre e mezzo di notte. In paese era tutto chiuso. Non si vedeva un'anima, se non noi che lavoravamo al film. Luigi Lo Cascio ha preso a gridare come un ossesso. Lui gridava e il silenzio attorno era pesante come il piombo. È lì che ho sentito che stavo facendo qualcosa di dirompente. Che il nostro non era solo un film sgarrupato, ma una cosa potente”. Lo abbiamo visto tutti, quel film. Quella scena, per dire, è facile da ritrovare su You Tube. Rivediamola ancora. Una,dieci, cento volte. Aiuta. Indica bene il cammino da fare.

"l'Unità", 11 maggio 2010

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«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 2 febbraio 2010


Bertrand Russell, il Voltaire del nostro tempo

di Bruno Gravagnuolo

Parlare di Sir Bertrand Artthur William Russell, figlio del Visconte di Amberley e nipote di di Lord J. Russell, significa parlare di uno dei più grandi logici e filosofi analitici del 900. Non già semplicemente di un eccentrico aristocratico - nato a Trelleck nel Galles nel 1872 e scomparso a Plas Penthrin il 3 febbraio 1970 - capace di dare scandalo per il suo «immoralismo» (quattro mogli e numerosi amanti). Di fustigare i potenti di ogni ideologia, e di rivelarsi al mondo come guru mediatico ante-litteram, adorato dalle generazioni del secondo dopoguerra. Grande filosofo e logico matematico dunque, al pari di Moore, Wittgenstein, Frege, Dewey, Whitehead e sul fronte opposto di Heidegger.

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Persino in anticipo su Goedel e in sintonia con Einstein suo contemporaneo. E tutto ciò senza nulla togliere alle ragioni più immediate che gli regalarono la fama: le qualità mediatiche, polemiche e letterarie. Quelle che gli fruttarono il Nobel per la letteratura nel 1950, e in virtù di scritti come Matrimonio e Morale (1928), La conquista della felicità (1930) e Educazione e ordine sociale (1932). Insomma, per intendere il segreto di tanta vitalità e successo mondiale, esplosi in ambiti del tutto diversi dallo specimen professionale russelliano, occore andare al vero «demone» della personalità di Bertrand Russell: la passione filosofica della verità. La ricerca del vero, dell’esatto e del giusto. Perseguita ad ogni costo, con temerarietà tenace. Contro ogni conformismo e pigrizia, anche a costo di mettere a repentaglio carriera e rispettabilità, privilegi e libertà personale, onori e tranquillità.

E anche a costo di doversi rimangiare per intero, e dover riscrivere, opere concepite con fatica e accademicamente celebrate. Ecco, Russell, orfano inquieto di entrambi i genitori e allevato da nonni e governanti, fu essenzialmente questo. Fu un eroe della certezza intellettuale come criterio di vita morale, certezza investigata a caro prezzo. Uno straordinario cercatore di verità, approdato alla fine alla posizione di uno «scettico appassionato», come suggerì il suo biografo A. Wood in un’opera dal titolo analogo. Il che ne fece, come ha scritto A. Granese in Che cosa ha detto veramente Russell un «Voltaire del nostro tempo». Vediamo allora, per meglio capire questo approdo che ne ha scolpito poi la fama, le tappe dell’avventura filosofica di Russell. Studia matematica e filosofia a Cambridge, al Trinity College, dopo aver - già a 15 anni - assimilato Euclide e Staurt Mill. E aver contestato da adolescente, smontandone la teologia, i principi della fede cristiana. Dapprima idealista, sotto l’influsso di Bradley, esce dall’idealismo e si muove verso «l’oggettività del reale».

Movimento liberatorio coronato dall’incontro con Peano: la matematica come regno oggettivo degli enti. E la logica come fondamento della matematica, che della logica è la traduzione quantitativa. Numeri quindi come «entità reali», corrispondenti a oggetti veri, relazionati dentro la «logica delle classi», delle «proposizioni» e delle «relazioni». Di qui le due grandi opere russelliane: Principi della Matematica(1903) e Principia Mathematica (1910-1913). In realtà è qui che comincia l’Odissea. Perché ben presto Russell si accorge che l’«assiomatica» non funziona ed è autocontraddittoria. Ovvero: i costrutti logici sono autoreferenziali e non si autoesplicano. Le essenze logiche a priori, fuori dall’esperienza, danno luogo ad antinomie irrisolvibili e a paradossi - come quello del «mentitore» e della «classe di tutte le classi» - da spezzare con il rinvio ai limiti delle sensazioni. Dell’esperienza finita e limitante. L’unica, che può dar senso alla logica, ridotta a «funzione» operativa, come in Cassirer e Kant, e negata come verità autoesplicativa. La logica insomma non è verità, ma al massimo è «significato», come nell’espressione «Il re di Francia è calvo», sensata, ma falsa. E siamo a Significato e verità(1940), influenzata da Wittgenstein suo allievo, a sua volta da Russell influenzato nella sua seconda fase.

La conoscenza a questo punto è fatta di due mattoni: esperienza diretta e descrizioni derivate (tramite ipotesi, relazioni, inferenze, induzioni e deduzioni). Contano a questo punto linguaggio e condivisione con gli «altri spiriti», senza più certezze però. Perché l’esperienza iniziale stessa è diversa per ciascuno e non si acquista per esperienza, ma è un «costrutto» mobile da condividere. Qui viene il Russell morale: socialista umanitario, libertario. Teorico della liberazione tramite il desiderio, contro i desideri del Potere fintamente travisati per desideri (obbligati) dei singoli. La vera etica «erotica» per Russell è decostruttiva, da un lato. E dialogica dall’altro. Nasce dall’incontro possibile dei desideri di ciascuno con quelli dell’altro. Senza coercizione, e per continua disarmonia prestabilita. Ma qui anche lo scetticismo laico e libertario del grande creatore del Tribunale Russell contro i crimini di guerra, perseguitato dai vescovi e dai fanatici della guerra:

«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».

"l'Unità", 01 febbraio 2010
 

 

Albert Camus, Lo straniero! L'uomo in rivolta "IO mi rivolto, dunque NOI siamo".
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 8 gennaio 2010


Cinquant'anni fa moriva il grande scrittore franco-algerino in un incidente d'auto
 
Dopo il crollo del Muro
la sinistra riscopra
Albert Camus
 
 

Renzo Paris


Il 4 gennaio 1960, cinquant'anni fa, su una macchina che da Sens puntava verso Parigi c'erano due personaggi illustri: un editore, Gallimard che era alla guida e, accanto a lui, il premio Nobel Albert Camus, che teneva con sé l'ultimo suo parto, il romanzo Il primo uomo. La vettura correva a centosessanta chilometri orari, quando uno pneumatico scoppiò facendola finire contro un albero della carreggiata. Morì lo scrittore, all'età di quarantasette anni.
A ben vedere una morte moderna, come quella di Italo Svevo o di James Dean. Per l'anniversario, Sarkozy ha proposto di inumare le spoglie del grande scrittore nel Pantheon parigino, trovando poco disposta anche la figlia di Camus, Catherine, la splendida curatrice delle opere paterne. Attualmente i francesi sono angustiati dal dibattito sull'identità nazionale e chi sa se la faccenda delle spoglie di un algerino non lo accendino ancor più.
Camus non è stato scrittore di destra, ma questa se n'è inpossessata anche in Italia, come avvenne per Pasolini ad esempio e copiando l'esempio della sinistra che per prima negli anni Settanta del secolo scorso rivalutò proprio tutti gli scrittori di destra, da Céline a Pound a Brasillach. Naturalmente gli unici amici che Camus ebbe in vita in Italia furono Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte che lo invitarono a scrivere sulla loro rivista "Tempo presente" , che allora era per la sinistra in odore di Cia.
Del resto Silone dopo essere stato comunista e in maniera più importante e duratura di Camus se ne allontanò, stigmatizzando i due totalitarismi che occuparono in pianta stabile il secolo scorso, e obbligando gli intellettuali e gli scrittori a stare da una parte o dall'altra. Camus fu uno dei pochi, per la verità, che cercò di uscire dalla tenaglia, buscandosi le reprimende di Sartre che non vedeva allo stesso modo lo stalinismo dell'Unione sovietica come il nazismo tedesco. Si pose al di sopra delle parti per via della sua filosofia umanistica e per quell'uomo in rivolta solidale che lo angosciò fino in punto di morte. Ora la Francia lo festeggia con quattro volumi della collana della Pleiade e con fiumi di articoli su tutti i giornali e settimanali e riviste e numeri monografici e con una fiction che farà rivivere lo scrittore e il suo tempo. Anche da noi per la verità ci sono stati articoli sul cinquantenario ma c'è qualcosa che distoglie. Ed è l'impegno, a cui gli scrittori non sono più abituati, la questione delle idee di uno scrittore che doveva essere un uomo completo, le prese di posizione sugli argomenti più scottanti. Si sa che oggi gli argomenti più spinosi sono trattati dai tuttologi televisivi, da gente che ormai rassomiglia a quella di un circo degradato dove regna la mancanza totale di qualsivoglia coerenza di ragionamento. E speriamo che non venga in mente a qualcuno di loro di parlare di Camus! Oggi lo scrittore, anche quello più per così dire impegnato, è uno che scrive un reportage sulle periferie della sua città o di qualche metropoli, sottolineandone la solitudine. Mai che qualcuno finisse nel delta del Niger per raccontarci che cosa succede lì. Perciò scrittori come Camus ci fanno l'impressione di vecchi elefanti, vissuti in un'epoca adusa a leggere e a scrivere e non a guardare come oggi. Chi ha letto L'uomo in rivolta tra i giovani di oggi? L'ultima volta che è stato aperto era nel 1968 ma in America. In Italia dominava Sartre e la sua attrazione per i goscisti. Ma oggi che anche Sartre è stato seppellito e disseppellito tantissime volte, la cui statua tentenna e molto, che fine farà il povero Camus, vaso di coccio tra vasi di ferro di manzoniana memoria? Già in Francia si è scritto che era un filosofo per liceali, che il suo Mito di Sisifo era una volgarizzazione del concetto dell'assurdo, che anche i suoi romanzi, così decisamente a tesi, chi li legge più? E stiamo parlando de Lo straniero e de La peste. Il teatro poi, quello dell'assurdo, che noia! Ma perchè si prendevano così sul serio gli scrittori di una volta, se oggi i bestselleristi mirano soltanto a far soldi, a vendere di più? Camus è passato nelle forche caudine della Nouvelle critique del Nouveau roman , rifiutando il personaggio e la trama dello strutturalismo di Barthes che però indicò ne Lo straniero un fulgido esempio di "scrittura bianca". Oggi che lo strutturalismo è un lontano ricordo, così come è un ricordo la riflessione del romanziere sul proprio fare, quando il personaggio è tornato con l'autore a dettar legge, come rileggere Albert Camus? Intanto torniamo alla sua vita e alle sue opere. Orfano di padre crebbe con la madre in un quartiere povero di Algeri. Tra i professori di liceo, Jean Grenier lo influenzò. A vent'anni Albert Camus si iscrisse al partito comunista ma se ne allontanò subito per la politica dell'Urss sul mondo arabo. E questo distacco gettò le basi per le sue opere. Fece l'attore e il regista di una compagnia teatrale che metteva in scena testi classici ad uso e consumo di operai e contadini. La tubercolosi gli impedì di finire i suoi studi universitari. Divenne giornalista di "Alger-Repubblicain" dove pubblicò un'inchiesta sulla Cabilia. I suoi primi saggi sono riflessioni filosofiche come Il rovescio e il diritto e Nozze. Nel 1942 scrisse il suo capolavoro Lo straniero e un testo teatrale che ebbe molto successo Caligola e poi Il mito di Sisifo che tradotti in America ebbero molti applausi. Partecipò alla resistenza dalla parte dei partigiani e nel 1946 cominciò a lavorare per la Gallimard, la casa editrice che gli stampò tutti i suoi libri. Nel 1947 prese il premio Nobel, anticipando Sartre che poi lo rifiutò. Del 47 è La peste a cui seguiranno i brani filosofici e narrativi, compreso il teatro. La sua volontà di non giustificare lo stalinismo gli procurò, come ho detto, l'antipatia di Sartre che non lo ebbe a simpatia anche per la sua posizione sulla guerra d'Algeria e sul colonialismo francese, che non era quella dell'autore di Parole. Per quelli della mia generazione Camus fu l'autore de Lo straniero e de L'uomo in rivolta, che acquistai nei miei primi viaggi in Francia negli ormai lontani anni Sessanta. Poi il romanzo a tesi, che aveva origini nobili presso Voltaire e Diderot, si offuscò per via della nuova generazione della neoavanguardia che prese piede anche in Italia e che ci obbligò semmai a leggere Lo straniero come il testo di un maghrebino di oggi che non conosce molte parole e che semplifica al massimo lo stile. L'ironia di Barthes in quella sua scelta credo che pochi l'abbiano colta. La scrittura bianca anticipata dalla storia di uno che spara quattro colpi su un algerino nell'indifferenza generale?
Ma non era la linguistica l'idea dello strutturalismo? Dopo le avanguardie a poco a poco è tornato in auge il personaggio nel romanzo e lo scrittore fa il buono e cattivo tempo sulle pagine dei giornali, ma tutto questo a ben vedere non ha molto da spartire con Camus e anche la scia del nuovo impegno italiano alla Saviano può comprendere l'autore de Il primo uomo, l'ultimo romanzo che racconta con strazio la sua vita con la madre nell'Algeria povera della sua infanzia. Insomma caduto il contesto uno scrittore che in quel contesto ha molto battagliato con i suoi volumi di Actuelles , può anche subire una sorta di cancellazione. Senonchè riaprendo Lo Straniero mi accorgo che le parole mi prendono ancora e che lo leggo ancora una volta d'un fiato. Meno La peste che non sono mai riuscito a finire, mentre i suoi saggi filosofici mi ricordano il sedicenne che li leggeva affascinato dall'idea della rivolta solidale. Se penso ai libri filosofici di Sartre rabbrividisco. Il vero Sartre è nel romanzo La nausea, nei racconti de Il muro e nel tardivo Parole. Anche Che cos'è la letteratura oggi è illegibile. Detto tutto anche di Balzac preferiamo i romanzi ai suoi saggi critici. I filosofi hanno il vizio di tradurre in romanzi le loro idee e quando però sono dei veri artisti come per Camus, è l'arte che domina. Ma com'è che oggi il lettore non vuole più essere istruito, imbeccato? Forse perchè troppe volte ha preso fregature? No, non da noi, che se si esclude Pirandello, le idee sono grame. In Francia la tradizione del romanzo a tesi è illustre e i lettori di quel paese amano la filosofia forse di più della letteratura, ecco perchè le mescolano. E poi in Francia la narrativa pensosa è anche insieme a quella d'amore, non come da noi che per trovare un romanzo d'amore come si deve si fa fatica, come del resto si suda a trovare un romanzo pensoso. Insomma, detto tutto, mi sembra che la vittoria di Camus in questo cinquantenario si debba riassumere almeno in questo: che nel Novecento non c'erano solamente staliniani e hitleriani, ma anche chi, scottato dall'uno o dall'altro totalitarismo, si è ritrovato solo, come un vaso di coccio tra quelli di ferro, come ho già detto. L'attuale temperatura politica in fondo è favorevole a Camus, almeno in Francia, mentre da noi Silone fa fatica a uscire vivo per quella sua opera di spionaggio a favore dei fascisti che storici di peso hanno dimostrato. I discorsi che si sentono da più parti sulla violenza sembrano camusiani e questo vorrebbe dire che si appresta a diventare un classico, se non fosse per la mancanza di certezze che abbiamo sulla fortuna del cartaceo. In fondo Camus non solo non ha previsto l'era di internet, ma nemmeno la crisi del libro, che per quelli della sua generazione che uscivano dalla Seconda guerra mondiale era necessario come il pane. Ci dimentichiamo, spesso, che questi scrittori che amiamo sarebbero sorpresi dinanzi a un computer e al bailamme di internet, e certo non sarebbero favorevoli alla globalizzazione delle merci di oggi insieme alla massificazione delle coscienze. Camus credeva ancora nell'individuo, che se per Sartre era in crisi da molto, per lui algerino, era una conquista. Visto che tutto sommato le idee di Camus possono essere condivise, almeno dopo il crollo del muro di Berlino, perchè non provare a rileggere i suoi romanzi e soprattutto Lo straniero?


"Liberazione", 08/01/2010

Addio all'uomo che incontrò i "veri selvaggi"!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 novembre 2009


L'accademico si è spento a Parigi, avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre
Una vita dedicata allo studio delle strutture che guidano popoli e gruppi sociali

E' morto Claude Lévi-Strauss
addio al padre dell'antropologia

PARIGI - L'antropologo ed etnologo Claude Lévi-Strauss è morto la notte fra sabato e domenica a Parigi. Era nato a Bruxelles il 28 novembre del 1908, fra pochi giorni avrebbe compiuto 101 anni. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa dall'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales.

Lévi-Strauss nasce a Bruxelles ma si trasferisce presto con la famiglia a Parigi dove suo padre lavorava come ritrattista, dunque la sua formazione culturale avviene nel clima intellettuale parigino. Studia Legge e Filosofia alla Sorbona, non conclude gli studi in Legge ma si laurea in Filosofia nel 1931. Inizia a insegnare in un liceo di provincia - un'esperienza che condivide con Maurice Merleau-Ponty e con Simone de Beauvoir.

Le sue posizioni filosofiche sono molto critiche nei confronti delle tendenze idealiste e spiritualistiche della filosofia francese del periodo fra le due guerre. Scopre presto nelle scienze umane, in particolare nella sociologia e nell'etnologia, la possibilità di costruire un discorso più concreto e innovatore sull'uomo. Decisivi gli incontri con Paul Rivet, che conosce in occasione dell'esposizione di Jacques Soustelle al Museo Etnografico, e con Marcel Mauss, del quale fu allievo. Di quest'ultimo, lo segna in particolare il metodo utilizzato per spiegare e analizzare riti e miti dei popoli primitivi.

Nel 1935 gli viene offerto di andare a insegnare Sociologia a San Paolo in Brasile, dove una missione culturale francese aveva avuto l'incarico di fondare una università. Sarà per Lévi-Strauss l'occasione per conoscere un mondo completamente diverso da quello europeo, ma soprattutto per entrare in contatto con le popolazioni indie del Brasile, che diventeranno l'oggetto delle sue ricerche sul campo.
 
Il suo esordio nel campo dell'antropologia avviene in maniera graduale. Nei primi tempi, quando è libero dagli impegni universitari, compie brevi visite nell'interno del paese. Organizza poi una spedizione di qualche mese tra i Bororo, un gruppo rtnico del Brasile, e infine una missione, che durerà un anno, nel Mato Grosso e nella foresta amazzonica dove incontrerà "i veri selvaggi", cioè le popolazioni meno acculturate e nello stesso tempo per lui più interessanti. L'analisi di queste esperienze di antropologo sul terreno confluiscono in Tristi Tropici, opera pubblicata nel 1955.

Tornato in Francia nel 1939 viene mobilitato per lo scoppio della seconda guerra mondiale ma nel 1941, subito dopo l'armistizio, a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, è costretto a fuggire e riesce a imbarcarsi per gli Stati Uniti. A New York conosce e frequenta altri intellettuali emigrati e insegna presso la Nuova scuola per le ricerche sociali. Insieme a Jacques Maritain, Henri Focillon e Roman Jakobson, è considerato uno dei fondatori dell'École Libre des Hautes Études, una specie di "università in esilio per accademici francesi.

Gli anni trascorsi a New York sono molto importanti per la formazione di Lévi-Strauss. La sua relazione con il linguista Jakobson gli è d'aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista. Lévi-Strauss è anche considerato, insieme a Franz Boas, uno dei maggiori esponenti dell'antropologia americana. Disciplina, quest'ultima, che insegna presso la Columbia University a New York, lavoro che gli fa ottenere un titolo che gli servirà per essere accettato con facilità negli Stati Uniti.

Nel 1948 torna a Parigi e nekllo stesso anno consegue il dottorato alla Sorbona con una tesi maggiore e una minore - come era tradizione in Francia - dal titolo The Family and Social Life of the Nambikwara Indians (La famiglia e la vita sociale degli indiani Nambikwara) e The Elementary Structures of Kinship (Le strutture elementari della parentela).


("la Repubblica", 3 novembre 2009)

 

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L'ethnologue Claude Lévi-Strauss est mort

L'anthropologue Claude Lévi-Strauss

L'ethnologue est mort dans la nuit de samedi à dimanche à l'âge de 100 ans, selon l'Ecole des hautes études en sciences sociales.

Les 100 ans de Lévi-Strauss

Vocation ethnologue

Les objets de Claude Lévi-Strauss au Musée du quai Branly

Ce qu'ils ont appris de Lévi-Strauss : Patrice Maniglier

"Le Monde", 03-11-09

 

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"liberation", 03-11-09

 

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3/11/2009 (16:49) - LUTTO NEL MONDO DELLA CULTURA

E' morto l'antropologo Levi-Strauss

Claude Levi-Strauss era nato a Bruxelles nel 1908

Aveva 100 anni, dopo l'esilio in Usa
e il ritorno in Francia studiò logiche
e dinamiche dei rapporti di parentela
Padre dello strutturalismo, esaminò
usi e costumi dei popoli "primitivi"
PARIGI
«Nulla, allo stato attuale della ricerca, permette di affermare la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra»: questa citazione è rappresentativa di ciò che è stato l’uomo e lo scienziato sociale Claude Levi-Strass, morto la notte di sabato, che avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Si tratta in assoluto uno dei più grandi antropologi e intellettuali del Novecento, la cui vita è stata dedicata a far capire che cultura non è solo la produzione artistica di un popolo, ma è il complesso delle peculiarità del popolo stesso.

L’opera di Levi-Strauss e la sua antropologia culturale di matrice strutturalista (di cui è uno dei padri fondatori) sono anche per questa ragione universali, nel senso che non permettono più graduatorie tra una cultura e un’altra. I suoi studi vanno oltre l’ambito scientifico e si possono ricondurre anche a quello politico e letterario. È in questo senso emblematica una delle sue opere più famose, Tristi Tropici, il cui titolo è divenuto da tempo un modo di dire per intendere il senso di fine di un mondo, che in questo studio è riferito al naufragio di un’intera civiltà, quella delle tribù indie del Brasile, a metà anni ’30.

A livello letterario il saggio è stato messo alla pari con un classico francese, le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand: un’autobiografia intellettuale in cui convivono l’esperienza del viaggiatore, la ricerca sul campo e il confronto fra società moderne e primitive, che si risolve spesso a favore di queste ultime. Oltre ad essere tra i primi studi a mettere in evidenza il distacco di Levi-Strauss dallo spiritualismo e idealismo francese, nel quale si era formato, a favore di un’indagine che si muova su basi concrete, costruite sulla comparazione delle strutture fondative delle società stesse.

«I veri selvaggi» sono per lui «le popolazioni meno acculturate e nello stesso tempo più interessanti», come disse al ritorno dai suoi viaggi nella foresta amazzonica. Con Levi-Strauss si amplia e si sdogana, come si è detto, dalla tradizionale definizione occidentale il termine cultura. La Cultura cede il passo alle culture, alle espressioni delle peculiarità di un popolo, una tribù, un gruppo. Nato a Bruxelles il 28 novembre 1908, compie gli studi a Parigi dove completa la sua formazione laureandosi in filosofia nel 1931. Non soddisfatto dell’ambiente filosofico che lo circonda, dirige il suo interesse verso le scienze umane, in particolare l’antropologia e la sociologia. Nel 1935 si trasferisce a San Paolo per insegnare sociologia all’università. Trascorre cinque anni in Brasile e poi, dopo un breve ritorno in Francia, sua patria d’adozione, a quel tempo assediata dai nazisti, si rifugia - per sottrarsi dalle persecuzioni antiebraiche - negli Stati Uniti, dove conosce e frequenta l’elite degli intellettuali emigrati, insegnando alla Nuova Scuola per le Ricerche Sociali.

Il legame con Roman Jakobson, decisivo nella messa a punto del metodo d’indagine strutturalista, per esaminare le varie forme di aggregazione sociale, le lezioni alla Columbia University a New York e il dottorato alla Sorbona con la tesi sulle strutture elementari della parentela - un cult per l’epoca - sono solo alcune delle tappe del percorso professionale e umano di Levi-Strass.

Scienziato sociale, intellettuale ma anche filosofo politico per la capacità di opporre, negli anni settanta, una lettura analitica della società a quella ideologica di stampo marxista. Avanguardista, anticipatore di nuovi modi di approccio al reale: con Pensiero Selvaggio, entra in polemica con Jean Paul Sartre, in merito alla libertà della natura umana e con Il crudo e il cotto si impegna sul concetto di mito, che sostiene nascere nel punto di passaggio dalla natura alla cultura.

Tanti i riconoscimenti. Membro dell’American Academy of Arts and Letters, Laurea ad honorem dalle Università di Oxford, Harvard, Columbia ed è stato anche onorato della Grand-croix de la Legion d’honneur.

Un anno fa, al compimento dei suoi cent’anni, la Francia, dove è ritornato a vivere, gli ha dedicato una serie di iniziative il cui fulcro è stato al museo di Quai Branly, dedicato alle arti primitive, ai piedi della Torre Eiffel - di cui lo stesso Levi-Strauss è stato grande sostenitore - con un percorso completo intorno alle esplorazioni dello studioso (proiezione di fotografie e documentari e visite tematiche sulle popolazioni studiate dall’etnologo francese) e una targa dedicata all’entrata.

Negli ultimi anni, pur fedele alla sua scelta di ritirarsi dall’indagine scientifica, ha continuato in modo attivo a pubblicare meditazioni sull’arte, sulla musica e sulla poesia, concedendo, talvolta, interviste in cui ha offerto, attraverso reminiscenze della propria vita, ancora diverse occasioni di riflessione.

"La Stampa", 03-11-09

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L’accademico transalpino aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli "primitivi"

Francia: è morto Claude Levi-Strauss

Il grande antropologo ed etnologo francese è scomparso a Parigi all'età di 100 anni

PARIGI (FRANCIA) - Lutto nel mondo della cultura francese. Il grande antropologo ed etnologo Claude Levi-Strauss è morto nella notte fra sabato e domenica a Parigi all'età di 100 anni. La notizia però è stata diffusa solo oggi dall'«Ecole des hautes etudes en sciences sociales».

 

 

 

CHI ERA - Divenuto noto al grande pubblico per la sua opera «Tristi Tropici», l’accademico francese aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli "primitivi", ai simboli e alle strutture di gruppo. Sul piano teorico era considerato in antropologia il massimo teorico dello strutturalismo, corrente di pensiero che sostiene che tutti gli aspetti culturali di una società siano riconducibili a strutture fondamentali.

LA VITA - Nato a Bruxelles, ma da genitori francesi, nel 1908, Levi-Strauss avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Levi-Strauss studia legge e filosofia alla Sorbona di Parigi non concludendo gli studi in legge, ma laureandosi in filosofia nel 1931. Inizia ad insegnare in un liceo di provincia condividendo questa sua esperienza con il grande filosofo francese Maurice Merleau-Ponty e con la scrittrice Simone de Beauvoir. Le sue posizioni filosofiche sono molto critiche nei confronti delle tendenze idealiste e spiritualistiche della filosofia francese del periodo fra le due guerre, soprattutto perchè egli riconosce in se stesso un'esigenza di concretezza che lo porta verso direzioni completamente nuove. Scopre presto nelle scienze umane, in particolare nella sociologia e nell'etnologia, la possibilità di costruire un discorso più concreto e innovatore sull'uomo. Decisivo l'incontro con Paul Rivet, che conosce in occasione dell'esposizione di Jacques Soustelle al Museo Etnografico, e con Marcel Mauss del quale fu allievo. Rimane affascinato dal forte senso del concreto che scaturisce dall'insegnamento di Mauss e dal metodo che egli utilizza per spiegare e analizzare i riti e i miti primitivi. Nel 1935 viene offerto a Lèvi-Strauss di andare ad insegnare sociologia a San Paolo in Brasile, dove una missione culturale francese aveva avuto l'incarico di fondare l'università. Questa sarà l'occasione per conoscere un mondo completamente diverso da quello europeo ma soprattutto per entrare in contatto con le popolazioni indie del Brasile che diventeranno l'oggetto delle sue ricerche sul campo.
Tornato in Francia nel 1939 viene mobilitato allo scoppio della seconda guerra mondiale ma nel 1941, subito dopo l'armistizio, a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, è costretto a fuggire e riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. A New York conosce e inizia a frequentare molti altri intellettuali emigrati e ad insegnare presso «La Nuova Scuola per le Ricerche Sociali». Insieme a Jacques Maritain, Henri Focillon e Roman Jakobson, è considerato uno dei fondatori dell'École Libre des Hautes Études, una specie di università-in-esilio per accademici francesi. Gli anni trascorsi a New York sono per Lèvi-Strauss molto importanti per la sua formazione. La sua relazione con il linguista Jakobson gli è d'aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista. (Jakobson e Lèvi-Strauss sono infatti considerati le figure centrali dello strutturalismo). Lèvi-Strauss è anche considerato, insieme a Franz Boas, uno degli esponenti maggiori della antropologia americana. Insegna questa disciplina presso la Columbia University a New York e il suo lavoro gli fa ottenere un titolo che gli servirà per essere accettato con facilità negli Stati Uniti. Nel 1948 Lèvi-Strauss ritorna a Parigi e in quell'anno consegue il suo dottorato alla Sorbona con una tesi maggiore e una minore, come era tradizione in Francia, dal titolo «La famiglia e la vita sociale degli Indiani Nambikwara» (The Family and Social Life of the Nambikwara Indians) e le «Le strutture elementari della parentela» ( The Elementary Structures of Kinship).
«Le strutture elementari della parentela» viene pubblicato l'anno seguente e immediatamente considerato uno degli studi più importanti di antropologia sui rapporti di parentela fino a quel momento effettuati. Già Emile Durkein, aveva pubblicato un famoso studio, dal titolo «Forme elementari della vita religiosa», frutto di una analisi su come i popoli organizzano le loro famiglie esaminando le strutture logiche che vengono a formarsi nelle relazioni tra i vari componenti. Mentre, tra gli antropologi inglesi, Alfred Reginald Radcliffe-Brown sosteneva che la parentela era basata sulla discendenza da un comune antenato, Lèvi-Strauss sostiene che la parentela era basata sull'alleanza tra due famiglie che si viene a creare quando una donna proveniente da un gruppo sposa un uomo appartenente ad un altro gruppo. Tra gli anni 1940 e 1950 Lèvi-Strauss continua le sue pubblicazioni e ottiene sempre maggior successo. Al suo ritorno in Francia lavora come amministratore della CNRS, al Musèe de l'Homme e in seguito all'École Pratique des Hautes Études, alla sezione di «Religious Sciences», sezione precedentemente fondata da Marcel Mauss e rinominata «Comparativie Religion of Non-Literate Peoples». Nel 1955 pubblica «Tristi Tropici», essenzialmente un diario di viaggio nel quale annota le sue impressioni, frammiste a una serie di geniali considerazioni sul mondo primitivo amazzonico, che risalgono al periodo intorno al 1930 quando egli espatriò dalla Francia. Nel 1959 Lèvi-Strauss diventa titolare della cattedra di Antropologia sociale presso il Collège de France. Dopo qualche tempo pubblica «Structural Anthropology» che comprendeva una collezione dei suoi saggi con esempi e teorie strutturaliste. In quel periodo sviluppa un programma che comprende una serie di organizzazioni, come un Laboratory for Social Anthropology e un nuovo giornale, l'Homme, per poter pubblicare i risultati delle sue ricerche. Nel 1962 pubblica quello che per molti venne ritenuto il suo più importante lavoro, «Pensèe Sauvage». Nella prima parte del libro viene delineata la teoria della cultura della mente e nella seconda parte questo concetto si espande alla teoria del cambiamento sociale. Questa seconda parte del libro coinvolgerà Lèvi-Strauss in un acceso dibattito con Jean-Paul Sartre riguardo alla natura della libertà umana. Ormai diventato una celebrità, Lèvi-Strauss trascorre la seconda metà degli anni sessanta alla realizzazione di un grande progetto, i quattro volumi di studi dal titolo Mythologiques. In esso, Levi-Strauss analizza tutte le variazioni dei gruppi del Nord America e del Circolo Artico esaminando, con una metodologia tipicamente strutturalista, le relazioni di parentela tra i vari elementi.

 


"Il Corriere della sera", 03 novembre 2009

Alda Merini: «Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio»
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 2 novembre 2009


Alda Merini, scompare la poetessa della "doppia anima"
 
«Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio», scriveva in una componimento intitolato Poesia e la sua instabilità si traduceva in versi ad altissima intensità emotiva, spesso erotica, sin a partire dai primi componimenti, semplici, lineari, di pochi versi.

CULTURA
Lutto nel mondo della letteratura
Scrittrice inquieta e tormentata, iniziò molto presto a comporre. Aveva 78 anni. Era nel reparto di oncologia del nosocomio S. Paolo di Milano.

"La Stampa", 01-11-2009

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www.liberazione.it

"Liberazione" del 3 Novembre pag.8


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permalink | inviato da Notes-bloc il 2/11/2009 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Michael Jackson ha raggiunto l'Olimpo degli Artisti e, finalmente, potrà essere soltanto ascoltato e rispettato per quello che era: un grande Artista!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 8 luglio 2009


 

Detenuti delle Filippine ricordano Michael Jackson

Pina Bausch ha creato «pezzi» indimenticabili come "Palermo, Palermo"!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 1 luglio 2009


La danza perde Pina Bausch

di Rossella Battisti

Pina Bausch se ne è andata dalla scena del mondo con un ultimo, tragico coup de théatre, dettato da un’agenzia secca che annunciava la sua morte a 68 anni. Il come, il perché, il rovescio confuso di domande sulla scomparsa inaspettata della Signora del Tanztheater (del cancro che l’ha portata via erano a conoscenza solo i fedelissimi), della coreografa che ha cambiato i connotati alla danza contemporanea, si dissolve su un fermo immagine, su quel volto scavato, lo sguardo struggentemente triste, i capelli liscissimi e raccolti in una perenne coda di cavallo. Il suo look di sempre, da sempre, come se negli occhi avesse impresso una fine presagita. Nel silenzio.
Di parole ce n’erano tante nei suoi spettacoli, i danzatori del Wuppertaler Tanztheater che la Bausch aveva fondato nel 1973 recitavano monologhi, cantavano, declamavano in scena poesie o confessioni intime. Ma erano frammenti di un flusso di coscienza interiore che si mescolava a memorie del quotidiano, un diario minimo della vita che parlava di un’assetata nostalgia di amore. Suoni di solitudine, interni di anime screpolate tra le sedie abbandonate di un bar ("Café Müller" del 1978, tra i primi e più celebri spettacoli), sentimenti stropicciati come foglie secche (il precedente "Blaubart").
Philippine Bausch detta Pina era nata a Solingen nel 1940, adolescente nel buio dopoguerra tedesco frequenta la Folkwang Hochschule di Essen, dove Kurt Jooss, erede della danza espressionista e degli insegnamenti di Laban, è tornato dall’esilio per lavorare alle sue concezioni di teatrodanza. Grazie a una borsa di studio, Pina conosce anche la frizzante realtà americana degli anni 60 nella prestigiosa Juilliard School di New York, con echi della modern dance di José Limón e i balletti «psicologici» di Tudor che la scrittura per i suoi lavori. Anche Jooss la vuole e Pina torna in Europa.
È un richiamo controverso alle sue radici, in una Germania cupa e grigia, stretta nella morsa del senso di colpa. Sono gli stessi anni e le stesse atmosfere e la stessa terra desolata che Fassbinder descrive nei suoi film. E che Pina riassume con altrettanta visionarietà nei suoi lavori. "Stücke", «pezzi» comincia a chiamarli a partire dal 1980, portando a maturazione con una personalissima cifra originale l’eredità del Tanztheater espressionista che aveva assorbito da allieva prima e da direttrice del medesimo centro di Essen dal ‘68. Bausch è l’orchestratrice geniale di un teatro di danza assoluto, costruito sullo spunto bizzarro di domande con le quali la coreografa sollecita «confessioni» dai suoi danzatori tra privato e immaginario. L’apparire in scena di queste opere-collage dove gli interpreti piangono, ridono, trascinano con veemente passionalità schegge di se stessi sotto i riflettori, sorprende e sconcerta il tradizionale pubblico dei ballettofili ma appassiona il mondo del teatro e del cinema.
Fellini la immette di peso nel suo "E la nave va" del 1983 nel ruolo di una duchessa cieca, anni dopo anche Almodóvar la reclamerà per il suo "Parla con lei" del 2000. Ma nel corso degli anni Ottanta e Novanta si è già celebrata la santificazione di un’artista rimasta di temperamento schivo e taciturno. Mentre la danza è tornata ad appropriarsi di una delle sue più innovatrici e geniali creature e i direttori dei teatri fanno a gara per assicurarsi un suo debutto, meglio: di opere "ad hoc" nate da periodi di residenza. È l’ultimo, fertile filone cavalcato dalla Bausch, che fruga nell’identità segrete delle città per ricavarne profili inediti, col suo sguardo curioso, la sua capacità di fiutare recondite (dis)armonie, da Vienna alla California, da Los Angeles a Lisbona (a giugno doveva debuttare il lavoro dedicato al Cile). Per l’Italia, che molto l’ha amata, ha creato «pezzi» indimenticabili come "Palermo, Palermo", "Viktor" dell’86 e "O Dido" del ‘99 per la capitale. Proprio in quest’ultimo compariva una sfumatura di inedita e colorata allegria a cui Pina sembrava infine approdare dopo l’intensità drammatica e squarcia-anima che l’aveva caratterizzata nel tempo. Un piacere della vita che l’aveva presa di sorpresa, che accostava alle eterne sigarette un buon bicchiere di vino rosso, un piatto di tagliatelle, un chiarore di sole napoletano. Forse era per esorcizzare il male oscuro. Forse per l’amore istintivo che ogni tedesco da Goethe in poi ha provato per il paese dei limoni. L’ultimo appuntamento sarà qui, a Spoleto dove la sua compagnia presenterà "Bamboo Blues". Sarà un caso, ma è anche il luogo dove all’alba di se stessa diva futura, Pina Bausch danzò con Jean Cébron più di quarant’anni fa.

"l'Unità", 30 giugno 2009
 

Le Sacre du Printemps by Pina Bausch Wuppertal Dance Theater

 

"Liberazione", 01-07-09

 

Addio Pina Bausch

Chi l'aveva incontrata recentemente, a Wuppertal, sosteneva di averla vista diversa dal solito, un po' assente, molto affaticata. 

Agli amici confessava di aver combattuto molto col suo corpo per finire l'opera Pina Bausch, Debutto 2009, dedicata al Cile. I medici le curavano il cuore (e per questo la sua cardiologa viaggiava sempre con lei). Cinque giorni fa le è stato diagnosticato invece un tumore. Chissà quando, chissà come, la morte ha deciso di portarcela via. Pina Bausch, senza dubbio la più grande coreografa contemporanea, se ne è andata a sessantotto anni. Si è spenta senza preavviso, ma in un modo delicato, e silenzioso, così come ha vissuto.

Quest'ultimo spettacolo nasceva da una residenza di Pina Bausch e dei suoi danzatori multietnici nel Nord desertico e nelle isole Chiloè del Sud del Cile. Chi era con lei ci ha raccontato del suo desiderio di andare fino in fondo, e capire come vivevano le comunità indigene, quelle fuori dalla Storia. A Santiago, aveva passato un'intera giornata a Villa Grimaldi, che oggi è un parco ma è stato un luogo di tortura ai tempi di Pinochet.

Di tutto quel materiale antropologico e umano, Pina Baush aveva trattenuto alcune cose, elaborandole, fino al debutto l'11 giugno scorso, nel suo teatro di Wuppertal, di un'opera senza titolo. Un'opera di pochi essenziali elementi, tra cui un grande pavimento bianco che lentamente s'incrina e poi si ricompone fino a sgretolarsi di nuovo: il correlativo oggettivo, forse, di quel presentimento di morte che la coreografa tedesca in qualche modo già manifestava, ma che non le vietava di esprimere ancora la favolosa energia della sua mente al lavoro. Le impressioni ricavate nel museo dell'orrore erano trasmigrate in movimenti sottili, cose impalpabili, misteriose, difficili a dirsi. (Un uomo, una donna, lo sanno quando stanno per morire.)

Direttrice del Teatro di Wuppertal dal 1973, Pina Bausch ha coniato il termine "Tanztheater", per definire un teatro della danza, o della vita, o dell'esperienza. Talvolta si definiva anche "compositrice di danza", per sottolineare il valore che nella sua arte ha avuto la musica. Fin dai tempi di Café Muller, lo spettacolo del 1978 che l'ha resa famosa nel mondo, composto sulle musiche di Henry Purcell. Cafè Muller - quaranta folgoranti minuti di danza per sei interpreti tra cui la stessa Pina Bausch, che ricreavano suoni originari nel ventre di una "drammaturgia totale" - è diventato un archetipo da citare decostruire e omaggiare: da Pedro Almodovar, che iniziava uno dei suoi film più belli, Parla con lei, proprio con una scena a teatro in cui il protagonista va a vedere Cafè Muller, fino al più recente Rewind di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, uno spettacolo che, a trent'anni di distanza da quel magnifico pezzo di storia dell'arte del '900, si interrogava sui processi della memoria, fino a stabilire che quello stesso oggetto è diventato inevitabilmente altro, trasformato dal tempo.

Ed oggi che la notizia della sua morte ci ha costretti a fare anche noi il nostro personale "Rewind", andiamo con la memoria ai suoi spettacoli dedicati a Palermo e a Roma, a quella sua capacità visionaria e semplice, felliniana a volte, quel potere non intellettuale di guardare le cose, che ci ha portato, come spettatori, a farci le domande più dirette, ma anche le più feroci, senza mediazioni, con urgenza. Le stesse domande forse che lei rivolgeva ai suoi danzatori, quando, scandalizzando il mondo ingessato dei coreografi più tradizionali, abitanti di un mondo che non esiste più, cominciò a chiedere ai suoi artisti non di imparare questo o quel passo di danza ma di rispondere a cose del genere: "da piccolo avevi paura del buio?", "cosa fai quando ti piace qualcuno?". E sui questionari, su quella privata grammatica delle passioni, costruiva poi le sue opere d'autore collettivo.

Dal 4 al 6 luglio andrà in scena a Spoleto, come previsto, il suo spettacolo dedicato all'India, Bamboo Blues: sono già arrivati i tecnici, mentre il corpo di ballo, che adesso è in Polonia, atterrerà nelle prossime ore.

Mancherà però lei, Pina Bausch, questa donna geniale e rivoluzionaria- coreografa, danzatrice, regista, antropologa - che ha portato in giro per il mondo le sue idee esplosive celate dentro quel suo corpo ascetico, la lunga treccia ormai grigia e il vestito rigorosamente nero: un'icona che attraversa il Novecento e si lancia in avanti, con la leggerezza pensosa dei grandi al lavoro.

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Quando il gotha della cultura francese si dava convegno per rivendicare il pacco dono di pochi e anonimi reclusi!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 29 giugno 2009


A venticinque anni dalla morte del filosofo francese il ricordo del suo impegno politico diretto, senza mediazioni
 
Michel Foucault, quando gli intellettuali
rischiavano e manifestavano per i reclusi

di Michele Cometa

 

Gennaio 1972, un gruppo di intellettuali francesi, tra questi sullo sfondo a sinistra Michel ...

A venticinque anni dalla morte di Michel Foucault ci chiediamo cosa ci manca di lui, cosa ci manca di un maestro ormai classico del Novecento filosofico e di un intellettuale che meglio di ogni altro ha saputo declinare congiuntamente speculazione filosofica e impegno politico e culturale. Il filosofo non ci manca affatto. Tutta la cultura contemporanea si nutre delle sue straordinarie intuizioni, sviluppa le sue tesi - in gran parte ancora da metabolizzare come dimostra le costante pubblicazione di scritti inediti e lezioni - approfondisce prospettive che nei suoi scritti appaiono profeticamente prefigurate, ma che solo a distanza di anni stanno rivelando la loro formidabile portata euristica. No, il filosofo non ci manca. La sua eredità nutre i nostri discorsi filosofici, letterari, politici…alcune opere non le abbiamo ancora lette, altre meritano una rilettura che colga tutte le loro rifrazioni nel presente. Sì, nel presente: perché è questo che ci manca di Foucault. Ci manca la sua "cognizione del presente", i suoi interventi pubblici, il suo impegno politico, il suo scendere in piazza a protestare, il suo esporsi fisicamente e politicamente. Vi è una foto, bellissima, di Élie Kagan, il fotografo che ha accompagnato tutte le rivolte del Ventesimo secolo, che può dirci, meglio di mille parole, qual era il ruolo di Foucault nella società francese del secolo scorso, e con lui di molti altri intellettuali dell'epoca. Qualcuno oggi potrebbe liquidare quella foto come la testimonianza di un anticapitalismo romantico duro a morire nel Novecento. Ma a noi tocca chiederci: cosa tiene insieme quella foto, quei personaggi, cosa mostra quell'astratta simmetria di figure che a mala pena oggi riconosciamo?
Si tratta di una foto che ritrae alcuni "passanti" nella Cour Vendôme, passanti certo non causuali ma diretti tutti insieme alla Cancelleria. E' lunedì 17 gennaio 1972. I "passanti" intendono dar voce ai reclusi di Melun ai quali era stato negato dal ministro della giustizia René Pleven il diritto di ricevere un pacco dono per fine anno. Foucault legge pubblicamente la dichiarazione dei reclusi. Non aggiunge una sola parola. Si fa portavoce di una voce soppressa e repressa, come ricorda Alain Joubert.
Nella foto si scorgono le figure disperse e concentrate di André Glucksman, di Claude Mauriac, Jean Chesneaux, Monique Antoine, Fanny Deleuze, Michel Foucault, vicino ad un lento Sartre accompagnato da Michelle Vian. Poco davanti Gilles Deleuze e un nervoso Daniel Defert, il compagno di Foucault, il punctum ineffabile ed insondabile - per dirla con Roland Barthes - che però rivela ciò che la foto non può dire, né esibire. Il nervosismo di Defert segnala a tutti noi, a distanza di anni, che non si tratta di una passeggiata, che quella accolita di intellettuali professa un mestiere rischioso, che alla fine della galleria Vendôme le forze dell'ordine non mancheranno di intervenire. Il giovane Defert tradisce tutto questo con il suo movimento inconsulto a margine della foto.
La foto documenta dunque un piccolo evento. Il gotha della cultura francese, presenze che sarebbero bastate per un'accademia internazionale di alti studi, si dà convegno per rivendicare il pacco dono di pochi e anonimi reclusi. Apparentemente un'inezia, soprattutto in tempi turbolenti come i primi anni Settanta. Eppure le voci più alte della cultura francese del tempo - ai passanti si aggiungeranno nella piazza Marianne Merleau-Ponty e Jacques-Alain Miller, insieme a Claude Liscia, Jean-Pierre Bamberger ed altri - si danno appuntamento come se si trattasse di una grande questione internazionale. Non c'è da stupirsi. Proprio Foucault ci ha insegnato a leggere in questi dettagli della sorveglianza e della punizione il destino dell'Occidente. Proprio lui ci ha fatto comprendere che l'enfasi posta sulle prigioni non è solo un'astratta preoccupazione dei difensori dei diritti umani, ma il necessario grimaldello per comprendere le profonde trasformazioni della società contemporanea. Discutere dei reclusi è discutere di coloro che reclusi non sono se non nell'immaginario di uno Stato che predica la sicurezza per violare la legge, che invoca l'espulsione dello straniero per agire indisturbato sul cittadino, che promette protezione in cambio di libertà elementari. Questa fotografia, questa piccola insignificante manifestazione dicono di più d'una lezione al Collège de France. E questo Foucault lo sapeva.
Questo ci manca di Foucault. La determinazione e l'umiltà di un intellettuale che non si limitava a passare silenziosi pomeriggi nel suo appartamento di Rue de Vaugirard. Dalla viva voce di Daniel Defert, il compagno di Foucault ho appreso qualche tempo fa, dei ritmi a dir poco piccolo-borghesi dello studioso e del ricercatore. Una giornata contrappuntata da letture, colazioni, nella prima serata un ospite, poi ancora letture. Tanto più stridente appare quindi il contrasto con l'intellettuale pubblico, che non esitava a scendere in strada per manifestare.
Per avere una testimonianza di questo impegno - una parola che oggi potrebbe scatenare ironie fin troppo facili ma la cui sostanza appartiene alla definizione stessa di intellettuale almeno come l'abbiamo elaborata in Europa - basta rileggere le "marginali" conversazioni e gli interevnti estemporanei di Foucault opportunamente raccolti e finemente curati da Salvo Vaccaro nella silloge La strategia dell'accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984 (:duepunti edizioni, Palermo, 2009). Dalle proteste di Madrid contro il franchismo all'estradizione di Klaus Croissant, l'avvocato della Frazione Armata Rossa tedesca, dal problema dei rifugiati vietnamiti alla messa al bando di Solidarnosc, Foucault dimostra con la sua sola presenza fisica che il compito dell'intellettuale non è solo quello di dipingere grandi scenari in cui incasellare i fatti della storia, né di fornire quadri di insieme credibili ed ermeneuticamente validi. L'attivismo dell'energico Foucault come del debole Jean-Paul Sartre, fianco a fianco nelle foto del 1972, ci ricorda invece che compito dell'intellettuale è quello di cogliere nel particolare insignificante, nel dettaglio la prefigurazione del disastro futuro. Ancora Foucault e Sartre avevano ben presente che due camicie brune non sono un fatto folkloristico ma il virus infetto che si può facilmente trasmettere a tutta una società. Noi sembriamo averlo dimenticato, pensiamo che sia necessario - seppure - indignarsi per i grandi massacri (che tuttavia continuano) piuttosto che concentrarci sulle piccole vicende di cronaca di casa nostra, protestare sugli assetti globali piuttosto che enfatizzare proteste parziali, locali. Eppure rileggendo quegli scritti occasionali di Foucault sembra di scorrere velocemente i fotogrammi di un film già visto, anzi di un film che stiamo vedendo senza rendercene più conto. Dalla politica della sicurezza e dell'espulsione - come forme di una strategia della paura e, perciò, dell'insicurezza -, all'estensione metastatica di quello che Foucault chiama il "giudiziabile" ( judiciable ) che ormai comprende i consumi come le questioni etiche; dalla rimozione delle nostre responsabilità coloniali cui va attribuita per gran parte oggi l'instabilità politica di interi continenti, all'incapacità delle organizzazioni politiche e sindacali di rappresentare chi è emarginato dalla politica e dal lavoro. Questioni di dettaglio, si dirà, persino rispetto alle straordinarie visioni cui ci ha abituato Foucault nel suo lavoro ermeneutico. Eppure si tratta di questioni per le quali il filosofo riteneva di dover vestire i panni della "resistenza", di quella "controcondotta", di quell'"ethos della dissidenza" che costituisce a tutt'oggi, forse oggi ancor più che nel Novecento, il margine incerto in cui è possibile intravedere la vera affermazione dei diritti dell'uomo che - come ricorda Foucault tra le pieghe di un articolo su Solidarnosc - sono ciò che per definizione si «oppone ai governi. Sono i limiti che si pongono a ogni governo possibile». Foucault non ha mai smesso di sottolineare con il proprio esempio che ribellarsi è giusto - anche se si tratta di dettagli insignificanti - perché la protesta è proprio l'argine che la società civile pone al potere, a qualunque potere. Per questo ci manca Foucault.


"Liberazione", 28/06/2009


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Il canto del vecchio Bob: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita»
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 29 aprile 2009


 

Una sferragliante sinfonia blues per Bob Dylan

di Roberto Brunelli

Una voce piena di sangue, uscita dalle viscere della terra. Intorno, una sferragliante sinfonia blues speziata di fisarmonica e trombe, violini e mandolini, intrisa di dolente elettricità e dolorosa saggezza. Bob Dylan nel 2009 canta ancora il suo personalissimo e magico viaggio verso la morte: perché le sue, a quasi cinquant’anni dall’esordio, sono ancora canzoni di amore perduto, di desiderio e struggimento. Certo, è beffardo fino all’ultimo, l’uomo che scelse di chiamarsi Dylan come il poeta Thomas: domenica sera, a Londra, la mitica Roundhouse era stipata all’inverosimile, tra le prime file c’erano Roger Daltrey degli Who e Bill Wyman dei Rolling Stones, c’erano i bellocci Clive Owen e Jude Law. Lui era attesissimo: tutti si aspettavano che suonasse le sue nuove canzoni, quelle di Together Through Life, da venerdì scorso nei negozi, nuovo e inaspettato album di colui che ancora è preso come un vate ma che preferisce raffigurarsi come un suonatore di strada.

ROCK’N’ROLL SURREALISTA
Un suonatore di quelli che attraversano il paese in lungo e largo a cantare di gente che ha perso il lavoro, di pietre che rotolano via e di amori bastardi. E infatti i pezzi erano ancora quelli vecchi - per quanto ontologicamente alterati - da Don’t think twice a I dont’ believe you passando per Tangled Up in Blue, più quelle della sua «rinascita» in terza età, da Aint’ Talking, la sua personalissima Divina Commedia, al rock’n’roll surrealista di Tweedle Dee & Dweedle Dum.
«Un magnifico rottame», definisce un giornale inglese il ruvido vocalizzo di mr. Tambourine Man. «I’ve got the blood of the land in my voice», canta lui: «Ho il sangue della terra nella mia voce». In effetti, Together through Life è l’ennesimo epitaffio blues sul presente. In Modern Times, lo stupefacente disco del 2006 che sbaragliò le classifiche come non mai dai tempi di Desire (1976), cantava «il mondo è diventato nero davanti ai miei occhi». Oggi il vecchio (sta per compiere 68 anni) sceglie un gioco d’amore sul bordo dell’apocalisse: «Mi muovo dopo mezzanotte, lungo viali di macchine rotte. Non so cosa farei senza questo nostro amore. Oltre a qui non giace niente... niente, a parte la luna e le stelle». Questa è Beyond Here Lies Nothin’, che apre l’album ed è forse uno dei suoi pezzi più forti: il benvenuto lo dà la tagliente chitarra di Mike Campbell, fedelissimo di questo suo ultimo tratto di strada, e subito dopo fa il suo malioso ingresso la fisarmonica di David Hildago, preso in prestito dai Los Lobos, e la tromba di Donny Herron.

UN NUOVO CAMBIAMENTO
Immediatamente capisci che sei in un territorio altro, ancora una curva - l’ennesima - nella vita e nella carriera di Dylan. Un gioco a scacchi con la storia fatto di sapori tex-mex, sogni perduti di un passato più metaforico che reale, fotografie in bianco e nero di marginalità e passioni proibite: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita» è il ritornello di I Feel a Change Coming On, scambiata per canzone della speranza obamiana. Nessuna speranza. O perlomeno, non è certo quella la parola più adatta a descrivere l’ultimo Dylan. È che anche questa volta, anche questo suo ennesimo e sorprendente album è un curioso gioco di mistificazioni: come sempre prodotto da Jack Frost (che altri non è che Bobby medesimo), Together Through Life è specie una scatola magica per entrare tra i solchi di un vinile dei primi anni cinquanta, quelli della Chess record, o della Sun, la casa discografica che dette i natali musicali ad un tipetto con la banana chiamato Elvis, modificando però a quella leggenda sonora geneticamente i connotati.

IL GHIGNO BEFFARDO
In It’s All Good Bob tuffa il blues delle origini in una fiera di paese ironizzando sul quel «va tutto bene»: e subito vedi dipingersi sul volto del vecchio Bob quel ghigno beffardo solcato di rughe che è oramai il suo ultimo lasciapassare verso la storia. Come sempre il Dylan più verace è quello paradossale: «Quella porta è stata chiusa per sempre, semmai là ci sia mai stata una porta», sibilla rauco in Forgetful Heart, un altro blues crepuscolare cadenzato dal passo del viandante. Del suonatore di strada, quello che non si ferma mai. Quello che ha fatto un patto col diavolo, quello sgorgato dalle viscere della terra.


"l'Unità", 28 aprile 2009

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VERGOGNA!!!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 aprile 2009


Sulla linea 24 mezzi diversi per gli stranieri. Il tragitto
porta dal cuore della città al Centro di accoglienza

Foggia, bus solo per immigrati

L'ira di Vendola: "Aboliteli subito"

di PIERO RUSSO


Foggia, bus solo per immigrati L'ira di Vendola: "Aboliteli subito"
FOGGIA - Un autobus per i bianchi, uno per i neri. Non è un revival anni '50, ambientato in Alabama, né la storia di Rosa Parks, la donna di colore che si rifiutò di far sedere dei bianchi al suo posto; non è neanche una storia di Apartheid in Sudafrica. È quello che accadrà da lunedì a Foggia, nel 2009. L'azienda municipalizzata dei trasporti, infatti, ha istituito una linea differenziata della vecchia "24", che collega la città alla borgata di Mezzanone, che ospita il Cara, centro di accoglienza richiedenti asilo, e che sarà utilizzata esclusivamente dagli extracomunitari.
Un'iniziativa che il governatore regionale pugliese Nichi Vendola ha subito bocciato: "Credo che l'amministrazione di Foggia debba al contrario, se c'è richiesta, moltiplicare i servizi ordinari per tutti. E che la linea per gli extracomunitari di Foggia, che ha il sapore della separazione, debba essere abolita al più presto".

Le due 24 non avranno la stessa fermata: per gli immigrati sarà possibile salire al centro di accoglienza e giungere al capolinea della stazione ferroviaria di Foggia, mentre i residenti di Borgo Mezzanone saliranno nel centro abitato e scenderanno in via Galliani, a circa trecento metri e nei pressi della villa comunale. L'iniziativa segue quella istituita il 19 marzo per i collegamenti del Cara di Bari, che serviva ad evitare agli immigrati un tragitto di quasi tre chilometri per raggiungere la prima fermata utile. A Borgo Mezzanone la situazione è differente: il centro di accoglienza, che dovrebbe ospitare 550 persone, ne accoglie circa 800 e più volte si sono verificati episodi d'intolleranza da parte degli abitanti della borgata, stanchi di furti e molestie da parte degli immigrati. Più volte, gli autisti degli autobus sono stati aggrediti e hanno fatto richiesta di automezzi della polizia a scorta dei pullman di linea.

Le linee diverse sono state istituite per motivi di ordine pubblico. Polemica l'Acsi, l'associazione delle comunità straniere in Italia, a Foggia presieduta dal tunisino Habib Ben Sghaier: "L'integrazione non si fa così. Non posso credere che la prefettura abbia avallato una decisione simile. Questo è razzismo. Forse l'istituzione della nuova linea giunge perché gli abitanti di Mezzanone sono elettori e a giugno ci sono le amministrative". Borgo Mezzanone, però, è una frazione di Manfredonia, seppur più vicina a Foggia, dunque l'elezione del sindaco di Foggia c'entra poco. E proprio il primo cittadino Orazio Ciliberti chiarisce: "Non parliamo di razzismo, ma di opportunità di creare un servizio migliore. Nessuno impedisce agli immigrati del centro di accoglienza di percorrere due chilometri in più, arrivare nella frazione di Borgo Mezzanone e prendere il bus che parte di lì e arriva in centro. Alla base della decisione - continua Ciliberti - ci sono gli attriti tra immigrati e residenti a Mezzanone".

("la Repubblica", 3 aprile 2009)
A fissare il giorno delle donne all'8 marzo è stata la Conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921 "per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviata la prima fase della rivoluzione russa". In ogni caso, W le donne!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 8 marzo 2009


 "La verità sull'8 marzo delle donne
per quel libro scovato per caso"

di SILVANA MAZZOCCHI


"La verità sull'8 marzo delle donne per quel libro scovato per caso"
SE, NELLA PARIGI del Fronte popolare si distribuivano i mughetti, nel 1946 quando l'Udi, l'Unione donne italiane, si trovò a organizzare il primo 8 marzo dell'Italia libera, le partecipanti alla discussione decisero di optare per le gialle mimose. "A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli... pensammo che quel fiore era abbondante e, spesso, disponibile senza pagare...", recita tra l'altro la testimonianza di Marisa Rodano, una delle tante voci raccolte nel bel volume 8 marzo, una storia lunga un secolo, in cui Tilde Capomazza (femminista e programmista televisiva) e Marisa Ombra (ex partigiana e presidente, negli anni Settanta, dell'editrice di Noi donne) ricostruiscono un secolo d'impegno femminile, restituendo dignità e adeguata importanza a una data troppo spesso ridotta a puro rito consumistico.

Il libro, già uscito nel 1987 con il titolo: Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna per la casa editrice di nicchia Utopia e presto andato esaurito, esce ora per Jacobelli con una nuova edizione impreziosita dal Dvd originale, (anche questo introvabile fin dal 1988), che intreccia rare immagini storiche con le interviste e le testimonianze di alcune protagoniste della politica italiana degli ultimi cinquant'anni. Un documento molto utile per comprendere il vero significato dell'8 marzo e, dunque, per incentivare l'indispensabile passaggio di memoria tra le generazioni.

E' ricco di notizie e di ricostruzioni storiche il lavoro di Capomazza e Ombra. E, già all'epoca, fece scalpore soprattutto una scoperta: il fatto che non fosse in realtà basata su alcun dato certo la convinzione comune che Clara Zetkin, nel 1910, avesse scelto l'8 marzo per ricordare le operaie americane morte due anni prima durante un incendio avvenuto nel corso di uno sciopero. E come, invece, fosse provato da una ricca documentazione che, a fissare il giorno delle donne all'8 marzo, fosse stata la Conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921 "per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviata la prima fase della rivoluzione russa".

IL VIDEO



Tilde Capomazza, il vostro libro ha sfatato la leggenda che l'8 marzo sia nato per ricordare la morte delle operaie americane nell'incendio del 1908. Come lo avete accertato?
"Potrei dire 'per puro caso', ma in realtà fu la tappa felice di una ricerca che cominciata nel 1985 durò due anni: Marisa Ombra passava giornate in vari archivi, io sfogliavo libri, le poche riviste storiche esistenti; Internet allora per noi ancora non esisteva. Un giorno alla storica libreria delle donne 'Al tempo ritrovato' a piazza Farnese, a Roma, chiesi a Maria Luisa Moretti se per caso le fosse mai passato tra le mani qualche libro o rivista che parlasse della Giornata della donna, anche in lingua straniera, magari. Lei si mise a pensare, poi, rivolta a Simone, sua partner nella gestione della libreria, disse: 'Guarda un po' su quello scaffale ... ti ricordi quando venne una ragazza francese e ci lasciò un libro?' Simone non ricordava, ma cercò e trovò quel libro. Mancò poco che non svenissi. Titolo 'La journée internationale des femmes. La clef des énigmes, la verité historique'. Autrice Renée Coté , canadese del Quebèc, quindi di lingua francese. Era un libro farraginoso, ma ricco di riproduzioni, di citazioni, di appunti relativi alla confusa storia della Giornata, tutta interna al Movimento socialista internazionale e successivamente alla Internazionale comunista. Fu lì che scoprimmo che di incendio non si parlava affatto, ma decisiva fu la lettura degli atti della Conferenza internazionale delle donne socialiste a Copenaghen 1910 dove di Gdd si parlò ma non di incendi... La giornata, dopo vari tentativi fatti da Clara Zetkin fu poi approvata a Mosca nel 1921 , definita giornata dell'operaia, e ispirata alla rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo zarismo avvenuta il 23 febbraio 1917 (corrispondente nel nostro calendario gregoriano all'8 marzo)".

Il libro e il dvd raccontano i 50 anni di questa ricorrenza. Qual è, oggi, il significato dell'8 marzo?
"Il libro per la verità, uscito nel 1987 cioè 21 anni fa, non aveva alcun intento celebrativo di una ricorrenza. Ci eravamo buttate in questa impresa Marisa ed io, non storiche, ma militanti del Movimento con percorsi diversi, perché avvertivamo che le manifestazioni dell'8 marzo stavano perdendo di forza, di efficacia, al limite, di senso. E pensammo di ripercorrerne la storia per capire cosa aveva spinto le donne che ci avevano precedute a costruire questo appuntamento annuale di lunga durata che aveva certamente prodotto importanti esiti. Era il caso di mollarlo o era bene rifletterci? Scegliemmo la seconda via scoprendo eventi impensati. Ma di tutto questo l'unica cosa che colpì la stampa fu la cancellazione dell'incendio e pareva che, con quella scoperta, avessimo voluto cancellare addirittura la giornata".

Qual è il testimone che la generazione del femminismo e del Movimento ha trasmesso alle ragazze di oggi?
"Noi abbiamo studiato e scritto di quel filo affascinante che ha attraversato la storia del Movimento e che ha portato attraverso le piazze d'Italia le proteste, le denunce e le richieste che le militanti intendevano far conoscere sia alle altre donne , sia ai vari governi. Ma non abbiamo fatto storia del Movimento, anche se abbiamo dovuto attraversarlo. Sull'argomento le opinioni delle donne che sono state soggetti attivi possono essere molto diverse. Noi due, con il nostro lavoro, abbiamo voluto fare memoria storica di questo appuntamento annuale ricco di eventi, di sofferenze, di allegria, di grande impegno che è stato il prodotto di un soggetto collettivo molto forte e che ha impegnato ogni donna che ne faceva parte".

"Al mito dell'incendio che ha avuto una funzione aggregante agli inizi, abbiamo sostituito la storia di questi soggetti reali che si sono fatti carico per sé e per tutte le donne di un processo di emancipazione e liberazione che deve continuare. Di fronte alla commercializzazione e volgarizzazione dell'8 marzo, noi proponiamo una riflessione sulla storia, molto gradevole nel dvd, molto avvincente nel libro. Questo è il nostro testimone e speriamo che passi in più mani lasciando tracce ispiratrici di nuovi impegni".

Tilde Capomazza, Marisa Ombra
8 marzo, una storia lunga un secolo
Prefazione di Loredana Lipperini
Jacobelli editore
Cofanetto libro*dvd, euro 19,50


("la Repubblica", 7 marzo 2009)

La verità sull'8 marzo


Per la festa delle donne fu scelta la data della Conferenza internazionale delle donne comuniste nel '21
20 Gennaio 2009 BARACK OBAMA PRESIDENTE USA
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 20 gennaio 2009


20 Gennaio 2009

 BARACK OBAMA
PRESIDENTE USA



OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.

Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.

E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.


Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.

Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.

Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.
Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.
Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America.

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.

Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.

La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.

Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.

Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.

Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.

Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.

Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.

Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.

Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.

Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

"Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo".

America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.

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Un discorso forte.
Adesso i fatti

 

Dino Greco

L'altra America alla prova. Con questo titolo abbiamo aperto il giornale di ieri, in attesa del discorso di investitura di Barack Obama, per rappresentare la consistenza delle aspettative e, contemporaneamente, l'inanità del compito. E lui, il primo presidente nero del più potente paese del mondo, non ha deluso. Nella imponente scenografia davanti al Campidoglio si è colta una connessione sentimentale fra il neo presidente americano e il suo popolo, segnata da un'autenticità reale. L'attesa di una svolta profonda nei metodi e nei contenuti della politica americana - screditata fino all'impresentabilità dall'amministrazione Bush e travolta nella sua presunzione di onnipotenza dal tracollo economico finanziario - era davvero grande. Neppure i legittimi dubbi suscitati dalla scelta degli uomini chiave dell'establishment e da qualche evidente torsione moderata del programma con cui Obama aveva galvanizzato l'America liberal nel corso della campagna elettorale hanno affievolito un feeling che ora dovrà superare la prova del governo. Proporremo nei prossimi giorni una riflessione più accurata e articolata. Su alcuni punti merita tuttavia soffermarsi subito. Innanzitutto la voglia di scrollare di dosso dall'America l'odio, il sentimento di repulsione che la sua politica di potenza guerrafondaia si è guadagnata in giro per il mondo. La rivendicazione della pace, la mano tesa al mondo musulmano, la condanna della violenza, dei massacri di inermi, il futuro da assicurare ad ogni bambino e ad ogni latitudine sono parse evocare i drammi recenti in terra di Palestina. Il leit motiv della sicurezza del popolo americano è stato coniugato con il rispetto dei diritti umani. E poi la crisi, non solo dovuta all'inopinata irresponsabilità di pochi, ma frutto di errori di fondo che hanno compromesso diritti fondamentali, al lavoro, all'istruzione, all'abitazione, all'assistenza sanitaria, ad una retribuzione e ad una previdenza decenti. Il mercato resta (poteva non esserlo?) il perimetro dentro il quale ricostruire l'economia, ma va posto sotto controllo perché altrimenti esso diventa una cuccagna per i ricchi ed un lavacro per i poveri. Ed anche la crescita del Pil non dice nulla se non c'è redistribuzione della ricchezza. Sembra incrinarsi, sotto i colpi della crisi, l'antica mitologia che vuole il tenore di vita del popolo americano non negoziabile: «Il declino - dice Obama - non è inevitabile, ma dobbiamo cambiare i nostri obiettivi», il modo di produrre, in una neonata vocazione ecologica. «Useremo il sole, il vento, la terra», in una sorta di riconciliazione con la natura. E poi l'appello conclusivo alla responsabilità, condito tuttavia da un inconsueto, esplicito richiamo alla necessità di coniugare e non più contrapporre libertà ad uguaglianza. 
Ancora, merita sottolineare la rivendicazione e la messa in valore di una società composita: multietnica, multireligiosa dove credenti e atei debbono convivere nel reciproco rispetto e tolleranza, dove all'egoismo deve sostituirsi la solidarietà sociale. La chiusura, di grande effetto, di respiro universale, quella dal significato simbolico più pregnante, sta tutta in quella frase accolta da un entusiasmo incontenibile: «60 anni fa un uomo nero non poteva sedere in un luogo pubblico, ora è qui che parla davanti a voi». Obama ha detto che l'America deve cambiare, perché il mondo è cambiato. Con oggi le parole sono finite. Ora tocca ai fatti. Vedremo.


"Liberazione", 21/01/2009

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e-democracy
?
(
http://www.descrittiva.it/calip/0607/mona/Dopo-la-democrazia.pdf )

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 10 dicembre 2008


 Dichiarazione Universale
dei Diritti Umani


"Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita".
(Dichiarazione universale dei diritti umani, Articolo 2, 10 dicembre 1948)

Fra' Inteso invita i Direttori del "Corriere della sera" e de "La Stampa" ad andare via, perché riportano all'opinione pubblica le sue contraddittorie e innumerevoli dichiarazioni! Ma lui lo fa solo per far divertire! Non capiscono nulla 'sti Direttori!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 dicembre 2008


 


Fra Inteso

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cliccare, prego:
La guerra di Sky vista da Vincino




"il Foglio", 3 Dicembre 2008

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Berlusconi contro Sky e stampa

"Sull'Iva non torno indietro"

Sulla pay tv il premier, prima, apre: "Se il Pd vuole metà dell'Iva ai ricchi...".
Poi parla Tremonti: "Ue aveva già detto di no a Prodi".
E il Cavaliere conferma: "Imposta resta al 20%".
E attacca i direttori di Stampa e Corriere: "Vadano via"

IL RETROSCENA "Evitiamo che la D'Amico..." di C. LOPAPA
Tariffe, per gas luce e autostrade niente blocco
SONDAGGIO: PAY TV PER I RICCHI? OLTRE 45.000 VOTI

"la Repubblica", 3 Dicembre 2008


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Tassa su Sky, il governo tira dritto
L'ira di Berlusconi contro i giornali

Tassa su Sky, il governo tira drittoL'ira di Berlusconi contro i giornali

11:01   POLITICA Tremonti: «Allineamento dell'Iva al 20% deciso per evitare una procedura di infrazione da Bruxelles. Era un impegno del governo Prodi, ecco il carteggio che lo dimostra»
Affondo del premier a Corriere e Stampa: «I direttori cambino mestiere» VideoReazioni
L'ad del gruppo: Agevolazioni? Le introdusse Dini, oggi Pdl
La campagna Sky Il promoMisura giusta? Votate
Quando la Fininvest protestava contro l'oscuramento: guarda

"Corriere della sera", 3 Dicembre 2008



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POLITICA  Iva per le pay tv - L'esecutivo tira dritto

Il premier contro i direttori di "La Stampa" e di "Corriere": «Vergogna, vadano a casa».
La pay tv accusa: esposto a Bruxelles fu di Mediaset
+ Sì dell’Ue al piano anti-crisi da 200 miliardi di Tremonti  MARCO ZATTERIN

"La Stampa", 3 Dicembre 2008

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Editto di Berlusconi: «Giornali e Pd a casa»

A Sofia aveva chiesto la testa di Biagi, Santoro e Luttazzi, ora il premier se la prende con Paolo Mieli e Giulio Anselmi. I direttori di Corriere della Sera e Stampa «dovrebbero andare a fare un altro mestiere». «Ma che vergogna i titoli su Sky». Ne ha anche per la sinistra: «Dovrebbe andare a casa». La risposta dei direttori: continueremo a fare il nostro lavoro.


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permalink | inviato da Notes-bloc il 3/12/2008 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La rete Erasmus del “No alla 133” che da Parigi, Lione, Madrid, Valencia, Granada, Londra, Bruxelles, Monaco, Amburgo, Copenaghen e Leida, si riunisce in rete per manifestare il dissenso contro i tagli di Tremonti e la “riforma” della Gelmini.
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 12 novembre 2008


 
Scuola, l'Onda arriva in Europa
di Alessia Grossi

  Era arrivata già alla ribalta delle cronache il 7 novembre con l’irruzione nel Consolato italiano a Londra. Ora, in occasione della manifestazione degli studenti universitari contro la 133 del 14 novembre a Roma, la «European Anomalous Wave», l’Onda anomala europea, si organizza e si unisce in un unica protesta per manifestare davanti ai consolati italiani delle maggiori città europee. È la rete Erasmus del “No alla 133” che da Parigi, Lione, Madrid, Valencia, Granada, Londra, Bruxelles, Monaco, Amburgo, Copenaghen e Leida, si riunisce in rete per manifestare il dissenso contro i tagli di Tremonti e la “riforma” della Gelmini.

A Valencia, già lunedì gli studenti italiani si sono riuniti in assemblea e hanno prodotto il testo che consegneranno al console italiano perché lo faccia avere al Ministro italiano. «Ci siamo anche noi», dice il testo del video che hanno postato anche su Youtube, che nessuno pensi che gli studenti Erasmus si sentano esclusi. Oltre al documento, per l’occasione gli Erasmus valenciani hanno stabilito un’Assemblea permanente.
“Da Valencia contro la 133”, infatti, scrivono nel documento gli studenti, è un «contenitore e di idee e strumento di coordinamento della mobilitazione nata spontaneamente dall’incontro di numerosi erasmus italiani» tutti «uniti, indipendentemente dalle diverse provenienze geografiche e eterogeneità ideologica dal comune senso di disagio nei confronti di una legge che mina le basi, già traballanti dell’Università Italiana».

Insomma, l’Onda dilaga e si fa sentire anche fuori dai confini italiani, si raduna su Facebook, crea siti internet e blog per l’occasione e venerdì molte città europee l’avranno sotto gli occhi.

A
Parigi, dove l’Onda «l’onda anomala raggiunge l’attuale sede del presidente di turno dell’UE» come si legge nel comunicato stampa degli Erasmus parigini, la voce studentesca inizialmente si è scoperta molteplice, come dire, prima ancora di coordinarsi, si erano già formati spontaneamente diversi gruppi di protesta.
Anche gli erasmus francesi, come il resto dell’Onda Anomala ha organizzato per venerdì un sit-in sotto al Consolato italiano per consegnare al console «Luca Maestripieri un documento che esprime rifiuto e indignazione verso le riforme della scuola e dell’università proposte dal governo italiano. In seguito, una rappresentanza di studenti si sposterà all’ambasciata italiana portando lo stesso all’ambasciatore Ludovico Ortona». Dopo il sit-in l’Onda sfilerà poi lungo la Senna, non senza sperare nella solidarietà dei Collettivi francesi che starebbero decidendo di manifestare in segno di solidarietà con gli studenti italiani. Questo, perché l’Onda, ha come obiettivo centrale quello di opporsi al fenomeno delle riforme dei Paesi della Comunità europea a discapito della cultura e della ricerca.
È per questo motivo che, anche dopo il 14, l’Onda promette di non sciogliersi ma di continuare a lavorare per un sistema universitario e scolastico migliore.

"l'Unità", 12-11-08


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permalink | inviato da Notes-bloc il 12/11/2008 alle 22:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Prosa o Poesia? Dimissioni Tremonti sì o ... no?!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 novembre 2008


«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni (…). Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì». Il Governo mandi i facinorosi; poi menateli pure, giustificate la vostra punizione severa. Meglio "Picchiarli a sangue" (Cossiga)


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 "Che roba Contessa all'industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti
volevano avere i salari aumentati
gridavano, pensi, di essere sfruttati
e quando è arrivata la polizia
quei quattro straccioni han gridato più forte
di sangue han sporcato il cortile e le porte
chissà quanto tempo ci vorrà per pulire."

Compagni dai campi e dalle officine
prendete la falce portate il martello
scendete giù in piazza picchiate con quello
scendete giù in piazza affossate il sistema.

Voi gente per bene che pace cercate
la pace per far quello che voi volete
ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra
vogliamo vedervi finir sotto terra
ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato
nessuno più al mondo deve essere sfruttato.

"Sapesse Contessa che cosa m'ha detto
un caro parente dell'occupazione
che quella gentaglia rinchiusa là dentro
di libero amore facea professione.
Del resto mia cara di che si stupisce
anche l'operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente che può venir fuori
non c'è più morale, Contessa."

Se il vento fischiava ora fischia più forte
le idee di rivolta non sono mai morte
se c'è chi lo afferma non state a sentire
è uno che vuole soltanto tradire
se c'è chi lo afferma sputategli addosso
la bandiera rossa gettato ha in un fosso.

Voi gente per bene che pace cercate
la pace per far quello che voi volete
ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra
vogliamo vedervi finir sotto terra
ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato
nessuno più al mondo deve essere sfruttato.

Ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato
nessuno più al mondo deve essere sfruttato.
(Pietrangeli, Contessa)

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Mozione di Idv e Pd: "Presentato dal governo ha effetti ancora
più devastanti. Ora il ministro Tremonti, come promesso, si dimetta"

L'allarme dell'opposizione
"Ritorna la norma salva-manager"

da "la Repubblica" del 30 Ottobre 2008


Tremonti aveva detto in Aula:

 "O va via l’emendamento o va via il ministro dell’Economia".
Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in aula al Senato, riferendosi ad un emendamento presentato al decreto Alitalia che permetterebbe di "salvare" i manager dei recenti crack finanziari. Il numero uno di via XX Settembre ha spiegato che,
"se si immagina che la linea del governo sia quella prevista da un emendamento che prevede la riduzione della soglia penale per alcune attività di amministratori si sbaglia". "Questo emendamento è fuori dalla logica di questo Governo. O va via questo emendamento - ha concluso il titolare del dicastero dell'Economia - o va via il ministro". L’aula del Senato ha accolto le parole di Tremonti con un applauso
(L'aut aut di Tremonti).

da “Il Giornale”

Sì, sono gli artisti (e i "giovani") che cambiano il percorso della storia!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 4 agosto 2008


 

NEL TUO ARCHIVIOCultura

 

Solgenitsin

 

Addio a Solgenitsin, testimone e narratore del Gulag

Alexander Solgenitsin, lo scrittore russo e dissidente sovietico, premio Nobel per la letteratura, è scomparso all'età di 89 anni. Secondo il figlio Stepan la morte è avvenuta per «un improvviso arresto cardiaco». L'autore di Arcipelago Gulag e di Una giornata di Ivan Denisovic, vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1970.

"l'Unità", 04-08-08


Un omaggio:

Qualcuno era comunista

- Giorgio Gaber & Sandro Luporini
(da "E pensare che c'era il pensiero", 1995) 

http://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ


Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, ... La mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto un'educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima...) era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano... (!)

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona...

Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo...

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l'operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l'aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?... oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!

Qualcuno era comunista perché... "la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!"...

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare TUTTO!

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini...

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c'era il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d'Europa!

Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l'Uganda...

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant'anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!...

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!

Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l'uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.


- Giorgio Gaber & Sandro Luporini
(da "E pensare che c'era il pensiero", 1995)

http://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ

 




permalink | inviato da Notes-bloc il 4/8/2008 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Mentre Walter prepara il Festival della "protesta", noi ascoltiamo un Poeta della Protesta! Fai con calma, Walter, l'Italia può ... aspettare!?
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 9 luglio 2008


 
LE "POESIE INCIVILI" DI CAMILLERI



RITA BORSELLINO: "BISOGNA ESSERCI TUTTI UNITI IN PIAZZA"

da "la Repubblica", 09-07-08

"Ma lungo la strada dei "cento passi" la maggior parte delle finestre sono rimaste ancora una volta chiuse e pochissime persone si sono affacciate"!
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 9 maggio 2008


 Il fratello Giovanni: "Fra Terrasini e Cinisi mai una manifestazione così nutrita"
Il corteo finisce davanti alla casa a 'cento passi' da quella del boss Badalamenti

In seimila per Peppino Impastato
ucciso dalla mafia trent'anni fa

Il sindaco: "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a lui a fine giugno"


<b>In seimila per Peppino Impastato<br>ucciso dalla mafia trent'anni fa</b>

Una foto di Peppino Impastato


CINISI (PALERMO
) - "Fra Terrasini e Cinisi non si era mai vista una manifestazione antimafia così nutrita". Le parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, hanno salutato il corteo che ha ripercorso l'ultimo tragitto fatto con la sua auto dall'ex militante di Democrazia proletaria prima di essere assassinato dagli uomini di Tano Badalamenti, la notte tra l'8 e il 9 maggio di trent'anni fa.

Dalla vecchia sede di '
Radio Aut', a Terrasini, le oltre seimila persone dietro lo striscione con su scritto "La mafia uccide il silenzio pure", hanno raggiunto Cinisi, dove la manifestazione si è conclusa davanti alla casa natale di Peppino Impastato, a 'cento passi' dall'abitazione del boss Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana. Un importante punto di memoria e raccordo delle diverse esperienze antimafia e di impegno civile che è stato trasformato da Giovanni Impastato, nella "Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato", intitolata anche alla madre che fino alla morte nel 2004 si è battuta per ottenere verità e giustizia. Solo nel 2002 Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come un incidente da inquirenti che avevano preso per buona la messinscena dei mafiosi: il cadavere di Impastato, esponente di Democrazia proletaria, era stato abbandonato sui binari nei pressi della stazione di Cinisi, come se fosse morto durante un attentato dinamitardo che stava preparando.

Fra la folla anche l'ex leader di Dp, Mario Capanna, un gruppo in rappresentanza del comitato "No Dal Molin" e uno di quello "No Tav". Luisa Impastato, nipote di Peppino, ha distribuito quattromila fiori, gerbere donate al forum sociale antimafia, da un'associazione pugliese. Presente anche Francesco Caruso, espressione dei movimenti no global. E poi i vecchi compagni di Peppino e tanti giovani del movimento antimafia rinato negli ultimi mesi a Palermo. Nel corteo, che all'ingresso a Cinisi ha intonato "Bella ciao", tante bandiere rosse. Ma lungo la strada dei "cento passi" la maggior parte delle finestre sono rimaste ancora una volta chiuse e pochissime persone si sono affacciate.

"Cinisi ha fatto una scelta antimafia chiara, non è più dalla parte di Tano Badalamenti, ma si riconosce in Peppino Impastato", ha detto il sindaco Salvatore Palazzolo annunciando che "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a fine giugno a Peppino Impastato".


("la Repubblica", 9 maggio 2008)

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Camminando
sulla strada
di Peppino

 

Francesco Forgione

In tanti e tante saremo a Cinisi oggi, per ricordare, a trent'anni dal suo omicidio, Peppino Impastato.Cammineremo da Radio Aut, la sua radio libera e disobbediente, fino alla sua casa, dove per anni, alla fine di ogni corteo, ci ha accolti il sorriso fiero di Felicia, la mamma di Peppino, protagonista di una straordinaria battaglia per avere verità e giustizia sull'omicidio scomparsa, come se ormai la sua missione di vita fosse esaurita, poche settimane dopo la morte di Tano Badalamenti, il boss di Cinisi che ne ordinò l'omicidio e per questo, dopo oltre vent'anni, fu condannato dal tribunale di Palermo.
Parlo di Felicia, della sua tenacia e della sua forza -lei minutissima- nel condurre anni e anni di battaglie in una realtà mafiosa come Cinisi, dove alle madri, alle vedove, ai famigliari delle vittime della mafia è concesso solo di portare il lutto, chiuse nel proprio dolore e nel proprio silenzio. E invece Felicia, di quel lutto portava solo il nero di donna del sud, tanto è stato il suo impegno a lottare con i compagni di Peppino, con il Centro Impastato, con Giovanni e Felicetta, per rompere ogni omertà, spronare la magistratura, denunciare depistaggi, continuare a fare vivere Peppino nell'impegno antimafia di tanti giovani e militanti della sinistra.
Anche negli anni del gelo, quando il 9 maggio a Cinisi ci ritrovavamo in qualche decina, non mancava il suo coraggio e la sua voglia di lottare. Si, perché tante volte, in tanti anniversari, siamo stati davvero in pochi.
Del resto, la vita e la morte di Peppino, hanno avuto poco di ufficiale. Non era un uomo delle istituzioni, non era un "politico", non era uno da commemorazioni e inni nazionali.

I funerali di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia 30 anni fa a Cinisi in un agguato mafioso. ...

Anzi, la sua antimafia era voglia di rivoluzione, assalto al cielo, conflitto sociale e anche generazionale, nuove forme di comunicazione e, soprattutto, irrisione del potere.
Radio Aut fu una delle prime radio libere in Italia e Peppino capì il valore dell'uso della parola, della comunicazione, della controinformazione in una realtà costruita sul silenzio sociale e sull'omertà. Qualche anno prima, quando ancora le radio libere non erano comparse sulla scena dell'informazione, Peppino ne aveva visto nascere una, rudimentale, si poteva ascoltare solo nel raggio di poche centinaia di metri e la sua esistenza, brevissima, rappresentava già un fatto rivoluzionario: era la "radio dei poveri Cristi", creata a Partitico, a pochi chilometri dalla sua Cinisi, da Danilo Dolci. E proprio con lui, sociologo triestino che aveva scelto la Sicilia per trasferirvi il suo impegno, Peppino incontra il valore e la pratica della nonviolenza attraverso quel lavoro che, anche grazie a Danilo Dolci, prima e dopo il terremoto del Belice, farà di donne e uomini senza storia i protagonisti di straordinarie lotte contro la mafia, per l'acqua, per il lavoro. E' una straordinaria stagione di lotte che rigenerano anche il ruolo e il radicamento delle organizzazioni storiche della sinistra e del movimento operaio.
Da Radio Aut, anni dopo, nella fase del compromesso storico e della palude siciliana del potere politico -mafioso, il sistema veniva combattuto, i mafiosi beffeggiati col loro nome e cognome, i politici collusi smascherati. Il Consiglio e l'amministrazione comunale Dc-Pci di Cinisi, descritti come il "Gran consiglio della tribù", il cui capo non era il sindaco, ma "don Tano Seduto", quel Tano Badalamenti che, allora capo della cupola mafiosa di Cosa Nostra, prima dell'avvento dei corleonesi di Riina e Provenzano, tutto poteva tollerare tranne che essere irriso pubblicamente.
Peppino viola tutte le "regole", rompe tutti i codici, comincia dalla sua famiglia, famiglia di mafia: come si dice in Sicilia, "è sangue pazzo". Credo sia proprio questa la lezione più grande che ci lascia: il coraggio e la forza di rompere con culture e valori radicati, la ribellione ad ogni forma di familismo amorale e mafioso, collante ancora diffuso di una egemonia culturale che in tanta parte del Sud consente alle mafie di rigenerare potere e consenso. Nel suo ribellarsi e nella continua ricerca di una autonomia culturale e politica di linguaggi, in un contesto in cui anche la sinistra ufficiale era spesso silente e subalterna al blocco di potere dominante, c'è tutto il suo essere figlio del sessantotto e di quella straordinaria stagione sociale, politica, culturale che tanto ha influito anche nella Sicilia di quegli anni. Rifiuta ogni compatibilià di quel suo mondo, e di quella realtà. E forse sa anche di dover morire, quando, negli ultimi giorni della sua vita, candidato nelle liste di Democrazia Proletaria, addita pubblicamente Badalamenti come trafficante di armi e di droga. Quasi un'auto-condanna nella Sicilia muta di quegli anni.
Ma era la sua libertà a muoverne le scelte e l'impegno, non la sua incoscienza.
Per tutto questo, dopo trent'anni, Peppino Impastato continua ad indicarci una strada, diverse da altre, di impegno sociale e di lotta contro la mafia.
Nell'anno e mezzo vissuto da presidente della Commissione parlamentare antimafia, ho incontrato decine e decine di scuole, università, gruppi di volontariato, in una straordinaria esperienza di conoscenza e di ascolto. La cosa che più mi ha colpito è come e quanto Peppino sia diventato un esempio e, perché no?, un simbolo per migliaia e migliaia di giovani e di ragazzi e per una nuova generazione militante. E così scopri che nelle scuole medie di Reggio Emilia o nel liceo di Napoli, nell'istituto gestito dalle suore in Toscana come all'università di Torino o a quella di Bari, e persino in alcune scuole elementari, centinaia e centinaia di giovani e giovanissimi o hanno visto il film o fatto la tesi e poi il seminario o il dibattito su Peppino Impastato e la sua antimafia e scopri anche quanto questi ragazzi conoscano e si sentano amici di Giovanni e Felicetta che da anni girano l'Italia parlando di antimafia sociale.
E' il lavoro che tocca anche a noi che vogliamo continuare a batterci, nonostante i tempi inclementi e tempestosi, per un'alternatica radicale e di società.
Sappiamo che la mafia, negli anni del liberismo e della globalizzazione, è diventata uno dei soggetti e dei fattori più dinamici del processo di modernizzazione capitalistica che ha trasformato il paesaggio sociale e produttivo della Sicilia e del Mezzogiorno, costruendo attorno a se un vero e proprio blocco sociale, organico e funzionale al sistema di potere dominante. Per questo l'antimafia non può vivere di ecumenismi, deve rappresentare una chiave di lettura critica della realtà e recuperare una grande dimensione sociale. Occorre un cuore nella nuova stagione della lotta alla mafia, se se ne vuole aggredire la natura e l'essenza di grande holding economico-finanziaria criminale: colpire i patrimoni, i capitali, le ricchezze e la sua capacità di accumulazione e di gestione dei grandi flussi finanziari.
In fondo la lezione di Peppino Impastato è tutta qui, nel comprendere che la lotta contro la mafia non può vivere dentro l'esclusiva dimensione repressiva e giudiziaria, ma deve mettere in discussione interessi materiali, strutture politiche, assetti del potere, codici culturali e sociali. Deve essere protagonismo diretto, diffuso e di massa, indignazione e ribellione e, sopratutto, ricerca continua di "un altro mondo possibile". Perché se, lui come urlava dai microfoni di Radio Aut, "la mafia è una montagna di merda", una società, una politica, un sistema di imprese, istituzioni e partiti, che la tollerano e se ne fanno imbrattare non possono in alcun modo appartenerci.


"Liberazione", 09/05/2008

 




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