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di Ignazio Licciardi
Presentazione (registrata)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 marzo 2015


Presentazione del libro di Marina Minghelli, Nel Mezzodelgiorno, Franco Angeli, Milano 2010 di Maria Bonafede – Barbara Bruno – Carmen Cardella –Liliana Cimino – Deborah Davì – Tiziana Fiumefreddo – Valeria Giardi – Jenny Giustiniano –Antonino Leonardi – Ignazio Licciardi – Federica Passavanti – Laura Scianò -Libreria Feltrinelli di Palermo, 31 Gennaio 2011 Premessa di Ignazio Licciardi Saluto, anzitutto, la scrittrice Marina Minghelli. Ringrazio la Feltrinelli per l’ospitalità e, chiaramente, tutti i presenti, tra i quali sembra che emergano soprattutto volti giovani. Già questo scenario mi fa intravedere il senso della speranza, di un futuro di successo, di un grande successo. Se i giovani affollano le Librerie e i luoghi di cultura vorrà pur dire che la rinascita è vicina. Potrei dire, anzi, che essa sembra voler ripartire proprio da questo spazio, adornato di pagine e copertine stampate e di note musicali che a fatica restano serrate nei loro contenitori. Ebbene, co-presente a me v’è un gruppo di giovani studenti della Università di Palermo che studiano e meritano di rendersi protagonisti, più che semplici spettatori, perché non vogliono continuare ad ascoltare coloro che ripetono fino alla nausea che, anche per loro, verrà il giusto tempo, sol perché oggi sono ancora – dicono costoro! -inesperti, proprio perché troppo giovani, per cui devono attendere, sì, … devono attendere il loro tempo. Ebbene, questi giovani, invece, si fanno interpreti del pensare di tutti quei giovani sempre messi da parte, affinché non producano, affinché non lavorino, affinché non esistano … e così tali giovani decidono, con la loro presenza, che “quando il tempo loro è il tempo giusto”, lo decidono da sé e non grazie ad altri! E, così, stanno qui, in questa serata, a presentare il libro di Marina Minghelli con i loro interventi che seguiranno questa mia breve Premessa. Marina, io non sono un critico letterario, sono soltanto un cultore, un ricercatore della scienza dell’educazione e della formazione. Dico questo, perché, Marina, avresti meritato in avvio di questo pomeriggio letterario, per l’appunto, una voce che sapesse, meglio di me, di noi, leggere tra les paroles che compongono il tuo libro. Ho accettato, però, perché, come direttore della Collana “biblìon” nelle Edizioni Franco Angeli, ho avuto modo di leggere le bozze non di stampa ma di prima o seconda stesura del tuo narrare/viaggiare/dialogare. Ti dissi, allora, che il tuo testo, se letto tra le righe e fuor e dentro d’esse, trasudava di messaggi pedagogici e, dunque, politici. Sono chiaramente orgoglioso di poter usare tale aggettivazione, in un tempo in cui il “pedagogico” sembra non riuscire ad ottenere spazi adeguati nei meandri di una cultura stanca (veicolata, oramai e per lo più, da un diffuso cattivo uso dei mezzi tecnologici e digitali). “Pedagogico” sembra esser diventato, per la gente tele- dipendente e non, espressione quasi di “potere che plasma, che ideologizza, che dirige”, quando invece “pedagogico” significa proprio il contrario e l’opposto del plasmare e del modellare e manipolare! Avremmo tanto bisogno di pedagogisti e di educatori sguinzagliati per le vie delle territorialità, per sostenere, per sollecitare, per l’appunto, l’avvento della rinascita. Abbiamo tanto bisogno di educazione, ma non soltanto nel suo senso più diffuso, piuttosto nel suo senso autenticamente politico e democratico e partecipato e che individua nella solidarietà, nell’essere responsabili, l’autentico senso del cammino, del viaggio, della narrazione del sé e dell'io e delle comunità che si aggregano, grazie soprattutto ai tanti “sé”, ai tanti “io”. Ebbene, Marina Minghelli è stata da me colta e interpretata, sin dalla mia prima velocissima lettura del suo scritto, come messaggera dell’autentica politica, dell’autentico farsi del pedagogico che è dell’uomo che vuol andar sempre oltre se stesso e non s’accontenta di ciò che va conquistando durante il suo viaggiare, il suo peregrinare, il suo narrarare/rsi. Ma cerchiamo di conoscere Marina Minghelli prima ancora che ella si racconti a noi, dal vivo. E lo faremo, mutuando da una sua pubblicazione -precedente a quella che andiamo a presentare -che ha per titolo I Tossici. Un viaggio nel Paese dell'Albero della Melarosa (Armando, Roma 2008) e, in particolare da una sorta di Introduzione che dice se stessa come un Prima del viaggio che noi non contestualizzeremo, perché vogliamo cogliere semplicemente il significare delle parole e delle frasi della scrittrice e capirle e non capirle e, poi, desiderare di rileggerle, contestualizzandole nel percorso della narrazione. Ascoltiamo Marina Minghelli: “... che bello il mondo cambierà, era un sole lucente grande come una moneta, conservata con cura insieme al pronome di prima persona maschile e femminile plurale caduto in disuso. Il corrispondente pronome personale femminile singolare divenne il centro della sua vita nella fase seguente, quella che sentiva appena conclusa. Una liberazione” […] “... se vi è ancora un luogo ove si debba andare allora è salutare rapidità, che tradotto in linguaggio comune voleva dire datti una mossa, alza il culo, muoviti cristo santo che cosa aspetti, arriva l'autunno, mica vorrai passare un altro anno così adesso che tutto è stato fatto, che tutto è pronto […] Sapeva da un pezzo che era tempo di partire […] A metà vita è una seduzione […] E ora ciao, ciao, ciao. Saluti educati, un breve cenno con la testa, un inchino a destra uno a sinistra. Signori e Signore vi saluto, me ne vado, ciao […] Più che mai … il viaggio, maestro di metamorfosi, promette libertà, permette di fuggire le rigide leggi dei radicati (i vincitori), scioglie la fissità, insomma compie l'impossibile […] acciuffa un sapore, il profumo, la possibilità di come potrebbe essere se... […] Mise i piedi nei suoi sogni […] Aveva le stelle sul viso quando l'India si arrampicò fino a lei per rimanerci”. E ... Marina Minghelli … viaggia, narra e, nell'oggi del suo Nel MezzodelGiorno … chi vede? Chi incontra? Volti giovani, entusiasti, pronti, ma che attendono anche di poter incontrare qualcuno per strada che possa, come dire … aiutarli a non perdere la speranza. Certamente, i giovani, soprattutto in questi ultimi giorni, ma già da tempo o, meglio, da sempre! -, ci hanno dimostrato di saper camminare non soltanto da soli, ma di trascinare e addirittura risvegliare gli indifferenti, i sonnecchianti, grazie alle loro lotte colorate, grazie alle loro deboli armi! Quali? Quelle della protesta contro le Leggi giudicate ingiuste, contro i modi di un esistere che sconcerta e che affligge; quelle armi che ci appaiono sotto l’originale forma di scudi di cartone che rappresentano copertine di libri che avrebbero dovuto rendere il mondo più ricco e colto e forte … per la sua nobile debolezza! E certamente: quei giovani che hanno saputo gestire le terre confiscate a quei signorotti che si impadroniscono continuamente dei territori e … delle coscienze dei divenuti e resi vinti e degli oppressi a causa dei ripetuti ricatti che hanno il potere di manipolare a tal punto una soggettività da farla divenire semplice e mero oggetto, cosa o, più chiaramente, suddito e pur anche … stranamente, assurdamente fedele al padrone oppressore. Marina, tu sei in terra di Sicilia, sei in terra, però, non soltanto di signorotti, di mafiosi, sì, che liquidamente oramai si espandono, raggiungendo posti ben mirati e per loro succulenti; no, perché la Sicilia è soprattutto terra di Signori, di grandi e nobili Signori che portano nei loro cuori … nomi come quelli di Livatino, di Falcone, di Borsellino, di La Torre, di Peppino Impastato, di Fava e di tanti e tanti altri che è impossibile enumerare tutti, perché tanti altri nomi di Signori vagano, son presenti tra quei nomi appena menzionati. Son qui, con noi, in questo pomeriggio che vede e sente presenti e, con loro, vede e sente, pure, quel tuo narrare, Marina, che è riuscito a calamitare, in questo coltivato spazio, tanti giovani che tutto vorranno essere e divenire, tranne che oppressi, tranne che sudditi, tranne che soggetti privati del diritto al lavoro e al riconoscimento del loro esistere. Perché asserire ciò? Perché dobbiamo condividere responsabilmente che bisogna “educare alla comprensione, per cooperare per il progresso sociale”; e con questa frase, ho intessuto, così, il dire di due, tre o chissà quanti pedagogisti che potrebbero portare il nome dell’italiano G.M.Bertin, o di un H. Gardner, o di un J. Dewey o di romanzieri, di narratori, di viaggiatori, tra i quali mi sembra di scorgere chiaramente, sì, Te, Marina Minghelli. Soltanto questo, Marina. Lascio, adesso, la parola ad alcuni studenti (Maria, Barbara, Carmen, Liliana, Deborah, Valeria, Jenny, Antonino, Federica e Laura) che vorrebbero ringraziare Marina per il suo impegno, per il suo scritto e per la sua presenza, qui tra noi, questa sera, nei locali della Libreria Feltrinelli. Poi, il dire più mirato degli altri due relatori, Salvo e Domenico e, infine, la voce, l’intelligenza di Marina e, se resterà tempo, un veloce dibattito. Grazie, Marina, perché Tu hai entusiasmato i miei giovani studenti e … anche perché hai nobilitato la Collana “biblion” della Franco Angeli Edizioni. Grazie ancora, Marina. Introduzione di Deborah Davì Un antico, autentico sapore ci riporta indietro nel tempo, in un viaggio, un nuovo inizio. Si riscopre, attraverso le sensazioni, i gusti, gli sguardi di Marina Minghelli, un ritorno alla terra e alla terra del Sud: non rozza e selvaggia, non povera e arretrata, ma acquista il suo senso più vero più vivo di un ridonarsi alla vita. Con questa voglia frizzante di entusiasmo che profuma di libertà, e con un retroscena fatto di lotte e morte, martiri e mafie, si cercano delle risposte, delle svolte. E' così che si apre un ciclo di racconti. Si trova una vita sofferta di chi lavora nei campi, ma quel sudore che bagna la fronte di chi ama quella terra, forse non del tutto maledetta, fa germogliare semi di speranza, di chi ha ancora voglia di vivere. Sono i ragazzi delle cooperative di LIBERA, organizzazioni sparse nelle regioni dell'Italia del Sud impegnate a "curare" e recuperare le terre che le mafie hanno disperso, deturpato. Cosa, nella storia, il potere mafioso ha segnato? Sono le nostre coscienze, le nostre menti, i nostri volti coperti da piaghe che gemono. Sono "quei" ragazzi che cercano di "liberare" una terra, da una colpa, forse innocente? Perchè la terra è di chi la mantiene, di chi la nutre con devozione. Le mafie invece la uccidono costruendoci sopra i mausolei per i loro morti. E' una gioventù narrata che trova coraggio consapevole e protagonista, voci che si fanno unanimi in quei campi, che si rendono "verbum", tra parole, risate e fatiche... In quei campi lasciati a morire, si apre strada, nuova, dove sia pure libero dal peso di un padrone o di una malavita che si espande invece con tante voci taciute. Un uomo è libero, se la terra che gli appartiene è libera. Una terra da amare, la quale chiama, pretende ogni uomo. "La voce della terra" ricoglie un prodotto, il suo, una"coltura", un lavoro faticato che non è mai perso ma sempre guadagnato e ricompensato. Ma nella mentalità del meridione si riflette una terra abbandonata, la nostra, alla sua mesta solitudine. Le nostre campagne dorate si lasciano carezzare, consolare da un vento caldo e solo. Fino a quando? Fino a quanto! Che cos' è "cultura" diceva Danilo Dolci? E' "saper cogliere" un frutto, il frutto dai cuori, dalle menti, dalle mani di ogni uomo. Cultura non è guardare l'altro sotto la chiave di un dominio, di un "Potere", bensì è sapere scegliere, cogliere il bene dal non bene nell'altro. Cosa significa "essere nel mezzo del giorno"? Significa esserci. E' essere dentro alla vita di tutti i giorni, è essere una luce, tra le altre, che lavora, che smaschera violenza e indifferenza, che fa accadere "un qualcosa" di grande significato o di grande"sapore". Quella terra, "cosa nostra e solo nostra", è stanca di essere arida, spoglia dei suoi colori, non vuole più lutti. Ma la terra è ancora vita se rimarrà unita... Uno stendardo e i suoi colori: verde di spazi sconfinati, libertà; bianco di una neve che si scioglie al sole, giustizia; rosso di non traditi sogni, valori, dignità. Una Italia, una bandiera, un volto che ci accomuna tutti, come uomini, come cittadini non stranieri ma eredi di diritti e doveri. Ragazzi comuni, ce lo hanno dimostrato. La vita è un bene da non estinguere ... un profumo da distinguere dal puzzo del "compromesso morale". Paolo Borsellino diceva: "La lotta alla mafia il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti specialmente le nuove generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che rifiuta il puzzo del compromesso moralistico, dell'indifferenza, della contiguità e quindi complicità... Parlatene della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali, però parlatene... Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell'amare ciò che non ti piace per poterlo cambiare. Se la gioventù le negherà il consenso, anche l' onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo". (Settembre1991, tratto da un discorso) (Deborah Davì) Intervento di Jenny Giustiniano 1. Nel mezzo del giorno è il titolo del libro scritto da Marina Minghelli che narra in prima persona il meraviglioso viaggio, svoltosi all’interno delle cooperative agricole nelle terre confiscate alle mafie. Questo si svolge nel Mezzogiorno da cui il titolo del volume, e si concentra su quattro regioni: Calabria (a Polistena dove è nata la Ndrangheta), Puglia (a Mesagne dove è nata la Sacra Corona Unita), Campania (a Caserta dove è sorta la Camorra) e infine in Sicilia (a Palermo dove ha avuto inizio “Cosa nostra”). All’interno di queste regioni sono nate delle Cooperative, create dall’associazione Libera di Don Luigi Ciotti, e sono stati allestiti anche dei campi estivi, dove centinaia di ragazzi volontari, ogni anno si mobilitano per riscattare ciò che con violenza e arroganza, è stato sottratto e perché diventi simbolo di un possibile riscatto, di giustizia e sviluppo per l’intera comunità. Per i giovani volontari, le terre non sono state solo motivo di integrazione e interazione ma anche di formazione. Si tratta infatti di comunità piene di grinta e di forza di volontà che si sono messe in gioco per trasformare quelle terre danneggiate, deteriorate e ferite materialmente e simbolicamente, in vere e proprie risorse per l’intera “communitas”. (J.Giustiniano) Intervento di Federica Passavanti E questo viaggio si dimostra trasformativo, in quanto ha fatto crescere molto la nostra autrice umanamente e civilmente. Il libro contiene un quid speciale, ciò sta nel fatto che la crescita avviene anche in noi lettori, in quanto mostra realtà che sono conosciute fin troppo superficialmente. Ciò viene fuori proprio dalla forma di diario, che, è un ottimo escamotage per mettere in luce, attraverso gli occhi dei giovani, le realtà dei piccoli paesi trascurati, dove la paura per la mafia è ancora forte. La Minghelli mostra come l'associazione LIBERA (associazioni, nomi e numeri contro la mafia) lotta ogni giorno, affiancata da giovani volontari per combattere le mura dell'ingiustizia, del dolore e della sete, cinte dalle organizzazioni mafiose locali. Nel diario emerge come sempre più giovani del nord, lontani dalle realtà dei piccoli centri del mezzogiorno, ove ancora si percepisce lo stato di soggezione della popolazione da forme oppressive ancora radicate, si accostano a queste associazioni ed è la prova che ogni messaggio non è vano. Il diario non fornisce solo il punto di vista dell'autrice, anzi questa lascia raccontare le esperienze ai volontari stessi coinvolgendoli a 360 gradi. Il libro parla di persone che hanno fatto una scelta, che si sono schierate e si attivano. E che certamente rappresentano un grande esempio da seguire. Si percepisce un forte messaggio di speranza attraverso la messa in luce, in questi territori, di persone come Pio La Torre, Placido Rizzotto, Danilo Dolci i giudici Falcone e Borsellino nati da queste terre, ma la cui esperienza rimarrà sempre esempio eclatante di contrasto alla mafia. (F. Passavanti) Intervento di Maria Bonafede MAFIA.. termine che fa paura a molti.. termine che per alcuni è senso di vita.. per altri sofferenza e per altri ancora motivo di lotta, per cambiare il nostro cosiddetto mondo-corrotto. Ma non sono in molti a sapere cosa vuol dire mafia, c’è chi ne parla senza saperne nulla e chi addirittura diceva che non è mai esistita. Ma la MAFIA o, per meglio dire, le MAFIE sono complessi di associazioni clandestine, cosche criminali rette dalla legge dell'omertà e del silenzio, che esercitano il controllo sulle istituzioni statali e sui territori circostanti. “NEL MEZZO del GIORNO” ci racconta l'avventura delle cooperative agricole nate nelle terre confiscate alle mafie nel Sud d'Italia e i campi estivi dei giovani volontari che ogni anno partono per lavorarci. L’iniziativa nasce grazie a Libera “ Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" che è nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente, Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. Gli obiettivi sono stimolare la nascita di un circuito di economia legale, libera e giusta nel massimo rispetto del lavoratore e dell'ambiente, restituendo valore alle terre che appartenevano alle mafie e rendendo i frutti accessibili a quanti più cittadini possibili. (Maria Bonafede) Intervento di Antonino Leonardi E, così, l libro racconta in modo approfondito l’esperienza, che l’autrice definisce “sovversiva”, di un viaggio che va verso la conoscenza delle cooperative agricole nate nelle terre confiscate. La “promessa” di questa avventura è lo spirito con cui il viaggio viene intrapreso, “il tornare a casa mutato”, la stessa sensazione che il lettore avverte alla fine del racconto. Il lettore ha così l’opportunità di ripercorrere la storia della ‘ndrangheta calabrese, “al primo posto nel traffico internazionale di coca e non solo”; di esplorare il caposaldo su cui si fondano le mafie tutte, ovvero “l’onore e il rispetto per la famiglia e l’assoluta obbedienza alle Sue leggi in favore della protezione assoluta e del benessere economico”, fino a scoprire e ri-scoprire le origini storiche e sociali della più vicina Cosa Nostra. Contro questa mentalità e realtà siamo trasportati, dall’entusiasmo dei racconti dei volontari, alla scelta “etica” di rifiutare il compromesso e la rassegnazione culturale all’onnipotenza mafiosa, rappresentata dalle azioni, volontà e lotte dei giovani narratori che credono nel recupero sociale e produttivo di quei territori un tempo proprietà esclusiva delle mafie. E, poi, l’esempio concreto di un’economia basata sull’agricoltura biologica, di qualità e non nociva, che rappresenta la “sfida” per rilanciare il mercato e la comunità verso la “legalità antimafiosa”, attraverso un lavoro definito “vero" e "segno di libertà”. Un’occasione importantissima soprattutto per quei soggetti svantaggiati che, imparando un lavoro e mettendo in gioco se stessi, possono “cambiare un destino spesso segnato dall’emarginazione sociale”. (Antonino Leonardi) Intervento di Liliana Cimino E sono molti i capitoli da cui si evince come la Mafia sia fortemente radicata nella cultura di quelle popolazioni che, pur subendola, in molti casi, l’accettano, probabilmente per paura. Ma la cosa che più lascia a bocca aperta è vedere come, alle volte, la politica sia piuttosto “lenta” a percepire il problema e a combatterlo. Tutto questo è accompagnato, per fortuna, da valorosi esempi di grandi espressioni di legalità e magnanimità come quei numerosi ragazzi volontari, e i responsabili delle singole cooperative, e don Luigi Ciotti, e don Giuseppe Diana, e don Pino Puglisi, e i Falcone e Borsellino… esempi che, con la loro perseveranza (alcuni hanno pagato con la loro stessa vita), hanno portato avanti un progetto di socializzazione e di democrazia che purtroppo oggi potrebbe tornare a risultare un po’ troppo utopico. La volontà dei giovani, il loro entusiasmo, la loro forza d’animo nel fare le cose più semplici come coltivare le terre, raccoglierne i frutti, tenere in ordine la cooperativa fa di questi atteggiamenti un modus agendi che permette di crescere emotivamente e socialmente soprattutto. Il senso di responsabilità che investe questi ragazzi non fa sì che essi sentano un clima di disagio di pesantezza; anzi, in esso, trovano sempre lo spirito, per estenderlo il più possibile. Un libro che riesce a dare un reale e concreto senso di determinazione, anche lì dove le situazioni sono tra le più impervie, ma vorrei anche aggiungere un libro molto scorrevole, capace di rendere una discreta empatia con i toni e gli argomenti trattati. Molto significativa ed esaustiva la trattazione della storia cronologica delle varie mafie locali, volta a far prendere coscienza, più dettagliatamente, di alcune piaghe che ancora ora affliggono molte terre del sud. L’argomentazione della Ndrangheta, della Camorra, della Sacra Corona Unita e di Cosa Nostra mostra non soltanto un forte disagio a livello economico ma anche politico e sociale (Liliana Cimino) Intervento di Carmen Cardella E, allora, come non ricordare un intervento di Don Luigi Ciotti che così recita: “«Legalità è il rispetto e la pratica delle leggi. È un'esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune». Queste di Don Ciotti sono parole tratte da un documento del 1991 della Chiesa italiana. Non soltanto ai magistrati, alle forze di polizia, allora, dobbiamo riconoscenza e rispetto. Legalità dobbiamo essere tutti noi. Legalità è responsabilità, anzi corresponsabilità. Legalità sono quei beni confiscati alle mafie e destinati a uso sociale. -E ricordiamolo in questa serata: perché prendesse forma quella Legge sulla confisca dei beni, "Libera", quindici anni fa, dovette raccogliere un milione di firme -. Legalità sono il pane, l'olio, il vino, la pasta che produciamo con cooperative di lavoro nelle terre confiscate alle mafie. Migliaia di giovani arrivano continuamente dall'Italia e dall'estero, durante le vacanze estive, per dare una mano, per formarsi, per approfondire! Legalità è l'attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafie e ai testimoni di giustizia; persone che hanno avuto la forza di trasformare il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace e chiedono almeno tre cose: giustizia, verità, dignità. Legalità sono quei percorsi che Libera anima in oltre 4500 Scuole, quei protocolli firmati con circa il 70% delle Università. E poi i progetti con le Istituzioni e il Ministero, il concorso "Regoliamoci". «La mafia teme la scuola più della giustizia. L'istruzione taglia l'erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva Nino Caponnetto. Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo. Legalità è la nostra Costituzione: il più formidabile dei testi antimafia. (Carmen Cardella) Intervento di Valeria Giardi Le località dove si svolgono i campi sono soprattutto nel sud Italia, nelle aree dove si sono radicate la Mafia siciliana, la 'Ndrangheta, la Camorra e la Sacra corona unita. Questi territori sono marchiati da pregiudizi che sminuiscono tutta la popolazione di ogni regione, perché vige l’idea che, in quei territori dove è vissuta e vive la mafia “attualmente”, tutta la popolazione sia “mafiosa”. A mio parere, Marina Minghelli, con il suo libro, in un certo senso, opera affinché si cambino determinate considerazioni sbagliate a riguardo della società che vive e ha vissuto queste realtà mafiose. La narratrice scrive la sua opera quotidianamente, annotando, la sera, le esperienze che l’hanno colpita durante il giorno, come se ella compilasse un diario personale, facendo riaffiorare i propri ricordi legati ad ogni singola persona e luogo. L’idea del “diario”, mi ha affascinato e incuriosito maggiormente nella lettura di questo piccolo saggio. L’autrice mostra un susseguirsi di paesaggi mediterranei, manifestando gradualmente l’esperienza mafiosa che si è insediata nelle terre di Puglia, Campania, Calabria e Sicilia; mostra come ogni “mafia” sia nata e si sia evoluta, di generazione in generazione; come lo Stato sia intervenuto per bloccare queste organizzazioni criminose e narra dei tanti giovani che, spinti da un profondo senso di legalità,abbiano deciso di partire verso le terre dove la mafia stessa operava e, forse continua ad operare, ma non proprio indisturbata. (Valeria Giardi) Intervento di Tiziana Fiumefreddo E così, Marina Minghelli, autrice de I tossici. Un viaggio nel ...paese dell’ albero della Melarosa, Santa Marina la travestita e di altri testi, nel 2009, iniziando il suo viaggio, sin dall’inizio, mostra quella sua voglia, quel suo bisogno, di guardare con i proprio occhi, e toccare con le proprie mani i luoghi che sono stati scenari di violenza e malavita. Un amore per la terra che le ha trasmesso il padre. Vive queste esperienze insieme all’associazione Libera. Il suo viaggio oltre a presentare in maniera chiara e semplice le informazioni principali di queste mafie ci permette di conoscere spaccati di vita di persone comuni ma con tanto da raccontare: Ed emergono personaggi come Ivano, per esempio, che sin da piccolo ha vissuto in prima persona l’esperienza della malavita e che con determinazione e coscienza ha deciso, poi, da che parte stare! Oppure lo stesso Don Luigi Ciotti e Valerio Taglione, il quale vede il progetto Libera Terra come una possibilità di riscatto e giustizia per qualcosa che gli appartiene. Perché leggere questo libro? Ma perché, se non abbiamo l’opportunità di viaggiare con i nostri corpi, non ci rimane che farlo con la mente, soprattutto tra le parole di questo libro, un libro che scorre veloce come un treno sui binari per un viaggio che mostra una realtà dura e scomoda che molti di noi, per noncuranza e omertà, copriamo con un velo apparentemente leggero ma che diventa via via sempre più pesante sulle coscienze di ognuno di noi. Un velo che può volare via soltantoo con una rivoluzione culturale. E come dice l’autrice: “… A lui ho raccontato del mio essere donna e di come la fatidica domanda da dove vengo dove voglio andare mi abbia portata lontano. Perché come fai a scegliere se non sai chi sei. Come fai a misurarti col mondo se non ti riprendi ciò che ti è stato tolto arbitrariamente.” (Tiziana Fiumefreddo) Intervento di Barbara Bruno Sì, è un libro che si legge con lo stesso spirito di quando si va alla scoperta di qualcosa di nuovo e sensazionale. Io credo di esserne stata completamente rapita e di aver viaggiato davvero con Marina Minghelli, di aver visto quei campi, di aver conosciuto tutti i soci e tutti i volontari delle cooperative, ma soprattutto di aver compiuto “ l’antica promessa che ogni viaggiatore insegue, cioè di tornare a casa mutato…", come è stato già detto. Ricordo quell’immagine forte della fattoria descritta da Marina Minghelli, dalla quale emergono delle scritte e dei dipinti di tutti i volontari che si sono avvicendati durante un’estate; tra queste: “il grido potente e dolcissimo di Don Peppe Diana che si impossessa di te e non ti lascia più, quando dice : PER AMORE DEL MIO POPOLO!” L’autrice racconta di incontri formativi che i responsabili del campo organizzano per i volontari e, tra questi, l’incontro con il magistrato Raffaello Magi che consente di esortare i ragazzi a porre delle domande ai politici, agli imprenditori ma soprattutto a loro stessi perché potesse avvenire e verificarsi una sorta di riqualificazione e di cooperazione tra tutte le forze che intendono contrastare il fenomeno mafioso della Camorra che da sempre vive di estorsioni, di usura e che prende tangenti sulla prostituzione, sul gioco d’azzardo e sui rifiuti. E Marina giunge, così, pure nella nostra Sicilia ed ella dice: “ Che bella la Sicilia. Ci sono dei nomi che ti emozionano appena li pronunci; dici “Sicilia” e subito le si attacca l’aggettivo come se fosse un attributo imprescindibile capace di riconoscerla per sempre, qualunque cosa accada”. Significativo l’incontro di Marina Minghelli con Domenico, un giovane socio della Cooperativa sociale Pio La Torre che diventerà il cuoco dell’agriturismo Terre di Corleone. Domenico ha un diploma di alberghiero che tuttavia non gli fruttava un lavoro; “ poi, un giorno, per caso, mi è capitato questo…” -dice il giovane -“ho trovato lavoro nella mia terra, sono imprenditore di me stesso… e chi l’avrebbe mai pensato! Perché vedi qui il lavoro te lo danno come favore, invece che come diritto. Dare lavori dignitosi è sconfiggere la mafia!”. Credo che le affermazioni di Domenico rispecchino il pensiero di molti giovani, il mio, il nostro, sicuramente! Di tutti quei giovani che come lui chiedono un riscatto a questa società per i loro sforzi, che vogliono la possibilità di mettersi in gioco alla luce del sole, che vogliono una terra Libera! La verità è che, per molto tempo, abbiamo perso -se mai l’abbiamo avuto -il sentimento di sdegno. Di sdegno, contro la rassegnazione e il silenzio che hanno messo a tacere ogni uomo, donna e bambino e che hanno pervaso ogni angolo della nostra bella Sicilia, della nostra bella Italia, ridotta ad un analfabetismo etico senza precedenti. Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi. Sì è vero, si parla spesso di come sia nata la mafia, ma Giovanni Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Falcone ci credeva. Noi ci crediamo. Vogliamo scrivere la parola FINE a questa storia! (Barbara Bruno) Conclusione di Laura Scianò Storia di una realtà disagiata che colpisce prevalentemente noi giovani; legata alle problematiche proprie dello sviluppo della nostra società, ossia alla crescita della disoccupazione, dei suicidi giovanili, della tossicodipendenza e delle criminalità organizzate come la mafia. Ad ogni modo, il forte disagio nasce dalla nostra incapacità di ascoltare e di comunicare emozioni. Ecco allora che dovrebbe intervenire la figura dell'educatore professionalmente riconosciuta, operando e collaborando sulle basi di un progetto di intervento all' interno di una complessa rete sociale; privata di quel dono supremo che è la libertà di pensiero. Risulta dunque fondamentale, ritrovare una libertà che possa far riflettere sul proprio operato e sulla propria conoscenza ridiscutendone la veridicità, quando i valori e i principi di fondo; permettendo inoltre di riacquisire il senso e la direzione di marcia del proprio lavoro; restituendo motivazione, spiriti d'iniziativa e di conquista. In verità credo sia proprio questa la dimensione che ci permette di esistere dandoci la forza di andare avanti. Perché ognuno di noi, dovrebbe costruire un progetto, una speranza che non è un pensiero vago;ma una forza ,un sentimento che incita l' uomo a tenere duro, ad insistere, a non mollare e ad impegnarsi. (Laura Scianò)
Podemos, ascesa dei ‘grillini spagnoli’. Figli dell’anticasta, ma di sinistra
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 dicembre 2014


“La retribuzione netta mensile dei parlamentari europei di Podemos sarà, come massimo, tre volte il salario minimo intercategoriale spagnolo (645 euro). Ad oggi sono 14 mensilità da 1.935 euro”. Così si leggeva, lo scorso aprile, sulla Carta dei candidati di Podemos per le elezioni europee, un “decalogo” degli impegni dei candidati della giovane, allora, formazione politica spagnola che alle europee di maggio ha ottenuto, sorprendentemente, 5 deputati europei con l’8% dei voti. Arrivati a Strasburgo i parlamentari del Movimento 5Stelle sono rimasti spiazzati da un impegno così radicale che loro non erano stati in grado di assumere. Il confronto aiuta a capire come la spinta dal basso che ha dato origine al movimento di Grillo in Italia esista anche in altri paesi. In Spagna ha preso le sembianze, giovani e movimentiste, di un’organizzazione che lo scorso novembre era accreditata del 28,3% dei voti, davanti agli storici partiti spagnoli, Pp e Psoe, quindi in grado di vincere le elezioni. In otto mesi Podemos, da una trentina di attivisti riunitisi in una libreria al centro di Madrid, è arrivata a circa 300 mila iscritti e si sta preparando alle elezioni a colpi di democrazia, partecipazione e programmi di cambiamento radicale (vedi il libro di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli). Pubblicità Figli dell’anticasta. Per spiegare quanto è accaduto bisogna ricorrere a una parola spagnola ormai nota a tutti: indignados. Quando a settembre è venuto in Italia, il giovane attivista di Podemos, Miguel Urban, uno dei protagonisti del libro di Pucciarelli e Russo Spena, lo ha spiegato con nettezza: “Podemos è figlia del movimento degli indignados: noi veniamo dal basso per sconfiggere l’alto”. Oltre le tradizionali linee di fratture cui ci ha abituato la politica del Novecento -destra/sinistra, lavoro/capitale ma anche ecologia/profitti – negli ultimi anni si è affermata un’altra polarizzazione. Quella che contrappone la calle, la strada, “il popolo” e i governanti, chiunque essi siano. Gli slogan del movimento degli indignados erano già indicativi: Demoracia real ya, Democrazia reale, ora gridato da un luogo mutato dalla Primavera egiziana, l’accampamento, l’acampada. Alla Puerta del Sol madrilena la sera del 15 maggio quando nacque il movimento 15M, le tende furono allestite da una trentina di persone ma a poco a poco diventarono migliaia. L’immagine fece il giro del mondo, ispirò altre mobilitazioni, costruirono una tendenza. Le mobilitazioni spagnole non otterranno risultati immediati ma produrranno un senso comune diffuso che si diffonde nella società. Le iniziative del movimento 15M si moltiplicano a livello locale, la perdita di legittimità dei partiti di governo si allarga a macchia d’olio. E si inizia a non fare più differenza tra destra e sinistra. Le accuse di aver tradito il popolo e di aver fatto gli interessi solo della grande finanza vengono rivolte sia al Partito popular di Mariano Rajoy che al Psoe, oggi diretto dalla “camicia bianca” di Pedro Sanchez. La crisi si è abbattuta violentemente sulla Spagna che ha visto schizzare la disoccupazione a oltre il 26% nel 2013 (quest’anno è scesa al 23) e ha assistito inerte all’esplosione della bolla speculativa sull’immobiliare. La recessione si è mescolata agli scandali: nel 2013 è l’Infanta Crisitina a essere accusata di appropriazione indebita per milioni di euro mentre alla Caja Madrid scoppia lo scandalo delle carte di credito generose ai consiglieri e manager dell’istituto . La Caja fa anche parte di un’azienda, la Bankia, per salvare la quale la Spagna ha dovuto sborsare 23 miliardi di euro. Il circolo vizioso tra politica, affari, finanza e impoverimento di milioni di persone è evidente. E il sistema politico diviene il bersaglio principale. Il caso italiano, Prodi e la casta. Qualcosa del genere è accaduto anche in Italia. Quando Grillo lancia il suo V-Day, nel 2007, il centrosinistra è da poco riuscito a tornare al governo sconfiggendo Silvio Berlusconi ma la sua azione si rivela subito deludente. Non è un caso che quello sia lo stesso anno in cui si affermano libri come La Casta di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella oppure Se li conosci, li eviti di Peter Gomez e Marco Travaglio, che puntano il dito proprio sull’inadeguatezza della politica italiana. In Italia, però, anche per effetto delle scelte di Grillo e Casaleggio, il M5S si tiene alla larga da posizioni di sinistra più o meno movimentista. In parte è comprensibile: partiti come Rifondazione comunista si sono mescolati alla gestione fallimentare dei governi di centrosinistra fino al paradosso di Fausto Bertinotti, ormai archiviato come uno dei simboli della “casta”. Podemos, invece, anche per effetto della pervasività del movimento 15M compie una scelta diversa. Con il suo leader, Pablo Iglesias, parlantina sciolta e codino lungo, da dove deriva il soprannome el coleta, è professore universitario ma diviene celebre come conduttore televisivo. Insieme a pochi altri intuisce che c’è uno spazio politico molto ampio da riempire. Lo fa senza il timore di mescolare ideologicamente Antonio Gramsci e il filosofo argentino Ernesto Laclau, analista del peronismo e teorico del populismo di sinistra. Il leaderismo di “el coleta”. Lo fa con un’impostazione leaderistica. Al congresso di Podemos, quando deve rintuzzare le critiche degli oppositori interni, che propongono di eleggere tre portavoce invece di un segretario generale, risponde che “tre segretari generali non vincono le elezioni contro Rajoy e Sanchez, uno solo sì”. L’atteggiamento è spavaldo, si vede da come conduce i lavori congressuali, molto sicuro di sé e del proprio fiuto politico. Però, allo stesso tempo, Podemos si struttura in una forma più o meno democratica, i militanti hanno diritto di parola e di voto, si eleggono gli organismi dirigenti. Si decide con il voto online, altra innovazione importante, e si offre uno strumento a chi vuole far saltare il sistema. Ma la collocazione a sinistra è chiara. Prima di creare Podemos, Iglesias stava trattando una sua candidatura alle europee con la vecchia formazione di sinistra Izquierda Unida. Quando ancora era un professore sconosciuto si recava a Padova per scrivere un libro come Disobedientes, prefazione di Luca Casarini. Appena eletto europarlamentare, poi, decide di giocare in tandem con Alexis Tsipras, il leader greco spauracchio dei mercati finanziari di mezza europa. Così, ha guadagnato estimatori italiani. A sinistra viene citato da Paolo Ferrero di Rifondazione comunista ma anche da Pippo Civati. In Francia, Jean Luc Melenchon, che ha rappresentato la sinistra alle ultime presidenziali con l’11% dei voti, ha deciso di varare un nuovo movimento ispirandosi a Podemos. È ammirato anche da aree della sinistra movimentista, dai centri sociali, da intellettuali impegnati. L’Iglesias-mania è tutta da verificare. Di fronte alle nuove responsabilità, Podemos ha varato un programma di governo dal titolo “Un progetto economico per la gente” in cui l’impostazione di fondo è keynesiana anche se non si rinuncia a misure più radicali come la riduzione dell’orario di lavoro o il reddito minimo di cittadinanza (comune al M5S). Ma sull’euro si punta a “ridisegnare” l’Europa per “fare funzionare” la moneta unica, si parla di “flessibilità” del Patto di stabiiltà e di “riforma” della Bce. L’establishment ha iniziato a temerlo facendo circolare le voci sui rapporti con il Venezuela o, addirittura, con l’Iran. Se dovesse vincere in Spagna, così come Tsipras in Grecia, Podemos modificherebbe il quadro politico europeo. Stando agli ultimi sondaggi, “è possibile”. da "il Fatto Quotidiano" del 22 dicembre 2014

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Intervista a Curzio Maltese: Seguiamo la stella di podemos
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 dicembre 2014


A sei mesi dall’elezione al parlamento europeo, è possibile tracciare un primo pur parziale bilancio dell’esperienza a Strasburgo e Bruxelles?

il bilancio sarebbe ottimo. i tre parlamentari de l’altra europa hanno lavorato bene e sono stimati nel gruppo GUE e non solo e nelle commissioni. Per quanto mi riguarda mi sono impegnato soprattutto nella commissione cultura, dove siamo riusciti a bocciare il commissario ungherese Navracsics, costringendo Juncker a un mezzo passo indietro, e nei trasporti nella battaglia contro la  torino-lione.

Il fatto è che in Italia non arriva quasi nulla oppure arrivano falsità, come l’assenteismo di Spinelli, che non esiste e si riferiva a un solo giorno di assenza per la manifestazione di Alexis Tsipras a Roma, oppure il mio doppio lavoro per la Repubblica, che neppure esiste visto che sono in aspettativa nel mio giornale. Come diceva Giorgio Bocca in politica o sei ricattabile o ti diffamano. Per il resto l’informazione sul Parlamento europeo in Italia è quasi inesistente.

La sinistra in europa esiste, ci sono forze politiche che hanno successo, come podemos e syriza, anche la linke, il front de gauche, izquierda unida e in Italia, è stato fatto un primo passo con la lista dell’altra europa con tsipras, poi però ci siamo subito fermati…

in Italia la sinistra cosiddetta radicale ha da vent’anni un ruolo di testimonianza che è difficile trasformare in proposta di governo. In più esiste una tradizione di litigiosità esasperata ed esasperante. La lista tsipras era un’idea di superare le divisioni e creare un movimento in linea con le altre esperienze europee. Le polemiche durante la campagna elettorale, penso all’abbandono di Camilleri e Flores in disaccordo con Barbara Spinelli, e poi quelle seguite alle elezioni hanno azzoppato il progetto.

In un tuo recente intervento hai ipotizzato la “rottamazione” dell’esistente in favore della nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. al netto dell’immagine pittoresca della rottamazione, pensi che in Italia ci siano le condizioni per ripartire con un altro passo, un diverso modo di far politica, magari anche un’altra classe dirigente? Insomma, era una provocazione o c’è dell’altro?

Sì, l’idea è di ripartire azzerando le sigle, Sel, Rifondazione e la stessa Lista Tsipras, e puntare a un nuovo movimento ispirato all’esperienza di Podemos, che punti a guidare un governo alternativo alle larghe intese prigioniere delle politiche di austerità. politiche oligarchiche che ormai sono rifiutate dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Si tratta di trasformare questa maggioranza sociale in maggioranze politiche. Da questo punto di vista il principale punto di riferimento sono le lotte sindacali di questi mesi di Cgil e Fiom. esiste una grande domanda di sinistra in Italia, come in Spagna e in Grecia, ma ancora nessuna offerta adeguata. ora in politica il vuoto non dura a lungo. Prima o poi qualcuno occuperà quell’area e se le sigle presenti non si sciolgono da sole, verranno sciolte nei fatti dall’esterno.

Domanda delle cento pistole: se Renzi decidesse di andare al voto fra tre mesi che succederebbe a sinistra?

Andrebbero tutti in ginocchio da Maurizio Landini a chiedergli di ripensarci e di accettare il ruolo di leader. Temo con scarse possibilità. Landini non è un intellettuale prestato al sindacato, è un operaio che lotta per i diritti dei lavoratori. I suoi orizzonti sono e rimangono il sindacato, la Fiom, la Cgil, la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici. ma è anche vero che se Renzi va a elezioni a primavera e le vince, come è probabile, dopo non vi saranno nessun contratto nazionale da firmare e nessun sindacato da difendere.

Da giornalista prestato alla politica, che impressione hai di questo momento che sta vivendo l’unione, nel passaggio tra Barroso e Junker? A occhio le politiche di austerità vanno avanti…

Le politiche di austerità distruggono le società europee ma funzionano in maniera eccellente per difendere le oligarchie economiche, le banche, la finanza, le multinazionali e tutti i centri di potere che oggi controllano i grandi partiti tradizionali di massa, conservatori e socialisti, quindi non cambieranno di una virgola. Juncker è ancora più debole di Barroso, la sua commissione è di un livello molto basso e il suo piano per il lavoro, dati alla mano, è una buffonata elettorale.

Sei stato a Madrid per l’elezione di Pablo Iglesias a segretario generale di Podemos. Che idea ti sei fatto? Quel modello di sinistra è esportabile anche in italia?

Podemos è la sinistra del nuovo secolo. Nei linguaggi, nelle idee, nelle forme di comunicazione e nelle figure dei leader, a cominciare da Pablo Iglesias. E’ un movimento nato pochi mesi fa in una mensa universitaria, ma già allora si poneva il compito di prendere una larga maggioranza e cambiare il governo.

Gli elettori spagnoli l’hanno premiato con oltre l’8 per cento alle europee, dopo una campagna elettorale nella quale Podemos avrà speso al massimo qualche migliaio di euro contro le decine di milioni dei grandi partiti, e oggi i sondaggi lo quotano al 27 per cento. in qualche modo ricorda il movimento 5 stelle, ma con la differenza che Iglesias è un sociologo geniale, coltissimo, fortemente radicato a sinistra e straordinariamente abile nell’arte di convincere l’interlocutore, mentre Beppe Grillo è un ex comico che non ha finito di leggere un libro nella vita, è sostanzialmente un qualunquista, molto influenzato da un uomo di destra come Casaleggio, ed è un monologhista incapace di affrontare un contraddittorio con chiunque, politici o giornalisti. Però la base di Podemos e quella dei 5 stelle si assomigliano per molti versi.

Autore: frida nacinovich

Fonte: http://www.sinistralavoro.it


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Ma chi lavora in Italia? I giovani, no! Gli over 50, no!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 dicembre 2014


http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/25/over-50-caccia-reinventarsi-pretese-in-tempi-crisi/1293531/

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Il diritto al default come contropotere finanziario
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 novembre 2011


Il diritto al default come contropotere finanziario
 
Andrea Fumagalli*  - 1 settembre 2011
 
In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non ad un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel – Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’ Unione europea che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrime-sangue possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.
 
La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri.
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq111.pdf).
Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.
 
La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.
In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. E’ cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. E’ il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.
 
Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento (cfr http://www.ephemeraweb.org/journal/10-3/10-3index.htm) ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. E’ necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà , ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.
Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:
  1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca Centrale Europea

  2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;

  3. L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.

Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.
 
* Collettivo UniNomade, Università di Pavia
"il manifesto, 1° Settembre 2011

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Karl Marx e ... governo tecnico!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 novembre 2011



Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».
In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).
L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso «nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».
Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica. Marx si chiese, infatti: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.
La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.
Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.
Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni in Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine «governo tecnico» – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del «governo di tutti i talenti» – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo all’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che «forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.
In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.
Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, le necessarie risposte radicali per uscirne.

Marcello Musto - il manifesto del 13 novembre 2011


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I problemi sociali di oggi, descritti da Zygmunt Bauman
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2011


Ieri si è tenuta, al Salone dell’Editoria Sociale di Roma, la Lectio Magistralis del professor Zygmunt Bauman dal titolo “Quali sono i problemi sociali, oggi?”. Già 30 minuti prima dell’inizio della lezione, l’aula era gremita di gente tanto che Giulio Marcon (portavoce della campagna Sbilanciamoci) consigliò a chi non riusciva ad entrare di andare fuori ove erano stati posizionati dei maxi-schermi per seguire la lezione.
Al suo arrivo, Bauman viene accolto da un calorosissimo e lungo applauso degno della sua straordinaria persona.

Zygmunt Bauman fa una premessa prima di iniziare ovvero che “se mi aveste chiesto di parlare della società e dei suoi mutamenti quarant’anni fa, avrei saputo perfettamente cosa dire; se me lo aveste chiesto vent’anni fa, probabilmente avrei avuto alcuni dubbi; oggi - dice quasi con tono di scusa - vago nell’oscurità, non so cosa dire”. Detto ciò Bauman inizia la sua lezione esternando che il modello capitalistico non potrà fare altro che creare ulteriori problematiche oltre a quelle già create fin qui ma che non è neanche plausibile tornare al socialismo. Quindi oggi noi tutti ci troviamo nella terra di nessuno.

Il 1° problema sociale siamo noi stessi, dice Bauman. Siamo noi che abbiamo la responsabilità dei nostri problemi, è il nostro stile di vita il problema. Se non risolviamo ciò, non è possibile andare oltre. Fino ad ora, secondo il professore, abbiamo inglobato in noi principalmente 3 assunzioni tacite, riassumibili in questo modo:

  • abbiamo dato le problematiche sociali come finite;
  • le problematiche sociali sono legate ad un deficit, ad una mancanza di conoscenza,  dalla cui velocità deriva la risoluzione delle sopracitate problematiche;
  • una volta accumulata codesta conoscenza, essa è tale da permetterci di risolvere i problemi sociali.

Oggi però, dice Zygmunt Bauman, nessuna di queste 3 premesse è più valida ed è questo il nostro problema. Oggi noi sappiamo che abbiamo un eccesso di sapere, il quale fa incrementare le idee, le quali di conseguenza fanno incrementare le risposte alle domande poste dalle problematiche sociali.
Di fronte ad una tale vastità di idee, dice, come facciamo quindi a trovare qualcosa di sensato? Quali sono oggi gli strumenti per intervenire?

Bauman focalizza per un attimo la sua attenzione sul movimento degli “Indignados” (sui quali tornerà poco dopo), i quali cercano cosa fare, come intervenire, poichè una protesta ha bisogno di obiettivi chiari per poter raggiungere i propri fini.

Ed è qui che il sociologo ricorda Antonio Gramsci ed il suo “interregno”, il quale è dove “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il concetto di interregno, ricorda Bauman, deriva dall’Antica Roma e ne parlò Tito Livio.
Ma Gramsci aggiornò tale concetto, dicendo che si trattatava del problema del modo di vivere. Quindi l’interregno, secondo la spiegazione del professore, è il vecchio modo di vivere ma un nuovo modo ancora non è stato inventato a livello globale. L’interregno è l’essere persi in questa condizione. I nostri vecchi modi non funzionano più e non sappiamo usare quelli nuovi. Infatti il movimento Occupy Wall Street non sa dove andare, di conseguenza non si può parlare di transizione riguardo a tale movimento perchè transizione vuol dire andare da un posto definito ad un altro posto definito.

Ma come ci siamo trovati in questa situazione?
Bauman ci spiega che l’attuale crisi, che provoca la sensazione di smarrimento, dell’esser persi, è il prodotto di un’incessante deregolamentazione, del libero mercato, la cui forza avrebbe prodotto più ricchezza per tutti (si ricordi la “mano invisibile” di Adam Smith). Ma oggi possiamo dire che non è andata cosi.

E com’è andata invece?
Per rispondere a questa domanda, Zygmunt Bauman usa la metafora delle “terre vergini”.
Una terra vergine, in quel momento non da alcun profitto ma se viene messa a coltivazione comincia a darne. Man mano che la metto a fertilizzare però, i profitti che ricaverò andranno via via decrescendo. Questa è una legge dell’economia.
Ergo ci sono limiti ai profitti che si possono ricavare. Il capitalismo è proprio questa continua, incessante ricerca di terre vergini da fertilizzare. Ma siccome la verginità si può perdere una volta sola, man mano che si è alla continua ricerca di tale verginità delle terre, esse prima o poi finiranno.
Trent’anni fa, ricorda Bauman, ci fu chi trovò terra vergine. Essi erano persone che però non spendavano più di quanto avevano guadagnato, non usavano la carta di credito ma il libretto di risparmio. A fronte di ciò ci fu una martellante campagna pubblicitaria (Bauman ricorda quella effettuata in Inghilterra) per convincere le persone a passare alla carta di credito.
Questo perchè? Semplicemente perchè con la carta di credito ci si indebita e le banche non vogliono che questo meccanismo di indebitamento delle persone termini poichè, in tal modo, le banche continueranno a fare profitti.
(Per maggiori info: Il mondo drogato della vita a credito – di Zygmunt Bauman)

Rimanendo in questo sistema, l’unico mezzo con cui l’individuo può uscire da questa situazione è il consumo.

Oggi, spiega, anche i nostri punti di vista sono stati commercializzati. Il nostro punto di vista non esiste più poichè c’è una terribile e perenne concorrenza tra gli esseri umani che ha portato alla perdita di quella che una volta era la solidarietà. Oggi abbiamo sempre meno tempo da dedicare agli altri, ai nostri figli. Le società di oggi sono individualizzate e non si immergono nella collettività.

Qual’è quindi il risultato complessivo dell’indebolimento dei legami umani?
E’ che siamo circondati da concorrenti, non più da amici.

La questione oggi da risolvere non è più quella di una parte, seppur maggioritaria, della popolazione, spiega Bauman, ma è quella del 99% contro quell’1% di cui parla il movimento Occupy Wall Street. Cinquant’anni fa il problema da risolvere era quello della classe proletaria.
Oggi non si parla più di proletariato visto che, ad esempio, in Inghilterra la classe operaia è scesa sotto i 2 milioni. Oggi si deve parlare di classe precaria, di precarietà.
Vivere nel precariato significa vivere in una condizione costante di terremoto, il quale non si sa da dove arriverà e quando arriverà. Sai solo che stai aspettando una catastrofe.
Tale condizione, spiega il sociologo, pone le seguenti situazioni e sensazioni:

  • genera una situazione di ignoranza nel senso di non sapere cosa fare e del perchè ci si trovi in questa situazione;
  • anche se lo sapessi, ti sentiresti impotente;
  • sentendoti impotente si verificherà un crollo dell’autostima e quindi una frustrazione.

Bauman ora ritorna sul movimento degli “Indignati” proprio collegandosi a questa sensazione di frustrazione. Spiega il professore che i c.d. “Indignati” spagnoli sono il prodotto di questa frustrazione e quindi cercano un’altra via di uscita da tale condizione. Ma sono frustrati anche contro lo Stato, che è potere e politica. Il potere degli stati oggi però è evaporato! E’ rimasta solo una politica locale priva di potere. Quindi lo Stato, dice Bauman, soffre una mancanza di potere.
Ma gli Indignati, proprio per via di questo sentimento di frustrazione contro lo Stato, ritengono che i partiti e le istituzioni non siano capaci di risolvere queste problematiche.

Allargando per un attimo la sua visione anche alle rivolte del nord-Africa, Bauman ci dice che le persone sono scese in piazza per ribellarsi e liberarsi da un ostacolo specifico, che si chiamasse Ben Alì o Mubarak. Non è chiaro però se queste forze saranno in grado di dare una svolta e di costruire ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Svolta che, secondo Bauman, si presenta nel momento delle crisi, poichè è qui che si deve decidere come continuare: se riproporre lo stesso modello attuato finora, oppure cambiare, e quindi svoltare, verso altri modelli di sviluppo e di vita. Quindi, analizza il professore, ci troviamo proprio nell’interregno descritto da Gramsci: non sappiamo come fare, non sappiamo trovare strade alternative. Conclude il professore dicendo che le istituzioni governative stanno cercando di uscire dalla crisi riproponendo però vecchi modi, vecchie strade e che non ascoltano le istanze di queste grandi mobilitazioni sociali.


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Occupy Wall Street. Il ritorno della Res Publica
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 novembre 2011


di Wendy Brown*

Per tre decenni, le politiche populiste americane sono state in larghissima parte reazionarie, istigate e strumentalizzate da interessi danarosi. Che cosa ha alla fine scatenato una rivolta di sinistra contro la deregulation neoliberista e la democrazia neoliberale corrotta dall'impresa? Perché mai essa non è scoppiata nel 2008, quando il governo ha salvato le banche d'investimento traballanti ma non le loro vittime? Perché non nel 2009, quando alle stesse banche d'investimento che avevano schiantato il sistema con i loro giochi sui derivati sono stati consegnati giganteschi bonus?
Perché non nella primavera del 2011, quando la Corte Suprema ha cassato i limiti sui contributi societari ai comitati di azione politica (che consentono alle corporations di inondare il processo elettorale) e ha sostanzialmente eliminato le class-action (ovvero la principale linea di difesa contro le frodi e gli abusi delle aziende? Perché non in un qualsiasi momento dell'ultimo decennio, mentre l'accesso di massa all'istruzione superiore crollava, le infrastrutture marcivano, il reddito reale della classe media precipitava, i costi della sanità salivano alle stelle, e le multinazionali, le banche e i ricchi prosperavano?
Occupy Wall Street è un dono gemellare da un lato della Primavera araba, dall'altro del colossale fallimento della presidenza Obama, che non è riuscita a imporre un minimo freno alla deregulation neoliberista né a mettere un trattino di separazione fra Wall Street e Washington. Il primo fattore è stato evidentemente un detonatore, ma il secondo non va sottovalutato: se una sola delle promesse di Obama fosse stata realizzata - il rapido ritiro dalla guerra in Iraq, la chiusura di Guantanamo, lo stimolo alla ripresa economica con la creazione di posti di lavoro, l'abrogazione dei tagli fiscali di Bush, la stretta regolamentazione del capitale inanziario, l'allargamento dell'accesso a un'istruzione superiore abbordabile, il contenimento dei costi della sanità - molti di coloro che oggi partecipano a Occupy Wall Street, specialmente i giovani, sarebbero rimasti fedeli al movimento politico-elettorale che li impegnò così intensamente solo tre anni fa.
Oltre agli effetti galvanizzanti della primavera araba e dell'autunno di Obama, ad alimentare il fuoco è stato un mezzo decennio di recessione, con una disoccupazione impressionante (25% tra i laureati recenti), il deterioramento dei salari, l'evanescenza delle pensioni, i pignoramenti delle case, i tassi scandalosi di povertà (negli Usa un bambino su cinque nasce povero) e di persone senza fissa dimora, la distruzione accelerata di beni e servizi pubblici già snelliti da due decenni di disinvestimenti e privatizzazioni neoliberisti. Tutti questi fattori hanno contribuito ad accomunare le situazioni dei poveri e della classe media, dei giovani e dei vecchi, dei lavoratori, dei disoccupati e dei sotto-occupati: tutti sacrificati mentre il capitale viene puntellato, salvato e continua a fare festa. In altre parole, ciò che rende unico questo momento è l'identificazione reciproca senza precedenti tra le famiglie dei lavoratori della classe media affogate dai mutui, i giovani disoccupati affogati dai prestiti per andare al college, gli operai licenziati dalle fabbriche colpiti dalla contrazione delle indennità di disoccupazione, gli impiegati pubblici costretti a sobbarcarsi i contributi crescenti ai propri 'benefits' o a perdere le pensioni a lungo attese, i lavoratori qualificati e non qualificati - dagli insegnanti d'asilo ai piloti delle linee aeree - che con i loro stipendi full-time non riescono a risollevare dalla soglia di povertà le loro famiglie.
Se il neoliberismo economico, eliminando benefici statali e beni pubblici e ingrassando i ricchi, ha finito con l'unire le sorti di generazioni, settori di lavoro, razze e classi finora diversi e spesso divisi, il neoliberalismo politico, volto a rompere le solidarietà sociali, ha a sua volta finito con lo spianare la strada a una rivolta democratica con una larga base unificante. Gli ultimi anni hanno visto una pletora di atti giudiziari statali e federali che aggrediscono il potere organizzato dei sindacati, dei consumatori, dei destinatari del welfare, degli anziani, dei lavoratori del settore pubblico e dell'elettorato tutto. Dalla sentenza della Corte Suprema sul caso AT&T Mobility v. Concepion (che consente alle corporations di evitare le class action) a quella della Corte del Wisconsin sul caso State of Wisconsin v. Fitzgerald et al. (a favore di una legge statale che sventra il potere di contrattazione collettiva dei sindacati), l'ultimo decennio ha visto la ratifica e l'implementazione costante della formula di Margaret Thatcher che condensa l'ideale politico neoliberista, «la società non esiste, esistono solo gli individui». Eppure, paradossalmente, o forse (per chi ci crede ancora) dialetticamente, questa stessa demolizione del potere dei gruppi di interesse organizzati - combinata con una crescita scandalosa delle disparità di reddito, una ricchezza mirabolante al vertice della scala sociale e lo smantellamento dei beni pubblici - ha facilitato una nuova coscienza politica popolare, un populismo di segno nuovo. All'esito della distruzione delle solidarietà tradizionali e dell'assalto alla democrazia, si è forgiato un nuovo ethos di massa: discretamente democratico, probabilmente anche più discretamente egualitario, ma certamente sagomato da qualcosa di più dell'interesse individuale, settoriale o di parte.
Occupy Wall Street è riuscito, lavorando sullo spirito, sull'analisi e sui comportamenti, a sostituire il discorso della giustizia a quello degli interessi. E lo ha fatto quando il linguaggio della giustizia sembrava ormai estinto da una razionalità neoliberale che conforma tutti i comportamenti al metro dell'autovalorizzazione del capitale umano. Lo slogan «siamo il 99%», lungi dal basarsi sulla rappresentanza di interessi, rifiuta apertamente il sequestro della nazione da parte di una plutocrazia, pubblica o privata. E se a volte sembra intendere questo sequestro come un effetto della corruzione e dell'avidità, piuttosto che della razionalità neoliberista del tardo capitalismo (compresa la completa imbricatura degli stati euro-atlantici nei destini e negli imperativi del capitale finanziario), questa è una conseguenza delle ricchezze estreme che l'epoca ha generato, nonché del bisogno di personalizzazione e teatralizzazione proprio di ogni discorso politico efficace (anche per i bolscevichi fu necessario dipingere lo zar come il nemico!).
Ma quanto difficile è stato per i media mainstream capire che il movimento è portatore di una visione della giustizia, e scaturisce da una convinzione politica e non solo da circostanze personali o dal rancore individuale! È un sintomo della profonda spoliticizzazione del nostro dialetto della cittadinanza il fatto che nelle interviste ai militanti Ows la domanda-tipo «che cosa ti porta qui?» punti sempre a sollecitare una storia di disagio o calamità personale. E dalla Cnn al New York Times, gli intervistatori non sanno che fare delle risposte che si riferiscono alla dignità di una vita collettiva equa e sostenibile, al senso di ciò che è giusto o sbagliato, a quello che siamo soliti definire «bene politico».
Infine, se OWS è stato una splendida sorpresa, altrettanto stupefacente è il livello del sostegno nazionale che ha conquistato: recenti sondaggi indicano che il 62% del paese lo sostiene e che più di un terzo dei super-ricchi (l'1%) simpatizzano. Indipendentemente dalle sfide strategiche che il movimento si trova davanti, questi fatti da soli illuminano le prospettive future di un discorso critico sulla democrazia e il capitalismo. Occupy Wall Street ha già generato qualcosa di straordinario con la sua sfida riuscita all'immagine neoliberista della nazione modellata sull'impresa, dove il profitto è l'unico parametro, la concorrenza l'unico gioco, la proprietà privata l'unica regola, vincitori e vinti l'unico risultato, la gerarchia l'unica forma di organizzazione. Al suo posto, OWS ha rilanciato l'immagine classica della nazione come res-publica. La prossima battaglia? Rendere questa immagine reale.

*University of California, Berkeley

"il manifesto", 11-11-2011


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Intervento di Chomsky
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 novembre 2011


Occupiamo il futuro

Se i legami creati dalle mobilitazioni in corso dureranno nel difficile futuro che ci attende – le vittorie non arrivano mai in tempi brevi – il movimento Occupy potrebbe segnare un momento cruciale per la storia americana. Personalmente non ho mai visto niente di simile, negli Stati Uniti e nel mondo. Gli avamposti di Occupy stanno creando una comunità solida, una base su cui costruire le organizzazioni indispensabili per superare le sfide del futuro e le reazioni del potere.

Il movimento non ha precedenti perché viviamo in un’era senza precedenti. E non da oggi, ma fin dagli anni settanta, un decennio che è stato un punto di svolta per gli Stati Uniti. Lungo tutto il corso della sua storia, questo paese ha sempre puntato sull’industrializzazione e la ricchezza. Perfino nei momenti più bui ha creduto che il progresso non si sarebbe fermato. A metà degli anni trenta c’era uno spirito diverso, anche se la situazione era molto peggiore rispetto a oggi. Il new deal fu approvato anche grazie alla pressione popolare, e la gente aveva la sensazione che i tempi duri presto o tardi sarebbero finiti.

Oggi invece c’è un forte senso di impotenza, quasi di disperazione. È una situazione nuova. Oggi gli operai del settore manifatturiero osservano la disoccupazione crescere e si rendono conto che se le scelte politiche resteranno le stesse potrebbe non esserci nessuna ripresa dell’occupazione.

Il peggioramento delle condizioni di vita per i lavoratori è cominciato negli anni settanta, quando l’industrializzazione ha subìto una battuta d’arresto dopo secoli di crescita costante. La produzione manifatturiera ha continuato a svilupparsi, ma è stata delocalizzata. Le aziende hanno aumentato i profitti, ma la forza lavoro ne ha pagato le conseguenze. E l’economiasi è finanziarizzata. Le istituzioni finanziarie si sono ingrandite a dismisura e hanno creato un circolo vizioso con la politica.

I politici, alle prese con i costi sempre più alti delle campagne elettorali, hanno attinto dalle tasche dei banchieri, per poi ricompensarli con leggi a favore di Wall street: liberalizzazione, riforme fiscali, regole vantaggiose per le corporation. Il circolo vizioso si è intensificato. Il collasso è diventato inevitabile. Nel 2008 il governo è di nuovo venuto in soccorso delle aziende di Wall street, che pare fossero troppo grandi per lasciarle fallire. Oggi, per lo 0,1 per cento della popolazione che ha approfittato di decenni di ingordigia e disonestà, le cose continuano ad andare a gonfie vele.

Prima reazione popolare di massa
Nel 2005 Citigroup – che è stata più volte salvata dalla bancarotta – considerava la ricchezza come un’opportunità di crescita. All’epoca la banca ha pubblicato una brochure che invitava i cittadini a investire nel cosiddetto indice Plutonomy, che riuniva i titoli delle aziende legate al mercato del lusso. “Il pianeta si sta dividendo in due blocchi, da una parte le plutonomie e dall’altra il resto del mondo”, riassumeva Citigroup. “Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna sono le principali plutonomie: economie sostenute dal benessere”. I non ricchi, invece, hanno cominciato a essere chiamati “precariato”, espressione usata per definire tutte le persone che vivono una vita precaria alla periferia della società.

Ma quella periferia è cresciuta fino a diventare una parte importante della popolazione, negli Stati Uniti e altrove. E così, come sottolinea il movimento Occupy, oggi ci ritroviamo con una plutonomia che rappresenta l’1 per cento della popolazione e con un precariato che riempie il restante 99. Il movimento Occupy è la prima reazione popolare di massa in grado di cambiare le dinamiche attuali. Finora mi sono limitato a parlare di problemi interni agli Stati Uniti. Ma negli ultimi anni sulla scena internazionale ci sono stati due sviluppi così rilevanti da oscurare tutto il resto. Per la prima volta nella storia esiste una minaccia reale di estinzione del genere umano. Fin dal 1945 l’umanità convive con gli armamenti nucleari, e sembra un miracolo che siamo riusciti a sopravvivere fino a oggi. Ora però le politiche dell’amministrazione Obama e dei suoi alleati stanno provocando un’escalation. E poi naturalmente c’è la catastrofe ambientale. Quasi tutti gli stati del pianeta stanno cercando di rallentarla. Gli Stati Uniti, invece, se ne infischiano. Se il paese più ricco e potente del mondo continuerà così, la catastrofe sarà inevitabile.

Bisogna fare qualcosa e alla svelta. Non sarà facile. Ma il movimento che si sta formando negli Stati Uniti e in altre città di tutto il mondo può e deve crescere fino a diventare una forza determinante nella società e nella politica. Se non sarà così, è difficile immaginare un futuro accettabile. Dunque è necessario coinvolgere tutti e aiutare la gente a capire cos’è il movimento Occupy. Bisogna che tutti sappiano cosa possono fare per cambiare le cose e quali sono le conseguenze del non far nulla. Informare le persone non significa dirgli in cosa devono credere, ma imparare tutti insieme. Si impara partecipando. Si impara dagli altri. Si impara dalle persone che si cerca di coinvolgere. Abbiamo tutti bisogno di capire e di fare esperienza, prima di formulare nuove idee o migliorare quelle degli altri.

L’aspetto più bello del movimento Occupy è la costruzione di legami tra le persone. Se questi legami saranno rafforzati, Occupy potrà davvero riportare la società moderna su un cammino più umano.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011

Questo articolo è un adattamento del suo intervento in Dewey Square, di fronte agli attivisti di Occupy Boston, il 22 ottobre.

http://www.youtube.com/watch?v=olxp34z_Mns&feature=player_embedded %


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Il ragazzo di bottega di Marchionne e di Montezemolo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 novembre 2011


Il ricambio, anche anagrafico, di un gruppo dirigente di un partito di sinistra è impresa ardua; da affrontare con paziente e saggia sobrietà; anche con rotture, se necessario. Ma tutto ciò che tocca Matteo Renzi diventa fatua arroganza; sotto il vestito niente, se non un pasticciato disegno ultraliberista e anche reazionario; lotta di classe, ma dal punto di vista del padrone, in una fase di crisi organica del capitale. Alla ricerca indispensabile oggi per ricostruire una soggettività organizzata popolare Renzi sostituisce disordinati spezzoni tematici del "partito borghese". E' il ragazzo di bottega di Marchionne e di Montezemolo. E' anche lui frutto, purtroppo, di una sinistra che non c'è più. E' la punta estrema dell'esaltazione tecnologica mediatica della comunicazione del nulla; ma funzionale ad una duplice pericolosa operazione. La prima è quella strutturale e sociale; non è solo l'asse con Marchionne e Montezemolo (i cinque punti programmatici di Montezemolo nella lettera a Repubblica sono il vangelo di Renzi); è la concezione della distruzione dell'organizzazione di massa, a partire dalla Cgil, l'aspetto più grave. Le organizzazioni di massa e le strutture intermedie della società, le "potenze sociali" autonome sono liquidate con fastidio come vetustà archeologiche dello scorso millennio. E vi è un disegno (implicito, ma chiaro) di riscrittura della Costituzione; le primarie vengono, infatti, considerate il rovesciamento della stessa formazione costituzionale della rappresentanza, la leva e la giustificazione del potere plebiscitario assoluto. Berlusconi non avrebbe saputo dire meglio; altro che post berlusconismo! Quella di Renzi è una sorta di nuovo Lingotto veltroniano banalizzato. Renzi ci rende ancora più forti nella nostra critica di fondo all'impianto maggioritario bipolare; alle primarie, che rischiano a questo punto di sfibrare e dissipare la stessa articolata unità elettorale antiberlusconiana; alla sostituzione di Berlusconi con un governo che nasce, programmaticamente, intorno alle imposizioni antioperaie e antipopolari della Bce, accettate con piacere e con piacenza da Renzi e simili. Ma a questo aspro giudizio sull'operazione della Leopolda aggiungerei una sommessa preoccupazione che riguarda coscienza di massa e senso comune. E, quindi noi stessi, il nostro popolo. Come è possibile che l'operazione di Renzi, così organicamente e squisitamente di destra, attivi tante persone e anche tanti compagni, come ho constatato in questi giorni? Penso che questo sia il frutto estremo di un odio popolare degli apparati politici di sinistra che fa apparire preferibile un "guastatore" liberista, un po' antipolitico e un po' sfrontato, al continuismo burocratico. Non tocca forse a noi riempire questo vuoto, sconfiggere seriamente l'antipolitica da sinistra con radicalità programmatica e gramsciano spirito di scissione? Inizia da qui, io credo, il vero discorso.

www.controlacrisi.it 02/11/2011


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Toni Negri sul 15 Ottobre 2011
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 ottobre 2011


Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.

1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.

2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?

Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili? Anche qui: forse sì. Ma per questo li escludiamo per principio, prima ancora di aver capito perché erano tanti e di cosa erano l’espressione? Noi non crediamo che il ritornello di Asor Rosa possa valere come pregiudizio. A chi ce lo presentasse come tale, ci rivolgeremmo allora agli Indignados spagnoli ed universali per avere un’altra risposta. Gli Indignados sono un movimento dei poveri – sono anni che andiamo indagando e parlando di precarizzazione lavorativa e esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che queste lotte debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale.

Dobbiamo ricordarci che laddove, in altri paesi d’Europa che pur conoscono grandi tradizioni di lotta, si è data l’incapacità a mettere insieme tutte le facce della nuova povertà, la sconfitta è stata generale, anche quando i movimenti erano duraturi e forti. La Francia, per esempio, non produce più lotte vincenti da quando il movimento studentesco ha smesso di congiungersi con quello delle banlieues. In Germania, non c’è più lotta da quando i Grünen Realos-pragmatici hanno isolato e liquidato i Fundis – gli occupanti delle case, quelli che lottavano assieme ai migranti, e avevano assunto la dimensione dei quartieri per tentare la costruzione di istituzioni del comune. Dobbiamo tornare a costruire un fronte dei poveri – tutti i poveri, dalla classe media immiserita in giù.

C’è dunque una bella differenza fra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerarli intoccabili, lebbrosi. Loro – quelli che spaccano – hanno diritto a dirci di no, a rifiutarci, a preferire l’isolamento. Ma noi, non per questo li consideriamo estranei alla povertà. Il 14 dicembre, il 15 ottobre, e tante altre volte, li abbiamo visti in azione: alcune periferie della povertà sono scese in piazza. La polizia e i media le hanno immediatamente riconosciute: il potere è spesso bieco ma non è stupido. Perché i movimenti non potrebbero anche loro chiedersi chi sono, e provare a capire prima di giudicare? Forse perché dietro alla puzza al naso degli organizzatori, senti un rigetto di pelle?

3) Il colmo della cecità e della provocazione dei media (e, subito dopo, del Ministero degli Interni) è stato toccato quando hanno scelto di attaccare i movimenti NoTAV e San Precario – vale a dire le due realtà di movimento attualmente più forti. Forse le uniche che non abbiano aperture politiciste e che non siano interessate alla rappresentanza parlamentare, ma che piuttosto sono democraticamente piantate nel reale, nella società civile, e che producono effetti concreti immediati.

Dobbiamo stringerci attorno ai compagni che subiscono queste provocazioni – cosi come attorno agli incarcerati, di cui chiediamo la liberazione senza se e senza ma. Cos’altro fanno gli Indignados di Barcellona per gli arrestati dopo la tentata occupazione della Camera regionale catalana? Hanno riconosciuto che si trattava di un errore politico evidente, ma li difendono comunque in nome dell’unità del movimento. Vogliamo continuare a caricaturare i comportamenti pacifici degli Indignados spagnoli alla maniera di pecore gentili?

4) Oggi solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. Non un “programma minimo” – un programma che non dia obbiettivi concreti ma solo linee di alleanza sindacale e parlamentare. Perché stupirsi che molti sentano questo programma minimo come un “opportunismo massimo”?

Centrale è invece oggi un progetto costituente che unifichi politicamente, e quindi sappia anche reagire alle eventuali componenti distruttive del movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato.

Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile -, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno.

Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. I ragazzi – quelli che hanno fatto casino – esprimono, con la loro rabbia, non la capacità ma l’incapacità di rispingere la paura del potere. Si può tuttavia probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri – a condizione che si abbia un programma positivo, maggioritario, materialmente definito. Oggi quel programma del comune si è già ampiamente manifestato nei referendum e nelle elezioni municipali, contro le macchine partitiche. Si tratta di procedere su questo terreno.

Svolgere il tema del comune costituente nella lotta rappresenta dunque oggi forza maggioritaria. A Reggio Emilia nel 1960, e a Genova nel 2001, dei compagni sono stati uccisi – ma il movimento non aveva paura, era unito, vinse perché non escludeva nessuno a priori, mise polizia e governi davanti all’evidenza di un irresistibile ostacolo. Oggi, volendo presentarsi con un programma minimo, cercando alleanze in una parte del ceto politico screditata e corrotta quanto lo è il ceto politico di destra, si è finito per rafforzare Berlusconi. Tutti dunque sembrano consapevoli che siamo giunti ad una impasse. Un’impasse di programma prima che di metodo. Ma come metterlo nella testa di coloro che vedono un insorto in ogni povero che non ha più paura?

5) Siamo infine anche di fronte ad un’impasse di metodo. Non erano stati dati obbiettivi al corteo di Roma. Di contro, a Madrid, sono stati i palazzi del potere e le banche ad essere assediate da mezzo milione di Indignados. Gli stessi che, immediatamente dopo, hanno ripreso le loro attività di quartiere, uniti da un’unica organizzazione orizzontale, usando reti, socialnetworks e twitts in modo astuto, chiamando tutti dove c’era bisogno, su uno sfratto come nelle scuole occupate, o negli ospedali autoamministrati.

A Barcellona, duecentomila persone si sono ritrovate: poi si sono formati tre cortei, l’uno ha occupato un ospedale, l’altro l’università ed un terzo un enorme magazzino per farne un centro sociale. A Piazza San Giovanni bisognava invece arrivare per ascoltare i politici di prima, seconda e terza generazione? Vi stupisce che nasca il bordello che c’è stato? Qual è stato il metodo, qual è stata la gestione politica del comune in quel caso?

Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione – la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. Si tratta di lasciargli spazio e voce.

“Lasciateci fare politica”, dicono alcuni. Certo. Intanto, noi proviamo a costruire il movimento degli Indignados.

www.controlacrisi.it

18 ottobre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Toni Negri 15 Ottobre 2011 politica

permalink | inviato da Notes-bloc il 29/10/2011 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Angelo D'Orsi su "gli Atenei in Italia"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 ottobre 2011


FABBRICHE DEL SAPERE
C'è un filo rosso che lega il cosiddetto 3+2 di Luigi Berlinguer alla recente riforma dell'Università firmata Maria Stella Gelmini e Giulio Tremonti. È la convinzione che il sistema educativo debba rispondere a criteri mercantili, senza tuttavia intaccare il potere clientelare dei «baroni», spesso legati ai centri del potere economico. Un'anticipazione dall'ultimo numero di MicroMega
Il testo che segue di Angelo D'Orsi appare nella sua forma integrale nell'ultimo numero di «MicroMega», dedicato all'«AltraItalia». È sull'università e la ricerca, cioè i settori che hanno visto forti e diffusi movimenti sociali contestare le proposte di riforma dell'università varate da governi di centrosinistra e di centrodestra.

Il punto forte dell'analisi proposta dallo storico piemontese è la critica a una formazione basata su logiche mercantili che hanno caratterizzato le politiche statuali negli ultimi tre decenni per far tornare l'università e la ricerca luoghi in cui il sapere deve essere trasmesso per sviluppare attitudini critiche.
Poco o nulla tuttavia viene detto sul fatto che l'università è diventata il luogo in cui si addestra alla precarietà e dove il sapere è già adesso commisurato, cioè impoverito per aderire alla domanda di forza lavoro a «bassa intensità di conoscenza». E poco dice del fatto che l'università e la ricerca hanno nella precarietà uno dei pilastri che consentono il loro funzionamento. È però un testo che ha il pregio di presentare proposte che possono incontrare l'interesse proprio di quei movimenti sociali che hanno caratterizzato l'università e la ricerca. È quindi un'occasione per riprendere il filo rosso della discussione sul presente e un auspicabile futuro.
Le diverse riforme succedutesi negli ultimi anni, culminate nell'obbrobrio firmato dalla signora Gelmini (ma il vero autore è il contabile Tremonti), hanno prodotto un progressivo peggioramento, sotto ogni aspetto, della scuola, dell'università e della ricerca in Italia. Che questi tre comparti, che sono decisivi in qualsiasi comunità organizzata statualmente, siano ancora funzionanti, pur malamente, malgrado i formidabili colpi ricevuti, dimostra che non di improvvide «riforme» più o meno «complessive» essi avevano bisogno, ma di finanziamenti adeguati, di impegno del personale (e per scuola e università, anche del corpo studentesco), e, a monte, di serietà del ceto politico: il che significa disposizione a recepire le istanze provenienti da coloro - docenti, ricercatori, discenti, personale tecnico e amministrativo - che in quelle strutture vivono. O meglio, difficoltosamente sopravvivono.
Sepolti dal 3+2
La premessa implica dunque un azzeramento degli ultimi quindici vent'anni, con il conseguente tentativo di riparare un terreno calpestato e devastato da politici incolti, sovente rozzi, assecondati da gruppi o singoli docenti intesi a costruirsi o conservare nicchie di potere personale o di gruppo, sulla base di collusioni con centri di potere economico e finanziario che stanno cercando di allungare i loro tentacoli su un mondo che dovrebbe produrre innanzitutto sapere, sapere critico e «disinteressato», ossia non funzionale a ciò che il mercato richiede, che è sempre subordinato a logiche di mero profitto, a intenti predatori, animato da una «filosofia» pronta a confondere, non casualmente, ricerca e utilities.
E vengo all'Università, non senza aver precisato che sarebbe auspicabile modificare la denominazione del ministero, reintroducendo l'aggettivo «pubblica», prima dei tre sostantivi che lo definiscono (ora Miur, ministero dell'Istruzione Università e Ricerca), poiché in politica i simboli contano e contano i messaggi indiretti. Con la reintroduzione di tale aggettivo sarebbe manifesto che un governo di vera alternativa intende occuparsi di formazione pubblica, ossia gestita dallo Stato o da enti pubblici, nell'interesse dalla maggioranza della popolazione che vive in questo paese. E se il privato, come sponsor, entrerà nei gangli del sistema scolastico, universitario e della ricerca, dovrà farlo alle condizioni che il pubblico stabilisce. In breve, un serio programma consiste nella totale cancellazione delle «riforme» devastanti, su ogni piano, che si sono succedute nel corso degli ultimi tre lustri circa, a partire dalla madre di tutte le sciagure universitarie, e scolastiche: la cosiddetta riforma Berlinguer (...).
La cancellazione del sistema 3+2 (che, come ha impietosamente mostrato un caustico pamphlet di Gian Luigi Beccaria, è «uguale a zero») costituisce il punto essenziale di un programma che davvero vuole rilanciare l'università, il quale non può non configurarsi come un vero e proprio ritorno, ma non all'indietro, bensì al futuro, in quanto se non si correggono gli errori - gravissimi - del passato, non è possibile costruire un futuro e si andrà verso l'estinzione del sistema educativo e dell'intero comparto ricerca nel nostro paese. (...) La riforma Berlinguer è stata in vero ampiamente ripresa e continuata, nei suoi elementi più deteriori, dalla signora Letizia Moratti - fortunatamente infine scacciata dal regno milanese che il cavaliere di Arcore le aveva donato - e in parte anche dai successori di costei, in una strabiliante continuità nella differenza, che ha finito per accumulare macerie su macerie: sotto quelle tonnellate di cemento, tubi di gomma, pietre, catrame, cavi di acciaio spezzati, giace la grande scuola italiana (...).
La logica che dovrà guidare le nuove politiche per l'università e la ricerca dovrà essere del tutto estranea a quella attuale, mercantilistica e aziendalistica, fondata su un malinteso concetto di efficienza, sull'esiziale combinato disposto tra lassismo e didattocrazia (come l'ha chiamata Giorgio Bertone), tra la mitizzata «autonomia» (fasulla e insieme pericolosa) e il persistente burocratismo centralistico. La nuova università dovrà altresì rifiutare l'idea di un sistema, opportunamente aziendalizzato, che gerarchizza gli atenei, in modo che ogni classe, ogni individuo, ogni ambiente sociale abbia la «sua» università (...).
La necessaria disciplina
L'esame di maturità deve riguadagnare il suo significato di porta d'accesso all'età adulta e di verifica di un impianto culturale complessivo nel senso gramsciano (...): ossia «organizzazione, disciplina del proprio io interiore, presa di possesso della propria personalità, conquista di coscienza superiore, per la quale si comprende il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri» (così scriveva Gramsci nel gennaio 1916). Non certo un ritorno all'«incubo maturità», ma un netto voltare pagina rispetto alla scandalosa faciloneria attuale (....). Da quella porta larga oggi escono studenti che per la gran parte «prova» l'iscrizione a una facoltà universitaria, spesso in modo casuale, senza una base sufficiente per affrontare alcun corso di studio, ponendosi così le basi per quel catastrofico tasso di abbandono per ovviare al quale (tale la giustificazione fornita a suo tempo) si giunse al famigerato 3+2: che viene chiamato laurea breve. Denominazione significativa, che sanciva il carattere classista (...) di un'università che avrebbe dovuto liquidare con una pseudolaurea i figli dei ceti subalterni, ove fossero riusciti a varcare le colonne d'Ercole delle accademie. (...)
L'assimilazione della scuola - dalle elementari alle università - all'azienda ha prodotto guasti epocali. Allora, sarà opportuno ribadire e precisare un punto fermissimo: la scuola, di ogni ordine e grado, deve formare, non deve produrre profitto. (...). Così come la ricerca non deve esser funzionale al mercato, ma piuttosto deve andare incontro ai bisogni della collettività: si fa ricerca scientifica per produrre conoscenza, che non sempre è direttamente e immediatamente «utile» a qualcuno, o fruibile dal mercato; la conoscenza, d'altronde, è utile in sé. (...) Dopo quel livello, dunque opportunamente riqualificato, gettando a mare ogni forma di «nuovismo» e di cialtroneria pseudolibertaria (ancora ci sovviene Antonio Gramsci, che irrideva alla «libertà di rimanere asini»), deve partire la formazione universitaria: formazione non obbligatoria, ma volontaria, che va incentivata, sicuramente, e facilitata potenziando soprattutto le strutture, rafforzando o creando ex novo istituzioni di sostegno allo studio, favorendo l'edilizia universitaria, e intervenendo sul mercato degli affitti nelle città e nelle zone universitarie del paese, attraverso tutti gli strumenti consentiti dalla legge.
La babele dei corsi di studio
I corsi di studio o di laurea dovranno essere drasticamente ridotti, risalendo quella china esiziale che si è percorsa a precipizio negli anni scorsi, parcellizzando il campo del sapere, seguendo la dannosa utopia della specializzazione precoce, sulla base, sempre, dell'idolatria del mercato: ossia formare i discenti non sulla base di un progetto culturale, ma cercando di intercettare di volta in volta le «esigenze» del mondo produttivo. Se questo è stato il presupposto della «nuova università» italiana, rovesciandolo potremo procedere a un recupero non della «vecchia» ma di una università che abbia in sé la propria dignità e la propria ragion d'essere. Il percorso universitario dovrà riacquistare la sua forma a imbuto, cominciando, sia pure nelle scelte di area, dal generale per concludersi nello specifico. In tal senso, i corsi di studio dovranno essere unificati sulla base di un primo biennio comune, e con una successiva, progressiva, ma «dolce» specializzazione, nel seguente biennio. La durata dei corsi dovrà essere riportata al quadriennio, con le eccezioni per alcune facoltà particolarmente «pesanti», come giurisprudenza, scienze, medicina, ingegneria. Occorre tornare alla laurea unica, riqualificata in termini di programmi di studio, e di serietà degli accertamenti e delle verifiche. (...).
Reclutamento dei docenti
Qui si affaccia il problema dei problemi, per quanto concerne l'università: il reclutamento. Mi sono convinto, nella mia carriera di docente, che la cooptazione, fatti salvi certi princìpi generali, sia un buon sistema, anzi sia il sistema più ovvio e sensato nell'università. La storia accademica infatti ci insegna che solo attraverso la cooptazione si creano le «scuole», e che solo gruppi di allievi che fanno comunità con i loro maestri, diventando a loro volta maestri, sono in grado di gareggiare virtuosamente tra loro. Se docenti mediocri reclutano allievi mediocrissimi, ne pagheranno il fio; anche in termini di perdita di capacità di attrarre discenti e dunque risorse. (...). Naturalmente occorrono dei criteri generali, che ciascun «gruppo disciplinare» indicherà in modo rigoroso, sulla base di indicazioni di massima del ministero, che garantiscano un'omogeneità di fondo, che non mortifichi tuttavia le specificità. Il peso delle esperienze formative diverse, i soggiorni in altre sedi e all'estero, l'attività di ricerca e quella didattica, le pubblicazioni (con una tipologia definita), e quant'altro. Cooptazione non si identifica con premiazione dei «candidati interni» ad ogni costo. Se sono capre, restino a brucare. (...) I ricercatori dovranno diventare una fascia docente a tutti gli effetti, con compiti ben individuati, doveri e diritti definiti, che lascino loro un congruo spazio per la ricerca, dunque con obblighi didattici ridotti rispetto alle altre due fasce. Nel concorso per professore associato, si terrà la lezione (col vecchio sistema del sorteggio e della scelta) e la discussione dei titoli; in quello per ordinario, rimarrà il solo esame delle pubblicazioni e dei titoli. Tre liste di idoneità, dunque, create da commissioni di concorso elette dagli aventi diritto, reintroducendo il principio che per ciascuna delle due fasce inferiori occorre la presenza di un esponente di quella fascia (...).
Si collega al reclutamento, la questione importante della mobilità. Sono propenso a stabilire come obbligatorio un periodo di soggiorno in sedi universitarie, italiane o straniere, diverse da quella in cui ci si è formati. Anzi, il ministero si dovrà impegnare a favorire con incentivi sostanziosi i docenti e con sostegni le facoltà per facilitare la mobilità interna. Rinunciando ad ogni tentazione di nomina dei rettori, vuoi dal centro (ministero), vuoi dalla periferia (consigli di amministrazione) è opportuno stabilire l'elettività di tali cariche. All'elezione dei rettori debbono concorrere, con il massimo di democrazia, tutte le componenti di ateneo. E gli statuti di ateneo devono essere stesi (o riveduti) con il concorso di tutti, compresi i «precari della ricerca», cui deve essere fornita al più presto una possibilità di stabilizzazione in base alle esperienze didattiche e di ricerca - ivi compresi i loro risultati, ossia le pubblicazioni - attraverso i nuovi sistemi di reclutamento. Si deve inoltre investire nei dottorati di ricerca, ampliandone decisamente il numero e riequilibrando il rapporto tra facoltà umanistiche e scientifiche, cancellando l'obbrobrio del «dottorato senza borsa», favorendo anche l'ingresso di sponsor privati, ma senza concedere loro alcun titolo di indirizzo o scelta sul piano della ricerca, che deve essere pensata in modo indipendente dal mercato. I privati potranno entrare come erogatori di borse e contributi di ricerca, che dovranno essere previsti per sostenere i giovani nel passaggio dal dottorato all'inserimento nel ruolo dei ricercatori. (...)
Una democrazia sostanziale
L'elezione del rettore, e di tutte le cariche gestionali e direttive degli atenei, dovrà essere il banco di prova della democrazia interna, ma anche del loro buon funzionamento. Occorre stabilire come obbligatorio il giudizio degli studenti sulla qualità della didattica, con un sistema di premi e sanzioni per i docenti migliori e peggiori, che incida anche sugli avanzamenti di carriera. Ma è necessario altresì aumentare il peso della rappresentanza studentesca nei consigli di facoltà, nel consiglio di amministrazione, nel Senato accademico, che deve rimanere il solo organo di comando degli atenei: nel suo seno il rettore sarà un primus inter pares. La regola dei due mandati, consecutivi o meno, deve essere non derogabile, per i rettori come per tutte le altre cariche (presidi, direttori di dipartimento e di istituti eccetera). Si dovranno, infine, stabilire forme di valutazione interna, e di controllo, del lavoro dei docenti e del personale amministrativo e tecnico: non si può tollerare impunemente che un docente salti le lezioni o gli esami o si autoriduca il monte ore o si faccia sostituire da persone non provviste dei requisiti sostanziali e formali. (Angelo D'Orsi)

"il manifesto", 25-10-2011

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Attenzione, Sinistra!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 ottobre 2011


SINISTRA, non entrare
in quel recinto!!!
 
 

Dino Greco
Tutta la sinistra radicale sostiene che la crisi si presenta con un carattere ambivalente: occasione/pericolo. Ma un'occasione per chi? - si chiede Fausto Bertinotti nell'editoriale dell'ultimo numero di "Alternative". E' stata fatta tabula rasa del compromesso sociale e democratico che ha retto l'Europa nel secondo dopoguerra. Le classi dominanti scalano un altro gradone del loro dominio. Il tratto più macroscopico è l'occultamento delle cause. Nel momento in cui il capitalismo si fa legge naturale e si propone come scienza, "ideologico" diventa tutto ciò che gli si oppone. Il gioco di prestigio consiste nella totale sussunzione della politica nell'economia capitalistica. Ma dove viene questa crisi? E' la superfetazione finanziaria del capitalismo, quindi una patologia? Oppure è l'effetto della fisiologia intrinseca al modo di produzione capitalistico e ha le sue radici nell'economia reale? Dov'è l'uovo del serpente, nella finanza o nei rapporti sociali?

Fausto Bertinotti
Terrei ferme due avvertenze nel giudizio sulla fase attuale del capitalismo. Non possiamo limitarci alla ripetizione di cose note. Il problema della scientificità dell'analisi critica è un punto chiave. La tua domanda è rilevante perché ci porta al giudizio sul capitalismo finanziario globalizzato. Qual è la specificità di questa particolare forma di capitalismo? Primo, stiamo parlando di una organizzazione capitalistica che riguarda l'Occidente e non tutto il mondo. Esistono altre forme di capitalismo, che sono governate diversamente, per esempio, nell'area asiatica e nei paesi del Bric - meglio o peggio, non so. Secondo, all'interno dell'Occidente, c'è una specificità dell'Europa, nella quale questa nuova forma di capitalismo si confronta con quella della fase precedente, che non era solo una semplice organizzazione tecnica del capitale, bensì una vera operazione politica. Il capitalismo fordista-taylorista-keynesiano, egemone nel mondo, in Europa realizza un compromesso. Qui sono in polemica con Riccardo Bellofiore perché ritengo che quel compromesso sociale non fosse un obiettivo perseguito dal capitalismo e che si sia realizzato invece per effetto della lotta di classe. Prima viene il conflitto, lo scontro destra-sinistra, poi il compromesso di quella particolare forma di capitalismo. Il capitalismo finanziario globalizzato, invece, prende questa forma cui stiamo assistendo perché ha un obiettivo particolarmente duro e ambizioso: la demolizione della civiltà del lavoro del ciclo precedente. Questo capitalismo finanziario globalizzato ha la vocazione di sussumere dentro di sé tutto e tutti, di ridurre tutto a merce - come ogni capitalismo - ma in una condizione di assenza del proprio avversario storico. L'idea che porta avanti è che per essere competitivi bisogna ridurre tutto a variabile dipendente. Da qui nasce l'incompatibilità di questo capitalismo con la politica - intesa come sfera autonoma in cui si formano le decisioni. E' una vocazione totalizzante che produce un'Europa oligarchica in cui i conflitti sociali, in primo luogo quelli del lavoro, vengono non combattuti, ma considerati fuori dal quadro ammissibile di questa società organizzata. Ecco perché ritengo che si debba evitare di ripetere il mantra sulla crisi del capitalismo e che occorra concentrarsi sulla specificità della vicenda di questa particolare forma del capitalismo finanziario globalizzato.

Paolo Ferrero
Sono d'accordo con l'analisi generale di Fausto. Ma questo capitalismo finanziario in crisi da dove arriva? Io credo che nasca come risposta al ciclo di lotte e alla forza del movimento dei lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Il ciclo fordista-keynesiano aveva permesso nei paesi occidentali di porre il problema della giustizia sociale e dei diritti in una modalità molto avanzata. Quel movimento di emancipazione si è affermato in continuità con il compromesso costituzionale che era stato raggiunto alla fine della guerra contro il nazifascismo. E' avvenuto in una forma conflittuale. Il capitalismo si modifica brutalmente per riprendere il comando dopo una fase, come quella degli anni Settanta, in cui si sono stati messi in discussione i vincoli di mercato in nome di un modello più avanzato di umanità, fondato sull'autogestione e su una più ampia libertà. Il neoliberismo è la modalità con cui il capitale riprende il comando, facendosi forte di un'idea totalizzante di società. L'ideologia neoliberista è un pensiero unico che si ammanta di pretese scientifiche e propone l'economia come un fatto naturale. E' la rappresentazione dell'uomo egoista che perseguendo i propri interessi individuali realizza il benessere sociale. La globalizzazione ha permesso al capitale di mettere al lavoro centinaia di milioni di persone, di aumentare l'esercito industriale di riserva, di tagliare i salari e ridurre il welfare. Questo nuovo capitalismo finanziario nasce come risposta capitalistica al più grande ciclo di lotte che si sia mai visto in epoca moderna, con l'obiettivo di svincolare il capitale dalla forza del movimento dei lavoratori. La globalizzazione è un sistema in cui i capitali e le merci si muovono come vogliono, mentre gli uomini sono legati al territorio. Cosa accade oggi? Succede che è entrata in crisi la risposta capitalistica al più alto ciclo di lotte che ci sia stato nel capitalismo moderno. Questa risposta permette sì di riprendere il comando sul lavoro e di abbassare il salario, diretto e indiretto, ma innesca una tendenza che si scontra col meccanismo di accumulazione capitalistico. La gente che lavora non ha i soldi per comprare le merci che produce. A mio parere il meccanismo finanziario - quello che fa partire la crisi - amplifica la crisi stessa e ne determina gli effetti a catena. Nel 2008, appena scoppiata, era una crisi dall'entità modesta, poi il buco si è allargato a migliaia di miliardi di dollari. L'economia finanziaria ha consentito un trasferimento di risorse dal basso all'alto, ma attraverso meccanismi fragili. A questo punto, o torniamo a porci il problema di un superamento del modello, di un controllo democratico sulla produzione oppure si assiste a una brutale accentuazione del dominio capitalistico incompatibile con tutte le conquiste democratiche del '900. Oggi, più che mai, è vera l'alternativa socialismo o barbarie.


"Liberazione", 09/10/2011

Il fallimento di un progetto borghese
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 3 ottobre 2011


Michel Husson: Una strategia europea per la sinistra

Attenzione: apre in una nuova finestra.


 

La crisi e il fallimento del progetto politico borghese

La dimensione specificamente europea ha inasprito gli effetti della crisi globale. Da trent'anni a questa parte le contraddizioni del capitalismo sono state sormontate, riassumendo, attraverso un'enorme accumulazione di diritti fittizi sul plusvalore. La crisi ha minacciato di distruggerli. I governi borghesi hanno deciso di preservarli dicendo che bisognava salvare le banche.
Si sono perciò accollati questi debiti, senza chiedere niente, quasi, in contropartita. Eppure sarebbe stato possibile, a caldo, di mettere delle condizioni a questo salvataggio, per esempio con la proibizione dei prodotti speculativi e la chiusura dei paradisi fiscali; oppure con la presa a carico da parte delle banche di una parte del debito pubblico che questo salvataggio ha fatto improvvisamente aumentare.
Oggi siamo entrati nella seconda fase.
Dopo aver trasferito il debito dal privato al pubblico, ora bisogna farlo pagare ai lavoratori. Questa terapia di choc prende la forma di piani di austerità, che sono tutti costruiti sul medesimo modello: riduzione delle spese socialmente utili e aumento delle
imposte più inique. Non esiste alternativa a questa violenza sociale, se non quella di far pagare agli azionisti e ai creditori il costo del salvataggio del loro sistema. Tutto questo è chiaro e chiunque lo capisce.

Il fallimento di un progetto borghese

Ma ciò che oggi i lavoratori europei devono pagare, è anche il fallimento del progetto borghese di costruzione europea. Con la moneta unica, il patto di stabilità finanziaria, la deregolamentazione totale della finanza e dei movimenti di capitale, la borghesia europea pensava di aver costruito un buon sistema. Mettendo in concorrenza i salariati e i modelli sociali, la compressione dei salari diventava il solo mezzo per regolare la concorrenza intercapitalista e per approfondire le disuguaglianze favorevoli a una stretta cerchia sociale.
Ma questo modello non era praticabile, perché metteva il carro davanti ai buoi presupponendo un'omogeneità delle economie europee che non esisteva.
Al contrario, la divergenza tra i paesi si è accresciuta a seconda del loro posto nell'economia mondiale e della loro sensibilità al corso dell'euro; la convergenza dei tassi di inflazione non si è verificata, e i bassi tassi di interesse hanno favorito le bolle immobiliari, ecc. Tutte le contraddizioni di una costruzione monca, che oggi gli euroliberali scoprono, esistevano già prima della crisi, ma quest'ultima le ha fatte esplodere sotto forma di attacchi speculativi contro i debiti pubblici degli stati più esposti.
Dietro il concetto astratto di "mercati finanziari" si nascondono di fatto i grandi gruppi finanziari europei, che utilizzano per speculare i capitali che gli Stati hanno loro prestato a tassi di interesse molto bassi. Questa speculazione è dunque possibile soltanto a causa del non intervento degli Stati, e bisogna intenderla come una pressione
esercitata sui governi consenzienti per obbligarli a risanare i loro conti sulla pelle della popolazione e a proteggere gli interessi delle banche.

Due compiti immediati

Dal punto di vista dei lavoratori, i compiti immediati sono chiari: bisogna resistere ai piani di austerità e rifiutarsi di pagare il debito, che non è nient'altro che il debito della crisi. Il progetto alternativo in nome del quale si può sviluppare la resistenza sociale riposa sull' esigenza di una diversa ripartizione delle ricchezze. Una simile esigenza è coerente: è infatti la compressione dei salari, altrimenti detto l'accaparramento di una parte crescente del plusvalore da parte della finanza, che ha condotto all'enorme accumulazione di debiti che ha condotto alla crisi. E`questa la vera base materiale di questa crisi.
L'alternativa passa in particolare attraverso una vera riforma fiscale che annulli i regali fatti da anni alle imprese e ai ricchi. Essa implica pure, in un modo o in un altro, l'annullamento del debito. Tra il debito e gli interessi sociali maggioritari l'incompatibilità è totale. Non può esserci esito progressista alla crisi senza rimettere in questione questo debito, che sia sotto forma di insolvenza o di ristrutturazione.
D'altra parte, un certo numero di paesi arriveranno all'insolvenza, e perciò è tanto più importante anticipare questa situazione e dire come essa dovrà essere gestita.

Uscire dall'euro?

L'offensiva cui sono confrontati i popoli europei è sicuramente inasprita dal "busto" europeo. Per esempio, le banche centrali europee, contrariamente alla Federal Reserve degli Stati Uniti, non possono monetizzare il debito pubblico acquistando buoni del tesoro. L'uscita dall'euro permetterebbe di allentare questa morsa? E`quello che propone Costas Lapavitsas nel caso della Grecia, e questo quale misura immediata, senza aspettare, dice, che la sinistra si unisca per cambiare la zona euro, cosa che ritiene "impossibile".
Quest'idea, che d'altronde viene avanzata anche altrove in Europa, si scontra con una prima obiezione: il fatto che la Gran Bretagna non faccia parte della zona euro non l'ha evidentemente protetta dall'austerità. Ed è anche facile capire perché l'estrema destra nazionalista chieda l'uscita dall'euro, come è il caso del Fronte nazionale in Francia. Invece è più difficile intuire quali potrebbero essere i meriti di una simile parola d'ordine dal punto di vista della sinistra radicale. Se un governo liberale dovesse giungere a prendere una simile misura sotto la pressione degli avvenimenti, è chiaro che sarebbe il pretesto per un'austerità ancora più dura di quella che conosciamo
oggi, e che ciò non permetterebbe per nulla di stabilire un rapporto di forza più favorevole ai lavoratori. E` la lezione che possiamo tirare da tutte le esperienze passate. Per un governo di sinistra, uscire dall'euro sarebbe un vero e proprio errore strategico. La nuova moneta sarebbe svalutata, poiché è in fondo l'obbiettivo perseguito.
Ma questo aprirebbe immediatamente una breccia, di cui approfitterebbero immediatamente i mercati finanziari per iniziare un'offensiva speculativa.
Questa scatenerebbe un ciclo svalutazione-inflazione-austerità. Inoltre il debito, sino ad allora quotato in euro o in dollari, aumenterebbe bruscamente dell'importo di questa svalutazione.

Ogni governo di sinistra veramente deciso a prendere delle misure in favore dei lavoratori verrebbe sicuramente confrontato con forti pressioni del capitalismo internazionale. Da un punto di vista tattico sarebbe meglio, in questa prova di forza, utilizzare in maniera conflittuale l'appartenenza alla zona euro.
E` senz'altro vero che la costruzione europea fondata sulla moneta unica non è coerente e in ogni caso incompiuta.
Essa si basa su una variabile di aggiustamento, il tasso di cambio, sulle differenze di evoluzione dei prezzi e dei salari all'interno della zona euro. I paesi della periferia hanno allora la scelta tra congelare i salari come fa la Germania da dieci anni a questa
parte, oppure subire una diminuzione di competitività e delle perdite di mercato.
Questa situazione conduce a una specie di vicolo cieco e non esistono soluzioni immediatamente applicabili: tornare indietro precipiterebbe l'Europa nel caos a scapito dei paesi più fragili; e mettere in atto una nuova logica di costruzione europea sembra
un obiettivo fuori portata.
Se la zona euro scoppia, le economie più fragili verrebbero destabilizzate dagli attacchi speculativi. Nemmeno la Germania ci guadagnerebbe, nella misura in cui la sua moneta si apprezzerebbe in modo incontrollato, subendo quello che gli Stati Uniti cercano oggi di imporre a numerosi paesi con la loro politica monetaria (1).
Esistono altre soluzioni, che passano da una rifondazione totale dell'Unione europea: un budget alimentato da un'imposta unificata sul capitale e che finanzi dei fondi di armonizzazione e degli investimenti socialmente ed ecologicamente utili, una presa a carico mutualizzata dei debiti pubblici, ecc.
Ma, ancora una volta, questa "uscita dall'alto" non è possibile a corto termine, non per mancanza di dispositivi alternativi, ma perché la loro applicazione presuppone un cambiamento radicale del rapporto di forze su scala europea.
Che fare allora in questa congiuntura estremamente difficile? La lotta contro i piani di austerità e il rifiuto di pagare il debito costituiscono la base di una controffensiva. Occorre in seguito, affinché le resistenze vengano rinforzate dall'affermarsi di un progetto alternativo, lavorare su un simile programma, articolando delle soluzioni
"tecniche" con una spiegazione generale del contenuto di classe della crisi(2).
Il compito specifico della sinistra radicale e internazionalista è inoltre di combinare le lotte sociali condotte a livello nazionale con l'affermazione di un'altra Europa. Che cosa fanno da parte loro le borghesie? Esse si affrontano sulle politiche da condurre perché difendono degli interessi che restano in gran parte nazionali e contraddittori.
Ma appena si tratta di imporre l'austerità alle rispettive classi operaie, presentano un fronte comune solidamente unito.
Nell'altro campo, c'è di meglio da fare che non sottolineare le differenze, sicuramente reali, che esistono nella situazione dei diversi paesi. La posta in gioco è piuttosto di costruire un punto di vista internazionalista sulla crisi in Europa. E`innanzitutto il solo mezzo di opporsi veramente alla crescita dell'estrema destra proponendo altri bersagli che i soliti capri espiatori. In secondo luogo, è il modo per affermare una reale solidarietà internazionale con i popoli più fragilizzati dalla crisi domandando che vengano mutualizzati i debiti a livello europeo. Bisogna opporre un progetto alternativo al progetto borghese europeo, che porta in tutti i paesi alla regressione sociale.
Come non capire che le mobilitazioni, confrontate con la coordinazione borghese a livello europeo, devono appoggiarsi su un altro progetto coordinato?
Anche se è vero che le lotte si conducono in un quadro nazionale, esse verrebbero rafforzate da una simile prospettiva, invece di venir indebolite o deviate verso il vicolo cieco del nazionalismo.
Che gli studenti londinesi abbiano manifestato gridando "tutti insieme, tutti insieme!" è il simbolo di questa aspirazione vivente.

Per una strategia europea

Il compito è difficile, come il periodo che è stato aperto dalla crisi. Ma la sinistra radicale non deve bloccarsi nella scelta impossibile tra un'avventura rischiosa - l'uscita dall'euro - e un armonizzazione utopica. E`assolutamente possibile lavorare su degli obiettivi intermediari che mettono in questione le istituzioni europee, per
esempio:

- gli Stati dell'Unione europea devono poter ottenere prestiti direttamente dalla Banca centrale europea a tassi
d'interesse molto bassi e le banche private devono essere obbligate a prendere a carico una certa porzione del debito pubblico;

- bisogna mettere in atto un meccanismo di insolvenza, che permetta di annullare il loro debito pubblico in
misura proporzionale ai regali fiscali e di salvataggio delle banche;

- il risanamento delle finanze deve passare attraverso una riforma della fiscalità, mirante a tassare in modo
armonizzato a livello europeo i movimenti di capitale e le transazioni finanziarie, i dividendi e altre remunerazioni
del capitale, delle grandi fortune e degli alti salari.

Occorre rendersi conto che tali obiettivi non sono né più lontani, né più vicini dell'illusione che un'"uscita dall'euro" sarebbe favorevole ai lavoratori.
Certo, sarebbe effettivamente assurdo aspettarsi una rottura simultanea e coordinata in tutti i paesi europei. La sola ipotesi strategica che si possa allora concepire deve prendere come punto di partenza un'esperienza di trasformazione sociale che inizia in un
solo paese. Il governo del paese in questione prende dunque delle misure, per esempio l'instaurazione di una tassa sul capitale. Ma se agisce con lucidità, deve allo stesso tempo anticipare le misure di ritorsione di cui diventerà immediatamente il bersaglio: dunque instaura un controllo dei capitali. Prendendo questa misura di protezione della riforma fiscale in corso, entra apertamente in conflitto con le regole del gioco europeo.
Cionondimeno non ha interesse a prendere l'iniziativa di un'uscita unilaterale dall'euro, il che sarebbe di nuovo un errore strategico enorme, poiché la nuova moneta verrebbe subito attaccata per mettere a terra l'economia del paese "ribelle".
Bisogna dunque abbandonare l'idea che esistano delle scorciatoie "tecniche", assumere il conflitto inevitabile e costruire un rapporto di forze, e la dimensione europea ne fa parte. Esiste per questo un primo punto di appoggio, che è la capacità di nuocere agli interessi capitalistici: il paese innovatore può ristrutturare il suo debito, nazionalizzare i capitali stranieri, ecc., o minacciare di farlo. E` quel che non han pensato a fare, in nessun momento, i governi "di sinistra" di Papandreu in Grecia o di Zapatero in Spagna.
Il principale punto di appoggio risulta dal carattere cooperativo delle misure prese. E` una differenza enorme rispetto al protezionismo classico, che in fondo cerca sempre di trarsi d'impaccio contro gli altri rosicchiando loro delle parti di mercato. Tutte le misure progressiste, invece, sono tanto più efficaci più vengono generalizzate a un gran numero di paesi.
Bisognerebbe dunque parlare qui di una strategia di estensione che riposa sul seguente discorso: noi affermiamo la nostra volontà di tassare il capitale e prendiamo le misure di protezione adeguate. Ma questo in attesa che questo provvedimento, come noi proponiamo, venga esteso all'insieme dell'Europa.
Conclusione: piuttosto che contrapporle, bisogna riflettere all'articolazione tra rottura con l'Europa neoliberale e progetto di rifondazione europea.

* Articolo pubblicato sulla rivista Socialist Resistance, dicembre 2010. Traduzione a cura della redazione di Solidarietà.

1. vedi Michael Hudson, "US Quantitative Easing Fracturing the Global Economy".

2. vedi il notevole documento pubblicato dal Bloco de Esquerda (Blocco di sinistra) portoghese: "On the crisis and how overcome it", 23 maggio 2010.


FONTE: www.italia.attac.org
 
 

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Dal Festival di Filosofia
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 20 settembre 2011


Un nuovo realismo anche per l'arte
contro la banalità del profitto
 

Roberto Gramiccia
Modena

Quella di un Nuovo realismo è la prospettiva che ha aperto Maurizio Ferraris nella relazione tenuta a Carpi del Festival della Filosofia. Si tratta di un tema che ultimamente ha riempito di sè pagine di giornali e riviste specializzate. Esso è stato posto in una relazione oppositiva rispetto ai fondamenti del Postmoderno. E, in particolare, della lettura che ne offre, ormai da molti anni, il Pensiero debole di Gianni Vattimo. Da questa lettura, non priva di aspetti interessanti e propositivi, relativi in particolare ad un'attenzione che tende a evitare qualsiasi assolutismo e qualsiasi pensiero "perfettista", trae alimento, tuttavia, gran parte del repertorio di luoghi comuni che in qualche modo sostiene il "Pensiero unico".
In arte, in particolare, la liquidazione di qualsiasi prospettiva modernista, di qualsivoglia cultura del futuro e della trasformazione (le stesse dalle quali traeva origine la temperie delle avanguardie e delle neoavanguardie) ha prodotto una deriva relativistica e banalizzatrice, che ha lasciato libero il campo alle scorrerie liberiste e liberticide che hanno trasformato l'arte in merce e l'artista in un funzionario passivo del sistema dell'arte.
Il paradigma fondativo di questo sistema non è la ricerca, non è la qualità artistica, non è la creatività ma il profitto. Solamente il profitto. Un pensiero forte, quindi, che paradossalmente utilizza il "Pensiero debole" di Vattimo come una sorta di ambiguo grimaldello. La negazione, infatti, di qualsiasi prospettiva, connotata nel senso del cambiamento (e della rivoluzione), ha legittimato tutti quei processi di smaterializzazione dell'arte già ampiamente autorizzati da una lettura fondamentalista della lezione di Duchamp.
E così, ad esempio, la Transavanguardia ha letteralmente teorizzato l'impossibilità di un "nuovo radicale", lasciando agli artisti solo la possibilità prevalente, se non esclusiva, di "ruminare" i fondamentali dei vecchi "ismi" (dell'Espressionismo novecentesco in particolare). E più corpo che mai ha preso l'idea, già in sé fortissima, che l'arte possa prescindere da un legame forte fra progetto, materia, forma e spazio. Questa cosa qui mandava in bestia Alberto Burri, tanto per fare un nome (un grande nome) molto prima che si affermasse il Postmoderno. Ma quest'ultimo, imponendosi, ha reso possibile che tutte le teorie, anche quelle che decretano la fine della storia (Fukuyama), e quindi dell'arte, possano essere ritenute legittime.
E' per questi motivi che il ragionamento di Maurizio Ferraris e dei filosofi che animeranno il grande convegno che si terrà in primavera a Bonn sui temi del New Realism, e che ha avuto al Festival della Filosofia una sua autorevolissima anticipazione, riveste una particolare importanza, per la sua dimensione filosofica, evidentemente, ma anche per il suo coté estetico.
«Non esistono fatti ma solo interpretazione dei fatti» è la fin troppo citata frase di Nietzsche che è a fondamento della deriva relativistica del contemporaneo.
L'utilizzo fondamentalista dell'affermazione di Nietzsche - che non esistono dati assoluti e definitivi ma che essi si danno in quanto interpretazioni dell'uomo - ha autorizzato l'imporsi di un pensiero che, mentre conferma lo stato di cose presenti, pretende di fondarsi su una visione rispettosa di ogni punto di vista. E così il Pensiero unico, che tanto si ispira a una lettura certamente volgare del Postmoderno, è diventato il collante del blocco sociale che sostiene l'attuale sistema di potere nel mondo occidentale.
Ferraris e il Nuovo realismo mettono in discussione questo punto di vista, non certo per ritornare ad una visione prepotentemente assolutistica e/o banalmente positivistica ma, semmai, per riaffermare il primato dell'autonomia e della precedenza del mondo esterno rispetto ad ogni schema percettivo e conoscitivo.
In arte, come in filosofia, pur non sottovalutando l'enorme gamma delle interpretazioni possibili, si deve ritornare a non poter prescindere da un dato di realtà fondamentale e cioè che le cose sono fuori di noi e vivono di vita propria. I fenomeni, quelli sociali e quelli estetici, esistono indipendentemente dall'interpretazione che noi siamo in grado di darne. E sono di entità diversa e diversamente influenti sulla storia e sulle sue dinamiche.
La realtà inconfutabile dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo non può essere messa sullo tesso piano di altre "verità minori" che pure è possibile sostenere. Così come, in arte, è fondamentale la valutazione del "peso del reale". C'è un artista (Pizzi Cannella) che recentemente ha affermato che tutti i pittori sono realisti, indipendentemente dallo stile iconico, aniconico, installativo, concettuale da essi prescelto. Intendeva dire, evidentemente, che il mondo esterno pre-esiste ed influenza tutti gli artisti, a patto che essi siano tali, e cioè capaci e liberi.
Il punto è che proprio questa libertà negli ultimi decenni è stata messa in discussione e quindi, piuttosto che la libera ricerca che non può non tenere conto del reale, si è imposta la liturgia (per altro noiosa e iterativa) della stanca ripetizione di operazioni concettual-tecnologico-installative, più o meno sensazionalistiche, che riempiono gli attuali musei d'arte contemporanea.
Per questo pensiamo che il Nuovo realismo di Ferraris possa far bene alla filosofia. Possa far bene all'arte.


"Liberazione", 18/09/2011

Un intervento di Umberto Galimberti sugli scontri di Londra
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 agosto 2011


Umberto Galimberti: «Questa è la ribellione degli esclusi dal denaro»


 


da liberazione.it

In rete rimbalzano foto della rivolta nelle città inglesi che mostrano episodi di saccheggio. Il premier inglese Cameron, ieri, ha etichettato la protesta «pura criminalità». Una lettura che prelude a quella che sarà l'unica risposta tangibile del governo inglese: sedicimila agenti schierati per le strade di Londra, città epicentro degli scontri. Eppure, proprio i saccheggi, esibiti come prova incontrovertibile del carattere violento dei rivoltosi, sono il sintomo di un corto circuito nell'immaginario simbolico. Una generazione cresciuta in una società il cui unico messaggio era "consumate e siate felici", tenta di rientrare in un mondo dal quale è stata esclusa. L'ideale consumistico è diventato irrealizzabile per una parte della popolazione. Chi non produce e non consuma non esiste. Ne parliamo con Umberto Galimberti, filosofo e docente universitario.

L'immaginario consumista è entrato in conflitto con una realtà sociale che non garantisce più a tutti l'accesso al paradiso delle merci e comincia a creare sacche di emarginazione. I saccheggi sono la rivendicazione del diritto al consumo e all'esistenza. Gli oggetti più desiderati sono quelli ad alto valore tecnologico, computer e smartphone. Non è un sintomo?
Vero. In questi anni il denaro è stato l'unico regolatore di tutti i valori simbolici. La società ci prevede tutti come produttori e come consumatori. Ognuno di noi non è altro che un transito di denaro, che prendiamo a fine mese con la busta paga e restituiamo alla fine del mese successivo. I giovani, quei giovani inglesi, che non si trovano in condizione di poter produrre e poter consumare, traggono un ragionamento semplice: se questa è la cultura, allora andiamo nei negozi e prendiamocele queste cose. I prodotti elettronici sono i più desiderati perché è la loro cultura, il loro spazio, il loro mondo e modo di comunicare. E per quanto concerne la violenza, è chiaro che tutti siamo contrari. Ma facciamoci carico di quanto avviene. Non è che la violenza un bel giorno esplode perché tira il vento. La violenza è il sintomo che di speranza non ne hanno più. Anche l'adolescente che sbatte la porta e se ne va, comunica che non ha più speranza in quella casa e in quella famiglia. Lo stesso avviene nella società. E' chiaro che la violenza è sgradevole, distruttiva e che può colpire gli innocenti, però le condizioni che la provocano sono così evidenti che solo l'incuria può far sfuggire.

Come è possibile che, non in un paese periferico, ma nel cuore dell'occidente avanzato, sia esploso un fenomeno senza che nessuno avesse il sentore di quel che covava in profondità?
Le nostre società hanno trascurato i giovani. Sono stati ritenuti insignificanti, socialmente inutili. Ora il fenomeno è esploso. Non hanno nulla davanti, non hanno lavoro, non hanno prospettive di pensioni, non hanno possibilità né di farsi una famiglia né di comprarsi una casa. La politica è stata rigorosamente distratta. L'attenzione è stata rivolta esclusivamente verso quello che considero il male radicale della cultura occidentale. La nostra cultura ha assunto come unico valore di relazione e organizzazione sociale il denaro. Quando il denaro diventa l'unico generatore simbolico di tutti i valori, tutti coloro che non sono funzionali alla produzione di denaro o di profitto non vengono neppure considerati dei soggetti sociali. I giovani per primi. Gli stessi immigrati ottengono il diritto alla cittadinanza alla sola condizione che diventino produttori di profitto. Lo stato dei migranti non è dissimile, oggi, dalla situazione di tutti i giovani. Vanno a scuola, alcuni si laureano, ma non hanno la possibilità di realizzare ciò per cui hanno studiato. Sono costretti a vivere alle spalle della famiglia che è diventata l'unico ammortizzatore sociale rispetto a un welfare in continua riduzione. La condizione giovanile diventa drammatica e non ce ne siamo accorti.

I movimenti giovanili del '900 erano, come si dice, politicizzati. Il 68, per esempio, aveva politicizzato la vita quotidiana. Le rivolte giovanili di questi anni seguono un'altra logica, assomigliano di più alle insurrezioni ottocentesche, sono una reazione all'emarginazione, un'affermazione immediata, qui e ora, della propria esistenza. O no?
Nel '68 si voleva cambiare il mondo della vita in nome dell'antiautoritarismo, della rivoluzione sessuale, della liberazione. Ma non c'era disagio sociale nel movimento universitario. Era composto anche da borghesi e cattolici. Oggi, invece, non si tratta di libertà, ma dell'impossibilità di proseguire oltre nel modello di sviluppo occidentale della produzione e del consumo illimitato. Finora è stato possibile perché a pagare il conto era il resto del mondo. Adesso bisogna cambiare strada, dobbiamo decrescere. Il che significa che dobbiamo adottare un altro modello di sviluppo, che non sia fondato esclusivamente sul Pil e sul valore economico. I giovani inglesi assaltano le vetrine delle banche perché sono un simbolo del denaro. Il mondo dell'economia collassa. Non se ne può più di avere come unica espressione di vita il valore economico - da cui i giovani sono esclusi. Io credo che la scala di valori stia cambiando. Le giovani generazioni non hanno l'ossessione del guadagnare sempre più, ma desiderano un lavoro che lasci spazi di vita e tempo libero. Siccome però i giovani di oggi non possono né produrre denaro né avere spazi di vita - la loro è una vita tutta a disposizione per non poter fare assolutamente nulla - ecco che la situazione esplode. Al di là delle differenze tra i paesi, la rivolta inglese e le rivolte nel mondo arabo hanno in comune che si tratta di fenomeni giovanili di insostenibilità del modello di vita. E' accaduto anche nelle banlieues parigine. Non ci sono istanze di partito, come in passato, quindi si aggregano in base a istanze ribellistiche ed esprimono un'insoddisfazione radicale. Nel '900 le forze in campo erano dstinguibili, c'era una destra e una sinistra. Oggi, invece, è una marmellata.

Il nemico di queste rivolte è sempre lo stesso, la polizia, il volto più immediato del potere...
La polizia è il fronteggiarsi corpo a corpo. Lo Stato non ha più un corpo e la politica abita ormai solo nello spazio televisivo.

in data:10/08/2011

 


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Intervista all'Economista Antonio Merlo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 luglio 2011


Italia soffocata dalla Casta, Merlo: “Non bastano i tagli, serve una rivoluzione”

Intervistato dal Fattoquotidiano.it, l’economista che ha scoperto la formula della mediocrazia non usa mezzi termini: “I tagli annunciati dal governo sono un contentino, qui serve una rivoluzione istituzionale che un governo delegittimato come quello attuale non farà mai”. Lo dice anche la matematica

Antonio Merlo

 
L’Italia è una Repubblica fondata sulla mediocrità, una “mediocracy”. E’ un sistema di rappresentanza che premia sistematicamente i peggiori, neutralizza le spinte al cambiamento, seleziona e premia i rappresentati in funzione della fedeltà al capo o al partito e trasforma i rappresentati in eterni sconfitti. E’ la legge fondamentale della Casta, un blocco di potere che usa le istituzioni per riprodurre e mantenere se stesso, massimizzando i propri benefici personali e non l’interesse nazionale. Antonio Merlo, direttore del dipartimento di Economia della Pennsylvania University è riuscito a trascrivere questi concetti in una formula matematica complessa che aggiunge al dibattito sulla casta parametri e valori che appartengono al mondo rigoroso e definitivo dei numeri, non a quello variegato e influenzabile delle opinioni.

Perché usare la matematica per studiare la casta?

“In realtà io volevo capire come si formano le carriere dei parlamentari italiani applicando le stesse nozioni che si usano in economia per studiare i comportamenti e le regole dei gruppi di lavoro di qualsiasi settore. E la matematica ci dice che in Italia gli incentivi a intraprendere una carriera politica sono cambiati tra la prima e la seconda Repubblica: oggi portano in parlamento una ceto politico qualitativamente peggiore del passato. Perché nella mediocracy si punta a candidare non chi assicura le migliori performance all’elettore ma all’organizzazione che li ha nominati, in altre parole non conta quanto sei bravo e apprezzato ma quanto sei disposto a tenere in vita il sistema. La matematica può rappresentare e riprodurre questo concetto complesso con il rigore dei numeri, senza il rischio delle deviazioni e delle variabili tipiche del linguaggio discorsivo e della dialettica politica”.

Ma quel’è il meccanismo alla base della mediocrazia?

“A differenza di quanto avviene nelle imprese di mercato l’incentivo è differito nel tempo e nella quantità. In pratica chi lavora per i partiti non viene ricompensato a dovere e nell’immediato per il suo impegno ma con una promessa tacita o esplicita di una carica elettiva o di una poltrona (di cui si è certi) e ben retribuita. Un congruo indennizzo alla fedeltà. Questo incentivo determina una selezione della classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese ma al partito che vota compatta per sostenerlo. Non a caso abbiamo il record di parlamentari non laureati ma gli stipendi più alti di sempre. Non a caso assistiamo a leggi vergognose per qualunque altro cittadino. L’Italia oggi è la regina indiscussa della mediocrazia che è la legge di equilibrio che tiene insieme il sistema della Seconda Repubblica, quella in cui governano i mediocri”.

Tagli agli stipendi, dimezzamento dei parlamentari. Forse siamo a una svolta…

“Alcune voci della bozza Calderoli sono condivisibili ma è forte il rischio che restino annunci o misure di facciata senza alcuna speranza di incidere sulla realtà. Mi spiego. L’Italia ha un duplice problema. E’ una mediocrazia e quindi ha tutti i difetti della casta al potere, con persone mediocri chiamate a decidere sulle leggi. Proprio per questo sono poche le speranze di un’azione riformatrice davvero efficace. La bozza non tocca il cuore del problema ma lo copre dietro a degli annunci ad effetto”.

Perché non crede agli annunciati tagli?

“Perché non c’è una volontà politica seria di metterli in pratica subito e con rigore come si vuole far pensare sull’onda emotiva dell’antipolitica. Lo dicono le date del provvedimento che si vuole approvare a giorni. Al di là del merito dei singoli tagli, gli interventi sono stati differiti deliberatamente alla prossima legislatura. In quella attuale non cambia nulla. I parlamentari si tengono i loro privilegi e questa scelta indica in realtà la volontà di incentivare il più possibile la durata del governo in carica, senza incidenti d’aula e con il voto compatto anche i fronte a provvedimenti che per qualsiasi cittadino di buon senso sarebbero inaccettabili”.

Cosa bisognerebbe fare per avere una moderna democracy?

“Bisognerebbe che la attuale classe dirigente facesse un passo indietro o i cittadini elettori uno in avanti. Una strada potrebbe essere quella di una costituente che richiami intorno a un tavolo le forze politiche, i giuristi, gli economisti insomma il meglio del Paese per coglierne i segnali e ridisegnare le strutture della democrazia a partire dai meccanismi di selezione della classe politica. Un sistema proporzionale uninominale toglierebbe ai partiti la certezza di governare e rischiando di perdere anche per un solo voto si troverebbero incentivati a candidare le personalità migliori e non degli yesman”.

Ma se questa è la mediocracy all’italiana, Berlusconi chi è?

“Lui è una star. Sulle sue doti non ci sono dubbi. Ma da un punto di vista strettamente analitico manca delle qualità necessarie a un leader per rispondere ai bisogni dei suoi cittadini. Non ha l’onestà, la conoscenza e il rispetto delle istituzioni e della politica. Ha massimizzato gli effetti negativi della mediocracy creando un intero Parlamento di eletti di scarso valore che, in quanto tali, lo seguono e votano a prescindere dall’interesse nazionale e dei loro elettori”.

Che funzione svolgono in una mediocrazia i faccendieri e i corrotti d’Italia?

“I lobbisti ci sono sempre stati. Ci sono anche negli Usa dover però sono sottoposti a regole ferree, hanno perfino un albo e se sgarri vai in galera. In Italia il lobbista è funzionale a ricomporre quella asimmetria non limpida tra i meccanismi e le richieste dell’economia reale e quelli della politica che funziona allo stesso modo ma ha sostituito al compenso in denaro l’assegnazione di cariche elettive e benefici. E’ un sistema premiale di favori che sfugge al controllo, fa lievitare i costi della politica e svolge una funzione di stampella a un sistema vecchio e malato”.

Ma la mediocracy è arrivata al tramonto o può ancora peggiorare?

“Non direi. La democrazia rappresentativa corre un rischio altissimo perché è al centro di due opposte tendenze. Quella del Paese che chiede di cambiare le regole e la qualità della classe politica e la classe politica di governo che segue gli incentivi utili a resistere al cambiamento, a garantire ad ogni costo la durata massima della legislatura. Questo spiega perché il Paese è in crisi ma i parlamentari non rinunciano a guadagnare più di tutti i colleghi europei e americani. Che i giudici vogliano punire corrotti e corruttori ma gli “yesman” della mediocracy si adoperino sistematicamente per propria totale impunità”.

Antonio Merlo è professore di Economia e Direttore del Dipartimento di Economia alla University of Pennsylvania. Ha una laurea in Discipline Economiche e Sociali dall’Universita’ Bocconi e un dottorato in Economia dalla New York University. Il Professor Merlo e’ un esperto di economia pubblica, politica economica e economia della politica. Ha pubblicato numerosi lavori sulle carriere dei politici, la formazione e dissoluzione dei governi, e lo studio del sistema politico come settore dell’economia.

 

"ilfattoquotidiano", 22-07-2011


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JOSSA B.: Esiste un’alternativa al capitalismo? L’impresa democratica e l’attualità del marxismo, Manifestolibri, Roma, 2010, pp. 446
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 luglio 2011


BRUNO JOSSA: Esiste un’alternativa al capitalismo?


 

JOSSA B.: Esiste un’alternativa al capitalismo? L’impresa democratica e l’attualità del marxismo, Manifestolibri, Roma, 2010, pp. 446, ISBN:978-88-7285-644-4, € 36,00.

Il libro di Bruno Jossa costituisce uno dei rari tentativi volti a proporre una forma di organizzazione economica alternativa al capitalismo e si muove nel solco tracciato da autori come Meade (1989), Roemer (1994), Schweickart (2002), che hanno presentato in un recente passato proposte di matrice socialista.
L’autore delinea un sistema produttivo composto in prevalenza da imprese gestite dai lavoratori, definite equivalentemente imprese democratiche o cooperative di produzione, in cui la sovranità appartiene ai lavoratori.
Questi ultimi eleggono periodicamente gli amministratori che di fatto gestiscono correntemente l’impresa, mentre l’assemblea dei soci viene investita dei fatti più rilevanti quali l’approvazione del bilancio, la nomina o revoca degli amministratori, i piani strategici e quelli di natura straordinaria.
Secondo Jossa il finanziamento delle cooperative dovrebbe essere esclusivamente esterno. Non vi è apporto di capitale di rischio da parte dei soci, anche se essi, al pari dei finanziatori terzi, possono prestare capitali all’impresa restando, quindi, titolari di un credito. Il salario viene abolito e la retribuzione dei soci è costituita dal surplus, dato dalla differenza tra i ricavi e i costi di gestione. In questi ultimi sono inclusi, naturalmente, gli interessi pagati ai creditori sul capitale preso in prestito. Il residuo per i soci è così costituito, di fatto, dai redditi da lavoro e dal profitto.
L’eliminazione dell’autofinanziamento è necessaria per tenere distinto in modo costante il patrimonio dell’impresa da quello dei soci e per tenere separati i redditi di capitale da quelli da lavoro ed, eventualmente, da profitto.
Al momento dell’uscita dall’impresa i soci conservano il diritto al rimborso dei loro eventuali crediti non ancora rimborsati, ma non possono vantare alcuna pretesa su eventuali residue plusvalenze dell’impresa.
Con la forma di impresa proposta si ha il ribaltamento dello schema che è tipico del capitalismo. In essa, infatti, è il lavoro ad assumere il capitale, remunerandolo anticipatamente rispetto alla realizzazione e alla suddivisione del sovrappiù tra i lavoratori. La proprietà dell’impresa democratica spetta al collettivo dei soci e quindi, a rigore, non è una proprietà pubblica. Il singolo socio non può vantare diritti diversi da quelli di voto, nelle sedi stabilite, e di ripartizione del residuo.
Secondo l’autore un’economia di questo tipo non può definirsi capitalistica, perché inverte i rapporti di forza tra capitale e lavoro, ponendo quest’ultimo in una situazione di preminenza. Si tratta quindi di una forma di socialismo, perché viene abolito il lavoro salariato, ritenuto la caratteristica fondamentale del capitalismo. Poiché le imprese sono del tutto autonome e operano secondo le regole del mercato, istituto che mantiene tutte le sue funzioni, si tratterebbe di una forma di socialismo di mercato (cfr. anche Jossa, 2010). Un tale sistema sarebbe coerente col pensiero di
Marx, perché supererebbe una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo, la soggezione del lavoro al capitale e, inoltre, costituirebbe a pieno titolo una possibile fase di transizione verso il comunismo, prevista dai teorici del marxismo e tuttavia mai efficacemente descritta.
Quali sono i vantaggi di un sistema economico di questo tipo? Jossa ne descrive alcuni di estrema importanza: in primo luogo la democrazia economica rafforza e rende effettiva la democrazia politica; risulta ridotta l’alienazione del lavoro; vengono meno i presupposti dello sfruttamento.
Inoltre è prevedibile un aumento della produttività del lavoro, perché il reddito dei soci è direttamente e interamente commisurato ai risultati. Un ulteriore aumento dell’efficienza del lavoro deriverebbe dal miglioramento del capitale umano, cioè dalla crescita delle conoscenze e abilità professionali dei lavoratori, perché i soci avrebbero un interesse diretto a investire nella loro formazione, essendo ora il lavoro, e non il capitale, il fattore specifico all’impresa. Si avrebbe, infine, una riduzione della disoccupazione, perché verrebbero meno due delle principali cause di essa:
l’inesistenza del salario eliminerebbe la disoccupazione “neoclassica” da alto costo del lavoro, mentre la sovranità dei lavoratori, rendendo possibile l’adeguamento dell’orario di lavoro all’intensità della domanda di prodotti di ogni impresa, eliminerebbe la disoccupazione “keynesiana”, spalmando gli effetti delle crisi di domanda su tutti i lavoratori.
Nella terza parte del volume, dedicata alla teoria della transizione al socialismo, vengono abbozzati i meccanismi che dovrebbero condurre al nuovo modo di produzione fondato sull’impresa democratica. L’autore indica tre “vie”, la prima delle quali è costituita da agevolazioni di natura fiscale e creditizia che lo Stato dovrebbe concedere alle cooperative per facilitare la trasformazione verso tale forma delle imprese capitalistiche.
La giustificazione deriverebbe dal carattere “meritorio” dell’impresa democratica che, rispetto a quella tradizionale, presenta i vantaggi che sono stati in precedenza elencati, i quali dovrebbero semplicemente essere riconosciuti dallo Stato. Il secondo meccanismo è di natura completamente diversa e consiste nella trasformazione in cooperative delle imprese tradizionali in gravi difficoltà e, di fatto, abbandonate dai proprietari. La terza via rappresenta invece un approccio radicale alla questione e consiste in una legge “del parlamento che trasformi le azioni delle imprese esistenti
in obbligazioni di pari valore e proibisca nel contempo, nei limiti in cui ciò sia ritenuto opportuno, l’assunzione di lavoro salariato” (p. 271).
Si diceva all’inizio della peculiarità dell’opera di Jossa, che affronta un campo poco esplorato e che per questo motivo, soprattutto nelle indicazioni di policy, deve essere vista come un primo coraggioso tentativo di avvicinamento alle questioni proposte e uno stimolo ad una vasta discussione da parte degli intellettuali, a cui l’autore, sulle orme del pensiero di Hayek, affida il ruolo decisivo di selezione e diffusione delle idee che troveranno poi effettiva applicazione. Di seguito vengono indicati i punti
che a mio parere dovrebbero essere oggetto di un più ampio dibattito.
Lo stesso autore avverte che il sistema economico proposto rappresenta un passo avanti rispetto al capitalismo, ma è lontano dall’avere le caratteristiche di un mondo perfetto. Come è stato mostrato da Vanek (1970) e Meade (1974), le cooperative possono dare luogo a monopoli o ad altre forme di potere di mercato, al pari delle imprese tradizionali. Si potrebbero quindi avere casi di cooperative ricche e potenti, in grado di assicurare ai soci redditi molto alti, contrapposti a situazioni con redditi ai
limiti della sussistenza. Verrebbero di conseguenza a replicarsi condizioni non dissimili da quelle che si riscontrano nelle economie capitalistiche e andrebbe quindi mantenuto e forse rafforzato il ruolo redistributivo dello Stato.
Punti di particolare delicatezza riguardano la fase di transizione verso un sistema economico costituito solo o in modo prevalente da cooperative. L’autore avverte di essere a favore di un passaggio graduale, e due delle tre “vie” indicate (ragionevoli agevolazioni dello Stato a favore delle cooperative e trasformazione in cooperative delle imprese capitalistiche in crisi) sono perfettamente coerenti con la progressività della transizione.
Ma come interpretare la terza “via” che pure egli prospetta, quella di una decisione parlamentare che trasformi le azioni in obbligazioni e abolisca il lavoro salariato? In realtà essa può ancora essere in linea con la gradualità della trasformazione, se rappresenta la ratifica finale di un processo evolutivo che abbia raccolto un vastissimo consenso e sia suffragata da una situazione di fatto in cui le indicazioni del mercato siano univoche. Ciò può avvenire a seguito di una fase che porti ad una notevole
riduzione delle disuguaglianze dei redditi e della ricchezza, dovuta non solo a politiche ad hoc da parte dello Stato, ma anche ad una crescita dell’importanza relativa del lavoro. Quest’ultimo fenomeno richiede che si verifichino cambiamenti strutturali dell’economia tali da provocare una crescita del contenuto di conoscenza del lavoro che non sia incorporabile nel capitale (o lo sia solo in misura limitata). Sarebbe quindi il riequilibrio dei rapporti di potere tra lavoro e capitale a rendere possibile la significativa espansione delle imprese gestite dai lavoratori auspicata da Jossa.

Gaetano Cuomo
Università di Napoli “Federico II”

BIBLIOGRAFIA
JOSSA B. (2010), “Sulla transizione dal capitalismo all’autogestione”, Moneta e Credito,
vol. 63 n. 250, pp. 119-155.
MEADE J.E. (1974), “Labor-managed firms in conditions of imperfect competition”, The
Economic Journal, vol. 84 n. 336, pp. 817-824.
--------- (1989), Agathotopia. The economics of partnership, Aberdeen University Press,
Aberdeen; trad. it.: Agathotopia. L’economia della partnership, Feltrinelli, Milano,
1989.
ROEMER. J.E. (1994), A future for socialism, Harvard University Press, Cambridge (MA).
SCHWEICKART D. (2002), After capitalism, Rowmarr & Littlefield, Lanham (MD).
VANEK J. (1970), The general theory of labour-managed market economies, Cornell University Press, Ithaca (NY).

FONTE: Moneta e Credito, vol. 64 n. 254 (2011), 177-180
La critica anticipatrice a una scuola-azienda che dispensa pacchetti di conoscenze finalizzati a congelare e riprodurre le differenze di potere dominanti nella società
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 maggio 2011


Sui sentieri di Ivan Illich

 


 

FONTE: ALBERTO GHIDINI - IL MANIFESTO del 21 MAGGIO 2011

Dall'insegnamento alla critica della società industriale. Un incontro sull'eredità di una figura intellettuale che ha preferito la condivisione e l'esperienza diretta alle gerarchie cui sono sottoposti i saperi. La critica anticipatrice a una scuola-azienda che dispensa pacchetti di conoscenze finalizzati a congelare e riprodurre le differenze di potere dominanti nella società

Non è poi trascorso così tanto tempo da quando, nel 1997, il filosofo dell'educazione Riccardo Massa rilevava come la scuola, messa un po' da parte dopo gli anni della contestazione, fosse di colpo tornata al centro della scena politica e sociale. Per Massa la «nuova proliferazione di discorsi» intorno ad essa era la prova della crisi di questa istituzione - del suo senso, della sua forma - nella modernità travolta dalla frantumazione generale di valori e rappresentazioni, idee e linguaggi, innescata dalle logiche culturali del tardo capitalismo.

Fino a tempi tutto sommato recenti, in questa crisi e nella conseguente esplosione discorsiva si potevano ancora avvistare gli spazi per una riappropriazione collettiva culturalmente e pedagogicamente significativa della vita scolastica - o, se si preferisce, della «scuola reale» - a partire dall'attività quotidiana, dal basso e da parte dei suoi attori principali: insegnanti, studenti, genitori.
Oggi, tale possibilità risulta fortemente indebolita, non soltanto dalle pedagogie e dalle antropogenesi che, pure operanti al di fuori dei confini del sistema educativo, nella comunicazione di massa e nelle pratiche di consumo, hanno comunque messo in crisi l'assetto culturale e formativo della scuola moderna, ma anche (e forse soprattutto) da un disegno economico-politico comune a molti paesi industrialmente avanzati.

La comunità che viene
Un disegno che mira a cancellare ciò che accade e «resiste» nella scuola, entre les murs, per dirla col titolo originale del romanzo di François Bégaudeau, fonte di ispirazione dell'omonimo documentario di Laurent Cantet, il cineasta francese Palma d'Oro a Cannes nel 2008 che per un anno ha fatto ciò che ministri ed esperti di tutto il mondo dovrebbero provare a fare: entrare in una classe di una scuola pubblica, seguire docenti e alunni nei loro percorsi educativi, scoprire le difficoltà dell'insegnare e dell'apprendere, cogliere l'umanità di una «comunità che viene» nella dissoluzione dei legami e dei tessuti sociali che investe il mondo contemporaneo.
Invece, esperti e ministri, quasi sempre conoscitori improvvisati della scuola (in Italia ne sappiamo qualcosa), parlano, discutono, riformano, senza tenere minimamente conto di quel che succede tra le mura degli edifici scolastici, dettando un «ordine del discorso», nella terminologia foucaultiana, fatto di parole plasmate per fini strumentali; per definire l'organizzazione e le finalità della scuola sul portfolio neoliberista, che trasforma gli studenti in «clienti» e gli insegnanti in meri «prestatori di servizi educativi».
A ben guardare non si tratta di una novità: in poco meno di quindici anni scuola e università hanno subito lo stesso processo di aziendalizzazione toccato ad altri patrimoni di civiltà democratica come le ferrovie, la sanità, l'assistenza e le poste, con tanto di campagne politiche e mediatiche d'ogni indirizzo e di pareri spesi da tecnici ed economisti sulla necessità di ridurre le spese dello Stato.
La cosa sorprendente, come fece notare da principio Domenico Starnone nella sua nota a margine a La scuola è vostra di Raoul Vaneigem, è che la tendenza, al di là dei differenti - e talvolta contrapposti - schemi pedagogici, è quella di considerare la pubblica istruzione «valida» soltanto se rispondente ai bisogni del capitale che chiede forza lavoro flessibile e obbediente. In fondo le cose non sono cambiate: al momento molti ragazzi studiano per potersi trasformare in lavoratori usa e getta, con la complicità delle famiglie e di tanti insegnanti convinti che il loro compito sia quello di preparare «risorse umane».
Gilles Deleuze già lo aveva anticipato nel suo Poscritto sulle società di controllo del 1990, teorizzando, sulla scia della biopolitica di Foucault, il passaggio dalla società disciplinare a un regime di controllo «morbido», nel quale l'acquiescenza degli individui è richiesta e ottenuta attraverso l'aziendalizzazione di ogni segmento del sistema. Analogamente Ivan Illich, teorico del disestablishment, della «deistituzionalizzazione» dell'intera società prendendo le mosse dalla scuola e dai suoi effetti «controproduttivi», all'inizio degli anni Novanta, si era accorto di come i sistemi di formazione aziendalizzati producessero studenti abituati al fatto che ciò che imparano debba essere loro insegnato.
Nello scenario attuale sembra che il «programma occulto» della scolarizzazione denunciato da Illich, programma che riduce l'apprendimento da attività in «merce», si sia oltremodo esplicitato lasciandosi dietro d'un sol colpo i moralismi e i tecnicismi in cui tuttora si arena il dibattito pedagogico.
Da questo punto di vista l'analisi e la critica alla scuola del pensatore austriaco, come analisi e critica alla società, alla funzione coercitiva delle sue istituzioni, è quantomai attuale. Provvidenziale, allora, la ripubblicazione di Descolarizzare la società, besteller mondiale degli anni Settanta, da anni fuori commercio in Italia e recentemente riapparso in libreria con il caparbio sottotitolo Una società senza scuole è possibile? (postfazione di Paolo Perticari, Mimesis, euro 14). Il testo riprende pressoché fedelmente la traduzione di Ettore Capriolo uscita per Mondadori nel 1972 - da tempo scaricabile integralmente dalla rete in copyleft - con l'aggiunta di un saggio in appendice che continua idealmente il percorso intellettuale del libro ponendo il problema delle alternative alla dipendenza di una società dalle proprie scuole.
Descolarizzare la società, come del resto tutti i lavori di Illich, trae il suo estro dalle «osservazioni sul campo» condotte dal suo autore. Nel 1956, dopo aver trascorso alcuni anni lavorando come prete di strada con gli immigrati portoricani in una parrocchia di New York, Illich si trovò a ricoprire l'incarico di vice-rettore dell'Università Cattolica di Ponce, a Porto Rico. Solo un anno dopo fu nominato membro del Consiglio Superiore dell'Istruzione dell'isola, un organo di direzione e controllo di tutti i livelli del sistema formativo, dalle scuole elementari all'università.
Fu in quegli anni che cominciò a chiedersi, da un punto di osservazione à l'intérieur, che cosa fosse quella struttura creata intorno all'istruzione che prende il nome di «scuola». Poco più tardi, sul finire degli anni Sessanta, in un momento storico in cui il problema dell'educazione venne a trovarsi al centro dell'attenzione in gran parte del globo, Illich tenne una serie di seminari sul monopolio del modo di produzione industriale presso il Centro Interculturale di Documentazione (Cidoc) da lui fondato e animato a Cuernacava, in Messico.

Saperi preconfenzionati
Il primo «settore industriale» che scelse di analizzare, influenzato da alcuni frequentatori del Centro, tra cui Paulo Freire e Paul Goodman, per citarne due fra i tanti, fu la scuola. Dai lampi dei seminari del Cidoc prese forma, nel 1971, Deschooling Society, subito letto, piuttosto malamente, sull'onda della protesta, come un'accusa utopica e contestataria alla scuola.
In realtà, Illich riconosceva alla scuola la capacità di organizzare l'apprendimento. Certo, però, a determinate «condizioni». A condizione, ad esempio, che la scolarizzazione rinunciasse al suo «monopolio radicale» e non si ponesse più come unica via per ottenere un impiego e una posizione sociale. Quel che Illich contestava profondamente era la strumentalizzazione - ma si potrebbe sostituire questo termine con «aziendalizzazione» - dell'educazione finalizzata alla trasmissione di saperi appositamente confezionati per relegare donne e uomini in ruoli sociali predefiniti. In questo sistema, si era ben convinto, con almeno vent'anni di anticipo, che l'educazione diventasse un valore di mercato e, in quanto tale, avesse bisogno di una continua fabbricazione e immissione di «prodotti» - programmi, corsi, offerte formative, insegnamenti - conformanti. Di qui (e non solo, a scorrere rapidamente i titoli dei suoi libri) la freschezza della sua critica alla scuola e alla società, che difficilmente, dopo di lui, sono state messe in discussione con la stessa appassionata radicalità.
Da oggi la prima biografia di questo gigante della cultura del Novecento è a disposizione del lettore digiuno che voglia avvicinarsi con alla critica sociale illiciana. Ivan Illich. La sua vita, il suo pensiero è il titolo di questo lavoro, firmato da Martina Kaller-Dietrich (edizioni dell'asino, prefazione di Wolgang Sachs, traduzione di Maria Giovanna Zini, revisione di Giovanna Morelli, euro 12), che facilita non poco l'accesso al pensiero dell'autore, la cui opera, come peraltro si è visto, non può essere separata dalla storia di vita.
Lo studio della Kaller-Dietrich si propone di spiegare l'evoluzione del pensiero di Illich evidenziandone le peculiarità, i diversi fattori, interni ed esterni, che in qualche modo hanno esercitato un'influenza significativa nel suo percorso intellettuale: libri letti, esperienze vissute, avvenimenti storici, persone incontrate, che hanno portato Illich all'avvio di percorsi di ricerca originali e sempre in controtendenza rispetto al mainstream.

Oltre la tradizione
Nell'introduzione a un volume di Illich pubblicato meno di due anni fa e intitolato I fiumi a Nord del futuro (edizione italiana a cura di Milka Ventura Avanzinelli, Quodlibet, euro 24), che si congiunge, completando il progetto di Michele Ranchetti, a Pervertimento del critianesimo, il curatore David Cayley, un giornalista canadese amico-interlocutore dell'ultimo Illich, scrive come il filosofo sia riuscito ad aprire «molti più sentieri di quelli che poteva personalmente esplorare fino in fondo». Sentieri che procedono - lo si capisce bene leggendo la biografia illiciana - come continui sviamenti, errando. Tornando alla questione centrale e al punto di partenza, l'attualità di Illich è qualcosa da praticare ricostruendo e prolungando questi sentieri, individuando le fratture con i modelli della tradizione e della politica (e con le loro proiezioni future) che lui stesso era riuscito a cogliere. E, proprio muovendo da queste fratture, ripensando nella sua essenza la forma e il senso delle istituzioni moderne. Magari, come Illich, cominciando dalla scuola e dall'esperienza che accomuna in essa ragazzi, genitori e insegnanti.
 

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"In Spagna - spiega un amico di Stefano Bolognini - se il 1° maggio è una domenica, il lunedì viene reso automaticamente festivo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 maggio 2011


Non abbiamo più tempo
per vivere la nostra vita

di Stefano Bolognini * 
dettaglio da un dipinto di P.J.Crook

* Psicoanalista, presidente della Società psicoanalitica italiana

Mi telefona un collega da Madrid, e il discorso cade sulle polemiche italiane riguardo al 1°maggio: negozi chiusi o aperti? L’amico cade dalle nuvole; in Spagna - mi spiega - se il 1° maggio è una domenica, il lunedì viene reso automaticamente festivo, e nessuno ci trova da ridire. Per gli spagnoli è fuori discussione.

Al di là degli aspetti politici connessi, che spesso sono contingenti, giocati su base nazionale e difficilmente leggibili in contesti molto differenti, i miei pensieri evadono dalla politica (ma ci torneranno), per esplorare il senso della festa e del tempo ad essa collegato. Dunque: pare che «festa» (stessa radice latina di "feriae") derivi dal greco "estiào/festiào"=«accolgo ospitalmente», «festeggio banchettando»; e - ben più anticamente - dal sanscrito "vastya"=«casa, abitazione». La festa dunque nasceva con un riferimento al privato (la casa), reso condiviso con altri, di solito per celebrare tutti insieme qualcosa o qualcuno. In effetti, le feste religiose e civili hanno spesso mobilitato all’incontro grandi masse di persone, chiamate a celebrazioni e a riti collettivi. Eppure, si ha la sensazione che qualcosa sia profondamente cambiato rispetto al passato.

Si percepisce un certo contrasto con la massima aspirazione di molte persone al giorno d’oggi, che è quella di potersene stare finalmente tranquilli per conto proprio o al massimo con poche, selezionate persone (i propri cari, qualche amico). Rispetto agli antichi, viviamo in un’epoca di sovraffollamento e di iper-comunicazione: tra viaggi, cellulari, Skype, meeting e briefing, Ipod e Ipad, Facebook e compagnia cantante, l’individuo raggiunge presto il livello di saturazione sociale e da quel punto in poi non ne può più; desidera stare per conto suo. Ha bisogno della festa, certo; ma non nel senso di re-infilarsi nel gruppone per celebrare qualcosa o qualcuno, bensì per farsi in santa pace i fatti propri.

C’è un prototipo fisiologico di questo bisogno di base (tanto sano da essere letteralmente sacrosanto): è il bisogno universale di ritirarsi e di dormire. Le persone sane percepiscono e soddisfano periodicamente il desiderio di «ritiro» nel sonno: una condizione equivalente al ritorno allo stato intrauterino, con ritiro degli investimenti dalla realtà esterna e con l’avvio di quel naturale reset automatico che è il sognare, volto a digerire, a metabolizzare quello che si è incamerato durante il giorno nelle attività della veglia. È un bisogno ineludibile, che va rispettato: togliere artificialmente il sonno ( e dunque il sogno) agli individui (la cosiddetta «privazione ipnica») significa condurli progressivamente all’impazzimento programmato. In modo meno diretto e meno drammatico, sottrarre il tempo del riposo alle persone significa privarle della possibilità di lasciarsi andare – pur senza dormire – al piacere del funzionamento preconscio, tanto più accessibile quanto meno il soggetto è impegnato in attività che richiedono la sua piena partecipazione attentiva e operativa. Nei giorni di festa le persone si dedicano più facilmente a cose distensive e meno conflittuali; oltre a chi si dedica al dormire, c’è chi va a correre in bicicletta e chi zappa l’orto, chi legge un libro e chi va a trovare un amico, chi armeggia su un motore e chi sistema l’armadio o la cantina. Molto spesso la festa consente un certo grado – parziale – di regressione funzionale: si fanno cose che tengono abbastanza fuori gioco la parte professionale di sé; e i pensieri vanno un po’ per conto loro, fuori dai binari della operatività coatta e della performance competitiva.

Mi tornano in mente le vacanze dell’infanzia e della prima giovinezza, quando l’assenza della scuola (il nostro lavoro di bambini e di ragazzi) generava senza sforzo mattinate e pomeriggi senza tempo. Da piccoli si perdevano (o meglio, si guadagnavano) ore e ore a fare quello che ci pareva, astratti dalla realtà e assorti a leggere giornalini, giocare con le macchinine o i soldatini, correre per il cortile impersonando varie figure (cowboys o altri avventurieri) in base a copioni spontanei nati lì per lì, rudimentali ma del tutto soddisfacenti. Il tempo spariva, per ricomparire ufficialmente solo col richiamo della mamma per la cena.

Pure da ragazzini il tempo della festa era un «non-tempo»: le partite di calcio al campetto dell’oratorio erano interminabili, si andava avanti per ore ed ore fino allo sfinimento, con le formazioni che mutavano di tanto in tanto quando qualche genitore veniva a prelevare un attaccante o un difensore per imperscrutabili necessità famigliari, ma il collettivo non si fermava mai, perlomeno fino a che ci si vedeva. Il tempo era segnalato solo dall’arrivo del buio; e tutto ciò era formidabile. Cosa – ricordo benissimo - di cui eravamo consapevoli anche allora, e non solo adesso per rimpianto idealizzante postumo: eravamo immaturi, sì, ma non scemi. Anche il tempo della lettura (non quello dello studio!...), della lettura libera, nelle feste o nelle vacanze della giovinezza, era un tempo «senza tempo»: la full immersion in un romanzo ci faceva immedesimare con i protagonisti e con l’ambiente, e spesso i genitori si ritrovavano a cena con un ragazzo o una ragazza in stato di semi-trance, con gli occhi persi nella Russia di "Guerra e pace" o nel Borneo di Sandokan e Yanez.

Il preconscio «beveva» quelle storie con avidità assoluta, il preconscio creava e sognava, libero da doveri e da compiti precisi; e il resto del Sé introiettava, elaborava, costruiva silenziosamente; il bambino cresceva, il ragazzo evoluiva, in quelle sane e necessarie atmosfere regressive che anche le lingue straniere hanno connotato con espressioni culturalmente nobili e rispettose: «zeitlos», «timeless», «hors du temp», ecc.

Oggi noi soffriamo, a mio avviso, di una colossale turlupinatura propinataci dalla tecnologia: siamo nella malaugurata condizione di poter OTTIMIZZARE IL TEMPO. Grazie ai mezzi di comunicazione possiamo programmare ogni minuto del nostro tempo organizzandoci in modo da non avere tempi vuoti; possiamo predisporre incontri, attività e impegni a ritmo continuo, stipandoli a forza anche negli intervalli più intimi e privati. Non ci sono più i cosiddetti «tempi morti», ma il sospetto è che a volte quelli fossero i momenti più vivi e più aperti della nostra esistenza, al di fuori dell’imperativo frenetico «Produzione! Produzione! Produzione!» recitato persecutoriamente da Charlie Chaplin in "Tempi moderni.

Ora, per tornare alla politica (beninteso, nel senso dilettantesco e del tutto generico con cui posso farvi riferimento io, che so abbastanza poco di economia complessa): capisco benissimo che oggi i Cinesi o i Coreani o chissà chi altro ci stiano dando dei punti grazie alla loro iper-produttività a basso costo che li rende così competitivi. Non entro nel merito della quantità media di lavoro necessaria al giorno d’oggi per mantenere un buon livello produttivo e commerciale; tengo conto del fenomeno ben noto per cui a certe persone piace più lavorare che riposarsi, anche per sfuggire al contatto con pensieri e rapporti più temuti che desiderati; e arrivo a considerare anche l’esistenza delle cosiddette «nevrosi della domenica», che sono note agli psicoanalisti fin dai tempi di Freud.

Ciononostante, se da psicoanalista dovessi dare un consiglio ai governanti e ai cittadini, direi: rispettate il tempo della festa. È un tempo «sacrosanto», non per motivi religiosi o civili, ma per fondamentali ragioni di sanità del vivere. Gli uomini non sono macchine meccaniche, sono organismi psico-biologici delicati e complessi ed hanno bisogno di riposarsi per poter lavorare, di poter dormire per poter essere ben svegli, di coltivare aree di ritiro benefico per poter re-investire energie sul mondo esterno.

C’è un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo, c’è un tempo per gli altri e un tempo per sé, e conviene non perdere il contatto con questa ritmicità del tutto naturale.

"l'Unità", 3 maggio 2011

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Diritti e Libertà nella storia d'Italia di Stefano Rodotà
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 aprile 2011


Centocinquant'anni dalla parte dei diritti


di Gianni Ferrara (il manifesto del 26/04/2011)

STEFANO RODOTÀ, DIRITTI E LIBERTÀ NELLA STORIA D'ITALIA. CONQUISTE E CONFLITTI 1861-2011, DONZELLI, PP. X, 156, EURO 15,00

Sorprende molto, e non potrebbe essere altrimenti, constatare che mancava in Italia una storia dei diritti pensata, condotta e redatta come tale. Non è che non ci fossero state pregevolissime ricostruzioni di singoli o di categorie di diritti che partissero dalla loro origine normativa, ne indicassero le varie vicende per poi approdare alla loro configurazione attuale. Ma mancava una storia propria, determinata, organica dei diritti in Italia, che li comprendesse al di là della loro appartenenza ai vari rami dell'ordinamento, privati o pubblici che fossero, della prima o delle successive generazioni. La lacuna è stata colmata da Stefano Rodotà. Non è un merito da nulla. Ed è solo il primo delle 154 pagine di un libriccino che impressiona, titolato Diritti e Libertà nella storia d'Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011, perché risponde positivamente alla domanda se si possa in poche pagine tracciare nientemeno che una storia la cui estensione sembrerebbe implicare lo sforzo non di un solo giurista, e non di una sola branca e non di una sola scuola, insomma una fatica enorme, plurima, di anni e anni. Dunque Rodotà ci aveva fino ad ora nascosto la sua capacità di racchiudere in tanto poco spazio così tanta storia, e che storia. Lo ha fatto tramite un'operazione brillante e altamente produttiva, e questo è un altro merito che gli va riconosciuto. La sua fatica è stata quella di cercare e poi di individuare esattamente il titolare reale dei diritti, il soggetto, l'essere umano concreto e storicamente determinato che li avrebbe esercitati e li avrebbe goduti. Traendolo dalla configurazione delle norme, certo, ma ritraendolo nella dinamica reale dell'ordinamento, nella società nella quale è immerso, nei rapporti effettivi del suo vissuto effettivo. Non è stata un'operazione semplice, di poco sforzo, di agevole fattura. Si trattava intanto da situare esattamente il soggetto cui andavano riferite le norme riconoscitive dei diritti soggettivi nella specifica fase di sviluppo dell'economia e quindi della società, quella italiana, quanto mai disomogenea, quanto mai attraversata da contraddizioni non soltanto di ordine complessivo, ma derivanti dalla variegata congerie di condizionamenti non solo economici e sociali ma anche di culture di ceti e territoriali, anche di sensibilità più o meno graduate e di gusti più o meno diversificati.
Tre sono le figure identificanti del soggetto titolare dei diritti in centocinquanta anni di storia unitaria. Quella del «borghese maschio, maggiorenne, alfabetizzato, proprietario» dell'Italia liberale. Quella del «cittadino asservito» dell'Italia fascista. Quella del cittadino di uno stato ridisegnato per trasformare il modello borghese della «Repubblica dei proprietari» nella «Repubblica dei lavoratori», che la Costituzione volle prescrivere. La figura iniziale non si basa sullo Statuto albertino e non perché non gli corrispondesse, ma perché il carattere flessibile di quella prima Costituzione la rese immediatamente recessiva a fronte dei codici, di quello civile soprattutto, che ispirava ovviamente gli altri e che non poteva essere se non tipicamente «monoclasse», espressivo cioè della classe dominante, rigidamente e duramente privilegiata, stante poi il carattere del suffragio elettorale riservato al solo 1,9 per cento della popolazione. Stante l'esclusione dei lavoratori, e in genere, dei ceti più poveri dalla area dei diritti, da quelli politici «alla totale subordinazione al padrone nell'ambito delle diverse prestazioni di lavoro, all'esclusione di pari opportunità nell'ambito dell'istruzione e della libertà di manifestazione del pensiero, alla limitazione di libertà fondamentali della persona, come quella di contrarre matrimonio».
Il «cittadino asservito» è quello, ovviamente, reso tale dal fascismo. Rodotà non si lascia incantare dalla qualità tecnica dei codici che nei venti anni si susseguirono per la definizione del regime. Ne disvela invece l'autoritarismo che pervade ciascuno di essi, la discriminazione che quei codici canonizzano nei confronti delle donne, la perpetuazione del dominio di classe, l'appannamento sostanziale dell'interesse pubblico, pur strombazzato come prioritario. Non nasconde il sistema di elargizioni instaurato con le ferie pagate, l'indennità di licenziamento, gli assegni familiari. Sottolinea però come corrispondessero alla riduzione dei salari, all'irrigidimento gerarchico dei rapporti di lavoro, alla perdita dei diritti politici e alla restrizione di quelli civili: uno scambio intollerabile, ignobile.
Il cittadino - termine comprensivo di tutti e due i generi - è il tema del terzo capitolo. Rodotà lo definisce come il soggetto della lotta per l'attuazione della Costituzione, un soggetto che ha iniziato questa lotta subito, sessanta anni fa, e la continua oggi, forse anche con più convinzione di ieri. Di questa lotta Rodotà descrive magistralmente le fasi, le vittorie e le sconfitte, i fattori delle une e delle altre. Così come, nell'ultimo capitolo, tratta delle vicende di questi quindici anni connotati da una «transizione irrisolta», della quale non nasconde le cause, le regressioni intervenute, i pericoli che incombono, enormi, gravissimi. E non poteva fare diversamente, da «giurista dei diritti» quale è. Dal suo punto di osservazione, vede come - in un secolo e mezzo - i diritti si sono riflessi sulla società italiana, condizionandola, vincolandola. E scrive un saggio che, al tempo stesso, è un libro di storia tout court e un contributo importante per riflettere sulla identità italiana.

www.controlacrisi.org


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A. GRAMSCI: "Odio gli indifferenti"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 aprile 2011


"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917
di Tonino Bucci

"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917. Per estensione quel motto è diventato un condensato del suo pensiero politico. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita». Questo, come altri articoli, appartengono non al Gramsci "maturo" dei Quaderni, quello più frequentato, lo scienziato della politica, bensì al Gramsci giovane giornalista de l'Avanti, editorialista e polemista, osservatore acuto, caustico, dei vizi dell'Italia del suo tempo. Tra il 1917 e il 1918 è stata redatta la maggior parte dei testi gramsciani scelti e ripubblicati in questi giorni dalla casa editrice, Chiarelettere, per inaugurare una nuova collana di instant book, "Odio gli indifferenti" (pp. 108, euro 7). Instant book per modo di dire. Dal punto di vista editoriale è una provocazione. Si prende un testo di cento anni fa e lo si presenta al lettore come fosse stato scritto oggi, con pochissime note e introduzioni stringate. Nella fattispecie, il Gramsci giornalista di questi scritti è un militante socialista non ancora trentenne, fresco di studi universitari, che non è finito in trincea di guerra per via di una malformazione fisica. Un giovane di intelligenza spiccata, ma profondamente avverso alla cultura libresca delle università (e infatti rinuncia a laurearsi) che fa del giornalismo la propria palestra. L'anatomia spietata del paese che i suoi articoli ci restituiscono, suona in qualche modo familiare nell'Italia contemporanea del berlusconismo. «L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera… La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa». "Odio gli indifferenti" di Antonio Gramsci è curato da David Bidussa, scrittore, storico e autore di diversi saggi sull'ebraismo e la storia del movimento operaio. In questi scritti domina «l'imperativo di guardare la vita reale» - leggiamo nella sua breve introduzione - di «studiarla senza mai allentare la presa, tenere lo sguardo fisso sui problemi senza lasciarsi distrarre», soprattutto di «contrastare la convinzione che non ci sia cambiamento e che la quotidianità possa apparire come l'unico dei mondi possibili». Non suona familiare?
«Non è un libro pensato dall'oggi al domani - ci spiega Bidussa - è stato preparato in tre mesi, tra agosto e novembre dello scorso anno. Ho passato in rassegna tutti gli scritti giornalistici di Gramsci, li ho classificati in base a parole chiave e ho scelto quelli più efficaci. Non vuol essere un'operazione di nicchia. I lettori di oggi, abituati alle videate di internet, sono frenetici. Dobbiamo fare in modo che un testo di cento anni fa risulti leggibile in maniera diretta, immediata, senza appesantirlo con note e lunghe introduzioni. Non è un libro per studiosi. Ci siamo persino presi la libertà di cambiare i titoli originali degli articoli per renderli più familiari a un lettore di oggi. Negli ultimi trent'anni Gramsci è stato trasformato in un pensatore classico contemporaneo, non più patrimonio esclusivo di una sola "parte". Tutto sommato, lo si è salvato dalla crisi che ha colpito l'immagine pubblica del comunismo. Di recente, però, è avvenuto che lo hanno letto più a destra che a sinistra, soprattutto da parte della "nouvelle droite" antiglobalista. Adesso, si tratta di salvare Gramsci da questa deriva».
Le figure sociali prese di mira in questi articoli - speculatori di guerra, capitalisti profittatori, l'intera classe politica dirigente - incarnano un potere distante dal popolo, incapace di figurarsi le sofferenze e i bisogni dell'umanità in carne e ossa. Quello gramsciano è un pensiero in formazione, antidogmatico, ostile a schemi dottrinari e leggi astratte. L'urgenza di farsi carico della quotidianità concreta Gramsci la manifesta anche nei confronti dei suoi stessi compagni di partito quando prende le distanze da una certa «visione libresca, cartacea, della vita» presente nel socialismo italiano: «la vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta» che ubbidisce alle «leggi naturali infrangibili» del progresso della storia. «Questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica».
C'è anche un articolo del 1921 che Gramsci dedica agli operai della Fiat, sconfitti dopo una protesta durata un mese. «Non abusate troppo - scrive - della resistenza e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere a crocchi sulle piazze». E, più avanti: «Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti». "Gramsci - spiega Bidussa - ci insegna che devi stare sempre dalla parte della classe sociale con la quale sei più simpatetico, anche nei momenti in cui perde. Non perché non si debbano ammettere gli errori, ma perché è giusto che si renda omaggio alle lotte e non si abbandonino gli individui in balia della disperazione. Devi avere una philia nei confronti di quegli operai e non trattarli con distacco, come fossero oggetti di un esperimento sociale».
Soprattutto, Gramsci si scaglia contro la classe dirigente di un'Italia postrisorgimentale - da rileggere a maggior ragione in questo centocinquantenario - considerata incapace di rappresentarsi concretamente nella fantasia i bisogni degli uomini in carne e ossa, «in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere». E' «uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l'efficienza della vita pubblica del nostro paese» - scrive Gramsci. Né ci fanno una figura migliore gli intellettuali italiani, indifferenti pur con tutto il peso della loro erudizione, agli affanni del popolo. La separatezza si riproduce ancora oggi, nell'era della comunicazione di massa. Reality e fiction televisive rappresentano un mondo disincarnato, dove non c'è traccia dei bisogni reali. «Occorre che qualcuno vada in mezzo nella realtà quotidiana e ci metta una macchina da presa. Quello di Gramsci era un giornalismo di contro-inchiesta. Oggi lo fanno in pochi. Per raccontare la realtà al di fuori della fiction devi scavare, avere uno sguardo lungo, l'umiltà di ascoltare, la pazienza di studiare. Ma oggi siamo impazienti di capire tutto e subito». Comprendere però non significa tirarsi fuori dalle passioni civili, non prendere parte nei conflitti. Il senso di fatalità, la rassegnazione, l'idea che non ci sia nulla da fare, l'effetto asfissiante della normalità quotidiana sulle passioni, sono i peggiori vizi che Gramsci contesta a un'Italia costruita sui modelli culturali della piccola borghesia. «Il peggior nemico - dice Bidussa - è l'indifferenza. Il berlusconismo incarna l'idea che io mi faccio i fatti miei e gli altri facciano pure quel che vogliono, l'importante è che non mi disturbino. L'Italia di oggi è convinta che basti chiudere la porta per impedire che il mondo entri in casa propria. Non è così, vivere nel mondo significa assumersi la responsabilità delle proprie opinioni e azioni, e non attendere che le cose si compiano per conto loro».


"Liberazione", 07/04/2011

 


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Interpretazione del capitalismo storico di Samir Amin
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 marzo 2011


Samir Amin: La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tri-continentale del marxismo

 

27/03/2011  02:17 | ALTRO - INTERNAZIONALE


 

La lunga ascesa del capitalismo

La lunga storia del capitalismo è composta da tre fasi distinte e successive: (1) una preparazione molto lunga - la transizione dal sistema tributario, la tipica forma organizzativa delle società pre-moderne - durata otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (il XIX secolo) durante il quale "l'Ovest" ha affermato il suo dominio; (3) un lungo "declino" causato dal "Risveglio del Sud" (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) nel quale i popoli ed i loro stati recuperarono le principali iniziative nella trasformazione del mondo - di cui si ebbe la prima ondata nel XX secolo. Questa lotta contro l'ordine imperialista, il quale è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo, è a sua volta l'agente potenziale nel lungo percorso della transizione oltre il capitalismo, verso il socialismo. Ora, nel XXI secolo, c'è l'inizio di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli stati del Sud.

Le contraddizioni interne caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno - e non solo quelle specifiche dell'Europa "feudale" - sono la causa delle ondate successive delle innovazioni social-tecnologiche che vennero a costituire la modernità capitalista.

L'ondata più antica venne dalla Cina, dove i cambiamenti iniziarono nell'era Sung (XI secolo) e si svilupparono ulteriormente nelle epoche Ming e Qing, dando alla Cina la prima fila in termini di inventiva e produttività sociale del lavoro collettivo - sorpassata dall'Europa appena nel XIX secolo. L'ondata "cinese" fu seguita dall'ondata "Mediorientale", che avvenne nel califfato arabo-persiano e successivamente, per via delle Crociate e delle loro conseguenze, nei comuni dell'Italia.

L'ultima ondata concerne la lunga transizione dell'antico mondo tributario al moderno mondo capitalista. Questa avvenne sul serio nella parte atlantica dell'Europa a seguito della conquista/incontro con le Americhe, e per tre secoli (1500-1800) prese la forma del mercantilismo. Il capitalismo, che gradualmente venne a dominare il mondo, è il prodotto di quest'ultima ondata dell'innovazione social-tecnologica. La forma europea ("occidentale") del capitalismo storico emerso nell'Europa atlantica e centrale, nella sua discendenza negli Stati Uniti, e più tardi in Giappone, sviluppò le sue proprie caratteristiche - in particolare il modo di accumulazione basato sull'esproprio, inizialmente dei contadini e poi dei popoli delle periferie, i quali vennero integrati come dipendenze nel suo sistema globale. La forma storica è dunque inseparabile dalle contraddizioni centro-periferia che si costruiscono, riproducono e intensificano infinitamente.

Il capitalismo storico prese la sua forma definitiva alla fine del XVIII secolo con la Rivoluzione Industriale inglese che inventò la nuova "fabbrica di macchine" (assieme alla creazione del nuovo proletariato industriale) e la Rivoluzione Francese che dette inizio alla politica moderna.

Il capitalismo nella sua fase matura si sviluppò nel corso breve periodo del XIX secolo, che marcò il suo apogeo. L'accumulazione del capitale prese successivamente la sua forma definitva e divenne la legge basilare di governo della società. Questa forma di accumulazione fu dall'inizio costruttiva (permise un'accelerazione prodigiosa e continua nella produttività del lavoro sociale). Ma fu allo stesso tempo distruttiva. Marx osservò che l'accumulazione distrugge le due basi della ricchezza: l'essere umano (vittima dell'alienazione mercificatrice) e la natura.

Nella mia analisi del capitalismo storico ho sottolineato in particolare una terza dimensione della distruttività dell'accumulazione: la spoliazione materiale e culturale dei popoli dominati della periferia - alquanto trascurata da Marx. Di questo non c'è dubbio, perché nel breve periodo di produzione delle sue opere, l'Europa sembrava dedicata quasi esclusivamente alle esigenze dell'accumulazione interna. Marx ha così relegato questa spoliazione ad una fase temporanea della "accumulazione primitiva" che io, al contrario, ho descritto come permanente.

Rimane il fatto che durante il suo breve periodo di maturità, il capitalismo adempì a funzioni innegabilmente progressive. Creò le condizioni che resero possibile e necessario il suo superamento da parte del socialismo/comunismo, sia a livello materiale che a quello della nuova coscienza politica e culturale che l'accompagnò. Il socialismo (e ancor più il comunismo) non deve essere concepito, come alcuni hanno creduto, un superiore "modo di produzione" in quanto capace di accelerare lo sviluppo delle forze produttive e di associarle ad una distribuzione del reddito "equa". Il socialismo è qualcos'altro ancora, ovvero uno sviluppo superiore della civilizzazione umana. Non è dunque un caso che il movimento della classe dei lavoratori si radicò nella popolazione sfruttata e si dedicò alla lotta per il socialismo, come evidente nell'Europa del XIX secolo, ed espresso nel "Manifesto del Partito Comunista" del 1848. E nemmeno avvenne per caso che
questa sfida si tradusse nella prima rivoluzione socialista della storia, la Comune di Parigi.


Il capitalismo monopolista: l'inizio del lungo declino

Alla fine del XIX secolo, il capitalismo entrò in un lungo periodo di declino. Con questo intendo dire che le dimensioni distruttive dell'accumulazione sconfissero, ad un ritmo crescente, la dimensione progressista e costruttiva. Questa trasformazione qualitativa del capitalismo prese forma con l'istituzione di nuovi monopoli produttivi (non più solo nelle aree del commercio e delle colonie conquistate, come nel periodo mercantilista) alla fine del XIX secolo. Questo in risposta della prima lunga crisi strutturale del capitalismo iniziata negli anni '70 del XIX secolo, poco dopo la sconfitta della Comune di Parigi. L'emergenza del capitalismo monopolista (come notoriamente evidenziato da Hilferding e Hobson) ha dimostrato che il capitalismo classico, della libera concorrenza, e in generale il capitalismo stesso, ha ormai avuto"i suoi giorni", ed è diventato "obsoleto". Il campanello suonò per la necessaria e possibile espropriazione degli
esporpriatori. Il declino trovò la sua espressione nella prima ondata di guerre e rivoluzioni che marcarono la storia del XX secolo. Lenin ebbe dunque ragione nel descrivere il capitalismo monopolista come "fase suprema del capitalismo".

Ma, ottimisticamente, Lenin pensò che questa prima lunga crisi sarebbe stata l'ultima, con la rivoluzione socialista all'ordine del giorno. La storia dimostrò più tardi che il capitalismo fu capace di superare questa crisi, al prezzo di due guerre mondiali, e fu anche capace di adattarsi agli ostacoli impostigli dalle Rivoluzioni Russa e Cinese e dalle liberazioni nazionali in Asia ed in Africa. Ma dopo il breve periodo di rinascita del capitalismo monopolista (1945-1975), seguì una seconda, lunga crisi strutturale del sistema, iniziata negli anni '70 del secolo scorso. Il capitale reagì a questa sfida rinnovata con una nuova trasformazione qualitativa che prese la forma di quel che avevo descritto come il "capitalismo monopolista generalizzato".

Una schiera di importanti domande sorgono da questa interpretazione del "lungo declino" del capitalismo, e concernono la natura della "rivoluzione" che fu all'ordine del giorno. Poteva il "lungo declino" del capitalismo monopolista storico essere sinonimo di una "lunga transizione" al socialismo/comunismo? A quali condizioni?

Dal 1500 (l'inizio della forma mercantilista atlantica della transizione al capitalismo maturo) al 1900 (l'inizio della sfida alla logica unilaterale dell'accumulazione), gli occidentali (gli europei, poi i nordamericani e successivamente i giapponesi) rimasero i padroni del gioco. Da soli modellarono le strutture del nuovo mondo del capitalismo storico. I popoli e le nazioni della periferia che furono conquistati e dominati ovviamente resisterono come poterono, ma furono sempre infine sconfitti e forzati ad adattarsi ad uno status di subordinazione.

Il dominio del mondo euro-atlantico fu accompagnato dalla sua esplosione demografica: gli europei, che costituivano il 18% della popolazione del pianeta nel 1500, nel 1900 ne rappresentarono il 36% - incremento dovuto ai loro discendenti emigrati nelle americhe ed in Australia. Senza questa emigrazione massiccia, il modello di accumulazione del capitalismo storico, basato sulla scomparsa accelerata del mondo contadino, sarebbe stato semplicemente impossibile. Questa è la ragione per cui il modello non può essere riprodotto nella periferia del sistema, che non ha nessuna "America" da conquistare. Essendo nel sistema il "recupero" della periferia sul centro impossibile, i popoli delle periferie non hanno altra alternativa che optare per una traiettoria di sviluppo diversa.


I passi iniziali dei popoli e delle nazioni della periferia

Nel 1871 la Comune di Parigi che, come menzionato, fu la prima rivoluzione socialista, fu anche l'ultima in un paese del centro capitalista. Il XX secolo inaugurò - con il "risveglio dei popoli delle periferie - un nuovo capitolo nella storia. Le sue prime manifestazioni furono le rivoluzioni in Iran (1907), Messico (1910-20), Cina (1911), e nella "semiperiferica" Russia nel 1905. Questo risveglio dei popoli e delle nazioni della periferia fu portato avanti nella Rivoluzione del 1917, nella Nahda arabo-musulmana, nella costituzione del Movimento Giovanile turco (1908), nella Rivoluzione egiziana del 1919, e nella formazione del Congress indiano (1885).

In reazione alla prima lunga crisi del capitalismo storico (1875-1950), i popoli della periferia iniziarono la loro liberazione attorno al 1914-17, mobilizzandosi sotto le bandiere del socialismo (Russia, Cina, Vietnam, Cuba) o delle liberazioni nazionali (India, Algeria) associate a differenti gradi di riforme sociali progressiste. Questi paesi presero la via dell'industrializzazione, fino ad allora interdetta dal dominio del (vecchio) imperialismo "classico", forzando quest'ultimo ad "adeguarsi" a questa prima ondata di iniziative indipendenti dei popoli, nazioni, e stati delle periferie. Dal 1917 a quando il "progetto di Bandung" (1955-80) si esaurì ed il sovietismo collassò nel 1990, queste furono le iniziative che dominarono la scena.

Non vedo le due lunghe crisi dell'invecchiamento del capitalismo monopolista come dei lunghi cicli di Kondratieff, ma piuttosto come due fasi sia del declino del capitalismo globalizzato storico che della possibile transizione al socialismo. E nemmeno vedo il periodo 1914-45 esclusivamente come "i trent'anni" di guerra per la successione alla "egemonia britannica". Vedo questo periodo anche come una lunga guerra condotta dai centri imperialisti contro i primi risvegli delle periferie (Est e Sud).

La prima ondata del risveglio dei popoli della periferia si è logorata per vari motivi, incluse le proprie limitazioni intellettuali e le contraddizioni, e gli successi dell'imperialismo nel trovare nuovi modi di dominio del sistema mondiale (attraverso il controllo delle invenzioni tecnologiche, l'accesso alle risorse, il sistema finanziario globalizzato, la tecnologia delle comunicazioni e quella dell'informazione, le armi di distruzione di massa).

Nonostante ciò, il capitalismo soffrì una seconda lunga crisi che iniziò negli anni '70 del XX secolo, esattamente cent'anni dopo la prima. Le reazioni del capitale a questa crisi furono le stesse che aveva utilizzato per la prima: rinforzo della concentrazione, che dette vita ad un capitalismo monopolista generalizzato, globalizzazione ("liberale"), e finanziarizzazione. Ma il momento del trionfo - la seconda "belle époque", dal 1990 al 2008, all'eco della prima "belle époque", dal 1890 al 1914 - del nuovo imperialismo collettivo della Triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) fu davvero breve. Emerse una nuova fase di caos, guerre e rivoluzioni. In questa situazione, la seconda fase del risveglio delle nazioni della periferia (la quale era già iniziata), ha rifiutato di permettere all'imperialismo collettivo della Triade di mantenere le proprie posizioni dominanti, se non attraverso il controllo militare del pianeta. L'establishment di Washington,
dando priorità a questo obiettivo strategico, dimostra di essere perfettamente consapevole delle poste in gioco nelle lotte e nei conflitti decisivi del nostro tempo, in contrasto alla visione naïve delle correnti maggioritarie del "altermondialismo" occidentale.


E' il capitalismo monopolista generalizzato l'ultima fase del capitalismo?

Lenin descrisse l'imperialismo dei monopoli come la "fase suprema del capitalismo". Io ho descritto l'imperialismo come la "fase permanente del capitalismo" nel senso che il capitalismo globalizzato storico si è costruito, e mai ha cessato di riprodursi ed approfondirsi, sulla polarizzazione centro/periferia. La prima fase della costituzione dei monopoli alla fine del XIX secolo ha certamente coinvolto una trasformazione qualitativa nelle strutture fondamentali del modo di produzione capitalista. Lenin dedusse da ciò che la rivoluzione socialista era imminente, e Rosa Luxemburg credette che le alternative a quel punto furono "socialismo o barbarie". Lenin fu certamente troppo ottimista, avendo sottostimato gli effetti devastanti della rendita capitalista - ed i traferimenti associativi - sulla rivoluzione dall'Ovest (i centri) all'Est (le periferie).

La seconda fase della centralizzazione del capitale, che prese piede nell'ultimo terzo del XX secolo, costituì una seconda trasformazione qualitativa del sistema, che ho descritto come "monopoli generalizzati". Da qui in poi non solo questi comandarono le vette dell'economia moderna, ma riuscirono anche ad imporre il loro controllo diretto sopra l'intero sistema di produzione. Le piccole e medie imprese (e addirittura le grandi non comprese nei monopoli), come i contadini, furono letteralmente espropriati, ridotti allo status di subappaltatori, sia a monte che a valle, e soggetti al rigido controllo da parte dei monopoli.

Nella fase più acuta di questa centralizzazione del capitale, i legami di questo al suo corpo organico vivente - la borghesia - si sono recisi. Questo ha segnato un cambiamento immensamente importante: la borghesia storica, costituita da famiglie radicate localmente, ha ceduto il posto ad un'anonima oligarchia/plutocrazia che controlla i monopoli, nonostante la dispersione dei titoli del loro capitale. La gamma delle operazioni finanziarie inventate negli ultimi decenni sono testimonianza di questa forma suprema di alienazione: lo speculatore può ora vendere quello che non possiede, in modo tale che il principio della proprietà è ridotto ad uno status poco meno che derisorio.

La funzione del lavoro socialmente produttivo è scomparsa. L'alto grado di alienazione ha già attribuito una virtù produttiva al denaro ("il denaro fa i bambini"). Ora l'alienazione ha raggiunto nuove vette: è tempo ("tempo è denaro") che con la sua sola virtù "produce profitto". La nuova classe borghese che risponde ai requisiti della riproduzione del sistema è stata ridotta allo status di "servitrice salariata" (precaria, per giunta), anche quando i sui membri sono, quando appartenenti ai settori superiori delle classi medie, elementi privilegiati molto ben pagati per il loro "lavoro".

Stando così le cose, non si dovrebbe forse concludere che il capitalismo ha fatto il suo tempo? Non c'è altra risposta possibile a questa domanda: i monopoli devono venir nazionalizzati. Questo è un primo, inevitabile passo verso una possibile socializzazione della loro gestione da parte dei lavoratori e cittadini. Solo questo renderà possibile progredire lungo la strada che porta al socialismo. Allo stesso tempo, sarà il solo modo possibile di sviluppare una nuova macro-economia che ristabilisca uno spazio genuino per le operazioni delle piccole e medie imprese. Se ciò non viene fatto, la logica del dominio del capitale astratto può produrre nient'altro che il declino della democrazia e della civiltà, fino ad un "apartheid generalizzato" a livello mondiale.


La vocazione tricontinentale del marxismo

La mia interpretazione del capitalismo storico sottolinea la polarizzazione del mondo (la contraddizione centro/periferia) prodotto dalla forma storica dell'accumulazione del capitale. Questa prospettiva interroga la visione della "rivoluzione socialista", e più in generale, la transizione al socialismo, che il marxismo storico ha sviluppato. La "rivoluzione" - o transizione - da compiere non è necessariamente quella sulla quale queste visioni storiche si sono basate. E nemmeno le strategie per superare il capitalismo sono le stesse.

Dev'essere riconosciuto che quel che le più importanti lotte politiche e sociali del XX secolo provarono a compiere furono non tanto dirette contro il capitalismo stesso quanto contro la dimensione imperialista permanente del capitalismo esistente attuale. La questione è dunque se questo trasferimento del centro di gravità delle lotte necessariamente chiama in causa il capitalismo, almeno potenzialmente.

Il pensiero di Marx associa una lucidità "scientifica" nell'analisi della realtà con l'azione sociale e politica (la lotta di classe nel suo senso più ampio) mirata a "cambiare il mondo". Confrontare le basi - ovvero la scoperta della fonte reale del plusvalore prodotto dallo sfruttamento del lavoro sociale da parte del capitale - per questa lotta è indispensabile. Se questo fondamentale e lucido contributo di Marx viene abbandonato, un doppio fallimento è inevitabilmente il risultato. Qualsiasi abbandono della teoria dello sfruttamento (la legge del valore) riduce l'analisi della realtà a quella delle apparenze soltanto, un modo di pensare limitato dalla spregevole sottomissione alle esigenze della mercificazione, messa in pericolo essa stessa dal sistema. Allo stesso modo, un tale abbandono della critica del sistema del lavoro basato sul valore annienta l'efficacia delle strategie e delle lotte per cambiare il mondo, le quali sono in tal modo
concepite all'interno di questo quadro alienante, e le quali pretese "scientifiche" non hanno alcuna base reale.

Tuttavia, non basta aggrapparsi alle lucide analisi formulate da Marx. Non solo perché la "realtà" cambia, e ci sono sempre "nuove" cose da prendere in considerazione nello sviluppo della critica del mondo reale iniziato con Marx. Ma più fondamentale è perché, come sappiamo, le analisi di Marx dedotte nel Capitale sono rimaste incomplete. Nel painificato sesto volume dell'opera (mai scritto), Marx propose di trattare la globalizzazione del capitalismo. Questo dev'essere ora svolto da altri, che è il motivo per il quale ho osato sostenere la formulazione della "legge del valore globalizzato", ripristinando lo sviluppo diseguale (attraverso la polarizzazione centro/periferia) che è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo storico. In questa formulazione, "la rendita imperialista" è integrata nell'intero processo della produzione e circolazione del capitale e la distribuzione del plusvalore. Questa rendita è all'origine della sfida:
tiene conto del perché la sfida per il socialismo nei centri imperialisti si è dissolta, ed evidenzia le dimensioni anti-imperialiste delle lotte nelle periferie contro il sistema della globalizzazione capitalista/imperialista.

Non dovrei ritornare qui a discutere di quale esegesi potrebbero suggerire i testi di Marx su questa questione. Marx, che fu nientemeno che un gigante, con il suo acume critico e l'incredible finezza del suo pensiero, ha dovuto per forza avere almeno un'intuizione al fatto che stava per incontrare un punto importante a riguardo. Ciò è suggerito dalle sue osservazioni riguardo agli effetti disastrosi dell'allineamento della classe lavoratrice inglese allo sciovinismo associato allo sfruttamento coloniale dell'Irlanda. Marx non fu dunque sorpreso dal fatto che fu in Francia - meno sviluppata economicamente dell'Inghilterra, ma più avanzata sotto il piano della coscienza politica - che la prima rivoluzione socialista prese piede. Lui, come Engels, sperava inoltre che "l'arretratezza" della Germania potesse permettere lo sviluppo di una forma originale di avanguardia, fondendo entrambe le rivoluzioni borghese e socialista.

Lenin andò ancora più a fondo. Sottolineò la trasformazione qualitativa impiegata nel passaggio al capitalismo monopolista, e tracciò le conclusioni necessarie, ovvero che il capitalismo era cessato di essere una necessaria fase storica progressista e diventato ormai "putrefatto" (termine proprio di Lenin). In altre parole, era diventato "obsoleto" e "senile" (termini miei), e dunque il passaggio al socialismo era in prospettiva, passaggio sia necessario che possibile. In questo contesto ha concepito ed implementato una rivoluzione che iniziò nella periferia (la Russia, "l'anello debole"). Poi, vedendo fallite le sue speranze in una rivoluzione europea, concepì il trasferimento della rivoluzione ad Est, dove vide che la fusione degli obiettivi della lotta anti-imperialista con quelli della lotta contro il capitalismo era diventata possibile.

Ma fu Mao a formulare rigorosamente la natura complessa e contraddittoria degli obiettivi nella transizione al socialismo che in queste condizioni furono perseguiti. Il "marxismo" (o più esattamente il marxismo storico) venne confrontato da una nuova sfida - inesistente nella più lucida coscienza politica del XIX secolo, ma che sorse a causa del trasferimento dell'iniziativa per trasformare il mondo ai popoli, alle nazioni, ed ai stati della periferia.

La rendita imperialista non beneficiò "solamente" dei monopoli dei centri dominanti (sotto forma di super profitti), ma fu anche la base della riproduzione della società nel suo insieme, nonostante la sua evidente struttura classista e lo sfruttamento dei propri lavoratori. Questo è quel che Perry Anderson analizzò chiaramente come "marxismo occidentale", descritto come "il prodotto della sconfitta" (l'abbandono della prospettiva socialista) - e che qui è rilevante. Questo marxismo venne successivamente condannato, avendo rinunciato a "cambiare il mondo" e compromettendosi negli studi "accademici", senza impatto politico. La deriva liberale dalla socialdemocrazia - e la sua raccolta verso l'ideologia statunitense del "consensus" e verso l'altanticismo al servizio del dominio imperialista del mondo - ne furono le conseguenze.

"Un'altro mondo" (un'espressione molto vaga per indicare un mondo dedicato alla lunga strada verso il socialismo) è ovviamente impossibile a meno che non fornisca una soluzione ai problemi dei popoli della periferia - l'80% della popolazione mondiale! "Cambiare il mondo" vuol dire dunque cambiare le condizioni di vita della maggioranza. Il marxismo, che analizza la realtà del mondo in modo che le forze che agiscono per il cambiamento acquistino la massima efficienza possibile, contraggono necessariamente una decisiva vocazione tricontinentale (Africa, Asia, Latinoamerica).

Com'è collegato ciò al terreno della lotta da affrontare? Quel che propongo, in risposta a questa questione, è un'analisi della trasformazione del capitalismo monopolista imperialista ("senile") nel capitalismo monopolista generalizzato (ancora più senile per questa ragione). Questa è una trasformazione qualitativa in risposta alla seconda lunga crisi del sistema che iniziò negli anni '70 del XX secolo, e che non è ancora stata risolta. Da questa analisi traggo due conclusioni principali: (1) Il sistema imperialista si è trasformato nell'imperialismo collettivo della Triade, in risposta all'industrializzazione delle periferie imposta dalle vittorie della prima ondata del loro "risveglio". Questo avviene assieme all'attuazione da parte del nuovo imperialismo di nuovi mezzi di controllo del sistema mondiale, basati sul controllo militare del pianeta e delle sue risorse, l'iper protezione dell'appropriazione esclusiva della tecnologia da parte degli
oligopoli e il loro controllo sul sistema finanziario mondiale. C'è una trasformazione di accompagnamento delle strutture di classe del capitalismo contemporaneo con l'emergenza di un'esclusiva oligarchia dominante.

Il "marxismo occidentale" ha ignorato la trasformazione decisiva rappresentata dall'emergenza del capitalismo monopolista generalizzato. Gli intellettuali della nuova sinistra radicale occidentale rifiutano di misurare gli effetti decisivi della concentrazione degli oligopoli che ora dominano il sistema di produzione nel suo complesso, allo stesso modo in cui dominano la vita politica, sociale, culturale ed ideologica. Avendo eliminato il termine "socialismo" (e, a fortiori, "comunismo") dal loro linguaggio, non riescono più ad immaginare la necessaria espropriazione degli espropriatori, ma solo un impossibile "altro capitalismo" con quello che loro chiamano un "volto umano". La deriva dei discorsi "post" (postmodernismo, post-marxismo, ecc.) è un risultato inevitabile. Negri ad esempio, non dice una parola a riguardo di questa trasformazione decisiva che, per me, sta alla base delle questioni del nostro tempo.

Il politichese di questo delirio furioso dovrebbe essere visto nel senso letterale del termine, ovvero come un'immaginario illusorio separato dalla realtà. In francese, "le peuple" (e meglio ancora "les classes populaires"), come nello spagnolo "el pueblo" ("los clases populares"), non è sinonimo di "tutti". Si riferisce alle classi dominate e sfruttate e dunque sottolinea la loro diversità (riguardo al rapporto che queste hanno con il capitale), che rende possibile la costruzione di strategie effettive concrete e di farle diventare agenti attivi del cambiamento. Questo è in contrasto con l'equivalente inglese: "people" non ha questo significato, essendo sinonimo di "les gens" (tutti) e nello spagnolo "la gente". Il politichese ignora questi concetti (contrassegnati dal marxismo e formulati in francese o spagnolo) e li sostituisce con parole vaghe come la "moltitudine" di Negri. E' un delirio filosofico di attribuire a questa parola (che nulla
aggiunge ma che molto sottrae) un cosiddetto potere analitico, invocandone l'utilizzo da parte di Spinoza, il quale ha vissuto in un tempo e in condizioni che nulla avevano a che fare con le nostre.

Il pensiero politico modaiolo della nuova sinistra radicale occidentale ignora anche il carattere imperialista del dominio dei monopoli generalizzati, sostituendolo con il termine vago di "Impero" (Negri). Questo ovest-centrismo, portato all'estremo, omette qualsiasi riflessione riguardo alla rendita imperialista senza la quale né il meccanismo della riproduzione sociale né le sfide che queste in tal modo costituiscono, possono essere compresi.

In contrasto, Mao presentò una visione che fu sia profondamente rivoluzionaria che "realistica" (scientifica, lucida) riguardo i termini nei quali la sfida debba venir analizzata, rendendo possibile dedurre strategie effettive per gli avanzamenti successivi lungo la lunga strada della transizione al socialismo. Per questo motivo, Mao distingue e connette le tre dimensioni della realtà: i popoli, le nazioni, gli stati.

Il popolo (le classi popolari) "vogliono la rivoluzione". Questo significa che è possibile costruire un blocco egemonico che porti insieme le diverse classi dominate e sfruttate, in opposizione a quello che permette la riproduzione del sistema del dominio del capitalismo imperialista, esercitato attraverso il blocco egemonico compradore e lo stato al suo servizio.

Il cenno alle nazioni si riferisce al fatto che il dominio imperialista nega la dignità delle "nazioni" (chiamatele come volete), forgiate dalla storia delle società delle periferie. Tale dominio ha sistematicamente distrutto tutto quello che dà l'originalità alle nazioni - in nome della "occidentalizzazione" e della proliferazione di spazzatura a buon mercato. La liberazione dei popoli è dunque inseparabile da quella delle nazioni alle quali questi appartengono. E questa è la ragione del perché il maoismo ha rimpiazzato il breve slogan "Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!" con uno più ampio "Lavoratori di tutti i paesi, popoli oppressi, unitevi!". Le nazioni vogliono la "liberazione", vista come complementare alla lotta dei popoli e non conflittuale ad essa. La liberazione in questione non è dunque il ripristino del passato - l'illusione stimolata da un attaccamento culturalista col passato - ma l'invenzione del futuro. Questo è basato sulla
trasformazione radicale del patrimonio storico delle nazioni, piuttosto che dall'importazione artificiale di una falsa "modernità". La cultura ereditata e soggetta all'esame della trasformazione è qui concepita come cultura politica - avendo cura di non usare il termine indifferenziato di "cultura" (che comprenda la forma "religiosa" ed innumerevoli altre), le quali non solo non significano nulla, in quanto la cultura autentica non è astratta, ma nemmeno sono un'invariante storica.

Il riferimento allo stato è basato sul necessario riconoscimento dell'autonomia relativa del suo potere nelle relazioni con il blocco egemonico che sta alla base della sua legittimità, anche se questo è popolare e nazionale. Questa relativa autonomia non può essere ignorata fintanto che lo stato esiste, ovvero almeno per tutta la durata della transizione al comunismo. E' solo dopo di ciò che possiamo pensare alla "società senza stato" - non prima. Questo non solo perché gli avanzamenti popolari e nazionali devono venir protetti dall'aggressione permanente dell'imperialismo, che ancora domina il mondo, ma anche, e forse soprattutto, perché "avanzare verso la lunga transizione" richiede anche "sviluppare forze produttive". In altre parole, l'obiettivo è ottenere ciò che l'imperialismo nei paesi della periferia ha ostacolato, e rimuovere il retaggio della polarizzazione mondiale, inseparabile dall'espansione mondiale del capitalismo storico. Il
programma non è quello del "recupero" per imitazione del capitalismo centrale - un recupero incidentalmente impossibile e soprattutto indesiderabile. Impone una concezione differente della "modernizzazione/industrializzazione", basata sulla partecipazione sincera delle classi popolari nel processo di attuazione, con benefici immediati ad ogni fase del suo avanzamento. Dobbiamo dunque respingere l'argomentazione dominante che richiede che il popolo attenda indefinitamente fino a che lo sviluppo delle forze produttive abbiano finalmente creato le condizioni per un passaggio "necessario" al socialismo. Queste forze devono essere sviluppate fin dall'inizio con la prospettiva di costruire il socialismo. La forza dello stato sta evidentemente al cuore del conflitto tra questi requisiti contraddittori di "sviluppo" e "socialismo".

"Gli stati vogliono l'indipendenza". Questo dev'essere visto come un duplice obiettivo: indipendenza (la forma estrema dell'autonomia) nei confronti delle classi popolari; indipendenza dalle pressioni del sistema mondiale capitalista. La "borghesia" (in linea di massima la classe governante nelle posizioni dominanti dello stato, le cui ambizioni tendono sempre verso un'evoluzione borghese) è sia nazionale che compradora. Se le circostanze le permettono di incrementare la propria autonomia nei confronti dell'imperialismo dominante, essa sceglie di "difendere l'interesse nazionale". Ma se le circostanze non lo permettono, essa opterà per la sottomissione "compradora" ai requisiti dell'imperialismo. La "nuova classe dominante" (o "gruppo dominante") è ancora in una posizione ambigua, anche quando è basato su un blocco popolare, dal fatto che è animata, almeno parzialmente, da tendenze "borgesi".

La corretta articolazione della realtà a questi tre livelli - popoli, nazioni, e stati - condiziona il successo del progresso verso la lunga strada della transizione. Si tratta di rinforzare le complementarietà degli avanzamenti del popolo, della liberazione della nazione, e dei risultati conseguiti dal potere dello stato. Ma se le contraddizioni tra l'agente popolare e l'agente-stato hanno la possibilità di svilupparsi, qualsiasi avanzamento è definitivamente condannato.

Ci sarà un'impasse se solo uno di questi livelli non viene ad articolarsi con gli altri. La nozione astratta di "popolo" nell'essere l'unica entità che conta, e la tesi del movimento "astratto", capace di trasformare il mondo senza preoccuparsi della presa del potere, sono semplicemente ingenue. L'idea della liberazione nazionale, "a tutti i costi" - vista come indipendente dal contesto sociale del blocco egemonico - porta all'illusione culturale dell'irrimediabile attaccamento al passato (Islam politico, indusimo, buddismo per citare alcuni esempi) ed è, di fatto, impotente. Questo genera una nozione di potere, concepito come capace di "raggiungere degli obiettivi" per il popolo, ma il quale è, di fatto, esercitato senza di esso. Questo porta dunque alla deriva verso l'autoritarianismo e alla cristallizzazione di una nuova borghesia. La deviazione del sovietismo, che si è evoluta da un "capitalismo senza capitalisti" (capitalismo di stato) ad un
"capitalismo con i capitalisti", è di questo il più tragico esempio.

Poiché i popoli, le nazioni, e gli stati della periferia non accettano il sistema imperialista, il "Sud" è la "zona di tempesta", una zona di sollevazioni e rivolte permanenti. Partendo dal 1917, la storia è consisita principalmente da tali rivolte e iniziative indipendenti (nel senso dell'indipendenza dalle tendenze che dominano il sistema imperialista capitalista esistente) dei popoli, nazioni, e stati delle periferie. Sono queste iniziative, nonostante le proprie limitazioni e contraddizioni, che hanno dato forma alle trasformazioni maggiormente decisive del mondo contemporaneo, molto più del progresso delle forze produttive nel cuore del sistema e dei relativamente leggeri aggiustamenti sociali che li hanno accompagnati.

La seconda ondata di iniziative indipendenti dei paesi del Sud è iniziata. I paesi "emergenti" e gli altri, come i loro popoli, stanno lottando contro i modi con cui l'imperialismo collettivo della Triade sta cercando di perpetuare il proprio dominio. Gli interventi militari di Washington e dei suoi alleati subalterni NATO si sono anch'essi dimostrati un fallimento. Il sistema finanziario mondiale sta collassando e, al suo posto, sistemi regionali autonomi sono in fase di formazione. Il monopolio tecnologico degli oligopoli sta venendo contrastato.

Recuperare il controllo delle risorse naturali è l'ordine del giorno. Le nazioni andine, vittime del colonialismo interno che ha succeduto quello straniero, si stanno facendo sentire a livello politico.

Le organizzazioni popolari ed i partiti della sinistra radicale in lotta hanno già sconfitto alcuni programmi liberali (in America Latina) o sono sulla strada di compierlo. Queste iniziative, che sono innanzitutto fondamentalmente anti-imperialiste, sono potenzialmente capaci di dedicarsi alla lunga strada della transizione socialista.

Come questi due futuri possibili si relazionano l'un con l'altro? "L'altro mondo" in costruzione è sempre ambiguo: porta con sé il peggio ed il meglio, entrambi "possibili" (non ci sono leggi storiche che possano darci un'indicazione prima che la storia si avveri). Una prima ondata di iniziative da parte dei popoli, nazioni, e stati della periferia prese piede nel XX secolo, fino al 1980. Qualsiasi analisi dei suoi componenti non ha senso a meno che il pensiero non sia rivolto alle complementarietà ed ai conflitti riguardo a come i tre livelli si relazionino tra loro. Una seconda ondata di initiative nella periferia è già iniziata. Sarà più efficace? Può spingersi più in là rispetto alla precedente?


Terminare la crisi del capitalismo?

Le oligarchie al potere del sistema capitalista contemporaneo stanno cercando di restaurare il sistema antecedente alla crisi finanziaria del 2008. Per far questo, hanno bisogno di convincere la gente creando un "consenso" che non contesti il loro potere supremo. Per riuscire in ciò, sono disposti a concessioni retoriche riguardo le sfide ecologiche (in particolare la questione del clima), "ecologizzando" il loro dominio, e persino a suggerire di effettuare riforme sociali (la "guerra alla povertà") e politiche ("la buona governance").

Prendere parte a questo gioco del convincere il popolo del bisogno di forgiare un nuovo consenso - anche se definito in termini chiaramente migliori - porterà al fallimento. Peggio ancora, protrarrà le illusioni nefaste. Questo perché la risposta alla sfida sollevata dalla crisi del sistema globale necessita in primo luogo la trasformazione dei rapporti di potere a beneficio dei lavoratori, come pure le relazioni internazionali a beneficio dei popoli delle periferie. Le Nazioni Unite hanno organizzato tutta una serie di conferenze globali che hanno prodotto nulla - come ci si poteva aspettare.

La storia ha dimostrato che questo è un requisito necessario. La risposta alla prima lunga crisi del capitalismo invecchiante avvenne tra il 1914 e il 1950, principalmente attraverso i conflitti che opposero i popoli delle periferie al dominio del potere imperiale e, in misura diversa, attraverso le relazioni sociali interne beneficianti le classi popolari. In questo modo, hanno preparato la strada per i tre sistemi del secondo dopoguerra: i socialismi reali dell'epoca, i regimi nazionali e popolari di Bandung, e il compromesso socialdemocratico dei paesi del Nord, resi particolarmente necessari dalle iniziative indipendenti dei popoli delle periferie.

Nel 2008 la seconda lunga crisi del capitalismo è entrata in una nuova fase. I conflitti internazionali violenti sono già iniziati e sono visibili: sfideranno il dominio dei monopoli generalizzati, basandosi su posizioni anti-imperialiste? Come si confronteranno con le lotte sociali delle vittime delle politiche di austerità perseguite dalle classi dominanti in risposta alla crisi? In altre parole, utilizzeranno i popoli della periferia una strategia di districamento da un capitalismo in crisi, al posto della strategia mirante a estricare il sistema dalla sua crisi, come perseguito dalle potenze?

Gli ideologi al servizio delle potenze stanno esaurendo le energie, facendo futili osservazioni riguardo al "mondo dopo la crisi". La CIA può solo immaginare il ripristino del sistema - attribuendo maggiore partecipazione ai "mercati emergenti" nella globalizzazione liberale a discapito dell'Europa, piuttosto che degli Stati Uniti. E' incapace di riconoscere che la crisi sempre più intensificante non sarà "superata", se non attraverso violenti conflitti internazionali e sociali. Nessuno sa come se ne uscirà: forse verso il meglio (progresso in direzione del socialismo) o verso il peggio (apartheid mondiale).

La radicalizzazione politica delle lotte sociali è la condizione per sormontare le frammentazioni politiche e la strategia esclusivamente difensiva ("salvaguardare i benefici sociali"). Solo questo potrà rendere possibile l'identificazione degli obiettivi necessari per intraprendere la lunga strada verso il socialismo. Solo questo permetterà ai "movimenti" di generare un reale potenziamento.

Il potenziamento dei movimenti ha bisogno di un quadro macropolitico e condizioni economiche che rendano i loro progetti concreti praticabili. Come creare queste condizioni? Arriviamo qui alla questione centrale del potere dello stato. Vorrebbe uno stato rinnovato, effettivamente popolare e democratico, essere capace di effettuare politiche efficaci nelle condizioni globalizzate del mondo contemporaneo? Una risposta immediata e negativa a sinistra ha portato alla richiesta di iniziative per effettuare un consenso globale minimo, sulla base dei cambiamenti politici universali, eludendo lo stato. Questa risposta e il suo corollario si stanno dimostrando futili. Non c'è altra soluzione che generare avanzamenti a livello nazionale, possibilmente rinforzato da azioni appropriate a livello regionale. Occorre puntare a smantellare il sistema mondiale ("dissociazione") prima della ricostruzione, attuata su basi sociali differenti e con la prospettiva di
superare il capitalismo. Il principio è valido sia per i paesi del Sud i quali, incidentalmente, hanno iniziato a muoversi in questa direzione in Asia e in America Latina, sia per i paesi del Nord dove, ahimè, il bisogno dello smantellamento delle istituzioni europee (e quello dell'euro) non è ancora previsto, nemmeno dalla sinistra radicale.


L'internazionalismo indispensabile dei lavoratori e dei popoli

I limiti degli avanzamenti fatti dal Sud in risveglio nel XX secolo e le esarcebazioni delle contraddizioni che hanno portato, furono le cause della perdita dell'impeto della prima ondata di liberazione. Ciò è stato fortemente rinforzato dall'ostilità permanente degli stati nel centro imperialista, che arrivarono a condurre un'aperta guerra che - dev'essere detto - è stata appoggiata, o almeno accettata, dai popoli del Nord. I benefici della rendita imperialista furono certamente un fattore importante nel rifiuto dell'internazionalismo da parte delle forze popolari del Nord. Le minoranze comuniste, che adottarono altri atteggiamenti a volte molto forti, fallirono tuttavia nella costruzione attorno a sè di blocchi alternativi efficaci. Ed il passaggio in massa dei partiti socialisti al campo "anticomunista" ha largamente contribuito al successo delle potenze capitaliste nel campo imperialista. Questi partiti non sono stati tuttavia "ricompensati",
visto che già il giorno successivo al collasso della prima ondata di lotte del XX secolo il capitalismo monopolista si è scrollato di dosso la loro alleanza. Non hanno imparato la lezione della loro sconfitta radicalizzandosi: al contrario, hanno scelto di capitolare slittando in posizioni "social-liberali" alle quali siamo famigliari. Questa è la prova, se ce ne fosse stato affatto bisogno, del ruolo decisivo della rendita imperialista nella riproduzione delle società nel Nord. Così, la seconda capitolazione non è tanto una tragedia quanto una farsa.

La sconfitta dell'internazionalismo condivide parte della responsabilità a causa della deriva autoritaria verso l'autocrazia nelle esperienze socialiste del secolo passato. L'esplosione delle espressioni democratiche inventive durante le Rivoluzioni Russa e Cinese smentiscono il giudizio troppo semplice riguardo alla non "maturità" di questi paesi per la democrazia. L'ostilità dei paesi imperialisti, facilitata dal supporto dei loro popoli, ha largamente contribuito a rendere il perseguimento del socialismo democratico ancora più difficile in condizioni già difficili, dovute all'eredità del capitalismo periferico.

Così, la seconda ondata del risveglio dei popoli, nazioni, e stati delle periferie del XXI secolo partono in condizioni difficilmente migliori, anzi, sono ancora più difficili. La cosiddetta caratteristica dell'ideologia statunitense del "consenso" (che significa sottomissione ai requisiti del potere del capitalismo monopolista generalizzato); l'adozione di regimi politici "presidenziali" che distruggono l'efficacia del potenziale democratico non istituzionale; l'elogio indiscriminato di un individualismo falso e manipolato, assieme alla disuguaglianza (vista come una virtù); la mobilitazione dei paesi NATO subalterni alle strategie implementate dalla dirigenza di Washington - tutto ciò crea un rapido progresso nell'Unione Europea che non può essere, in queste condizioni, nient'altro che quel che è, ovvero un blocco costitutivo della globalizzazione imperialista.

In questa situazione, il collasso di questo progetto militare diventa la prima priorità e la condizione preliminare per il successo della seconda ondata di liberazione intrapresa attraverso le lotte dei popoli, nazioni, e stati dei tre continenti. Finché ciò non accadrà, i loro avanzamenti presenti e futuri rimarranno vulnerabili. Un possibile rifacimento del XX secolo non è, dunque, da essere escluso anche se, ovviamente, le condizioni della nostra epoca sono piuttosto diverse da quelle del secolo scorso.

Questo scenario tragico non è tuttavia l'unico possibile. L'offensiva del capitale contro i lavoratori è già in corso nei veri centri del sistema. Questa è la prova, se ce ne sia il bisogno, che il capitale, quando rafforzato dalle sue vittorie contro i popoli della periferia, è poi abile ad attaccare frontalmente le posizioni delle classi lavoratrici nei centri del sistema. In questa situazione, non è più impossibile visualizzare la radicalizzazione delle lotte. Il patrimonio delle culture politiche europee non è ancora perduto, e dovrebbe facilitare la rinascita di una coscienza internazionale che soddisfi i requisiti della propria globalizzazione. Un'evoluzione in questa direzione, tuttavia, si scontra con l'ostacolo della rendita imperialista.

Questa non è solo un'importante fonte di profitto eccezionale per i monopoli; condiziona anche la riproduzione della società nel suo insieme. Ed infine, grazie al supporto indiretto di quegli elementi popolari che cercano di preservare a tutti i costi l'esistente modello elettorale "democratico" (per quanto in realtà antidemocratico), il peso delle classi medie può con ogni probabilità distruggere la forza potenziale derivante dalla radicalizzazione delle classi popolari. A causa di ciò, è probabile che il progresso nel Sud tricontinentale continui ad essere all'avanguardia della scena, come nel secolo scorso. Ciononostante, non appena gli avanzamenti avranno avuto i propri effetti e avranno pesantemente limitato l'estensione della rendita imperialista, i popoli del Nord dovrebbero essere in una posizione migliore per capire il fallimento delle strategie che si sottomettono ai requisiti dei monopoli imperialisti generalizzati. Le forze politiche e
ideologiche della sinistra radicale dovrebbero quindi prendere parte in questo grande movimento di liberazione, costruito sulla solidarietà dei popoli e dei lavoratori.

La battaglia ideologica e culturale è decisiva per questo rinascimento - che ho riassunto come l'obiettivo strategico di costruire una Quinta Internazionale dei lavoratori e dei popoli.

* Samir Amin è il direttore del Third World Forum di Dakar (Senegal) e autore de "Il virus liberale" (Monthly Review Press, 2004), "Il mondo che vorremmo vedere" (Monthly Review Press, 2008), e più recentemente "La legge del valore universale" (Monthly Review Press, 2010).

(traduzione a cura della redazione di Contropiano Bologna)

FONTE: sinistrainrete

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Gerald Holton: "i fisici sono stati spesso preda della “sindrome ionica”
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 marzo 2011


1861: la rivoluzione
della fisica di Maxwell

di Pietro Greco
Maxwell

Nel 1861 il Philosophical Magazine pubblica On Physical Lines of Force, la prima di una serie di note con cui un giovane scozzese, James Clerk Maxwell, 30 anni appena, riscrive i fondamenti stessi della fisica: sia perché unifica due forze della natura elettricità e magnetismo, ma anche e soprattutto perché conferisce dignità ontologica al concetto di campo.
Oggi celebriamo il centocinquantesimo anniversario di questa straordinaria svolta scientifica e culturale su cui, fra l’altro, si basa la gran parte delle moderne tecnologie.
James Clerk era nato a Edimburgo il 13 giugno 1831. E nel 1847 aveva iniziato a frequentare la nota università della sua città, studiando fisica. Si era trasferito poi a Cambridge nel 1850, conseguendo il diploma in matematica nel 1854 e, soprattutto, entrando in contatto con William Thomson, che lo introduce ai temi dell’elettricità e del magnetismo.
In realtà Maxwell si interessa anche di altro. Di luce, per esempio. E, quindi, di ottica. Giungendo a definire sia una teoria fisica dei colori – lungo la strada tracciata da Newton – sia approfondendo i temi, biologici, della percezione dei colori. Non solo sostiene che i colori, in realtà, sono nella nostra testa, ma giunge anche a realizzare alcune pratiche applicazioni che gli consentono di mettere a punto i prototipi delle fotografie a colori e persino, come ha scritto lo storico Giulio Peruzzi, “il cinema prima del cinema”.
Si interessa anche di astronomia, degli anelli di Saturno, in particolare, giungendo da quel grande teorico che è a conclusioni importanti sulla stabilità dei sistemi dinamici a più di due componenti.
Ma intanto pensa al tema dell’elettricità e del magnetismo, sostenendo che deve studiare tutte le Researches on Electromagnetism, i lavori sperimentali di Michael Faraday, prima di cercare, senza condizionamenti, di spiegarli in termini teorici. In realtà il giovane scozzese non si limita a studiare le ricerche di Faraday, ma lo incontra di persona e inizia anche a collaborare con lui.
Ma cosa aveva fatto, Faraday? Aveva descritto in maniera nuova l’interazione tra elettricità e magnetismo. Fenomeni che prima di Hans Christian Ørsted e di Faraday erano considerati indipendenti, anche se entrambi descritti in termini newtoniani per mezzo della legge di Coulomb: due particelle con cariche elettriche opposte (o due poli magnetici con carica opposta) si attraggono, mentre due particelle con cariche elettriche uguali (o due poli magnetici con carica uguale) si respingono. L'intensità dell'azione di attrazione o di repulsione è proporzionale al quadrato della distanza tra le due particelle (o tra i due poli). Ørsted dimostra che elettricità e magnetismo sono fenomeni collegati. E Faraday non solo dimostra l’esistenza dell’induzione elettromagnetica (un campo magnetico variabile genere una corrente elettrica) ma introduce il concetto di campo: le particelle cariche elettriche e magnetiche “sentono” un campo elettromagnetico e si muovono lungo linee di forza. Il campo elettromagnetico, sosteneva Faraday, è una proprietà dello spazio, definita, punto per punto, dal contributo di tutte le cariche e di tutte le correnti elettriche. Il campo, a sua volta, influenza tutte le cariche e tutte le correnti elettriche.
Le linee di forza consentono finalmente di escludere quell'azione a distanza che lo stesso Newton aveva abbandonato ritenendola: «un'assurdità talmente grande che nessun uomo in possesso di qualche competenza in materia filosofica avrebbe potuto accettare».
Nella nota del 1861 James Maxwell inizia a proporre un modello molto articolato di tutti fenomeni elettromagnetici interpretati proprio mediante il concetto di campo. La costruzione del modello culmina, cinque anni dopo, nel 1866 nella elaborazione delle sue famose quattro equazioni che costituiscono l’elegante sintesi fisico-matematica delle intuizioni di Faraday. Con questi lavori il concetto di campo inizia a sostituire il concetto di forza in fisica e ad assumere uno statuto ontologico.
La novità è tale che non viene immediatamente riconosciuta dai contemporanei del fisico matematico scozzese. Ma con i suoi lavori del 1861 e seguenti Maxwell ottiene anche un altro risultato. Unifica, in un quadro teorico coerente, fenomeni come l’elettricità, il magnetismo e la stessa luce. Elettricità e magnetismo non sono altro che un’unica interazione, l’interazione elettromagnetica. E la luce è una delle manifestazioni dell’interazione elettromagnetica.
Se è vero, come sostiene lo storico Gerald Holton, che i fisici sono stati spesso preda della “sindrome ionica”, ovvero dell’idea tipica dei filosofi ionici che la natura ha una sua profonda unità e razionalità e che, dunque, tutti i fenomeni fisici possono essere ricondotti a poche leggi – forse a un’unica legge – beh allora le intuizioni fisiche e poi matematiche di James Clerk Maxwell costituiscono uno dei frutti più luminosi di questa strana malattia.

 

"l'Unità", 19 marzo 2011

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... 1871
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 marzo 2011


Garibaldi, Mazzini e la Comune di Parigi del 1871

 


 

Le prime organizzazioni dei lavoratori italiani non furono ispirate da una qualsivoglia delle scuole socialiste e il socialismo incominciò a permeare il movimento dei lavoratori solo dopo il 1871.
Le cause di questo ritardo possono essere molte. Roberto Michels ne sottolinea due: il debole sviluppo del «metodo di produzione» capitalistico e «legge storica empirica», per la quale «in epoche contraddistinte da lotte nazionali, le lotte di classe sono comunque assopite».
Comunque sia, fatto è che, intorno al 1870, quel che vi era di organizzato tra i lavoratori italiani, e non era poco, faceva capo a Giuseppe Mazzini e al suo Patto di fratellanza tra le Società operaie di mutuo soccorso.
Ma il 1871 fu un anno fatale. Tra il marzo e il maggio, si consumò la Comune di Parigi. Contro di essa, Giuseppe Mazzini lanciò un vero e proprio anatema, provocando la rottura sia con Mikail Bakunin, che, dal 1864, era stato bene accolto in Italia proprio dietro sua presentazione, ma anche, e questo fu decisivo, con Giuseppe Garibaldi. L’«Eroe dei due mondi», che fin dal 1867 si era detto pronto a muovere «guerra alle tre tirannidi che affliggono l'umanità», quella politica, quella religiosa e quella sociale, ora, reduce dalla spedizione contro i Prussiani, aveva espresso, in una lettera Giuseppe Petroni, direttore della «Roma del popolo», il suo pieno appoggio alla Comune e la sua adesione all'Internazionale. È nel corso di questa vicenda che il Generale, in una lettera a Celso Ceretti del 22 settembre 1872, scrisse il celebre motto: «L'Internazionale è il sole dell'avvenire».
La polemica tra i due padri della patria non poté non ripercuotersi nell’opinione pubblica e nelle organizzazioni operaie. Tanto più che l’influenza di Giuseppe Garibaldi sulla gioventù era enorme. Come ricorda Roberto Michels: «L'atto dell'idolo loro, Garibaldi, di dichiararsi internazionalista, al cospetto della Comune di Parigi, e di prendere, con le parole e con gli scritti, parte per il socialismo, fece loro un'immensa impressione e fece maturare, in un attimo, in essi la ferma volontà di redimere la patria, politicamente redenta, anche socialmente.»a «A poco a poco, divenne abitudine, ovunque si costituiva una società operaia o socialista aderente all’Internazionale , di eleggere Garibaldi a presidente onorario, onoranza che egli sempre accettava “con piacere”».
Nel mentre all’Aia si consumava la separazione tra Karl Marx e Mikail Bakunin; in Italia, per effetto delle prese di posizione di Giuseppe Garibaldi, iniziava, a partire dal XII congresso, riunito a Roma, delle Società operaie, la crisi dell’egemonia mazziniana e si andava affermando l’orientamento cosiddetto «internazionalista». Per inciso, non era la prima volta che Giuseppe Garibaldi influiva sull’orientamento delle organizzazioni operaie. Circa dieci anni prima, infatti, il felice esito della spedizione dei Mille aveva causato la fine dell’influenza liberale sulle Società operaie di mutuo soccorso e le aveva condotte nel campo mazziniano. Infatti, l’«Impresa» che, sola, dava corpo all’immagine di una unità nazionale costruita con la partecipazione attiva delle forze popolari, non poteva non dare un contributo decisivo ai mazziniani che, in senso alle società operaie, rivendicavano il suffragio universale: «Dopo i miracoli ottenuti dai nostri volontari in questi due anni –dicevano i mazziniani- non si dovrebbe più tentare nulla di grande senza il popolo. Col popolo si fa tutto ciò che può concepirsi di nobile e di sublime». E, poiché Mikail Bakunin godeva dell’amicizia di Giuseppe Garibaldi, il quale, in occasione del congresso ginevrino della Lega per la pace gli aveva riservato un’accoglienza talmente calorosa da fargli superare le riserve di molti delegati. Non dobbiamo, poi, dimenticare, che, come sottolinea Roberto Michels, in quei tempi, era ancora viva la tradizione settaria del Risorgimento. La «Carboneria non era ancora del tutto spenta». «Inoltre il buon esito della spedizione dei Mille in Sicilia aveva dato una riprova quant'altra mai buona dell'attuabilità della teoria della tattica insurrezionale, che aveva reso possibile di sopraffare un nemico forte con un manipolo esiguo, ma devoto ad un'idea». Infine, i pochi ma vivaci internazionalisti italiani, come per esempio Carlo Cafiero, Alberto Tucci, Guglielmo di Montel, Giuseppe Fanelli e Saverio Fruscia, erano in rapporti con lui.
Tutti questi elementi messi insieme fecero sì che la crisi del mazzinianesimo e l’adesione della gioventù garibaldina all’Internazionale si traducessero nell’affermarsi del bakuninismo. Per esempio, il garibaldino Erminio Pescatori fondò, a Bologna, il Fascio operaio , che raccolse l'adesione di Andrea Costa e fu promotore dell’assise del 4 agosto 1872 dalla quale prese consistenza il movimento bakuninista in Italia: la celebre conferenza di Rimini, presieduta da Carlo Cafiero, che diede vita alla Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori.
Cosicché, come riconobbe lo stesso Friedrich Engels in più lettere indirizzate, alla fine 1872, ad Adolph Sorge, tra le trecento e più sezioni che l'Internazionale poteva contare in Italia, soltanto due, e tra le più scarne, mantenevano rapporti con il Consiglio generalea: quella di Lodi, capeggiata dal garibaldino Enrico Bignami, e quella dell’Aquila.
Il lodigiano Enrico Bignami, che già dal 1868 dirigeva il giornale «La Plebe», al quale aveva dato il proprio appoggio Giuseppe Garibaldi e che avrà tra i suoi editorialisti, in «un italiano impeccabile», lo stesso Friedrich Engels, era passato, come molti coetanei, dalla democrazia mazziniana alle posizioni «internazionaliste». Ma, a differenza di molti, Enrico Bignami era rimasto estraneo alle suggestioni insurrezionaliste e spontaneiste proprie del bakuninismo. Il socialismo che metterà a punto negli anni, soprattutto dopo il 72, sotto l’influsso del comunardo Benoit Malon (emigrato in Italia dove fondò, a Palermo, il giornale «Il Povero». Ritornato in Francia nel 1885 fonderà la «Revue socialiste» sulle cui colonne si formerà una intera generazione di socialisti tra i quali Jean Jaures) e con la collaborazione di un altro ex mazziniano garibaldino, il mantovano Osvaldo Gnocchi Viani (che sarà, nel 1882, tra i fondatori del Partito operaio italiano e il promotore, nel 1891, della Camera del lavoro di Milano) ha caratteri peculiari: se non temessimo l’ossimoro, la contraddizione in termini, potremmo parlare di «anarchismo legalitario». A molte concezioni proprie dell’anarchismo, come l’autogestione e il rifiuto dell’interventismo statale (come, per esempio, si era realizzato, per opera di Louis Blanc, nella Parigi del ’48) «La Plebe» affiancava una concezione legalitaria della lotta di classe, la quale doveva combattersi con le armi delle idee, della propaganda e dell’organizzazione, sia economica che politica, avendo come fine quello di estendere alle masse proletarie quelle libertà propagandate, ma eluse, dai liberali. Una lotta che non doveva trascurare alcun mezzo, tanto meno il metodo elettorale, per fruire del quale bisognava, anzi, rivendicare il suffragio universale, anche femminile.
Nelle condizioni dell’epoca e, soprattutto, vista l’esperienza tedesca, non era difficile che questo socialismo si incontrasse con il marxismo. Infatti, intorno alla vexata quaestio , se il partito socialista dovesse mirare alla rivoluzione sociale, Friedrich Engels era solito rispondere spostando i termini stessi del quesito: «Vi è dieci contro uno di probabilità che i nostri dirigenti, assai prima di cotesto termine, impiegheranno contro di noi la violenza; il che ci trasferirebbe dal terreno delle maggioranze al terreno rivoluzionario». Quasi identiche sono le parole che compaiono, nel 1875, in un opera di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi-Viani, un’altro garibaldino che fonderà, nel 1892, la Camera del Lavoro di Milano: «Per liquidazione sociale vi si diceva intendiamo una trasformazione inevitabile ed in un tempo determinato della proprietà, che sarà collettiva per i capitali o mezzi di produzione e di scambio, e sarà individuale per i prodotti o merci di consumo. Il carattere di questa liquidazione dipenderà dalle classi dirigenti; se esse vorranno riconoscerne la legittimità, sarà tenuto conto dei diritti del passato e si procederà per via di riscatto in forma amichevole. In caso contrario la liquidazione sociale si farà rivoluzionariamente e nessuno potrebbe ora determinarne il carattere».
Da questo «pied-à-terre in Italia» e, come lo definì Friedrich Engels, prese il via un cammino fatto di elaborazione, di predicazione, di organizzazioni economiche (come si diceva allora, di «mutuo soccorso, cooperazione e resistenza»), ma anche politiche che, nel giro di vent’anni, portò al ribaltamento delle parti.
Un percorso a tappe, tra le quali rimane emblematica quella della conversione di Andrea Costa: la lettera «Ai miei amici di Romagna» pubblicata, il 3 agosto 1879, proprio su «La Plebe» di Lodi.
Il traguardo fu la nascita del Partito socialista italiano nelle cui sezioni, come ricorda Gaetano Arfè, faceva bella mostra un busto in gesso di Karl Marx, del quale Filippo Turati avrebbe voluto esportarne copie nelle sezioni della socialdemocrazia tedesca, ma l’offerta venne declinata da Friedrich Engels perché quel Marx somigliava troppo a Garibaldi per aver fortuna fuori d’Italia.

Programma del 1892

Considerando

che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall'altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

che i salariati d'ambo i sessi, d'ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d'inferiorità e d'oppressione;

che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza so ciale dell'esistenza;

riconoscendo

che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall'odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;

che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro e la gestione sociale della produzione;

ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l'azione del proletariato organizzato in "partito di classe", indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantisi sotto il doppio aspetto:

della "lotta di mestieri", per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.), lotta devoluta alle Camere dei Lavoro ed alle altre associazioni di arte e mestieri;

di una lotta più ampia, intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.), per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l'espropriazione economica e politica della classe dominante;


i lavoratori italiani, che si propongono l'emancipazione della propria classe, deliberano: di costituirsi in Partito informato ai principi suesposti.

(«Lotta di classe», 20-21 agosto 1892)

Bibliografia:

Giovanna Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Milano 1999
Gaetano Arfè, Storia del socialismo italiano, Torino 1965
Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano, Roma 1971
MARIA GRAZIA MERIGGI, La Comune di Parigi e il Movimento rivoluzionario e socialista in Italia (1871-1885), La Pietra, Milano 1980
Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911, Roma 1979
 

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17 Marzo 2011
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 17 marzo 2011


ROBERTO SAVIANO: Giuseppe Garibaldi.
Il rivoluzionario globale che sapeva sognare per tutti


 

Diventò un eroe per tanti: la sua figura romantica rappresentava la possibilità di poter cambiare il proprio destino .
Ha incarnato un ideale di giustizia: il suo desiderio era quello di costruire un luogo unito in nome del diritto
Era un comunicatore perfetto: il suo vestito, il poncho e il berretto parlavano assai prima dei suoi discorsi
Suscitò sentimenti di ammirazione e devozione: ci fu chi lo supplicò di lasciargli una ciocca di capelli


Sembri conoscere tutto di lui. Ti sembra anche scontato parlarne. È naturale conoscere Garibaldi come è naturale saper stare in equilibro in bicicletta o galleggiare quando sei in mare. Ma come tutto ciò che consideri vicino, noto, ormai parte di te, finisci col non vederlo più e magari finisci anche col non conoscerne più nulla. Finisci con l´ignorare i dettagli di una storia che ha dell´incredibile.
Sono certo che se si raccontasse la vita di Garibaldi, la maggior parte delle persone non crederebbe a quei dettagli che seppur lontani ci parlano di una personalità complessa, che ha saputo capire il suo tempo, e precorrere quelli futuri. La maggior parte degli italiani non immagina nemmeno di cosa è fatta la vita di Garibaldi. Pronunciare il suo nome e affrontare le infinite storie sembra impresa titanica, ma ciò che impressiona nel leggere quello che all´epoca quest´uomo ha realizzato è la percezione del suo carattere internazionale.
Garibaldi è forse la figura italiana che ha incarnato più di ogni altra il sogno d´Italia. Non solo l´Italia unita ma l´unità come gesto di volontà, come realizzazione di giustizia. Un´Italia unita alla sola condizione di essere un luogo giusto. Non c´è mai nei discorsi di Garibaldi qualcosa che non faccia riferimento alla realizzazione di un paese unito, che non sia saldato nel diritto e nella giustizia. Non pensa mai all´Italia come a una conquista, e spesso, magari con un po´ di ingenuità, i suoi plebisciti rappresentano per lui, e non per Mazzini e Cattaneo, la prova oggettiva che l´Italia unita si fonda su un desiderio di giustizia e non su un piano burocratico di aristocrazie e diplomazie.
La battaglia di Garibaldi, violenta, spesso temeraria, romantica era osservata da tutto il mondo come epifania di una nuova era. È sottovalutato molto quest´aspetto della storia dell´eroe dei due mondi, il più sottaciuto. La sua figura romantica non era solo costruita sul suo ruolo di combattente al servizio di ogni causa di giustizia: in Sudamerica o al fianco dei francesi nella guerra franco-prussiana. Era diventato l´emblema di una possibilità in cui il mondo, o almeno una parte di esso credeva. L´Italia di Garibaldi rappresentava una rivoluzione politica per l´intera Europa. L´Italia come luogo nuovo. Nessuno pensava alla possibilità di una Italia unita se non come realizzazione di una nuova società.
È questo ciò che rende Garibaldi unico e ancora pericoloso. È fondamentale leggere le pagine di Herzen che descrive come veniva accolto a Londra, e cioè come un uomo in grado di segnare la strada per una liberazione universale. Come il comandante braccato dalle polizie di mezzo mondo pronto a mettersi alla testa di una marcia che avrebbe coinvolto l´umanità e non solo il popolo italiano. In queste ore difficilissime per il nostro Paese il ricordo di Garibaldi dovrebbe indurci a tenere sempre viva la possibilità di vedere realizzato il sogno di un Paese diverso. Prendendo in prestito i toni presenti nei libri scritti da Garibaldi (che era anche romanziere) la causa degli italiani dovrebbe tornare ad essere la causa degli europei.
E in questo Garibaldi era un comunicatore perfetto. Il suo vestito, il poncho, e il suo berretto parlavano assai prima dei suoi discorsi. A Napoli, nonostante fosse un feroce anticlericale, capì che doveva partecipare alla festa di San Gennaro, doveva ingraziarsi il miracolo del sangue che si scioglie. Era amato e considerato un simbolo erotico da migliaia di donne. Dalle nobildonne alle contadine, tutte furono rapite dal fascino di Garibaldi, un fascino fatto d´azione, di gesti, di una esistenza coraggiosa spesa per le cause dei popoli a rischio della propria vita.
Una nobildonna inglese, Lady Shaftesbury, lo supplicò addirittura di donarle una ciocca di capelli. Alcune minacciarono il suicidio perché non furono corrisposte. Anita, ovviamente, resta la sua compagna più nota. E della sua vita racconta in modo letterariamente potente "Lady tempesta": Miss Jessie Jane Meriton White che gli rimase accanto nelle battaglie per vent´anni, assistendo lui e i suoi come crocerossina, raggiungendolo fino alle linee di battaglia più avanzate. Gli dedicò articoli e libri ed è senz´altro una delle voci più autorevoli nel racconto di quelle che furono le opere di Garibaldi e la sua vita di uomo. Vale più, per comprendere Garibaldi, una pagina di Jessie White che intere bibliografie che riempiono le biblioteche.
Una volta ero a Caprera, era estate. Moschini e cicale attorno. Un silenzio quasi irreale. E un masso grezzo, nudo come la terra su cui è appoggiato. Avrò avuto dieci anni. Strano vedere una tomba che non sembra una tomba, ma una specie di enorme sasso caduto dall´alto. Solo il nome inciso sopra, anzi il cognome "Garibaldi". «Perché è così?» mi è uscito dalle labbra. Non sembra una tomba: di solito su quelle sopra ci sono date, foto, una lapide riconoscibile, un´iscrizione che racconta qualcosa, una frase. Neanche un "Qui giace". Silenziosa come il panorama attorno. E così venne per me semplice chiedere «perché questa pietra enorme?». «Per impedire che rivenga fuori», mi disse un vecchietto di passaggio lì. Garibaldi fa paura.

FONTE: GIOVEDÌ, 17 MARZO 2011
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Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 marzo 2011


Howard Zinn: Karl Marx

 


 

Karl Marx morì il 14 marzo 1883. Con qualche minuto di ritardo controlacrisi.org celebra l'anniversario proponendovi uno scritto su Marx del grande storico e militante americano Howard Zinn che dedicò al rivoluzionario un'opera teatrale - Marx a Soho - che rappresentava una risposta al tentativo di seppellire Marx sotto le macerie del muro di Berlino e del "socialismo reale". Buona lettura!

"Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo" Howard Zinn


Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho


Lessi per la prima volta il Manifesto del partito comunista – che mi era stato dato, ne sono certo, da giovani comunisti che vivevano nel mio quartiere operaio – quando avevo circa diciassette anni. Ebbe su di me un effetto profondo, perché tutto quello che vedevo nella mia vita, nella vita dei miei genitori e nelle condizioni degli Stati uniti nel 1939 sembrava esservi spiegato, contestualizzato e posto sotto una potente luce analitica.

Vedevo mio padre, un ebreo immigrato dall’Austria, con un’istruzione elementare, lavorare come un pazzo, ma riusciva a malapena a mantenere sua moglie e i suoi quattro figli. Vedevo che mia madre lavorava notte e giorno per far sì che fossimo nutriti, vestiti, curati quando stavamo male. La loro vita era una lotta senza fine per la sopravvivenza. Sapevo che c’erano nel nostro paese persone che possedevano ricchezze stupefacenti, e che certo non dovevano lavorare duro come i miei genitori. Il sistema era ingiusto.

Intorno a noi, in quel periodo di depressione, c’erano famiglie che si trovavano in condizioni disperate per colpe non loro; non erano in grado di pagare l’affitto, e le loro cose venivano gettate per la strada dal padrone di casa, che aveva la legge dalla sua parte. Sapevo dai giornali che queste cose accadevano in tutto il paese.

Ero un lettore. Avevo letto molti romanzi di Dickens, da quando avevo tredici anni, ed essi avevano risvegliato in me l’indignazione contro l’ingiustizia, la compassione verso le persone vessate dai loro datori di lavoro, dal sistema legale. Nel 1939 lessi Furore di Steinbeck, e quell’indignazione ritornò, questa volta indirizzata contro i ricchi e potenti del paese.

Nel Manifesto, Marx e Engels (Marx aveva trent’anni, Engels ventotto, e in seguito Engels avrebbe detto che Marx ne era stato l’autore principale) descrivevano quel che vivevo, le cose di cui leggevo, che – ora me ne rendevo conto – non erano aberrazioni dell’Inghilterra ottocentesca o dell’America della depressione, ma una verità fondamentale del sistema capitalista. E questo sistema, per quanto profondamente radicato nel mondo moderno, non era eterno: era sorto in una certa fase storica e un giorno avrebbe abbandonato la scena, sostituito da un sistema socialista. Era un pensiero incoraggiante.

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”, proclamavano Marx e Engels nelle prime pagine del Manifesto. Dunque i ricchi e i poveri non si fronteggiavano in quanto individui, ma in quanto classi. Questo rendeva il loro conflitto in qualche modo monumentale. E suggeriva che i lavoratori, i poveri, avevano qualcosa che li univa in questa ricerca di giustizia. La loro comune appartenenza alla classe operaia.

Che ruolo svolge il governo in questa lotta tra le classi? “La legge è uguale per tutti” recitavano le iscrizioni sulle facciate degli edifici pubblici. Ma nel Manifesto Marx e Engels scrivevano: “Il potere politico dello stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese”. Essi presentavano un’idea stupefacente: che gli apparati del governo non sono neutrali; che, al di là della facciata, essi servono la classe capitalistica.

All’età di diciassette anni vidi improvvisamente quell’idea concretamente rappresentata. I miei amici comunisti mi portarono con loro a una manifestazione a Times Square. Centinaia di persone dispiegarono le loro bandiere e marciarono per le strade proclmando la loro opposizione al fascismo e alla guerra. Sentii delle sirene. Lapolizia a cavallo caricò la folla. Fui stordito da un poliziotto in borghese. Quando ripresi i sensi, man mano che le idee si schiarivano, riuscivo ad avere un solo inquietante pensiero: la polizia, lo Stato, erano agli ordini di coloro che detenevano grandi ricchezze. La tua libertà di parola e la tua libertà di manifestare dipendevano dalla classe cui appartenevi.

Quando, a diciotto anni, andai a lavorare in un cantiere navale a Brooklyn come apprendista (il nostro lavoro consisteva nell’assemblare, con rivetti e saldature, le piastre di acciaio degli scafi delle navi da guerra) avevo già una “coscienza di classe”. Nel cantiere trovai altri tre giovani lavoratori come me, e cominciammo a organizzare i nostri compagni apprendisti, che erano esclusi dai sindacati di categoria. Decidemmo d incontrarci una volta alla settimana per leggere le opere di Marx e Engels.

Così lessi l’esposizione della filosofia di Marx, offerta da Engels nell’Antiduhring (una polemica con un certo Duhring) e affrontai faticosamente il primo libro del Capitale. Mi resi conto con una certa eccitazione che il sistema era stato smascherato. Al di là di tutte le complicazioni delle transazioni economiche, c’erano alcune verità di fondo: il lavoro era la fonte di ogni valore; il lavoro produceva un valore superiore ai magri salari con cui veniva ricompensato, questo surplus finiva nelle tasche delle classi capitaliste. I capitalisti avevano bisogno della disoccupazione – un “esercito industriale di riserva” – per tener bassi i salari. Il sistema attribuiva maggior importanza alle cose, soprattutto al denaro, che alle persone (“il feticismo delle merci”), così che tutte le cose buone della vita venivano misurate sulla base del loro valore di scambio.

La teoria marxista spiegava che lo sfruttamento e la lotta di classe non erano fenomeni nuovi nella storia delmondo, ma il capitalismo li aveva acuiti e diffusi su scala mondiale. Il capitalismo era una forza progressiva della storia in una certa fase dllo sviluppo dell’umanità. “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”, affermava il Manifesto. Essa ha avviato uno straordinario progresso scientifico e tecnologico, ha creato enormi ricchezze. Ma ha concentrato queste cose in poche mani. C’era un conflitto fondamentale tra la crescente organizzazione delle forze produttive e l’anarchia del sistema di mercato. A un certo punto il proletariato sfruttato si sarebbe organizzato, si sarebbe ribellato, avrebbe preso il potere, e avrebbe usato la tecnologia avanzata per soddisfare i bisogni umani, non per arricchire la classe capitalista.

Questi furono i miei primi incontri con Marx. Alcuni anni più tardi – dopo aver servito come puntatore nella VIII Air Force durante la seconda guerra mondiale, dopo aver frequentato il college e la scuola di specializzazione grazie alle norme di legge in favore dei combattenti e all’aiuto di mia moglie e dei miei due figli – cominciai a insegnare storia e politica, dapprima nel sud, allo Spelman College. Dopo sette anni allo Spelman, accettai un incarico all’università di Boston e mi trasferii al nord. Nei miei corsi di teoria politica dedicai un’attenzione approfondita agli scritti di Marx e Engels.

A un certo punto, nei tardi anni sessanta, cominciai a interessarmi all’anarchismo, per diverse ragioni. Una era costituita dalle crescenti prove dell’orrore stalinista in Unione Sovietica, che suggerivano di ripensare il classico concetto marxista della “dittatura del proletariato”. Un’altra era la mia esperienza nella lotta contro la segregazione razziale nel sud, guidata dal Comitato di coordinamento degli studenti nonviolenti(Sncc). Lo Sncc (o Snick, come veniva chiamato), senza una consapevole teorizzazione, agiva in accordo con i principi anarchici: nessuna autorità centrale, processi decisionali democratici dal basso. Negli ambienti della New Left degli anni sessanta questa era chiamata “democrazia partecipativa”.

Cominciai a leggere opere sull’anarchismo, partendo dalla femminista anarchica americana Emma Goldman e dal suo amico Alexander Berkman. Proseguii con Petr Kropotkin e Michail Bakunin. Bakuni era un fiero avversario dell’idea di Marx su come dovesse avere luogo una rivoluzione. Emma Goldman, deportata in Russia dagli Stati Uniti nel 1919 per essersi opposta alla prima guerra mondiale, rilevò che il nuovo Stato dei soviet stava imprigionando non solo i suoi oppositori borghesi, ma anche i rivoluzionari dissidenti e criticò duramente quello che considerava un tradimento del sogno socialista. Questa immersione nel pensiero anarchico mi portò ad avviare un seminario su “Marxismo e anarchia” all’università di Boston.

Dal 1965 (anno della grande escalation della guerra nel Vietnam) al 1975 (quando il governo di Saigon si arrese) fui profondamente coinvolto dal movimento contro la guerra, e i miei scritti erano per lo più incentrati su temi legati alla guerra. Quando laguerra finì mi sentii libero di fare altre cose e scrissi una pièce su Emma Goldman, Emma, che fu rappresentata a Boston e a New York, e negli anni successivi a Londra e a Tokyo. In una delle scene, alcuni giovani rivoluzionari newyorkesi discutono in un caffè del Lower East Side sul confronto tra le idee di Marx e quelle di Bakunin.

Ero molto interessato alla vita privata di questi pensatori. L’autobiografia di emma Goldman, Vivendo la mia vita,era un sincero resoconto della sua tempestosa vicenda di ribelle, non solo rispetto alla politica, ma anche al sesso. Marx non scrisse mai un’autobiografia, ma potevo rivolgermi a molte biografie per avere notizie sulla sua vita privata. C’era anche una bella biografia di sua figlia Eleanor scritta da un’autrice inglese, Yvonne Kapp,in cui si racconta dettagliatamente la vita della famiglia Marx a Londra.

Karl e Jenny Marx si erano trasferiti a Londra dopo che Marx era stato espulso da diversi paesi europei. Vivevano nel sudicio quartiere di Soho, e i rivoluzionari che giungevano a Londra da tutta Europa entravano e uscivano dalla loro casa. Questa scena immaginaria – Marx a casa, Marx con sua moglie Jenny, con sua figlia Eleanor – mi affascinava.

La mia fortunata esperienza con la pièce su Emma Goldmanmi aveva attratto verso il teatro, così mi disposi a scrivere un testo su Karl Marx. Volevo mostrare un Marx che pochi conoscevano, un padre di famiglia che lottava per mantenere sua moglie e i suoi figli. Tre dei suoi figli morirono da piccoli, e tre figlie sopravvissero.

Volevo che il pubblico vedesse Marx mentre diffondeva le proprie idee. Sapevo che anche sua moglie Jenny erauna persona di starordinarie doti intellettuali, e la immaginavo mentre discuteva con Marx. Sapevo che sua figlia Eleanor era una bambina dotata e precoce, e la vedevo mentre metteva in discussione le sofisticate teorie del padre. Volevo sottoporre le idee di Marx a una critica anarchica, e decisi di inventare una visita di Bakunin a casa sua. (In realtà non ci sono tracce di una simile visita, anche se Marx e Bakunin si conoscevano ed erano fieri avversari all’interno dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale).

C’era qualcos’altro che mi sembrava trascurato nelle valutazioni correnti di Marx. La sua immagine era soprattutto di quella di un pensatore, di un teorico. Sapevo che Marx fu molto attivo come rivoluzionario, prima come giornalista di opposizione in Germania, poi con le associazioni dei lavoratori a Parigi e con la Lega dei comunisti a Bruxelles. Fu attivo in Renania durante le rivoluzioni europee del 1848, quando finì sotto processo e fu assolto dopo una drammatica autodifesa. Durante il suo esilio a Londra si impegnò per l’Associazione internazionale dei lavoratori, per la causa della libertà irlandese e, nel 1871, come sostenitore della Comune di Parigi.

I suoi scritti di quegli anni non sono solo opere teoriche di economia politica, come Il Capitale, ma anche reazioni immediate a eventi politici, alle rivoluzioni del 1848, alla Comune di Parigi, alle lotte dei lavoratori in tutto il continente. Volevo mettere in scena questo aspetto di Marx, quello del rivoluzionario impegnato e appassionato. Il dramma aveva come personaggi principali Marx, sua moglie Jenny, sua figlia Eleanor, il suo amico Engels e il suo rivale politico Bakunin. Fu letto a Boston, dove venne ben accolto, ma non mi soddisfaceva. Decisi allora di trasformarlo in un monologo.

Mia moglie, che è sempre una critica acuta di ciò che scrivo, mi esortava a far sì che il testo fosse più attuale, più legato al nostro tempo, e non solo una rappresentazione storica su Marx e l’Europa del diciannovesimo secolo. Sapevo che aveva ragione, e dopo essermici arrovellato per un po’ mi venne l’idea che Marx, in una sorta di fantasia, sarebbe potuto tornare nel nostro tempo da dovunque si trovasse. Per di più, sarebbe arrivato negli Stati Uniti, in modo che avrebbe potuto non solo ricordare la sua vita nel diciannovesimo secolo, ma anche commentare quello che succede qui oggi. Decisi che le autorità, quali che fossero, lo avrebbero spedito per un errore burocratico non nel quartiere londinese di Soho, dove aveva vissuto, ma nel quartiere newyorkese che porta lo stesso nome.

Benchè si trattasse di un monologo, avrei fatto in modo che Marx richiamasse in vita, attraverso i suoi ricordi, le persone che per lui erano state importanti, soprattutto sua moglie Jenny e sua figlia Eleanor. E avrebbe richiamato in vita l’anarchico Bakunin. Tutti loro, in modi diversi, avrebbero sottoposto le idee di Marx a una critica decisa. Ci sarebbe stata una dialettica tra punti di vista opposti, presentata attraverso il modo in cui Marx ricostruiva le discussioni.

Scrissi la pièce in un periodo in cui il crollo dell’Unione Sovietica suscitava un’esultanza quasi universale nella grande stampa e tra i leader politici: non solo “il nemico” era scomparso, ma le idee del marxismo erano screditate. Il capitalismo e il “libero mercato” avevano trionfato. Il marxismo aveva fallito. Marx era veramente morto. Pensavo quindi che fosse importante chiarire che né l’Unione Sovietica né altri paesi che si definivano “marxisti” ma avevano instaurato Stati di polizia corrispondevano all’idea di socialismo che aveva Marx. Volevo mostrare Marx arrabiato per il fatto che le sue teorie erano state talmente distorte da poter essere identificate con le atrocità staliniste. Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo.Volevo mostrare che la critica marxiana del capitalismo resta fondamentalmente vera nella nostra epoca. La sua analisi è confermata ogni giorno dai titoli dei giornali. Marx aveva visto nel suo tempo trasformazioni sociali e tecnologiche di tale caotica velocità da essere senza precedenti, il che è ancore più vero oggi. “Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e irruginite condizioni di vita, con illoro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabile e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora”. Questo è scritto nel Manifesto.

Marx vide con molta chiarezza ciò che noi chiamiamo “globalizzazione”. Ancora dal Manifesto: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. […] In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra”. Gli “accordi per il libero commercio” perseguiti dagli Stati Uniti negli ultimi anni sono tentativi di rimuovere qualsiasi restrizione al libero flusso dei capitali attraverso il gliobo, dando ai capitalisti il diritto di sfruttare la gente ovunque.

I titoli dei giornali che Marx legge nel corso del monologo non sono sorprendenti per lui. Egli vide la fusione tra le grandi imprese, che oggi prosegue su scala ancora molto più grande. Vide il divario crescente tra ricchi e poveri, che esiste non solo all’interno di ciascun paese ma, ancor più tragicamente, tra i popoli delle nazioni ricche e quelli delle nazioni povere.

Nel monologo Marx dice che il socialismo non dovrebbe assumere le caratteristiche del capitalismo. Vedendo come gli oppositori dei regimi pseudosocialisti siano stati messi a morte, riflette su ciò che aveva scritto circa il crimine e la sua punizione sul New York Daily Tribune nel 1853: “Non è forse necessario riflettere a fondo sulla necessità di cambiare un sistema che alimenta questi delitti, invece di esaltare il boia che sopprime un mucchio di criminali soltanto per far posto ad altri?”.

Viviamo in una società che l’espressione marxiana “feticismo delle merci” descrive perfettamente. Come disse Ralph Waldo Emerson all’incirca nello stesso periodo, osservando gli inizi del sistema industriale americano, “le cose sono in sella e cavalcano l’umanità”. La protezione della proprietà di un’azienda è ritenuta più importante della protezione della vita umana. In effetti la Corte Suprema decise a fine Ottocento che un’impresa era “una persona”, e in quanto tale protetta dal Quattordicesimo emendamento; più protetta, in realtà, delle persone di colore, per le quali quell’emendamento era stato in origine scritto.

Marx aveva solo venticinque anni e viveva a Parigi con Jenny quando scrisse un testo notevole, pubblicato solo molti anni dopo con il titolo Manoscritti economico-filosofici . Marx vi parlava dell’alienazione nel mondo moderno, giunta al suo apice sotto il capitalismo, con gli esseri umani alienati dal loro lavoro, dalla natura, gli uni dagli altri e da se stessi. E’ un fenomeno che vediamo intorno a noi nel nostro tempo, un fenomeno dal quale derivano sofferenze psicologiche e materiali.

Marx dedicò gran parte dei suoi alla critica del capitalismo, e ben poco alla descrizione di come potrebbe essere una società socialista. Ma possiamo estrapolare a partire da ciò che dice sul capitalismo per immaginare una società senza sfruttamento, dove gli esseri umani si sentono in comunione con la natura, con il loro lavoro, con gli altri e con se stessi. Marx ci offre alcuni indizi sul futuro quando descrive in termini entusiastici la società creata dalla Comune di Parigi del 1871 nei pochi mesi della sua esistenza. Ho cercato di includere questa visione nel monologo.

Chi legge Marx a Soho può chiedersi quanto sia storicamente accurato. I principali avvenimenti della vita di Marx e della storia della sua epoca sono fondamentalmente veri: il suo matrimonio con Jenny, il suo esilio a Londra, la morte di tre dei suoi bambini. Sono veri i conflitti politici del suo tempo: La lotta dell’Irlanda contro l’Inghilterra, le rivoluzioni del 1848 in Europa, il movimento comunista, la Comune di Parigi. I personaggi principali di cui parla sono reali: i membri della sua famiglia, il suo amico Engels, il suo rivale Bakunin. Il dialogo è inventato, ma ho cercato di mantenermi fedele alla personalità e al pensiero dei diversi personaggi, anche se posso essermi preso qualche libertà nell’immaginare i conflitti ideologici con Jenny e Eleanor. In qualche caso, come nella sua descrizione di Napoleone III; uso le parole dello stesso Marx.

La mia speranza è che Marx a Soho sia utile per capire non solo il suo tempo e il posto che Marx vi occupava, ma il nostro tempo e il posto che vi occupiamo noi.

(Howard Zinn)

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Convivenza democratica contro ogni orrore!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 marzo 2011


 


In "Londra Babilonia" Enrico Franceschini racconta la vitalità del modello di convivenza tra diversi che sta alla base della società britannica

Sicuri che il multiculturalismo sia fallito?

di Guido Caldiron

Per vincere, poco meno di un anno fa, le elezioni politiche della Gran Bretagna il leader conservatore David Cameron ha puntato tutto sul progetto di una "Big Society", slogan con cui ha riassunto il suo pacchetto di "riforme" all'insegna di un drastico taglio della spesa pubblica, dall'istruzione alla sanità, e di un progressivo affidamento ai cittadini della gestione di servizi oggi di competenza del settore pubblico. Ma se per la salvezza delle istituzioni britanniche il giovane erede di Margaret Thatcher ha pensato a un massiccio trasferimento di poteri dallo Stato agli individui, non sembra pensarla affatto allo stesso modo quanto alla convivenza di culture e religioni diverse all'interno del paese. Così, all'inizio di febbraio, aprofittando della Conferenza internazionale sulla sicurezza che si teneva a Monaco di Baviera, mentre l'incendio della primavera araba si andava estendendo a nuovi paesi, Cameron ha dichiarato senza mezzi termini il fallimento del modello del multiculturalismo britannico, in base al quale ogni cultura mantiene il proprio profilo e il proprio spazio specifico all'interno della società, sostenendo che «la tolleranza passiva incoraggia la separazione» e che «lo Stato liberale deve imporre i propri principi».
Affontando il tema dell'immigrazione e dell'integrazione degli immigrati, specie i giovani islamici, anche alla luce di quanto sta accadendo nel mondo arabo-musulmano, Cameron ha spiegato che «sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l'una dall'altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati». Perciò, per il premier britannico, «è tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese», lasciare da parte la «tolleranza passiva» per passare a un «liberalismo attivo, muscolare» che trasmetta il messaggio che la vita in Gran Bretagna ruota intorno a certi valori chiave: «Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente».
Che gli attentati del luglio del 2005 contro la metropolitana e gli autobus di Londra, costati 52 morti e centinaia di feriti, e realizzati da alcuni giovani adepti dello jihadismo islamico nati e cresciuti in Gran Bretagna, abbiano posto drammaticamente un quesito sulla capacità del paese di tenere insieme i propri cittadini di culture e fedi diverse, è evidente a tutti. Che la risposta muscolare indicata da Cameron possa rappresentare la soluzione, è meno certo e rappresenta infatti uno dei grandi temi al centro del dibattito pubblico britannico. Un buon punto di partenza, per capire cosa rappresenti concretamente, al di là degli slogan, il modello multiculturale del Regno Unito, è offerto da Londra Babilonia, Laterza (pp. 156, euro 15.00), il bel libro che a quella sorta di "vetrina" del multiculturalismo che è la capitale britannica ha dedicato Enrico Franceschini, storico corrispondente della stampa italiana, prima di Londra è stato a New York, Washington, Mosca e Gerusalemme.
Tra il serio e il faceto, Franceschini offre prima di tutto una fotografia di cosa significi davvero vivere in una realtà multiculturale, dove sono "le differenze" a costruire la società, più che gli elementi di "omogeneità". «Il mio giornalaio è pakistano, il mio lavasecco è persiano, il mio medico di famiglia è italiano, il dentista è brasiliano, il veterinario è spagnolo, l'imbianchino è polacco, l'elettricista serbo, il fruttivendolo indiano, il meccanico dell'auto è bulgaro, la domestica lettone, il portinaio sudafricano, il parcheggiatore libanese, il custode della scuola di mio figlio è israeliano, l'impiegata della banca che mi sorride sempre è del Bangladesh, il barista che mi fa il cappuccino è ungherese, il mio barbiere è una francese, il commesso del noleggio di dvd è turco, il tecnico del computer è russo e il mio tassista di fiducia è dello Sri Lanka. Mi fermo, ma potrei continuare per un pezzo: vivo a Londra da oltre sette anni e a volte mi domando dove sono gli inglesi».
L'area metropolitana di Londra raccoglie circa un terzo degli abitanti dell'intera Gran Bretagna, paese che è, del resto, il più multietnico d'Europa. Non solo, recenti studi indicano come il trend sia in ulteriore crescita: nel 2020 in centri come Birmigham, Leicester o Luton gli inglesi bianchi saranno una minoranza, mentre, in prospettiva, i cittadini britannici di origine straniera diventeranno la maggioranza della popolazione. Del resto, sottolinea Franceschini, «la Gran Bretagna è stata invasa da immigrati delle sue colonie e di altri paesi, in una successione di adattamenti graduali: prima gli angli e i sassoni, poi i romani e i danesi, quindi gli ugonotti, poi ancora gli ebrei, poi gli africani, i caraibici e gli asiatici». Via via fino alla realtà odierna che fa di Londra la città più multietnica della terra: «I soprannomi con i quali viene chiamata rivelano qualcuna delle sue anime, Londongrad per via dei russi, Londonistan per via degli islamici. Ma per tutti è World City, la Città-Mondo».
«E' la vendetta dei popoli colonizzati - spiega Franceschini - : gli imperi li conquistano e loro, i conquistati, penetrano poco alla volta nel tessuto sociale della madrepatria, diventandone presto o tardi cittadini a pieno titolo». Ma il punto è proprio questo: cosa significa diventare cittadini della Gran Bretagna? Se per Cameron il multiculturalismo è fallito perché non è riuscito a fare di tutti gli immigrati dei "buoni britannici", Londra Babilonia sembra suggerire un'altra ipotesi: «Se gli immigrati non diventano inglesi o britannici, e in fondo nemmeno lo desiderano, diventano in compenso cittadini di questa straordinaria metropoli multiculturale, multirazziale, multireligiosa». Non sarà che la Città-Mondo, a un tempo metafora e laboratorio del futuro che è già tra noi, offra con il suo stesso profilo, fatto di mille lingue e identità, una risposta all'altezza della sfida dei tempi? Franceschini pare esserne sicuro e ce lo annuncia spiegando come «Londinesi non si nasce. Si diventa».

 

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"...cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico..."
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 marzo 2011


Omar Calabrese: Dieci parole che hanno confuso l’Italia

 


 

Dal sito Il lavoro culturale, pubblichiamo questo articolo, già edito nel testo curato da Federico Montanari Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010.

Molti hanno osservato, recentemente, che da circa quindici anni il linguaggio della politica italiana si è decisamente trasformato. Una volta esistevano una voluta oscurità e una ambiguità generalizzata, utile al puro effetto di presenza sulla scena pubblica da parte degli uomini politici, all’occultamento del significato per gli ascoltatori e i lettori, e alla possibilità di volgere il senso delle parole secondo le tattiche dell’occasione [1]. Italo Calvino, ad esempio, scriveva nel 1965: “Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono pensano parlano nell’antilingua” [2].

Il fenomeno era, d’altra parte, conosciuto in tutto il mondo, e aveva dato luogo, fin dagli anni Trenta (soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra) a un movimento per un corretto uso del linguaggio nell’amministrazione della cosa pubblica, detto comunemente plain language, che ha ottenuto molti successi a partire da Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill, fino a Bill Clinton [3]. Esiste anche una vasta letteratura teorica sull’argomento, legata soprattutto alla “semantica generale” (da non confondersi con la “semantica” propriamente detta) di Alfred Korzybski, Samuel Ichiye Hayakawa e Stuart Chase [4]. Gli autori appena citati si applicavano, per l’appunto, all’analisi degli usi distorti del linguaggio politico, economico e amministrativo, nel quale rinvenivano degenerazioni tali da richiedere, come dirà poi Gregory Bateson, un’”ecologia della mente” [5]. Si veda, ad esempio, questo passo di Hayakawa sugli scopi delle sue ricerche: “The original version of this book, Language in Action, published in 1941, was in many respects a response to the dangers of propaganda, especially as exemplified in Adolf Hitler’s success in persuading millions to share his maniacal and destructive views. It was the writer’s conviction then, as it remains now, that everyone needs to have a habitually critical attitude towards language — his own as well as that of others — both for the sake of his personal well-being and for his adequate functioning as a citizen. Hitler is gone, but if the majority of our fellow-citizens are more susceptible to the slogans of fear and race hatred than to those of peaceful accommodation and mutual respect among human beings, our political liberties remain at the mercy of any eloquent and unscrupulous demagogue”. Non siamo troppo lontani dal concetto di “guerriglia semiologica” predicato da Umberto Eco negli anni Sessanta/Settanta, che doveva consistere nell’uso liberatorio e alternativo dell’analisi semiotica dei testi, capace di smascherare i trucchi persuasivi nascosti nelle parole del potere.

Il linguaggio politico italiano, si diceva, oggi è decisamente cambiato. All’oscurità di un tempo si è sostituita una apparente chiarezza e semplicità, e uno stile diretto e molto aggressivo. Ciò dipende dal fatto che la politica ha assunto come palcoscenico i media, e la televisione in testa a tutti. Ha assorbito, pertanto, le modalità essenziali della comunicazione attraverso il piccolo schermo, e soprattutto quelle che trasformano la discussione politica in discorso polemico, scontro, duello [6]. Tuttavia, negli ultimi tempi il mutamento ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo la fase iniziale che andava alla ricerca di modi anti-convenzionali, e creava i suoi effetti a partire da atteggiamenti come la sfida, la denigrazione o la seduzione nei confronti dell’avversario, sembra oggi che sia in atto un vero e proprio lavoro di anestesia sul linguaggio, orientato a far smarrire il significato proprio delle parole e delle frasi ritenute più tipiche nella tradizione ideale dei competitori, disorientando così il sistema di valori che ne sta alla base. In questo testo, prenderò come esempi dieci parole o sintagmi sui quali l’operazione è particolarmente evidente, e cercherò di osservare come la narcotizzazione attuale abbia il chiaro scopo di erodere il contenuto del discorso politico (quello dizionariale, ma anche quello enciclopedico, cioè non soltanto ciò che pertiene alla semantica lessicale, ma anche alla stratificazione storico-culturale delle parole), in modo da farlo divenire solo e soltanto adesione immediata alle persone e non più alle idee. L’analisi che segue sarà suddivisa in due parti. La prima riguarda il vocabolario della politica, e vedremo come l’operazione appena accennata si svolga sui termini di vecchia e nuova tradizione ideologica, sostanzialmente neutralizzandoli, usandoli come antidoto alla loro eventuale capacità di simbolizzazione, oppure deviandoli ed espropriandoli dai sistemi di valori di loro appartenenza. La seconda, invece, mostra come il medesimo risultato sia raggiungibile anche manipolando la lingua standard, per ottenere risultati di anestesia o eccitazione polemica del discorso politico nel quale sono utilizzati.


A. Neutralizzazione, antidoto, deviazione, esproprio

1. Giustizialismo

La parola, nel Dizionario come nell’Enciclopedia, ha la seguente definizione: “aderente all’ideologia alla quale si ispirò in Argentina il presidente Juan Domingo Peròn, e che sviluppò una politica di ‘giustizia sociale’, fondata sul legame fra interessi dei lavoratori e del capitale”. Il termine è, insomma, originariamente associato al Partito Giustizialista, espressione del movimento politico dei descamisados, fondato da Perón alla fine degli anni anni Quaranta del XX secolo. Non a caso, nei paesi ispanofoni, l’accezione del termine oggi più comune in Italia (che potremmo definire come “partito dei giudici”) è indicata come judicialismo.

In Italia la parola fu introdotta per la prima volta negli anni Ottanta, nell’ambito di alcuni processi per mafia, per indicare il protagonismo dei giudizi (ovviamente da parte degli imputati). Oggi è utilizzata per indicare, in tono generalmente spregiativo, il presunto abuso di potere, da parte dell’ordine giudiziario e in particolare degli organi della pubblica accusa, ai fini di dissolvere il quadro politico esistente. Spesso chi utilizza il termine in tale senso lo contrappone a garantismo, che invece è un principio fondamentale del sistema giuridico: le garanzie processuali e la presunzione di non colpevolezza hanno un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza di esercizio e pubblicità dell’azione penale. Generalmente, gli utilizzatori del termine prendono posizioni nette anche contro i media che si occupano di casi giudiziari legati a politici (in quello che definiscono talvolta “processo mediatico”): sono ad esempio decisamente contrari a che siano pubblicate le notizie riguardanti gli avvisi di garanzia, nonché le intercettazioni telefoniche, in particolare per i processi in corso. L’improprio utilizzo del termine fu sottolineato da Francesco Saverio Borrelli nel suo ultimo intervento pubblico in toga, quello di inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano nel 2002.

Ecco, invece, il modo tipico di Berlusconi di utilizzare la parola con ulteriori accenti ideologici: “Reagiremo contro i golpisti giustizialisti. Fermare i golpisti giustizialisti, i magistrati politicizzati che vogliono scegliersi i governi che preferiscono, impedire che dopo la caduta di Craxi, e del primo governo Berlusconi si consumi per la terza volta un furto di sovranità […] un’opinione pubblica montata sugli scudi del gruppo editoriale debenedettiano e dei suoi amici per aprire a colpi d’ariete la porta alla reazione giustizialista, per distruggere la sovranità del Parlamento e instaurare la Repubblica delle procure. Nei mesi successivi questo e non altro accadde in Italia. […] Bisogna alzare il tono della nostra democrazia, bloccare il nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza volta un furto di sovranità. Ripristinando subito le immunità violate, battendosi per la libertà e la decenza” [7].

Le associazioni sono chiarissime: gli attributi del giustizialismo sono “golpe”, “furto di sovranità”, “reazione”, “ordito”, “violazione”. Ma come può funzionare un tale slittamento semantico? A mio avviso, per assonanza fra “giudice” e “giustiziere”, ovvero il boia, alcune delle cui proprietà sono fatte slittare sul versante dei magistrati.

2. Radicale

Ecco, questa volta, una definizione tratta dall’Enciclopedia: “Radicale: versione intransigente e massimalista del liberalismo, particolarmente sensibile alla laicità dello Stato” per estensione: “che sostiene ogni profonda trasformazione politica e sociale”. Che cosa succede, invece, nel nuovo linguaggio politico? Che la congiunzione di “radicale” e di “sinistra” dà luogo all’espressione sinistra radicale, che diventa una contestata poli-rematica in uso dal 2003, sulla falsariga del termine americano moderno radical, indicante una categoria politica riferita all’area parlamentare più estrema della sinistra, spesso con riferimenti alle correnti ideologiche che affondano le loro radici nel marxismo. Il termine introduce una notevole confusione fra estrema sinistra e movimenti e partiti dell’area radicale. Anche qui sono dunque accaduti degli slittamenti semantici, orientati soprattutto a mettere in evidenza (negativamente) le componenti ideologiche essenziali delle formazioni che vi si riconducono, nascondendo però le loro specificità originarie.

Ricostruire il contenuto storico del termine può essere a questo punto utile. Se restiamo alle denominazioni tradizionali, la parola radicale nasce nel XVIII secolo per indicare quei partiti che esprimono favore o cercano di indurre riforme politiche senza compromessi, inclusi cambiamenti dell’ordine sociale di maggiore o minore portata. Durante il XIX secolo iniziò a essere impiegato il termine sinistra radicale in area anglosassone per raggruppare quelle formazioni politiche liberali progressiste che si distinguevano dai liberisti classici, e che avevano posizioni simili a quelle ora tenute da molti partiti di centro. Proprio per questo radicale è un aggettivo ancora oggi presente in Europa nel nome di molti partiti che non equivalgono affatto a quelli designati con questo lessema attualmente in Italia. Non a caso si legge sul sito del Partito Radicale: “ci imbrogliano pure sul termine radicale”). Il primo uso distorto del sintagma appartiene a Walter Veltroni in una intervista concessa a Beppe Severgnini e pubblicata sulla rivista “Prospect”: “La sinistra dura va liquidata? E il numero due dell’Ulivo: ‘Io penso di sì . La sinistra ha una doppia anima: un’anima di testimonianza e un’anima di governo. In Italia ha prevalso la prima. La radicalità di questa sinistra non è la sana radicalità di chi vuole applicare dei principi ad un’azione di governo: è radicalità fine a se stessa. Rompere con questa sinistra è condizione necessaria per essere credibili come forza di governo. Ogni concessione, ogni tentazione di indulgere alle sollecitazioni del passato è sbagliata’”.

In questo caso, la desemantizzazione è abbastanza sottile. Consiste nel trascurar e mettere fra parentesi la componente liberale classica, e nel conservare invece il senso presente nell’italiano standard, che limita il contenuto a “estremista, drastico, intransigente”. Dunque: per definizione non disponibile al dialogo, che, per i critici, è una componente essenziale dei progressisti democratici, o, dall’altro lato, dei moderati. Quel che accade, dunque, è la cancellazione della tradizione storica dell’espressione, eseguita facendo divenire il sintagma un sintagma bloccato [8], con la conseguente perdita di memoria del sostantivo e dei suoi attributi connessi.

3. Moderato

Secondo il Dizionario, significa: “fautore di idee politiche aliene da estremismi”. Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, alla voce centrismo, indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, “… la posizione intermedia per antonomasia: non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi in medio est virtus, per gli oppositori esterni, centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo, e così via”. Recentemente, Berlusconi ha iniziato a impiegare la parola in maniera sistematica per evitare di pronunciare le parole “destra” e “centro-destra”, che non a caso non appartengono al suo linguaggio. In questa maniera, il vocabolo – finora patrimonio delle tendenze appunto centriste (cattoliche o liberal-democratiche) – ha finito per attribuire un contenuto centrista positivo alla coalizione di governo del centrodestra, che invece è formata anche da gruppi appartenenti all’estrema destra italiana, e che nei suoi programmi propone numerose proposte di carattere reazionario. Ma anche a sinistra si è tentato di introdurre il termine nel quadro ideale di cattolici e socialisti (o ex-comunisti) uniti nel centrosinistra. Con critiche talora molto pesanti. Si legga, ad esempio, qualche passaggio di una lettera di Ivan Della Mea a Fausto Bertinotti

“Bene che vada, io vedo, in prospettiva, le magnifiche sorti e progressive della sinistra intruppate in un centro moderato, giustappunto di sinistra-sinistra, virilmente contrapposto e altalenante con un centro moderato di destra: tutto questo, mi si insegna oggi, è e fa democrazia; sarà, ma io la vedo piatta, omologata e omologante e tutta dentro la banda delle benpensanti compatibilità” [9]. La critica, come si vede, tocca precisamente la questione del “centro moderato”, che Della Mea prova a riportare nell’universo semantico della parola chiave “benpensanti”, e non in quello del “riformismo”. L’uso di moderato è una chiara attenuazione della componente reazionaria potenzialmente presente nella tradizionale articolazione del concetto di destra, e serve ad accentuare l’aspetto della mediazione, della razionalità e della misura che appartengono piuttosto all’idea di centro.

4. Riformista

Secondo il Dizionario è “chi vuole modificare con riforme e metodi legali l’assetto sociale e la struttura dello Stato; nell’ambito delle teorie socialiste, si contrappone a massimalista; est., sinonimo di socialdemocratico”.

Il riformismo, insomma, è un modo per far evolvere gli ordinamenti politici e sociali mediante l’attuazione di riforme graduali e progressive. In questo senso, riformismo contrasta con rivoluzione. Predica l’uso di metodi democratici, in contrapposizione a quelli autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni. Dal punto di vista storico, in effetti, il termine riformismo nacque per distinguere all’interno del movimento socialista coloro che sostenevano riforme graduali anziché la rivoluzione propugnata dai massimalisti (vale la pena rammentare che il programma di Marx ne Il Capitale contiene due varianti, quella appunto “massima” della presa del potere violenta e quella “minima” che si ottiene attraverso il consenso elettorale e l’alleanza fra le classi). Più tardi, è diventato sinonimo di socialdemocrazia. A partire dagli anni Ottanta, però, essere riformisti ha avuto piuttosto il significato di proporre riforme graduali di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali hanno cominciato a dichiararsi sostenitori di riforme radicali (orientate alla restaurazione). Riformismo è così divenuto parola utilizzata anche a destra, con la conseguenza di neutralizzare un elemento ideale di sinistra, far apparire quest’ultima come conservatrice oppure come estremista. Alcuni hanno pertanto proposto di usare il termine riformatore per la destra e riformista per la sinistra. Non a caso in Europa e negli Stati Uniti spesso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti riformisti, rispetto ai liberisti e ai democristiani, tanto da portare a certe convergenze con la socialdemocrazia. In Italia l’equivoco è corrente. Si leggano alcune frasi tratte da un’intervista a Pier Ferdinando Casini apparsa sul “Corriere della Sera” nel 2009: “L’ex presidente della Camera: ‘noi con la sinistra riformista? Future alleanze, ma transitorie’”. A D’Alema Casini risponde non solo che l’appoggio al governo Prodi è impensabile (‘combatto la sinistra radicale anche perché favorisce il populismo radicale di destra’), ma che pure la prospettiva di un accordo con la sinistra riformista, se non impossibile, è di là da venire. L’idea di Casini è che popolari europei e socialisti europei sono alternativi, e possono convivere solo in determinate contingenze. Come in Germania, dove saggiamente la sinistra riformista governa con i cattolici anziché con Verdi e comunisti, o come in Austria”. Come si vede, si tratta di un caso nel quale riformista e radicale sono diversi, ma comunque orientati nella medesima direzione, e l’unica prospettiva esistente è l’alleanza occasionale e variabile con il centro. Ma in molti discorsi di esponenti del centrodestra (ad esempio Tremonti e Gelmini) il riformismo viene indicato come una qualità essenziale del rinnovamento proposto dal Popolo delle Libertà. In questo modo, l’equivoco sul reale contenuto delle riforme proposte è assai produttivo, perché ancora una volta neutralizza un orientamento politico tradizionale.

5. Federalismo/decentramento

Secondo l’Enciclopedia si tratta di “dottrina politica che propugna la federazione di più stati o la costituzione in federazione di uno stato precedente”; nasce con l’illuminismo (Rousseau, Montesquieu, Kant) e si realizza per la prima volta nella Costituzione americana (1787) e poi in Svizzera (1803); il federalismo italiano dell’800 predicava l’unità d’Italia come federazione di stati con a capo il Papa (Gioberti, Balbo, D’Azeglio), come federazione repubblicana (Cattaneo e Ferrari); è esistito anche un federalismo europeo (Spinelli, Spaak, De Gasperi, Schuman, Adenauer) negli anni Sessanta e Settanta in Italia ha coinciso con la battaglia per il decentramento regionale, con la denominazione di regionalismo”.

Con il termine federalismo si intende dunque un corpo di autonomie locali che sono raggruppate poi in uno stato rappresentativo con un unico governo e un’assemblea generale o parlamentare. Si tratta di una dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e unità politiche di sottogoverno I due livelli sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. La teoria federalista implica un sistema costituzionale robusto e pluralista, che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale.

In Italia, dopo la Liberazione, la nuova Costituzione repubblicana restituì dignità alle autonomie locali cancellate dal fascismo e istituì le Regioni (anche se videro la luce solamente nel 1970) quali enti autonomi dotati di poteri legislativi. e amministrativi.

Il federalismo è divenuto oggi una parola di “proprietà” politica, e cioè della Lega Nord. Consiste nel predicare una autonomia di “stati” indipendenti molto più solida di quella regionale e viene fortemente associato alla questione della spesa pubblica derivante dai proventi fiscali. Perciò si accompagna a un’altra parola-chiave, e cioè devoluzione. Il termine devoluzione è un anglicismo (da devolution), tendente a soppiantare il termine italiano decentramento, utilizzato nella Costituzione italiana, ma sempre di meno sia nel linguaggio politico che in quello giornalistico. Nel diritto costituzionale, devoluzione o decentramento sono sinonimi e indicano il trasferimento delle competenze e dei poteri dalla sede del governo centrale verso le sedi dei governi locali o periferici. La costituzione italiana prevede come sedi del governo locale le regioni, le province e i comuni, e prevede un principio di sussidiarietà tra di loro. Il termine, in ultima analisi, viene utilizzato impropriamente, visto che in Italia il decentramento esiste già, sancito dalla Costituzione o da sue puntuali riforme, come quella della fine degli anni Sessanta. Il senso idiolettale (leghista) stretto della parola è testimoniata da queste frasi, utilizzate per presentare una rivista “federalista” a Milano nel 1994, e che può essere considerato come il nucleo di partenza di quel movimento (ancorché il concetto lanciato dalla Lega Nord fosse molto precedente):

“Oggi viene presentata una rivista che riunisce studiosi di varie tendenze per dibattere il tema caro a Cattaneo. Se Umberto Bossi, nella fretta di correre all’abbraccio con Berlusconi, lascia cadere lo stendardo del federalismo, in Padania c’è qualcuno che è pronto a raccoglierlo, quanto meno come istanza culturale. Stasera, all’Hotel Duomo di Milano, si festeggia la nascita di una nuova rivista, “Federalismo e Società” […] Vogliamo dare vita a una specie di foyer […] dove si possa discutere di Stato federale, di neoregionalismo e dei problemi connessi, senza pregiudizi ideologici o di parte. Perché nell’Italia della Seconda Repubblica e nell’Europa del dopo Maastricht il federalismo è diventato un argomento cruciale” [10].

Va rilevato, in questo caso, che vi sono stati tentativi di impedire che federalismo indicasse una appartenenza esclusiva di partito (vedi le posizioni di Massimo Cacciari o di Gian Enrico Rusconi fra i molti altri).

6. Società civile

Il sintagma non è registrato dal Dizionario, ma solo dall’Enciclopedia: “nel giusnaturalismo e Kant: il contrario di ‘società naturale’, cioè ‘società politica’ organizzata dai cittadini; Hobbes, Locke e Rousseau: società civilizzata vs. primitiva o selvaggia; Hegel: parte dell’eticità (famiglia, società civile, Stato), preliminare alle leggi; Marx: sinonimo di società borghese; Gramsci: le relazioni economiche fra individui e la negoziazione del potere reale rispetto a quello legale; Bobbio: passo indietro per la soluzione delle crisi della società politica e del potere legale”

Si tratta, in ultima analisi, di un sintagma di origine filosofica, che, soprattutto nella più recente versione di Bobbio, significa semplicemente un passo indietro della politica organizzata nei modi tradizionali, per ripensare la partecipazione dei cittadini e la riformulazione dei programmi. È entrata a far parte del dibattito politico dopo il 1996, nell’ambito del processo che portò alla creazione dell’Ulivo, cioè dell’alleanza di centrosinistra che vinse le elezioni politiche di quell’anno. Inizialmente, la si intesa in senso più o meno proprio, e cioè come richiamo partecipativo. Non a caso il programma elettorale di Prodi fu costruito con il contributo di persone non provenienti dalla carriera politica. Subito dopo, tuttavia, si è assistito a uno slittamento progressivo, fino a raggiungere i significato – assai banalizzato – di “politico non professionista”, o “proveniente dal mondo del lavoro e della produzione”. La neutralizzazione del valore iniziale ha prodotto due immediate conseguenze. Da parte dei fautori della società civile ci si è impegnati nella ideazione di movimenti di vario genere, con una mentalità fortemente anti-partito o addirittura anti-politica. Da parte dei critici, invece, si è cominciato a indicare gli appartenenti alla società civile come nuovi concorrenti della classe dirigente tradizionale, spesso non dotati dell’esperienza, della credibilità e della legittimazione date appunto dai partiti di vecchio tipo. Si legga, ad esempio, questo passo di una intervista a Massimo D’Alema: “Oggi le forme di partecipazione politica su cui sono cresciute le ultime generazioni non esistono più, c’è un effetto di disillusione. Ma la nuova politica è qualcosa che ha uno scarso fondamento culturale ed etico: sono costruzioni precarie, e vanno tutte nella direzione di sostituire la politica con la società civile. E questo non va bene? La società civile è mediamente peggio della politica, perché è portatrice di interessi molto forti, molto individuali, se non illegittimi a volte feroci, se così li posso definire” [11]. Si noterà come, ancora una volta, si opera uno slittamento di significato, tendente ad attribuire a società civile il senso di organizzazioni variabili (“precarie”) e frutto di interessi (“individuali”, “illegittimi”, “feroci”).


B. Anestesia ed eccitazione

7. Casta

Una casta è, nel Dizionario, “ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati fra loro, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione; est., gruppo di persone che hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti”. Nell’Enciclopedia, invece, il concetto di casta si riferisce originariamente alla società indiana, ed è utilizzato per estensione anche in altri contesti ed in senso improprio anche per riferirsi a qualsiasi gruppo sociale chiuso, anche in società che non sono ufficialmente divise in caste.

La casta in Italia. La diffusione di una versione oggi strettamente politica del lessema dipende dall’omonimo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, che a sua volta prende spunto da una frase di Walter Veltroni: “Quando i partiti si fanno caste di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi e affronta nei vari capitoli i diversi aspetti della politica, mettendo in luce gli sprechi, gli scandali e i privilegi ingiustificati”. L’uscita del volume nel 2007 e il suo straordinario successo hanno aperto un acceso dibattito in tutt’Italia su come tamponare le situazioni paradossali descritte nel volume. Alcuni sostengono che l’inchiesta sia diventata una sorta di manifesto del movimento dell’anti-politica, tanto che sono usciti anche altri libri che riprendono gli stessi contenuti (ad esempio Impuniti di Antonello Caporale). Inoltre i due autori hanno scritto un secondo libro che è un ideale seguito del primo best-seller: La deriva, dedicato stavolta alle contraddizioni del sistema Italia, e con un capitolo che riprende i contenuti de La casta. Possono considerarsi una continuazione ideale due saggi di Stefano Livadiotti, L’altra casta. L’inchiesta sul sindacato del 2008, e Magistrati. L’ultracasta del 2009. Ma, ecco, assistiamo nuovamente a ulteriori slittamenti semantici.

Leggiamo dall’articolo di Piero Ostellino comparso dopo l’uscita del libro. “Siamo un popolo di sudditi e non di cittadini. Così la Casta sopravviverà. Non riusciamo a tradurre le reazioni a sprechi e privilegi né in azione né in pensiero politico. Dalle reazioni di molti lettori […] viene fuori un deprimente spaccato di chi siamo. Antropologicamente, siamo un popolo di sudditi, non di cittadini. Non siamo neppure capaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico. Chiacchieroni di uno scompartimento ferroviario, esauriamo la nostra protesta nella retorica populista e nell’ anti-politica qualunquista. Ha letto La Casta? Ha visto quanto guadagna un sindaco? Se penso a mio figlio che fa l’impiegato all’Enel e non ce la fa ad arrivare a fine mese… Lo sa che il Quirinale costa quattro volte Buckingham Palace? Ma, poi, nessuno sembra capire che – quale che sia il governo in carica – la fonte degli sprechi, delle inefficienze, dei privilegi è lo Stato interventista e invasivo; sono la burocrazia pletorica e costosa; il parassitismo diffuso e protetto. Nessuno sembra capire che, ai vertici dello Stato predatore, un’oligarchia vorace e irresponsabile (la Casta) rastrella più ricchezza che può dalla popolazione per redistribuirla a se stessa e ai propri clienti” [12].

Una casta, insomma, è sostanzialmente un gruppo di potere orientato al rastrellamento del denaro attraverso la politica, e l’uso del termine accresce la denigrazione verso i suoi presunti appartenenti.

8. Escort

Sorpresa: non esiste in italiano! In inglese significa: “scorta (armata) a cose e persone; accompagnatore di persone, per protezione o cortesia, durante viaggi o visite” .

Ecco il primo riferimento della parola escort a prostituta nel lontano 1987 “Due fra le più note riviste per soli uomini (o uomini soli) che si contendono a suon di milioni di dollari Fawn Hall, l’ormai celebre segretaria della Casa Bianca coinvolta nello scandalo Irangate, rimarranno deluse. [...] Per il momento la Hall rimane molto irritata, soprattutto per il fatto che una rivista sugli escort service (i servizi di dame di compagnia per uomini soli) ha pubblicato una sua foto in copertina” [13].

Ed ecco invece il primo articolo caso Berlusconi-escort nel 2009: “Cinque ragazze già ascoltate dagli investigatori. L’accusa precisa di una di loro: ‘Mi hanno pagata per passare due notti a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi’. E un fascicolo della magistratura con un’accusa chiara: induzione alla prostituzione. La procura di Bari sta indagando su un presunto giro di prostitute che, partendo dalla Puglia e non solo, avrebbero partecipato alle feste organizzate dal premier a Palazzo Grazioli e Villa Certosa. Berlusconi non è indagato e rimanda al mittente tutte le accuse indirette: È solo spazzatura tuona da L’Aquila. È sotto indagine, però, un giovane imprenditore di sua conoscenza, Gianpaolo Tarantini, classe 1975, barese di nascita ma ormai romano d’adozione. L’uomo avrebbe conosciuto Berlusconi in Sardegna lo scorso anno quando ha affittato una casa a pochi passi da Villa Certosa […] Tarantini avrebbe contattato molte donne, spesso escort, perché partecipassero alle feste di Berlusconi […]” [14].

Si tratta, in apparenza, quasi di una forma di autocensura – che oggi sarebbe decisamente rara – nel linguaggio di cronaca. Piuttosto, si può pensare all’ennesimo slittamento semantico: si mantiene, sì, l’idea della prostituzione contenuta potenzialmente nella parola, ma si suggerisce anche l’idea del lusso e dell’“alto bordo” delle ragazze reclutate a pagamento, suggerendo così il concetto di una organizzazione sociale delle classi dirigenti dotate di risorse economiche. Escort, insomma, nasconde un’ideologia di classe, che rende politicamente più efficace l’uso del termine.

9. Barone

Dal Dizionario: “fig., Chi esercita e amministra un grande potere economico; chi, in un ambiente professionale, è fornito di un certo potere e autorità e ne dispone con abuso e senza controllo, per tornaconto personale”. A dire la verità, l’utilizzo politico di barone risale ai movimenti del ’68, quando così veniva definito un professore ordinario capace di determinare le scelte sociali dell’Università. Successivamente, è stato esteso agli ambienti della medicina ospedaliera (spesso anche loro universitari), e oggi è diventato onnicomprensivo. Al punto che qualunque professore, ma anche qualunque dirigente amministrativo, è un barone. La conseguenza è quella di associare questa terminologia con un presunto sistema di privilegi esistente nelle organizzazioni sociali pubbliche, soprattutto nella scuola e nelle amministrazioni. Si vedano alcuni esempi:

“Quando il barone è a mezzo servizio. Non è la prima volta che la magistratura punta gli occhi e tira le reti sull’assenteismo dei medici. Dalle deplorazioni, dalle sospensioni si è passati alle manette. L’uomo della strada ne trae la sensazione di un abissale degrado della deontologia […] È ottimista sulla correttezza della categoria Alessandro Pellegrini, primario del “Centro cardiochirurgico De Gasperis” di Niguarda: ‘Non intendo fare difese corporative. Ma, per quel che conosco, per la realtà milanese, penso non si possa parlare di un degrado della deontologia medica. Magari, ci sarà qualche pecora nera. Ma dove non ci sono? Qualcuno contesta la concezione del chirurgo a orario, del medico burocratizzato e si richiama all’autonomia morale. Ecco la nostra ricetta per eliminare i baroni’” [15].

Ed ecco alcuni passi concernenti le proposte studentesche avanzate dall’Onda: “Abolire le due fasce di docenza, associati e ordinari, unificandole, per combattere i concorsi pilotati dai baroni […] Un altro dei punti è il finanziamento diretto dei gruppi di ricerca, senza passare per i docenti” [16].

Infine, un commento di Mario Pirani alla prossima riforma Gelmini: “Non ho dubbi sulla buona volontà del ministro, meno certo sono sulle sue possibilità di superare le ostilità trasversali delle varie consorterie accademiche e di partito che si frappongono alle misure più significative da lei annunciate e sempre rinviate. Già in una precedente rubrica ho segnalato i trabocchetti predisposti […] Mi scrive, ad esempio, una ricercatrice di Storia moderna sulla questione centrale del concorso unico nazionale che dovrebbe tagliare l’erba sotto i piedi al clientelismo localistico e alle parentopoli, oggi imperanti: ‘Si continuerà ad andare avanti in virtù di accordi e spartizioni tra ordinari (qui il mio, lì il tuo, oggi il mio, domani il tuo etc.). Tutto questo non è il prodotto della mente del ministro, ma dei suoi consulenti e dello stesso Cun, cioè di coloro che da sempre governano l’università e provocato le storture’. Un ordinario di Letteratura italiana contemporanea, intervenendo anche lui sulla questione decisiva dei concorsi, invece, afferma che: ‘…Se ne deduce che per qualche Ateneo sarebbe forse conveniente sul piano finanziario sostituire gradualmente una certa percentuale di vecchi baroni con contrattisti, scelti in piena discrezionalità (tra giornalisti, personaggi della tv e dello spettacolo, esponenti del mondo dell’impresa e delle professioni, o anche politici di secondo rango)’” [17].

10. Questo/a

L’ultimo vocabolo che testimonia dell’uso anestetico o eccitativo del linguaggio politico è piuttosto sorprendente. Si tratta, infatti, del deittico questo/a. Ecco la definizione del Dizionario: “persona o cosa vicina nello spazio o nel tempo a chi parla; intensivo: questo schifo di musica, questa benedetta pioggia”. Come si vede, è previsto dall’italiano l’uso intensivo dell’aggettivo, ma di solito deve essere accompagnato da un altro termine che ne stabilisce l’isotopia euforica o disforica, e consente il suo rafforzamento. In politica, tutto ciò è omesso, dato per scontato, e l’intensità determina ragionamenti impliciti spesso abbastanza paradossali. Si leggano questi quattro esempi:

“Centomila in Piazza del Duomo per la protesta del Polo. Record di applausi per Fini quando attacca il capo dello Stato Berlusconi: questa sinistra è un regime. È un sistema felpato, in guanti bianchi, non porta i carri armati, ma pretende subalternità” [18]. Come si vede, “questa sinistra” è denigrativo – e va bene -, ma presuppone inferenze curiose. Ad esempio, che se la sinistra fosse un’altra non dovremmo parlare di “regime”. Pertanto, la colpevolizzazione degli opponenti è raddoppiata, e trasforma in vittima giustificata i protagonisti dello schieramento alternativo.

“È strano e curioso che una frazione della sinistra si sia tirata addosso la responsabilità, anche con una certa dose di primitiva ingenuità, di aver fatto cadere questo governo – attacca il vicepremier . Allora io vi dico una cosa da vecchio: non serve il Partito Democratico per capirlo. Che questa sinistra non va bene ce lo ha insegnato già il Pci, questa sinistra non serve al Paese. Quale sinistra? Quella dei dissidenti, delle ‘piccole schegge’, di chi ‘si è sottratto al mandato degli elettori’” [19]. Le parole di Veltroni ripetono, a sinistra, il medesimo schema di Berlusconi. “Questa sinistra” denuncia la contraddizione di “frazioni” interne, riprendendo, senza dirlo, il vecchio slogan di Lenin su “l’estremismo, malattia infantile del comunismo”. E infatti le qualificazioni (“primitiva ingenuità”, “piccole schegge”, che lascia intendere “impazzite”) sono assolutamente evidenti.

“Prodi: questa maggioranza non ha alternative se realizza il programma” [20]. Ci troviamo nel caso assolutamente opposto. Si legittima una maggioranza come unica possibile. Ma, ancora una volta, l’aggiunta “se realizza il programma” introduce ambiguità, perché alimenta l’idea o la minaccia di nuove alleanze laddove il programma invece non sia eseguito.

“Sulle intenzioni di questo governo nella lotta all’evasione fanno testo lo smantellamento di un insieme di importanti provvedimenti di prevenzione dell’evasione e la riduzione delle sanzioni in caso di mancato o ritardato pagamento delle imposte” [21]. Siamo dinanzi all’uso complementare da parte del centrodestra della medesima accezione euforizzante, attribuita come nel caso precedente, a “questo governo”.


C. Piccola conclusione come proposta introduttiva

Abbiamo dunque visto, per grandi linee, i due tipi di strategia discorsiva messi in atto nell’attuale linguaggio politico, con una prevalente sistematicità da parte della destra. Il primo consiste non solo nell’elaborazione di un uso linguistico (stile comunicativo, idioletti e socioletti di appartenenza) fondato sulla neutralizzazione semantica e sull’eventuale riformulazione dei significati lessematici, ma anche nello spostamento di intere porzioni del sapere comune, che sono anestetizzate, spostate, deviate. Nel secondo caso, invece, ci troviamo dinanzi a un lavoro stilistico ancor più sottile [22], che tende a costruire una dimensione passionale del discorso, disforizzandolo o euforizzandolo a seconda della bisogna. Questa seconda tendenza si appoggia fortemente sui media, che per natura la seguono costantemente.

Quel che ne deriva è che il discorso politico, oggi, produce forme di manipolazione degli utenti di grandissima efficacia, basate sostanzialmente sull’abbassamento delle consapevolezze linguistiche e culturali della popolazione. A mio avviso, l’unico progetto che rimane a coloro che ancora tengano alla cultura come visione critica dei fenomeni che ci circondano è quello di lavorare sull’analisi e sullo smascheramento. Insomma, se mi si contente una citazione marxiana fuori tempo e fuori moda: “la rivoluzione non c’è stata; bisogna ancora leggere molto”.

Note
[1] Io stesso mi sono cimentato nel 1992, con Stefano Magistretti e Anna Maria Testa, nella produzione di un documentario non ufficiale sul “vuoto spinto” del linguaggio politico, che fu utilizzato dal Pci per la campagna delle elezioni politiche di quell’anno.

[2] I. Calvino, L’antilingua, in Una pietra sopra, Einaudi, Torino, 1980, pp. 122-126.

[3] Vedi in proposito D. Fortis, Il dovere della chiarezza. Quando farsi capire dal cittadino è prescritto da una norma, in “Rivista italiana di comunicazione pubblica”, n. 25/2005, 2005 e Id., Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire, Quaderni del MdS, 2003.

[4] A. Korzybski, Science and Sanity, Institute of General Semantics, New York, 1933; S.I. Hayakawa, Language in Thought and Action, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego, 1949; S. Chase, The Tyranny of Words, Methuen, New York, 1938; Id., Power of Words, Harcourt, Brace & World, New York, 1953.

[5] G. Bateson, Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Co., Los Angeles, 1972.

[6] Vedi in proposito il mio Come nella boxe, Laterza, Roma-Bari, 1998.

[7] “Il Foglio”, 30 aprile 2003.

[8] Si intende con “sintagma bloccato” un’espressione immodificabile nella sintassi e nel significato delle sue componenti, che dunque si trasformano in lessema unico. L’esempio è “casa di campagna”, non trasformabile in “casa della campagna”. Ha coniato questa dizione Giacomo Devoto.

[9] “Corriere della Sera”, 30 marzo 1994.

[10] “Corriere della Sera”, 15 febbraio 1994.

[11] Dal sito www.massimodalema.it. La data è gennaio 2001.

[12] “Corriere della Sera”, 23 giugno 2007.

[13] “Repubblica”, 6 marzo 1987.

[14] “Repubblica”, 18 giugno 2009.

[15] “Repubblica”, 22 maggio 1984.

[16] “Repubblica”, 17 novembre 2008.

[17] “Repubblica”, 13 luglio 2009.

[18] “Corriere della Sera”, 4 maggio 1997.

[19] “Corriere della Sera”, 25 febbraio 2007.

[20] “Corriere della Sera”, 27 luglio 2006.

[21] “Repubblica”, 31 luglio 2009.

[22] Faccio riferimento allo stile secondo la formulazione che ne dette Charles Bally, Le Langage et la Vie, Atar, Genève, 1913, che parlava di “linguaggio in azione”, orientato alla produzione di sentimenti ed emozioni nel lettore/ascoltatore. Un suo esempio assai efficace è dato dalla frase “la mamma è sempre la mamma”, che è cognitivamente in apparenza tautologico, ma in verità si basa su una contraddizione (la frase giusta dovrebbe essere “la mamma è sempre una mamma”), che porta a caratterizzare sentimentalmente la maternità attraverso l’antonomasia.
Un saggio su Gramsci e il Risorgimento di Raul Mordenti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 21 febbraio 2011


ANTONIO GRAMSCI: IL RISORGIMENTO

 

 
Il successo della lettura di un brano di Antonio Gramsci al festival di Sanremo ci ha suggerito l'idea di proporvi la lettura dei suoi scritti sul Risorgimento che potete scaricare on line: SCARICA

Già che ci siamo riproponiamo un saggio di Raul Mordenti apparso sul mensile SU LA TESTA nel maggio 2010


I COMUNISTI, GRAMSCI E IL RISORGIMENTO
di Raul Mordenti

1. Ci troviamo di fronte (e per molti del tutto inaspettatamente)alla crisi dell’unità nazionale e dello Stato-nazione; questo binomio è attaccato simultaneamente: “dall’alto”, per il prevalere dei meccanismi decisionali superstatuali (e dunque assolutamente a-democratici) propri della globalizzazione capitalistica e della dittatura delle banche che governano l’Europa dell’euro, e però anche “dal basso”, per il riemergere di tensioni localistiche, “comunitarie” e micro-scioviniste di difesa delle “piccole patrie” di cui la Lega Nord si è fatta interprete politica.
Non sfugge come i due processi siano in realtà uno solo, e che proprio in tale nesso paradossale con la globalizzazione capitalistica risieda la forza penetrativa della proposta della Lega fra le masse popolari, così che il Governo della destra si presenta, al tempo stesso, come concausa potente della crisi (perché garantisce in Italia i diktat del capitale finanziario globalizzato) e come pseudo-soluzione demagogica di essa.
Se questo è vero, la forza della Lega deve essere da noi valutata come in pericolosa ascesa (anzi a me sembra appena all’inizio delle sue capacità devastanti), perché essa si dimostra capace di legare coerentemente una proposta economico-sociale (l’accanita difesa dei più deboli fra i forti) con un immaginario securitario fortissimo e diffuso, nutrito dai profondi umori razzisti della feroce “brava gente” di questo infelice Paese.
Mutatis mutandis è questo razzismo “all’italiana” (cioè ipocritamente denegato ma profondo ed operante, cioè pronto a uccidere) la vera base di consenso anche delle formazioni neo-fasciste e neo-razziste fra la plebe delle periferie urbane, un consenso già oggi assai preoccupante che mi pare tuttavia destinato a crescere.
Con tutto ciò dovremo fare assai duramente i conti nel prossimo futuro. Il confine fra farsa e tragedia è infatti assai labile, e l’attuale comicità dei Borghezio, dei Gentilini e dei Fiore scomparirebbe in un attimo di fronte a una crisi economico-finanziaria dispiegata, cioè la proposta secessionista di tipo (pseudo-)etnico “sloveno” o “kossovaro” diventerebbe di colpo credibile e fortissima se l’Italia fosse direttamente investita da una crisi conclamata di tipo greco (o argentino), insomma da una crisi capace di annichilire in poche settimane, o in poche ore, sia i risparmi della piccola borghesia, sia il credito della piccola e media industria e sia milioni di posti di lavoro del proletariato vecchio e nuovo. Non credo che in una tale situazione di “si salvi chi può!” sarebbero la grande Banca Europea e i suoi agenti in Italia a difendere un minimo di convivenza civile fra indigeni e migranti e neppure l’unità statuale del Nord con il Sud d’Italia.

2. Per questo -e non solo per l’occasione banale del centocinquantesimo anniversario della conquista regia sabauda(1)- occorre che i comunisti rimettano oggi al centro della loro riflessione, e della loro azione politica, il tema dell’unità nazionale. Intendo dire che se, come sembra, dovremo noi comunisti difendere l’unità della Repubblica italiana, allora occorrerà chiarire bene (anzitutto a noi stessi):
a) cosa intendiamo per unità nazionale e
b) in cosa consistano per noi e per la nostra classe i valori positivi di tale unità. Sembra infatti evidente che non possiamo noi limitarci ad essere solo parte (e parte necessariamente subalterna) della difesa dell’unità nazionale condotta dall’arco di forze che va da Napolitano a Fini, passando per Draghi.
Quell’idea borghese e tradizionale di unità nazionale manca infatti di un tratto per noi assolutamente determinante, che consiste nel principio di inclusione nello Stato-nazione Italia delle masse popolari, e tanto più di quella frazione decisiva della nostra classe che è oggi la popolazione migrante, cioè i settori in continua crescita di proletariato non indigeno.

3. Come sempre quando si tratta di pensare originalmente eppure rigorosamente, il “ritorno a Gramsci” ci può aiutare. Come è noto, Gramsci analizza il Risorgimento nazionale trovando in esso le radici e le tracce di una debolezza storica della borghesia italiana e della sua rivoluzione mancata(2). La radicalità dell’analisi gramsciana fu in realtà assai meno condivisa nel Pci di quanto si potrebbe credere, per motivi che sarebbe troppo lungo analizzare in questa sede: limitiamoci a dire che la “destra” del Partito vedeva in quell’analisi una delegittimazione troppo drastica dello Stato borghese, e dunque il rischio di una posizione rivoluzionaria, mentre la “sinistra” del Partito leggeva in quella critica la riproposizone del paradigma dell’“arretratezza”, che poteva condurre alla subalternità nei confronti delle spinte innovatrici del neo-capitalismo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Negli uni come negli altri pesava inoltre una sorta di timidezza di fronte agli attacchi portati alla posizione di Gramsci dal liberale Rosario Romeo sul terreno propriamente storiografico, con l’argomentazione secondo cui il sacrificio del Sud era stato in effetti cosa buona e giusta essendo servito per una sorta di accumulazione primitiva interna, e dunque per il decollo del capitalismo italiano a Nord, il quale sarebbe stato invece impedito dalla diffusione a Sud di una piccola proprietà contadina di tipo “giacobino” rimpianta da Gramsci. Così, come spesso accadde anche per altre questioni cruciali, Gramsci fu nel Pci assai più citato che compreso e utilizzato. E prevalse fra i comunisti una linea “ossessivamente unitaria”, a cui forse non fu neppure estraneo il fatto che la serie dei segretari del Partito (Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer-Natta) fu tutta senza eccezioni fatta di compagni – per dir così – appartenenti all’ex Regno del Piemonte, una circostanza davvero singolare che forse contribuì alla vistosa incapacità dei comunisti italiani di cogliere i limiti permanenti dell’unità nazionale, soprattutto per ciò che riguardava il Sud d’Italia (e dunque alla strutturale debolezza del Pci in quelle parti del Paese).
Restò soprattutto largamente incompresa e inutilizzata la dura critica di Gramsci a proposito del ruolo svolto nel Risorgimento italiano dalle “classi colte”, cioè – in sostanza – a proposito del carattere retorico-letterario dell’unità nazionale italiana.

4. Scrive Gramsci: “Un’altra trivialità molto diffusa (..) è quella di ripetere in vari modi e forme che il moto nazionale si poté operare per merito delle classi colte. Dove sia il merito è difficile capire.
Merito di una classe colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua funzione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza intima.”
E giustamente Gramsci conclude l’analisi comparativa delle culture storiche italiana e francese a proposito della nazione: “Nazione-popolo e nazione-retorica si potrebbero dire le due tendenze.”
Altrove Gramsci parla del nesso Gioberti-Croce, cioè della funzione decisiva svolta per l’unità nazionale dall’impostazione giobertiana che consisteva, in buona sostanza, nel delineare un principio di identificazione nazionale che sarebbe consistito nella tradizione culturale, cioè in ultima analisi letteraria, della nazione italiana. In altre parole: questo popolo privo per secoli di libertà, di Stato, di esercito, di comunanza economica e sociale, di governo unitario, sarebbe stato tuttavia unito da sempre, e questo per la sua capacità di produrre una letteratura nazionale avant la lettre, insomma per il solo fatto di avere visto nascere nei suoi confini Dante, Petrarca, Boccaccio e via seguitando. Anzi, per un meccanismo di risarcimento ideologico (cioè rovesciato) che a noi oggi appare del tutto tipico dei poveretti, questa posizione sostiene che quanto più questo Paese è stato miserabile e schiavo, tanto più esso ha però esercitato un Primato “morale e civile” (cioè, ancora una volta: retorico-letterario) sul resto dell’Europa e del mondo, in quanto espressione organica e diretta prima dell’Impero romano e poi della Chiesa cattolica. Così il Giusti, citato ironicamente da Gramsci: “noi eravam grandi e là non eran nati”.
Queste idee giobertiane non furono solo di Gioberti; per venire ad un autore laico che fu importante anche per Gramsci, esse reggono anche – a ben vedere – tutta la grande costruzione ideologica della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis (1817-1883). Sarebbe difficile sopravalutare l’importanza che quel paradigma, continuamente riproposto fino ai nostri giorni in innumerevoli altre storie letterarie “ad uso dei Licei”, ebbe nelle nostre scuole e università e, insomma, il ruolo decisivo che quella costruzione ideologica giocò nel “fare gli italiani” (cosa assai più difficile e complicata, come si sa, che “fare l’Italia”). Secondo questa idea-forza, ripetuta ossessivamente e unanimemente dai nostri apparati culturali post-risorgimentali fino a diventare senso comune, l’Italia come entità autonoma ed unita ci sarebbe stata da sempre (o dal Duecento almeno) giacché erano esistite una lingua e una letteratura italiana(8); si trattava ora solo di dare a questa entità nazionale il suo Stato unitario, anzi di restiturglielo, dato che (non certo a caso!) un tale processo veniva chiamato Ri-sorgimento, come se si trattasse di far tornare a nascere un qualcosa che c’era già stato “prima”.
In altre parole: nel disegno che possiamo per comodità espositiva definire “giobertiano-desanctisiamo”, veniva “inventata”(9) una tradizione nazionale, la narrazione di una coscienza letteraria eccellente e da sempre unitaria anche se espressa da un popolo-nazione temporaneamente diviso e casualmente servo.
E si comprende così anche il mito di Dante e il suo “uso politico”, così importante nei decenni a cavallo dell’unità nazionale:
Dante inteso come padre della patria perché padre della nostra lingua e della nostra letteratura, e questo spiega anche come mai impadronirsi del suo mito (insomma: tirare padre Dante per la giacchetta dalla propria parte) divenisse problema politico decisivo per le diverse tendenze che si contendevano l’egemonia del Risorgimento: Dante testimone sommo dell’eterno spirito cattolico dell’Italia oppure Dante profeta della fine del potere temporale dei Papi e loro esemplare vittima? Insomma: Dante guelfo o Dante ghibellino? Per quanto oggi possa sembrare strano, dal modo in cui venivano sciolti questi nodi derivava un asse etico-politico, oppure un altro, per il neonato Stato-nazione Italia.

5. Gli studi che si sono accumulati dopo la morte di Gramsci ci permettono di capire meglio questa costruzione ideologica e anche di apprezzarne meglio i gravissimi limiti; in essa molto, davvero troppo, andava perduto.
Dal punto di vista storico-letterario (che non ci interessa qui prioritariamente) andavano perduti tutti i secoli compresi fra la fine dell’Impero romano, oggetto di studio della letteratura latina, e il manifestarsi letterario del “volgare di sì” (un “buco” di circa sette secoli, mai più recuperato nelle nostre scuole!); così come andava perduta tutta la letteratura scritta in Italia e da italiani ma non in lingua italiana, a cominciare da quella in latino, che pure è tanta parte anche delle “tre corone” (per non dire della letteratura medievale e umanistica e fino al Seicento inoltato) fino a quella in lingua francese (si pensi solo ai Mémoires di Goldoni: gli italiani colti scrivono in francese fra Sette e Ottocento, Manzoni compreso), e andava perduta completamente la letteratura dialettale, talvolta in Italia davvero straordinaria, e basti dire che il grandissimo Belli non è neppure citato dal De Sanctis, e da tutti i tanti che seguirono la sua strada; così come venivano del tutto trascurati, lasciati fuori da quella narrazione oltre che del concetto stesso di “letteratura”, interi generi letterari e tipologie di testo.
Ma soprattutto quel fondamento retorico dell’unità nazionale si rivelava debolissimo dal punto di vista politico: mentre in altri Paesi l’asse dell’unità nazionale veniva individuato in cose come la lotta contro le tasse, o in un esercito nazionale, o in un assetto economico più razionale etc., da noi tale asse era cercato e trovato in una tradizione retorico-letteraria, per giunta largamente inventata.
 
Per capire tutta la intrinseca debolezza di una tale scelta basti riflettere al fatto che in Italia nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta (72% fra i maschi, 84% fra le donne!) con punte del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia; dieci anni dopo l’Unità gli analfabeti erano ancora il 72%, e secondo l’ISTAT ancora nel 2001 ci sono 782.342 italiani/e che non sanno né leggere né scrivere.
Cosa poteva significare la tradizione retorico-letteraria nazionale per tutti costoro, cioè per il nostro popolo? E cosa significò per loro l’unità nazionale, se non coscrizione obbligatoria, guerre, tasse e carabinieri?


6. Questo vizio d’origine della nostra unità nazionale non è dunque secondario né contingente; e non è questa idea tradizionale e retorica di nazione che noi comunisti possiamo difendere o (peggio) illuderci di restaurare, magari con qualche mostra e qualche monumento in più in occasione del centocinquantesimo.
Anche perché all’antica estraneità della nostra gente nei confronti dello Stato-nazione se ne è aggiunta oggi un’altra, forse ancora più radicale, che si connette alla presenza dei migranti: nel 2008-9 (secondo il Rapporto sulla scuola in Italia della Fondazione Agnelli, Laterza, 2010) l’8% della popolazione scolastica italiana (629.876 ragazze e ragazzi) era fatto da cittadini stranieri; nel 1998-99 la percentuale era solo dell’1%, e fra dieci anni (alla faccia di tutti i Calderoli e le Gelmini) essa oscillerà fra il 20 e il 30%. Questi ragazzi ci portano la ricchezza straordinaria del loro vivere le culture a cui appartengono naturalmente “in contrappunto”, per usare un bel concetto di Said che fu molto caro al nostro Giorgio Baratta.
“Contrappunto”
significa che le culture si incontrano nella pluralità, e che però il “suono” di ciascuna rimane udibile nell’incontro col suono dell’altra, e anzi che proprio e solo da un tale intreccio nascono inedite e meravigliose armonie; a ben vedere, le culture sono nate e si sono sviluppate sempre così, cioè sempre e ovunque mescolandosi, ed è per questo che la differenza fra le culture è una straordinaria ricchezza, non una condanna, purche si sia capaci di incontro, e di ascolto.

7. Qual è allora per noi l’elemento unificante dello Stato-nazione Italia? Che cosa è in grado di farci sentire parte di un’unica comunità statuale-nazionale, se questo non è e non può più essere per noi né la letteratura né l’“etnia” né la religione e meno che mai l’ambiguo concetto (intinsecamente fascista) di un nesso fra “suolo e sangue”, cioè fra l’entità geografica italiana e i suoi abitanti indigeni?
Questo elemento politico e culturale (nel più ampio senso di queste parole) è la Costituzione, perché in essa il principio di inclusione spetta a tutti e a tutte, e si presenta sotto forma di garanzia e promessa di diritti uguali per tutti e tutte, esplicitamente annullando (nell’art.3) le differenze “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e dunque più ancora rinnegando ogni interpretazione sostanzialistica di tali differenze; non è certo un caso che la Costituzione fruttifichi dall’episodio più rilevante di protagonismo politico delle masse popolari della nostra storia, la Resistenza.
La Costituzione è la nostra patria, l’unica (a parte il mondo intero, naturalmente).

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