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di Ignazio Licciardi
All’inizio della seconda decade del XXI secolo, l’idea della rete non è più una novità. Dobbiamo concentrarci sulla diversa sostanza dei dati, piuttosto che romanticizzarla con conclusioni irrazionali adatte solo a soggetti privilegiati quali siamo.
post pubblicato in Diario, il 3 aprile 2011


Gayatri Chakravorty Spivak: Leggere la svolta globale


 

[Pubblichiamo per intero sul sito l'intervento della Spivak, che su Alfabeta2 è apparso livemente accorciato per ragioni di spazio.]

(traduzione di Gian Maria Annovi) 


Dubito che l’emergere degli “studi sulla dominazione occidentale” abbia molto a che vedere con gli effetti della globalizzazione. Nel movimento complessivo verso la sociologia della conoscenza originatasi con L’ideologia tedesca, si tratta soprattutto di sottogruppi identitari, che mutano al mutare della storia.

La trasformazione generale del mondo è avvenuta in modo così iniquo che chiamarla “generale” è dare per dimostrato ciò che ci eravamo proposti di provare: considerare “il mondo” una network society, prima di cercare esempi del contrario. La network society è la condizione e l’effetto del movimento del capitale digitale. Per filosofi della politica come Jon Elster, la teoria del valore-lavoro pare semplicemente sbagliata e Gramsci un “marxista del cavolo”. Per quelli come John Roehmer, il marxismo, dimostratosi inutile, s’è ridotto a disciplina letteraria. (1) Io non mi sono formata in nessuna delle discipline elencate nel vostro programma: sociologia, antropologia, filosofia, storia e geografia. La formazione disciplinare ci insegna a costruire un oggetto conoscibile e, per quanto interdisciplinari possiamo diventare, non perdiamo più tale abitudine acquisita. La mia, di formazione, mi obbliga a osservare che continuiamo a ritenerci soggetti di ricerca trasparenti, capaci di produrre cambiamento. Perciò, anche se comprendo il punto di vista dei colleghi appena citati, voglio aggiungervi quelle che sono le intuizioni di una capacità di lettura, lettura del mondo, della cosiddetta svolta globale.

Le discipline umanistiche ci insegnano la performance epistemologica. Non ho idea di come un economista legga la teoria del lavoro-valore, ma se letta come testo di un desiderio di cambiare il mondo, una lettrice esperta può supporre che, nel proporla, Marx stesse suggerendo che la commensurabilità (cioè la forma-valore) possa calcolarsi in lavoro, non solamente attraverso un equivalente generale. Il valore è una forma vuota, non una cosa economica reale o potenziale. Marx pensava che la cosa-valore (l’oro, secondo lui) perdesse sostanza. Oggi possiamo considerare i dati informatici come un’ubiqua sostanza di valore. Ma cosa di questi dati come cosa-valore può perdere sostanza? All’inizio della seconda decade del XXI secolo, l’idea della rete non è più una novità. Dobbiamo concentrarci sulla diversa sostanza dei dati, piuttosto che romanticizzarla con conclusioni irrazionali adatte solo a soggetti privilegiati quali siamo. È questo il contesto nel quale collocherò cosmopolitismo vernacolare e nuovi soggetti giuridici alla fine di queste brevi considerazioni.

Di questi tempi, con uno stato decimato, grandi università come la mia diventano spesso un’estensione della società civile internazionale. Ma voi avete istituito, in modo saggio io penso, una discussione disciplinare. Non parlerò dunque di “attivismo” diretto, ma mi concentrerò sulla ricerca disciplinare.

Concentriamoci allora sulla sostanza dei dati, senza sentimentalismi e romanticismo:
A) sulle descrizioni dense di ciò che viene messo in rete, con attenzione alla diversità storica della formazione dei soggetti;
B) sulla collocazione delle persone nella rete, la loro relazione (Verhältnis) secondo la logica della struttura, piuttosto che la loro Beziehung o relazione accidentale presentata nei termini di soggetti fatti a immagine del ricercatore;
e C) su ciò che sfugge alla rete.
È C) che m’interessa maggiormente. A uno degli estremi dello spettro di quello che sfugge alla rete ci sono ampi gruppi di persone. Dall’altro, l’evento epistemico-epistemologico. È questo che mi porta a parlare di sistema educativo.

Ciò che le università nei diversi contesti metropolitani devono oggi tenere in conto è che la globalizzazione ci ha proposto un tipo di contemporaneità accessibile, che non ha destituito, ma reso obsolete, le modalità consuete di apprensione della storia. Le metodologie moderne/tradizionali, quelle coloniali/postcoloniali restano appropriate nel loro ambito specifico, ma non sono più utili per capire questa nuova situazione, che sembra prestarsi più facilmente a un approccio quantificato, statistico, e in maniera meno rigorosa, semplicemente aritmetico: democrazia calcolata su tranquille elezioni sorvegliate, pretese epistemiche sganciate dalla realtà, accompagnate da una collezione di curiosità “globali” a mo’di prova.

Chiediamoci piuttosto come noi dobbiamo trasformarci in risposta a questa sfida al sapere, non come aumentare informazioni e denaro nelle spettacolari correnti alternative ai margini delle discipline. Chiediamoci come si può riposizionare la corrente principale delle discipline per far sì che sia noi che i nostri studenti possiamo apprendere in modo differente, invece di separare storia e metodo rigorosi dal fascino di una facile globalità. Queste sfide sono già capitate nella storia, e gli storici dell’intelletto e gli studenti di storia della coscienza ci hanno detto a posteriori come questi cambiamenti sono avvenuti. Così, anche noi dobbiamo rivolgerci a quello che chiamiamo il futuro anteriore, ciò che sarà accaduto a dispetto dei nostri sforzi. Ma nell’università, questi sforzi dobbiamo farli per cambiare nuovamente noi stessi, invece di acquisire semplicemente più sapere.

Il globo, ho scritto nel 1997, è nei nostri computer. Non ci vive nessuno. Il pianeta è della specie dell’alterità, appartiene a un altro sistema; e però lo abitiamo, lo costituiamo. Il pianeta non offre un chiaro confronto con il globo. Non posso dire “dall’altra parte”.

Ho smesso di sperare che il mio uso contro-intuitivo di “pianeta” prenda piede, sebbene in molti abbiano reclamato una “planetarietà” a la Spivak, teologi inclusi. La musicista sperimentale Laurie Anderson, a chi le chiedeva perché avesse scelto di essere l’artista residente alla NASA, ha risposto: “Mi piace l’ampiezza dello spazio. Mi piace pensare agli esseri umani e a che vermiciattoli siamo. Siamo davvero vermi e pulviscolo. In un certo senso, saperlo mi rassicura”.

Lei l’ha detto in maniera più energica, ma io la penso in modo molto simile.(2) Non è un sentirsi custodi del nostro pianeta, sebbene non mi opponga a tale senso di responsabilità. A tal proposito, una buona preparazione epistemologica la offre Cosmopolitiche di Isabelle Stenger.(3)

Il pensarsi custodi del nostro pianeta ha portato a una specie di feudalità senza feudalesimo, associata al metodo della “sostenibilità”. Qualcosa, a differenza dell’imperialismo tradizionale, che non si confronta con l’interferenza epistemica. All’apice, non forma chi vi partecipa in nulla che assomigli alla preparazione epistemologica cui ho accennato pocanzi; la sola preparazione è teleologica, con – al più – un relativismo culturale sconnesso e superficiale. Nel sud globale, i colleghi che si sono fatti avanti sono in una caritatevole relazione feudale con gli ultimi degli ultimi, rappresentati con arcaismo romantico. Credo che le argomentazioni del “cosmopolitismo vernacolare” vengano da una reazione-formazione prodotta dal dare per scontato il soggetto-vittima. È un modo di evitare lo sviluppo selvaggio di una specie di governo mondiale (o “amministrazione” mondiale) in un mondo che deve necessariamente essere impreparato per la cosmopolitheia. L’utilizzo del genere è qui del tutto devastante, come lo è in tutta la società civile internazionale e negli esercizi di sostenibilità. Liberiamo il mondo nel suo significato politico: una costituzione per il mondo, una struttura giuridico-legale astratta che corrisponda alle astrazioni della globalità. Non è abbastanza resistere al significato colloquiale e suggerire, come fa Bruce Robbins, che il cosmopolitismo vernacolare è solo una nuova definizione.(4) Perchè un cosmopolitismo vernacolare funzioni, occorre vi sia un mondo equamente governamentalizzato. Suggerire adesso che le minoranze globali – donne lavoratrici immigrate clandestine – raggiungano il cosmopolitismo, è dimenticare che esse devono esistere in situazioni di divisione di razza e classe dove è impossibile percepire o esercitare quel senso di generale equità che dev’essere l’affermazione definitiva del cosmopolitismo epistemico. Non si può chiamare cosmopolitismo quello di solidarietà ristrette, incuranti dell’origine nazionale nell’oppressione degli immigranti. Il cosmopolita globale di oggi assomiglia piuttosto a questo:

“Il mio informante tipo, questo bell’uomo rilassato, pancetta da stress e vita agiata, che si descrive, di fatto, come un membro della cultura cosmopolita – ottimi contatti telematici, costantemente in viaggio, stipendio in dollari ma domicilio in India, libero di essere globalmente volubile nelle sue capacità, con chiare aspirazioni.”

Lo avevo introdotto tramite la “divisione di genere del lavoro nella cultura della megalopoli: per il marito affari e globalizzazione, per la moglie figli e americanizzazione. Una rapporto che continua a mancare”.(5)

Le rotte commerciali premoderne articolate nella teoria del sistema-mondo si avvicinano parecchio alle varietà del cosmopolitismo maschilista. Il nazionalismo e il continentalismo, oggi affatto defunti, arrivarono a reprimere la svolta globale. E, quando li evochiamo, si fondono con ciò che ho chiamato “civilizzazionismo”.

Dal lato opposto della feudalità senza feudalesimo della svolta globale ci sono i consigli per l’impero, in una forma o nell’altra, nel campo accademico generale; che restano al significato originario di cosmopolitheia. Al lato opposto ci sono coloro che invocano l’impero per l’impero, che dicono che siccome sono potenti, vincendo le guerre portano la pace; che gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi più come un impero. Analisi storiche come quelle di Niall Ferguson o Mark von Hagen possono accettare la discussione dal punto di vista dell’imperialismo come “violazione autorizzante”.(6) C’è chi comprende la “violazione” ma non l’“autorizzazione”: ecco cosa scrive Deepak Lal, “nonostante l’inclinazione nazionalista e marxista, questo primo ordine liberale [l’impero britannico] ha avuto un enorme effetto positivo per il mondo, soprattutto per il più poveri”.(7) Secondo Lal, il presidente Woodrow Wilson avrebbe sovvertito il trattato di Westfalia. La questione epistemologica sta in una semplice formula: “modernizzare senza occidentalizzare”. Ferguson si chiede: “si può globalizzare senza cannoniere?” e, alla fine del suo volume, risponde a favore del “passaggio degli Stati Uniti da un impero informale a un impero formale,” sebbene ciò possa significare “molte più piccole guerre come quella in Afghanistan”. I tre celebri volumi di Joseph Stiglitz rappresentano una posizione liberale dello stato sociale. Stiglitz sa che l’integrazione in un’equa globalizzazione è la sola soluzione per i paesi in “via di sviluppo” e che è responsabilità (“peso?”) dei paesi “sviluppati” trasformarsi di conseguenza. È critico nei confronti del colonialismo del F.M.I. e delle iniquità del O.M.C. ma questo atteggiamento generale riguardo il fardello della popolazione sviluppata porta a un “buon” imperialismo, che è il massimo che ci si possa aspettare.(8) Le “asimmetrie informative” di Stiglitz possono aiutarci, se si presta attenzione alla differenza tra controllo dell’informazione e apprendimento della lettura, informazione o altro. L’idea di educazione di Stiglitz è ovviamente legata all’accesso al mondo del lavoro. Dalla Globalizzazione che funziona, l’enfasi è passata all’imposizione di molti dei suoi ottimi suggerimenti politici per creare un equilibrio tra la sfera economica e i “valori essenziali”.(9) Ma quali sono questi valori? Come sono prodotti? Sono queste domande non molto pratiche a condurre il mio ragionamento. Stiglitz imporrebbe “un comportamento onesto”. Questo cambiamento inizia ad assomigliare all’impazienza giustificata delle lobby per i diritti umani, in ambito locale e globale, che comincia a trasformarsi in imposizione. La convinzione di Charles Tilly che “portare pesi per il bene comune” e far sì che un governo offra un trattamento equo ai subalterni, conduce davvero a una “trasformazione e un rafforzamento,” richiede una produzione epistemologica delle condizioni interne di cittadinanza che potrebbe potenzialmente spezzare le condizioni esterne senza un’interminabile carità globale e un’ossequiosa insistenza sull’imposizione in sé.(10) La soluzione di Obama è la finanza comportamentale. È qui che anche Hardt e Negri si ritrovano conservatori. La loro idea di democrazia ignora il doppio legame tra ipseità e alterità che attraversa la democrazia da Platone a Gandhi. Non posso sostenere la loro concezione dello scenario di oggi, dove l’Impero che nega il sogno Americano, dovrà esser negato da una moltitudine che deve formarsi. “Un universo di network linguistici produttivi”(11) – frase loro – deve considerare che per via dell’immensa ricchezza linguistica del mondo, non riusciamo sempre a capirci (e ciò oltre all’irriducibile incomprensione nell’efficace comunicazione umana, anche monoliguistica) e qualcuno potrebbe voler conservare tale mistero a dispetto della chiarezza da database del capitale globalizzato al servizio di un mondo. Ciò implica che l’esempio dell’Africa è del tutto ignorato. Se si comprendesse l’importanza dell’acquisizione linguistica infantile nell’attivazione dei circuiti metapsicologici della semiosi etica, capiremmo che la globalizzazione stessa è un percorso a senso unico e che il compito delle discipline letterarie è cercare di integrarla. Anche una globalizzazione buona (il sogno fallito del socialismo) richiede l’uniformità che la diversità delle lingue madri deve mettere alla prova. Altrimenti, continuerà a deteriorare a causa di un vuoto in forma d’etica. Questa è una “lettura”. Fatene ciò che ritenete. Il pianeta, non il globo o il mondo, avrà la meglio.

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[Questo intervento, che riprende il testo di una conferenza tenuta a Parigi il 25 Settembre 2010, presso la sede dell’UNESCO, anticipa l’uscita del volume collettivo Le tournant global, a cura di Alain Caillé e Stéphane Dufoix (Parigi, La Découverte, 2012)].

Note


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(1) Dal simposio sul marxismo analitico tenutosi alla Columbia University il 14 settembre 2010.

(2) Per non entrare nel dibattito sul creazionismo, cito Richard Dawkins in questa nota. “Planetario” è ovviamente superiore a “geologico”: “gli organismi viventi esistono a beneficio del DNA e non il contrario… I messaggi contenuti nelle molecole del DNA non quasi eterni se confrontati con la durata della vita individuale. La vita dei messaggi del DNA (a seconda delle mutazioni) si misura secondo unità che vanno da milioni di anni a centinaia di milioni di anni; o in altre parole, da 10.000 a mille miliardi di vite individuali. Ogni singolo organismo dovrebbe essere visto come un veicolo temporale, sul quale i messaggi del DNA trascorrono una frazione minuscola della loro vita geologica” (Richard Dawkins, L’orologiaio cieco, Milano, Mondadori, 2006).

(3) Isabelle Stengers, Cosmopolitiche (a cura di A. Maiarelli), Roma, Sossella, 2005.

(4) Pheng Cheah – Bruce Robbins (a cura di), Cosmopolitics: Thinking and Feeling Beyond the Nation, Minneapolis, Univ. of Minnesota Press, 1998, pp. 1-2.

(5) Gayatri C. Spivak, Megacity, in Grey Room, 1, Fall 2000, p. 11.

(6) Niall Ferguson, Colossus. Ascesa e declino dell’impero americano. Milano, Mondadori, 2006.

(7) Deepak Lal, In difesa degli imperi, Torino, Lindau, 2005.

(8) Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Torino, Einaudi, 2006. Stiglitz – Andrew Charlton, Commercio equo per tutti. Come gli scambi possono promouovere lo sviluppo, Milano, Garzanti, 2007.

(9) Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Torino, Einaudi, 2006.

(10) Charles Tilly, La democrazia, Bologna, Il Mulino, 2009.

(11) Michael Hardt – Antonio Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2003.

www.controlacrisi.it

" ... la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra"(Tonino Tucci)
post pubblicato in Diario, il 25 giugno 2010


A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese
 

Tonino Bucci


A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese. Dalla scomparsa del Pci a oggi è pressoché sparita, dalla coscienza storica degli italiani, ogni traccia degli eventi di quei giorni di cinquant'anni fa. Poco o nulla resta, sul piano simbolico, degli scioperi e delle manifestazioni popolari contro il governo allora guidato dal democristiano Fernando Tambroni, appoggiato dall'esterno dall'Msi. Una flebile traccia delle repressioni sanguinose della polizia contro i cortei operai rimane nella canzone politica. Eppure nessuno si meraviglierebbe se un ventenne di oggi, a differenza di un ventenne degli anni Settanta, non dovesse conoscere a menadito i versi cantati da Fausto Amodei in Per i morti di Reggio Emilia : «Compagno cittadino fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi / Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per mano dei fascisti».
Ma all'immaginario ventenne del nostro tempo non se ne può fare una colpa. Non è una responsabilità sua se la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra. Il meccanismo si è inceppato per cause che ben poco, anzi nulla hanno a che fare con l'indisponibilità soggettiva a conoscere come si sono svolti eventi altamente simbolici del nostro passato. Naturalmente, la scrittura della storia non è un atto neutrale. Come non vedere, ad esempio, la funzione politica del revisionismo storico di cui la destra italiana è stata principale artefice in questi ultimi decenni? Lo smantellamento della memoria resistenziale è andata di pari passo con la legittimazione degli ex missini come personale di governo.

«Chi controlla il passato, controlla il futuro, diceva Orwell. Di questa riscrittura della storia - per dirla con le parole di Paolo Ferrero che ieri ha presentato un ciclo di iniziative del Prc (1960-2010 la Resistenza continua) - l'obiettivo principale è cancellare la memoria delle lotte sociali e il ruolo che comunisti e socialisti hanno avuto nella difesa della Costituzione». Del dopoguerra «si dà l'immagine di un'epoca di progresso continuo sotto il governo della Dc. E invece le spinte repressive e antioperaie erano fortissime». Nel revisionismo storico scompare pure il ruolo storico del Mezzogiorno, laboratorio di lotte, di occupazioni delle terre, fucina di formazione di sindacalisti e quadri politici, di comunisti e socialisti. «Nella vulgata è passata invece l'idea di un Mezzogiorno normalizzato, senza conflitti sociali e politici. In realtà, il livello di repressione nel sud, soprattutto in Sicilia, è stato altissimo. In molti casi, frutto di un intreccio tra mafia e forze di polizia. Spesso si tratta di morti dimenticati. E' persino difficile mantenere le lapidi che li ricordano».
La ricostruzione della storia italiana in chiave revisionistica è avvenuta anche per la miopia - o per la subalternità culturale - della sinistra moderata, «fin da quando Luciano Violante diede la stura per l'equiparazione tra partigiani e repubblichini».

Leggiamoli più da vicino i fatti del luglio '60. Il 30 giugno di quell'anno c'è la convocazione del congresso dell'Msi a Genova, città medaglia d'oro alla Resistenza. C'è una fortissima mobilitazione operaia e popolare, in particolare i portuali. Ci sono scontri durissimi con la polizia, con morti e feriti. Lì c'è l'esordio di un nuovo protagonista, i ragazzi con le magliette a strisce.

Nei giorni a seguire si svolgono anche in altre città manifestazioni popolari di protesta. Scendono nelle piazze lavoratori, sindacati, parlamentari dell'opposizione comunista e socialista. Intanto il livello della repressione da parte della polizia si fa durissimo. E' la fase di scontro nel paese più aspro dai tempi dell'attentato a Togliatti. Il 5 di luglio a Licata, in Sicilia, c'è una manifestazione cntro il carovita e la disoccupazione. La polizia interviene e uccide un manifestante, accorso in aiuto di un bambino picchiato dalla Celere. Il sette luglio a Reggio Emilia la polizia carica un corteo contro il governo Tambroni e uccide cinque persone, cinque operai tutti iscritti al Pci. Della strage rimarrà il ricordo nei versi della canzone di Fausto Amodei, Per i morti di Reggio Emilia . Come pure resterà nella memoria collettiva l'immagine più nitida di quei tempi, quella dei caroselli delle jeep della Celere tra i manifestanti.

L'8 luglio a Palermo c'è lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Un'altra carica della polizia, altri quattro morti. Nel pomeriggio per protesta si forma una manifestazione davanti al municipio. La polizia spara per disperdere i manifestanti. Ci sono trecento fermi, quaranta persone medicate per ferite da armi da fuoco. Sempre l'8 luglio, a Catania, per lo sciopero della Cgil, intervengono le forze dell'ordine. Un edile è massacrato a manganellate e finito con un colpo di pistola. Ci sono scontri anche a Roma dove è solo per caso che non ci scappa il morto. E' Raimondo d'Inzeo, un campione olimpionico di equitazione, oltre che comandante di un reggimento di carabinieri, a guidare la carica a cavallo su un corteo al quale partecipano anche parlamentari dell'opposizione. I contrasti crescono però anche all'interno della Dc. Dopo qualche giorno Tambroni si dimette e il governo cade.
Questa è la storia, da qui iniziano le analogie tra presente e passato.

«C'è una relazione - dice Ferrero - tra le battaglie di cinquant'anni fa e quelle che ci sono oggi, che di nuovo intrecciano la difesa della democrazia con le questioni sociali».

Dalla protesta contro la legge-bavaglio alla resistenza degli operai di Pomigliano contro l'accordo-ricatto della Fiat c'è un sottile filo che ricorda lo scenario del luglio 1960. Con alcune differenze, certo. «Oggi la repressione si scatena più sulle figure "marginali", come Cucchi e Aldovrandi», relegate alla cronaca quotidiana. Anche oggi, c'è un'emergenza sociale, «la disoccupazione tocca livelli altissimi, il disagio è forte ma, rispetto ad allora, non ha strade politiche in cui esprimersi efficacemente». Anche le forme della repressione - a differenza di cinquant'anni fa - sono più sofisticate. Pomigliano docet . «C'è stato un ricatto di tipo mafioso da parte della Fiat. Il ruolo dei mass media, pure, è stato determinante nel costruire l'idea che non ci fossero alternative tra l'accettare l'accordo o perdere il posto di lavoro. Il risultato del referendum tra i lavoratori ha rispedito al mittente l'intera operazione». I segnali di un clima antioperaio ci sono tutti: «il governo dice che bisogna modificare l'articolo 41 della Costituzione e la parte sui rapporti sociali. La Fiat si produce in un colpo di teatro con un diktat che mette in discussione le norme costituzionali sul diritto di sciopero. Draghi, cioè, Bankitalia si lamenta degli eccessivi vincoli in Italia per le aziende». La scena finale del copione prevedeva un plebiscito dei sì tra i lavoratori. «Marchionne ha tentato un'operazione politica. Ma gli è andata male e ha perso».
Di analogia in analogia, questa miscela tra gruppi industriali e destra politica rinvia di nuovo alle vicende di cinquant'anni fa.

Anche allora il governo Tambroni non fu un fulmine a ciel sereno, per il semplice fatto che era l'espressione politica di una parte della società italiana, sostenuta da gruppi industriali e apparati della pubblica amministrazione. Dietro Tambroni c'era un'Italia che non aveva digerito la Resistenza, l'Italia della borghesia e dei ceti medi. Oggi come allora, il tambronismo rimane il vizio d'origine delle classi dirigenti italiane, il segno di un sovversivismo che non esita a disfarsi della regole costituzionali pur di mettere a tacere il conflitto sociale. Siamo l'unico paese in Europa ad avere «una destra che non ha confini alla propria destra».


"Liberazione", 25/06/2010

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2009


Per un futuro di democrazia e libertà

in Italia e in Europa!
 

 

 


 

 

"Sinistra e Libertà"
 

La Destra!?
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2006


Silvio Berlusconi manifestazione Cdl Ansa

Fischi all'inno, saluti romani
e minacce: questa è la destra

Berlusconi: ecco il partito della libertà

Centinaia di migliaia di persone con la Cdl contro il governo Prodi. In piazza Berlusconi incassa il plebiscito interno dell'opposizione. Tre cortei: al Circo Massimo fischi forzaleghisti coprono l'Inno di Mameli. Slogan minacciosi: «Prodi infame per te ci sono le lame».
La giovane destra di piazza | Così sfila il popolo di Silvio
Minacce e insulti | Prodi: governiamo anche per loro

"l'Unità", 3-12-06




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post pubblicato in Diario, il 22 maggio 2006


Camera, via al dibattito

Il Vaticano contro la Bindi
"Posizioni indifendibili"

LA DIRETTA
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Prodi in aula, domani il voto.

Il Cavaliere: "Italiani all'estero non dovrebbero votare, non pagano le tasse...".
L'Osservatore Romano attacca il ministro della Famiglia

Pacs, Bonino a Repubblica RadioTv

"la Repubblica", 22-Maggio- 2006




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Galbraith non è mai stato tenero con i pasdaran del cosiddetto “capitalismo regolamentato”.
post pubblicato in Diario, il 8 maggio 2006


Il liberal Galbraith ci insegna: il mercato è sopraffazione
di Emiliano Brancaccio

“L’Antitrust è uno strumento assolutamente innocuo, del tutto inoffensivo". Una verità che forse farebbe gelare il sangue a Bersani, a Letta e a molti altri esponenti del centrosinistra, non solo in Italia. Eppure “il gigante” John Kenneth Galbraith, morto all’età di 97 anni a Cambridge, Massachusetts, non aveva alcun timore di rivelarla.
Esponente di punta dell’istituzionalismo americano, politicamente un liberal alle soglie del socialismo, Galbraith non è mai stato tenero con i pasdaran del cosiddetto “capitalismo regolamentato”. Ben pochi tra gli esponenti “moderati” del centrosinistra sarebbero dunque scampati alla sua critica, sempre elegantissima e spietata. E la ragione è che in fondo Galbraith non credeva nel mercato, essenzialmente per due ordini di motivi: la profonda, strutturale irrazionalità dello stesso, e la tendenza a privilegiare sistematicamente i soggetti in posizione di dominio.
Si potrebbe obiettare che se un sistema tutela i più forti non si può dire che almeno dal loro punto di vista non sia razionale. Ma la questione è proprio questa. La critica di Galbraith era infatti rivolta alla versione apologetica del concetto di razionalità, quella secondo cui l’azione della concorrenza sul libero mercato avrebbe condotto il sistema economico lungo un sentiero di sviluppo equilibrato, in grado di assicurare il massimo benessere per tutti e non solo per pochi.
Un’idea, questa, alla quale i suoi colleghi di Harvard e di Princeton dedicavano l’intera loro carriera accademica, e che Galbraith si divertiva invece a smontare pezzo per pezzo, con l’aiuto del realismo storico molto più che della logica formale.
In tema di irrazionalità del mercato, una delle più efficaci massime di Galbraith è contenuta non in un saggio ma in un suo breve, godibilissimo romanzo: “Il professore di Harvard” (A Tenured Professor, 1990), dove si legge che "l’irrazionale è reale". Su questa parafrasi hegeliana l’economista di origine canadese aveva del resto già lungamente meditato, come dimostra una delle sue opere più significative: “Il grande crollo” (The Great Crash, 1955), dedicato alla crisi degli anni ’30. In esso Galbraith svelò con dovizia di particolari la meccanica profonda del mercato borsistico, la presenza sistematica e squilibrante, all’interno dello stesso, di “pastori” che fanno i prezzi e di “greggi” che li subiscono, ma soprattutto i rischi di crisi cumulativa impliciti nel meccanismo della leva finanziaria, guarda caso adoperato oggi ben più di allora.
Il libro è oltretutto ricco di aneddoti istruttivi, come quello dedicato a Charles Ponzi, un affarista di origine italiana inventore della famosa “catena” omonima. Questa consiste nell’attirare masse di incauti risparmiatori promettendo loro remunerazioni stratosferiche, che verranno poi effettivamente erogate adoperando i risparmi provenienti dalle successive ondate di investitori. Il sistema si regge quindi su un ciclo monetario del tutto virtuale, senza alcun bisogno di finanziare investimenti realmente produttivi. Basti pensare che Ponzi attirava la sua clientela sostenendo di vendere quote immobiliari di una città della Florida definita “in piena espansione”, ma che in realtà non era altro che un paludoso acquitrino.
Un simile meccanismo ovviamente tiene finché l’afflusso di risparmiatori attirati dalle facili promesse del Ponzi di turno eccede il numero dei vecchi clienti i cui titoli sono venuti in scadenza, e che vanno quindi ripagati. L’abilità del mazziere sta quindi nel prenotare un volo per le Isole Vergini prima che il suo castello di carta gli crolli addosso. A tal proposito Ponzi ebbe evidentemente un attimo di esitazione e finì pertanto i suoi giorni in galera. Ma la procedura da allora si è fortemente affinata, e di catene del genere si scoprono versioni sempre più sofisticate e inquietanti.
Il mercato è dunque innanzitutto un luogo di esercizio del potere: quello di sopraffare il prossimo attraverso un migliore controllo dell’informazione, delle relazioni sociali, persino della psiche degli individui. Operando nel solco della migliore tradizione istituzionalista, Galbraith si è in tal senso lungamente dedicato ai meccanismi di manipolazione delle preferenze individuali da parte delle grandi corporazioni, al fine di dimostrare l’assoluto irrealismo del concetto di “libertà” del singolo, sia esso consumatore, risparmiatore oppure lavoratore.
Il sistema, lasciato all’azione dei “poteri forti” che operano al suo interno, tende cioè a generare effetti perversi, che sembrano di fatto operare in direzione esattamente opposta alle più elementari aspirazioni umane. Mostrando una spiccata sensibilità ante-litteram nei confronti dell’ambiente e di quelli che oggi chiameremmo beni comuni, nel suo bestseller “La società opulenta” (The Affluent Society, 1958) Galbraith sostenne infatti che senza opportuni contrappesi il capitalismo avrebbe fatto sprofondare l’umanità in una infelice esistenza, dominata dall’opulenza privata e dallo squallore pubblico.
Per evitare un simile destino la strada, per Galbraith, è sempre stata una soltanto: costituire dei “contropoteri” in grado di bilanciare la forza soverchiante delle grandi imprese, dei grandi investitori, dei cartelli e dei monopoli (American Capitalism, 1961). In parole povere, bisognerebbe favorire il pieno sviluppo dei sindacati dei lavoratori, delle associazioni dei consumatori e dell’apparato pubblico, sostenendo a questo scopo anche misure espressamente definite “socialiste”, come l’amministrazione dei prezzi e le nazionalizzazioni.
Opinioni, queste, che negli Stati Uniti non hanno mai goduto di largo seguito, nonostante l’estrema notorietà di Galbraith ed i ruoli significativi da lui assunti presso le Amministrazioni democratiche degli anni ’50 e ’60. Ed è certamente indicativo che oggi simili proposte incontrino fortissime resistenze anche nel vecchio continente, in quella Europa che Galbraith aveva spesso indicato come un invidiabile punto di riferimento sociale e culturale.
I contropoteri, insomma, hanno bilanciato molto meno di quanto Galbraith sperasse, e negli ultimi decenni sono stati costretti persino ad arretrare. In una intervista di alcuni anni fa, il nostro cercò di avanzare una possibile spiegazione per questo drammatico regresso: i contropoteri non si sono sviluppati quanto avrebbero dovuto, nel senso che non sono mai stati in grado di coinvolgere gli strati marginali della società, non sono cioè mai riusciti a farsi portatori delle istanze dei giovani dei ghetti, dei poveri delle aree rurali, dei lavoratori situati nei settori residuali e nelle zone periferiche. I gruppi marginali hanno pertanto finito per tramutarsi in un micidiale strumento nelle mani della Reazione. Il loro disagio è infatti divenuto un implicito atto d’accusa nei confronti dei lavoratori sindacalizzati, di quella sinistra pensante e garantita che pure negli Usa ha avuto nei decenni passati un decisivo ruolo di indirizzo e di mobilitazione.
Una lettura, questa, forse tautologica e troppo politicista, che espone probabilmente il fianco alle più classiche delle critiche marxiste. Prima ancora di puntare l’indice sulle manchevolezze dei sindacati organizzati bisognerebbe infatti indagare sulle condizioni strutturali che solo in certi ambiti ne hanno permesso la costituzione e il rafforzamento. Ciò nonostante, sembra difficile non ammettere che Galbraith su questo punto abbia intuito qualcosa di significativo.
In un’epoca in cui la sinistra non appare più in grado di parlare al popolo, in cui larghissimi strati sociali sono lasciati in balia del mercato da un lato e delle peggiori pulsioni plebiscitarie dall’altro, il monito del grande economista risulta quanto mai attuale.

"Liberazione", 8 maggio 2006



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Sì, finalmente, qualcosa va cambiando!
post pubblicato in Diario, il 12 aprile 2006


Politica
Più donne in Parlamento, quasi tutte dell'Unione
di Roberto Monteforte

Si tinge di rosa Palazzo Madama. È il dato sicuro. Saranno 40 le senatrici della Repubblica nella XV legislatura. Un buon risultato, soprattutto in mancanza delle «quote rosa». Erano 24 nella scorsa legislatura pari al 7,9% degli eletti, con il voto del 9 e 10 aprile sono passate al 12,7%. E la percentuale potrebbe ancora crescere. Merito del centrosinistra che ha «eletto» ben 35 rappresentanti a Palazzo Madama. Sono 14 senatrici diessine, almeno 8 quelle di Rifondazione, 4 della Margherita, mentre la lista unitaria di Verdi e comunisti italiani ne ha portate 3 e una la lista «Italia dei Valori». Forza Italia ne ha elette 4 e una Alleanza nazionale.

Camera e Senato, tutti gli eletti dell'Unione

l'Unità", 12-04-06




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post pubblicato in Diario, il 14 dicembre 2005


----- Original Message -----
Sent: Wednesday, December 14, 2005 8:35 PM
Subject: inaugurazione Sede Centro Studi

La Presidenza dell'Associazione 
"Centro Studi e Ricerche Eros e Logos"
è lieta di informare  che,  Sabato 17 Dicembre 2005,
verrà inaugurata dal Sindaco di Monreale,
Dott. Salvatore Gullo,
la nuova Sede del Centro
sita in Monreale, Corso Pietro Novelli n.39.
 
Nella stessa giornata,
la pittrice Agata Fasulo
esporrà alcuni suoi dipinti che ripercorrono la sua carriera artistica dagli anni '70 ad oggi.
 
 
 


 



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"L´identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede"! E ...lo sciacallo: "Ho preso quello che i ricchi hanno lasciato ..."!
post pubblicato in Diario, il 3 settembre 2005


Scrive Umberto Galimberti su “la Repubblica” del 2 Settembre 2005: In una società opulenta come la nostra, dove l´identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma «devono» essere sostituiti, può darsi che si cominci ad avvertire, sotto quel mare di pubblicità che ogni giorno ci viene rovesciato addosso, una sorta di appello alla distruzione, una forma di nichilismo dovuto al fatto, come scrive Gunther Anders*, che: «L´umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un´umanità da buttar via».

*Gunther Anders (pseudonimo di Günther Stern) nacque a Breslavia nel 1902. Laureato in filosofia nel 1925, dopo studi condotti alla scuola di Husserl, emigrò per ragioni razziali nel 1933, trasferendosi prima a Parigi e poi negli Stati Uniti (New York e Los Angeles). Dopo essere stato il primo marito di Hannah Arendt, sposò nel 1945 la scrittrice Elisabeth Freundlich. Nel 1950 tornò in Europa, stabilendosi a Vienna dove morì nel 1992. È autore di un’opera ancora in parte inedita in cui l’interesse per la filosofia si alterna con quello per la letteratura. Sono famose le sue prese di posizione sulla bomba atomica (cfr. Essere o non essere e La coscienza al bando, entrambi Einaudi, 1961 e 1962), sulla guerra del Vietnam e su Cernobyl.

(vedi www.repubblica.it ; l’intero articolo di U.Galimberti, Smettiamo di crescere è riportato anche sul sito dell’Associazione Partenza http://utenti.lycos.it/partenia  ).

 

Ma, allora, il vignettista di “Liberazione” che … “riporta una dichiarazione di uno sciacallo ... nero e ... non ricco” ha capito tutto! Lo sciacallo ... non ricco e nero, infatti, dice testualmente: " ... ma io ho portato via soltanto quello che lo 'sciacallo'  ricco e, per lo più, ... bianco ... non ha ancora portato via ..."!
E noi? Che femo? Stamo a guardà e a sentì 'sta storia? Oppure ne movemo, compagni?
(
vedi vignetta su
http://www.liberazione.it/  del 3 Settembre 2005)




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