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di Ignazio Licciardi
La Politica ritrovi se stessa!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 28 settembre 2010


 

«Lo Stato orienti la lotta allo spreco
e all'inquinamento»

 

Vittorio Bonanni
Torino - nostro inviato
 

Se il tema di quest'anno di Torino Spiritualità è stato il dono, la gratuità delle cose e dunque di conseguenza anche ripensare un modello economico che non consideri solo il profitto e che sia insomma più solidale, Andrea Segrè non poteva non essere annoverato tra gli ospiti. Economista, preside della facoltà di Agraria presso l'università di Bologna, ha ideato il progetto "Last Minute Market" per il recupero a fini benefici dei prodotti alimentari e non alimentari invenduti e pubblicato recentemente Lezioni di ecostile (Bruno Mondatori, pp. 153, euro 15,00). Segrè ha dato vita sabato scorso nella città della Mole ad un dibattito con Carlo Petrini e Tristram Stuart dal titolo "Saper scambiare. Economia al di là del profitto" e domenica si è intrattenuto sul tema "Denaro/Donare" con l'antropologo Francesco Remoti. A Segrè abbiamo chiesto di spiegarci qual è il nesso tra il concetto di dono e quello di un'economia più attenta alle esigenze della gente piuttosto che del profitto a tutti i costi. «C'è un filo rosso molto importante tra questi due aspetti. E io me ne sono accorto proprio lavorando sugli sprechi, una parola che di per sé evoca già qualcosa di negativo. Io però l'ho scomposta: se noi mettiamo il segno meno alla prima parte della parole, "spr" e uno positivo alla seconda, "eco", già incominciamo a capire che è possibile arrivare ad estrapolarne un concetto, un obiettivo finalizzato a risolvere appunto il problema dello spreco. Una volta queste eccedenze potevamo vederle tutti. Chi non ricorda le arance distrutte dalle ruspe perché il mercato comunitario così voleva? Oggi non le vediamo più perché sono collocate dietro le quinte, soprattutto nel retroscena della grande distribuzione ma anche del fruttivendolo o della farmacia, dove questi prodotti vengono distrutti con un costo economico ed ambientale».

Un meccanismo strettamente legato ad una logica di mercato…

E' tutta una catena: spreco, mercato, denaro, domanda, offerta, prezzo, profitto. Ad un certo punto ho cercato in tutti i modi un meccanismo che mi permettesse di recuperare ciò che si spreca e quindi di spezzarla questa catema. E faccio un esempio: quello yogurt che abbiamo davanti agli occhi e che sta per scadere pur avendo ancora 48 ore di vita, lo scartiamo e ne prendiamo invece uno buono ancora per dieci giorni. Non sappiamo che quello yogurt viene portato dietro le quinte e sostanzialmente "ucciso", pur essendo commestibile ancora per due giorni. Abbiamo così attivato questo meccanismo che si chiama "Last Minute Market", e, lottando contro il tempo, lo abbiamo dato a qualcuno che noi abbiamo chiamato molto laicamente "consumatore senza potere d'acquisto". Qualcuno che viene assistito e che non esercita la domanda. Ci siamo così trovati di fronte ad un'offerta con il segno meno, una domanda con il segno meno anch'essa, e in mezzo lo yogurt. Come fare questo scambio, come definirlo mi sono chiesto?. E non avevo una risposta perché io sono un economista applicato. Ho pensato al baratto. Ma non funzionava. Finché qualcuno dei miei colleghi antropologi mi ha consigliato di lavorare sulla relazione, sullo scambio e così è uscito fuori il dono. E ho visto che questo promuove una relazione e funziona molto proprio perché si va oltre il bene materiale. Quello yogurt ha già cambiato valore, perché è sempre lo stesso yogurt, però prima aveva un valore economico e commerciale, di scambio per l'appunto. Mentre se tu riesci a recuperarlo e a darlo a qualcuno che può mangiarselo assume anche un valore sociale. La cosa forte è che promovendo questa relazione si va oltre il bene e si crea una reciprocità fra chi dona e chi riceve.

Insomma il dono come antidoto del mercato?


Sì il dono che limita il fallimento del mercato. Ma resta l'interrogativo che pongo nel mio ultimo libro: certo, abbiamo trovato il modo per risolvere il problema delle eccedenze. Ma non è che adesso ci verrà in mente che dobbiamo sprecare di più perché tanto c'è qualcuno che può utilizzare questo spreco? E purtroppo da quando mi sono cominciato ad occupare di questo problema, i consumatori senza potere d'acquisto sono aumentati. Ci siamo così posti subito un'altra domanda: non è che passa il messaggio che diamo gli avanzi dei ricchi ai poveri? Mettendo in atto così un'azione solidale ma un po' pelosa?

A questo punto diventa inevitabile spostare il ragionamento sul modello di sviluppo, non crede?

Certo, caratterizzato dalla chiave della sostenibilità, che vuole dire meno spreco, meno rifiuti, meno inquinamento e stare un po' meglio tutti. Però a quel punto interroghiamoci sul consumatore, sulle imprese, su cosa sta succedendo. Evidentemente c'è qualcosa che non va. Basti ricordare lo slogan del precedente governo Berlusconi che diceva «compra, compra, compra, e così l'economia va». Abbiamo visto poi dove è andata a finire questa economia. E allora questo circolo vizioso che lega produzione e consumo, che è poi il logo che ha fatto Altan per il nostro spettacolo -Spr+Eco formule per non alimentare lo spreco, mette appunto in crisi la produzione, il consumo e viceversa. Con la grande bocca aperta disegnata dal vignettista dove entra tutta la roba che si spreca. Dobbiamo uscire da questo circolo in qualche modo e promuovere un consumo diverso, un consumo critico, più responsabile, che si ponga appunto il problema del limite che noi abbiamo perso, dell'impatto che il nostro consumo ha intanto su noi stessi, e poi sugli altri. Quello che ci manca insomma è il gene dell'intelligenza ecologica. E' questo il senso della critica forte al mercato, al nostro sistema. Bisogna trovare un antidoto al nostro interno, però non lasciandolo lì, come se questa solidarietà risolvesse il problema. Ma spostare l'attenzione pratica ed operativa, che coinvolga consumatori ed imprese, verso la sostenibilità, quella vera. Che risolva i problemi che abbiamo oggi, molto legati al tema del lavoro, ad un nuovo modo di produzione e ad un nuovo modo di lavorare.

Con lo strapotere del liberismo e il fallimento di un modello, quello del socialismo reale, che a suo modo tentava di mettere un limite al consumismo, spreco e profitto sono aumentati in maniera incontrollata. Che cosa ne pensa?

Purtroppo la caduta del Muro di Berlino e la convergenza verso un modello unico a partire dall'89, hanno di fatto portato a svalutare qualsiasi alternativa. Che poi l'economia di piano, la pianificazione centralizzata, avessero dei problemi e ciò che è successo lo testimonia, non ci sono dubbi. Però se non altro c'era una possibilità di scelta che adesso non c'è più. E questo è molto grave. Perché il modello unico, in questo sistema in cui ormai la globalizzazione domina ovunque, ha determinato l'assenza di una alternativa, che, pur criticandola, dava però stimolo e in qualche modo speranza per un miglioramento. Adesso che cosa sta succedendo? Noi abbiamo delle curiose e interessanti esperienze che vengono proposte, come la decrescita, la sobrietà, la frugalità che si pongono il problema dei limiti delle risorse. Ma sono nicchie. E' questo il problema. E a furia di moltiplicare delle nicchie avremo solo un grande loculo. Invece noi dobbiamo proporre un approccio più grande, un sistema veramente alternativo. E allora qual è il messaggio che io cerco di trasmettere anche nel mio libro? E' quello di ridurre le quantità e aumentare la qualità dei consumi, che significa qualità del lavoro e delle produzioni. E non per un'élite ma per tutti. Dobbiamo creare un nuovo legame tra produzione e consumo che si ponga delle coordinate forti. C'è un limite delle risorse naturali? E allora basta! Serve insomma una conversione che possa contare su dei grandi numeri.

Per realizzare tutto questo la Politica non deve ritrovare un suo ruolo? Insomma un po' di dirigismo statale, giusto ed intelligente, non farebbe male, vero professore?


Noi abbiamo fatto delle proposte in questo senso. Per esempio lo Stato che interviene con degli eco-incentivi e che stimola la produzione in una certa direzione. Ma anche delle eco-misure che diano un segnale in questo senso. Faccio qualche esempio: progettare a monte le produzioni, per limitare per esempio gli imballaggi che poi si possano riciclare e riusare. Su seicento chilogrammi di rifiuti che produce un italiano all'anno metà circa riguarda gli imballaggi. E' impressionante! Dobbiamo intervenire. Ma per raggiungere questo obiettivo le industrie che li producono si devono riorientare perché non possiamo certo dire, «chiudete e andate tutti a casa». C'è insomma una riconversione da promuovere e per fare questo uno Stato che orienta con determinazione è assolutamente fondamentale.


"Liberazione", 28/09/2010


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permalink | inviato da Notes-bloc il 28/9/2010 alle 21:32 | Versione per la stampa
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