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di Ignazio Licciardi
E ... le famiglie degli studenti universitari pagano le tasse!!!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 29 aprile 2010


Atenei, i fantasmi della cattedra
migliaia i collaboratori nascosti

 

Atenei, i fantasmi della cattedra  migliaia i collaboratori nascosti

Nessuno ha mai calcolato quanti siano davvero. Senza prendere un soldo assistono i "loro" docenti e aiutano a preparare le tesi. E spesso insegnano

di MANUEL MASSIMO
"la Repubblica", 29-04-10

Libero Mercato e disonestà!
post pubblicato in Notizie ..., il 6 settembre 2009


Folla, code e grandi applausi per l'attesissimo "Capitalism: a love story"
Durissimo atto d'accusa a corporation, banche e politici loro complici

Le vittime e i carnefici della crisi
Ovazione per il film di Moore

Dai ragazzini messi in carcere per far soldi alle polizze vita sui dipendenti;un campionario di truffe e trucchi del cosiddetto libero mercato dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE

 
Michael Moore a Venezia

VENEZIA - Il messaggio è il seguente: "Il capitalismo è un male. E il male non si riforma, si sconfigge". Anche perché, viste sullo schermo, le sue malefatte appaiono davvero indifendibili. Come giustificare, ad esempio, un sistema economico in cui le truffe bancarie e finanziarie sono non l'eccezione ma la regola? In cui si privatizzano perfino le carceri, mandando in cella, per profitto, ragazzini innocenti? In cui le corporation fanno di nascosto assicurazioni sulla vita dei dipendenti, sperando che muoiano per poter incassare il premio?

E' basato su fatti come questi, e su un giudizio totalmente negativo verso il libero mercato, il film che alla proiezione stampa di ieri sera, in Sala Perla, entusiasma i giornalisti della Mostra: parliamo ovviamente di "Capitalism: a love story", l'ultimo docufilm d'assalto firmato Michael Moore. Visto da centinaia di cronisti, diposti a mettersi in coda per entrare e ad accettare perfino posti in piedi, pur di non perdere la pellicola (in concorso) forse più attesa della kermesse. E c'è da scommettere che anche la proiezione ufficiale di oggi in Sala Grande, alla presenza del regista, farà non solo il tutto esaurito, ma anche il pienone di consensi a fine visione.

Certo, sulla carta, l'assunto alla base del film - le nefandezze del mondo economico e finanziario, e anche di un potere politico totalmente asservito - non è originale: dopo lo scoppio della crisi, la criminalizzazione di queste categorie è diventata quasi un luogo comune. Ma Moore, come ha già fatto nelle sue opere precedenti, ha due cose in più. Primo: mette in fila i fatti che apprendiamo disordinatamente dalla cronaca, dando loro una coerenza logica e cronologica. Secondo: fa uscire la sofferenza della gente dall'astrazione, dai grandi numeri. Mostrando nei volti, nei gesti, nelle parole delle vittime del crac da derivati tutto il capitale di sofferenza, di disperazione, che la follia di Wall Street e dintorni ha portato.

Gli esempi, in questo senso, sono numerosi. Vediamo le persone, molte anziane, costrette a lasciare le case in cui risiedono da decenni, magari costruite sulla fattoria in cui già vivevano i genitori o i nonni. Assistiamo allo strazio di chi non solo ha perso tutto, compreso il tetto sulla testa, ma che prima di lasciare l'abitazione deve anche metterla a nuovo, pur di ottenere l'elemosina di mille dollari per lo sgombero e la pulizia (per i creditori è più economico che rivolgersi a una ditta specializzata). Ascoltiamo le testimonianze di alcuni adolescenti spediti ingiustamente in galera, magari per aver preso in giro la preside della scuola: il giudice che li ha condannati alla galera prendeva mazzette dal gestore della prigione (privatizzata). Per non parlare dello strazio e della rabbia di una moglie che, dopo aver perso il marito, scopre per caso che la sua azienda ha incassato un milione e mezzo di dollari alla sua morte: sono centinaia di migliaia i dipendenti americani segretamente assicurati sulla vita dalle corporation per cui lavorano.

Insomma, un sistema marcio alle radici. Una rapina generalizzata e istituzionalizzata, nel giudizio dell'autore. Con cause lontane, nel tempo: Moore data l'inizio della fine con l'avvento del reaganismo, quando si persero innumerevoli posti di lavoro pur di abbattere le tasse sui redditi più alti. Un processo che nell'era di George W. Bush - eterno bersaglio prediletto di Moore - raggiunge il suo apice: merito anche dell'infiltrarsi nelle istituzioni di uomini già ai vertici, o comunque al soldo, di giganti come la Goldman Sachs. E, a questo proposito, vale la pena di seguire la ricostruzione di come lo scorso anno, a due settimane dalle elezioni, il Parlamento varò una legge che salvava i big di Wall Street dal tracollo, coi soldi dei contribuenti. Una decisione bipartisan voluta dai super-lobbisti, malgrado la valanga di e-mail scritte dai cittadini ai propri rappresentanti con la richiesta di bocciare la proposta.

Nessuna pietà e nessuno sconto, dunque, per i responsabili di situazioni come questa. Anche se, coerentemente allo stile Moore, il tono del film è tutt'altro che tragico: l'ironia, lo sberleffo, la provocazione sono costanti. Come quando vediamo lui, Michael, circondare Wall Street con il nastro adesivo "crime scene - do not cross", in riferimento ai crimini commessi dai finanzieri. E col regista che tenta perfino di arrestare manager e broker... Quanto alla reazione del pubblico, il regista non ha dubbi: "Cosa resterà al pubblico di questa pellicola? Popcorn e forconi".
("la Repubblica", 6 settembre 2009)

"L'istruzione universitaria gioca un ruolo determinante per ottenere un impiego"! Ma ciò non accade! E ... allora? Che femo?
post pubblicato in Notizie ..., il 7 maggio 2009


Sono il 19% dei giovani, il 15 tra gli uomini. La media Ue è del 30
E il rapporto Eurostat conferma: il 91% ha genitori istruiti

Laureati, Italia maglia nera
record negativo in Europa

di SALVO INTRAVAIA


Italia in fondo alla classifica per numero di giovani laureati. Il responso arriva da Eurostat, l'ufficio statistico della Commissione europea, che in tema di lauree assegna anche la maglia nera ai giovani uomini italiani. Ma non solo: la probabilità di conseguire i più alti livelli di istruzione, in Italia, è ancora fortemente legata alle condizioni della famiglia di provenienza. I giovani che vivono in contesti familiari contrassegnati da un livello di formazione basso hanno una probabilità nettamente inferiore di raggiungere l'agognato titolo rispetto a coloro che vivono in famiglie con genitori laureati. Insomma: l'ascensore sociale del nostro Paese sembra proprio bloccato.

L'Italia, nell'Unione europea a 27 paesi, per numero di giovani laureati si colloca alle ultime posizioni. Tra i connazionali di età compresa fra i 25 e i 34 anni, soltanto 19 italiani su 100 risultano in possesso di un diploma di laurea. La media europea si colloca attorno al 30 per cento, con Paesi come Francia, Spagna, Danimarca, Svezia e Regno Unito attorno al 40 per cento. Soltanto Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia fanno peggio di noi.

Ma a tirare in fondo alla classifica il Belpaese sono gli uomini che si beccano la maglia nera. In Italia si contano poco meno di 15 giovani laureati maschi, contro le 23 donne, su 100. A Cipro sono 42 su 100 i giovani uomini laureati. La situazione è bloccata proprio a livello sociale. I laureati fra i 25 e i 34 anni che provengono da famiglie "a basso livello di formazione", in Italia, sono soltanto il 9 per cento: un dato che colloca il nostro Paese al livello di Lettonia e Polonia.

Il tasso schizza al 60 per cento se passiamo a famiglie in cui i genitori sono in possesso della laurea. In buona sostanza, in Italia, i figli dei cittadini più istruiti hanno una probabilità sette volte superiore di raggiungere la laurea rispetto ai coetanei che vivono in contesti più deprivati.

Nei Paesi europei più sviluppati, probabilmente a causa di un sistema di istruzione e formazione più attento ad attenuare le differenze sociali di partenza, questa sperequazione tra "ricchi e poveri di cultura" è di parecchio attenuata. Nel Regno Unito la probabilità di tagliare il traguardo più lontano dell'istruzione è doppia per i figli dei laureati. Gap che aumenta a due volte e mezzo in Francia e Spagna.

L'impietoso quadro del nostro Paese, che ha ripercussioni negative in campo sociale ed economico, emerge dall'ultimo rapporto pubblicato da Eurostat il 28 aprile, dal titolo "Il processo di Bologna nell'educazione universitaria: indicatori chiave della dimensione sociale e della mobilità". E lascia intravedere la necessità di una riforma del sistema universitario e in genere dei sistemi di istruzione nazionali.


Il cosiddetto "processo di Bologna", avviato nel 1999, è un percorso di riforma a carattere europeo che si propone di realizzare entro il 2010 uno "spazio europeo dell'istruzione universitaria". Tra i diversi scopi c'è quello di allargare le possibilità di accesso all'istruzione universitaria per i cittadini europei a fini sociali e occupazionali. "L'istruzione universitaria - si legge nel rapporto - gioca un ruolo determinante per ottenere un impiego". Anche "le differenze di retribuzione dipendono soprattutto dal livello di istruzione: coloro che sono in possesso di un livello di istruzione superiore guadagnano in media il doppio dei lavoratori con un livello di istruzione debole".
L'insegnamento universitario, inoltre, "gioca un ruolo chiave nell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita", condizione necessaria ai futuri lavoratori per cambiare lavoro.

("la Repubblica", 5 maggio 2009)

Violenza
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 21 novembre 2007




www.rifondazione.it

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In dodici mesi un milione di donne ha subito violenze
Per le più giovani ancora oggi è questa la prima causa di morte

Violenza sulle donne
La strage delle innocenti

L'ultimo stupro ieri, a Pordenone, in pieno centro: lei ghanese, lui italiano


 

<b>Violenza sulle donne<br>La strage delle innocenti</b>

Un manifesto contro la violenza

di ANNA BANDETTINI
MILANO - I loro nomi, le loro storie restano come memorie, la prova di una verità odiosa, crudele: Hina accoltellata a Brescia dal padre, Vjosa uccisa dal marito a Reggio Emilia, Paola violentata a Torre del Lago, Sara colpita a morte da un amico a Torino... L'ultima è stata resa nota ieri: una ventenne originaria del Ghana, costretta ad un rapporto sessuale in pieno centro a Pordenone.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale, dove c'è povertà, ignoranza, non da noi.

Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all'anno scorso, secondo l'allarme lanciato lo scorso giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora all'esame in commissione Giustizia.

"È un femminicidio", accusano i movimenti femminili, "violenza maschile contro le donne": così sarà anche scritto nello striscione d'apertura del corteo a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall'Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un'ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna.

Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come spiega Lea Melandri, saggista e femminista.

L'indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia "Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c'è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. "All'interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti - spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l'anno - Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l'uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine".

In Italia, l'indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. "Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto positivamente l'approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia, del testo base sui reati di stalking e omofobia.

Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato nervoso"...", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all'interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di sabato a Roma vuole spezzare proprio questo silenzio. "Una occasione per prendere parola nello spazio pubblico", come dice Monica Pepe del comitato "controviolenzadonne" che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea Melandri: "Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri forzati, e che per vincerla va fatta un'azione a largo raggio". Va fatta una legge, concordano tutti. "Speriamo di arrivarci in tempi brevi - promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità - Oggi abbiamo finalmente le risorse per lanciare l'osservatorio sulla violenza e in Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza".

"Serve una legge che non cerchi scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza - dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal silenzio" - Una legge come quella spagnola, la prima che il governo Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia, responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell'agenda politica dei governi.

Chiediamo un provvedimento che dia risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il modello "fedele e sexy". E chiediamo agli uomini di starci accanto, di fare battaglia con noi".

Qualcuno si è già mosso. Gli uomini dell'associazione "Maschileplurale", per esempio, che aderiscono alla manifestazione romana. "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne - dice Clara Jourdan, della "Libreria delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano - Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l'altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.

("la Repubblica, 21 novembre 2007)

Cambiano i volti ... ma la favola neoliberista non convince il paese reale, quello che soffre!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 ottobre 2007


Pensioni, la Francia si ferma contro Sarkozy
La stabilità liberista in Europa è solo un mito

Anubi D'Avossa Lussurgiu
Dopo dodici anni la Francia torna alle scene del 1995, l'anno del grande sciopero dei trasporti e dei servizi pubblici che paralizzò l'Esagono e segnò un arresto della marcia neoliberista. Ad evocare l'Idra della vertenza più paralizzante - materialmente - rispetto all'intera economia, è stato il neopresidente Sarkozy, attraverso il governo Fillon. Si dirà che è nel suo stile decisionista, che tanto affascina anche da questa parte delle Alpi e presso gli indirizzi politici più sorprendenti, gettare il cuore oltre l'ostacolo e, appunto, affrontare subito il principale. Sarà anche vero, ma c'è un problema: il vero meta-messaggio sarkozista, sul piano politico e più i generale sull'idea di società, è stato il declassamento del conflitto, addirittura con un neo-nazionalismo incardinatao proprio sul superamento, lo scavalcamento dei conflitti interni. Ebbene, quest'immagine si è immediatamente infranta. Prima dentro la stessa macchina di potere, con le tensioni insorte tra l'Eliseo e un esecutivo diminuito di rango rispetto allo staff presidenziale. Poi nel consenso al fondamentale programma securitario, cui la figura di Sarkò è indissolubilmente legata: sui droni immaginati dalla polizia a sorvolare le banlieues parigine e poi sull'obbligatorietà del controllo del Dna per l'autorizzazione ai ricongiungimenti, la società civile d'Oltralpe è riemersa, rumorosa e spaccata in due come una mela. Adesso il primo capitolo della doppia offensiva sarkozista in materia economico-sociale, quella cioè che mira all'innalzamento generale dell'accesso alla pensione a 40 anni di contributi e allo smantellamento delle prestazioni pubbliche, scatena una vertenza di forza persino superiore a quella di dodici anni fa. Il 73% di partecipazione allo sciopero, a metà della giornata di ieri, contro il 65 di allora. Ieri, in Francia, funzionavano più o meno solo gli aeroporti. E si continua oggi. Qualcosa vorrà pur dire. Specie se si allarga lo sguardo alla nostra culla comune, l'Europa: i cui governanti sono tornati ieri a mostrare, tutti, la loro forza reale, nell'empasse totale della costruzione dell'Unione politica, inseguiti sin dentro Lisbona dalla protesta antiliberista.

Qualche volta le cifre, i dati, sono corpi, vite in azione: leggere che in Francia, ieri, per un bilancio ancora parziale, si erano fermati 4 su 5 lavoratrici e lavoratori delle stazioni ferroviarie, e altrettanti nell'impresa pubblica di fornitura dell'elettricità, l'Edf; leggere che il Metro di Parigi era fermo, come i tram, come la Rer; leggere, ancora, che sono andate deserte le scuole, che si è bloccata la raccolta di rifiuti, che erano chiuse le poste e le Tlc pubbliche; leggere infine che hanno scioperato anche le edizioni regionali dell'informazione radiotelevisiva pubblica: tutto questo racconta d'un Paese niente affatto pacificato.
E' vero che i sondaggi danno il 75 per cento di approvazioni al taglio presidenziale sui «privilegi» dei trattamenti pensionistici speciali nell'impiego pubblico. Davanti al potere politico e alle statistiche demoscopiche, però, ci sono i comportamenti reali del Paese reale. E la favola narrata cambia completamente.
E' così, in realtà, in tutt'Europa: e rispetto a tutte quelle formule che sono state decantate dall'opinione pubblica serrata intorno ai poteri economici come risolutive - dei conflitti, appunto. Anche la Grande Coalizione tedesca presieduta dalla cancelliera Angela Merkel (altra «soluzione» accarezzata qui da noi) ha in principio radicato la sua fortuna nella pubblicistica neomoderata in fantasmagorici consensi sondaggistici. Adesso non è più così. In Germania le tensioni sociali sono tornate a serpeggiare da tempo; e la maggiore socialdemocrazia europea, lasciata da Schroeder in ostaggio alla Grosse Koalition, versa ora in una crisi di dimensioni prima sconosciute - mentre a sinistra cresce oltre ogni previsione un soggetto alternativo e unitario.
Lo stesso, poi, è accaduto a quella che ci è stata raccontata come la resurrezione del blairismo in una nuova carne e mondato dagli "errori" internazionali del leader della Terza Via: in questi giorni il successore Gordon Brown sta scontando anche lui la dura prova della realtà, che non sfugge agli occhi dei cittadini. Il suo decisionismo si è manifestato con la spavalda evocazione di elezioni anticipate, quando un po' di brezza era tornata nelle vele del New Labour con la pennellata di attenzione "sociale" del suo programma di governo. Poi la sostanziale continuità delle politiche pubbliche rispetto all'era blairiana ha depresso le stime dei consensi e Brown è caduto di male in peggio dando prova di pavidità politica con la frenata sul ricorso alle urne e restituendo il vantaggio al giovane ed eclettico antagonista a capo dei Tories, Cameron.
Insomma, in questa vecchia Europa dai tratti stravolti l'idea di una formula stabile che assicuri il governo politico dell'egemonia liberista, rimane un perfetto ossimoro. Mentre lo slittamento di natura e di senso delle socialdemocrazie lascia vuoti che mostrano di non essere destinati a farsi automaticamente "riempire" da chi resta a sinistra. Anche perché nel loro dibattersi e infragilirsi le attuali classi dirigenti restano comunque le sole a maneggiare a pieno la dimensione politica continentale, il giocattolo fondamentale e al tempo stesso pericoloso dell'Unione europea.
Qui è l'architrave del problema della politica in Europa: quella dimensione, lo spazio comune della decisione, il trasferimento di "sovranità", attraversa una crisi che è lo specchio e insieme il moltiplicatore delle crisi di ogni formula di governo nazionale in quest'epoca. Il punto di caduta è plasticamente rappresentato dal terreno di scontro e di impaludamento del vertice di Lisbona in corso: esso altro non è che la degenerazione, o l'inefficacia, delle forme democratiche dell'Unione, a partire dal peso del Parlamento nell'architettura comunitaria e dal non casuale ritorno al conflitto sui pesi nazionali. Un fenomeno profondamente significativo, che riporta in primo piano i sovranismi proprio mentre i governi politici si conformano più o meno ad un'unica idea di società e di sviluppo.


"Liberazione", 19/10/2007

Riceviamo da Redazione Namir e ... pubblichiamo!
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 19 ottobre 2007


 
Ignazio Licciardi aderisce e pubblica sul suo blog www.notes-bloc.ilcannocchiale.it .
 
----- Original Message -----
From: "DELUANA1" <deluana1@tiscali.it>
Sent: Friday, October 19, 2007 2:26 AM
Subject: VODAFONE AIUTIAMO GLI OPERAI


Carissimi, abbiamo una emailing list di oltre un milione di iscritti, ci veniva da domandarci come aiutare le 900 famiglie che subiranno l'esternalizzazione della VODAFONE che di fatto in tre anni diverra' un licenziamento ?

In poche righe significa questo, 900 operai e operai della VODAFONE una delle piu' grandi MULTINAZIONALI di TELEFONIA MOBILE verranno trasferiti in una altra ditta, e gli verra' garantito un salario e un posto fisso fino a che la VODAFONE comprera' da questa ditta in cui verranno trasferiti gli operai - materiali utili.

INSOMMA LA VODAFONE compra materiali dalla ditta e in cambio la stessa si prende gli operai da mantenere e' evidente che quando la VODAFONE non comprera' piu' i materiali da questa ditta gli OPERAI verranno LICENZIATI.

 il problema e' che questo accade nei confronti di chi ha un contratto a tempo INDETERMINATO - e quindi un domani potrebbe accadere a tutti.

COSA NON SI DICE ? non si dice che la VADOFANE e' in pieno attivo di bilanci - e quindi non dovrebbe licenziare anzi dovrebbe incentivare altre assunzioni - e allora perche' si vuole liberare di questi 900 OPERAI ?

PER IL SEMPLICE MOTIVO che la VODAFONE e' quotata in borsa - e che le borse se vedono qualsiasi ditta LICENZIARE promuovono la stessa invece di bocciarla. QUINDI se la VODAFONE licenzia guadagnera' in borsa.

COME POSSIAMO BLOCCARE TUTTO QUESTO ? ... ma semplice...chi mantiene la VODAFONE ?

 io - te - lei - lui - ... tutti noi scemi che parliamo al cellulare che inviamo messaggini...che utilizziamo il loro contratto...QUINDI E' FACILE AIUTARE QUESTI OPERAI E CANCELLARE DEFINITIVAMENTE QUESTE ESTERNALIZZAZIONI ATTUATE A BILANCIO POSITIVO...

SE LA VODAFONE ESTERNALIZZERA' QUESTI 900 OPERAI IN ALTRA DITTA - DISDICIAMO IMMEDIATAMNTE IL CONTRATTO CON LA STESSA TELEFONIA MOBILE - AFFOSSANDOLA ALMENO IN ITALIA - dove comunque si vendono piu' cellulari al mondo.

COME ORGANIZZARCI ? ... fai girare questa email al resto dei tuoi amici e contatti email - pubblicala nel tuo sito internet - inviala in mailing list - pubblicala in gruppi di discussione - e soprattutto FIRMALA - cioe' invia tuo nome e cognome alla nostra email di redazione -
giornale@namir.it  e lo pubblicheremo in questo sito internet

http://artenamir.interfree.it

aggiungendo che non acquisterai piu' una scheda telefonica VODAFONE se la stessa di fatto licenziera' questi 900 OPERAI.

SUCCESSIVAMENTE LA NOSTRA REDAZIONE INVIERA' TUTTE LE FIRME RACCOLTE ALLA VODAFONE.

ci riprendiamo I DIRITTI - E RICONTROLLIAMO IL MERCATO - RIMETTIAMO IN CAMPO IL CORAGGIO CHE ALLA POLITICA MANCA PER ACCORDI DI POTERE...E SOPRATTUTTO RICORDA...

se passa questo oggi... domani INEVITABILMENTE tocca a noi.

firmato

redazione namir.


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UN'ALTRA PESSIMA NOTIZIA - IL WELFARE E' STATO RITOCCATO DAL GOVERNO E I SINDACATI QUESTA VOLTA HANNO ESULTATO...GAUDIO GAUDIO GAUDIO - uno per ogni CGIL - CISL - UIL - sembra che hanno aumentato nel WELFARE di altri 16 mesi oltre i 36 mesi da fare da precari prima di essere assunti...naturalmente l'esultazione di MONTEZEMOLO non la scriviamo - non entrerebbe in questa email.

IL 20 OTTOBRE TUTTI IN PIAZZA SAN GIOVANNI A ROMA - E PORTATE QUESTE BENEDETTE BANDIERE ROSSE...non dobbiamo vergognarci della storia operaia.

Montezemolo s'è accorto che margherite, ulivi e quant'altro son finiti nel sacco del PD e ce lo vuol far ... Beh, occhio, gente!
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 17 ottobre 2007


UNITÀ di BASE

U d B Settore Università

AI CONFINI DELLA REALTÀ

Aumentano i fedeli di Montezemolo & Co; scompaiono i rappresentanti dei lavoratori.

Nel nostro volantino del 13 ottobre riportavamo: il Governo aveva modificato il Protocollo del Welfare abolendo il tetto dei 5000 pensionamenti annui per i lavori usuranti e permettendo una sola proroga dei contratti a tempo determinato (dopo i primi 36 mesi). Era il frutto positivo dei tanti NO espressi al Referendum sul Protocollo Welfare e Pensioni. Passano due giorni e, sorpresa!, questi miglioramenti sono messi in discussione da Montezemolo e… i sindacati confederali!

Cgil/Cisl/Uil (insieme alla Confindustria) hanno detto che

il Protocollo non deve essere minimamente toccato!

Cioè hanno rifiutato i miglioramenti che la controparte (il Governo) offriva, ed unicamente perché non erano stati concordati con loro e smentivano tutto quanto avevano affermato in questi mesi, e cioè che il Protocollo, così com’era, era il massimo che si potesse ottenere.

Per una loro presunta “lesa maestà” sono ora pronti a dichiarare lo sciopero!

Naturalmente, di fronte a questo, sembra che il Governo faccia macchina indietro.

Peccato, perché consentire una sola proroga dei contratti a tempo determinato, anche se appena parziale come misura, avrebbe comunque dato un colpo importante alla diffusione del precariato e rappresentato un deciso segno di inversione di tendenza, e l’abolizione del tetto di soli 5.000 lavoratori annui (su un totale di 1.200.000!) avrebbe reso un po’ più credibili le misure a favore dei lavori usuranti.

D’altra parte perché meravigliarsi? La Cisl é contro l’abrogazione della Legge 30; la Cgil e la Uil con la Cisl firmano tutti i contratti che prevedono l’assunzione di lavoratori precari. Questi sono i sindacati confederal/concertativi.

Questi sindacati tra un mese si presenteranno ai lavoratori per essere votati alle RSU!

Ma questi sindacati quali interessi difendono? Forse quelli di questo signore…?

 

Ci sono già troppi difensori dei “poteri forti”, e questi non vedono l’ora di farci quello che vedi nella foto. Non aiutarli anche tu.


Vota i tuoi interessi.

Vota UdB!

Bologna, 16.10.07 Unità di Base

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