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di Ignazio Licciardi
E noi? Vegetiamo in un mondo di Istituzioni Formative che "democraticamente" stanno trasformando gli Ordini del giorno - O.d.g. - delle varie riunioni in Ordini di lavoro da eseguire e, pure, senza fiatare!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 settembre 2008


 
La crociata della ministra Gelmini contro l'istruzione pubblica e contro gli insegnanti
Tre «mission»:
Premiare il merito - Abbattare la scuola - Cancellare il '68

Rina Gagliardi
Lì per lì, bisogna confessarcelo, abbiamo tutti preso la Maria Stella Gelmini un po' sottogamba - sembrava, anzi era, un'avvocata della stirpe lombardo-rampantina, una miracolata dal Cavaliere (oltre che dall'università calabra che le regalò a modico prezzo l'abilitazione), insomma una signorina-nessuno. Invece, adesso, va detto che la ragazza ci ha preso gusto. Le piace da morire comparire ogni giorno sui giornali, essere al centro della ribalta e delle polemiche, sproloquiare di temi di cui, in tutta evidenza, non sa nulla, come i sistemi scolastici (alla faccia del "merito" e della competenza, ma tant'è). La solletica molto, specie dopo l'avvento della "pitbull col rossetto", l'idea di apparire una tosta, una grintosa, una che non ha paura di nulla - ieri, dopo il dibattito al liceo Newton, è arrivata a dire che no, non vuole polizia contro chi fischia e che ai "facinorosi" ci pensa lei, direttamente. E, soprattutto, la affascina una missione (speriamo impossibile): passare alla storia (si fa per dire) come colei che ha fatto definitivamente a pezzi il sistema nazionale dell'istruzione. Il sistema in tutte le sue articolazioni, dall'asilo all'università, senza trascurare le medie e le medie superiori. Non è mica un'ambizione da nulla. E non serve, per un'impresa destruens di questa portata, alcuna speciale competenza: basta un'accetta bicipite. Una molto, sia pur bassamente, ideologica, che asseconda il peggio dello "spirito del tempo". E una politica, di politica economica, di scelte concrete. Attenzione, c'è poco da scherzare.
La Maria Stella Gelmini, dicevamo, tolta i "simboli" dei grembiulini, del voto di condotta e del ritorno agli anni '50, ha due chiodi fissi: il primo è che gli insegnanti sono "troppi" e vanno dunque e comunque diminuiti; il secondo è la priorità della valorizzazione del "merito", dei talenti finora repressi, delle eccellenze, della qualità, e così via. Da Sarkozy, ha copiato, in proposito, il refrain della demonizzazione del Sessantotto, che sarebbe alla radice di tutti i mali (della scuola e non solo) e che quindi va - come si può dire? - "sradicato", assassinato, seppellito, dimenticato. Si badi bene: su questi cavalli di battaglia della Maria Stella, concorda in parte sostanziale anche l'opposizione piddina. Nella sinistra moderata, non trovi più nessuno - a cominciare da Walter Veltroni - che non voglia "premiare il merito", che non sogni una società finalmente meritocratica, che non pensi in cuor suo che gli insegnanti sono davvero tanti, troppi e sostanzialmente di scarsa qualità. Tutta questa tiritera, poi, viene alimentata con l'uso politico, strumentale e politically incorrect, delle statistiche europeee - tipo l'ultimo rapporto Ocse.
Ma che cosa vuol dire che gli insegnanti sono "troppi"? Qual è, o quale dovrebbe essere, la "giusta dose" di prof nelle complesse società del XXI secolo? E sulla base di quali criteri andrebbe stabilita? E qual è il rapporto ottimale docentialunni per classe? Proviamo a partire dalle cifre reali: secondo le rilevazioni ufficiali del 2006, in Italia ci sono 688.643 insegnanti in "organico di diritto", più 48.607 insegnanti di sostegno, più 201.038 precari a vario titolo. In questo "esercito", andrebbero (vanno) per altro conteggiati 25.679 insegnanti di religione cattolica, per lo più sacerdoti pagati dallo Stato e scelti dalle Curie, di cui - chissà perché - (quasi) nessuno lamenta il costo o discute l'utilità e la legittimità costituzionale, in una società che sta diventando sempre di più multietnica e multireligiosa. Troppi rispetto ai 7.717.907 scolari e studenti che compongono, più o meno, la popolazione scolastica? O alle circa 42 mila scuole della Repubblica, parecchie delle quali sparse in isole, isolette o zone alpestri? O alla media dei 20,68 alunni per classe, che nella realtà della scuola reale, per ciascun prof, sono molti di più? O al tempo pieno (e prolungato) che caratterizza una parte a tutt'oggi consistente del sistema scolastico di base? In realtà, quando si dice e si ripete quell'aggettivo - "troppi" - si allude a tutt'altro: alla natura improduttiva e parassitaria non solo di tutto ciò che è pubblico, ma di tutto ciò che non genera profitto. La formazione, e la formazione di base in specie, universale e perciò obbligatoria, diritto-dovere qualificante di ogni democrazia che si rispetti, è percepita come un puro costo, senza riscontri e senza ritorni: ecco la contraddizione insolubile in cui si dibattono il liberismo (pur in crisi), il primato dell'economia (e della quantità) su ogni altra dimensione. Ecco perché la Maria Stella Gelmini può consentirsi di sfasciare la riforma delle elementari che tutto il mondo ci invidia: "troppi" maestri rappresentano ai suoi occhi un assurdo economico, non un'idea avanzata di educazione e formazione. Ma, poiché le esigenze di bilancio e di risparmio non rendono la controriforma del tutto convincente, la signora è costretta a "prendere a prestito" (secondo una modalità tipica del capitalismo e del neoliberismo) un argomento culturalmente arcaico e reazionario: il maestro, anzi la maestra unica, come benefico prolungamento della mamma - e di mamma, come si sa, ce n'è una sola. Quando invece è evidente che oggi, ai fini della crescita culturale, intellettuale e democratica di ogni ragazzino e ragazzina, è essenziale il confronto con una pluralità di punti di vista - e di "formatori" e di esperienze - ed è all'opposto disutile, se non nocivo un riferimento autoritario. Perfino Bossi è arrivato a capire questa - per altro semplicissima - verità. La Gelmini, invece, va come un carro armato: perché il suo obiettivo, come dicevamo, è quello tipico delle guerre contemporanee: la "pulizia etnica". Dalla scuola elementare, con l'obbligo ridotto a 14 anni, si passerà a "tagliare" un anno secco di scuola superiore - un altro considerevole risparmio, un altro massiccio beneficio di bilancio, un'altra drastica diminuzione di cattedre. Ma non è solo una faccenda di ordine sindacale o di posti di lavoro (anche, certamente): è lo sterminio etnico, dicevamo, di una generazione di lavoratori intellettuali. Qui il cerchio si chiude e si capisce finalmente perché sia evocato il fantasma del '68: come se non fossero passati quarant'anni esatti da quella felice stagione, come se quel movimento fosse ancora qui, tra di noi. Ma basta, ancora, dare un'occhiata a quello che accade nella vicina Francia sarkozyzzata: "di che cosa è il nome il Sessantotto",come scrive Alain Badjou? Ma di tutto ciò che è all'opposto di quella società senza scuola pubblica, senza cultura diffusa, senza diritti universali, senza sviluppo democratico, che sta nelle corde della destra europea oggi al potere. Il 68 è il nome di quella cultura politica e civile nella quale sono cresciuti tanti insegnanti, oggi in una cattedra di liceo o all'università o in un istituto di ricerca - o che comunque ha influenzato e spesso egemonizzato singoli, generazioni, classi. E di quella speranza, oggi sconfitta ma non domata (scusate la retorica), di abbattere "definitivamente" le piramidi gerarchiche, le disuguaglianze, le caste, la società di classe e di censo. Sì, da questo punto di vista c'è qualcosa di malefico e di geniale nella giovane avvocata bresciana: è l'unica, nel suo governo, ad aver capito che, per procedere sulla strada della Restaurazione, si comincia da lì, dal fondamento - dalla scuola. Tre piccioni con una sola fava (l'accetta): risparmio strutturale di risorse pubbliche, così i tecnocrati della Ue sono contenti; spazio gigantesco per la privatizzazione (attraverso le fondazioni) e l'iniziativa privata, che potrà fiorire davvero soltanto quando, domani, non ci sarà più una scuola pubblica degna di questo nome; fine di quel resta della agibilità della sinistra e - perché no? - della cultura democratica. Tutto il resto - il "merito", la valutazione, le classifiche, i premi, l'inglese - sono in realtà chiacchiere (le esamineremo in un prossimo articolo). Lei, la Maria Stella, ha capito tutto. E noi?


"Liberazione", 14/09/2008


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da "la Repubblica" del 15 settembre 2008:

"Quando la scuola imita le aziende"    

Marco Lodoli
 
I grembiulini per tutti alle elementari, il sette in condotta per arginare
i bulli, l´abbandono dei giudizi, spesso prestampati, per tornare alla
sincerita' del voto: sono scelte che si possono tranquillamente
condividere, che forse avrebbe dovuto fare il governo precedente e chissà
perché non ha fatto. Ma la questione di fondo della scarsa autorevolezza
culturale della scuola temo rimanga irrisolta, e credo anche di sapere
quale sia la sua doppia radice.
Da un lato, come è ormai chiaro a tutti, l´incidenza crescente dei valori
sociali nella scuola fu una battaglia degli studenti più aperti e
generosi, i quali capirono -)che non bastavano Carducci e Rosmini per
affrontare le straordinarie contraddizioni del mondo, -)che bisognava
necessariamente portare nuovi autori e nuovi temi dentro un sapere
accademico e ammuffito. Ma una volta spalancata quella porta, non c´è stata
più la possibilità di frenare gli ospiti: e così oggi la scuola, visto che
il tempo scorre e le cose cambiano, si ritrova a subire e a patire i nuovi
valori – denaro, successo, aggressività, narcisismo – e non sa più in che
modo convincere gli studenti che solo attraverso l´applicazione, il
sacrificio, la concentrazione, la solitudine potranno imparare qualcosa di
utile per loro stessi e per la società. Il mondo peggiore è entrato e la fa
da padrone. Ma su questo già molto è stato scritto ed è un problema ormai
così evidente che quasi non serve ragionarci sopra. E´ lo stato delle cose,
la piaga in cui il dito sta girando da molto e invano.
L´altro aspetto che invece non è stato ancora sufficientemente preso in considerazione è forse ancora più fondante, o più franante: mi riferisco all´autonomia scolastica,
che ancora passa come una conquista meravigliosa e che invece a mio avviso
ha ridotto le scuole a negozietti con la merce sempre in saldo, con le
svendite costanti e la qualità ridotta al minimo.
Prima, tutte le scuole dipendevano allo stesso modo dal ministero, avevano
programmi unificati, facevano scelte coerenti. L´idea di fondo era che i
ragazzi dovevano essere preparati ed educati secondo linee comuni, secondo
i valori basilari della conoscenza e dell´uguaglianza. Da Ragusa al
Brennero si condividevano metodi e aspettative, in un orizzonte democratico
e popolare, magari un po´ noioso ma rassicurante per chi insegnava e per
chi imparava. A un certo punto però si è deciso che ogni preside e ogni
collegio dei docenti potevano gestire come meglio credevano le offerte e i
percorsi formativi. Ogni scuola oggi elabora dunque il suo Pof, cioè il
Piano di Offerta Formativa, e i ragazzi si iscrivono a questo o a
quell´istituto leggendo depliant quanto più possibile accattivanti. Viene
proposto il corso di teatro e quello di ping pong, la settimana corta e la
settimana bianca, il cineforum e la gita fuori porta. La vetrina deve
essere splendida splendente, altrimenti si rischia che i potenziali clienti
non vengano dentro neppure a dare un´occhiata. Chi perde studenti, perde
quattrini: il budget si assottiglia, la scuola arranca e rischia, se
continua l´emorragia, di finire accorpata con qualche altra che invece ha
la fila davanti al portone. Anche per questo, soprattutto per questo, a
fine anno le bocciature sono ridotte al minimo: una scuola che promuove
significa una scuola che va bene, che mantiene i suoi iscritti i quali,
arcicontenti, ne parleranno bene in giro. Insomma, l´autonomia scolastica
ha messo le nostre scuole in competizione tra di loro, esattamente come fa
il libero mercato: ma il risultato non è stato un miglioramento
dell´istruzione, così come la moltiplicazione delle televisioni non ha reso
i programmi migliori e gli italiani più svegli e più colti. I presidi ormai
si sono elevati – o abbassati – al livello di manager, difficilmente
tengono d´occhio l´andamento generale degli studenti, cosa succede in
classe, quali sono i problemi dei professori, tanto sono presi dalla
preoccupazione di far quadrare i conti e non perdere la clientela. E i
clienti, si sa, hanno sempre ragione, quindi è inutile, anzi nocivo,
difendere i professori-commessi dell´emporio, che devono soltanto
soddisfare le aspettative dei giovani seduti al di là del bancone. Pardon,
volevo dire della cattedra. Probabilmente, in qualche scuola virtuosa, questa
raggiunta autonomia ha prodotto risultati eccezionali, ma direi che
nell´insieme ha soltanto inoculato il virus dell´inadeguatezza nei
professori, ha depotenziato il loro insegnamento, costringendoli a
retrocedere al ruolo di intrattenitori, di venditori di pentole, di
spaventati amiconi dei ragazzi. Non credo si possa tornare indietro, ma
credo che andare avanti in questa direzione significhi soltanto rendere le
nostre scuole simili ad aziendine traballanti, pronte a tutto pur di non
perdere la loro misera quota di mercato."

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