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di Ignazio Licciardi
I politici? Soltanto saccheggiatori di voti. Le esigenze del cittadino non rientrano negli interessi della maggior parte dei politici!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 aprile 2010


Post-voto, i politici abbandonano Facebook e Twitter

di Maddalena Loy

Dai manifesti elettorali sparsi per la città a un post sulla bacheca di Facebook: così cambia la comunicazione politica italiana, che faticosamente cerca di adeguarsi agli standard del mondo 2.0. Ma, dopo l'indigestione di loghi di Fb e Twitter sui siti dei candidati alle elezioni regionali, in pochi hanno continuato a utilizzare i social network per non interrompere la conversazione con gli elettori. E il "tasso di abbandono" è molto alto.

La maggior parte dei candidati hanno pubblicato un messaggio di ringraziamento ai propri elettori, a prescindere dal fatto che avessero vinto o perso. I "rapidi" (la Bonino e De Luca in Campania) hanno immediatamente postato uno o più messaggi, c'è chi ha reagito dopo qualche giorno ((Zaia, Bresso e Loiero) mentre altri ancora (Penati, Bernini, Modena e Biasotti) sono totalmente scomparsi, interrompendo dall'oggi al domani il flusso di comunicazione attivato solo in funzione della campagna, anche a fronte di migliaia di messaggi che continuano ad affollare le loro "bacheche".

I politici, in linea di massima, non sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità 2.0 della rete, arena di dibattito e discussione, e continuano a considerarla soltanto come un mezzo di propaganda (o, nel migliore dei casi, di comunicazione tradizionale) dove far calare dall'alto i loro messaggi, video e foto. Il dialogo con l'elettore ancora non è contemplato: e alla fine sostenitori e oppositori finiscono per insultarsi sui loro wall senza alcuna moderazione (in tutti i sensi).

E' il caso del neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha annunciato la propria iniziativa sulla RU486, senza poi chiedere al proprio staff di intervenire per gestire i commenti (molto vivaci). Risultato: una pagina caotica e aggressiva, dove sono soltanto altri fan (o oppositori) che si rispondono e si insultano l'uno con l'altro. Stessa situazione sulla pagina del presidente calabrese Scopelliti.

Nel mare degli esempi negativi spiccano i virtuosi Nichi Vendola e il governatore toscano Enrico Rossi. Se si diventa fan della pagina del governatore pugliese, si riceve la sua richiesta di “amicizia”. Vendola, che si è servito di una delle migliori agenzie di comunicazione del settore, la Proforma, ha annunciato la vittoria su Twitter pochi secondi dopo l'ufficializzazione del risultato e continua a twittare regolarmente. Rocco Palese, il candidato sconfitto del Pdl, ha ringraziato ancor prima di Vendola gli elettori e da poco è tornato a scrivere su Fb e Twitter.

Emma Bonino non ha mai twittato, mentre la Polverini - delusa dai pochissimi "followers" - ha smesso il 2 marzo. Formigoni, che ha saputo sfruttare la rete spaziando da Facebook a YouTube, ha smesso di usare Twitter il 30 marzo. Il neo governatore del Pdl in Campania, Stefano Caldoro, continua a postare due tweet a settimana, mentre De Luca non ha mai usato Twitter. Cota, vincitore piemontese del Pdl, non si è mai servito di Twitter per la sua campagna elettorale ma scrive regolarmente dal 7 aprile e al momento conta soltanto qualche decina di follower. La Bresso, candidata e Presidente uscente, ancora non ha ripreso la propria attività sui social network.
Claudio Burlando ha scritto fino al 3 aprile, poi ha sospeso i propri tweet, mentre Sandro Biasotti del Pdl scrive regolarmente e non necessariamente di politica, così come Enrico Rossi.
Le regioni dove l'utilizzo dei social network non è stato neanche contemplato sono state Umbria e Marche. In Umbria Catiuscia Marini (centrosinistra) non ha mai rinfrescato il suo account Twitter, inutilizzato da giugno 2009, Fiammetta Modena non è iscritta e Paola Binetti ha un account ma non ha mai scritto nulla. Situazione simile nelle Marche, dove i due candidati non hanno mai attivato i loro profili.

Sono pochissimi, insomma, i nuovi Presidenti di Regione o gli sconfitti della tornata elettorale per i quali l’appuntamento del 28 e 29 marzo ha rappresentato solo una parentesi in un uso costante e fluido delle reti sociali e di Internet. Quasi tutti non hanno uno staff che se ne occupi o, più semplicemente, non comprendono la viralità dello strumento.

"l'Unità", 14 aprile 2010
Giovanni De Luna: "C'è una divaricazione tra senso comune e storia che è un segno preoccupante di questo tempo".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 24 aprile 2008


 
Milano: corteo per la celebrazione della festa della liberazione Massimo Di Nonno

Intervista allo storico del Novecento
De Luna:
«Il 25 aprile è antifascista.
La destra strumentalizza la Shoah»
Stefania Podda

Il fascismo derubricato e sfumato. Una tragedia, quella della Shoah, celebrata a uso e consumo di una destra in cerca di legittimità politica in cambio di parziali ripensamenti. Una sinistra consapevolmente artefice di questo slittamento di prospettiva in nome di una memoria, quella del comunismo, da difendere a tutti i costi. Sono gli elementi di un dibattito aperto qualche giorno fa dallo storico Giovanni De Luna, con un articolo sulla Stampa . La riflessione di De Luna partiva da una notizia: il restauro del Padiglione italiano del Museo di Auschwitz. Un progetto affidato dal governo, in uno dei suoi ultimi atti ufficiali, ad organizzazioni ebraiche come l'Ucei, mentre l'Aned, l'associazione degli ex deportati politici, che pure negli anni Settanta aveva seguito il primo allestimento, è stata esclusa.
Un'esclusione che lo storico ha interpretato come un campanello d'allarme per la sparizione dalla memoria collettiva di un antifascismo politico, fagocitato dalla memoria della Shoah. Nel senso comune, dunque, il fascismo ha finito con l'identificarsi e con l'esaurirsi nelle persecuzioni antisemite.
Con il paradossale risultato di aver permesso alla destra di sdoganarsi a prezzo di una comoda e parziale abiura, di uno strappo limitato alle leggi razziali.
A De Luna ha risposto, sul Corriere , Ernesto Galli Della Loggia, il quale ha sostanzialmente rispedito al mittente la riflessione: è a sinistra - ha detto - che bisogna cercare la genesi e le cause di questo spostamento di ottica sul fascismo. E' la sinistra - accusa Galli Della Loggia - che ha beneficiato dell'enfasi data alla Shoah nell'analizzare il Ventennio. Perché solo così poteva funzionare l'equiparazione fascismo-nazismo - contestata dallo storico Renzo De Felice - e solo così si marcava una differenza incontestabile e inappellabile tra fascismo e nazismo da un lato, e comunismo dall'altra. Erano dunque l'antisemitismo e l'Olocausto a porre lo stalinismo su tutt'altro piano etico. Fascisti e nazisti responsabili della Shoah, e i comunisti ad aprire i cancelli di Auschwitz.
Abbiamo chiesto a Giovanni De Luna, docente dell'Università di Torino, di tornare su quella riflessione e di rispondere all'accusa, genericamente rivolta alla "cultura di sinistra", di aver bollato come revisionista l'opera di De Felice, solo per non dover ripensare il mito della Resistenza e insieme il mito di una superiorità morale del comunismo, anche quando si rivelò un regime totalitario.

Professor De Luna, perché sente oggi l'urgenza di una riflessione sui connotati dell'antifascismo?

Se riflettiamo sull'ultima campagna elettorale, mi ha molto colpito l'assenza totale del tema dell'antifascismo, a parte le dichiarazioni marginali di Dell'Utri sui libri di scuola e la candidatura di Ciarrapico. Non solo, ma i partiti che esplicitamente avevano l'antifascismo nella propria carta dei valori sono stati brutalmente estromessi dal parlamento. C'è indubbiamente da segnalare un affievolimento dell'antifascismo come valore all'interno del dibattito politico e della riflessione culturale di questo paese. Questo è un dato di fatto, poi ci si potrà interrogare sul perché e se si tratti di una congiuntura politico-culturale oppure di una svolta irreversibile. La mia risposta è netta: l'antifascismo è parte integrante dell'identità repubblicana. Vorrei che su questo il nuovo governo si pronunciasse. Tocca ad esso l'onere della prova in questa direzione. La ricerca storica in questi anni è andata avanti e ha stabilito una sorta di continuum tra l'8 settembre del 1943, il 25 aprile del '45, il 2 giugno del '46 e il 18 aprile del '48. E' una continuità consolidata e quello che emerge è la crisi italiana legata al crollo dello Stato nazionale sotto il peso della disfatta militare e del fascismo. Dalle macerie dell'8 settembre, dalle rovine di un complesso istituzionale che frana su se stesso, il paese passa alla riconquista della libertà e della democrazia nella giornata del 25 aprile del 1945, si dà un tema costituzionale con il 2 giugno del 1946 e arriva alla stabilizzazione di un sistema politico con le elezioni del 18 aprile del 1948. Il 25 aprile è uno snodo, una tappa fondamentale per capire come si è costruita l'identità repubblicana di questo paese.

Ma l'indebolirsi del tema dell'antifascismo nella cultura e nel dibattito politico non è esclusiva di questa campagna elettorale. E' una tendenza di anni, avviata peraltro anche da sinistra. Basti pensare a Luciano Violante e ai ragazzi di Salò.

Certo, i segnali c'erano: il successo dei libri di Pansa, ad esempio, va iscritto totalmente in questa dimensione, in questo spirito del tempo. Se vuole una mia definizione sintetica di questo spirito del tempo, posso dire che è il rifiuto della complessità in qualsiasi forma. Rifiuto della complessità politica come mediazione, come articolazione, come discussione, come approfondimento a vantaggio di una politica fatta di decisionismo, colpi di scena. C'è una diffusa insofferenza verso la storia, la ricerca, meglio parlare di buoni e cattivi. Che cosa sono alla fine i libri di Pansa? Un lungo viaggio attraverso il sangue e le uccisioni. Insomma, una grande macelleria dove non c'è più il problema dell'interpretazione delle fonti che sono il fondamento della ricerca storica. In questo rifiuto della complessità sono precipitati i luoghi comuni, ed ecco allora i partigiani cattivi, i repubblichini buoni. Per non parlare dei ragazzi di Salò che hanno avuto un grande successo mediatico senza che nessuno si sia preoccupato di fare riferimento alla ricerca storica. In questi anni sono usciti libri fondamentali su Salò che hanno studiato a fondo quella realtà restituendoci un'immagine non certo di ingenua passione adolescenziale. Erano invece il nerbo dell'occupazione nazista in Italia. Nessuno avrebbe potuto deportare gli ebrei del ghetto di Roma senza le ferrovie, i trasporti e tutto quello che i fascisti garantivano ai nazisti. C'è una divaricazione tra senso comune e storia che è un segno preoccupante di questo tempo.

Lei individua un mutamento di segno - avvenuto negli ultimi anni - nella politica, nella cultura e nel senso comune: dall'antifascismo politico ad un antifascismo monopolizzato dalla memoria della Shoah. Che cosa è successo?

In questa accentuazione del peso delle leggi razziali nell'analisi del fascismo c'è una fisiologia e una patologia. La fisiologia è che la dimensione della deportazone razziale, nella storiografia degli anni Settanta è stata abbastanza trascurata a vantaggio di quelli che erano i grandi protagonisti collettivi della storia. Chiunque di noi abbia fatto lo storico in quegli anni vedeva gli scioperi del '43, la lotta armata, i partigiani. Insomma vedeva le punte alte, quelle più visibili del conflitto e della radicalità e invece tutto il mondo della sofferenza, della deportazione, della resistenza civile veniva in qualche modo messo in secondo piano. A partire dagli anni Ottanta invece questa tendenza si è molto modificata, gli stessi testimoni della Shoah hanno cominciato a parlare e quindi è nato un filone che ha restituito a quel fenomeno tutto il suo spessore. Questa è una tendenza fisiologica. Il problema è che su questa si è innestato un meccanismo perverso, come se parlando male delle leggi razziali chiunque possa acquistare quarti di nobiltà antifascista. Ma non è così.

Ma l'antisemitismo è stato comunque un tratto fondante del fascismo. La vulgata di un Mussolini non antisemita e costretto a pagar dazio a Hitler, è contraddetta da solide ricerche storiche.

E' impossibile separare le leggi razziali dal contesto del totalitarismo. Sia chiaro, su un punto non ho dubbi: l'antisemitismo è un dato fondante del fascismo. Sono molto vicino alle posizioni azioniste e gobettiane che vedono il fascismo come autobiografia della nazione. Nel fascismo precipitano fenomeni di lungo periodo, esiste un fondo antisemita nella cultura di questo paese che Mussolini rende evidente e catalizza nei suoi aspetti più visibili e politici. Ma non è possibile isolare l'antisemitismo dal complesso della dottrina del fascismo. Questa è un'operazione strumentale e comoda. Ed è tipico della politica saccheggiare dalla ricerca storica ciò che le fa comodo lasciando perdere tutto il resto. Ma la storia non è un supermarket. In questo momento, alla destra, la condanna delle leggi razziali serve perché quelle leggi permettono di oscurare tutto il resto del Ventennio e quella facile condanna permette di avere eccellenti rapporti diplomatici con Israele. Ma è un uso strumentale della Shoah.

Che cosa risponde a chi le obietta che questo cambio di prospettiva ha giovato alla sinistra, esentandola dal peso di una difficile autocritica sul totalitarismo dei regimi comunisti?

Non so se è stato comodo o scomodo per la sinistra. E' fuor di dubbio che quando ci si confronta con il totalitarismo nazista e con quello comunista, da un lato c'è la Shoah e dall'altro no. Che poi ci sia un ritardo nell'analisi degli aspetti del totalitarismo sovietico, almeno sino alla metà degli anni Ottanta, non c'è dubbio. Però tenga presente che - senza essere una giustificazione - nel nostro mestiere il problema delle fonti è comunque strategico e fondamentale. Sino alla dissoluzione dell'Urss gli archivi sovietici non erano accessibili. La ricerca storica faceva fatica ad entrare ad esempio nel mondo dei gulag dal punto di vista storiografico. Certo, ci poteva entrare dall'ottica della pamphlettistica politica o del dibattito giornalistico, ma il canale della ricerca storica non c'era.

Ma ha ragione Galli Della Loggia quando dice che l'enfasi sulle persecuzioni razziali ha fatto il gioco di chi voleva continuare a ignorare il vero volto del regime sovietico e a conservare una primazia morale dell'Unione Sovietica?

Rispetto al problema che la Shoah sia stata usata dai partiti di sinistra per parlare solo del nazismo e non dello stalinismo, questo è senz'altro vero. E però è anche un dato di fatto. La Shoah era una realtà del nazismo e non dello stalinismo.


"Liberazione", 24/04/2008

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