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di Ignazio Licciardi
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 luglio 2010


L'attuale tendenza a distruggere la cultura non apre alcuna prospettiva di sviluppo per la collettività
 
L'arte può salvare il mondo?
Un interrogativo giocoso ma non troppo
 
 

Roberto Gramiccia


"La bellezza salverà il mondo", dall' Idiota di Dostojeskij, è una frase che ha fatto epoca. Recentemente mi è capitato, parlando con Nunzio, lo scultore del gruppo di San Lorenzo, di chiedergli se l'arte secondo lui può salvare il mondo. Lui ha risposto laconico: «se lo chiedi agli artisti, ti diranno di si». Ora, ammesso che esista un rapporto fra arte e bellezza, se Nunzio ha ragione - e io credo di si - evidentemente è diffusa l'opinione che l'arte (la bellezza) può rappresentare, in una situazione di universale degrado spirituale ambientale economico etico e politico, una speranza concreta di salvezza.
Esprimere un'opinione su questa questione non è inutile dal momento che solo una concezione del mondo volgare, meccanicistica ed economicistica può sorvolare sull'importanza fondamentale dell'esperienza estetica di ciascuno e di tutti.
Non è la stessa cosa vivere immersi dentro un paesaggio alpino o a contatto con una natura vivificata dai benefici di un mare incontaminato oppure sopravvivere in un quartiere degradato di Casal del Principe controllato dal clan dei casalesi. A parte quelle naturali, esistono bellezze che, secondo l'insegnamento di Platone, rifletterebbero sempre e comunque la bellezza della natura, come accade per l'arte. Naturalmente questa visione ce la siamo messa alle spalle da un bel po'. Oggi nessuno si azzarda a sostenere che l'arte debba copiare la natura. Anzi nessuno sostiene nemmeno che debba avere a che vedere necessariamente con l'idea del bello, ammesso e non concesso che ne esista una diffusamente condivisa.
Ma non è del rapporto arte bellezza che vogliamo parlare, quanto piuttosto della questione della presunta funzione palingenetica di essa, una funzione capace di riscattare il mondo e l'umanità da un destino mortifero che oggi appare se non inevitabile almeno significativamente possibile.
Ora, sull'arte si sono dette e si dicono una quantità di cose, alcune delle quali retoriche e ancora appiccicosamente postromantiche. Alcune invece ciniche, aride e sin troppo spregiudicate. E così c'è ancora chi parla dell'artista demiurgo, guidato dagli dei, come c'è chi si fa portavoce dei principi ispiratori della business art di Wahrol, secondo il quale il quadro più bello è quello che costa di più.
Personalmente sono convinto dell'importanza fondamentale dell'arte, così come della necessità che essa sia concretamente patrimonio comune. Ma non credo che essa salverà il mondo. Sostenerlo significa non accorgersi della dipendenza dell'arte dall'economia e dal potere. Una dipendenza che da quando esistono le classi sociali c'è sempre stata e sempre ci sarà, fatta salva quell'autonomia possibile che gli artisti più capaci riescono nonostante tutto a ritagliarsi.
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo. Oggi più che mai il suo sottostare al modo di produzione capitalistico e al senso comune espresso dalle classi egemoniche appare come una realtà pressoché immodificabile. La nostra epoca più di altre dimostra un tasso di soggezione alle leggi del profitto, declinate secondo la grammatica e la sintassi della comunicazione di massa e della tecnologia, che non ha precedenti.
Ma c'è di più. C'è che le classi dominanti hanno interesse a distruggere la cultura per ridurre la possibilità di formazione del dissenso. Non mettono la camicia di forza solo all'arte, distruggono le università, dominano i destini della scienza, mercificano la medicina, addomesticano gli intellettuali, mettono in ginocchio chi ancora si ostina ad esprimere libere opinioni. Insomma esprimono spregiudicatamente la loro "egemonia senza egemonia" e cioè una capacità di dominio che, non solo non apre prospettive di sviluppo, ma entra in contrasto clamorosamente con gli interessi collettivi materiali e immateriali. Rompere queste catene non è cosa che si può fare con un capolavoro, fosse anche una nuova Guernica.
Detto questo, però, non si può non riflettere sul fatto che l'accanimento contro la cultura e l'arte di cui il nostro attuale governo rappresenta un esempio quasi di scuola, più o meno consapevolmente, rivela un odio di classe fondato sull'idea che la capacità di distinguere il bello dall'osceno, l'arte dalle barbarie estetiche, la cultura dal ciarpame comunicativo vada combattuta e se possibile soppressa per condannare alla definitiva ignavia se non alla complicità oggettiva masse di popolo sconfinate.
Se ci pensate, che cosa c'è di più brutto - dico proprio esteticamente - dell'ingiustizia. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la fame, lo strazio e la morte dei diseredati sono più insopportabili se oltre ad una angolazione etica, se ne usa anche una estetica. Non è per caso che queste due parole si somigliano tanto.
Senza arrivare agli eccessi di un "dandysmo" alla D'Annunzio, non è difficile immaginare che una società civile colta e raffinata, e quindi adusa a praticare l'arte, non sopporterebbe tanto facilmente ciò che oggi sopporta e addirittura sostiene. E non mi riferisco solo al fenomeno delle cultura del berlusconismo ma ad un mondo che va ben al di là, investendo un modello di società, quella capitalistica, che sta mostrando i segni di una crisi (anche estetica) inarrestabile.
Ecco perché fra i ceti sociali che ancora si oppongono a questa deriva. anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, ci sono quelli mediamente più colti. Penso che si debba dirlo con semplicità: è veramente difficile che una società dove esista una familiarità con l'arte possa sopportare lo spettacolo indecente fornito dalle esternazioni della nostra classe dirigente. Ecco perché la cultura è un prerequisito essenziale della coscienza di classe.
Fra le ragioni che spingono proletari e sottoproletari a votare Berlusconi, infatti, non c'è forse anche una sorte di rassegnazione estetica, una voglia di adeguarsi ai modelli proposti dalla televisione? Sicuramente sì. C'è soprattutto questo.
Ecco che si ripropone la questione dell'egemonia. Su questo piano la borghesia ha vinto ma dando di sé, a partire dalla fine degli anni Settanta, veramente il peggio. A differenza di altri periodi storici in cui mentre esercitava il proprio dominio svolgeva anche una funzione progressiva.
Questo "peggio" l'arte e la sua diffusione potrebbero smascheralo senza fare proclami ma semplicemente mostrando se stessa. L'arte quando è autentica è oggettivamente edificante, stimola e migliora la sensibilità, suscita ribrezzo per la volgarità. E la sopraffazione dell'uomo sull'uomo non è solo ingiusta e odiosa è anche volgare, anzi oscena. Per questo penso che l'arte, anche se non salva il mondo, può aiutare chi vuole trasformarlo. Personalmente se dovessi contribuire a dirigere la scuola quadri di un ipotetico nuovo partito rivoluzionario oltre, che di Marx, di Lenin e di Gramsci, parlerei anche di Antonello da Messina.


"Liberazione", 08/07/2010


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Da chi è deciso l'habitat dell'uomo del nostro tempo?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 giugno 2010


"E' successo qualcosa alla città", manuale di antropologia urbana
a cura di Paolo Barberi

 
Spontanee, affollate, disordinate
Le megalopoli "informali" del futuro
 

Tonino Bucci

Chiamarlo animale simbolico non basta più, l'essere umano sta per trasformarsi definitivamente in animale urbano . Aristotele, in fondo, c'era andato molto vicino con la sua definizione di «uomo» come «animale politico», non foss'altro perché destinato a vivere in uno spazio sociale, nella città greca, la polis per l'appunto. Per la gran parte gli esseri umani che vivono sulla faccia di questa terra, risiedono in città diventate metropoli, anzi megalopoli, in continua crescita perdipiù. E' la città il nostro mondo artificiale , una sorta di seconda natura che però ci avvolge come una natura prima e immediata. In questi anni, per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione del pianeta che vive nelle città è diventata maggioranza rispetto a quella residente nelle campagne. In queste megalopoli, diffuse soprattutto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, ci abitavano nel 2001 921 milioni di persone. Nel 2005 hanno toccato quota un miliardo. Tra dieci anni si calcola che a vivere negli slum saranno un miliardo e 400 milioni di esseri umani. Insomma, stando alle ricerche dell'Onu, ben oltre un quarto della popolazione mondiale sarà destinata a vivere in baraccopoli.
Ma non è solo per quantità che il fenomeno impressiona. Oltre ai numeri c'è la qualità di un cambiamento che accade sotto i nostri occhi e che pure si fatica a riportare sotto teorie e modelli. Il problema metodologico non sfugge al gruppo di studiosi autore di E' successo qualcosa alla città , un manuale di antropologia urbana pubblicato di recente da Donzelli (a cura di Paolo Barberi, pp.260, euro 24).
Lo spazio fisico delle città, oggi, è molto di più di una grandezza quantitativa, molto più di una questione tecnica da lasciare in mano a specialisti dell'ingegneria e dell'architettura. Nel senso che anche quella che nelle metropoli appare una dimensione tangibile - gli edifici, le piazze, le vie, i vuoti e i pieni - è piuttosto un universo culturale, un agglomerato complicato di «segni», uno specchio in cui si riflettono stili di vita, sottoculture, processi economici - a tal punto che sociologi e antropologi non se ne possono disinteressare. «Si è sviluppato all'interno delle scienze sociali contemporanee un ambito teorico, in cui confluiscono numerose discipline, che privilegia lo spazio come unità di analisi e può essere definito come la spazializzazione della teoria sociale ».
Se questi sono i problemi di metodo, ancora più complicato è il passaggio all'atto pratico. Come si può mappare un fenomeno che per sua natura sfugge a ogni ordine come quello delle megalopoli contemporanee? « Sprawl , parola introdotta negli Usa per indicare la rapida e disordinata crescita urbana della periferia americana (il cui eloquente significato letterario è "sdraiato"), è un fenomeno che ha acceso l'immaginazione di urbanisti, architetti e ricercatori della città», in generale di chiunque voglia provare a dare un nome e una definizione all'entropia urbana del nostro tempo. Intorno alle città, in alcuni casi anche dentro di esse, crescono senza ordine agglomerati frammentati che riflettono gli stili di vita di coloro che ci abitano: «predisposizione a elevati consumi», «alta propensione agli spostamenti», «accelerazione dei ritmi quotidiani». Ma se lo sprawl è il fenomeno urbano made in Usa, il modello occidentale di città che crescono all'insegna della deregulation urbanistica, ben altro accade nel resto del mondo. «Stiamo assistendo - scrivono Paolo Barberi e Federico Mento - a un fenomeno totalmente nuovo: il primato della città informale, una città totalmente spontanea. Dove cioè non accade che vengano spinte al limite le regole del gioco, ma semplicemente le regole, almeno per come le conosciamo attraverso i lineamenti che i teorici hanno tentato di assegnare loro nel tentativo di descrivere la città, non esistono più». Non c'è da farsi illusioni, scrivono gli urbanisti: gli effetti di questa entropia accelerata non tarderanno a farsi sentire anche nei paesi tecnologicamente avanzata. A tramontare è l'utopia rinascimentale della città ideale, l'idea che dalle geometrie mentali degli architetti possano nascere spazi urbani ordinati e a misura d'uomo, tramontata. Al posto di quell'utopia subentrano gli slum , città che si sviluppano orizzontalmente «ni una distesa opaca di lamiere e materiali di scarto».
Nel 2003 Un-Habitat, il programma delle Nazioni Unite sull'insediamento umano, diede alle stampe un rapporto globale, The Challenge of Slum , il più «grosso sforzo congiunto di un'organizzazione internazionale di mappare l'urbanizzazione spontanea nel mondo e le condizioni di povertà di chi ci vive». Lo slum, ovvero l'insediamento urbano informale, è caratterizzato da inadeguato accesso all'acqua e ai servizi igienici, dalla povertà strutturale delle abitazioni, dal sovraffollamento e dall'insicurezza residenziale. Tra i principali slum nel mondo spiccano - stando ai dati che risalgono a cinque anni fa - quelli di El Sur/Ciudad Bolivar a Bogotà (oltre ventuno milioni di abitanti) e di Neza/Itza a Città del Messico (oltre dodici milioni di persone). «L'Etiopia detiene, insieme al Ciad, il record per la più alta percentuale di abitanti in baraccopoli, che ammonta alla strabiliante percentuale del 99,4 della polazione urbana, seguita dall'Afghanistan (98,5 per cento) e dal Nepal (92 per cento). Bombay si aggiudica il ruolo di capitale mondiale degli slum (10-12 milioni tra occupanti abusivi e abitanti di alloggi informali), davanti a Città del Messico e Dhaka (9-10 milioni), e a seguire Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa, San Paolo, Shangai e Delhi (6-8 milioni)». Ma gli slum sono tutt'altro che facili da misurare con le statistiche. Sono strutture urbane che si sviluppano in modo mutevole, a volte verso l'esterno, nelle periferie, altre volte in direzione contraria.
«Sebbene a livello mondiale sia chiaramente dimostrata la tendenza a espellere i più poveri dalle zone centrali che si riversano in periferia ad alto tasso di edilizia informale, esiste anche il fenomeno contrario». A volte sono i ceti medio-alti che abbandonano il centro dal nobile passato, «consegnandolo alle masse più disagiate, per raggiungere le cosiddette enclave, spazi protetti ed esclusivi ai margini del tessuto urbano». E' accaduto, per esempio, a San Paolo o nelle zone della Lima coloniale. Interi rioni un tempo borghesi si sono trasformati in slum. Le campagne della paura, soprattutto negli Usa, hanno fomentato un esodo dei ceti alti dalle zone centrali verso la periferia, verso nuove città-fortezza, sorvegliate a vista da poliziotti privati. «Le immagini di scontri tra gang, di sequestri di stupefacenti, di degrado sociale, di saccheggi inarrestabili, di crudeli omicidi, hanno per anni attraversato le produzioni hollywoodiane, i serial tv, i notiziari locali e nazionali».
Altrove, invece, si assiste alla reinvenzione di intere città dal nulla e con materiali improvvisati. «Spazi temporaneamente occupati, dormitori di fortuna ricavati, creative superfetazioni di baraccopoli». E' il caso degli «uomini ingabbiati» di Hong Kong, individui costretti a recintare il giaciglio con una rete metallica per evitare il furto dei propri miseri averi. A Phnom Phen un abitante su dieci vive per aria, sui tetti. Secondo le stime sarebbero un milione e mezzo. Bombay, invece, ospita la più grande popolazione di «abitanti del marciapiede», circa un milione di individui. Ma il primato della fantasia va agli abitanti di El'arafa, la «città dei morti» del Cairo. Uno slum improvvisato tra le tombe nel quale vive un milione di persone.


"Liberazione", 01/06/2010

Le nostre guerre, un saggio del sociologo Alessandro Dal Lago
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 aprile 2010


 

 
La democrazia con la spada
Il lato oscuro del potere
 
 

Tonino Bucci
 

Nei talk show capita spesso di vederlo nei panni dell'esperto di turno. Edward Luttwak è ospite abituale nelle trasmissioni di approfondimento politico in qualità di raffinato conoscitore di geopolitica e questioni internazionali. Da cultore della Realpolitik (a stelle e strisce, ovvio) Luttwak è capace di dire le cose più ciniche come fossero le più ovvie del mondo. Giovedì sera era ad Annozero - puntata dedicata alla vicenda dei tre medici di Emergency rapiti dalla polizia afghana. Con molto candore l'analista (e consulente per il Dipartimento di Stato americano) ha spiegato perché le ong che operano in scenari di guerra sarebbero dannose e contrarie alla democrazia. Il ragionamento, pressapoco, è che tutte le organizzazioni non governative sono destinate a svolgere un lavoro che oggettivamente favorirebbe i terroristi. Se non peggio, nel senso che spesso e volentieri le ong finirebbero con l'intavolare trattative e stringere accordi e connivenze col nemico allo scopo di sopravvivere in contesti difficili.
Persino quando svolgano attività umanitarie - come nel caso di Emergency che apre e gestisce ospedali - il risultato non cambia. Alleviare le sofferenze dei civili non significa altro - agli occhi dello stratega Luttwak - che evitare ai terroristi un crollo di consensi da parte delle popolazioni locali. Ogni ferito curato è un nemico salvato dalla morte. Ragion per cui, alla fin fine, è colpa delle ong come Emergency se la guerra si protrae più a lungo del previsto. Ma il Luttwak-pensiero non finisce qui: sulla scia della classica tesi di Clausewitz si spinge a legittimare la guerra come una (giusta) prosecuzione della politica con altri mezzi. Laddove questa non è efficace sono le armi a dover parlare in sua vece. Gli eserciti operano sotto il controllo democratico dei parlamenti e dei governi eletti dal popolo, a differenza delle ong che agiscono al di fuori di ogni controllo, libere a proprio arbitrio di stringere patti coi terroristi. Conclusione: gli eserciti sarebbero il braccio della sovranità democratica, mentre le ong (e tutti i pacifisti) null'altro che amici dei nemici della democrazia. Da una parte la guerra giusta, inflitta in nome di una superiore civiltà, dall'altra nemici privi di status umano, terroristi da eliminare.
Questo perverso rovesciamento tra vittime e carnefici, tra bene e male è tutt'altro però che un modo di ragionare eccentrico. La caricatura di un mondo in bianco e nero non appartiene soltanto a Luttwak. Lo schema ricalca le giustificazioni in chiave liberal della guerra come esportazione della democrazia. Anzi, a spingere l'analisi ancora più in profondità, scopriremmo che nella tradizione occidentale, dai greci in poi, la democrazia si è sempre pensata nei termini della «comunità guerriera», come suggerisce il sociologo Alessandro Dal Lago nel suo nuovo libro, Le nostre guerre (manifestolibri, pp. 264, euro 22). Fin dalle origini del pensiero politico, insomma, il potere e la spada si sono costituiti in un unico atto, con un precisa linea di demarcazione tra cittadino e straniero, tra possidente e schiavo, tra libero e barbaro. La stessa filosofia occidentale, nata nel contesto della polis greca, della comunità di guerrieri, non si spinge oltre il particolarismo della comunità, non mette in discussione il potere, ma rimane vincolata all'etica militaresca della comunità, considerando il rapporto tra politica e guerra come fatto ovvio e naturale. Socrate elogiato da Alcibiade nel Simposio platonico per la sua fermezza in battaglia è il modello del filosofo che aderisce al patriottismo, la prefigurazione della società armata guidata dai filosofi che sogna Platone, «l'immagine dell'uomo greco (ovviamente libero e possidente)» che si sdoppia in due profili: «il cittadino che delibera sulla cosa pubblica e il guerriero che tiene il suo posto nella falange oplitica».
La guerra non è una parentesi della civiltà, il manifestarsi di un black out temporaneo della democrazia, anzi. L'arte militare - scrive Dal Lago - è la «condizione normale del vero cittadino greco», l'intero suo mondo ruota attorno alla guerra, sia che questa venga condotta contro i nemici interni, sia che venga condotta contro quelli esterni, i barbari. «Io non trovo niente di irrazionale, di patologico, nel fatto che democrazia e mercato vengano esportati con la guerra. Ritroviamo lo stesso ambiente in cui fiorì la filosofia classica, l'Atene che intraprendeva commerci e conquiste, che invitava i filosofi da tutto il mondo greco e promuoveva arti e architettura e inventava la democrazia, ma al contempo spiegava ai Meli che sulla terra vige esclusivamente la legge della forza». Tutt'altro che una patologia, la guerra è l'emergenza che fonda la norma, lo stabile patto costituente che garantisce alla normalità della "democrazia" di funzionare. «Ci siamo affezionati all'idea che le costituzioni nascano da qualche tipo di contratto o patto tra il potere e i sudditi», che può essere immaginato come un circuito in cui il potere proviene dai cittadini e a loro ritorna (democrazia diretta) oppure come delega a un'istanza superiore che amministra il potere in loro nome. Ma «per quanto eccellente come espediente teorico-politico, il patto fondativo tende a oscurare le sue origini belliche». La sovranità nasce dalla distinzione tra chi ha diritto a portare (e usare) la spada e chi no. «Nella sua ingegnosa idealizzazione della democrazia diretta greca, Hannah Arendt non si è soffermata sul fatto che la libertà di parola nella polis era definita dalla libertà di usare la spada verso il basso e verso l'esterno», verso i servi da un lato e verso i barbari stranieri dall'altro. Non c'è nulla di misterioso e di eccezionale nella guerra, anzi essa ha carattere «fondativo» e «costituente» della normalità. Nella polis greca il gioco politico consiste nel definire «i limiti dell'uso legittimo della spada».

Oggi non è cambiato molto da allora. Ai nostri tempi «la sovranità si esercita nella figura dei campi di internamento per alcune categorie di esseri umani illegittimi». Sono migranti, profughi, combattenti "irregolari", meteci, barbari, individui senza patria che non meritano alcun riconoscimento. «Se si limitano a vivere negli interstizi delle patrie o traversano i mari senza autorizzazione saranno passibili di detenzione extra-legale (come se fossero internati civili di un paese nemico in tempo di guerra). Se invece combattono, saranno soggetti a procedure indiscriminate, segrete, militari di internamento ed eventualmente di eliminazione».


"Liberazione", 18/04/2010

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