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di Ignazio Licciardi
Le Pensioni? Sempre più leggere! Allegria!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 16 giugno 2009


Pensioni, da luglio le “quote”
E da gennaio ... pensioni sempre più leggere

Tra pochi giorni entreranno in vigore le quote previste dalla legge 247. Per andare in pensione si dovrà toccare “quota” 95: almeno 60 anni e 35 anni di contributi. E dall’inizio dell’anno prossimo entreranno in vigore i nuovi coefficienti per il calcolo della pensione. Riduzioni stimate tra il 6 e l’8 per cento. INTERATTIVO PENSIONE: CALCOLA QUANDO E QUANTO. TABELLA: i requisiti minimi

Mancano pochi giorni e per andare in pensione si dovranno rispettare le “quote”. Da luglio prenderà via il meccanismo delle quote per l’accesso al pensionamento di anzianità definito dalla legge 247 del 24 dicembre del 2007 che prevede la necessità di soddisfare il requisito relativo alla somma data dall’età anagrafica e dall’anzianità contributiva.

Le norme introdotte dalla legge Damiano prevedono che a partire dal primo giorno di luglio potranno andare in pensione coloro che hanno compiuto almeno 59 anni e abbiano 36 anni di contributi. Il meccanismo delle quote fa sì quindi che si potrà andare con 35 anni di contributi ma solo se si sono compiuti almeno i 60 anni d’età. Fino alla fine di giugno 2009, i requisiti minimi rimangono di 58 anni con 35 anni di contributi.

Le condizioni fissate a “quota” 95, qualora non vengano introdotte novità, saranno quelle che avranno validità anche per il 2010. A partire dal gennaio 2011 invece, per andare in pensione di anzianità, si dovrà toccare quota “96”: ovvero potrà andarci chi avrà compiuto 60 anni di età e avrà 36 anni di contributi o 61 anni con 35 anni di contributi. Di seguito la tabella con la somma di età anagrafica e anzianità contributiva e l’età anagrafica minima secondo la legge 247 (vedi tabella).

L’altra novità prenderà il via a gennaio 2010 quando entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione delle pensioni (vedi tabella). Ovvero quei parametri che vengono utilizzati per calcolare il valore della pensione. Secono le stime effettuate dal Nucleo valutazione spesa previdenziale la riduzione varrà, a seconda dell’età, tra il 6,38 per cento e l’8,41 per cento.

Per calcolare la data di pensionamento e l’importo della pensione netta annua (vedi dettaglio) è possibile utilizzare lo strumento del Calcola Pensione che dà la possibilità anche di scoprire quanto vale la pensione netta in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto.

Per utilizzare il calcolatore si dovrà specificare la data di nascita, il sesso, il codice di avviamento postale, la data di inizio di iscrizione alla previdenza obbligatoria, la categoria, la professione, e il reddito annuo. E' utile precisare che, per una corretta lettura delle previsioni, l'importo del reddito da lavoro dell'anno in corso va imputato al netto di tasse e contributi. Sarà inoltre sempre l'utente a definire l'ipotesi del percorso di carriera - assestato, medio o brillante - da qui alla data di pensionamento.

INTERATTIVO:
Calcola Pensione

TABELLE:
Le "quote"
I coefficienti

DOCUMENTI:
La legge 247 del 2007

"la Repubblica", 16-06-09

Cambiano i volti ... ma la favola neoliberista non convince il paese reale, quello che soffre!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 ottobre 2007


Pensioni, la Francia si ferma contro Sarkozy
La stabilità liberista in Europa è solo un mito

Anubi D'Avossa Lussurgiu
Dopo dodici anni la Francia torna alle scene del 1995, l'anno del grande sciopero dei trasporti e dei servizi pubblici che paralizzò l'Esagono e segnò un arresto della marcia neoliberista. Ad evocare l'Idra della vertenza più paralizzante - materialmente - rispetto all'intera economia, è stato il neopresidente Sarkozy, attraverso il governo Fillon. Si dirà che è nel suo stile decisionista, che tanto affascina anche da questa parte delle Alpi e presso gli indirizzi politici più sorprendenti, gettare il cuore oltre l'ostacolo e, appunto, affrontare subito il principale. Sarà anche vero, ma c'è un problema: il vero meta-messaggio sarkozista, sul piano politico e più i generale sull'idea di società, è stato il declassamento del conflitto, addirittura con un neo-nazionalismo incardinatao proprio sul superamento, lo scavalcamento dei conflitti interni. Ebbene, quest'immagine si è immediatamente infranta. Prima dentro la stessa macchina di potere, con le tensioni insorte tra l'Eliseo e un esecutivo diminuito di rango rispetto allo staff presidenziale. Poi nel consenso al fondamentale programma securitario, cui la figura di Sarkò è indissolubilmente legata: sui droni immaginati dalla polizia a sorvolare le banlieues parigine e poi sull'obbligatorietà del controllo del Dna per l'autorizzazione ai ricongiungimenti, la società civile d'Oltralpe è riemersa, rumorosa e spaccata in due come una mela. Adesso il primo capitolo della doppia offensiva sarkozista in materia economico-sociale, quella cioè che mira all'innalzamento generale dell'accesso alla pensione a 40 anni di contributi e allo smantellamento delle prestazioni pubbliche, scatena una vertenza di forza persino superiore a quella di dodici anni fa. Il 73% di partecipazione allo sciopero, a metà della giornata di ieri, contro il 65 di allora. Ieri, in Francia, funzionavano più o meno solo gli aeroporti. E si continua oggi. Qualcosa vorrà pur dire. Specie se si allarga lo sguardo alla nostra culla comune, l'Europa: i cui governanti sono tornati ieri a mostrare, tutti, la loro forza reale, nell'empasse totale della costruzione dell'Unione politica, inseguiti sin dentro Lisbona dalla protesta antiliberista.

Qualche volta le cifre, i dati, sono corpi, vite in azione: leggere che in Francia, ieri, per un bilancio ancora parziale, si erano fermati 4 su 5 lavoratrici e lavoratori delle stazioni ferroviarie, e altrettanti nell'impresa pubblica di fornitura dell'elettricità, l'Edf; leggere che il Metro di Parigi era fermo, come i tram, come la Rer; leggere, ancora, che sono andate deserte le scuole, che si è bloccata la raccolta di rifiuti, che erano chiuse le poste e le Tlc pubbliche; leggere infine che hanno scioperato anche le edizioni regionali dell'informazione radiotelevisiva pubblica: tutto questo racconta d'un Paese niente affatto pacificato.
E' vero che i sondaggi danno il 75 per cento di approvazioni al taglio presidenziale sui «privilegi» dei trattamenti pensionistici speciali nell'impiego pubblico. Davanti al potere politico e alle statistiche demoscopiche, però, ci sono i comportamenti reali del Paese reale. E la favola narrata cambia completamente.
E' così, in realtà, in tutt'Europa: e rispetto a tutte quelle formule che sono state decantate dall'opinione pubblica serrata intorno ai poteri economici come risolutive - dei conflitti, appunto. Anche la Grande Coalizione tedesca presieduta dalla cancelliera Angela Merkel (altra «soluzione» accarezzata qui da noi) ha in principio radicato la sua fortuna nella pubblicistica neomoderata in fantasmagorici consensi sondaggistici. Adesso non è più così. In Germania le tensioni sociali sono tornate a serpeggiare da tempo; e la maggiore socialdemocrazia europea, lasciata da Schroeder in ostaggio alla Grosse Koalition, versa ora in una crisi di dimensioni prima sconosciute - mentre a sinistra cresce oltre ogni previsione un soggetto alternativo e unitario.
Lo stesso, poi, è accaduto a quella che ci è stata raccontata come la resurrezione del blairismo in una nuova carne e mondato dagli "errori" internazionali del leader della Terza Via: in questi giorni il successore Gordon Brown sta scontando anche lui la dura prova della realtà, che non sfugge agli occhi dei cittadini. Il suo decisionismo si è manifestato con la spavalda evocazione di elezioni anticipate, quando un po' di brezza era tornata nelle vele del New Labour con la pennellata di attenzione "sociale" del suo programma di governo. Poi la sostanziale continuità delle politiche pubbliche rispetto all'era blairiana ha depresso le stime dei consensi e Brown è caduto di male in peggio dando prova di pavidità politica con la frenata sul ricorso alle urne e restituendo il vantaggio al giovane ed eclettico antagonista a capo dei Tories, Cameron.
Insomma, in questa vecchia Europa dai tratti stravolti l'idea di una formula stabile che assicuri il governo politico dell'egemonia liberista, rimane un perfetto ossimoro. Mentre lo slittamento di natura e di senso delle socialdemocrazie lascia vuoti che mostrano di non essere destinati a farsi automaticamente "riempire" da chi resta a sinistra. Anche perché nel loro dibattersi e infragilirsi le attuali classi dirigenti restano comunque le sole a maneggiare a pieno la dimensione politica continentale, il giocattolo fondamentale e al tempo stesso pericoloso dell'Unione europea.
Qui è l'architrave del problema della politica in Europa: quella dimensione, lo spazio comune della decisione, il trasferimento di "sovranità", attraversa una crisi che è lo specchio e insieme il moltiplicatore delle crisi di ogni formula di governo nazionale in quest'epoca. Il punto di caduta è plasticamente rappresentato dal terreno di scontro e di impaludamento del vertice di Lisbona in corso: esso altro non è che la degenerazione, o l'inefficacia, delle forme democratiche dell'Unione, a partire dal peso del Parlamento nell'architettura comunitaria e dal non casuale ritorno al conflitto sui pesi nazionali. Un fenomeno profondamente significativo, che riporta in primo piano i sovranismi proprio mentre i governi politici si conformano più o meno ad un'unica idea di società e di sviluppo.


"Liberazione", 19/10/2007

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