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di Ignazio Licciardi
... 1871
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 marzo 2011


Garibaldi, Mazzini e la Comune di Parigi del 1871

 


 

Le prime organizzazioni dei lavoratori italiani non furono ispirate da una qualsivoglia delle scuole socialiste e il socialismo incominciò a permeare il movimento dei lavoratori solo dopo il 1871.
Le cause di questo ritardo possono essere molte. Roberto Michels ne sottolinea due: il debole sviluppo del «metodo di produzione» capitalistico e «legge storica empirica», per la quale «in epoche contraddistinte da lotte nazionali, le lotte di classe sono comunque assopite».
Comunque sia, fatto è che, intorno al 1870, quel che vi era di organizzato tra i lavoratori italiani, e non era poco, faceva capo a Giuseppe Mazzini e al suo Patto di fratellanza tra le Società operaie di mutuo soccorso.
Ma il 1871 fu un anno fatale. Tra il marzo e il maggio, si consumò la Comune di Parigi. Contro di essa, Giuseppe Mazzini lanciò un vero e proprio anatema, provocando la rottura sia con Mikail Bakunin, che, dal 1864, era stato bene accolto in Italia proprio dietro sua presentazione, ma anche, e questo fu decisivo, con Giuseppe Garibaldi. L’«Eroe dei due mondi», che fin dal 1867 si era detto pronto a muovere «guerra alle tre tirannidi che affliggono l'umanità», quella politica, quella religiosa e quella sociale, ora, reduce dalla spedizione contro i Prussiani, aveva espresso, in una lettera Giuseppe Petroni, direttore della «Roma del popolo», il suo pieno appoggio alla Comune e la sua adesione all'Internazionale. È nel corso di questa vicenda che il Generale, in una lettera a Celso Ceretti del 22 settembre 1872, scrisse il celebre motto: «L'Internazionale è il sole dell'avvenire».
La polemica tra i due padri della patria non poté non ripercuotersi nell’opinione pubblica e nelle organizzazioni operaie. Tanto più che l’influenza di Giuseppe Garibaldi sulla gioventù era enorme. Come ricorda Roberto Michels: «L'atto dell'idolo loro, Garibaldi, di dichiararsi internazionalista, al cospetto della Comune di Parigi, e di prendere, con le parole e con gli scritti, parte per il socialismo, fece loro un'immensa impressione e fece maturare, in un attimo, in essi la ferma volontà di redimere la patria, politicamente redenta, anche socialmente.»a «A poco a poco, divenne abitudine, ovunque si costituiva una società operaia o socialista aderente all’Internazionale , di eleggere Garibaldi a presidente onorario, onoranza che egli sempre accettava “con piacere”».
Nel mentre all’Aia si consumava la separazione tra Karl Marx e Mikail Bakunin; in Italia, per effetto delle prese di posizione di Giuseppe Garibaldi, iniziava, a partire dal XII congresso, riunito a Roma, delle Società operaie, la crisi dell’egemonia mazziniana e si andava affermando l’orientamento cosiddetto «internazionalista». Per inciso, non era la prima volta che Giuseppe Garibaldi influiva sull’orientamento delle organizzazioni operaie. Circa dieci anni prima, infatti, il felice esito della spedizione dei Mille aveva causato la fine dell’influenza liberale sulle Società operaie di mutuo soccorso e le aveva condotte nel campo mazziniano. Infatti, l’«Impresa» che, sola, dava corpo all’immagine di una unità nazionale costruita con la partecipazione attiva delle forze popolari, non poteva non dare un contributo decisivo ai mazziniani che, in senso alle società operaie, rivendicavano il suffragio universale: «Dopo i miracoli ottenuti dai nostri volontari in questi due anni –dicevano i mazziniani- non si dovrebbe più tentare nulla di grande senza il popolo. Col popolo si fa tutto ciò che può concepirsi di nobile e di sublime». E, poiché Mikail Bakunin godeva dell’amicizia di Giuseppe Garibaldi, il quale, in occasione del congresso ginevrino della Lega per la pace gli aveva riservato un’accoglienza talmente calorosa da fargli superare le riserve di molti delegati. Non dobbiamo, poi, dimenticare, che, come sottolinea Roberto Michels, in quei tempi, era ancora viva la tradizione settaria del Risorgimento. La «Carboneria non era ancora del tutto spenta». «Inoltre il buon esito della spedizione dei Mille in Sicilia aveva dato una riprova quant'altra mai buona dell'attuabilità della teoria della tattica insurrezionale, che aveva reso possibile di sopraffare un nemico forte con un manipolo esiguo, ma devoto ad un'idea». Infine, i pochi ma vivaci internazionalisti italiani, come per esempio Carlo Cafiero, Alberto Tucci, Guglielmo di Montel, Giuseppe Fanelli e Saverio Fruscia, erano in rapporti con lui.
Tutti questi elementi messi insieme fecero sì che la crisi del mazzinianesimo e l’adesione della gioventù garibaldina all’Internazionale si traducessero nell’affermarsi del bakuninismo. Per esempio, il garibaldino Erminio Pescatori fondò, a Bologna, il Fascio operaio , che raccolse l'adesione di Andrea Costa e fu promotore dell’assise del 4 agosto 1872 dalla quale prese consistenza il movimento bakuninista in Italia: la celebre conferenza di Rimini, presieduta da Carlo Cafiero, che diede vita alla Federazione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori.
Cosicché, come riconobbe lo stesso Friedrich Engels in più lettere indirizzate, alla fine 1872, ad Adolph Sorge, tra le trecento e più sezioni che l'Internazionale poteva contare in Italia, soltanto due, e tra le più scarne, mantenevano rapporti con il Consiglio generalea: quella di Lodi, capeggiata dal garibaldino Enrico Bignami, e quella dell’Aquila.
Il lodigiano Enrico Bignami, che già dal 1868 dirigeva il giornale «La Plebe», al quale aveva dato il proprio appoggio Giuseppe Garibaldi e che avrà tra i suoi editorialisti, in «un italiano impeccabile», lo stesso Friedrich Engels, era passato, come molti coetanei, dalla democrazia mazziniana alle posizioni «internazionaliste». Ma, a differenza di molti, Enrico Bignami era rimasto estraneo alle suggestioni insurrezionaliste e spontaneiste proprie del bakuninismo. Il socialismo che metterà a punto negli anni, soprattutto dopo il 72, sotto l’influsso del comunardo Benoit Malon (emigrato in Italia dove fondò, a Palermo, il giornale «Il Povero». Ritornato in Francia nel 1885 fonderà la «Revue socialiste» sulle cui colonne si formerà una intera generazione di socialisti tra i quali Jean Jaures) e con la collaborazione di un altro ex mazziniano garibaldino, il mantovano Osvaldo Gnocchi Viani (che sarà, nel 1882, tra i fondatori del Partito operaio italiano e il promotore, nel 1891, della Camera del lavoro di Milano) ha caratteri peculiari: se non temessimo l’ossimoro, la contraddizione in termini, potremmo parlare di «anarchismo legalitario». A molte concezioni proprie dell’anarchismo, come l’autogestione e il rifiuto dell’interventismo statale (come, per esempio, si era realizzato, per opera di Louis Blanc, nella Parigi del ’48) «La Plebe» affiancava una concezione legalitaria della lotta di classe, la quale doveva combattersi con le armi delle idee, della propaganda e dell’organizzazione, sia economica che politica, avendo come fine quello di estendere alle masse proletarie quelle libertà propagandate, ma eluse, dai liberali. Una lotta che non doveva trascurare alcun mezzo, tanto meno il metodo elettorale, per fruire del quale bisognava, anzi, rivendicare il suffragio universale, anche femminile.
Nelle condizioni dell’epoca e, soprattutto, vista l’esperienza tedesca, non era difficile che questo socialismo si incontrasse con il marxismo. Infatti, intorno alla vexata quaestio , se il partito socialista dovesse mirare alla rivoluzione sociale, Friedrich Engels era solito rispondere spostando i termini stessi del quesito: «Vi è dieci contro uno di probabilità che i nostri dirigenti, assai prima di cotesto termine, impiegheranno contro di noi la violenza; il che ci trasferirebbe dal terreno delle maggioranze al terreno rivoluzionario». Quasi identiche sono le parole che compaiono, nel 1875, in un opera di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi-Viani, un’altro garibaldino che fonderà, nel 1892, la Camera del Lavoro di Milano: «Per liquidazione sociale vi si diceva intendiamo una trasformazione inevitabile ed in un tempo determinato della proprietà, che sarà collettiva per i capitali o mezzi di produzione e di scambio, e sarà individuale per i prodotti o merci di consumo. Il carattere di questa liquidazione dipenderà dalle classi dirigenti; se esse vorranno riconoscerne la legittimità, sarà tenuto conto dei diritti del passato e si procederà per via di riscatto in forma amichevole. In caso contrario la liquidazione sociale si farà rivoluzionariamente e nessuno potrebbe ora determinarne il carattere».
Da questo «pied-à-terre in Italia» e, come lo definì Friedrich Engels, prese il via un cammino fatto di elaborazione, di predicazione, di organizzazioni economiche (come si diceva allora, di «mutuo soccorso, cooperazione e resistenza»), ma anche politiche che, nel giro di vent’anni, portò al ribaltamento delle parti.
Un percorso a tappe, tra le quali rimane emblematica quella della conversione di Andrea Costa: la lettera «Ai miei amici di Romagna» pubblicata, il 3 agosto 1879, proprio su «La Plebe» di Lodi.
Il traguardo fu la nascita del Partito socialista italiano nelle cui sezioni, come ricorda Gaetano Arfè, faceva bella mostra un busto in gesso di Karl Marx, del quale Filippo Turati avrebbe voluto esportarne copie nelle sezioni della socialdemocrazia tedesca, ma l’offerta venne declinata da Friedrich Engels perché quel Marx somigliava troppo a Garibaldi per aver fortuna fuori d’Italia.

Programma del 1892

Considerando

che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall'altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

che i salariati d'ambo i sessi, d'ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d'inferiorità e d'oppressione;

che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza so ciale dell'esistenza;

riconoscendo

che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall'odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;

che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro e la gestione sociale della produzione;

ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l'azione del proletariato organizzato in "partito di classe", indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantisi sotto il doppio aspetto:

della "lotta di mestieri", per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.), lotta devoluta alle Camere dei Lavoro ed alle altre associazioni di arte e mestieri;

di una lotta più ampia, intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.), per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l'espropriazione economica e politica della classe dominante;


i lavoratori italiani, che si propongono l'emancipazione della propria classe, deliberano: di costituirsi in Partito informato ai principi suesposti.

(«Lotta di classe», 20-21 agosto 1892)

Bibliografia:

Giovanna Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Milano 1999
Gaetano Arfè, Storia del socialismo italiano, Torino 1965
Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano, Roma 1971
MARIA GRAZIA MERIGGI, La Comune di Parigi e il Movimento rivoluzionario e socialista in Italia (1871-1885), La Pietra, Milano 1980
Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911, Roma 1979
 

www.controlacrisi.it


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Edgar Morin, Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi, Erickson, Trento 2011, pp.104
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 febbraio 2011


Edgar Morin: Ritrovare Marx sotto le macerie dei marxismi

 


 

Tradotti una cinquantina di saggi vecchi di mezzo secolo ma sempre attualissimi

Edgar Morin pro e contro Karl Marx
di Daniele Barbieri

E' curioso che le sinistre (perlomeno in Europa) da decenni gareggino nel gettare via Marx e il suo metodo mentre - a ogni crisi - le teste pensanti del capitalismo lo riscoprono.
Probabilmente ha ragione Edgar Morin con il suo Pro e contro Marx, appena tradotto da Erickson (104 pagine per 10 euri) dove nel sottotitolo invita a «Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi».
Impressiona scoprire che gli articoli e i saggi di Morin qui riuniti risalgono perlopiù a 50 anni or sono. Il più recente - si fa per dire - è del 1993 ma è stato ripubblicato, pari pari, nel 2007 a dimostrare che Morin sa guardare lontano, che il suo articolato rapporto con Marx resta così profondo da non temere le svolte (meglio: i terremoti) della storia. E' corretto dunque quello che Morin scrive nella prefazione del gennaio 2010: «Di fatto per tutta la vita, in tutta la mia opera, sono restato fedele alla prospettiva marxiana della mia adolescenza ed è proprio questa "fedeltà" che […] mi ha spinto a "superare" Marx nel senso hegeliano del termine (superare conservando)».
Sono ben pochi - e perlopiù eretici come Cornelius Castoriadis - i marxisti con i quali si confronta Edgar Morin mentre ricorda i nostri debiti («mi baso più su Eraclito, Montaigne, Pascal, Shakespeare») e invita a fare i conti con le novità (Einstein e Foucault soprattutto).
Sin dalla prefazione Morin invita a rifiutare il generico "uomo". In primo luogo «abbandonando il maschile». Poi concependo l'essere umano «in modo trinitario, cioè inseparabilmente individuo-società-specie». L'homo non è soltanto sapiens (cioè razionale), faber (produttore e creatore), oeconomicus (spinto cioè dall'interesse materiale) ma anche ludens (mosso dal gioco, dal puro piacere) e demens (delirante). E su quest'uomo demens - insensato distruttore anche del pianeta, l'unica casa che ha - Morin torna più volte per invitarci a vedere l'essere umano «complesso, multiplo che porta in sé un cosmo di sogni e di fantasmi» (pagina 76) e «farla finita con il mito unilaterale di homo sapiens per considerare la complessità indissociabile dell'homo sapiens-demens» (pag 90).
Morin polemizza con i marxisti dogmatici e ricorda che «le sintesi, nella vita, sono provvisorie e parziali […] La dialettica procede a strappi, con uno sforzo che ricomincia di continuo». Indignerà qualche iper-materialista (ne esistono ancora?) la capacità di Morin nel coniugare reale e immaginario - «c'è sempre una parte di magia di cui abbiamo bisogno» - e nel ricordare che «per essere veramente realisti bisogna essere un po' utopisti». Pagine che hanno una doppia valenza visto che sono state scritte da chi non si è mai nascosto dietro le presunte necessità della storia con la S maiuscola per giustificare perfino gli orrori di Stalin (e infatti il paragrafo si intitola «si comincia con l'essere "realisti", si finisce per essere bestie»).
Non ci sono risposte facili, pronte una volta per tutte. «Non c'è uomo totale. Le nostre contraddizioni e i nostri limiti non possono essere soppressi. Essi ci spingono al contrario a trasformarci trasformando il mondo». Ed è ragionando di prassi - «se si pensa troppo non si agisce più, se si agisce troppo non si pensa più eccetera» - che Morin scrive: «L'azione è costantemente minacciata dal fallimento. O piuttosto non è altro che una sequela di fallimenti interrotti da una riuscita […] Vi sono dunque scommesse, cadute, tentativi, errori. Fallimenti, follie. Il mondo della politica non è come quello del pensiero che cancella le sue ipotesi, che tace i suoi sogni e i suoi deliri […] E' il mondo del triplo rischio: materiale, etico e dialettico». E poche righe dopo: «La politica è la più barbara di tutte le arti»
Il quinto capitolo - «Alla ricerca dei fondamenti perduti» del 1993 ma "attualizzato" al 2010 - ci piomba nella barbarie dell'oggi, nella sparizione dei "grandi progetti" (sostituiti dai sondaggi, ironizza Morin), nelle grandi possibilità e grandi inquietudini collegate alle neuroscienze, in un mondo dove «si pensa sia normale distruggere le eccedenze agricole europee mentre la fame colpisce un quarto dell'umanità» e dove «chiamiamo realismo l'assenza di pensiero». Sono 15 le sfide individuate da Morin per il nuovo secolo e, a fine libro, propone «4 finalità» concrete per salvare «la patria terrena». Il «nodo gordiano» infatti è un pianeta che si unifica mentre tutto «diviene sempre più frammentato», mentre «l'incomprensione non fa che accrescersi». Una nuova barbarie tecnica si allea a quelle antiche e - se non invertiamo la rotta - ci aspetta «nel migliore dei casi il Medio Evo planetario, nel peggiore Mad Max». Il nemico è il «pensiero chiuso» nella variante della «tecnoscienza burocratizzata» e del «pensiero sempre più locale». Ci occorre un pensare in grado di «cogliere la multidimensionalità della realtà» e magari anche un altro sguardo che, come suggerì Shakespeare, sia capace di «fragore e furore».


FONTE: Liberazione, 06/02/2011


 

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“Marx era un genio, noialtri al massimo avevamo talento” con queste parole Engels avrebbe commemorato l'amico di una vita!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 febbraio 2011


Sandro Moiso: La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels

 

Tristram Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, Isbn, Milano 2010,  
  pp.400, euro 27,00
 
Di roghi di libri, certo, Friedrich Engels se ne intendeva.

A partire dalla messa al bando del Manifesto del Partito Comunista, nel 1852, seguita alla condanna dei comunisti nel processo di Colonia, innumerevoli sono state le opere da lui firmate, da solo o con Karl Marx, messe fuori legge o distrutte dai regimi reazionari o autoritari degli ultimi centosessanta anni.

Non solo per questo, però, si dimostra particolarmente utile la lettura del testo di Tristram Hunt dedicato alla vita di Engels.

La vita di un borghese rivoluzionario viene qui esposta al di fuori dell'agiografia che, troppo spesso, ha accompagnato le biografie di Marx ed Engels, soprattutto nell'era del cosiddetto socialismo reale. Anzi, si può tranquillamente affermare che quella prodotta da Hunt sia l'unica biografia degna di rilievo dopo quella scritta da Gustav Mayer nei primi anni trenta e tradotta in Italia soltanto nel 1969 da Einaudi.

Anche se si sente ancora la mancanza di una ricostruzione organicamente parallela delle biografie intellettuali dei due fondatori del comunismo scientifico, l'opera dell'autore inglese, storico, giornalista e curatore di una nuova edizione della Situazione della classe operaia in Inghilterra dello stesso Engels, riesce a ricostruire con attenzione e agilità il clima politico, sociale ed economico in cui l'avventura comunista ebbe inizio.

“Marx era un genio, noialtri al massimo avevamo talento” con queste parole Engels avrebbe commemorato l'amico di una vita, ma la modestia contenuta nella frase non poteva celare l'importanza avuta dallo stesso oratore all'interno del movimento operaio internazionale prima e dopo la scomparsa dell'autore del Capitale.

Organizzatore infaticabile, osservatore acuto delle condizioni della classe operaia, conoscitore dell'economia capitalistica in quanto industriale lui stesso, esperto di scienza militare e di guerriglia, il borghese di Manchester, nato nella città renana di Barmen nel 1820 da una famiglia di imprenditori tutti dediti alla fede religiosa e al perbenismo borghese, si sarebbe dimostrato un feroce fustigatore della mentalità piccolo borghese, della famiglia e dello stato.

Se Marx, soprattutto nella sua opera principale, volò alto nei cieli della teoria, Engels lottò sempre con i piedi ben piantati in terra. Descrizione delle condizioni di vita della classe operaia di Manchester o del resto del mondo, organizzazione di un partito di lavoratori, storia della famiglia, della proprietà privata, dello stato e dell'origine della discriminazione di genere furono, nell'arco di una vita, i suoi chiodi fissi.

Anzi si potrebbe dire che l'intesa intellettuale con il Moro di Treviri, databile fin dai primi anni della gioventù, possa essere fatta risalire proprio alle due diverse attitudini di indagine e ricerca.

Tanto pronto all'intuizione era Marx, sempre disponibile ad accantonare momentaneamente (o per sempre) un lavoro già iniziato per seguire un nuovo filone o un argomento balzato alla sua attenzione durante gli studi precedenti, tanto era metodico Engels nello svolgere i propri compiti e le proprie ricerche e, soprattutto, nello spingere l'amico al completamento dei lavori iniziati.

Soltanto tenendo conto di ciò è possibile comprendere il legame, anche economico, che intercorse tra i due, senza cadere nella facile retorica dello sfruttamento di Engels e delle sue ampie disponibilità economiche da parte dello stesso Marx.

Proprio su questi aspetti, la condizione borghese di Engels e il legame che la famiglia Marx, anche dopo la morte di Karl, intrattenne con gli aiuti economici forniti dal primo, l'autore rischia talvolta di cadere nel moralismo o nel gossip.

Ma, d'altro canto, le descrizioni della gioventù scapestrata, delle bevute, dell'amore per le belle donne, per la caccia alla volpe e della profonda devozione di Friedrich alla moglie e alle figlie di Marx (oltre che per la governante Nim) servono a rendercelo più umano e più vero di quanto tanta altra letteratura abbia fatto precedentemente. Anche per quelle tredici dozzine di bottiglie di champagne, già pagate, lasciate nelle cantine dei propri fornitori dopo la morte, avvenuta nel 1895.

L'attesa della rivoluzione e della crisi che ne sarà alla base, l'organizzazione di un movimento operaio conscio delle proprie finalità storiche e di classe, la lotta contro ogni settarismo dentro e fuori il partito dei lavoratori e la riflessione teorica su tutto questo furono sempre accompagnate da una grande joie de vivre, lontana mille miglia dall'immagine del rivoluzionario grigio, insensibile e ciecamente dedito alla causa tramandata dalla vulgata del bolscevismo staliniano e di certo millenarismo anarchico.

Feroce nella polemica, appassionato nella difesa delle idee rivoluzionarie e della causa proletaria, Engels fu anche attento e diplomatico negli interventi, là dove questi, come nel caso delle lotte della classe operaia dell'East End del 1889, erano rivolti alla creazione della più larga unità di lotta tra i lavoratori. Anche se all'unità dei lavoratori non sacrificò mai la chiarezza programmatica e di analisi economica e sociale.

Barricadero nel 1848 e nel 1849, attento alle possibilità offerte dalla legalità e dal parlamentarismo allo sviluppo del movimento operaio dopo la fine delle leggi anti-socialiste di Bismarck, il tedesco di Manchester non abdicò mai all'uso della forza, estrema risorsa nella lotta con il capitale né, tanto meno, predicò mai la totale rinuncia all'illegalità, là dove questa si fosse resa necessaria per il raggiungimento o la difesa degli scopi della lotta contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Proprio durante gli ultimi anni di vita, in occasione dei congressi della socialdemocrazia tedesca, ripubblicò la Critica al programma di Gotha con cui Marx aveva fustigato il partito tedesco e denunciò qualsiasi guerra futura come controproducente e catastrofica per la causa proletaria.
Qualsiasi tentativo di far risalire le colpe enormi della Seconda Internazionale e dello stalinismo all'operato, pratico e teorico, di Engels, viene da Hunt limpidamente eliminato.

In questo contesto la lotta condotta contro l'anarchismo dai due comunisti, non appare mai come la lotta settaria e spietata che poi il bolscevismo condusse negli anni venti e trenta e, nemmeno, la persecuzione anti-bakuniniana tramandata dalla successiva letteratura anarchica. Piuttosto si svolge in un ambito in cui un movimento operaio giovane ed esuberante deve coordinare le proprie forze ed individuare obiettivi e momenti della lotta, al di fuori del fideismo e del populismo di stampo idealistico e piccolo-borghese di Mazzini e di Bakunin.

Certo nel testo di Hunt, a differenza di quello di Mayer, nessun rilievo è dato alla polemica tra Engels e Domela Nieuwenhuis, il più importante socialista olandese dell'ottocento progressivamente spostatosi su posizioni anarchiche, che ebbe sicuramente una certa importanza nel cambiamento di opinione nei confronti di una questione così importante come quella della guerra da parte del frock-coated communist (il comunista con la finanziera), così come titola originariamente il testo inglese.

Ed è un peccato, non per il fatto in sé, ma, piuttosto, perché sarebbe occorsa una più adeguata trattazione di come Marx ed Engels seppero, spesso, far loro ed introdurre nelle proprie proposizioni politiche, posizioni ed idee cui inizialmente si erano dichiarati ostili o indifferenti, quando queste dimostravano la loro utilità e correttezza nel corso dell'azione politica.

Ne sono una prova non solo l'indirizzo scritto da Marx per la Comune di Parigi, ma anche l'attenzione per tutte quelle forme di colonialismo o di sottomissione di altri popoli agli interessi degli imperialismi euro-centrici un tempo sottovalutate; soprattutto da Engels che, nella foga della lotta del 1848, giunse a parlare per gli slavi di “popoli senza storia”. Accreditando così, successivamente ed involontariamente, le peggiori posizioni della socialdemocrazia a favore dell’imperialismo.

Prima ancora della Cina o dell’India, furono infatti le condizioni dell’Irlanda e le condizioni del proletariato irlandese emigrato in Inghilterra a suscitare l’attenzione dei due autori, tanto da spingerli a condannare una classe operaia (quella inglese) piena di pregiudizi razzisti e quindi incapace, non sapendo lottare per quelli altrui, di difendere i propri diritti.

Engels giunse a cercare di scrivere una storia d’Irlanda e del suo sfruttamento da parte della potenza inglese, poi lasciata (per una volta) incompleta. Anche se questo suo interessamento per la causa irlandese fu in parte dovuto alle origini della sua combattiva compagna, Mary Burns, operaia di Manchester, è proprio questa capacità di integrazione del movimento e delle novità di rilievo nella teoria critica, a convalidare la visione del marxismo come metodo e non come verità assoluta e rigidamente determinata.

A proposito va sottolineato che se Marx, come spesso si è giustamente sottolineato, non fu mai, per sua esplicita dichiarazione, “marxista”, allo stesso tempo, la lotta di Engels per la salvaguardia del patrimonio teorico del filosofo comunista tedesco non fu mai rivolta ad instaurare un culto della personalità, ma alla salvaguardia di un metodo disperso in migliaia di manoscritti inediti e di un'opera refrattaria, per sua essenza, al poter essere considerata definitiva.

Prova ne sia la pubblicazione, nel corso del '900, prima in 50 e poi in 100 volumi, ma non definitivi, delle cosiddette opere complete dei due sodali.

Opera (quella di Marx) sulla quale, sicuramente, in tarda età, Engels esercitò qualche forzatura; soprattutto nell'edizione del secondo e terzo volume del Capitale che, così come ha dimostrato Maximilien Rubel nell'edizione delle opere economiche di Marx da lui curata per la Pléiade, avrebbero potuto essere assemblati attingendo anche ad altri manoscritti.

Uno dei motivi che continuano, infatti, a confondere l'orizzonte degli studi sulle opere di Marx ed Engels e sulle “responsabilità” dello steso Engels nella loro salvaguardia e trasmissione, deriva proprio dal fatto che la maggior parte degli scritti marxiani rimasero inediti e sotto forma di manoscritti fin dopo e oltre la morte dell'autore.

Mentre la gran parte dei testi effettivamente pubblicati (circolari, indirizzi alle associazioni dei lavoratori, articoli di giornale e testi compilativi come quelli per l'American Encyclopedia) furono spesso il risultato di un lavoro politico immediato oppure rivolti a procurare all'autore, e nell'immediato, la materialissima e banale “pagnotta”. Senza contare, inoltre, che molti degli stessi furono redatti in realtà dall'amico Engels.

Monumentale anticipazione di un metodo scientifico mai definitivamente formalizzato, questo insieme di scritti e di interventi non fu mai scambiato da Engels per ciò che non era, ma soltanto codificato in alcuni principi che solo i successori avrebbero, spesso per proprio tornaconto politico, trasformato in dogmi inviolabili.

Tanto i socialdemocratici tedeschi nella lotta contro le posizioni rivoluzionarie, tanto Stalin nel suo tentativo di riassumere e codificare definitivamente tutto l'opus marxiano ed engelsiano nel suo Breve corso di storia del Partito Comunista (bolscevico) dell'Urss pubblicato nel 1938, tanto gli oppositori dello stalinismo quando, nella riduzione settaria dell'esperienza rivoluzionaria, usarono quell'opera e quegli scritti come verità inviolabili ed incontestabili.

Sotto lo sguardo sconsolato, dall'aldilà, dei due forti e gioviali bevitori di birra e alcolici vari.

Marx abbandonò per sempre i drammi e le ingiustizie del mondo nel 1883.

Engels lo seguì dodici anni dopo.

Ad accompagnare le sue ceneri, per disperderle in mare a cinque o sei miglia dalla splendida costa della South Downs, furono in quattro: la figlia di Marx, Tussy, suo marito Edward Aveling, Eduard Bernstein e Friedrich Lessner.

A detta di Tristran Hunt il Manifesto del Partito Comunista, pubblicato a Londra nel febbraio del 1848, fu letto agli inizi soltanto da un centinaio di appartenenti alla Lega dei Comunisti.

E in quel momento non fu né un best-seller né, tanto meno, un testo particolarmente influente.

Mai così poco avrebbe, in seguito, prodotto così tanto rumore.

Sul perché di quel titolo fu lo stesso Engels a fare chiarezza nella prefazione all’edizione tedesca del 1890:


”…quando fu pubblicato non l’avremmo potuto chiamare Manifesto socialista. Nel 1847 con la parola socialisti s’intendevano due tipi di persone. Da una parte i seguaci dei vari sistemi utopistici […] che già allora si erano rinsecchiti in pure e semplici sette che si andavano estinguendo; dall’altra i molteplici ciarlatani sociali che volevano eliminare, con le loro varie panacee e con ogni sorta di toppe, gli inconvenienti sociali, senza fare il più piccolo male né al capitale né al profitto. In entrambi i casi gente che stava fuori del movimento operaio e cercava anzi appoggio tra le classi “colte”. Invece quella parte degli operai che, convinta dell’insufficienza di una rivoluzione puramente politica, esigeva una trasformazione a fondo della società, quella parte di operai si dava allora il nome di comunista. […] Nel 1847 socialismo significava un movimento di borghesi, comunismo un movimento di operai. Il socialismo, per lo meno nel continente, era ammesso nella buona società, il comunismo proprio il contrario. E poiché avevamo già allora, e molto decisa, la convinzione che l’emancipazione degli operai deve essere opera della classe operaia stessa, non potevamo dubitare, neppure per un istante, quale dei due nomi scegliere”.

Nessuna concessione ai rivoluzionari “di professione” quindi.

Nessuna concessione a quelle strutture formali di partito destinate a sclerotizzarsi e a trasformarsi nelle orrende burocrazie dell’Est e dell’Ovest oppure in misere sette annaspanti una volta private dell’ossigeno fornito dalla lotta di classe.

In questa concezione dell'azione e del pensare politico va quindi individuato il motivo per cui Marx ed Engels non ritennero necessario mantenere in vita la Lega dei Comunisti e, successivamente, l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (Prima Internazionale) un minuto di più oltre l'effettivo periodo di attività e utilità nella lotta di classe delle due organizzazioni.

E nessuna concessione, in fine, a qualsiasi politica che ponesse la "cultura" o gli intellettuali al di sopra della classe lavoratrice e delle sue necessità politiche ed economiche. Proprio per questo, negli ultimi anni di vita, Engels ritenne sempre piuttosto noiosi i congressi dei partiti e delle associazioni sovranazionali (II Internazionale), ma non finì mai di entusiasmarsi per la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro. Come dimostrò, ancora una volta, nella prefazione all'edizione tedesca del 1890 del Manifesto.

Apparentemente di Engels nel mondo attuale resta ben poco.

Qualche testo, magari stilato con Karl Marx o a suo nome.

Qualche monumento, non abbattuto durante la furia iconoclasta successiva ai rivolgimenti del 1989 soltanto perché meno celebre di Marx o Lenin.

Una città che porta il suo nome, centinaia di chilometri a sudest di Mosca, un tempo abitata da tedeschi del Volga, poi deportati da Stalin alla vigilia dell'invasione hitleriana.

Eppure, sentire D'Alema sproloquiare in occasione dei novant'anni della fondazione del Pcd'I a Livorno; sentirgli affermare che l'attuale sinistra si è risvegliata, nel 1991, dal sogno di poter riformare il comunismo, può far bene.

E' vero, non può esistere una scienza della rivoluzione, ma non si può riformare qualcosa che non è dato una volta per sempre perché, ce l'hanno insegnato Marx ed Engels, fin dalla giovanile critica alla sinistra hegeliana, chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

FONTE: CARMILLA

Controlacrisi.org


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"Schiavi che combatterono come se fossero liberi, pretendendosi liberi"
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 18 ottobre 2010


Un ritratto del filologo Luciano Canfora ospite di FestivalStoria
 
Tra mito e realtà
i due volti di Spartaco
in lotta per la libertà
 
 

Tonino Bucci


Anche Marx era un estimatore moderno di Spartaco, lo schiavo che sfidò il potere di Roma e riuscì, per tre lunghi anni, a capo di un esercito di schiavi come lui, a tenere in scacco la più potente macchina da guerra del tempo. A dire il vero, in tanti nel corso della storia hanno subìto il fascino di questo mito, simbolo della più importante rivolta schiavile del mondo antico. In una lettera privata a Engels, l'amico di sempre, Marx scriveva col suo abituale tono caustico: «La sera per sollievo leggo le "Guerre civili" di Appiano (lo storico che riporta notizie relative alla guerra di Spartaco, ndr) nel testo greco, libro di grande valore. Costui è un egiziano dalla testa ai piedi. Schlosser (qui entra in polemica con lo storico tedesco Friedrich Christoph, ndr) dice che è senza anima, probabilmente perché sviscera fino in fondo le cause materiali delle guerre civili. Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi, di tutta la storia antica», «fu davvero un grande generale (non un Garibaldi)», «carattere nobile», «vero rappresentante del proletariato antico».
Ma non è Marx l'unico a richiamare la figura di Spartaco come mito funzionale alla storia del movimento operaio moderno. Il suo nome è stato adottato da partiti, comitati, riviste (nel nostro piccolo, anche Liberazione lo utilizzò per uno slogan pubblicitario, "Si incazzerebbe pure Spartaco"), evocato nelle piazze e nei cortei, persino adottato come modello nella rivoluzione fallita degli "spartachisti" Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg in Germania agli inizi del 1919, prima di venire barbaramente uccisi. Di Spartaco si è parlato al Festivalstoria di Torino, diretto da Angelo d'Orsi, oggi alla sua ultima giornata (con appuntamenti tra Saluzzo, Savigliano e Monforte d'Alba). E' toccato, nella fattispecie, al filologo Luciano Canfora il compito di scandagliare il gioco di rimandi tra lo Spartaco storicamente esistito, da rintracciare nelle (poche) fonti storiografiche che ci sono pervenute, e il mito di Spartaco nelle sue tante rielaborazioni e riletture in epoca moderna.
E' soprattutto nello spazio politico che il mito spartachiano offre le "prestazioni" migliori, se non altro per la sua indubbia capacità di generare valori contrapposti, campi semantici conflittuali: da una parte l'eroe in lotta per la giustizia, lo schiavo ribelle, il partigiano della libertà; dall'altra parte della barricata, l'imperialismo, l'ordine, il padrone, la legge a tutela della proprietà e delle gerarchie. Non a caso, il movimento operaio intravede in Spartaco un mito a misura di immaginario di massa. Il suo potenziale simbolico sta soprattutto nel prestarsi a dare un'immagine dei conflitti sociali della modernità. Il mito di Spartaco permette di costruire una tradizione di "parte", di narrare la storia mai narrata e dimenticata degli sfruttati e delle loro rivolte. I partiti socialisti di fine Ottocento avvertono il bisogno di costruire un passato alle spalle di una classe operaia alle "prime armi" e senza storia, alle prese con conflitti inediti. Spartaco è il "passato" da cui provengono idealmente gli operai moderni, che fa del proletariato contemporaneo l'erede delle rivolte degli schiavi antichi.
Anche nel cinema, il mito spartachiano ha ispirato una serie di pellicole, tra le quali non si può non citare il celeberrimo Spartacus del 1960 a firma di Stanley Kubrick, tratto dall'omonimo romanzo di Howard Fast del 1950. Il ruolo dell'eroe protagonista è affidato a Kirk Douglas. Certo, se raffrontato con la realtà storica, il film presenta «qualche imprecisione» - come segnala Canfora -, nell'attribuire con un paio d'anni d'anticipo sulla realtà, la carica di primo console a Crasso, il feroce comandante romano che alla fine sconfisse l'esercito degli schiavi. Ma va ricordata la genialità dello sceneggiatore, Dalton Trumbo, che ebbe modo di sperimentare sulla propria pelle il clima persecutorio del maccartismo nei confronti di tutto ciò che fosse in odore di comunismo. Stessa sorte, del resto, toccò all'autore del romanzo da cui il film fu tratto, Howard Fast, un ebreo comunista. Il film fu ampiamente boicottato, «alla fine ebbe via libera solo perché piacque a Kennedy».
Il mito di Spartaco è viaggiato anche per mezzo di espedienti e fonti immaginarie. Ad esempio, «nell'Enciclopedia italiana - spiega Canfora - la voce "socialismo" del 1932 è scritta da Rodolfo Mondolfo, che da lì a qualche anno lascerà l'Italia per via delle leggi razziali. Mondolfo fa riferimento a un frammento delle storie di Sallustio in cui si narrerebbe della propaganda di Spartaco a favore della creazione di uno Stato nuovo in cui giuste leggi assicurassero un'esistenza felice per tutti. Questo frammento non esiste e non è mai esistito. Ma al di là della "gaffe" filologica c'è un'idea sottostante secondo la quale nel movimento di Spartaco non ci fosse soltanto una ribellione, un'esplosione di cieca violenza, ma anche il proposito di fondare uno Stato nuovo con giuste leggi per tutti. Mondolfo va al di là delle fonti per caricare Spartaco di connotazioni politiche che è difficile sostenere esistessero in lui».
Ma si potrebbero citare anche riletture nel campo opposto dei detrattori, come quella dello studioso di storia romana, Friedrich Münzer, anche lui autore di una voce enciclopedica su "Spartakus". «Münzer - siamo nel 1929 - avverte il bisogno di scrivere: "una triste fama ottenne il nome di Spartaco nella più recente storia tedesca, a partire da quando, nel 1916 Karl Liebknecht adottò il nome di lui come titolo della sua rivista". Il seguito della voce assume toni anche più aspri. Ma quel che sorprende è che a scrivere questa voce è un uomo come Münzer che di lì a non molto morirà ad Auschwitz. Quegli uomini come Liebknecht e Rosa Luxemburg che nel nome di Spartaco si erano lanciati nel 1919 in un'avventura rivoluzionaria, suicida senza dubbio, furono massacrati dalle stesse persone che avrebbero mandato a morte Münzer».
Sul versante del mito negativo si colloca anche il classicista italiano Giorgio Pasquali che nella seconda edizione di un suo libro, Socialisti tedeschi, uscita nel '20, se la prende con lo Spartakusbund di Liebknecht e Luxemburg. Usa «toni sprezzanti soprattutto nei confronti di quest'ultima, alla quale addebita uno stile inutilmente didattico nello spiegare nei suoi libri il pensiero economico di Marx». La schiera dei detrattori arriva fino al 1985, anno di pubblicazione di un libro di Wolfgang Schuller, Spartacus heute (Spartaco oggi) che «gronda sarcasmo e ironia ma, del resto, nella Germania occidentale si provava fastidio per gli studi sulla schiavitù antica condotti nell'altra Germania. In gara con essa si sosteneva che la schiavitù nel mondo romano fosse stata attenuata da un atteggiamento illuminato di "humanitas"».
Ma chi fosse veramente Spartaco è un problema. Lo storico tedesco Mommsen - coetaneo di Marx e da questi citato diverse volte - era convinto che fosse un principe tracio. Ma le fonti superstiti sono davvero poche. «Purtroppo non abbiamo i libri di Tito Livio che, stando ai riassunti che ci sono arrivati, dovevano offrire una narrazione ampia di questa guerra. Non abbiamo neppure le storie di Sallustio». Uno dei pochi testi storiografici che dedichino attenzione all'argomento sono le pagine di Appiano sulle "Guerre civili", lo storico alessandrino citato da Marx, della fine del II secolo d.C.. E poi ci sono le poche pagine di Plutarco sulla vita di Crasso. E quelle di Floro, il cui libro di storia è una sorta di sunto della lezione del maestro Tito Livio. «Floro descrive le guerre servili siciliane della fine del II secolo avanti Cristo. Segue quindi il "Bellum Spartacium", la guerra di Spartaco. Dice di non sapere come definire quella guerra perché - questa è la lettura che ricaviamo da un manoscritto importante conservato a Bamberga - gli schiavi combatterono come se fossero liberi, pretendendosi liberi. La questione fondamentale è che questi schiavi assunsero un atteggiamento da cittadini». Del resto, quando Spartaco, ormai padrone di quasi tutta l'Italia meridionale, dopo aver sconfitto i precedenti comandanti romani, si troverà di fronte Crasso, lo tratterà da pari a pari.
Non fu una guerra regolare, bensì «una guerra militarmente anomala, di agguato», tendente a evitare lo scontro in campo aperto. «Insomma, una guerra partigiana». Non dimentichiamo che dall'altra parte c'era la più potente macchina da guerra del mondo antico e un comandante come Crasso che non esitò a fare uso sistematico del terrore. Non solo nei confronti degli schiavi rivoltosi - nell'ultima battaglia ne morirono, pare, 60 mila, e seimila vennero fatti prigionieri e crocifissi lungo la via Appia - ma anche verso gli stessi soldati romani. Secondo una versione, riferita dallo stesso Appiano, Crasso fece decimare i suoi soldati per terrorizzarli e meglio incitarli allo scontro.


"Liberazione", 17/10/2010


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