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di Ignazio Licciardi
Enciclica "Caritas in veritate"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 luglio 2009


"l'Unità", 07-07-09

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L'Enciclica: critica sociale, non di sistema
 
 

Luigi Cavallaro
«La religione è lo spirito della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito», scriveva Marx già nel 1843. E di questa condizione, e del sentimento di essa, ci parla appunto l'ultima enciclica di Joseph Ratzinger, apparsa il 7 luglio scorso e intitolata Caritas in veritate .
Secondo il Pontefice, rilevanti sono i guasti prodotti dalla «deregolamentazione generalizzata» che ha preso piede nell'ultimo scorcio del secolo scorso e si è protratta praticamente fino a ieri (nonostante che, precisa Ratzinger, si sia trattato di un fenomeno «non privo di aspetti positivi, perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio di culture diverse»). Guasti connessi anzitutto alla precarizzazione del lavoro: perché «quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi nell'esistenza», e la conseguenza è «il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale».
Emblematica, in tal senso, è la condizione dei Paesi più poveri, dove «permane e rischia di accentuarsi l'estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di alimentazione: la fame miete ancora moltissime vittime», ricorda Ratzinger, e ciò è tanto più assurdo quando si pensi che «la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale». Manca infatti «un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all'acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari»: a tutt'oggi siamo vincolati ad un sistema istituzionale imperniato sulla regola secondo cui l'impresa risponde «quasi esclusivamente a chi in essa investe». E un sistema del genere - specie in un contesto in cui la crescita dimensionale e il crescente bisogno di capitali riducono la presenza e l'importanza di «un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa» - produce «gravi distorsioni e disfunzioni», giacché attenua «il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l'ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità», grazie al «mercato internazionale dei capitali».
Si è così costituita «una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento, costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi».



"Liberazione", 22/07/2009

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