.
Annunci online

di Ignazio Licciardi
MASTER IN COMUNICAZIONE, EDUCAZIONE ED INTERPRETAZIONE AMBIENTALE
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 marzo 2010


Vi informo di un Master su

"MASTER IN COMUNICAZIONE, EDUCAZIONE ED INTERPRETAZIONE AMBIENTALE"

vedi collegamento in

 www.iafus.splinder.com

(del 9 Marzo 2010)

"Premio speciale “Scuola” del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia" a LINDA GIANNINI "insegnante ideale da augurare a ogni scolaro"!
post pubblicato in Notizie ..., il 19 novembre 2009


 

 

 

 

PREMIO “LE TECNOVISIONARIE®” 2009

 

Chi è una "tecnovisionaria"? È una donna capace di generare innovazione e di "inventare il futuro", creando tecnologie. Una donna che con il proprio lavoro ha testimoniato o testimonia di saper coniugare creatività, innovazione e qualità della vita. Innovazione che va intesa non solo come costruzione di nuovi strumenti, ma soprattutto come capacità di concepire diversamente i problemi e identificare nuovi obiettivi.

 

Le segnalazioni per l'edizione 2009 del premio sono state effettuate on line sul sito www.womentech.info fino al 15 ottobre 2009. Sono state registrate 50 candidature.

 

La Giuria è composta da 10 esperti del mondo dell’Impresa, della Pubblica amministrazione, del Giornalismo e della Comunicazione.

 

[...]

 Premio speciale “Scuola” del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia

assegnato a
LINDA GIANNINI*

 

Motivazione

Perché ha saputo cogliere e accrescere in modo originale l’alto potenziale educativo e formativo delle tecnologie della comunicazione. Perché dà il suo contributo instancabile sui blog del Ministero e delle associazioni scientifico-educative. Perché comunicare bene ai ragazzi significa farli crescere bene. Un’insegnante ideale da augurare a ogni scolaro.


Consegna il premio

Massimo Sordi, Vicepresidente Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia.

 

*

   http://www.descrittiva.it/calip/

  http://www.lte-unifi.net/elgg/lindag/

 

                http://www.lte-unifi.net/elgg/lindag/weblog/

                http://www.studio93.it/news/read_news.php?news=32127&category=6

 

Marc Augé riflette su "comunità", "frontiere" ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 settembre 2009


«Non dobbiamo temere le frontiere: sono porte da varcare, non barriere»

 
 

Guido Caldiron


«Non ho mai smesso di prendere il metrò, mai smesso di essere parigino (...) Vent'anni dopo, dunque, non si tratta semplicemente di un ritorno nel metrò, quanto di una fermata, di una pausa, di un colpo d'occhio retrospettivo per cercare di fare il punto su cosa è cambiato».
Marc Augé, tra gli intellettuali europei più attenti ai mutamenti delle società, delle metropoli e della cultura spiega così il senso del suo viaggio nei sotterranei di Parigi compiuto con Il metrò ritrovato (Raffaello Cortina, pp. 80, euro 8,00) a vent'anni dalla sua prima, storica, indagine raccontata in Un etnologo nel metrò (Elèuthera). Augé che ha partecipato nei giorni scorsi al Festivaletteratura di Mantova sarà tra i protagonisti del Festivalfilosofia che si svolgerà tra Modena, Carpi e Sassuolo a partire da venerdì e che quest'anno è dedicato al tema della "comunità". L'intervento di Augé, centrato sull'idea di "frontiera", è in programma sabato alle 11.30 in Piazza Garibaldi a Carpi.

L'edizione di quest'anno del Festivalfilosofia è dedicata al tema della "comunità", una sorta di "parola maledetta" del Novecento che oggi sembra essere tornata molto in auge. Come la si può usare?


Quello di "comunità" è un concetto che viene utilizzato sempre più spesso anche se non credo abbia sempre un contenuto altrettanto evidente. Mi spiego: si parla di comunità etniche, gli ebrei, gli arabi e via dicendo, di questo o quel paese; si parla di comunità a proposito delle preferenze sessuali di ciascuno, la comunità omosessuale; per estensione di parla anche della comunità docente o di quella scientifica a proposito dei gruppi di insegnanti e di ricercatori; infine c'è la Comunità europea... Insomma, mi viene il sospetto che questa non sia la parola migliore per pensare gli individui all'interno della società. "Comunità" significa che chi ne fa parte dovrebbe condividere con gli altri determinati elementi, ma non credo che questo basti a definire dei gruppi coerenti. Piuttosto il termine è spesso utilizzato in maniera molto pericolosa per descrivere degli insiemi a tutto tondo che si confrontano con insiemi altrettanto chiusi e definiti. In realtà se si guarda bene nessun tipo di comunità è invece così coerente al proprio interno e così valida come punto d'osservazione verso una società. Appare chiaro che come anche "identità" e "cultura", altri due termini molto in voga, il riferimento alla "comunità" serve perciò prima di tutto a negare la voce ai soggetti, agli invidui. Si dice guardiamo alle comunità per sminuire il valore e i diritti dei singoli esseri umani.


Al festival lei interverrà parlando della "frontiera" che a suo dire non rappresenta però un limite quanto piuttosto un'occasione di scoperta. Come è possibile?

E' semplice, proprio perché cerchiamo di partire dall'individuo piuttosto che dalla comunità dobbiamo interrogarci su cosa rappresenti oggi l'idea di "frontiera". Infatti, accanto a un mondo fatto di comunità si parla da tempo di un mondo globale senza più frontiere: le frontiere esisterebbero solo tra gruppi definiti, coerenti e formati da simili. Si tratta ovviamente di una rappresentazione della realtà davvero molto rischiosa e inquietante. Proprio per questo si deve partire da una definizione della frontiera. Dal mio punto di vista una frontiera non rappresenta in alcun modo una barriera, bensì una sorta di strumento di passaggio e una soglia da cui guardare dentro qualcosa. Si dice che esistono delle frontiere tra le lingue, ma questo non impedisce che si passa da una lingua all'altra. La nozione di frontiera ci serve perciò non tanto per delimitare il campo della ricerca intellettuale, quanto piuttosto per rendere possibile il riconoscimento dell'"altro". Sono abituato a partire sempre dal punto di vista dell'individuo e mi sembra che in questo senso la frontiera sia il luogo simbolico nel quale può avvenire l'incontro e la scoperta degli altri. In questo senso la frontiera ci offre l'occasione di parlare degli individui e del futuro, piuttosto che di presunte collettività fittizie e del passato.


Le frontiere tornano però spesso nella sua riflessione come elementi che strutturano il mondo frutto dei processi di globalizzazione di questi ultimi decenni: non le frontiere tra le culture e i paesi, ma quelle che continuano ad attraversare ogni singola società. Vale a dire?

L'esempio che faccio spesso riguarda l'accesso all'educazione. Più che le differenze tra gruppi o comunità mi sembra molto significativa quella che mette a confronto le chance che possiede la figlia di un professore di Harvard e il figlio di un contadino afghano: l'una ha di fronte a sé ogni tipo di possibilità, l'altro non è ha probabilmente alcuna. E' tutto ciò, questa profonda disparità non ha nulla a che fare con la loro cultura, invertendo i ruoli si invertirebbero anche le possibilità... Ci sono delle barriere che limitano l'accesso al sapere, all'educazione e, ovviamente anche a molte altre cose. Dovremmo essere in grado di trasformare queste "barriere" in "frontiere" permettendo a tutti il passaggio da una condizione all'altra, da una chance all'altra. In questo
l'educazione è la base da cui partire, per tutti. Credo rappresenti una sorta di apprendistato delle frontiere, la base da cui apprendere come si fa a varcare la porta che ci introduce a ciascuna cultura. Per questo l'accesso all'educazione rappresenta una delle sfide principali del mondo globale di oggi.


Parlando di "comunità" con un intellettuale parigino non si può evitare di citare il dibattito che da tempo caratterizza la società francese, dove alla crisi del modello di integrazione repubblicana sembra essersi sostituita una particolare attenzione al "fatto comunitario". Lei è tornato recentemente a visitare il metrò della capitale a vent'anni dalla sua prima indagine: che cosa ha trovato da questo punto di vista?

E' evidente che nel metrò di oggi non si può che cogliere una diversità etnica maggiore rispetto a vent'anni fa. Ci sono molti più asiatici, africani e via dicendo. Il metrò di oggi ha, per così dire, una popolazione sempre più varia e mista. Ma sostenere che si tratta dei rappresentanti di altrettante comunità sarebbe una vera aberrazione: ho studiato e viaggiato abbastanza in Africa per poter dire che cosa siano le vere differenze tra i gruppi umani. No, una cosa è la voglia degli individui di definirsi come gruppo, e penso alle tante culture giovanili che crescono in una metropoli, altra cosa è il percepire queste come "differenze" fondanti qualcosa. Per quanto ho detto fin qui credo si sia capito che io non credo che le comunità esistano davvero nella realtà e siano piuttosto un comodo alibi per non affrontare i temi posti da ciascun individuo.


Parlando di questi temi è difficile non pensare alla crisi delle banlieue: che cosa non ha funzionato nei grandi spazi urbani sorti attorno alle metropoli francesi?

Si tratta di una situazione complessa e gli elementi che andrebbero analizzati sono molti. Una cosa che mi sento di dire è che intanto si deve uscire da una rappresentazione delle periferie costruita sulla base di facili cliché: le banlieue non sono la giungla oltre la porta di casa, questa specie di mondo spaventoso che sta intorno a noi e di cui non possiamo che avere paura. Oggi sembra che ci voglia più coraggio per andare a Sarcelles, banlieue di Parigi, che nella savana o nel Sahara. Decisamente una cosa ridicola. Ciò detto, i problemi sono molti: sul terreno economico, del lavoro, ancora una volta dell'educazione. La politica dell'urbanistica pubblica francese, fin dagli anni Settanta, ha puntato a far vivere tutta una parte della popolazione, la più disagiata, nelle stesse zone, e questo non ha certo reso le cose più facili. Sul fondo c'è però il fatto che ai giovani cresciuti in queste zone la Francia non è stata molto spesso in grado di offrire un percorso educativo degno di questo nome: non si è cercato di farne dei cittadini come tutti gli altri a partire dalla loro educazione. Ed è da lì che si deve ripartire ora per cambiare le cose, non certo dalle politiche repressive e del controllo sociale.


http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1

"Liberazione", 16/09/2009

Mi rivolgo soprattutto alle future educatrici e ai futuri educatori! Grazie.
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 5 luglio 2009


Un grande problema deve assolutamente trovare tantissimi interlocutori! Grazie.

Su Facebook è stato posto un problema di grandissima portata da mia figlia Francy!

(il problema posto da Francy):

http://www.facebook.com/group.php?gid=100201719931 

(il luogo dei commenti):

http://www.facebook.com/wall.php?id=100201719931#/wall.php?id=100201719931 

(Area discussioni sul tema):

http://www.facebook.com/home.php#/board.php?uid=100201719931

Al momento, è presente una forma di dialogo tra lei e me, ma gradirei immensamente che altre/altri - soprattutto se donne - intervenissero sulla problematica posta. Mi rivolgo, allora, a Voi, care e cari future/i educatrici/educatori perché possiate partecipare con le vostre considerazioni e invitare anche altre/i ad affrontare tale problematica

Grazie.

Post pubblicato anche in "HumanitatisArx"

http://www.technologeek.com/blogs/index.php?blog=36&paged=1&page=1

Ideogramma di Franco Cambi
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 16 novembre 2007


 
Ideogramma tratto da: F.CAMBI, Manuale di Filosofia dell'educazione,
Roma-Bari,  Laterza, 2000, p.7


Beh, ragazzi, alla luce di quanto stiamo dicendo di "educazione", che ne pensate dell'articolo di Hugo Novotny?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 24 ottobre 2007


 

Multiculturalità e nonviolenza: nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, sociali e personali

17 Settembre 2007

Le sfide del nostro tempo, condizionate dal processo di transizione dell’umanità verso un nuovo ciclo della sua spirale evolutiva, hanno una portata inedita. Non ci dilungheremo ora sulla globalizzazione e sulle sue conseguenze, sulle minacce del riscaldamento globale, di una catastrofe ecologia o nucleare, del terrorismo, sebbene in qualche misura tutto ciò sia legato al nostro tema.
La questione che, nascendo dal cuore di questo processo, merita oggi la nostra attenzione, è riferita alle particolari caratteristiche dell’attuale bivio storico e alle possibili strade per il suo superamento; alle premesse per la risoluzione della crisi più profonda mai vissuta dall’umanità in tutta la sua storia.

Il potenziale tecnologico accumulato nel nostro pianeta è tale che non è ammissibile continuare a provocare conflitti e guerre. Se si prosegue su questa strada, della civiltà umana non resterà nulla. La comunità mondiale deve prendere coscienza del fatto che l’espansionismo di alcuni popoli o paesi a costo di altri è arrivato all’ultimo limite. L’espansionismo orizzontale non funziona più. È necessario cominciare a crescere in verticale: verso le profondità oceaniche, verso il cosmo, per mezzo di sforzi congiunti. E utilizzando lo stesso metodo, con sforzo congiunto e non concorrenza, risolvere definitivamente i problemi di povertà, alimentazione, malattie mortali; garantire salute ed educazione a un livello degno per tutti.
Il progresso in questa direzione non implica solo nuovi accordi internazionali sul disarmo, ma anche un cambiamento radicale di mentalità: dalla nota filosofia della violenza verso una nuova cultura della nonviolenza; dal concetto di “scontro di civiltà” verso la convergenza di popoli e culture; dalla società del consumo a una vera società umanista che ponga in primo luogo il pieno sviluppo dell’essere umano (nel corpo, nell’anima e nello spirito); garantendo inoltre che tale sviluppo coinvolga non solo alcuni settori privilegiati, ma la società nel suo insieme.
Sarà utile soffermarci su ciascuno dei cambiamenti necessari. Per iniziare, parleremo della cultura della nonviolenza e della sua metodologia, tanto per la risoluzione dei conflitti quanto per la trasformazione della società.
Nella storia troviamo numerosi esempi di persone che ci mostrano il cammino della nonviolenza.
Mahatma Gandhi e il suo movimento di resistenza al colonialismo inglese non solo diedero all’India l’opportunità di ottenere l’indipendenza mediante un cammino nonviolento, ma dimostrarono al mondo che la nonviolenza non è pacifismo, passività, ma una posizione attiva, una metodologia efficace e di alta qualità morale per il raggiungimento di obiettivi politici.
Da parte sua Martin Luther King, dimostrò l’efficacia della metodologia della nonviolenza a livello sociale, guidando il movimento di neri americani che lottavano contro la discriminazione e l’umiliazione che soffrivano nei formalmente “democratici” Stati Uniti d’America.
Tanto M. Gandhi quanto Luther King basarono la propria azione sulle idee di Leone Tolstoj, che sviluppò il concetto del primo cristianesimo di “non opporti al male con la violenza”. Questo insegnamento morale è espresso nel libro di Tolstoj “Il regno di Dio è in voi”, che fu riconosciuto come fonte di ispirazione da gente di diverse latitudini per tutto un periodo storico.
Proseguendo su questa strada, nella nostra epoca Mario Rodriguez Cobos – Silo, filosofo latinoamericano, fondatore della corrente di pensiero nota come Umanesimo Universalista, pensatore o, come è stato chiamato dai media canadesi: il “saggio delle Ande”, afferma:
“Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri… Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore… Porta la pace in te e portala agli altri”.

Davanti a noi una prospettiva completamente nuova: i nemici non sono fuori, ma dentro l’essere umano e superarli nella propria coscienza, per mezzo della riconciliazione interna, è il compito vitale più importante e, allo stesso tempo, un cammino reale di trasformazione del mondo che ci circonda. In questo modo si elimina alla radice la divisione di confronto tra “noi” e “loro” che ha condizionato per tanto tempo la relazione violenta e discriminatoria verso gli “altri”.
È evidente che in tutte le culture e in tutte le epoche sono esistiti persone e movimenti che hanno lottato per un mondo più umano con metodi nonviolenti. È indispensabile prestare maggiore attenzione, studiare attentamente queste esperienze storiche alla ricerca di mezzi alternativi e di alta qualità morale che aiutino a superare l’attuale crocevia della civiltà. Non si può guardare la storia come una semplice cronologia di guerre e conflitti, come un processo di perfezionamento delle tecnologie di distruzione; al fine di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo successivi dell’umanità è necessaria una nuova visione del mondo, della storia e di conseguenza del futuro. È di massimo interesse l’esempio storico di Federico II, imperatore romano-germanico del sec. XIII la cui saggia politica consentì non solo di recuperare Gerusalemme per il mondo cristiano senza spargere una sola goccia di sangue, grazie a un accordo con il sultano arabo Al-Kamil, ma anche di costruire uno stato multiculturale fiorente. Un’esperienza su cui oggi sarebbe necessario soffermarsi a pensare.
È evidente che nella situazione attuale il concetto di “multiculturalità ha un enorme significato. Presuppone non solo un atteggiamento di rispetto verso i rappresentanti di altre culture (che oggi non è poco), ma anche la creazione di spazi per il dialogo, la collaborazione e la convergenza delle più diverse culture; lo sviluppo di concetti e di procedimenti che rendano possibile tale convergenza, in luogo dell’ancora vigente comportamento bestiale, indegno per l’essere umano del XXI secolo, di aggressione e dominazione di alcuni popoli su altri, giustificato dall’idea dello “scontro di civiltà”.
Credo che sia necessario sottolineare e precisare ulteriormente il concetto enunciato.
Per “multiculturalità” intendiamo non solo il rispetto verso “l’altro”, la tolleranza, ma anche l’interazione costruttiva, la convergenza di culture diverse sulla base del mutuo riconoscimento dei loro momenti umanisti, così come la possibilità di condividere esperienze spirituali profonde tra persone di culture e confessioni diverse, o di convinzioni atee.

Questo ultimo punto è di enorme attualità per il momento che viviamo, quando il confronto tra diverse confessioni religiose è utilizzato da determinati circoli di potere come giustificazione per il conflitto armato. La fede, la religiosità, è una forza potentissima che cresce dall’interno dell’essere umano e può essere indirizzata verso la costruzione o verso la distruzione. Da questa scelta dipende molto il superamento, da parte dell’umanità del XXI secolo, del punto di bivio evolutivo verso un mondo fondamentalmente nuovo, nonviolento; oppure, in caso contrario, la liquidazione totale della specie umana.
In questo senso sono di particolare interesse gli esempi della Russia e, nel secolo scorso, dell’Unione Sovietica, in grado di creare uno stato multiculturale e multiconfessionale; un’esperienza di coesistenza costruttiva tra popoli tanto diversi in un territorio comune. Proprio tali esperienze sono necessarie nel mondo di oggi per avanzare verso la nazione umana universale che già inizia a delinearsi.
E un’altra questione, molto importante per il momento attuale, legata alla visione cosmologica, al concetto del mondo che possa servire da base per una società veramente umanista.
Quando l’essere umano uscì dai limiti della Terra e, con i suoi occhi, navigando vide questa sfera, questa meravigliosa sfera azzurra che fluttuava nel cosmo, comprese che il suo mondo è un’unità, senza frontiere che dividono i popoli; comprese che non è solo nella sua città, nel suo paese, nel suo continente, nel suo pianeta. Quando l’essere umano vide il suo fragile mondo solcando lo spazio tra milioni di stelle e di galassie, sentì, dal profondo del suo cuore, un indescrivibile amore per la vita, per l’umanità, per tutto ciò che esiste… Esattamente questo sentimento è in grado di ispirare nelle persone cambiamenti significativi nella loro visione del mondo e nel loro comportamento, di spingere profonde trasformazioni nella direzione dell’umanizzazione della Terra.
Quindi la nonviolenza, la multiculturalità, l’atteggiamento aperto al dialogo e la riconciliazione, l’esperienza spirituale condivisa; l’amore per l’essere umano, la natura e tutto ciò che esiste; una nuova visione del mondo dal punto di vista del cosmonauta, sono pilastri dell’Umanesimo Universalista e, allo stesso tempo, sono premesse necessarie per il successivo sviluppo dell’umanità nella sua spirale evolutiva.

Abbiamo parlato di concetti, di procedimenti e anche di spazi che possano favorire il processo di convergenza di culture, l’elevazione spirituale e morale dell’essere umano. Nella costruzione di tali spazi lavorano oggi gli umanisti in diversi punti del pianeta. Si tratta dei parchi multiculturali del Messaggio di Silo. Due di essi sono già pienamente funzionanti in America Latina: il Parco La Reja, nei dintorni di Buenos Aires, Argentina e il Parco Manantiales nelle vicinanze di Santiago del Cile. Tra di essi, in piena Cordigliera delle Ande, vicino al monte Aconcagua, all’altezza di 2.700 m si trova il Parco Punta de Vacas, un parco con significato mondiale. All’apertura di questo Parco, il 4 maggio di quest’anno, sono arrivati quasi 10.000 pellegrini e visitatori da tutti i continenti in cerca di ispirazione per il loro lavoro nel campo dell’umanesimo e della nonviolenza. Sono anche iniziati i lavori di costruzione di parchi simili a Caucaia (Brasile), Attigliano (Italia), Toledo (Spagna), California (per l’America del Nord, Bombay (per l’Asia) e Alessandria (per Medio Oriente e Africa). Tutti questi punti hanno un grande significato storico come luoghi di incontro tra popoli, culture e confessioni.
Per terminare, altro sulla diffusione e la realizzazione delle idee espresse. Per una risoluzione delle Nazioni Unite in memoria della nascita di Mahatma Gandhi, il 2 ottobre è stato dichiarato Giornata Internazionale della Nonviolenza. Si tratta di un avvenimento importante: in primo luogo perché implica un riconoscimento della validità universale della nonviolenza; in secondo luogo perché gli eventi che si realizzeranno contemporaneamente quel giorno in tutto il mondo possono influire molto positivamente nella diffusione delle idee e della metodologia della nonviolenza applicate alle relazioni internazionali, sociali e interpersonali. Sarà importante la partecipazione alle attività corrispondenti, non solo da parte di persone e organizzazioni di tutti i paesi, ma anche di diversi strati sociali, di organizzazioni sociali, governative e, in particolare, la più attiva partecipazione da parte di bambini e giovani, come eredi e costruttori del nuovo mondo che sta nascendo sotto i nostri occhi.
In particolare, dal nostro Centro, proponiamo di includere tra le risoluzioni della presente conferenza un punto riferito all’appoggio a tale evento.

Hugo Novotny
CEHM (Centro Mondiale Studi Umanisti)

http://www.terra2.tv/2007/09/13/cosa-e-la-nonviolenza-un-documentario-parte-1-di-4/

N.B.: GLI STUDENTI UNIVERSITARI INTERESSATI SI COLLEGHINO SU sito di ignaziol icciardi

Sfoglia febbraio        aprile
il mio profilo
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv