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di Ignazio Licciardi
«L’ignoranza è forza», uno dei tre slogan scritti sul Ministero della Verità nel famosissimo libro di George Orwell “1984”
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 settembre 2010


Se i nostri governanti ci vogliono asini 

 di Tiziano Tussi
18/09/2010 00:58 | CONOSCENZA - ITALIA

 
«L’ignoranza è forza», uno dei tre slogan scritti sul Ministero della Verità nel famosissimo libro di George Orwell “1984” Non si può spiegare in alcun modo che con questo inciso l’accanimento della nostra classe dirigente attuale, governativa e politica, contro la cultura. Ogni anno la scuola, pre universitaria ed universitaria, versa sempre più in condizioni di asfissia ed il ministro dell’istruzione di turno ci dice che va tutto bene, meglio di prima. Ma è veramente un ipocrita gioco delle parti che si svolge ogni giorno ed in special modo all’inizio di ogni anno scolastico.
La cultura dà fastidio all’ignorantissima classe dirigente e di governo e perciò occorre depotenziare le scuole in qualsiasi modo, togliere fondi all’editoria, ai festival culturali, alle mostre, ai conservatori e teatri lirici. Il Paese deve diventare lo specchio della sua classe politica, del suo abissale livello di ignoranza. Ognuno, al governo, ci mette qualcosa del suo. Scuole targate Lega, partito che inneggia ai dialetti del nord Italia, non sapendo che i nostri studenti scalano al negativo le classifiche europee per quanto riguarda capacità linguistico-grammaticali e di comprensione di testi nella lingua madre, rispetto al resto del continente. Non pare importare a nessuno che si faccia cultura, che nelle scuole si proceda per intuizioni di intelligenza.
Un bell’intervento sul Sole24ore di domenica 12 settembre scritto da due docenti universitarie della sapienza di Roma, Anna Foa e Lucetta Scaraffia, esortano coloro che vogliono entrare all’università, ricercatori e quant’altro, che vogliono sostenere i concorsi per professori stabilizzati, di non farsi vedere troppo intelligenti ed acculturati, «fingete di essere un po’ asini» dice il titolo dell’intervento. Insomma: «L’ignoranza è forza». Stessa cosa per le scuole superiori. Ripetere - un’eco è un’eco, un’eco. Ripetere e non pensare con la propria testa. Diceva Kant: «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità imputabile a se stesso» (Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo, 1784). E’ pericoloso diventare autonomi e comunque, ancora seguendo Kant, i tutori del pubblico ce la mettono tutta per tenerlo in soggezione.
Un accanimento che definisce il nostro livello culturale come Paese: poca ricerca, pochissimi soldi per la cultura in genere, poca disposizione all’innovazione reale, molto conformismo, retorica e ripetizione, stanca ripetizione. Chi cerca di portare avanti le proprie ragioni viene tacciato di essere un terrorista, ed attenti al suo ritorno, si affannano a ripetere i nostri stanchi politici. C’è davvero bisogno di una profonda rivoluzione culturale.
Gli anni della contestazione giovanile ed operaia non hanno inciso a lungo sul Paese che si è riaddormentato ed è ritornato ad una situazione pre illuminista. Altre parole di Kant, stessa opera citata sopra, appaiono profetiche ancora per l’oggi. Dice: «E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione».
Naturalmente Kant concepisce tali affermazioni in termini negativi. Ma la classe politica italiana, post mani pulite le ha concepite al positivo. I disvalori ignoranza, guerra e libertà, al negativo quest’ultima, sono state concepite come Orwell le ha descritte nel libro ricordato all’inizio, cioè come forza, pace e schiavitù. Quel ministero della Verità assomiglia dannatamente all’impostazione politica dei nostri governanti e costituisce il loro archetipo. In negativo. Almeno se ne accorgessero.

"Liberazione", 18-09-2010

Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 luglio 2010


L'attuale tendenza a distruggere la cultura non apre alcuna prospettiva di sviluppo per la collettività
 
L'arte può salvare il mondo?
Un interrogativo giocoso ma non troppo
 
 

Roberto Gramiccia


"La bellezza salverà il mondo", dall' Idiota di Dostojeskij, è una frase che ha fatto epoca. Recentemente mi è capitato, parlando con Nunzio, lo scultore del gruppo di San Lorenzo, di chiedergli se l'arte secondo lui può salvare il mondo. Lui ha risposto laconico: «se lo chiedi agli artisti, ti diranno di si». Ora, ammesso che esista un rapporto fra arte e bellezza, se Nunzio ha ragione - e io credo di si - evidentemente è diffusa l'opinione che l'arte (la bellezza) può rappresentare, in una situazione di universale degrado spirituale ambientale economico etico e politico, una speranza concreta di salvezza.
Esprimere un'opinione su questa questione non è inutile dal momento che solo una concezione del mondo volgare, meccanicistica ed economicistica può sorvolare sull'importanza fondamentale dell'esperienza estetica di ciascuno e di tutti.
Non è la stessa cosa vivere immersi dentro un paesaggio alpino o a contatto con una natura vivificata dai benefici di un mare incontaminato oppure sopravvivere in un quartiere degradato di Casal del Principe controllato dal clan dei casalesi. A parte quelle naturali, esistono bellezze che, secondo l'insegnamento di Platone, rifletterebbero sempre e comunque la bellezza della natura, come accade per l'arte. Naturalmente questa visione ce la siamo messa alle spalle da un bel po'. Oggi nessuno si azzarda a sostenere che l'arte debba copiare la natura. Anzi nessuno sostiene nemmeno che debba avere a che vedere necessariamente con l'idea del bello, ammesso e non concesso che ne esista una diffusamente condivisa.
Ma non è del rapporto arte bellezza che vogliamo parlare, quanto piuttosto della questione della presunta funzione palingenetica di essa, una funzione capace di riscattare il mondo e l'umanità da un destino mortifero che oggi appare se non inevitabile almeno significativamente possibile.
Ora, sull'arte si sono dette e si dicono una quantità di cose, alcune delle quali retoriche e ancora appiccicosamente postromantiche. Alcune invece ciniche, aride e sin troppo spregiudicate. E così c'è ancora chi parla dell'artista demiurgo, guidato dagli dei, come c'è chi si fa portavoce dei principi ispiratori della business art di Wahrol, secondo il quale il quadro più bello è quello che costa di più.
Personalmente sono convinto dell'importanza fondamentale dell'arte, così come della necessità che essa sia concretamente patrimonio comune. Ma non credo che essa salverà il mondo. Sostenerlo significa non accorgersi della dipendenza dell'arte dall'economia e dal potere. Una dipendenza che da quando esistono le classi sociali c'è sempre stata e sempre ci sarà, fatta salva quell'autonomia possibile che gli artisti più capaci riescono nonostante tutto a ritagliarsi.
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo. Oggi più che mai il suo sottostare al modo di produzione capitalistico e al senso comune espresso dalle classi egemoniche appare come una realtà pressoché immodificabile. La nostra epoca più di altre dimostra un tasso di soggezione alle leggi del profitto, declinate secondo la grammatica e la sintassi della comunicazione di massa e della tecnologia, che non ha precedenti.
Ma c'è di più. C'è che le classi dominanti hanno interesse a distruggere la cultura per ridurre la possibilità di formazione del dissenso. Non mettono la camicia di forza solo all'arte, distruggono le università, dominano i destini della scienza, mercificano la medicina, addomesticano gli intellettuali, mettono in ginocchio chi ancora si ostina ad esprimere libere opinioni. Insomma esprimono spregiudicatamente la loro "egemonia senza egemonia" e cioè una capacità di dominio che, non solo non apre prospettive di sviluppo, ma entra in contrasto clamorosamente con gli interessi collettivi materiali e immateriali. Rompere queste catene non è cosa che si può fare con un capolavoro, fosse anche una nuova Guernica.
Detto questo, però, non si può non riflettere sul fatto che l'accanimento contro la cultura e l'arte di cui il nostro attuale governo rappresenta un esempio quasi di scuola, più o meno consapevolmente, rivela un odio di classe fondato sull'idea che la capacità di distinguere il bello dall'osceno, l'arte dalle barbarie estetiche, la cultura dal ciarpame comunicativo vada combattuta e se possibile soppressa per condannare alla definitiva ignavia se non alla complicità oggettiva masse di popolo sconfinate.
Se ci pensate, che cosa c'è di più brutto - dico proprio esteticamente - dell'ingiustizia. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la fame, lo strazio e la morte dei diseredati sono più insopportabili se oltre ad una angolazione etica, se ne usa anche una estetica. Non è per caso che queste due parole si somigliano tanto.
Senza arrivare agli eccessi di un "dandysmo" alla D'Annunzio, non è difficile immaginare che una società civile colta e raffinata, e quindi adusa a praticare l'arte, non sopporterebbe tanto facilmente ciò che oggi sopporta e addirittura sostiene. E non mi riferisco solo al fenomeno delle cultura del berlusconismo ma ad un mondo che va ben al di là, investendo un modello di società, quella capitalistica, che sta mostrando i segni di una crisi (anche estetica) inarrestabile.
Ecco perché fra i ceti sociali che ancora si oppongono a questa deriva. anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, ci sono quelli mediamente più colti. Penso che si debba dirlo con semplicità: è veramente difficile che una società dove esista una familiarità con l'arte possa sopportare lo spettacolo indecente fornito dalle esternazioni della nostra classe dirigente. Ecco perché la cultura è un prerequisito essenziale della coscienza di classe.
Fra le ragioni che spingono proletari e sottoproletari a votare Berlusconi, infatti, non c'è forse anche una sorte di rassegnazione estetica, una voglia di adeguarsi ai modelli proposti dalla televisione? Sicuramente sì. C'è soprattutto questo.
Ecco che si ripropone la questione dell'egemonia. Su questo piano la borghesia ha vinto ma dando di sé, a partire dalla fine degli anni Settanta, veramente il peggio. A differenza di altri periodi storici in cui mentre esercitava il proprio dominio svolgeva anche una funzione progressiva.
Questo "peggio" l'arte e la sua diffusione potrebbero smascheralo senza fare proclami ma semplicemente mostrando se stessa. L'arte quando è autentica è oggettivamente edificante, stimola e migliora la sensibilità, suscita ribrezzo per la volgarità. E la sopraffazione dell'uomo sull'uomo non è solo ingiusta e odiosa è anche volgare, anzi oscena. Per questo penso che l'arte, anche se non salva il mondo, può aiutare chi vuole trasformarlo. Personalmente se dovessi contribuire a dirigere la scuola quadri di un ipotetico nuovo partito rivoluzionario oltre, che di Marx, di Lenin e di Gramsci, parlerei anche di Antonello da Messina.


"Liberazione", 08/07/2010


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La cultura è anche questo: è l’ultima possibile pedagogia
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 giugno 2010


Noi, come Pasolini: sappiamo chi in Italia uccide la cultura

di Vanni Ronsisvalle

Ora basta, chi ha ammazzato Pasolini? Chi sa parli. Le piazze di Roma. La piazza Navona dove si celebravano i funerali della cultura italiana che muore uccisa sappiamo da chi. Questo lo sappiamo. La piazza di Campo de’ Fiori di un novembre lontano e vicino. Mi viene in mente, nel disperdersi sereno della folla di piazza Navona (il provvisorio sollievo che segue queste liberazioni collettive) quel grumo di carne pesta, pestata, calpestata, schiacciata che invocava mamma fino a che il corpo fu inerte, come una cosa qualunque. Carne tornata bambina. Oppure, mamma ossia l’umanità offesa, siamo noi. Grumo di carne e fango su cui la scientifica, ah, ah, ricavava impronte sagomate di copertoni, straordinario decoro imprimé sulla maglietta che fascia il torace esile di Pier Paolo. «Calma» mi disse il direttore del Tg di allora alle 11 e 15 di quella mattina. Mi aveva atteso ai piedi della grande scala a chiocciola di via Teulada 66. «È soltanto una storia di froci».

Mentre sogno nel Texas, Stati Uniti, esplode un pozzo di petrolio. Tre morti. Nel golfo del Messico di fronte agli Stati Uniti scoppia un pozzo subacqueo e diluiscono la morte nell’oceano milioni e milioni di «barili» di petrolio. Barili. Questo nome impressionante di una unità di misura, per la cordialità che lo assimila al vino, è assolutamente improprio, maschera il trucco come è di tutte le «risorse» del capitalismo. Fu improprio quel è una storia di froci . Il giovane turco che accoltella e decapita un prete, un vescovo, grida ai circostanti HO AMMAZZATO IL GRANDE SATANA. È una storia di froci (più o meni così) il comunicato del governo turco. Mentre il Papa è a Cipro. Petrolio. La morte di Mattei a Bescapè, il suo piccolo aereo aziendale esplode in cielo e tutta quella macelleria di pezzi d’aeroplano, i pezzi del passeggero e del pilota si sparpagliano nel fango padano. Mattei era partito dalla Sicilia dove sotto gli occhi di pastori e contadini esterrefatti e ammirati si scavavano pozzi di petrolio.

Due civiltà alle prese, una guerra di seduzioni. Un cacciavite nel motore del biplano. Una storia di Mafia? o il Grande Gioco delle Sette Sorelle, cioè la stessa cosa? Il Direttore del TG, bravuomo, in quel lontano mattino mi sussurrava, giunto a passi felpati per non disturbare, davanti alla mia scrivania in redazione: «Rallenta, Vanni. È solo una storia di froci». Prima, preoccupatissimo, mi aveva atteso per affidarmi, quale responsabile di una redazione innocua, la cultura (quandanche con raccomandazioni e cautele) il delitto politico . La natura si ribella al contronatura in generale? Messa così è un castigo del cielo o qualcosa che riguarda gli ambientalisti. Il Segreto di Stato? Dio, cosa evochiamo… Il romanzo giallo , il romanzo evasivo, un bel trucco; interessa a quegli scrittori di legal-thriller ? per tutti quelli che affollavano piazza Navona non è un Segreto di Stato chi uccide la cultura. Quelli che uccidono quel che siamo, saremmo noi ridotti a ben poco per tutto il resto, e l’Immagine Italia. L’immagine che traluce nei volti dipinti, ad esempio, da Giotto in giù... Sulla cattedra di Salamanca un tale posò una pistola mentre parlava il filosofo Unamuno. Viva la muerte e abajo la intelighencia ....

Viva la morte e abbasso l’intelligenza. E Unamuno non parlerà più, era il 1939. Madrid era caduta. A duemila chilometri, mentre sfila in parata il Grande Reich millenario (era una millanteria) Gobbels fa sapere ai tedeschi e al mondo che lui quando sente la parola cultura mette mano alla rivoltella . Siamo nel cuore del Secolo Breve. Tutto si tiene. Il culturame del ministro Scelba, titolare degli Interni, in era trionfante della DC, Anni Cinquanta preludio del falso boom del decennio successivo. «È una storia di froci, Vanni. Puoi dire quello che ti pare». Allora posso sfogare il culturame e vi aggiungo di mio la libera commozione personale. Poichè non è politico questo assassinio . 1968. A Venezia, altra piazza, uscendo dalla casa di Ezra Pound dove il vecchio poeta strapazzato dall’equivoco culturale circa il fascismo ci aveva appena risposto: la buona letteratura nasce dalle macerie non dall’odio. Oi Barbaroi gli aveva appena citato PPP. 1975.

Piazza di Campo dei Fiori ancora anni dopo, Rafael Alberti il poeta spagnolo esule in Italia che abitava là vicino passando davanti alla statua di Giordano Bruno si produceva in una deliziosa pantomima di piccoli inchini. In quel punto avevano bruciato un santo, un eretico? Viva la muerte abajo la intelighencia . Stanno uccidendo la cultura. (Dio, questa parola radicalchic , si esibiscono quelli della invettiva populista.) Intanto un museo frutterebbe in Italia quanto una fabbrica. Così stanno uccidendo questo e quello, compreso il buon senso. E lo speciale senso comune del pudore, ossia in realtà l’umile riserva dietro cui si trincerano quelli che veramente praticano l’arte, la cultura, la ricerca, la vita dell’umanità. Avete presente il Cristo morto del Mantegna? Quel morto per noi rappresenta anche tutto questo. O solo tutto questo? Non sono loro il Grande Satana? Le istituzioni sono bigotte, impaurite contro il Grande Satana della Cultura? Qui vi è un perverso scambio di ruoli. Intercettare il Grande Satana come lo intendiamo noi non sarà più possibile. Gomorra ha suggerito al giovane Saviano quella assonanza carica di sensi con Camorra.

La cultura è anche questo: il lampo che ti fa sintetizzare in una parola. Spiegare al bigotto musulmano, a quelli che hanno sbattuto avanti il povero Pelosi chi è il Grande Satana. È l’ultima possibile pedagogia. A Piazza Navona lo sapevano tutti. Chi c’era e chi non c’era, Petrolio . L’ultimo testo misterioso, criptico di PPP. Trafugato. Segreto di Stato? Mamma . Dal piccolo grumo di carne di poeta, la parola esce infantile come dentro un fumetto ben disegnato, un misto tra Pratt e Schultz, o di quei francesi bravissimi a fare del tetro grandi comics; da lì dentro si leva l’invocazione. Allora non c’è risposta a quel mamma come un perché? Vi ricordate di quel dirigibile che solcava il cielo di Roma pubblicizzando i copertoni della Goodyear? Era terribile, al passaggio meridiano un ombra gelava l’oro di piazza di Spagna. I copertoni si fabbricano con i residuati della lavorazione del greggio del petrolio. Tracce di copertone a raggiera si dipartivano dal crocicchio di Fiumicino dove era stato massacrato PPP. Ancora disegnavano in chi ha vissuto quelle ore il tessuto del racconto.

La poetessa Amelia Rosselli, figlia di uno dei fratelli martiri antifascisti, si torceva le mani, così quando la si vedeva passare davanti al Caffè Rosati di Piazza del Popolo di quegli anni ad un passo dalla follia, fulminata da intuizioni terribili sul futuro delle generazioni. Come Pier Paolo. Erano quegli anni. È una storia di froci mi disse quel direttore di quel TG. È morto Pier Paolo Pasolini, introduceva formale il conduttore del TG. Ce ne parla (ce ne parla?!) eccetera . Ed io partivo con un forbito bla bla bla . Gli italiani alle 13,30 di quel giorno erano già tutti a tavola o alla mensa aziendale. Le impronte di copertone scorrevano sui teleschermi, la mia voce si modellava su quelle immagini incongruenti (come lo è un dipinto astratto per i detrattori di quella pittura). Non astratta la mano di quel direttore di quel TG che poggiava paterna sulla mia spalla mentre io dietro il leggio dello Studio Quattro al quarto piano di via Teulada 66 recitavo il mio De Profundis . «Antonio davanti al corpo di Cesare ti fa un baffo» concluse con sollievo ed un pizzico di cultura, questo sì, quel paterno quando uscimmo dallo Studio. Andai in onda in tutte le edizioni. Addio, addio sussurravamo giorni dopo alla bara che passava in piazza di Campo dei Fiori. Pensavo a questo guardando le immagini del Tg3 di piazza Navona decenni e decenni, un abisso di tempo dopo. Funerali.

"l'Unità", 09 giugno 2010

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Grazie, Monicelli per la Tua Arte!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 giugno 2010


Scuola, gli studenti
con Monicelli sulle barricate

Scuola, gli studenti con Monicelli sulle barricate

di Gabriella Gallozzi

 

Il regista agli studenti della scuola Rossellini: «Stanno distruggendo la cultura, dovete ribellarvi»
 
"l'Unità", 04-06-2010
I giovani sono abbandonati a se stessi, sono maltrattati , sono usati da un Sistema che vive soltanto di Sé stesso e dei propri malsani interessi! Basta!
post pubblicato in Notizie ..., il 18 marzo 2010


1. Laureati

Laureati, generazione senza prospettive

Indagine AlmaLaurea su oltre 200mila giovani. Il 7% in più senza lavoro. Giù del 37%, nei primi mesi del 2010, la domanda di laureati in Economia e commercio. Stipendi sempre più ridotti di F. PACE / TABELLE 1 - 2
BLOG Quanto costa Oxford di ENRICO FRANCESCHINI

2. Studenti

Primo bilancio: classi in meno disagi e carenze

"la Repubblica", 18-03-2010

Primo bilancio: classi in meno disagi e carenze

Si sta per chiudere il primo dei tre anni di "riordino" voluti da Tremonti. Piccoli smistati, studenti lasciati soli, sostegno dimezzato. E poi lezioni ridotte all'osso, mancanza di docenti di SALVO INTRAVAIA

Regolamenti e ... Tagli nella Scuola
post pubblicato in Notizie ..., il 24 febbraio 2010


Licei, ecco i regolamenti del Ministero

Attesi dal momento della riforma i decreti che la rendono operativa. Come saranno le scuole superiori. Confermato il taglio di 17mila cattedre di S. INTRAVAIA

"la Repubblica", 24-02-2010

Gli italiani non leggono più!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 17 febbraio 2010


Solo quattro italiani su 100 leggono libri

Dati dell'Associazione Italiana Editori. Solo il Portogallo peggio. Neanche il 7% di lettori abituali (più di 12 libri all'anno). Malissimo tra i giovani. Nasce il "Centro per il libro e la lettura" di C. GERINO

"la Repubblica", 17-02-10


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Effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione e all'occupazione giovanile.
post pubblicato in Notizie ..., il 8 febbraio 2010


L'Università torna ad essere un lusso per pochi!
Crollano le iscrizioni tra i ragazzi usciti dalla maturità. Ma sono soprattutto i figli delle classi più deboli a rinunciare
ANDREA ROSSI

lezioe all'universitàTORINO
È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.

La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.

«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».

La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.

L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.

Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.

"La Stampa", 08-02-2010

Michelle Obama e la Scuola
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 16 ottobre 2009


Insegnanti, siate leader (come Barack)
 
MICHELLE OBAMA
In questo periodo dell’anno a casa Obama c’è parecchio da fare. Come tanti genitori in tutto il Paese guardo divisa tra orgoglio e ansia le mie bambine che preparano lo zainetto, mi salutano con un bacio e si avviano a un nuovo anno scolastico, per diventare le donne forti e sicure che sono certa saranno. Ma quando le vedo rincasare, tutte eccitate per qualcosa che hanno imparato o per un nuovo incontro, ecco, mi ritrovo a pensare che la maggior parte delle persone che più influenzeranno le loro vite non saranno i compagni di gioco o i personaggi di un libro ma chi si trovano davanti in classe ogni giorno.

Ci ricordiamo tutti quale impressione profonda ci abbia lasciato un insegnante speciale, quello che non ci ha abbandonato alle nostre lacune, quello che ci ha incoraggiato e ha creduto in noi quando dubitavamo delle nostre capacità. Anche dopo decenni ricordiamo come ci faceva sentire e come ci ha cambiato la vita. È comprensibile quindi che gli studi dimostrino come il dato che influenza di più il rendimento degli studenti sia la capacità dei loro docenti.

E quando pensiamo a ciò che fa di un insegnante un ottimo insegnante - energia illimitata e altrettanto sconfinata pazienza, capacità di visione e capacità di lavorare per obiettivi, creatività per aiutarci a vedere il mondo in modo diverso e dedizione al compito di aiutarci a scoprire e sviluppare il nostro potenziale - bene, allora realizziamo che sono le qualità di un grande leader.

Oggi più che mai abbiamo bisogno proprio di questo tipo di leadership nelle nostre aule. Come ripete spesso il presidente, nell’economia globale del XXI secolo una buona educazione non è più soltanto una delle strade possibili: è l’unica strada possibile. E i buoni insegnanti non svolgono un ruolo chiave solo per il successo dei nostri ragazzi ma anche per il successo della nostra economia.

La realtà purtroppo è invece che anno dopo anno noi stiamo perdendo i nostri insegnanti di maggior esperienza. Più della metà dei nostri docenti è figlia del baby boom. Questo significa che nei prossimi quattro anni un terzo dei 3,2 milioni di docenti americani potrebbe andare in pensione. Nel 2014, fra cinque anni appena, il Dipartimento dell’educazione prevede che dovranno essere assunti un milione di nuovi docenti. E non si va incontro solo a una generica penuria di insegnanti, ma a una penuria là dove i buoni insegnanti sono più necessari: le scuole disagiate, povere di mezzi, dove le sfide sociali sono maggiori.

Ecco perché noi abbiamo bisogno di una nuova generazione di leader nelle nostre scuole. Abbiamo bisogno di uomini e donne appassionati e determinati che si dedichino alla missione di preparare i nostri studenti alle sfide del nuovo secolo. Abbiamo bisogno di università che raddoppino gli sforzi per formare gli insegnanti e trovino strade alternative per reclutarli. Dobbiamo incoraggiare i professionisti migliori a dedicare una parte delle loro carriere all’insegnamento. E trattare i docenti come i professionisti che sono, garantendo loro buoni stipendi e ottime opportunità di carriera.

E abbiamo anche bisogno di genitori che proseguano a casa l’operato dei professori e lo completino. Che sappiano porre limiti: all’occorrenza spegnere la tv e i videogiochi, vigilare sullo svolgimento dei compiti, rinforzando l’esempio e le lezioni della scuola. C’è tanto da fare e non sarà un compito facile. Ma sono fiduciosa: una nuova generazione di leader farà la differenza nelle vite degli studenti e nel futuro della nazione.

Michelle Obama è la First Lady degli Usa. Questo articolo sarà pubblicato nel numero di novembre dello «U.S. News & World Report

Mi sa che vogliono lo scontro a tutti i costi!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 settembre 2009


La rabbia dopo il diktat del ministro che ha chiesto al collega Bondi di tagliare i finanziamenti alla cultura

Registi e scrittori contro Brunetta
"Un attacco alla nostra libertà"

di CARLO MORETTI


 

ROMA - Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta alza il tiro nel suo attacco al mondo della cultura e del cinema in particolare. "Accostare lo spettacolo alla cultura è un grande imbroglio" ha detto ieri Brunetta. "Lo Stato ha il dovere di finanziare la cultura, dalle biblioteche ai restauri, ma lo spettacolo è un'altra cosa. Ma perché finanziamo il cinema? Forse che finanziamo il piano bar o la discoteca? E anche i giornali devono andare sulle loro gambe". Non ha risparmiato i maestri di ieri: "Molti di quelli che alzavano il braccetto - ha continuato - poi hanno chiuso il pugno. Per esempio Rossellini, prima si faceva dare i sogni dal regime e poi ha cambiato idea".

La nuova uscita arriva a poche ore dall'intervento al seminario del Pdl a Gubbio, in cui il responsabile della Funzione pubblica ha parlato di "cineasti parassiti, gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del Paese, anzi non ha mai lavorato", ed ha quindi invitato il ministro della Cultura Bondi a chiudere "al più presto" i rubinetti del Fus.

La reazione del mondo della cultura non si fa attendere. Il regista
Michele Placido, che ha annunciato querela per il riferimento al suo nome nel discorso di Brunetta a Gubbio, ritiene che quello contro il cinema sia "un attacco contro uno degli ultimi spazi di libera espressione, considerando come sono ridotte la tv pubblica e quella privata. Un film, uno spettacolo teatrale" continua Placido, "sono sempre opere di denuncia, di critica nei confronti del potere, e che il potere sia di destra o di sinistra conta poco. Non ricordo film a favore dei governi di Prodi o di De Gasperi.

"Il grande sogno", che ha ricevuto finanziamenti di un'azienda privata che si chiama Medusa e che Brunetta non ha visto, non è neanche un film di sinistra, riporta le mie emozioni su un periodo in cui ancora non si era prodotta la frattura tra destra e sinistra".
La pensa allo stesso modo lo scrittore Giancarlo De Cataldo: "Come si può considerarlo un film di sinistra? Forse dà fastidio perché rappresenta un periodo in cui i giovani volevano cambiare il mondo, meglio che stiano al loro posto, giovani bamboccioni. Era dal neorealismo, dai tempi di Andreotti, che non si metteva in discussione il cinema come forma d'arte. Brunetta si fa però portatore di un'idea di cultura molto diffusa a destra: è buona, cioè, quando ti diverte, cattiva invece quando è problematica. C'è poi un astio nei confronti di chi non produce beni materiali: professori, magistrati, artisti, ignorando che anche l'industria culturale produce reddito".

Gigi Proietti ironizza: "Io che sono il meno finanziato di tutti dico che chiudere il rubinetto del Fus non è giusto. Al contrario, ne andrebbero aperti altri di rubinetti, attraverso una legge che razionalizzi la spesa. Il ministro dovrebbe evitare il rischio di dirigismo e comprendere che fare spettacolo oggi ha costi che difficilmente vengono coperti dai risultati di botteghino".

La regista Francesca Comencini vede nelle parole di Brunetta "un calcolo politico, per alzare il livello dello scontro. A Venezia abbiamo presentato un documento per una legge di sistema sul modello francese, che sganci il cinema dalla politica, perché i soldi che il cinema genera tornino al cinema. Ma se anche Bondi si appiattisce sulle posizioni di Brunetta, con chi ne dovremmo parlare?".


("la Repubblica", 14 settembre 2009)

Il canto del vecchio Bob: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita»
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 29 aprile 2009


 

Una sferragliante sinfonia blues per Bob Dylan

di Roberto Brunelli

Una voce piena di sangue, uscita dalle viscere della terra. Intorno, una sferragliante sinfonia blues speziata di fisarmonica e trombe, violini e mandolini, intrisa di dolente elettricità e dolorosa saggezza. Bob Dylan nel 2009 canta ancora il suo personalissimo e magico viaggio verso la morte: perché le sue, a quasi cinquant’anni dall’esordio, sono ancora canzoni di amore perduto, di desiderio e struggimento. Certo, è beffardo fino all’ultimo, l’uomo che scelse di chiamarsi Dylan come il poeta Thomas: domenica sera, a Londra, la mitica Roundhouse era stipata all’inverosimile, tra le prime file c’erano Roger Daltrey degli Who e Bill Wyman dei Rolling Stones, c’erano i bellocci Clive Owen e Jude Law. Lui era attesissimo: tutti si aspettavano che suonasse le sue nuove canzoni, quelle di Together Through Life, da venerdì scorso nei negozi, nuovo e inaspettato album di colui che ancora è preso come un vate ma che preferisce raffigurarsi come un suonatore di strada.

ROCK’N’ROLL SURREALISTA
Un suonatore di quelli che attraversano il paese in lungo e largo a cantare di gente che ha perso il lavoro, di pietre che rotolano via e di amori bastardi. E infatti i pezzi erano ancora quelli vecchi - per quanto ontologicamente alterati - da Don’t think twice a I dont’ believe you passando per Tangled Up in Blue, più quelle della sua «rinascita» in terza età, da Aint’ Talking, la sua personalissima Divina Commedia, al rock’n’roll surrealista di Tweedle Dee & Dweedle Dum.
«Un magnifico rottame», definisce un giornale inglese il ruvido vocalizzo di mr. Tambourine Man. «I’ve got the blood of the land in my voice», canta lui: «Ho il sangue della terra nella mia voce». In effetti, Together through Life è l’ennesimo epitaffio blues sul presente. In Modern Times, lo stupefacente disco del 2006 che sbaragliò le classifiche come non mai dai tempi di Desire (1976), cantava «il mondo è diventato nero davanti ai miei occhi». Oggi il vecchio (sta per compiere 68 anni) sceglie un gioco d’amore sul bordo dell’apocalisse: «Mi muovo dopo mezzanotte, lungo viali di macchine rotte. Non so cosa farei senza questo nostro amore. Oltre a qui non giace niente... niente, a parte la luna e le stelle». Questa è Beyond Here Lies Nothin’, che apre l’album ed è forse uno dei suoi pezzi più forti: il benvenuto lo dà la tagliente chitarra di Mike Campbell, fedelissimo di questo suo ultimo tratto di strada, e subito dopo fa il suo malioso ingresso la fisarmonica di David Hildago, preso in prestito dai Los Lobos, e la tromba di Donny Herron.

UN NUOVO CAMBIAMENTO
Immediatamente capisci che sei in un territorio altro, ancora una curva - l’ennesima - nella vita e nella carriera di Dylan. Un gioco a scacchi con la storia fatto di sapori tex-mex, sogni perduti di un passato più metaforico che reale, fotografie in bianco e nero di marginalità e passioni proibite: «Sento che un cambiamento sta arrivando, ma l’ultima parte del giorno è già finita» è il ritornello di I Feel a Change Coming On, scambiata per canzone della speranza obamiana. Nessuna speranza. O perlomeno, non è certo quella la parola più adatta a descrivere l’ultimo Dylan. È che anche questa volta, anche questo suo ennesimo e sorprendente album è un curioso gioco di mistificazioni: come sempre prodotto da Jack Frost (che altri non è che Bobby medesimo), Together Through Life è specie una scatola magica per entrare tra i solchi di un vinile dei primi anni cinquanta, quelli della Chess record, o della Sun, la casa discografica che dette i natali musicali ad un tipetto con la banana chiamato Elvis, modificando però a quella leggenda sonora geneticamente i connotati.

IL GHIGNO BEFFARDO
In It’s All Good Bob tuffa il blues delle origini in una fiera di paese ironizzando sul quel «va tutto bene»: e subito vedi dipingersi sul volto del vecchio Bob quel ghigno beffardo solcato di rughe che è oramai il suo ultimo lasciapassare verso la storia. Come sempre il Dylan più verace è quello paradossale: «Quella porta è stata chiusa per sempre, semmai là ci sia mai stata una porta», sibilla rauco in Forgetful Heart, un altro blues crepuscolare cadenzato dal passo del viandante. Del suonatore di strada, quello che non si ferma mai. Quello che ha fatto un patto col diavolo, quello sgorgato dalle viscere della terra.


"l'Unità", 28 aprile 2009

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Via i delinquenti di ogni tipo dalle nostre terre, dalla nostra cultura, dalle nostre vite!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 aprile 2009


 IN ABRUZZO


Onna, le case
a norma ancora
in piedi - Foto

18:49  CRONACHELe poche abitazioni anti-sismiche non hanno ceduto alla violenza del terremoto di lunedì scorso

IN ABRUZZO

Ricostruzione,
l'allarme di Grasso:
«Attenzione agli appalti pubblici»

18:01  CRONACHEIl procuratore nazionale antimafia mette
in guardia sul rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata
nelle operazioni di ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto

"Corriere della sera", 13 Aprile 2009

E non è un PESCE D'APRILE!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 aprile 2009


Una proiezione elaborata dal sindacato sulla base dei tagli imposti con la Finanziaria
L'anno prossimo il blocco in 17 atenei su 57, nel 2011 si salirebbe a 37!

Cgil, nel 2010 niente assunzioni
in quasi un terzo delle università

di SALVO INTRAVAIA


 

Cgil, nel 2010 niente assunzioni in quasi un terzo delle università Il ministro Gelmini

Blocco delle assunzioni più o meno in un terzo degli atenei. Nel 2010, secondo una proiezione elaborata dalla Flc Cgil sulla base del taglio operato dal governo attraverso la Finanziaria sui fondi destinati alle università italiane, 17 atenei su 57 non potranno effettuare nuove assunzioni. Sarebbe proprio questo per la Cgil l'effetto della cura dimagrante imposta alle casse universitarie. Entro il 2013 il cosiddetto Fondo per il finanziamento ordinario degli atenei subirà un taglio del 7 per cento circa. Nel frattempo, gli stipendi di professori, ricercatori e personale amministrativo cresceranno e parecchi atenei supereranno il tetto stabilito dal ministro Mariastella Gelmini per individuare le università virtuose: quelle che appunto potranno permettersi di assumere nuovo personale.

La scorsa estate, l'esecutivo ha tagliato il Fondo per il finanziamento ordinario degli atenei: meno 455 milioni entro il 2013. E a gennaio, per spingere le università a spendere in modo più oculato i fondi statali, è stato varato un provvedimento che blocca le assunzioni negli atenei in cui il rapporto fra spesa per il personale e Fondo per il finanziamento ordinario supererà il 90 per cento. La Cgil sulla base dei dati disponibili ha effettuato una proiezione su 57 università.

"La tabella - spiegano da via Serra - è necessariamente indicativa ma è costruita in modo da presentare una lettura prudenziale: eventuali scostamenti possono solo essere in peggio".
Diciassette atenei (Firenze, Pisa, Tor Vergata, Perugia, Pavia, Siena, Trieste, Modena, Udine, L'Aquila, Insubria, Tuscia, Orientale di Napoli, Basilicata, Cassino, Molise e Mediterranea) sforeranno il tetto. Altre due (Camerino e Genova) "si avvicinano pericolosamente al limite".

E dopo un anno la situazione peggiorerà considerevolmente. Gli atenei "spendaccioni" saliranno a 37 travolgendo l'intero sistema universitario che, "in assenza di correttivi sostanziali, nel giro di pochissimo tempo, si troverà nell'impossibilità di rinnovare il proprio personale che cesserà dal servizio". La previsione è che "un'intera generazione di studiosi verrà bruciata e il Paese verrà condannato a una marginalità sullo scenario internazionale ed europeo".

Per salvarsi dal blocco del turn-over i singoli atenei dovranno sperare che tanti docenti vadano in pensione. In effetti l'età media di prof e ricercatori universitari è piuttosto elevata (51 anni), soprattutto se confrontata con quella degli altri Paesi europei. Sono i docenti all'apice della carriera (i professori ordinari) che, carta d'identità alla mano, fanno registrare il record. In Italia, metà degli ordinari ha superato i 60 anni e quasi otto docenti su 100 hanno spento almeno 70 candeline. Nei prossimi anni parecchi di loro andranno in pensione e le relative università potranno ritornare virtuose. Ma non potranno rimpiazzare chi si è ritirato se non in parte, pena l'inclusione nel girone degli "spendaccioni".

("la Repubblica", 31 marzo 2009)

Quando non si ha nulla da dire, sarebbe meglio tacere!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 marzo 2009


Il ministro in una conferenza stampa tenuta insieme alla collega Mariastella Gelmini

Brunetta: «Quelli dell'Onda sono guerriglieri e li tratteremo come tali»

«Nelle votazioni degli organi di rappresentanza degli studenti l'Onda non esiste»

Renato Brunetta (Imagoeconomica)
Renato Brunetta (Imagoeconomica)

ROMA -
Gli studenti dell'Onda sono dei «guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri». Lo ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta, al termine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi tenuta insieme alla collega della scuola, Mariastella Gelmini.

LA PROTESTA - A chi faceva notare al ministro che nella scuola la protesta sta montando, il ministro ha risposto: «Non vedo molta protesta, vedo ogni tanto delle azioni di guerriglia da parte della associazione Onda. Ma vedo - ha aggiunto - che nelle votazioni degli organi di rappresentanza degli studenti l'Onda non esiste. Sono un democratico e quindi credo molto più al voto che alle azioni azioni di guerriglia. L'Onda non l'ho vista nelle recenti elezioni degli studenti - ha insistito Brunetta - quindi sono dei guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri»

"Corriere della sera", 19 Marzo 2009

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"l'Unità", 19-03-09

L'onda della politica e ... - udite udite - i consigli al "figliol prodigo"!
post pubblicato in Notizie ..., il 31 ottobre 2008


 
http://www.liberazione.it/

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http://www.unita.it/gol/today.asp

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Licio Gelli e la P2: «Il mio erede? È ...».

Indovinate un po'?

Gelli dà anche consigli al suo “figliol prodigo”: «Se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80490

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Su Odeon tv da lunedì alle 22.30

Licio Gelli: «Io in tv? C'è di peggio»
Su Odeon con «Venerabile Italia»

Il «Maestro» della loggia massonica segreta P2 condurrà un suo programma. Ospiti? Andreotti e Dell'Utri

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Licio Gelli nel giardino di casa  a Villa Wanda (Olympia)

Licio Gelli nel giardino di casa a Villa Wanda (Olympia)

MILANO - «Io in tv? C'è di peggio». Licio Gelli, da tutti ricordato principalmente per essere stato il «Maestro Venerabile» della loggia massonica segreta P2 risponde a proposito della sua apparizione in tv. Anzi più che una apparizione è una conduzione vera e propria. E come si poteva chiamare il suo programma se non «Venerabile Italia»? Sottotitolo: «La vera storia di Licio Gelli». Così il «Maestro» avrà un programma tutto suo da lunedì, alle 22.30, su Odeon tv (Guarda il video).

IL PROGRAMMA - Sarà la «voce narrante», assieme a Lucia Leonessi, di una «ricostruzione inedita della storia dell’ultimo secolo, «dalla Guerra di Spagna agli anni ’80, dai salotti di Roma alle rive del lago di Como, dall’epoca fascista al crac del Banco Ambrosiano». Il programma, presentato venerdì a Firenze, vedrà anche la partecipazione di personaggi politici e storici come Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri. Nella prima puntata parlerà di fascismo ovvio per uno che è stato camicia nera e che ha aderito anche alla Repubblicà di Salò.

ANSELMI - È un fiume in piena Gelli in conferenza: «Quando mi cercavano in tutto il mondo mi trovavo in Italia. Una volta, a Firenze, quando ero all'Hotel Baglioni ho incontrato in ascensore Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta che aveva dato l'ordine di ricercarmi, spendendo un sacco di soldi dei contribuenti. La salutai e scesi, decidendo di farle uno scherzo».

I MAGISTRATI - L’unico «potere forte» oggi operante in Italia è comunque un potere costituzionale, la Magistratura: «Se c’è un potere forte, costituzionale, è la magistratura - ha spiegato - perché quando sbaglia non è previsto il risarcimento del danno. La magistratura non funziona: il pubblico ministero dovrebbe arrivare da un concorso diverso rispetto al giudice, e dovrebbero odiarsi».

BRIGATE ROSSE - Se tornassero le Brigate Rosse come negli anni di piombo troverebbero in Italia un terreno fertile. A chi gli chiedeva chi fossero i responsabili delle stragi nel Paese, Gelli ha replicato: «Le stragi sono frutto di una guerra tra bande, ci sono state e ci saranno sempre perché non c’è ordine: infatti sono arrivate dopo gli anni ’60. Se domani tornassero le Br - ha aggiunto l’ex Venerabile, concludendo - ci sarebbero ancora più stragi: il terreno è molto fertile perché le Br potrebbero trovare molti fiancheggiatori a causa della povertà che c’è nel Paese».

SENZA BERLUSCONI FI FINITA - «I partiti veri non esistono più, non c'è più destra o sinistra. A sinistra ci sono 15 frange e la destra non esiste. Se dovesse morire Berlusconi, cosa che non gli auguro perché la morte non si augura a nessuno, Forza Italia non potrebbe andare avanti perchè non ha una struttura partitica». A proposito dell'esecutivo ha aggiunto: «Non condivido il Governo Berlusconi perché se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese». «Ci sono provvedimenti che non vengono presi - ha proseguito - perché sono impopolari e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato. L'immunità ai grandi dovrebbe essere esclusa, perché al Governo dovrebbero andare persone senza macchia e che non si macchiano mai».

IL PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA - Per l’attuazione del Piano di Rinascita democratica della P2, oggi, «l’unico che può andare avanti è Berlusconi. Avevo molta fiducia in Fini - ha spiegato - perché aveva avuto un grande maestro, Giorgio Almirante: oggi non sono più dello stesso avviso, perché ha cambiato. L’unico che può andare avanti è Berlusconi: non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare».

CHI È GELLI - È stato «Maestro Venerabile» della loggia massonica segreta P2. Qualcuno ipotizza che Gelli era molto vicino alla Cia. È stato accusato di aver avuto un ruolo in «Gladio», amico stretto del leader argentino Peròn, dopo la scoperta della P2, fuggi in Svizzera dove fu arrestato mentre cercava di ritirare decine di migliaia di dollari a Ginevra, ma riuscì ad evadere dalla prigione. Fuggì quindi in Sudamerica, prima di costituirsi nel 1987. Licio Gelli è stato condannato con sentenza definitiva per i seguenti reati: procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato, calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Colombo, Turone e Viola, dalla Cassazione per i tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna e per bancarotta fraudolenta (per il fallimento del Banco Ambrosiano: 12 anni).

Nino Luca
"Corriere della sera", 31 ottobre 2008


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