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di Ignazio Licciardi
Dal Festival di Filosofia
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 20 settembre 2011


Un nuovo realismo anche per l'arte
contro la banalità del profitto
 

Roberto Gramiccia
Modena

Quella di un Nuovo realismo è la prospettiva che ha aperto Maurizio Ferraris nella relazione tenuta a Carpi del Festival della Filosofia. Si tratta di un tema che ultimamente ha riempito di sè pagine di giornali e riviste specializzate. Esso è stato posto in una relazione oppositiva rispetto ai fondamenti del Postmoderno. E, in particolare, della lettura che ne offre, ormai da molti anni, il Pensiero debole di Gianni Vattimo. Da questa lettura, non priva di aspetti interessanti e propositivi, relativi in particolare ad un'attenzione che tende a evitare qualsiasi assolutismo e qualsiasi pensiero "perfettista", trae alimento, tuttavia, gran parte del repertorio di luoghi comuni che in qualche modo sostiene il "Pensiero unico".
In arte, in particolare, la liquidazione di qualsiasi prospettiva modernista, di qualsivoglia cultura del futuro e della trasformazione (le stesse dalle quali traeva origine la temperie delle avanguardie e delle neoavanguardie) ha prodotto una deriva relativistica e banalizzatrice, che ha lasciato libero il campo alle scorrerie liberiste e liberticide che hanno trasformato l'arte in merce e l'artista in un funzionario passivo del sistema dell'arte.
Il paradigma fondativo di questo sistema non è la ricerca, non è la qualità artistica, non è la creatività ma il profitto. Solamente il profitto. Un pensiero forte, quindi, che paradossalmente utilizza il "Pensiero debole" di Vattimo come una sorta di ambiguo grimaldello. La negazione, infatti, di qualsiasi prospettiva, connotata nel senso del cambiamento (e della rivoluzione), ha legittimato tutti quei processi di smaterializzazione dell'arte già ampiamente autorizzati da una lettura fondamentalista della lezione di Duchamp.
E così, ad esempio, la Transavanguardia ha letteralmente teorizzato l'impossibilità di un "nuovo radicale", lasciando agli artisti solo la possibilità prevalente, se non esclusiva, di "ruminare" i fondamentali dei vecchi "ismi" (dell'Espressionismo novecentesco in particolare). E più corpo che mai ha preso l'idea, già in sé fortissima, che l'arte possa prescindere da un legame forte fra progetto, materia, forma e spazio. Questa cosa qui mandava in bestia Alberto Burri, tanto per fare un nome (un grande nome) molto prima che si affermasse il Postmoderno. Ma quest'ultimo, imponendosi, ha reso possibile che tutte le teorie, anche quelle che decretano la fine della storia (Fukuyama), e quindi dell'arte, possano essere ritenute legittime.
E' per questi motivi che il ragionamento di Maurizio Ferraris e dei filosofi che animeranno il grande convegno che si terrà in primavera a Bonn sui temi del New Realism, e che ha avuto al Festival della Filosofia una sua autorevolissima anticipazione, riveste una particolare importanza, per la sua dimensione filosofica, evidentemente, ma anche per il suo coté estetico.
«Non esistono fatti ma solo interpretazione dei fatti» è la fin troppo citata frase di Nietzsche che è a fondamento della deriva relativistica del contemporaneo.
L'utilizzo fondamentalista dell'affermazione di Nietzsche - che non esistono dati assoluti e definitivi ma che essi si danno in quanto interpretazioni dell'uomo - ha autorizzato l'imporsi di un pensiero che, mentre conferma lo stato di cose presenti, pretende di fondarsi su una visione rispettosa di ogni punto di vista. E così il Pensiero unico, che tanto si ispira a una lettura certamente volgare del Postmoderno, è diventato il collante del blocco sociale che sostiene l'attuale sistema di potere nel mondo occidentale.
Ferraris e il Nuovo realismo mettono in discussione questo punto di vista, non certo per ritornare ad una visione prepotentemente assolutistica e/o banalmente positivistica ma, semmai, per riaffermare il primato dell'autonomia e della precedenza del mondo esterno rispetto ad ogni schema percettivo e conoscitivo.
In arte, come in filosofia, pur non sottovalutando l'enorme gamma delle interpretazioni possibili, si deve ritornare a non poter prescindere da un dato di realtà fondamentale e cioè che le cose sono fuori di noi e vivono di vita propria. I fenomeni, quelli sociali e quelli estetici, esistono indipendentemente dall'interpretazione che noi siamo in grado di darne. E sono di entità diversa e diversamente influenti sulla storia e sulle sue dinamiche.
La realtà inconfutabile dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo non può essere messa sullo tesso piano di altre "verità minori" che pure è possibile sostenere. Così come, in arte, è fondamentale la valutazione del "peso del reale". C'è un artista (Pizzi Cannella) che recentemente ha affermato che tutti i pittori sono realisti, indipendentemente dallo stile iconico, aniconico, installativo, concettuale da essi prescelto. Intendeva dire, evidentemente, che il mondo esterno pre-esiste ed influenza tutti gli artisti, a patto che essi siano tali, e cioè capaci e liberi.
Il punto è che proprio questa libertà negli ultimi decenni è stata messa in discussione e quindi, piuttosto che la libera ricerca che non può non tenere conto del reale, si è imposta la liturgia (per altro noiosa e iterativa) della stanca ripetizione di operazioni concettual-tecnologico-installative, più o meno sensazionalistiche, che riempiono gli attuali musei d'arte contemporanea.
Per questo pensiamo che il Nuovo realismo di Ferraris possa far bene alla filosofia. Possa far bene all'arte.


"Liberazione", 18/09/2011

Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 luglio 2010


L'attuale tendenza a distruggere la cultura non apre alcuna prospettiva di sviluppo per la collettività
 
L'arte può salvare il mondo?
Un interrogativo giocoso ma non troppo
 
 

Roberto Gramiccia


"La bellezza salverà il mondo", dall' Idiota di Dostojeskij, è una frase che ha fatto epoca. Recentemente mi è capitato, parlando con Nunzio, lo scultore del gruppo di San Lorenzo, di chiedergli se l'arte secondo lui può salvare il mondo. Lui ha risposto laconico: «se lo chiedi agli artisti, ti diranno di si». Ora, ammesso che esista un rapporto fra arte e bellezza, se Nunzio ha ragione - e io credo di si - evidentemente è diffusa l'opinione che l'arte (la bellezza) può rappresentare, in una situazione di universale degrado spirituale ambientale economico etico e politico, una speranza concreta di salvezza.
Esprimere un'opinione su questa questione non è inutile dal momento che solo una concezione del mondo volgare, meccanicistica ed economicistica può sorvolare sull'importanza fondamentale dell'esperienza estetica di ciascuno e di tutti.
Non è la stessa cosa vivere immersi dentro un paesaggio alpino o a contatto con una natura vivificata dai benefici di un mare incontaminato oppure sopravvivere in un quartiere degradato di Casal del Principe controllato dal clan dei casalesi. A parte quelle naturali, esistono bellezze che, secondo l'insegnamento di Platone, rifletterebbero sempre e comunque la bellezza della natura, come accade per l'arte. Naturalmente questa visione ce la siamo messa alle spalle da un bel po'. Oggi nessuno si azzarda a sostenere che l'arte debba copiare la natura. Anzi nessuno sostiene nemmeno che debba avere a che vedere necessariamente con l'idea del bello, ammesso e non concesso che ne esista una diffusamente condivisa.
Ma non è del rapporto arte bellezza che vogliamo parlare, quanto piuttosto della questione della presunta funzione palingenetica di essa, una funzione capace di riscattare il mondo e l'umanità da un destino mortifero che oggi appare se non inevitabile almeno significativamente possibile.
Ora, sull'arte si sono dette e si dicono una quantità di cose, alcune delle quali retoriche e ancora appiccicosamente postromantiche. Alcune invece ciniche, aride e sin troppo spregiudicate. E così c'è ancora chi parla dell'artista demiurgo, guidato dagli dei, come c'è chi si fa portavoce dei principi ispiratori della business art di Wahrol, secondo il quale il quadro più bello è quello che costa di più.
Personalmente sono convinto dell'importanza fondamentale dell'arte, così come della necessità che essa sia concretamente patrimonio comune. Ma non credo che essa salverà il mondo. Sostenerlo significa non accorgersi della dipendenza dell'arte dall'economia e dal potere. Una dipendenza che da quando esistono le classi sociali c'è sempre stata e sempre ci sarà, fatta salva quell'autonomia possibile che gli artisti più capaci riescono nonostante tutto a ritagliarsi.
Il mondo per essere salvato deve essere cambiato e l'arte da sola non può cambiarlo. Anche se può fare molto per contribuire a farlo. Oggi più che mai il suo sottostare al modo di produzione capitalistico e al senso comune espresso dalle classi egemoniche appare come una realtà pressoché immodificabile. La nostra epoca più di altre dimostra un tasso di soggezione alle leggi del profitto, declinate secondo la grammatica e la sintassi della comunicazione di massa e della tecnologia, che non ha precedenti.
Ma c'è di più. C'è che le classi dominanti hanno interesse a distruggere la cultura per ridurre la possibilità di formazione del dissenso. Non mettono la camicia di forza solo all'arte, distruggono le università, dominano i destini della scienza, mercificano la medicina, addomesticano gli intellettuali, mettono in ginocchio chi ancora si ostina ad esprimere libere opinioni. Insomma esprimono spregiudicatamente la loro "egemonia senza egemonia" e cioè una capacità di dominio che, non solo non apre prospettive di sviluppo, ma entra in contrasto clamorosamente con gli interessi collettivi materiali e immateriali. Rompere queste catene non è cosa che si può fare con un capolavoro, fosse anche una nuova Guernica.
Detto questo, però, non si può non riflettere sul fatto che l'accanimento contro la cultura e l'arte di cui il nostro attuale governo rappresenta un esempio quasi di scuola, più o meno consapevolmente, rivela un odio di classe fondato sull'idea che la capacità di distinguere il bello dall'osceno, l'arte dalle barbarie estetiche, la cultura dal ciarpame comunicativo vada combattuta e se possibile soppressa per condannare alla definitiva ignavia se non alla complicità oggettiva masse di popolo sconfinate.
Se ci pensate, che cosa c'è di più brutto - dico proprio esteticamente - dell'ingiustizia. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la fame, lo strazio e la morte dei diseredati sono più insopportabili se oltre ad una angolazione etica, se ne usa anche una estetica. Non è per caso che queste due parole si somigliano tanto.
Senza arrivare agli eccessi di un "dandysmo" alla D'Annunzio, non è difficile immaginare che una società civile colta e raffinata, e quindi adusa a praticare l'arte, non sopporterebbe tanto facilmente ciò che oggi sopporta e addirittura sostiene. E non mi riferisco solo al fenomeno delle cultura del berlusconismo ma ad un mondo che va ben al di là, investendo un modello di società, quella capitalistica, che sta mostrando i segni di una crisi (anche estetica) inarrestabile.
Ecco perché fra i ceti sociali che ancora si oppongono a questa deriva. anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, ci sono quelli mediamente più colti. Penso che si debba dirlo con semplicità: è veramente difficile che una società dove esista una familiarità con l'arte possa sopportare lo spettacolo indecente fornito dalle esternazioni della nostra classe dirigente. Ecco perché la cultura è un prerequisito essenziale della coscienza di classe.
Fra le ragioni che spingono proletari e sottoproletari a votare Berlusconi, infatti, non c'è forse anche una sorte di rassegnazione estetica, una voglia di adeguarsi ai modelli proposti dalla televisione? Sicuramente sì. C'è soprattutto questo.
Ecco che si ripropone la questione dell'egemonia. Su questo piano la borghesia ha vinto ma dando di sé, a partire dalla fine degli anni Settanta, veramente il peggio. A differenza di altri periodi storici in cui mentre esercitava il proprio dominio svolgeva anche una funzione progressiva.
Questo "peggio" l'arte e la sua diffusione potrebbero smascheralo senza fare proclami ma semplicemente mostrando se stessa. L'arte quando è autentica è oggettivamente edificante, stimola e migliora la sensibilità, suscita ribrezzo per la volgarità. E la sopraffazione dell'uomo sull'uomo non è solo ingiusta e odiosa è anche volgare, anzi oscena. Per questo penso che l'arte, anche se non salva il mondo, può aiutare chi vuole trasformarlo. Personalmente se dovessi contribuire a dirigere la scuola quadri di un ipotetico nuovo partito rivoluzionario oltre, che di Marx, di Lenin e di Gramsci, parlerei anche di Antonello da Messina.


"Liberazione", 08/07/2010


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permalink | inviato da Notes-bloc il 8/7/2010 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Mi sa che vogliono lo scontro a tutti i costi!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 settembre 2009


La rabbia dopo il diktat del ministro che ha chiesto al collega Bondi di tagliare i finanziamenti alla cultura

Registi e scrittori contro Brunetta
"Un attacco alla nostra libertà"

di CARLO MORETTI


 

ROMA - Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta alza il tiro nel suo attacco al mondo della cultura e del cinema in particolare. "Accostare lo spettacolo alla cultura è un grande imbroglio" ha detto ieri Brunetta. "Lo Stato ha il dovere di finanziare la cultura, dalle biblioteche ai restauri, ma lo spettacolo è un'altra cosa. Ma perché finanziamo il cinema? Forse che finanziamo il piano bar o la discoteca? E anche i giornali devono andare sulle loro gambe". Non ha risparmiato i maestri di ieri: "Molti di quelli che alzavano il braccetto - ha continuato - poi hanno chiuso il pugno. Per esempio Rossellini, prima si faceva dare i sogni dal regime e poi ha cambiato idea".

La nuova uscita arriva a poche ore dall'intervento al seminario del Pdl a Gubbio, in cui il responsabile della Funzione pubblica ha parlato di "cineasti parassiti, gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del Paese, anzi non ha mai lavorato", ed ha quindi invitato il ministro della Cultura Bondi a chiudere "al più presto" i rubinetti del Fus.

La reazione del mondo della cultura non si fa attendere. Il regista
Michele Placido, che ha annunciato querela per il riferimento al suo nome nel discorso di Brunetta a Gubbio, ritiene che quello contro il cinema sia "un attacco contro uno degli ultimi spazi di libera espressione, considerando come sono ridotte la tv pubblica e quella privata. Un film, uno spettacolo teatrale" continua Placido, "sono sempre opere di denuncia, di critica nei confronti del potere, e che il potere sia di destra o di sinistra conta poco. Non ricordo film a favore dei governi di Prodi o di De Gasperi.

"Il grande sogno", che ha ricevuto finanziamenti di un'azienda privata che si chiama Medusa e che Brunetta non ha visto, non è neanche un film di sinistra, riporta le mie emozioni su un periodo in cui ancora non si era prodotta la frattura tra destra e sinistra".
La pensa allo stesso modo lo scrittore Giancarlo De Cataldo: "Come si può considerarlo un film di sinistra? Forse dà fastidio perché rappresenta un periodo in cui i giovani volevano cambiare il mondo, meglio che stiano al loro posto, giovani bamboccioni. Era dal neorealismo, dai tempi di Andreotti, che non si metteva in discussione il cinema come forma d'arte. Brunetta si fa però portatore di un'idea di cultura molto diffusa a destra: è buona, cioè, quando ti diverte, cattiva invece quando è problematica. C'è poi un astio nei confronti di chi non produce beni materiali: professori, magistrati, artisti, ignorando che anche l'industria culturale produce reddito".

Gigi Proietti ironizza: "Io che sono il meno finanziato di tutti dico che chiudere il rubinetto del Fus non è giusto. Al contrario, ne andrebbero aperti altri di rubinetti, attraverso una legge che razionalizzi la spesa. Il ministro dovrebbe evitare il rischio di dirigismo e comprendere che fare spettacolo oggi ha costi che difficilmente vengono coperti dai risultati di botteghino".

La regista Francesca Comencini vede nelle parole di Brunetta "un calcolo politico, per alzare il livello dello scontro. A Venezia abbiamo presentato un documento per una legge di sistema sul modello francese, che sganci il cinema dalla politica, perché i soldi che il cinema genera tornino al cinema. Ma se anche Bondi si appiattisce sulle posizioni di Brunetta, con chi ne dovremmo parlare?".


("la Repubblica", 14 settembre 2009)

Arte di incanto a Palermo, grazie a Vanessa Beecroft
post pubblicato in Foto da copertina, il 14 luglio 2008


 Lo Spasimo di Vanessa Beecroft con le sculture viventi
Clicca sull'immagine per andare avanti 

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