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di Ignazio Licciardi
I problemi sociali di oggi, descritti da Zygmunt Bauman
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 novembre 2011


Ieri si è tenuta, al Salone dell’Editoria Sociale di Roma, la Lectio Magistralis del professor Zygmunt Bauman dal titolo “Quali sono i problemi sociali, oggi?”. Già 30 minuti prima dell’inizio della lezione, l’aula era gremita di gente tanto che Giulio Marcon (portavoce della campagna Sbilanciamoci) consigliò a chi non riusciva ad entrare di andare fuori ove erano stati posizionati dei maxi-schermi per seguire la lezione.
Al suo arrivo, Bauman viene accolto da un calorosissimo e lungo applauso degno della sua straordinaria persona.

Zygmunt Bauman fa una premessa prima di iniziare ovvero che “se mi aveste chiesto di parlare della società e dei suoi mutamenti quarant’anni fa, avrei saputo perfettamente cosa dire; se me lo aveste chiesto vent’anni fa, probabilmente avrei avuto alcuni dubbi; oggi - dice quasi con tono di scusa - vago nell’oscurità, non so cosa dire”. Detto ciò Bauman inizia la sua lezione esternando che il modello capitalistico non potrà fare altro che creare ulteriori problematiche oltre a quelle già create fin qui ma che non è neanche plausibile tornare al socialismo. Quindi oggi noi tutti ci troviamo nella terra di nessuno.

Il 1° problema sociale siamo noi stessi, dice Bauman. Siamo noi che abbiamo la responsabilità dei nostri problemi, è il nostro stile di vita il problema. Se non risolviamo ciò, non è possibile andare oltre. Fino ad ora, secondo il professore, abbiamo inglobato in noi principalmente 3 assunzioni tacite, riassumibili in questo modo:

  • abbiamo dato le problematiche sociali come finite;
  • le problematiche sociali sono legate ad un deficit, ad una mancanza di conoscenza,  dalla cui velocità deriva la risoluzione delle sopracitate problematiche;
  • una volta accumulata codesta conoscenza, essa è tale da permetterci di risolvere i problemi sociali.

Oggi però, dice Zygmunt Bauman, nessuna di queste 3 premesse è più valida ed è questo il nostro problema. Oggi noi sappiamo che abbiamo un eccesso di sapere, il quale fa incrementare le idee, le quali di conseguenza fanno incrementare le risposte alle domande poste dalle problematiche sociali.
Di fronte ad una tale vastità di idee, dice, come facciamo quindi a trovare qualcosa di sensato? Quali sono oggi gli strumenti per intervenire?

Bauman focalizza per un attimo la sua attenzione sul movimento degli “Indignados” (sui quali tornerà poco dopo), i quali cercano cosa fare, come intervenire, poichè una protesta ha bisogno di obiettivi chiari per poter raggiungere i propri fini.

Ed è qui che il sociologo ricorda Antonio Gramsci ed il suo “interregno”, il quale è dove “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il concetto di interregno, ricorda Bauman, deriva dall’Antica Roma e ne parlò Tito Livio.
Ma Gramsci aggiornò tale concetto, dicendo che si trattatava del problema del modo di vivere. Quindi l’interregno, secondo la spiegazione del professore, è il vecchio modo di vivere ma un nuovo modo ancora non è stato inventato a livello globale. L’interregno è l’essere persi in questa condizione. I nostri vecchi modi non funzionano più e non sappiamo usare quelli nuovi. Infatti il movimento Occupy Wall Street non sa dove andare, di conseguenza non si può parlare di transizione riguardo a tale movimento perchè transizione vuol dire andare da un posto definito ad un altro posto definito.

Ma come ci siamo trovati in questa situazione?
Bauman ci spiega che l’attuale crisi, che provoca la sensazione di smarrimento, dell’esser persi, è il prodotto di un’incessante deregolamentazione, del libero mercato, la cui forza avrebbe prodotto più ricchezza per tutti (si ricordi la “mano invisibile” di Adam Smith). Ma oggi possiamo dire che non è andata cosi.

E com’è andata invece?
Per rispondere a questa domanda, Zygmunt Bauman usa la metafora delle “terre vergini”.
Una terra vergine, in quel momento non da alcun profitto ma se viene messa a coltivazione comincia a darne. Man mano che la metto a fertilizzare però, i profitti che ricaverò andranno via via decrescendo. Questa è una legge dell’economia.
Ergo ci sono limiti ai profitti che si possono ricavare. Il capitalismo è proprio questa continua, incessante ricerca di terre vergini da fertilizzare. Ma siccome la verginità si può perdere una volta sola, man mano che si è alla continua ricerca di tale verginità delle terre, esse prima o poi finiranno.
Trent’anni fa, ricorda Bauman, ci fu chi trovò terra vergine. Essi erano persone che però non spendavano più di quanto avevano guadagnato, non usavano la carta di credito ma il libretto di risparmio. A fronte di ciò ci fu una martellante campagna pubblicitaria (Bauman ricorda quella effettuata in Inghilterra) per convincere le persone a passare alla carta di credito.
Questo perchè? Semplicemente perchè con la carta di credito ci si indebita e le banche non vogliono che questo meccanismo di indebitamento delle persone termini poichè, in tal modo, le banche continueranno a fare profitti.
(Per maggiori info: Il mondo drogato della vita a credito – di Zygmunt Bauman)

Rimanendo in questo sistema, l’unico mezzo con cui l’individuo può uscire da questa situazione è il consumo.

Oggi, spiega, anche i nostri punti di vista sono stati commercializzati. Il nostro punto di vista non esiste più poichè c’è una terribile e perenne concorrenza tra gli esseri umani che ha portato alla perdita di quella che una volta era la solidarietà. Oggi abbiamo sempre meno tempo da dedicare agli altri, ai nostri figli. Le società di oggi sono individualizzate e non si immergono nella collettività.

Qual’è quindi il risultato complessivo dell’indebolimento dei legami umani?
E’ che siamo circondati da concorrenti, non più da amici.

La questione oggi da risolvere non è più quella di una parte, seppur maggioritaria, della popolazione, spiega Bauman, ma è quella del 99% contro quell’1% di cui parla il movimento Occupy Wall Street. Cinquant’anni fa il problema da risolvere era quello della classe proletaria.
Oggi non si parla più di proletariato visto che, ad esempio, in Inghilterra la classe operaia è scesa sotto i 2 milioni. Oggi si deve parlare di classe precaria, di precarietà.
Vivere nel precariato significa vivere in una condizione costante di terremoto, il quale non si sa da dove arriverà e quando arriverà. Sai solo che stai aspettando una catastrofe.
Tale condizione, spiega il sociologo, pone le seguenti situazioni e sensazioni:

  • genera una situazione di ignoranza nel senso di non sapere cosa fare e del perchè ci si trovi in questa situazione;
  • anche se lo sapessi, ti sentiresti impotente;
  • sentendoti impotente si verificherà un crollo dell’autostima e quindi una frustrazione.

Bauman ora ritorna sul movimento degli “Indignati” proprio collegandosi a questa sensazione di frustrazione. Spiega il professore che i c.d. “Indignati” spagnoli sono il prodotto di questa frustrazione e quindi cercano un’altra via di uscita da tale condizione. Ma sono frustrati anche contro lo Stato, che è potere e politica. Il potere degli stati oggi però è evaporato! E’ rimasta solo una politica locale priva di potere. Quindi lo Stato, dice Bauman, soffre una mancanza di potere.
Ma gli Indignati, proprio per via di questo sentimento di frustrazione contro lo Stato, ritengono che i partiti e le istituzioni non siano capaci di risolvere queste problematiche.

Allargando per un attimo la sua visione anche alle rivolte del nord-Africa, Bauman ci dice che le persone sono scese in piazza per ribellarsi e liberarsi da un ostacolo specifico, che si chiamasse Ben Alì o Mubarak. Non è chiaro però se queste forze saranno in grado di dare una svolta e di costruire ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Svolta che, secondo Bauman, si presenta nel momento delle crisi, poichè è qui che si deve decidere come continuare: se riproporre lo stesso modello attuato finora, oppure cambiare, e quindi svoltare, verso altri modelli di sviluppo e di vita. Quindi, analizza il professore, ci troviamo proprio nell’interregno descritto da Gramsci: non sappiamo come fare, non sappiamo trovare strade alternative. Conclude il professore dicendo che le istituzioni governative stanno cercando di uscire dalla crisi riproponendo però vecchi modi, vecchie strade e che non ascoltano le istanze di queste grandi mobilitazioni sociali.


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"... l'unico modo di prevedere il futuro è riunire le forze e lavorare assieme"(A.Gramsci)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 settembre 2010


Il potere dell'incertezza
L'incertezza del potere
 

Tonino Bucci
Festivalfilosofia Modena


L'individuo contemporaneo torna a fare i conti con l'incertezza. Il capitalismo è in crisi, i disoccupati aumentano, il welfare con cui gli stati assicuravano un tempo assistenza e sicurezza ai cittadini, non esiste più. Zygmunt Bauman, il sociologo che ha coniato la famosa formula della "società liquida", ha raccontato nei suoi libri l'impatto del consumismo sugli stili di vita, la rapidità con cui cambiano i modelli di identificazione, in una parola, la liquefazione dei desideri e dei simboli. Ma anche la riduzione dei lavoratori a merce fluttuante, subordinata alle volubilità dei mercati e ai capricci delle imprese. Abbiamo incontrato Bauman a margine della lezione magistrale sulla "sorte individuale", tenuta al festivalfilosofia di Modena (quest'anno dedicato al tema della fortuna).

La società liquida non è più in grado di guardare al futuro con ottimismo. Per la prima volta rispetto alle generazioni precedenti gli individui si sentono insicuri. Cosa succede?
La modernità ha dichiarato guerra alla fortuna, all'imprevedibilità, al caso. Oggi si sta capendo che è difficile vincere questa guerra e che, anzi, dovremo abituarci a vivere nell'incertezza. Nelle società del passato, del XVI e XVII secolo, l'incertezza era la regola. Non solo le guerre religiose, ma anche le trasformazioni sociali ed economiche. Il passaggio all'era industriale portò alla disgregazione della forza lavoro, alla perdita di identità degli individui. Oppure basta pensare all'impatto che ebbe il terremoto di Lisbona nella società europea del XVIII. Pensatori come Voltaire e Rousseau suscitarono un dibattito nell'opinione pubblica dell'epoca. La fortuna e il caso, dicevano, non può dominare la società, l'uomo deve controllare la natura attraverso la conoscenza e la tecnica, e addomesticare il futuro. Oggi a due secoli di distanza dall'illuminismo è successo esattamente il contrario. Sono le conseguenze dell'azione umana che hanno causato catastrofi naturali. Il problema del riscaldamento globale è il risultato più vistoso della gestione umana delle risorse.

Ma l'insicurezza può diventare una risorsa politica come dimostra la questione Rom in Francia?
Da qualche decennio a questa parte assistiamo a un divorzio tra potere e politica. In passato tra questi due elementi c'era un matrimonio perfetto e si mescolavano nello Stato nazione. Oggi non è più così. Anche gli Stati governati da primi ministri eccentrici, per così dire, non sono onnipotenti. Il potere è evaporato, è passato dallo Stato nazionale in cui era racchiuso allo spazio globale, al cyberspazio o "spazio dei flussi", come lo definisce il sociologo Manuel Castells. Come è accaduto all'ancien regime del XVI e XVII secolo, il welfare state oggi si sta disgregando. Il potere è inadeguato e gli stati non riescono più a gestire il potere. Questo ha avuto conseguenze enormi sulla politica. I governi per legittimarsi e assicurarsi il consenso sono costretti a far leva sull'insicurezza dei cittadini, ad alimentare la paura che possa accadere loro qualcosa di terribile. Il compito dello Stato, in passato, era di garantire attraverso il welfare assistenza e sicurezza ai cittadini. Oggi non è più così, i governi non sono più in grado, ad esempio, di offrire sostegno in caso di disoccupazione e quindi cercano altre vie per legittimarsi. Se non ci fossero i Rom li dovrebbero inventare. La legittimazione dei governi attuali si basa sempre sulla sicurezza personale, ma questa non è più fornita dal welfare ma dalla polizia, dalla lotta contro il crimine, il terrorismo. Lo Stato dà la sensazione ai cittadini di essere protetti, ma è un'impressione. I Rom sono per i governi una manna dal cielo, il pretesto per dimostrare ai cittadini che lo Stato garantisce l'incolumità personale. Anche gli immigrati "clandestini", per quanto riguarda il caso italiano, sono stati usati dai vari governi per mettere in atto le politiche della sicurezza e accreditarsi. L'immigrazione è stata un fenomeno choc a livello sociale. Nell'opinione pubblica è stata percepita come una causa di instabilità, di perdita delle certezze di una volta. Un tempo se un ragazzo riusciva a entrare in grandi aziende come Fiat o Pirelli si garantiva un futuro occupazionale e dopo trent'anni poteva tranquillamente andare in pensione. Oggi queste certezze stanno vacillando e nella percezione comune si attribuisce la causa di ciò agli immigrati. Quand'anche non ci fossero più stranieri nelle strade si troverebbero altri capri espiatori da attaccare e a cui dare la colpa dell'instabilità.

Di fronte all'incertezza c'è la tendenza a vivere i drammi nella sola dimensione individuale. Venuta meno la politica non è prevedibile un ritorno del fenomeno religioso?
Negli Stati Uniti ci sono oggi quindici milioni di disoccupati, di cui 3 milioni e 600 mila sono cronici, cioè hanno smesso definitivamente di cercare lavoro. Cosa fanno questi individui, ci si chiede. Molte persone sono indebitate fino al collo, rischiano di perdere la casa, sono vicine al collasso. La gente dice che non c'è speranza, che non c'è altro da fare che pregare letteralmente. La politica si ritira nella vita privata, ma così facendo la possibilità che ci siano cambiamenti diminuisce sempre più. L'unico discorso ragionevole che possiamo fare è di appellarci al principio di responsabilità, unire le nostre speranze. Non posso fare altro che ripetere le parole di Antonio Gramsci: l'unico modo di prevedere il futuro è riunire le forze e lavorare assieme.


"Liberazione", 19/09/2010


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