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di Ignazio Licciardi
Il Miur è stato costretto a rinviare il termine ultimo per la presentazione dell'offerta formativa da parte degli atenei al primo giugno (inizialmente era il 15 maggio): impossibile definire i corsi se non si sa chi insegnerà o meno a settembre.
post pubblicato in Notizie ..., il 14 maggio 2010


Atenei, lezioni a singhiozzo contro il ddl Gelmini

Lezioni a rischio da lunedì negli atenei italiani. I ricercatori, ma anche molti docenti, incroceranno le braccia contro la riforma del ministro Mariastella Gelmini. Al centro della protesta, la mancanza di risorse per il sistema universitario e l'impossibilità, per gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, di fare carriera e diventare docenti a causa delle nuove regole volute dal ministro. Per le stesse ragioni il 18 è in programma un'assemblea nazionale a Roma, alla Sapienza, mentre il 19 ci sarà un sit-in sotto al Senato dove è al vaglio la riforma. Se le cose non cambieranno i ricercatori hanno già annunciato che da settembre non saliranno più in cattedra.

Per far capire quali saranno le conseguenze della loro assenza, già la prossima settimana, da lunedì, faranno una sorta di "prova generale" astenendosi dalla didattica. «A Napoli- spiega Alessandro Pezzella, ricercatore della Federico II- è a rischio il 50% dei corsi». Nell'ateneo campano, nella facoltà di Scienze, ne sono già saltati 40: i ricercatori si sono auto-sospesi già da questo quadrimestre. A Napoli, come nel resto d'Italia, le uniche facoltà che si salveranno sono quelle di Giurisprudenza dove, normalmente, non ci sono corsi affidati ai ricercatori.

Alla Sapienza di Roma ci sono facoltà dove il 50% dei corsi è coperto da chi dovrebbe occuparsi di ricerca. La prossima settimana nell'ateneo le lezioni potrebbero tenersi con il contagocce.

A Milano, alla statale, è a rischio il 30% dei corsi. «Negli atenei c'è un grosso stato di agitazione - ammette Bartolomeo Azzaro, pro-rettore per lo sviluppo delle attività formative e di ricerca della Sapienza - ci sono 26.000 ricercatori a tempo indeterminato nell'università italiana a cui la riforma preclude qualunque tipo di carriera. Nel nostro ateneo un terzo di ricercatori hanno già dichiarato la loro indisponibilità a fare lezione da settembre, il rettore Frati è stato costretto a scrivere al ministero per far presente la situazione».

Il problema è talmente diffuso che il Miur è stato costretto a rinviare il termine ultimo per la presentazione dell'offerta formativa da parte degli atenei al primo giugno (inizialmente era il 15 maggio): impossibile definire i corsi se non si sa chi insegnerà o meno a settembre.

Oggi, intanto, il Cnru, il coordinamento nazionale dei ricercatori, guidato da Marco Merafina, della Sapienza, ha incontrato la Crui, la conferenza dei rettori, per presentare la propria proposta per garantire una carriera a chi rischia di restarne fuori con la riforma.

Il Cnru propone una valutazione da fare a chi ha già accumulato almeno sei anni di didattica nella stessa facoltà per permettere il passaggio nella fascia dei docenti associati. «E' una proposta a costo zero - assicura Annalisa Monaco, del Cnru - perchè chi ha già una certa anzianità con lo scatto non dovrà avere subito uno stipendio più alto. Con questo meccanismo si potrà garantire una carriera ad almeno 16.000 ricercatori a tempo indeterminato. I rettori stanno esaminando la proposta, che, lo diciamo chiaramente, non è un'ope legis, noi vogliamo essere valutati».

La parola finale spetta al Parlamento: da martedì si torna a votare sul ddl, gli emendamenti in ballo sono proprio quelli che riguardano i ricercatori. Ce n'è uno del relatore, Giuseppe Valditara, Pdl, che, intanto, elimina la disparità di trattamento tra i vecchi ricercatori a tempo indeterminato e quelli nuovi a termine: tutti potranno essere soggetti a chiamata diretta da parte degli atenei dopo l'abilitazione.

"l'Unità", 13 maggio 2010
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