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di Ignazio Licciardi
Intervista a Curzio Maltese: Seguiamo la stella di podemos
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 dicembre 2014


A sei mesi dall’elezione al parlamento europeo, è possibile tracciare un primo pur parziale bilancio dell’esperienza a Strasburgo e Bruxelles?

il bilancio sarebbe ottimo. i tre parlamentari de l’altra europa hanno lavorato bene e sono stimati nel gruppo GUE e non solo e nelle commissioni. Per quanto mi riguarda mi sono impegnato soprattutto nella commissione cultura, dove siamo riusciti a bocciare il commissario ungherese Navracsics, costringendo Juncker a un mezzo passo indietro, e nei trasporti nella battaglia contro la  torino-lione.

Il fatto è che in Italia non arriva quasi nulla oppure arrivano falsità, come l’assenteismo di Spinelli, che non esiste e si riferiva a un solo giorno di assenza per la manifestazione di Alexis Tsipras a Roma, oppure il mio doppio lavoro per la Repubblica, che neppure esiste visto che sono in aspettativa nel mio giornale. Come diceva Giorgio Bocca in politica o sei ricattabile o ti diffamano. Per il resto l’informazione sul Parlamento europeo in Italia è quasi inesistente.

La sinistra in europa esiste, ci sono forze politiche che hanno successo, come podemos e syriza, anche la linke, il front de gauche, izquierda unida e in Italia, è stato fatto un primo passo con la lista dell’altra europa con tsipras, poi però ci siamo subito fermati…

in Italia la sinistra cosiddetta radicale ha da vent’anni un ruolo di testimonianza che è difficile trasformare in proposta di governo. In più esiste una tradizione di litigiosità esasperata ed esasperante. La lista tsipras era un’idea di superare le divisioni e creare un movimento in linea con le altre esperienze europee. Le polemiche durante la campagna elettorale, penso all’abbandono di Camilleri e Flores in disaccordo con Barbara Spinelli, e poi quelle seguite alle elezioni hanno azzoppato il progetto.

In un tuo recente intervento hai ipotizzato la “rottamazione” dell’esistente in favore della nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. al netto dell’immagine pittoresca della rottamazione, pensi che in Italia ci siano le condizioni per ripartire con un altro passo, un diverso modo di far politica, magari anche un’altra classe dirigente? Insomma, era una provocazione o c’è dell’altro?

Sì, l’idea è di ripartire azzerando le sigle, Sel, Rifondazione e la stessa Lista Tsipras, e puntare a un nuovo movimento ispirato all’esperienza di Podemos, che punti a guidare un governo alternativo alle larghe intese prigioniere delle politiche di austerità. politiche oligarchiche che ormai sono rifiutate dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Si tratta di trasformare questa maggioranza sociale in maggioranze politiche. Da questo punto di vista il principale punto di riferimento sono le lotte sindacali di questi mesi di Cgil e Fiom. esiste una grande domanda di sinistra in Italia, come in Spagna e in Grecia, ma ancora nessuna offerta adeguata. ora in politica il vuoto non dura a lungo. Prima o poi qualcuno occuperà quell’area e se le sigle presenti non si sciolgono da sole, verranno sciolte nei fatti dall’esterno.

Domanda delle cento pistole: se Renzi decidesse di andare al voto fra tre mesi che succederebbe a sinistra?

Andrebbero tutti in ginocchio da Maurizio Landini a chiedergli di ripensarci e di accettare il ruolo di leader. Temo con scarse possibilità. Landini non è un intellettuale prestato al sindacato, è un operaio che lotta per i diritti dei lavoratori. I suoi orizzonti sono e rimangono il sindacato, la Fiom, la Cgil, la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici. ma è anche vero che se Renzi va a elezioni a primavera e le vince, come è probabile, dopo non vi saranno nessun contratto nazionale da firmare e nessun sindacato da difendere.

Da giornalista prestato alla politica, che impressione hai di questo momento che sta vivendo l’unione, nel passaggio tra Barroso e Junker? A occhio le politiche di austerità vanno avanti…

Le politiche di austerità distruggono le società europee ma funzionano in maniera eccellente per difendere le oligarchie economiche, le banche, la finanza, le multinazionali e tutti i centri di potere che oggi controllano i grandi partiti tradizionali di massa, conservatori e socialisti, quindi non cambieranno di una virgola. Juncker è ancora più debole di Barroso, la sua commissione è di un livello molto basso e il suo piano per il lavoro, dati alla mano, è una buffonata elettorale.

Sei stato a Madrid per l’elezione di Pablo Iglesias a segretario generale di Podemos. Che idea ti sei fatto? Quel modello di sinistra è esportabile anche in italia?

Podemos è la sinistra del nuovo secolo. Nei linguaggi, nelle idee, nelle forme di comunicazione e nelle figure dei leader, a cominciare da Pablo Iglesias. E’ un movimento nato pochi mesi fa in una mensa universitaria, ma già allora si poneva il compito di prendere una larga maggioranza e cambiare il governo.

Gli elettori spagnoli l’hanno premiato con oltre l’8 per cento alle europee, dopo una campagna elettorale nella quale Podemos avrà speso al massimo qualche migliaio di euro contro le decine di milioni dei grandi partiti, e oggi i sondaggi lo quotano al 27 per cento. in qualche modo ricorda il movimento 5 stelle, ma con la differenza che Iglesias è un sociologo geniale, coltissimo, fortemente radicato a sinistra e straordinariamente abile nell’arte di convincere l’interlocutore, mentre Beppe Grillo è un ex comico che non ha finito di leggere un libro nella vita, è sostanzialmente un qualunquista, molto influenzato da un uomo di destra come Casaleggio, ed è un monologhista incapace di affrontare un contraddittorio con chiunque, politici o giornalisti. Però la base di Podemos e quella dei 5 stelle si assomigliano per molti versi.

Autore: frida nacinovich

Fonte: http://www.sinistralavoro.it


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Caro Nichi, "il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 febbraio 2011


 

IL POLITICISMO DI VENDOLA

- editoriale di Paolo Ferrero su "Liberazione" -

 

 
Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta. Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche. E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale, visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale, visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
 
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra, non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci. Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero
Segretario PRC
"Liberazione" del 17-02-2011

 


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Intervista a Fausto Bertinotti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2009


Andrea Fabozzi

 

Il partito che non c'è

Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale, sul giornale ne abbiamo pubblicato un estratto.

Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.

Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.

Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.

"il manifesto", 14-11-09

1959: Conferenza di Cambridge su "Le due culture e la rivoluzione scientifica" (Ch. Snow)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


La Sinistra e la Scienza

 di David Bidussa

L'anniversario della conferenza di Charles Snow tenuta a Cambridge nel '59, "Le due culture e la rivoluzione scientifica", è l'occasione per riflettere sull'opposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica che ha caratterizzato la storia della sinistra.

E' il momento di voltare pagina e di aprire una discussione, perché questo ritardo ha inficiato la capacità della sinistra di leggere il presente.
Ecco allora quattro questioni per aprire il dibattito:


1)Quanto pesa la tradizione religiosa? E quale cultura filosofica ha influito di più?

2) Esistono questioni e parole a proposito delle quali la sinistra conserva un'immagine antropizzata?

3) Come si discute del nucleare? O meglio di che cosa si discute quando si discute di nucleare? Parlarne non significa fare i conti con la storia della paura?

4) Quando parliamo di cultura scientifica, parliamo di scuola. Al centro della questione, cioè, sta il problema della riforma della cultura scolastica. Le diverse riforme che si sono susseguite invece di aumentare la conoscenza scientifica la hanno marginalizzata.

In occasione del cinquantenario della conferenza tenuta da Charles Snow a Cambridge nel maggio 1959, dal titolo “Le due culture e la rivoluzione scientifica”, Enrico Bellone è tornato a riflettere, su Repubblica del primo giugno scorso, sulla scissione del sapere e sulla persistenza - altri direbbero sulla eternità – del blocco mentale intorno al confronto tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica. Ovvero, per riprendere il discorso di Snow, invitando a riflettere sui due canoni fondamentali del sapere:

1) sul fatto che mentre gli scienziati, come tutte le persone acculturate, frequentano la letteratura, la musica, l’arte e la filosofia, gli umanisti hanno una conoscenza a voler essere generosi approssimativa del sapere scientifico;

2) sul fatto che il senso comune qualifica come ignoranza imperdonabile il non conoscere Dante, Beethoven, Michelangelo o Aristotele, mentre considera un dato tecnico il non conoscere Einstein, Galileo, Lavoisier o Darwin.

Per Snow, nel testo di quella conferenza, essenzialmente umanisti e scienziati vivono in mondi separati, disconoscendosi e disprezzandosi gli uni con gli altri. Ma con questo atteggiamento, che si forma in pieno romanticismo e viene mantenuto anche nel cuore del Novecento, non fanno che denunciare la propria ignoranza. E la propria irresponsabilità, perché, secondo Snow, è proprio a causa di questa separazione che il fossato tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, si va progressivamente allargando, rendendo i secondi sempre più dipendenti dai primi e non favorendo il loro sviluppo. In breve, alludeva al controllo del sapere scientifico come strumento per l’esercizio dell’egemonia.
Si tratta in realtà di una lunga storia, che riguarda tutta la nostra vicenda nazionale e non solo il problema del sapere scientifico. Così come una lunga e travagliata storia caratterizza la pubblicazione del volume che unisce il testo di quella conferenza a quello di una seconda, del 1963, centrata sulla stessa questione, nella quale Snow corregge in parte ma sostanzialmente conferma quanto aveva sostenuto a Cambridge nel 1959. “Le due culture” esce in edizione italiana nel 1964, pubblicato da Feltrinelli con una appassionata prefazione di Ludovico Geymonat. Viene più volte ristampato negli anni successivi (l’ultima edizione è del 1977), ma scompare nei primi anni ‘80 per poi riapparire in tutt’altra stagione: nel 2005 (per Marsilio, a cura di Alessandro Lanni e con tre interventi critici di Giulio Giorello, Giuseppe Longo e Piergiorgio Odifreddi).
Quel vuoto di un quarto di secolo indica numerose questioni. In mezzo, passa un pezzo di storia italiana sul quale è importante riflettere, perché quella vicenda non parla solo di un passato ma pesa in maniera rilevante sull’intera fisionomia della cultura italiana e sul modo stesso in cui, oggi, la cultura viene vissuta nel nostro paese. E riguarda anche, direttamente, le sfide che attengono allo sviluppo possibile, oltre la crisi che stiamo traversando.
Se il profilo della prima conferenza è l’invito a superare la divisione tra le due culture, la seconda contiene un’accusa esplicita rivolta all’inadeguatezza di chi ha la responsabilità di decidere. «La rivoluzione scientifica - scrive Snow - è il solo metodo in virtù del quale la maggioranza degli uomini può raggiungere cose di primaria importanza (anni di vita, libertà dalla fame, sopravvivenza dei fanciulli), quelle cose di primaria importanza che noi consideriamo ovvie e naturali, ma che in realtà abbiamo conquistato attraverso la nostra rivoluzione scientifica da tempo non poi così immemorabile». Ciò comporta, prosegue Snow, che i politici non riescono valutare in modo corretto l’immensità del progresso che i paesi ricchi potrebbero, con il loro impegno, indurre e veicolare nei paesi più poveri.
È radicalmente cambiata la situazione rispetto a quel 1963? Non mi pare. E tuttavia, se noi volessimo oggi, non tanto riprendere in mano quel testo, ma porci alcune domande sul senso dello sviluppo possibile che ci chiede di operare scelte e assumere decisioni, scopriremmo di non essere in grado decidere alcunché. E non lo siamo non solo per l’inadeguatezza della classe politica ma anche per una sorta di vuoto culturale che segna l’intera opinione pubblica, sai quella che vota per la destra o il centrodestra, sia quella che vota per la sinistra o per il centrosinistra. Questo vuoto culturale si concentra particolarmente intorno a quattro gruppi di questioni, di carattere contemporaneamente specifico e generale.
Prima di affrontarle, è tuttavia necessaria una considerazione di carattere preliminare. Credo che esista un rifiuto del sapere scientifico e una sua riduzione a “tecnica” che nella storia della società italiana è strutturale e data almeno dagli inizi del Novecento. Credo anche che esista una sovrapposizione tra organicismo di destra e organicismo di sinistra grazie alla quale oggi molte parole e molti concetti sono del tutto interscambiabili tra sinistra e destra. A lungo parlare di scienza, a sinistra, ha voluto dire misurarsi con i ritardi culturali del Paese, con le insufficienze del sistema educativo, formativo e culturale. Con il peso che la cultura dell’antiscienza ha avuto sul percorso culturale italiano almeno dagli inizi del XX secolo. Con la progressiva marginalizzazione della scienza nella storia culturale italiana.
È un atteggiamento culturale che si articola essenzialmente intorno a due questioni: da un lato quella che attiene alle scienze sperimentali, al fatto cioè di affrontare e discutere di scienza misurandosi su dati e su ipotesi di ricerca e di sperimentazione. In breve, in una dimensione che intrattenga con il sapere un rapporto non spiritualistico. Sotto questo profilo, a partire dagli anni Settanta, la dimensione della ricerca scientifica sul campo è stata nella sinistra lentamente abbandonata. La scienza diventa “sapere scientifico”. Non se ne parla più in relazione a ciò che fa ma in quanto “discorso”, termine che allude a molte cose ma soprattutto indica la definizione di un rapporto con le scienze del tutto a-scientifico. Dall’altra parte, si afferma l’idea che il sapere scientifico sia una sorta di codice per iniziati, privo di riscontri e dunque in sé pericoloso, comunque “infido”.
La somma di questi due percorsi fa sì che discutere di scienza, o di questioni aventi rapporto con la scienza, richieda uno schieramento aprioristico, che chiama in causa l’identità delle persone e non il sapere delle cose. Il risultato è che oggi, in Italia, una discussione sulle scienze e sul sapere scientifico nello spazio pubblico somiglia molto alla disputa intorno alla prova ontologica dell’esistenza di Dio. Un approccio che rende impossibile qualsiasi discussione non solo che approdi a un risultato pratico e misurabile ma anche che si proponga un innalzamento della consapevolezza scientifica.
Ciò detto, credo che non sia inutile porsi delle domande di carattere non solo tecnico sul nostro sapere (quello nazionale e quello della sinistra), sul come si è formato, sulle risposte che è in grado di offrire e su quelle che invece non può dare. Si tratta delle quattro questioni insieme specifiche e generali a cui accennavo prima.

1. Quali sono i campi di maggior frizione e come sono vissuti a sinistra? Per esempio, quanto pesa la tradizione religiosa a sinistra? Qual è l’immagine che, a sinistra, abbiamo dell’evoluzione? E, più in generale, quale formazione culturale e filosofica ha pesato nella formazione della sinistra italiana negli ultimi trent’anni? Dopo i francofortesi e dopo Geymonat, in Italia, chi ha inciso nella cultura diffusa della sinistra? Quanto e come hanno pesato Foucault e Heidegger? Cosa ha significato il pensiero debole? Che parte riveste la scienza nel sapere post-moderno (un ingombro? un incidente di percorso? Una “provocazione”?

2. Esistono questione e parole a proposito delle quali la sinistra conserva un’immagine antropizzata e nei confronti delle quali rifiuta a priori un’analisi non legata all’antropologia. Per esempio: quando parliamo di ambiente (parola che nasconde spesso un gergo organicistico) cosa intendiamo? E quando parliamo d tendenze o preferenze sessuali? Quando parliamo di produzione industriale nel settore agro-alimentare, in che modo ne parliamo?

3. Come si discute del nucleare? O meglio, quando si discute del nucleare, di cosa si discute. La questione nucleare, in Italia, non è conseguente a Chernobyl. Risale agli anni ‘60, allo scandalo e al processo a carico di Felice Ippolito. Ma noi del caso Ippolito e del mancato sviluppo italiano negli ultimi quarant’anni, ne abbiamo discusso con cognizione di causa oppure no? In che modo abbiamo affrontato il problema della costruzione dei siti e di una cultura dell’impatto che non c’è? Parlare di nucleare non comporta forse una stretta relazione con la storia della paura? E allora perché non parlarne esplicitamente? O, ancora, perché non parlare di una scelta energetica che punta su un sistema di scambio con altre economie nazionali? Con quali? Con quali idee di politiche internazionali?

4. Infine, quando parliamo di cultura scientifica, in realtà parliamo di scuola. Al centro del problema sta certamente la questione della riforma scolastica: quaranta anni di abbozzi di riforme non hanno prodotto una maggiore conoscenza, al contrario hanno spesso determinato una crescente marginalità della scienza.


Non è solo questione di quante ore si dedichino alla fisica, alla biologia o all’informatica. Il nodo è se il modello culturale sul quale si costruisce il sapere scolastico italiano medio sia o no in grado di affrontare la questione della scienza. Informatizzare il sistema scolastico italiano non sarebbe certo privo di significato, e tuttavia il problema centrale è quello di definire cosa venga ritenuto “sapere”. Una cultura che non si oppone alla scienza significa acquisire una mentalità in cui pensare equivale a dubitare, in cui lo scetticismo è superiore alla cultura dell’a priori: dove la linea Bacone-Spinoza-Shaftesbury-Hume-Berkeley-Ferguson-Smith sia considerata sapere e non una mera curiosità. Dove lo sperimentalismo abbia tanti spazi quanti l’idealismo e dove il dubbio e il sapere sperimentale godano della stessa considerazione dell’ “idea” della fede. Dove discutere di religione non sia discutere di teologia ma di sociologia della religione, inserendo infine Max Weber tra quel che bisogna sapere quando si tratta di religione e modernità. Dove il paradigma che fonda il sapere scientifico sia acquisito con la stessa dignità del sapere umanistico, e Darwin cessi di essere visto come un signore stravagante.
Parafrasando Croce, il problema che oggi i moderni hanno davanti non è perché non possiamo non dirci cristiani, ma perché i moderni non possono non dirsi scozzesi. Ne vogliamo parlare o continuiamo a fare spallucce?

David Bidussa

"l'Altronline", 18-06-09

http://altronline.it/scienza

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2009


Per un futuro di democrazia e libertà

in Italia e in Europa!
 

 

 


 

 

"Sinistra e Libertà"
 

“Non è il tempo del centrosinistra, ma il tempo della sinistra”. La primavera, questa primavera, è appena cominciata.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 24 marzo 2009


Marzo 24

Prove di primavera

Autore: redazione

da movimentoperlasinistra.it

Una calda primavera del cuore, a dispetto di un clima che di primaverile, eccetto l’indicazione del calendario, aveva ben poco. Una primavera delle intenzioni, della passione viva, del ritrovarsi collettivamente. Del “prendersi per mano e darsi coraggio”, come ha ricordato dal palco il governatore pugliese Nichi Vendola. Del riscoprirsi “comunità” incarnata di nuovi bisogni e nuove rabbie.
In una piazza Farnese sfregata da un vento gelido e inatteso, in migliaia sabato scorso hanno voluto dare corpo e fiato all’appuntamento che segna l’apertura della campagna elettorale di Sinistra e libertà, il nuovo progetto politico che raccoglie lo sforzo unitario di una sinistra privata dallo scorso aprile della rappresentanza politica in Parlamento.
 Movimento per la Sinistra - l’area di Rifondazione Comunista fuoriuscita dal partito guidato da Paolo Ferrero e coordinata da Vendola - Sinistra Democratica, i Verdi di Grazia Francescato, il Pdci di Belillo e Guidoni e i socialisti di Riccardo Nencini: un caleidoscopio “rosso-verde”, chiamato a riscrivere un’agenda politica all’altezza delle sfide del tempo presente.
E a farlo prendendo in prestito le parole di quel popolo di sinistra largo e plurale rimasto orfano del proprio “lessico familiare”. Alle porte, il 7 giugno prossimo, c’è la tornata delle europee e delle amministrative, con il quorum per Strasburgo fissato al 4% a dettare i tempi e la portata della sfida: quella di cominciare fin da subito a ritessere insieme i mille fili dispersi della sinistra diffusa, infragilita e spiazzata dalla potente egemonia culturale consolidata dalla destra, al governo e nella pancia del paese. Una manifestazione intitolata suggestivamente ‘’la Primavera della Sinistra'’, con Moni Ovadia, artista e primo testimonial del desiderio di spalancare i cantieri di un’inedita avventura politica, a scandire gli interventi dal palco. A prendere la parola, inframmezzati ai leader politici, l’attore e poeta Pippo Delbono, il regista Mimmo Calopresti e la giornalista Giuliana Sgrena. “Presto non saremo più un cartello elettorale, ma un grande partito della sinistra”: questo l’auspicio di Claudio Fava, segretario di Sinistra democratica, a cui ha fatto eco la Francescato, convinta che la nuova formazione politica riuscirà certamente ‘’a rispettare le diversità e a comporre insieme sensibilità differenti'’. Moratoria sui licenziamenti e detassazione della cassa integrazione: questa la ricetta che Vendola ha proposto dal palco nel suo intervento conclusivo. “C’è bisogno - ha chiarito il governatore della Puglia - di più sinistra. La gente vive con angoscia e paura. La sinistra deve tornare come fabbrica della speranza e della libertà”. Vendola ha poi attaccato il governo Berlusconi sottolineando l’intenzione della destra di rendere meno drastiche le norme sulla sicurezza sul lavoro in un paese dove ci sono 1.300 morti l’anno”. Secondo il leader del Movimento per la sinistra, “da quando la sinistra è scomparsa dal Parlamento il nostro paese ha fatto molti passi indietro”. “Non è il tempo - ha concluso - del centrosinistra, ma il tempo della sinistra”. La primavera, questa primavera, è appena cominciata.

dal Blog di Nichi Vendola
http://www.nichivendola.it/it/srv/homepage/prove-di-primavera.html

Nichi Vendola contro una Sinistra che cerca di reclutare piuttosto che di capire e interloquire!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 17 novembre 2008


 
Dopo le 15 tesi di Fausto Bertinotti, riflessioni sulla crisi a sinistra. Come ricominciare?

Noi predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce

Nichi Vendola

Sarebbe bello poter compiere il nostro cammino dentro gli snodi delle odierne contraddizioni, facendo vivere un confronto aperto e coraggioso, una ricerca collettiva sulla traccia di lavoro che ci ha proposto su questo giornale Fausto Bertinotti. Rischiamo non solo di separarci tra noi, ma tutti noi, comunque collocati, rischiamo di separarci dal mondo, rischiamo di vivere lo spazio asfittico delle fissità politico-ideologiche senza più intendere il rumore e il senso di quel cambiamento che torna a scaldare i motori. Rischiamo di essere travolti persino dall'onda anomala che aspettavamo: dalle viscere della crisi della globalizzazione, dai luoghi frammentati e minacciati della formazione e della produzione, dalle crepe nella gerarchia dei poteri e dei valori, sgorgano rivolte nuove, protagonisti territoriali o tematici, linguaggi critici che sono quella "domanda sociale" di una sinistra che invece fatica a incarnarsi, che cerca di reclutare piuttosto che di capire e interloquire. Di questa sinistra che appare muta, muta perché priva di parole, orfana di vocabolario, capace solo di citarsi addosso. Non siamo personaggi in cerca d'autore: anzi, gli autori abbondano. Semplicemente non abbiamo più un teatro, il teatro. A meno che non si pensi che, con un po' di restauri, copione e proscenio si rimettono a posto e siamo pronti per recitare una qualche rivoluzione. Il teatro del Novecento è stato raso al suolo.
La lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell'antifascismo, l'auto-narrazione di un Paese immerso nelle acque di un Mediterraneo accogliente e plurale: tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria s'è mutata in fiction e caos pubblicitario, i corpi sociali si sono dispersi in mille rovinosi esodi dalla socialità e dall'impegno, il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all'antropologia del post-moderno: capitalismo della finanziarizzazione, con i suoi mulini a petrolio che impastavano la farina del diavolo (il denaro e la guerra). Il comunismo delle oligarchie uccideva con i carriarmati la speranza planetaria del comunismo: l'Est rovinava come un castello di carta e senza troppi rimpianti. Spostamenti di punti cardinali (e di sogni popolari e di idee-forza) disegnavano una inedita geo-politica: e dentro questo nuovo e oscuro mappamondo, il lavoro veniva perdendo potere e valore, il suo novecentesco "assalto al cielo" si concludeva con uno schianto. Il profitto come paradigma di regolazione sociale si gloriava del suo carburante malato: il denaro ebbro della speculazione e del gioco d'azzardo. Ecco, avanzava il ciclo della produzione di "denaro a mezzo di denaro", e il possedere, la patrimonializzazione della vita, il consumo predatorio, diventavano nodi psichici, contenuto delle relazioni tra le persone. E le nostre comunità si sono smarrite, disperdendosi nella dipendenza da merce effimera, ma talvolta rattrappendosi in forme comunitarie primitive, nevrotiche, direi modernamente tribali. Questo non ha ferito a morte la domanda di cambiamento, ha però colpito la radice delle risposte conosciute, ha travolto lo "stile" del cambiamento: siamo a cavallo di uno strano paradosso, noi predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce, anzi ci scansa. Se crediamo di cavalcare la tigre ci illudiamo: prenderemo morsi, saremo subito disarcionati. Il mondo cambia a dispetto della nostra consueta depressione. Siamo noi che rischiamo di non cambiare: non sto pensando all'euforia del trasformismo, ai tanti cedimento alle lusinghe del potere, ma a una cultura politica che si libera dai paraocchi, che osserva con radicale schiettezza le cose della realtà, che si misura con i movimenti reali e con una devastante crisi di civiltà. La sinistra che è stata lungamente spogliata di identità e orgoglio, ma anche quella che è stata imbottita di pillole di anabolizzante identitarismo. Come ricominciare? questo rovello potremmo viverlo con intensità morale e intellettuale, piuttosto che usarlo come corpo contundente gli uni con gli altri, le une con le altre. La dimensione europea, anche in vista dell'appuntamento elettorale, può essere l'asse portante del pensare e dell'agire politico di una sinistra capace di parlare ai popoli e alle giovani generazioni: si può mettere questo al centro delle scelte necessarie a ridare fiato complessivamente alle forze della sinistra? Io credo che l'associazione per la sinistra possa rappresentare un luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il "senso" della parola sinistra. Non è la sincerità della nostra passione che ci accredita come timonieri esperti del buon cambiamento: la gente non ti conosce, il corpo produttivo non capisce che tu lo difendi, la gioventù addirittura ti rimprovera un certo odore di naftalina. Bisogna avere l'umiltà e l'ardire di restituire un senso materiale alla trinità laica del "libertà/fraternità/eguaglianza": qui, in questo punto della crisi che divora l'acqua e la terra, in quella teoria di crepe che succhiano il sangue dei produttori, in questa guerra naturalizzata ed eterna, qui il fischio del cambiamento torna a riecheggiare. Vorrei che imparassimo ad ascoltare quel fischio, e la smettessimo di vendere fischietti.


"Liberazione", 16/11/2008


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E' anche dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo che rinasce la Sinistra.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 novembre 2008


 
Da dove ripartire?
15 tesi per la Sinistra
Fausto Bertinotti


1. Dopo la disastrosa sconfitta elettorale e la cancellazione della sinistra in Italia si è posta l'esigenza inderogabile della sua rinascita. Il rischio, in caso contrario, è la sua scomparsa dal panorama politico del paese per un lungo periodo.

2. Da allora, in pochi mesi, sono avvenuti eventi che hanno mutato profondamente la situazione, sia a livello mondiale, che del paese; sia nella sfera dell'economia, che in quella sociale, che in quella politica (seppure in questo caso lontano dall'Europa, come per la vittoria di Barack Obama). Ognuno di questi mutamenti, e tutti insieme reclamano una nuova, radicalmente nuova, presenza della sinistra in Italia e in Europa, rendendo persino più acuta l'esigenza, già emersa drammaticamente dopo il voto, di mettersi al lavoro per riempire un vuoto orribile.

3. Il precipitare della crisi, che ha investito il capitalismo finanziario globalizzato e che si estende dagli Usa al mondo intero, sottolinea duramente il vuoto di sinistra in Europa e propone, in tutta la sua portata storica, il tema della costruzione di una sinistra europea. E' stato detto giustamente che, se non sa mettere in campo, di fronte a questa crisi, una proposta di politica economica alternativa a quella dei governi, la sinistra non esiste.

4. La risposta alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato è dunque un banco di prova obbligato, tanto più per le spaventose conseguenze sociali e di pesante ristrutturazione del lavoro che, in sua assenza, si produrrebbero. Una traccia di proposta è già presente nel mondo degli economisti critici. La necessità del sistema di ricorrere all'intervento pubblico porta la contesa sulla natura dell'intervento pubblico e del ruolo dello Stato. Una proposta della sinistra dovrebbe cogliere l'occasione davvero straordinaria per rivendicare un intervento pubblico nell'economia finalizzato ad una prima riforma di quel modello di sviluppo che ha generato la crisi attuale, per andare nella direzione di un modello alternativo di economia più equa, più ecologica e meno instabile. L'intervento pubblico dovrebbe perciò essere massiccio, quanto precisamente finalizzato. E' stato giustamente sottolineato che la sfida che si ripropone è sul cosa, come, dove e per chi produrre. E' concreta la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un piano del lavoro che faccia dello Stato il garante di una programmazione per il pieno impiego e un lavoro di qualità che superi la sua precarizzazione.
Alla sua base vanno individuate, e scelte, le grandi questioni irrisolte della società e i bisogni maturi e non soddisfatti. La guida di questa svolta nella politica economica sta nella organizzazione della domanda dove più stretta è la relazione tra le problematiche economiche, quelle della qualità e stabilità del lavoro e quelle ecologiche, per costruire delle risposte che sollecitino uno sviluppo qualificato della ricerca, della ricerca applicata, della tecnologia e di nuove forme di organizzazione del lavoro. La dimensione necessaria per questa riforma della politica economica è certo quella europea, ma già il livello nazionale va investito da una forte iniziativa politica e sociale. L'occasione è quella di una terribile difficoltà, ma anche quella propizia alla rinascita della sinistra, nel cimento su un passaggio così difficile. Si tratta ora di immettere questo schema di proposta con forza nel dibattito e nello scontro politico. Su questa traccia va contemporaneamente messa all'opera una comunità scientifica allargata, all'esperienza sociale in primo luogo, da cui nasca una proposta condivisa che possa entrare in relazione con tutti i fronti di lotta.

5. Il movimento di lotta di queste ultime settimane di straordinaria mobilitazione nella scuola ha dimostrato quel che si doveva già sapere, che nessun consenso di opinione mette al riparo i governi dall'insorgere del conflitto sociale, ma, contemporaneamente, ci fa scoprire una nuova dimensione possibile del conflitto, quella della sua indipendenza dalle forze politiche e della sua irrappresentabilità. Si tratta di un movimento del tutto inedito, assai diverso non solo da quelli del '68 e del '77, ma anche da quello della Pantera, un movimento diverso per composizione, organizzazione e forme di crescita anche dal movimento altermondista. Esso promuove l'azione collettiva della popolazione di un comparto della società, qui la scuola, sulla base della denuncia della lesione di un suo diritto condiviso. Avevamo già visto che senza la sinistra non c'è opposizione politico-sociale, ora impariamo che neppure l'opposizione sociale rimette più in piedi la sinistra. Si sono consumate tutte le rendite di posizione della politica. Senza un'idea di sé, del suo rapporto con i movimenti e con la società la sinistra non esiste e non rinasce.

6. Il lavoro sarà investito da una nuova fase di ristrutturazione promossa dalla crisi, e sulla base della recessione e dell'attacco all'occupazione. Il padronato si prepara a gestirla facendola precedere da un a-fondo sul sistema contrattuale con lo scopo di ridurre non solo il lavoro, ma anche il sindacato a variabile dipendente della competitività aziendale. Sebbene possa sembrare troppo radicale ed estremista, l'obiettivo confindustriale è proprio quello di cancellare l'autonomia rivendicativa e contrattuale del sindacato per sostituirlo con la sua istituzionalizzazione neocorporativa: un cambio della sua natura per sottomettere "definitivamente" il lavoro all'impresa e al capitalismo. Cambiano, anche assai profondamente, i cicli economici e la composizione del lavoro, ma il lavoro, la contesa sul lavoro e la soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè il concreto manifestarsi delle lotte di classe, torna come uno degli snodi decisivi per l'esistenza della sinistra. Non c'è nessun automatismo né alcuna esclusività da proporre, né alcuna collocazione gerarchica da rivendicare rispetto ad altre contraddizioni, prima tra tutte quella ambientale. Semplicemente senza una sua politica su questo snodo la sinistra non esiste. La stessa questione sindacale acquista un peso del tutto particolare sia rispetto alla questione sociale che a quella politica. Se la Cgil si sottrarrà all'esito voluto dalla Confindustria e dal Governo niente rimarrà come è stato dal 1992 ad oggi, e comincerà una nuova seppur difficile storia del sindacato e del conflitto di lavoro in Italia.

7. Sia che si guardino le già grandi novità intervenute, dopo la storica sconfitta, dal punto di vista strutturale che dal punto di vista dei processi politici, si vede emergere quale tema prioritario, connesso con la questione delle proposte sulla natura del nuovo intervento pubblico nell'economia, quello dell'efficacia dell'opposizione ai fini di impedire che il cerchio si chiuda, con l'irreversibile cancellazione per l'intero medio periodo della sinistra e con la sistematica separazione tra il sociale e il politico, tra la vita delle persone e la politica. La qualità e l'ampiezza dell'opposizione debbono porsi all'altezza di un disegno regressivo di restaurazione che vede progressivamente soppiantare la Carta fondamentale della Repubblica da una costituzione materiale che ne rovescia il senso, facendosi accompagnare da una rivoluzione conservatrice guidata dalla nuova destra. L'esito di un "regime leggero", a fondamento di un assetto a-democratico della società, può essere impedito solo da un'opposizione di sinistra, popolare, di massa e capace di risalire, per metterle in discussione, alle cause strutturali del disagio sociale e della crisi economica. Ripensare a fondo l'agire collettivo, attivare tutte le forme della democrazia partecipativa, andare a lezione dai movimenti emergenti, rivoluzionare la grammatica dei rapporti tra forze politiche e movimenti, scegliere i tempi e i modi di proprie campagne di mobilitazione e di lotta che facciano venire alla luce potenzialità latenti, far coesistere esperienze diverse solo disposte a riconoscersi reciprocamente, rileggere le esperienze di democrazia diretta a partire dall'uso mirato del referendum, costituire autonomi comitati di scopo, sono solo alcune delle pratiche necessarie di un piano di lavoro politico che associ chiunque ci stia sulla base della selezione politica operata unicamente dalla condivisione dell'obiettivo.

8. Era già evidente dopo la sconfitta che la rinascita della sinistra sarebbe dovuta essere in realtà un cominciare da capo. Tutto ciò che accade avvalora questa tesi. Il rinnovamento nella continuità, che sarebbe stato possibile fino a ieri è oggi impossibile. Lo sarebbe stato, con particolare forza, di fronte ai grandi passaggi storici mancati, come la primavera di Praga, il '68-'69, lo stesso '89, per lo straordinario accumulo di storia e di esperienze fin lì a disposizione e che avrebbero potuto permettere un'uscita da sinistra dalle crisi del movimento operaio. Allora sarebbe stato possibile quel che oggi non è più possibile. Ancora, in tutt'affatto diverse condizioni, di fronte al costituirsi del movimento altermondista, un'estrema possibilità si era venuta proponendo alla politica. Ma oggi, dopo la sconfitta storica e la scomparsa della sinistra politica come forza attrattiva, questa ipotesi di lavoro non è più possibile. Quel che resta vivo dei tentativi, anche coraggiosamente tentati di fronte ai precedenti passaggi critici, è l'esigenza di fondo, quella di un'uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. Ma ora è necessario che sia un'uscita da sinistra capace di essere praticata da nuove grandi organizzazioni politiche. La sinistra di cui c'è bisogno è perciò una sinistra di società, cioè capace di essere portatrice di una rinnovata critica del modo di produzione capitalistico e di un'alternativa di società e, contemporaneamente, per forza organizzata, capace di influenzare il corso generale in atto e le scelte della politica: una forza politica di cambiamento e di trasformazione.

9. Ricominciare politicamente da capo per ricostruire la sinistra in Italia e in Europa non vuol dire contrarre la malattia del nuovismo che è un'apologetica dell'innovazione che ora si fa addirittura grottesca di fronte ad una realtà come quella attuale che fa dire come scriveva Gorz "Non è un capitalismo in crisi, ma è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la realtà". Essa genera a sua volta una crisi di civiltà e un rischio per l'umanità tutta. Un'adesione all'attuale modernizzazione è semplicemente insensata. Né vuol dire essere dimentichi del passato. Il movimento operaio del '900 è il mondo da cui veniamo. Delle tre grandi direttrici su cui si è sviluppato, la prima è morta nella tragedia, ed è quella che, sulla rottura rivoluzionaria, ha fondato la costruzione dello stato e di ciò che è stato chiamato il comunismo reale; la seconda è molto, molto malata, ed è quella che, in tutta la seconda metà del secolo, specie in Europa, ha continuato a porsi il tema della trasformazione della società capitalista diventando protagonista del compromesso democratico dei 30 anni gloriosi; la terza è ancora vitale (anche per la conferma, seppur anche spiazzante, che le viene dalle grandi mutazioni di cui il capitalismo è capace per riconfermarsi) ed è il nucleo forte della critica al capitalismo proprio dell'impianto marxiano. Proprio in ragione della sua vitalità convince ancora la tesi propagata da grandi intellettuali marxisti già alla fine del secolo scorso di andare oltre Marx, tesi che pretende una duplice opposizione, sia nei confronti di chi ne propone l'abbandono, sia di chi ne propone una acritica nuova adozione. Si può pensare di mettere a frutto la vitalità della teoria, consapevoli anche della sua maturità, proprio cercando la relazione con due contraddizioni altrettanto decisive nella critica al nuovo capitalismo totalizzante, quella tra ambiente e sviluppo e quella di genere. Un forte spirito di ricerca nella teoria critica del capitalismo dovrebbe alimentare una tendenza culturale e politica necessaria, insieme ad altre, alla rinascita politica della sinistra.

10. Il movimento operaio del Novecento vive dal '17 agli anni '80 su ciò che è stato definita l'alleanza, o la fusione, tra la classe operaia e una teoria, quella marxista-leninista. Per averne conferma basti pensare soltanto al fatto che il partito comunista dalla storia nazionale forse più autonoma di ogni altro, il Pci, modifica, nel suo statuto, il riferimento al marxismo-leninismo solo nel 1979. Il peso dell'alleanza in questo movimento operaio, quello del '900, quand'anche in esso siano cresciute esperienze diverse, è forte e innegabile. Ma questa non è la sola storia del movimento operaio possibile. Né è stata la sola. Ce ne sono state di diverse già nel corso della storia, si pensi al ciclo che precedette la Comune di Parigi, e dunque altre ce ne potranno essere, sempreché lo sfruttamento esistente sia considerabile politicamente significativo. Ad un nuovo movimento operaio la sinistra dovrebbe lavorare, nel tempo di una nuova rivoluzione capitalistica, anche modificando i contraenti l'alleanza e la sua stessa base teorica. A richiedere un soggetto capace di proporsi, su scala mondiale e in un processo storico, il superamento del capitalismo è la natura di questo capitalismo totalizzante, sono le forme concrete di sfruttamento e di alienazione che esso genera e la sua attuale proprietà di fare innovazione e contemporaneamente di produrre crisi di civiltà e di umanità. A questa ricerca non può essere estraneo il processo di costruzione della sinistra in Europa e in Italia che, tuttavia, deve disporre di un'autonoma fondazione politica, quella della definizione di un programma fondamentale in cui possano riconoscersi una molteplicità di soggetti e una pluralità di culture politiche, capace di costituire, come insieme, il fatto nuovo nella politica.

11. In politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una comunità scelta parlano di un'identità, di un'appartenenza. In questo nostro tempo l'identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice dell'esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone comuni e sanno trasmettere il senso dell'appartenenza ad un'impresa comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il programma fondamentale della sinistra, che non può che essere, realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand'anche dichiarata l'ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e sarebbe, il caso dell'intervento sul nome di formazioni già esistenti dove il rispetto della storia, delle storie che l'hanno animato e la loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del Pci. Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata l'origine della politica di libertà e di giustizia nella storia moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c'è più la politica, non c'è più scelta, il clivage tra destra e sinistra. La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del continente si chiami comunista, nessuna dal Ptt di Lula al Mas di Evo Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.

12. Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura politiche sufficienti per questo necessario big - bang da cui possa rinascere la sinistra. Il Pd non è sinistra, e non per la composizione della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all'arcobaleno di sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria per l'impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall'esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La situazione, prima caratterizzata dall'esistenza di due sinistre in competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base dell'analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla base dell'analisi delle soggettività politiche in campo, quest'ipotesi, matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla recessione e all'attacco all'occupazione.

13. Per affrontare questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della sinistra, ma ne contraddirebbe l'ispirazione di fondo. E' l'ipotesi secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni, si dovrebbe sostituire il rapporto tra l'attuale Pd e una forza alla sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che rappresenterebbe nient'altro che uno sviluppo moderato dell'attuale situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola verità interna ed è che, nella attuale immaturità della ristrutturazione, deve essere perseguito l'obiettivo della costruzione da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L'ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare stagione. La cultura prevalente che l'ha promossa - governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna - non solo è all'origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall'esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell'economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse.

14. La costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com'è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un'impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand'anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola. Nell'intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c'è il deposito di resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in un'impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C'è una sola condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra, per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente. Non c'è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti, quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica dalla società e dai soggetti in essa attivi. L'impegno deve quindi, su questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni funzione di rappresentanza, fin dall'inizio del processo, deve essere attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.

15. La sinistra deve avere l'ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre, del consumare, del convivere e del fare politica. C'è, a questo fine, da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell'individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un comportamento altruistico, almeno con uno improntato all'"egoismo maturo", cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col sostituire il troppo abusato "non sono d'accordo" con il "sono d'accordo, ma…". Alla riforma della soggettività da investire nell'impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il centralismo romanocentrico, figlio non più dell'esigenza nazionale di una formazione compatta di combattimento, bensì della "governamentalità" e della centralità delle istituzioni nella politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa l'esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza (l'Italia delle cento città) che può indurre la politica a ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta, nell'organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda, campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l'egemonia nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della riforma della società civile mediante la produzione di culture, di pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al primato dell'impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito storico. E' anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo, che rinasce la sinistra.


"Liberazione", 13/11/2008


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Avanti tutta!
post pubblicato in Notizie ..., il 11 ottobre 2008


 

Trecentomila studenti hanno sfilato in decine di città contro la ministra Gelmini
Oggi pomeriggio alle 14 a Roma (piazza Esedra) il corteo contro governo e Confindustria

 

Gli studenti: ecco l'opposizione
E oggi va in piazza la sinistra

 

Studenti in corteo, a Roma, contro la riforma Gelmini Foto Andrea Rossi/Eidon

Checchino Antonini
Benvenuti a Roma - probabilmente siete in corteo, o ci sareste stati volentieri. Benvenuti a Roma, dunque, dove già ieri l'opposizione a governo e Confindustria s'è manifestata in massa - è accaduto contemporaneamente in decine di città - su uno dei punti specifici della piattaforma di questo corteo: la difesa della scuola pubblica. Che quella che Gelmini suole chiamare riforma sia null'altro che tagli è parso chiaro a centinaia di migliaia di studenti. Trecentomila secondo l'Uds, il sindacato studentesco. Comunque tantissimi con punte di 40mila a Roma, Napoli, Torino. Un po' meno, 30mila a Milano, 15 mila a Salerno, Firenze e Genova. E, ancora, diecimila a Bologna, Bari, Trieste; duemila a Brindisi, mille in più a Bergamo. Numeri piccoli nelle città minori ma, l'unione fa la forza, tutti insieme forniscono una scossa di adrenalina all'inizio del periodo più caldo dell'autunno caldo. Collettivi e giovani comunisti attraverseranno il corteo di oggi con Rifondazione e la sinistra alternativa. Si replica venerdì prossimo nella piazza dello sciopero generale del sindacalismo di base. Poi le scuole si svuoteranno anche il 30 ottobre nel giorno dello sciopero del comparto indetto dai sindacati confederali.
Le cronache restituiscono l'atmosfera di cortei ovunque variopinti e chiassosi, oltre che determinati sulla piattaforma di dieci punti: contro i tagli della finanziaria e i finanziamenti alle private, in difesa dei posti di lavoro, contro l'abbassamento dell'obbligo scolastico e il maestro unico, contro il voto in condotta come strumento di censura e inadeguato a battere il bullismo, per una legge nazionale sul diritto allo studio e un piano di edilizia scolastica.

Un momento della manifestazione studentesca di ieri a Milano Infophoto
A Roma, in un incontro col direttore generale del ministero, è stato chiesto dalla delegazione di studenti un referendum sulla pseudoriforma. Ma i funzionari non hanno potuto dare risposte politiche. Gliele darà quelle risposte, ma saranno pessime, il governo. E senza neppure scomodare una delegazione: nascosto nelle pieghe del decreto sanità, infatti, c'è un comma che taglia le scuole. Dietro una formula in burocratese - "ridimensionamento delle istituzioni scolastiche" - c'è la cancellazione di plessi interi in barba alle norme che danno a Regioni ed enti locali il compito di definire la definizione della rete scolastica. Non è la prima volta che il federalismo di facciata serve a occultare una gestione autoritaria e centralista. Per delucidazioni si può chiedere a studenti e cittadini di Vicenza che hanno votato all'aperto, e autogestendosi la consultazione, per destinare a usi pubblici e pacifici l'area dell'ex aeroporto civile Dal Molin che le destre hanno consegnato agli Usa per un'ennesima base di guerra. Una rivendicazione che fa parte anch'essa della piattaforma del corteo romano di oggi.
«Non è che l'inizio di un autunno caldo», ripeteva in serata l'Unione degli studenti ricordando, al termine di una giornata animata su 90 piazze e finita con una fiaccolata a Venezia, che le scuole, più o meno occupate, autogestite o comunque agitate,saranno di nuovo in piazza il 30 ottobre, accanto ai lavoratori delle scuole nello sciopero generale. E poi fino alla settimana del 17 novembre, una sorta di primo maggio studentesco, designata dal recente social forum europeo che s'è tenuto in Svezia. Anche l'Udu, l'Unione degli universitari, denuncia i continui tagli, operati dalla Finanziaria, per un totale di 8miliardi di euro in 3 anni solo sul comparto scuola, tagli al personale docente, 455 milioni di euro in meno solo sul Fondo per la Formazione Ordinaria Universitaria.
Flash dagli atenei: a Firenze oltre all'occupazione c'è una mobilitazione permanente a Ingegneria e il blocco della didattica si estende anche a Scienze. A Torino l'università compatta minaccia di far saltare la cerimonia di apertura dell'anno accademico. A Parma si è svolta una giornata di protesta con volantinaggio all'ingresso del Campus e conseguente ingorgo della tangenziale. Alla Federico II di Napoli si prospetta l'ipotesi di bloccare l'anno accademico e i ricercatori progettano il completo blocco della didattica a loro affidata. A Pisa l'università scende in piazza e la facoltà di Scienze convoca un consiglio straordinario. A Palermo Ingegneria è in stato di agitazione con svolgimento di alcune lezioni nei luoghi pubblici e c'è l'ipotesi di blocco della didattica attraverso la rinuncia a incarichi di supplenza (per i ricercatori) e a carichi aggiuntivi (per i professori). Alla Sapienza di Roma, infine, docenti della facoltà di Scienze e della facoltà di Psicologia1 stanno raccogliendo le firme per ritirare la disponibilità a ricoprire i corsi; a questo si aggiunga una massiccia mobilitazione studentesca con assemblee giornaliere in varie facoltà. «Governo e maggioranza possono stare pur certi che saranno tallonati a ogni passo e fischiati in ogni occasione dalla protesta di studenti, lavoratori, docenti, ricercatori, precari», spiega Domenico Ragozzino, dell'esecutivo nazionale dei Gc, denunciando un modello di scuola «costrittivo, familista, depauperato, privatistico, canalizzato, elitario e degradato». Gelmini afferra il concetto e rinvia a data da destinarsi un convegno a Milano organizzato con una claque di dipendenti della Regione precettati.«Il mondo dei saperi apre una stagione di nuova opposizione con una domanda di libertà e futuro che dobbiamo recepire a cominciare dalla manifestazione di oggi», spiega Nichi Vendola, presidente della Puglia e dirigente Prc.


"Liberazione", 11/10/2008

Perché Zingaretti SI' e Rutelli NO? Ci sarà una ragione, caro Walter! Non te ne frega niente? Ce la puoi fare?! Ma senza la Sinistra! E con chi?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 aprile 2008


 
Fallita l'ipotesi di spostare al centro l'anima della sinistra.
Il partito di Walter inadatto all'opposizione
Se nel Pd tornasse un po' di socialdemocrazia, e se la Sinistra ritrovasse un po' di capacità di iniziativa...
Fine corsa per il veltronismo
(e qualche idea per ripartire...)
10 servizio di Sabina Morandi

Ritanna Armeni
Forse Veltroni rimarrà in sella ancora per qualche tempo, ma il veltronismo è finito. Ha esaurito in poche settimane la sua spinta propulsiva, ha cancellato il suo messaggio con una velocità insospettabile. Qual era il progetto politico che Walter Veltroni ha cercato di portare avanti? Un partito democratico, a-ideologico, che superasse le distinzione fra destra e sinistra, aprisse al centro e rompesse con la sinistra radicale. E quindi anche con l'Unione di Romano Prodi che si fondava sull'alleanza fra questa, il centro e la sinistra riformista. Un partito che accettasse le regole del mercato, ma le moderasse, cercando di smussare gli angoli più duri della vita lavorativa con un minimo di solidarietà sociale. Che rendesse più "piacevole" la società, almeno per coloro che sono fuori dal bisogno, e che evitasse al bisogno di diventare una ferita sociale troppo pericolosa.
Su questo progetto Walter Veltroni ha ricevuto il consenso delle primarie e ha accelerato la caduta del governo Prodi.
Ma poi sono cominciati i guai. Il veltronismo non può che essere un progetto di governo. Nel suo dna non è contemplata l'opposizione, anche la più costruttiva delle opposizioni, semplicemente perché esso non comprende quel progetto diverso di società che è contenuto anche dalla più blanda proposta socialdemocratica.
La prima battaglia persa è stata quella per rinviare le elezioni cercando prima la riforma elettorale che avrebbe impedito (forse) una vittoria così netta del centrodestra. La destra si è opposta e con l'aiuto, in questo caso, di Pier Ferdinando Casini, ha impedito ogni rinvio dell'appuntamento elettorale.
Nella seconda battaglia, quella elettorale, è stato perso il governo. Il partito democratico spostato verso il centro ha ottenuto un obiettivo contraddittorio. Ha perso voti lì dove pensava di ottenerli ed ha bloccato l'emorragia grazie al voto utile proveniente dalla sinistra arcobaleno. Determinando, di fatto, la sua cancellazione da ogni rappresentanza parlamentare.
La fase tre è stata la tragica sconfitta romana. Dopo 15 anni di governo della sinistra il Campidoglio è stato consegnato a Gianni Alemanno di Alleanza nazionale. Per il Popolo della libertà una vittoria fino a qualche settimana fa insperata, e che è la sconfitta di un'altra faccia del Veltronismo. 
Non è difficile prevedere nelle prossime settimane nuovi guai.
Antonio Di Pietro, il più fedele alleato del pd, scalpita. Non farà parte dei gruppi parlamentari dei democratici, ha firmato i referendum di Grillo e cerca di convogliare nel suo partito le spinte antipolitiche e giustizialiste.
Quanto ai radicali, che nelle liste del Pd sono entrati a malincuore, il loro smarcamento non è lontano. Ottenuto il pugno dei deputati che ritenevano importante per poter avere qualche voce in Parlamento, ora aspettano solo di farla sentire quella voce.
Ma il guaio più grande sta per aprirsi all'interno del pd fra le due componenti più importanti, i Ds e la Margherita. Il voto di Roma ha dimostrato che una parte del Pd non ha votato Rutelli, mentre ha votato Zingaretti alla provincia. Una sfiducia nei confronti del candidato sindaco di cui vanno esaminati i motivi, ma che, secondo molti osservatori, proviene dalla componente ds del partito (per altri invece proviene dalla sinistra arcobaleno, ma questo non ha una grande rilevanza ai fini dell'analisi) e che provocherà sicuramente un terremoto interno.
A questo punto è francamente poco interessante il quiz di molti giornali e telegiornali sull'opportunità che Veltroni rimanga o meno segretario del Pd. Il problema è la risposta che il partito democratico deve dare alla crisi del Veltronismo. E, a mio parere, non solo il pd.
La crisi del veltronismo riguarda direttamente anche la sinistra sconfitta così pesantemente dalle elezioni politiche. Non occorre un grande acume politico per osservare che il progetto - anch'esso veltroniano, ma appoggiato dalla sinistra arcobaleno - di una sinistra divisa in riformisti e radicali ha perduto. E non occorre neppure una straordinaria intelligenza per notare che questa divisione ha portato ad uno stordimento che peggiora i caratteri, aumenta i settarismi, provoca ulteriori divisioni, alimenta i sospetti, fa nascere nuove guerre intestine. E soprattutto allontana ancora di più gli elettori, semina sfiducia.
La sconfitta è stata grave, ma lo sarebbe ancora di più se ci impedisse di pensare, di progettare e di osare. E' così assurdo immaginare, dopo il fallimento del veltronismo, un partito che cerchi un'altra strada e ritrovi alcune sue radici socialdemocratiche? E' impossibile che i dirigenti di quella che è stata la sinistra arcobaleno smettano di dilaniarsi fra chi vuole conservare Rifondazione e chi vuole l'unità della sinistra, quando queste elezioni hanno distrutto entrambi? E' impensabile che fra un partito socialdemocratico e una formazione, qualunque essa sia, con contenuti di più radicale trasformazione della società, nasca un nuovo dialogo e un nuovo interesse reciproco? Senza pregiudizi e senza reti, a cominciare dalla discussione sul problema più drammatico che oggi abbiamo di fronte: il prossimo attacco ai lavoratori, al loro contratto e al loro sindacato.
Non è poca cosa confrontarsi su questo, magari con qualche nuova idea, che superi i nuovismi che mascherano i cedimenti e i meccanismi difensivi che nascondono le incapacità. E con un po' più di rispetto e di affetto per tutti noi - davvero tutti - che da queste settimane usciamo feriti ed ammaccati.


"Liberazione", 30/04/2008

Finalmente, una Sinistra plurale, dialogica e, quindi, unitaria contro l'americanizzazione della politica!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 febbraio 2008


 http://home.rifondazione.it/xisttest/index.php?option=com_content&task=view&id=1835&Itemid=3




 E C C O C I

Al via la corsa elettorale di
Prc, Sd, Verdi e Pdci uniti.

 
Bertinotti: "a noi il compito di far vivere la sinistra".

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