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di Ignazio Licciardi
Caro Nichi, "il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 febbraio 2011


 

IL POLITICISMO DI VENDOLA

- editoriale di Paolo Ferrero su "Liberazione" -

 

 
Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta. Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche. E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale, visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale, visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
 
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra, non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci. Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero
Segretario PRC
"Liberazione" del 17-02-2011

 


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Contro il colpo di Stato messo in atto dalle Destre neoliberiste europee è necessaria soltanto una SINISTRA UNITA E FORTE IN ITALIA E IN EUROPA!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 settembre 2010


IL COLPO DI STATO EUROPEO

 

 Il 29 settembre, la Commissione Europea presenterà le sue proposte per rafforzare il Patto di stabilità e la “governance economica europea”. Contro questa proposta vi è una mobilitazione dei sindacati europei – salvo CISL e UIL che non hanno aderito – a cui parteciperemo. Queste proposte prevedono misure draconiane verso i paesi che non rispettino i parametri di Maastricht. Nel caso di sforamenti di bilancio, si prevede di penalizzare i paesi interessati con un durissimo sistema di sanzioni automatiche. Concretamente, l’Italia, che ha un debito pubblico pari al 117% del PIL - mentre gli accordi di Maastricht prevedono un massimo del 60% - sarà obbligata a ottenere avanzi primari di bilancio pari al 4% annuo per un periodo che può durare tra i quindici e i vent’anni. Tradotto in italiano significa che le leggi finanziarie fino al 2025/2030 – qualunque sarà il colore del governo - dovranno prevedere un avanzo primario di almeno 60/65 miliardi di euro all’anno. In concreto una massacrata sociale di dimensioni bibliche e lo sprofondo dell’Italia in una crisi economica destinata a generalizzare non solo la precarietà ma la povertà. Se qualcuno pensa che io esageri, in preda ai fumi dell’ideologia comunista, citerò cosa ha scritto il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, a proposito di questo progetto: “Basta questo scarno riassunto per cogliere l’insostenibilità politico-economica di un patto draconiano che rischia di ammazzare il malato invece di guarirlo”.
Qualche anno fa il patto di stabilità venne definito stupido, troppo rigido. Adesso la Commissione europea si appresta a peggiorarlo drasticamente, rendendolo ancora più stupido. Dobbiamo dedurne che siamo governati a livello europeo da una massa di deficienti? E’ molto probabile che vi siano anche quelli, ma il punto decisivo è che l’Europa è governata da una cricca di liberisti integralisti, che stanno instaurando una dittatura della borghesia, fregandosene completamente dei drammatici effetti sociali che avranno le loro politiche. Chi sono i governanti di questa Europa? Oscuri burocrati? No. Sono l’insieme dei governi europei che nominano la Commissione europea. Il punto è proprio questo: i diversi governi – di centro destra come di centro sinistra – stanno decidendo a livello europeo una linea di politica economica che produrrà effetti negativi enormi su ogni singolo paese ed in particolare su coloro che sono più indebitati a livello statale. Non a caso in Spagna il 29 ci sarà uno sciopero generale indetto da tutte le centrali sindacali contro la politica sociale del governo Zapatero. Questa politica deflattiva, che restringe il mercato e aumenta la disoccupazione, è identica a quella che in Europa, dopo la crisi del ’29, portò alla vittoria del Nazismo. L’idea che li guida è di abbassare il costo del lavoro in modo selettivo - producendo una enorme differenziazione salariale tra i diversi paesi europei - al fine di rendere più competitiva una parte dell’Europa sui mercati internazionali. Questa politica, non ha alcuna possibilità di ottenere i risultati che si propone per una semplice ragione: se tutti, dalla Cina agli Stati Uniti all’Europa pensano di uscire dalla crisi aumentando le esportazioni, chi mai comprerà tutte quelle merci? I marziani? Ci troviamo quindi di fronte ad una politica economica che non serve ad uscire dalla crisi ma che produrrà un impoverimento selettivo e una forte gerarchizzazione tra le classi sociali, tra le nazioni e tra le diverse aree di ogni paese.
Il dictat europeo non obbligherà solo i governi italiani,per vent’anni, a fare politiche economiche di continuo taglio della spesa sociale. A mio parere, queste politiche, in un contesto di attacco della Confindustria ai contratti nazionali di lavoro e di Federalismo fiscale (approvato anche dall’IdV con l’astensione del PD), aprono la strada ad una effettiva spaccatura dell’Italia. I tagli di bilancio a cui ci obbligherebbe l’Europa sono infatti destinati ad aggravare pesantemente le contraddizioni sociali e – sull’esempio Belga – le spinte secessioniste.
Questa è l’alternativa che abbiamo oggi in campo: la guerra tra i poveri in un contesto di secessione dei ricchi e di aggressione alla democrazia o l’unificazione del conflitto di classe, sociale, ambientale e territoriale nella costruzione dell’alternativa. A tal fine non bastano i pannicelli caldi o le poesie. Per rovesciare questa politiche europee e nazionali occorre un salto di qualità su più livelli.
Il primo è costruire l’opposizione per cacciare Berlusconi e sconfiggerlo nelle elezioni. Un fronte democratico che si ponga l’obiettivo di uscire dalla seconda repubblica e garantisca la tenuta costituzionale dello stato e del paese. La costruzione del fronte democratico e dell’opposizione non è obiettivo di altri ma nostro e dobbiamo costruirlo sui territori.
Il secondo è quello dell’allargamento e dell’unificazione del conflitto di classe, anche a livello europeo. Il punto centrale è la manifestazione del 16 ottobre che dobbiamo far diventare una grande manifestazione di popolo contro le politiche del governo, di Confindustria e dell’Unione Europea. Dobbiamo lavorare in modo certosino all’organizzazione della manifestazione del 16, dobbiamo operare per il consolidamento delle forze che convergeranno il 16 in modo da proseguire, dopo, sui territori e nei luoghi di lavoro, ad organizzare la lotta. E’ del tutto evidente che la cacciata di Berlusconi – che perseguiamo – non risolverà tutti i problemi e l’organizzazione del conflitto è decisiva per contrastare l’offensiva padronale.
Il terzo è quello dell’unità della sinistra di alternativa. Bersani vuole costruire il nuovo Ulivo, noi dobbiamo unire la sinistra fuori dall’Ulivo e dal compromesso che a livello europeo stanno mettendo in campo socialdemocrazia e popolari. A questo serve la Federazione della Sinistra. La sinistra europea conferma in questa quadro tutta la sua valenza strategica, perché solo una sinistra europea coerentemente antiliberista, può costruire una alternativa organica alle politiche europee sopra descritte.
Da ultimo occorre denunciare con forza che la globalizzazione neoliberista porta a trasformare l’Europa in una gigantesca gabbia produttrice di guerre tra i poveri. La costruzione di una Europa sociale, egualitaria, democratica e rispettosa dell’ambiente, necessita la messa in discussione della globalizzazione neoliberista. Il dogma della libera circolazione dei capitali e delle merci in un mondo che impedisce la libera circolazione delle persone deve essere sconfitto.
Siamo quindi impegnati a sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo, ma per questo dobbiamo alzare il tiro contro le politiche europee, contro il capitale finanziario e il dogma della globalizzazione che alimenta solo la guerra tra i poveri.

Paolo Ferrero - Segreterio del PRC /FDS

 
" ... la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 giugno 2010


 

L'Ue prepara la modifica del Patto di stabilità: sanzioni automatiche per chi sgarra e "stangate preventive". Cosa non si fa salvaguardare gli interessi delle elite (e far pagare la crisi ai cittadini). Ma in Italia si pensa ad altro
 
Golpe monetario
 

Paolo Ferrero


Nel silenzio completo della politica italiana, oggi a Bruxelles si darà vita ad una nuova puntata di quel colpo di stato monetario attuato dalla classi dirigenti ai danni dei popoli europei. Mentre in Italia si discute di altro, in Europa stanno preparando una nuova stangata che se dovesse passare cambierebbe drasticamente la vita a milioni di persone.
Si tratta delle prime prove, strettamente informali, di modifica in senso peggiorativo del Patto di stabilità. Oggi infatti, il portavoce della cosiddetta Task Force, creata ad hoc lo scorso marzo per il Presidente dell'Unione Europea Van Rompuy, presenterà ai soli Coordinatori dei gruppi politici della commissione economica del Parlamento Europeo, le linee guida su come tenere sotto controllo i bilanci dei singoli Stati europei. La linea su cui sta lavorando questa task force è quella fissata dalla Commissione Europea lo scorso 17 giugno e possiamo così riassumerla: non fanno nulla per rimuovere le cause della crisi. Non tassano le transazioni speculative, non impediscono la vendita in borsa dei titoli allo scoperto, non bloccano i rapporti con i paradisi fiscali. In compenso usano lo spauracchio della speculazione per perseguire in modo accelerato l'obiettivo che da sempre hanno avuto le politiche neoliberiste e cioè il taglio della spesa sociale attraverso la riduzione dei deficit di bilancio.
La Commissione europea - formata da esponenti di centro destra e di centro sinistra - ha infatti deciso di peggiorare il Patto di stabilità al fine di obbligare tutti gli stati ad una politica di bilancio più restrittiva che veda il taglio del welfare, delle pensioni e della spesa sociale in generale. Queste misure, che si andranno a sommare ai 300 miliardi di tagli della spesa già decisi a livello europeo, avranno come unico effetto l'aggravamento della crisi. Infatti, se si continua a tagliare la spesa sociale continuerà a diminuire la quantità di denaro nelle tasche dei lavoratori e con essi la domanda. La crisi si avviterà su se stessa.
La fine dei lavori di questa task force è prevista per l'autunno ed è quindi necessario che da subito si accendano i riflettori sugli orientamenti della stessa. Nell'intendimento della Commissione europea, la modifica del Patto di stabilità dovrebbe dar luogo ad un sistema in cui i Paesi che si troveranno ad avere un deficit superiore al 3% in rapporto al Pil, e un debito superiore al 60% del Pil saranno obbligati ad un taglio drastico del deficit.

Per "stimolare" i Paesi a tenere i conti in ordine sarà messo in campo un sistema basato su sanzioni e incentivi che, per essere credibile, sarà agganciato all'uso dei fondi europei e dovrà entrare in funzione con una procedura semi-automatica. Procedura semi-automatica vuol dire che nessun organo legislativo potrà intervenire al riguardo e che scomparirà ogni forma di sovranità popolare nel poter determinare la politica di bilancio del proprio paese. In pratica se non si rispetterà il dictat ci sarà una multa, anche questa "semiautomatica".
Ma non è finita, perché tutto questo si accompagnerà, nei disegni della Commissione europea, ad azioni di "stangata preventiva". I governi non soltanto dovranno mettere in piedi politiche di rigore, ma saranno sottoposti ad una sorveglianza speciale da Bruxelles che indicherà eventuali squilibri da correggere. Ad esempio, il sistema sanitario nazionale del nostro paese potrebbe essere considerato come uno squilibrio macroeconomico non congruo con il resto del mercato europeo, come lo potrebbe essere il contratto nazionale del lavoro, che difende troppo i diritti dei lavoratori e non permette la giusta competitività.
Non solo i nostri governi futuri avranno una ulteriore limitazione della sovranità in campo economico, ma dovranno sottostare alle scelte neoliberiste che verranno imposte dall'Europa, appunto automaticamente, senza possibilità di opporsi o di modificarle.
Come abbiamo detto, dopo la tappa di mercoledì, la parola passerà al Consiglio dei ministri delle Finanze Ue, convocato per il 12 e 13 luglio prossimi con l'obiettivo di arrivare al varo delle nuove regole al vertice Ue di ottobre. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi. Per questo parteciperemo nei prossimi giorni al Forum Sociale europeo di Istambul. Per questo proponiamo a tutte le forze della sinistra di organizzare insieme una mobilitazione contro la politica del governo ma anche contro le politiche europee che prevedono una distruzione strutturale del welfare e un peggioramento epocale delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. Invece di baloccarsi con discorsi astrusi sul governo occorre costruire qui ed ora una opposizione di popolo alle manovre dei tecnocrati di Bruxelles perché altrimenti, nei prossimi anni, chiunque sarà chiamato a governare dovrà applicare i dictat brutalmente antisociali della Commissione Europea.
La necessaria cacciata di Berlusconi non può farci diventare così provinciali da lasciare in ombra il contrasto alle disastrose politiche europee costruite in modo bipartisan da centro destra e centro sinistra. Perché la destra la si batte solo se all'Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria.


"Liberazione", 30/06/2010

Mentre le due "B" della politica governativa italiana " se mettono d'accordo sul ... da fare " e mentre ... l'ultimo dei Presidenti " sta a firma' ", noi ... " ce troviamo 'ntrappolati ner bipolarismo"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 aprile 2010


Un brano da Quel che il futuro dirà di noi in libreria per DeriveApprodi
 
Un progetto incompiuto: Rifondazione comunista
 

Paolo Ferrero

Che ruolo ha avuto Rifondazione comunista nella crisi della sinistra? (...). Indubbiamente quando nasce, nel 1991, rappresenta un fatto - e un fatto nuovo - nel contesto politico di quegli anni. Nasce come Movimento per la Rifondazione comunista. E' l'esito di una battaglia che i compagni e le compagne del Pci portarono avanti contro lo scioglimento. Dopo pochi mesi confluisce nel movimento anche Democrazia proletaria e si arriva in breve alla formazione del Partito. L'elemento fondativo in quella fase è certamente la reazione alla scelta di sciogliere il Pci e di considerare il comunismo semplicemente un cumulo di macerie, da cui prendere le distanze il più rapidamente possibile. All'origine di Rifondazione c'è invece l'idea che il comunismo e la sua storia non siano un ostacolo, ma un riferimento da mantenere e da sviluppare dialetticamente.
Da qui anche il nome - Rifondazione comunista - ovvero la convinzione che sia necessario porsi nell'alveo di una storia e nello stesso tempo praticare una netta discontinuità rispetto agli errori (e orrori come abbiamo detto successivamente), che in nome del comunismo sono stati commessi. Non era quindi, la nostra, un'ipotesi banalmente «continuista», né di puro «rifacimento » del Partito comunista. Ma era la convinzione che il comunismo andasse rifondato a partire da una critica serrata delle esperienze del «socialismo reale», da una rilettura di Marx e del nesso tra libertà e giustizia. Volevamo individuare la nostra storia nell'idea e nelle pratiche sociali di milioni e milioni di militanti che erano venuti prima di noi. Il riferimento al comunismo era visto come risorsa decisiva per ricostruire l'autonomia politica e culturale delle classi lavoratrici e per proporre una uscita dal capitalismo che, nel frattempo, andava approfondendo e non certo mitigando il suo carattere distruttivo e barbarico (...). Rifondazione è importante in primo luogo perché tiene aperta una prospettiva, una speranza. Rifondazione però diventa anche un importante punto di aggregazione per i lavoratori. Poco dopo la sua nascita gioca una partita importante - nel '92 e nel '93 - nella contestazione da sinistra degli «accordi di luglio» e delle politiche dei governi presieduti da Amato prima, e da Ciampi poi. C'è ancora - e viene riattivato - un legame con la base operaia. Legame che affonda le sue radici nell'onda lunga del «sindacato dei Consigli», quello che aveva ripreso la parola al tempo degli «autoconvocati » e contro il decreto di Craxi del 1984. La nascita di Rifondazione comunista non è solo un fatto politico o ideologico, è nel concreto la ricostruzione di un partito di classe dopo anni di sbandamenti e marginalizzazioni (...). Tant'è che ebbe dei risultati elettorali molto significativi nelle elezioni amministrative del '93. A Milano, Rifondazione fece un ottimo risultato, attorno al 10%. A Torino il Pds prese meno del 10% alle elezioni comunali, mentre a Rifondazione andò il 14,5%. Diego Novelli - candidato da Rifondazione e dalla Rete (una formazione guidata da Leoluca Orlando, che potremmo definire «dipietrista» ante litteram) - prese il 46% al primo turno e andò al ballottaggio con il candidato del centrosinistra, Castellani, che aveva superato di poco il 20. Novelli alla fine perse, ma solo perché tutta la destra votò Castellani, segnalando sin dall'origine il carattere di classe del bipolarismo coatto all'italiana. Basterebbero questi dati positivi a testimoniare della nascita di un partito non residuale, in grado di ridare un speranza alla sinistra. In negativo, va invece sottolineato come venga appena sfiorato l'aspetto teorico e analitico della «rifondazione» di un pensiero comunista all'altezza dei tempi (...). Senza averlo teorizzato, anche Rifondazione restò in larga parte «prigioniera» delle esigenze imposte dall'azione politica immediata (...). Nel 1994, l'alleanza tra Pds e Rifondazione perse le elezioni - fatte con una legge elettorale bipolare - e Berlusconi trionfò, cadendo però quasi subito sulla vicenda delle pensioni (...). Fu la prima prova politica di Rifondazione in un contesto bipolare. Da molte parti della sinistra ci veniva chiesto di votare il governo «tecnico» presieduto da Dini, per evitare il voto immediato e il rischio di un ritorno delle destre. La direzione nazionale del partito si spaccò.
Una parte consistente dell'allora gruppo dirigente era favorevole all'accordo, ma si formò una nuova maggioranza comprendente quelle che sino ad allora erano state le minoranze di sinistra e si decise una posizione contraria. Il Prc quindi non votò la fiducia, ma subimmo la prima scissione. Crucianelli e altri diedero vita ai «comunisti unitari». Vendola e altri - che pure si erano espressi per l'appoggio a Dini - rimasero nel partito. La vicenda del governo Dini rappresenta il primo frutto avvelenato del bipolarismo nel nostro paese. Da un lato Berlusconi, iscritto alla P2, portatore di politiche antioperaie e fascistoidi, dall'altra Dini, espressione di una destra tecnocratica, neoliberista e ben decisa a tagliare la spesa sociale e i diritti dei lavoratori. In nome dell'antifascismo si chiedeva al Prc di «baciare il rospo», di scegliere il meno peggio. La scelta di non votare Dini, ma di non votargli nemmeno contro, fu il primo atto di una storia che ha caratterizzato Rifondazione negli anni a venire. Il tentativo di costruire uno spazio politico «indipendente», in un quadro istituzionale fatto invece apposta per non permetterlo. Le nostre difficoltà, le traversie, le scissioni e anche le contraddizioni, vanno lette alla luce di questo aspetto strutturale in cui ci siamo trovati a vivere e lottare: un sistema bipolare fatto apposta per impedire l'esistenza alla sinistra di alternativa.
Il tentativo di Rifondazione è stato quindi qualcosa di originale rispetto a quello della sinistra maggioritaria italiana. Mi riferisco al tentativo di non accettare il punto di vista dell'avversario. La sua grandezza va rintracciata nella scelta della discontinuità, in un contesto istituzionale che ancora oggi vuole impedirla. Lo dico perché guardo con qualche invidia ai compagni e alle compagne tedesche. Hanno potuto costruire la Linke in un contesto proporzionale. Un contesto in cui la sacrosanta battaglia contro la destra non diventa per forza alleanza con un centro-sinistra liberista. Sottolineo questo elemento perché non si capisce nulla di Rifondazione comunista - e della sua crisi - se si astrae dal contesto istituzionale bipolare in cui abbiamo dovuto operare. Dopo il governo Dini si va alle elezioni del '96. Ci si arriva costruendo un accordo di «desistenza» con Prodi. Otteniamo un ottimo risultato elettorale, il migliore della storia di Rifondazione. In pratica abbiamo utilizzato le pieghe della legge bipolare di allora per costruire un accordo che ci permettesse di sommare i voti con l'Ulivo. Il fine era di battere le destre senza impegnarci in un programma di governo che non condividevamo. La convivenza divenne man mano sempre più difficile, sino alla pessima approvazione del cosiddetto «pacchetto Treu» sul mercato del lavoro. Consapevoli di questo progressivo slittamento a destra del governo, nel '97 ponemmo duramente il problema di una modifica delle politiche economiche e sociali. In particolare chiedemmo di approvare anche in Italia una legge sulla riduzione dell'orario di lavoro, così come era stato fatto in Francia dal governo Jospin. Durante la discussione sulla legge finanziaria, nel dicembre 1997, si verificò un braccio di ferro pesantissimo sulla nostra proposta di ridurre l'orario settimanale di lavoro a «35 ore». Ne uscimmo con un accordo, che non venne però rispettato. Di fronte a questa situazione non più sostenibile, si arrivò, alla fine del '98, alla rottura. Fu allora che si produsse un'altra scissione, assai più consistente di quella del '95, a opera di Cossutta e Diliberto, che diedero vita ai Comunisti italiani. Questa rottura rappresentò un passaggio di grande significato nella vita politica di Rifondazione e del paese. Se la nascita del Pds aveva diviso il popolo comunista sul piano ideologico, in questo caso la scissione avvenne sul piano politico, e su un terreno scivolosissimo: la rottura dell'unità contro le destre. Fu un periodo molto difficile. Tutti i mass media dell'area progressista erano impegnati in un processo di stampo staliniano contro Rifondazione comunista e contro Bertinotti in particolare. Le difficoltà che avevamo nel rapporto di massa erano aggravate dalla più infamante delle accuse: essere conniventi con il nemico. A livello politico e popolare si riproponeva in modo amplificato la contraddizione che avevamo sperimentato nella vicenda Dini. Contraddizione che si sarebbe riproposta immutabile negli anni successivi. Consentire alle alleanze anti - Berlusconi di governare, quali che fossero le politiche praticate, oppure opporsi? Accettare la logica del «meno peggio», o mantenere aperta una prospettiva di trasformazione sociale rischiando di essere accusati di far vincere la destra? E' una contraddizione acuta che percorre tutto il nostro popolo, e ovviamente anche il Prc. E' la trappola del bipolarismo, che ha logorato non solo noi ma tutta la sinistra, a partire dalla Cgil. Naturalmente, più radicale è l'ipotesi che rappresenti - più è distante dalla politica di un governo che magari appoggi dall'esterno, o a cui partecipi in posizione minoritaria - più alto è il prezzo che ti fanno pagare. E' quindi la «trappola bipolare» a produrre in modo strutturale la «legge del pendolo» che tende a distruggere la sinistra italiana. Nei periodi in cui governa la destra, matura un movimento contro di essa che chiede l'unità di tutte le opposizioni nelle elezioni successive. Se ti allei e governi su una posizione moderata, deludi le aspettative del tuo popolo e contraddici le ragioni della tua esistenza. Alimenti di fatto la percezione dell'inutilità della politica e la retorica del «siete tutti uguali», ponendo le basi per l'estendersi dell'egemonia sociale della destra. Se invece non fai l'accordo, dividendo la coalizione che aveva fatto opposizione, vieni accusato di far vincere le forze reazionarie. Una situazione disperante in cui la sinistra viene alternativamente schiacciata o sulla propria inefficacia (l'esperienza fatta con i governi Prodi) o sul suo presunto avventurismo (caduta del Prodi - uno). In entrambi i casi è tendenzialmente precluso alla sinistra di potersi sviluppare in relazione ai movimenti di massa costruendo un profilo di alternativa. Da questa consapevolezza nasce l'esigenza di rompere la gabbia del bipolarismo al fine di poter ricostruire una sinistra degna di questo nome in Italia.

Paolo Ferrero, Quel che il futuro dirà di noi, DeriveApprodi (pp. 154, euro 12,00)


"Liberazione", 07/04/2010

Mentre imperversano ... venti di "inciuci" e strane - molto strane - voci di lotte e accordi pugliesi (Emiano-PD vs Vendola-PDL!?), e letterine a Gesù Bambino, cerchiamo di difendere la Costituzione!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 24 dicembre 2009


Contro tutti gli «inciuci»
 Paolo Ferrero
 

B erlusconi si è caratterizzato in questi mesi per una politica antisociale che sta scaricando i costi della crisi sulle spalle dei giovani, dei pensionati, dei lavoratori. E ancor di più per un deciso attacco alla Costituzione e alla democrazia. A partire dalla pervicace volontà di scansare i processi a suo carico, egli ha teorizzato il suo diritto a governare al di fuori e al di sopra delle leggi e del quadro costituzionale, in nome del consenso elettorale avuto dal popolo. A partire da questa visione totalitaria del potere ha poi messo in discussione l'indipendenza della magistratura, del parlamento e del sistema informativo. Mi pare quindi evidente come Berlusconi rappresenti un pericolo per la democrazia del paese e come la sua tentazione di andare ad elezioni anticipate costituisca la strada attraverso cui - data la legge elettorale - potrebbe avvicinarsi al suo obiettivo: la libertà di impresa, senza la democrazia.
Su pressione dei poteri forti e dopo l'aggressione subita da Berlusconi a Milano, è ripreso a spirare un forte vento che spinge ad un accordo tra i due poli sulle "regole". Questo «inciucio» determinerebbe l'ulteriore depotenziamento dell'opposizione al governo sul piano delle misure sociali e la manomissione concordata delle regole di funzionamento delle istituzioni. In pratica, così come Cisl e Uil hanno concertato la propria capitolazione con il governo sul piano sociale, il Pd sarebbe invitato a capitolare di fronte al governo sul piano delle regole. Si tratta di una prospettiva drammatica sia sul piano sociale che sul piano della democrazia, perché la riscrittura delle regole a partire dalla bozza Violante, in un contesto di egemonia della destra, determinerebbe un vero stravolgimento del quadro costituzionale. Si tratterebbe di una situazione nefasta, perché mentre Berlusconi in uno scontro frontale può essere fermato, con l'«inciucio» il Berlusconi light e bipartisan è inarrestabile. Inoltre, anche se ad un certo punto il Pd si tirasse indietro, dopo aver sdoganato Berlusconi come interlocutore affidabile, quest'ultimo avrebbe tutte le carte in regola per proseguire da solo con più forza.
Possono i comunisti essere indifferenti di fronte alla manomissione della Costituzione? Io penso di no. Penso che dobbiamo prepararci a contrastare duramente tanto l'eventuale «inciucio» quanto il possibile colpo di mano di Berlusconi. Per poter scongiurare entrambi i rischi dobbiamo però indicare una strada di uscita alternativa. Per questo abbiamo proposto di costruire un largo fronte di difesa della Costituzione che possa contrapporsi efficacemente ai tentativi di Berlusconi di modificare la Costituzione e poi batterlo nelle elezioni.
(continua a pag. 4 di Liberazione del 24 Dicembre 2009)


"Liberazione", 24/12/2009

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